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lunedì 1 giugno 2015

BILANCIO DELLA SERIE A, SECONDA PARTE: SAMP, TORO E PALERMO OK, GIOVANI AZZURRI ALLA RIBALTA, L'INTRAMONTABILE TONI

                                 Toni: ha scoperto l'elisir dell'eterna giovinezza calcistica
                                       
A proposito di Europa: chi sarà la terza rappresentante tricolore nell'ex Coppa UEFA? Non dovesse andare chi l'ha meritato sul campo, ossia il Genoa, dietro regna sovrana la confusione. La Sampdoria è la prima pretendente in virtù del suo settimo posto, ma c'è una norma che parla chiarissimo (è a pagina 3 del regolamento della manifestazione, per chi volesse toccare con mano): per partecipare, occorre non essere stati coinvolti direttamente o indirettamente, a far data dal 27 aprile 2007, in attività volte ad influenzare il risultato di incontri nazionali o internazionali. E i blucerchiati, nel 2012, sono stati deferiti per responsabilità oggettiva e presunta in merito all'affaire Guberti per Bari - Sampdoria dell'anno precedente, uscendo dal procedimento non per assoluzione, ma patteggiando una condanna di un punto di penalizzazione e 30mila euro di ammenda. Il problema esiste, non a caso la UEFA ha chiesto chiarimenti in merito alla Federcalcio italiana: e il fatto che nel 2014 il Toro sia stato invece regolarmente ammesso alla competizione (oltretutto da ripescato per il caso Parma), nonostante il coinvolgimento in analogo problema "giudiziario", non implica in automatico che l'errore, se di errore si è trattato, debba essere ripetuto una seconda volta. 
SAMP E TORO, PIU' ALTI CHE BASSI - Tornando alle cose di campo, proprio Samp e Toro, così come il Palermo, sono state altre protagoniste positive del torneo, oltretutto sostanzialmente inattese, anche se i loro risultati li hanno colti percorrendo strade di gioco diverse dalle compagini citate nella prima parte di questa analisi: meno fioretto e più sciabola, in estrema sintesi. Per tre quarti di torneo i blucerchiati hanno addirittura respirato aria di Champions, troppa grazia, ma nel valutare il loro cammino pesa enormemente il crollo finale, una sola vittoria nelle ultime dieci gare, undici punti di vantaggio dilapidati nei confronti dei "cugini": un'involuzione che non può essere spiegata solo con la forzata rinuncia all'ottimo Eder, che però è evidentemente pesata tantissimo. I granata sono stati più altalenanti, "spargendo" lungo il cammino le fasi "up" e quelle "down": eccellente in particolare la prima parte del ritorno, con imprese importanti (vittoria a Milano con l'Inter e in casa col Napoli, derby conquistato dopo tempo immemorabile), poi forse ha pesato la fatica del doppio impegno, con le belle prove europee al cospetto di Athletic Bilbao e Zenit San Pietroburgo a compensare ampiamente le piccole amarezze interne. 
NESSUNO IN... VACANZA ANTICIPATA - Il Palermo ha spiccato il volo sulle ali dello straordinario Dybala, fuoriclasse in pectore, e non ha mai veramente mollato i pappafichi: nel finale, arbitro della lotta salvezza, ha perso con l'Atalanta, ma si è riscattato vincendo a Cagliari. A tal proposito, mi piace sottolineare un altro aspetto positivo di questo torneo: nessuno, in dirittura d'arrivo, ha davvero sbracato come troppo spesso è accaduto in passato. Pur con qualche fisiologica pausa dovuta al calo di motivazioni, grosso modo tutti han fatto il loro dovere fino in fondo, e l'hanno dimostrato o con risultati effettivi o con prestazioni gagliarde (penso a quella dell'Udinese a Roma, o dell'Empoli con la Samp). Neanche il disastrato Parma ha smobilitato, e anzi ha accumulato un discreto tesoretto sottraendo punti anche a rivali quotatissimi. 
I MIGLIORI AZZURRI E AZZURRABILI - Italiani alla ribalta, si diceva, giovani e meno giovani. Il rendimento elevatissimo di Florenzi e la sua versatilità lo collocano fra i potenziali titolari inamovibili della Nazionale, così come Parolo, splendido tuttofare del centrocampo, una delle chiavi della stagione monstre laziale assieme a Candreva, ormai giocatore di statura internazionale così come lo juventino Bonucci, che giganteggia in difesa e partecipa anche alla costruzione; confortanti conferme sono giunte da Darmian, che già era stato uno dei pochi a salvarsi dal disastro di Brasile 2014. Detto nella prima parte di Rugani e Valdifiori, altri elementi definitivamente acquisiti alla causa azzurra sono Bertolacci e Soriano, di cui ho già ampiamente tessuto le lodi in passato, e restando in casa Samp dovrebbe a breve sfondare anche Romagnoli, mentre il guardiano rossoblù Perin, fin da adesso, potrebbe prendere in qualsiasi momento il posto di Buffon fra i pali della rappresentativa (ma l'ostinato Gigi vuole imitare Zoff e disputare il Mondiale 2018 a 40 anni suonati).
 Paloschi ha tirato fuori dal cilindro un campionato superlativo, elemento cardine della tranquilla salvezza del Chievo: è definitivamente recuperato al grande calcio, e la convocazione per lo stage dell'Italia conferma che può essere utilissimo alla causa di Conte, in un momento in cui le punte "azzurrabili" segnano drammaticamente il passo. Scendendo.. d'età, Gabbiadini ha convinto all'esordio in una grande, Berardi ha di nuovo messo insieme un buonissimo bottino di gol (mentre Zaza è stato troppo intermittente), sono emersi Zappacosta (laterale completo), Baselli e Cataldi; Pavoletti, che non è più di primo pelo, è stato la grande sensazione del finale di stagione genoano, e Bonaventura ha navigato con maestria nel mare in tempesta di un Milan quasi allo sbando.  
TONI IL SEMPITERNO - Di Luca Toni si è detto tutto il bene possibile: per quanto mi riguarda rimane una riserva, che è poi la stessa che accompagna le ripetute prodezze sotto rete di altri due "vecchiacci" (detto affettuosamente) come Totti e Di Natale (ma anche del redivivo e meno reclamizzato Maccarone), ossia il fatto che il calo qualitativo della nostra massima serie abbia allungato la carriera a molti stagionati bomber di qualità, consentendo loro di aver vita relativamente facile in maglie difensive slabbrate e poco talentuose (basti vedere il numero elevatissimo di gol complessivo delle ultime stagioni, "vendemmiate" che non sono quasi mai sinonimo di calcio di pregio). Ma certo ci vogliono anche classe, quella classe in possesso di gente cresciuta in un football italiano più competitivo, applicazione in campo e negli allenamenti, in poche parole professionalità: Toni è risorto nel 2012 dopo un quadriennio oscuro che lo aveva quasi collocato fra gli ex, merita solo un plauso incondizionato. 
DELUSIONI - Come detto in precedenza, la delusione più nobile e grottesca è stata quella romanista, mentre lo stesso Napoli non può certo dirsi soddisfatto della propria temporada. Bocciatissime le milanesi: Inter senza progetto tecnico e aggrappato a sporadiche giornate sì, alle alterne lune di Guarin e alla costanza di fromboliere di Icardi; insufficiente l'apporto di Mancini, dal quale ci si aspettava un quid in più atteso invano fino alla fine; inspiegabile l'involuzione di Ranocchia, lontano anni luce dai tempi baresi. Più misteriosa, ai miei occhi, la crisi del Milan, il cui organico lo poneva assolutamente in grado di conquistare quantomeno un posto in Europa League. Coraggioso l'investimento sul "prodotto interno lordo" in una fase di diffusa esterofilia: detto di Bonaventura, Destro fra alti e bassi ha confermato di saper comunque vedere la porta, mentre non ha convinto Antonelli (grave errore lasciare Genova). Nel finale si è rivisto un positivo El Shaarawy, un ragazzo che deve essere assolutamente recuperato in pieno per il bene di tutto il calcio tricolore, perché ha numeri da potenziale fuoriclasse. 
Nonostante l'impennata finale (quattro vittorie su quattro), inserisco a malincuore fra le delusioni il Sassuolo, perché credo che dai neroverdi sia lecito attendersi molto: lo dicevo già l'anno scorso, l'ho ribadito quest'estate, per qualità di organico quella di Di Francesco è rosa da medio - alta classifica, invece nel girone di ritorno è andata incontro a una profonda involuzione e ha trovato la salvezza matematica (per quanto nei fatti già scontata) solo col successo di Cesena. Zaza, che aveva iniziato alla grande anche in azzurro, ha poi conosciuto una stagione problematica, ma anche lui è un patrimonio del nostro calcio e va atteso con fiducia. (2 - FINE). 

martedì 7 maggio 2013

JUVENTUS DI NUOVO LEADER DEL CALCIO ITALIANO. MA GLI SCUDETTI SON 29...

                               Esultanza juventina: un classico delle ultime due stagioni

Lo scudetto, il ventinovesimo (e già...), conquistato dalla Juventus è meritato? Solo un folle potrebbe rispondere di no, e non sarò certo io a fare il bastian contrario, per quanto su questo blog non sia sempre stato tenero nei confronti dei bianconeri (o meglio, nei confronti di un certo clima di "sudditanza psicologica arbitrale" che ne ha accompagnato, anche in questa trionfale stagione, più di una prestazione, come del resto è accaduto anche per il Milan, soprattutto nel girone di ritorno). Al di là dei numeri, la cui schiacciante evidenza già basterebbe a liquidare l'argomento, c'è molto di più. C'è una squadra che, "sul campo" (precisazione non casuale, lo vedremo dopo) si è definitivamente scrollata di dosso i fantasmi del passato recente ed è tornata ad essere la compagine guida di tutto il movimento calcistico italiano. 
JUVE AZZURRA - La Juve di oggi è la spina dorsale della Nazionale italiana, la selezione che meno di un anno fa ha conquistato l'argento europeo e che ora guarda con legittima speranza ai Mondiali brasiliani del 2014. Un blocco azzurro che, piaccia o no ai nostalgici del bel tempo che fu, ricorda molto da vicino quello che innervò, con risultati esaltanti, l'Italia di Bearzot fra il '78 e l'82. C'era in linea di massima più classe, all'epoca, forse è in parte vero: ma qualcuno è in grado di affermare che un Buffon o un Pirlo non avrebbero degnamente figurato in quella magica formazione, diventandone anzi degli autentici alfieri? O che Marchisio, per tecnica, personalità, eclettismo e doti atletiche, non abbia le potenzialità per ripercorrere le orme di un Tardelli? Sugli altri nazionali "torinesi", penso principalmente a Bonucci, Barzagli e Chiellini, si può discutere, e riconoscere che sì, certi paragoni sono effettivamente un po' azzardati (basta andare con la memoria a Cabrini e Scirea, per dire), ma non si può negare la loro efficacia, la loro affidabilità, la loro continuità di rendimento anche sul palcoscenico internazionale. 
VIVAIO NOSTRANO - Juventus squadra guida del nostro movimento, e nel senso più autentico del termine. Perché non lo è stata, ad esempio, l'Inter mattatrice dal 2007 al 2010, una multinazionale con pochi elementi prodotti dal vivaio nostrano. Il club bianconero ha scelto invece la strada di una spiccata italianità, l'unica praticabile, del resto, per cominciare a rivitalizzare un football, il nostro, che sarebbe stato destinato a rapida decadenza se le squadre di vertice avessero continuato a puntare su campioni (o presunti tali) di fuorivia, penalizzando sempre più i talenti tricolori. Ed è significativo che, su questa strada, si stia avviando anche il Milan, cui appartiene, non a caso, il secondo blocco azzurro in termini quantitativi, con i vari Abate, De Sciglio, Montolivo, Balotelli ed El Shaarawy ormai presenze fisse del gruppo plasmato da Prandelli. 
GIOCO DI INIZIATIVA - La Juve bicampione è l'immagine migliore, sul piano del gioco, di un calcio italiano che ha scelto di rinnovarsi nella continuità. Ossia di praticare un football di iniziativa, di aggressione, senza tuttavia trascurare i canoni classici della tradizione del nostro Paese, quelli di una attenzione assoluta alla fase difensiva, che invece si sta smarrendo in varie parti della penisola, vuoi per involuzione tattica, vuoi per crisi produttiva di talenti autentici nei ruoli della terza linea (lo dimostra il fatto che il nostro campionato è diventato ricchissimo di gol, da "sparagnino" che era un tempo, ma ciò non può essere considerato positivo in assoluto laddove buona parte di questi gol sono il prodotto di sesquipedali errori delle retroguardie). Anche in questo caso, il "messaggio" è partito dalla Nazionale, che dopo il disastro sudafricano si è reinventata su nuovi canoni di manovra, brillanti e coraggiosi nonché esteticamente più gradevoli, tante volte descritti ed esaltati su queste modestissime pagine. La Vecchia Signora, a partire dall'arrivo in panca di Conte, ha seguito il solco prandelliano e anzi lo ha allargato: quella del trainer pugliese è una compagine che macina gioco a mille, asfissia gli avversari e crea palle gol in serie: questo il marchio di fabbrica, anche se ultimamente tali consegne non sono state sempre rispettate alla perfezione, un po' per ovvio appannamento fisico (penso alle sfide con Palermo e, soprattutto, Milan) un po' per inferiorità nei confronti dell'avversaria, come in Champions League col Bayern. 
LA RIBALTA EUROPEA - L'eliminazione patita per mano dei tedeschi pone un quesito spinoso: perché sì, d'accordo, in Italia i bianconeri dominano e non in modo casuale o fortunato, ma fondando la loro superiorità, come si è visto, su... argomentazioni tecniche solidissime. Però il confronto con Robben e illustre compagnia è stato a tratti impietoso, con la nostra rappresentante che ha praticamente fatto solo il solletico ai debordanti oppositori. Il discorso sarebbe lungo e articolato: che il football italico di club stia perdendo costantemente posizioni in ambito europeo è evidente, e il dramma è che il tempo passa  e non si avvertono miglioramenti (anche quest'anno, come nella stagione passata, nessuna nostra squadra ha varcato lo scoglio dei quarti di finale). Dal team di Conte, però, per qualità di gioco e di interpreti (il cui valore internazionale, lo ripetiamo, è dimostrato dall'ottimo rendimento e relativi risultati in maglia azzurra), ci si sarebbe aspettati qualcosa di più, quantomeno la capacità di tenere maggiormente in equilibrio la sfida. Ma va detto che il Bayern attuale si pone su livelli stratosferici, e l'epocale passeggiata di salute contro il Barcellona euromondiale lo ha certificato. Sono convinto che la Juve attuale, temprata da questo anno di buona esperienza in Coppa, sempre più sicura dei propri mezzi e con l'aggiunta di non più di un paio di pezzi grossi dalla trequarti in su, potrebbe tranquillamente alzare l'asticella delle ambizioni. "Pezzi grossi" non significa fuoriclasse, attualmente irraggiungibili per l'asfittico mercato italiano, ma giocatori di livello in grado di incidere anche nelle competizioni internazionali: ce ne sono in giro, e si possono portare a casa senza spese folli.


29 SCUDETTI - Dicevo in apertura che, sul campo, la Signora si è liberata dei fantasmi... giuridici del passato recente, e ha messo la testa a cuocere senza vittimismi, dimostrando che la cultura del lavoro rimane la via migliore per il conseguimento dei successi più ambiti. Purtroppo non si può dire lo stesso di tutto ciò che attorno al campo juventino gira. Questo insistere sui "31 scudetti", oltre ad avere stancato, è intollerabile sul piano morale. Posso concedere che chi quei due titoli "maledetti" li vinse (calciatori e allenatore) abbia effettivamente il diritto di  continuare a sentirli propri, perché spese comunque energie fisiche e mentali enormi per centrarli (e non possono esservi dubbi... calcistici quantomeno sul secondo, quello del 2006, vinto dall'alto di una superiorità schiacciante, non dissimile da quella mostrata in questo 2012/13), ma tutte le altre componenti, tifosi e soprattutto dirigenti, che continuano ad avallare questo andazzo non hanno giustificazione alcuna, così come grida vendetta quello scudo con tre stelle e il numero 30 posto all'ingresso del nuovo impianto dopo il trionfo del 2012. 
Quasi tutte le più prestigiose società di calcio italiane, nel corso dei decenni, sono finite nel tritacarne della giustizia, a volte in maniera sacrosanta, altre volte con più di qualche dubbio, ma alla fine, magari obtorto collo, hanno accettato anche i verdetti più amari, si sono rimboccate le maniche e sono ripartite: penso al Milan del 1980, o al Genoa del 2005, ma gli esempi si sprecherebbero. Perché, dunque, insistere con questa ossessione che, oltre ad aumentare la bile del tifoso medio, non giova al clima generale del football nostrano, già sufficientemente avvelenato di suo? E perché la Federazione non prende una posizione veramente netta e risoluta, invece di regalare affabili dichiarazioni come quella del presidente Abete, che, ieri, ha affermato: "Sul numero degli scudetti, la Federazione è stata chiara anche in occasione del titolo vinto l'anno scorso". Suvvia, cosa vuol dire "è stata chiara"? Ci sono sentenze giudiziarie, ci sono revoche e annullamenti sportivi, i titoli sono 29, e da chiarire, caro Abete, non c'è proprio nulla. chi continua ad alimentare, silenziosamente o meno, questo equivoco, andrebbe duramente sanzionato: perché quando si continuano a fare orecchie da mercante alle (blande) reprimende dei vertici, solo le punizioni vere e severe (multe, squalifiche, ecc.) potrebbero portare sulla retta via. Lo potrà fare, forse, una Federazione più forte di quella attuale. La si attende da anni, anche attraverso un doloroso commissariamento, l'unico modo per sbloccare lo stallo in cui si è infilato il calcio tricolore. 

mercoledì 26 dicembre 2012

SERIE A, BILANCIO NATALIZIO: FIORENTINA E LAZIO SU, ROMA GIU', BOLOGNA FIORE NEL DESERTO DEI BASSIFONDI E...

                               Klose, uno dei pochi fuoriclasse assoluti della Serie A

Serie A praticamente al giro di boa. La sosta natalizia giunge quando manca appena un turno alla conclusione del girone di andata, e c'è dunque materiale sufficiente per abbozzare un bilancio di metà stagione. Innanzitutto, la qualità del torneo. Nel complesso, mi pare che il livello tecnico generale sia rimasto sostanzialmente sulla stessa linea, non esaltante, degli ultimi campionati. Non vi sono stati ulteriori passi indietro, e vista la situazione attuale del football nostrano è già un buon risultato. E' vero, sono partiti verso lidi più remunerativi alcuni campioni di levatura internazionale, ma la grande notizia dell'anno è che ne stanno emergendo altri già in grado di non farli rimpiangere, sia sul piano della classe sia su quello del rendimento: il capofila di questo drappello di nuovi eroi del nostro asfittico calcio è senz'altro El Shaarawy, anima, braccio armato e trascinatore del dimesso Milan versione 2012/13. Dire che il ligure non stia facendo rimpiangere Ibrahimovic è perfin riduttivo, eppure proprio l'addio dello svedesone rappresentava la preoccupazione più rilevante per il popolo rossonero; i problemi del team di Allegri sono invece di altra natura, legati al brusco calo di rendimento di certi uomini su cui fino a ieri si poteva fare affidamento a occhi chiusi (l'irriconoscibile Boateng, oppure Nocerino, che solo nelle ultime settimane sta riemergendo da un preoccupante letargo) e sul depotenziamento sostanziale del reparto arretrato (a parte la confortante sorpresa dello scricciolo De Sciglio).
Ma dicevamo del livello tecnico globale: né meglio né peggio del passato, grazie soprattutto alle sei squadre che occupano le posizioni "europee" e a due provinciali "di lusso", Atalanta e Catania, posizionatesi nella "terra di mezzo", il mare della tranquillità del centroclassifica.  Il rendimento di queste "magnifiche otto" e il buon tasso qualitativo del loro gioco sta infatti compensando le brutture della "parte destra" della graduatoria, animata da compagini in caduta libera sul piano della classe dei singoli e della bontà della manovra praticata, tanto che, per loro, sarebbe più corretto parlare di serie A2, senza offesa.
ZONA EUROPA - Juve senza avversari, anche al di là delle già trionfali previsioni estive. L'assenza di un bomber di statura internazionale viene assorbita grazie alla produttività di un gioco collettivo martellante, che porta alla conclusione un po' tutti con grande frequenza (pensiamo alle incursioni spesso vincenti di Lichtsteiner, Vidal, Marchisio). E in avanti, comunque, i vari Vucinic, Quagliarella e Giovinco sono più che sufficienti per abbattere la fragile concorrenza nazionale. In generale, il blocco azzurro del club bianconero sta marciando a grandi passi verso le vette raggiunte da quello storico di fine anni Settanta - primi Ottanta, per carisma ed efficacia in campo; sulle differenze di classe fra i due "gruppi" il dibattito potrebbe essere infinito, non è nemmeno il caso di aprirlo... Insomma, pur essendo giusto (anzi, doveroso) sottolineare episodi scandalosi come quello di Catania, o altri che scandalosi lo sarebbero potuti diventare (contro l'Inter), è pacifico che la superiorità dei torinesi sul resto del lotto sia al momento abissale.
Dietro di loro, si gioca sostanzialmente a ciapanò, nel senso che nessuna è in grado di piazzare una serie positiva sufficiente ad avvicinare la vetta, ma vi sono meriti e demeriti. I meriti sono quelli di Fiorentina, soprattutto, e Lazio, che stanno facendo assai più di quanto è nelle loro possibilità. I viola sono stati anche fortunati, per le tante scommesse vinte sul mercato straniero (in tutti i reparti, da Roncaglia a Rodriguez, da Borja Valero a El Hamdaoui) e per il recupero di due italiani che, per ragioni diverse, parevano perduti per il grande calcio, Aquilani e Toni. Con gli opportuni aggiustamenti, potrebbe essere la squadra boom del futuro. La Lazio si giova di un centrocampo da scudetto, eccellente soprattutto in fase propositiva e nei mortiferi inserimenti dei vari Candreva e Mauri, e di un fuoriclasse come Klose, attaccante completo e inesorabile. Entrambe somigliano ala Juve nella capacità di giungere al gol attraverso molteplici strade offensive, la Viola è anche più piacevole a vedersi, mentre la Lazio sa fare punti, tanti punti, anche nelle giornate di non grande vena, attingendo al proprio serbatoio di concretezza e sfruttando le poche opportunità create, basti guardare l'ultima sfida con la Samp e quella precedente con l'Inter.
Proprio a proposito dei nerazzurri, che quella allestita quasi in.. austerità da Moratti non fosse compagine da lotta per il titolo era intuibile fin dall'estate, quindi non può essere considerata una delusione. Ha un organico da piazzata, non certo da vincente, e il brusco calo di rendimento giunto proprio dopo l'impresa di Torino, che aveva riaperto il campionato, testimonia anche l'inadeguata tenuta mentale del complesso. Più deludente, se vogliamo, il Napoli, ma è un discorso del tutto relativo, visto che comunque i partenopei son sempre lassù: l'incremento numerico della rosa è stato più quantitativo che qualitativo (Gamberini e Behrami a parte), Mazzarri continua a soffrire il doppio impegno (interno ed estero), che invece, per dire, Juve, Lazio e Inter sembrano aver imparato a gestire adeguatamente. Insigne cresce bene, ma è chiaro che non può essere lui, al primo anno di A, a far compiere il passo decisivo verso il traguardo scudetto, mentre l'attacco avrebbe bisogno di pedine alternative più valide del modesto Vargas (se si spengono Cavani e Hamsik è notte fonda), così come iniezioni ad alto tasso di competitività urgono anche per la terza linea.
La vera delusione del drappello di testa è la Roma, che sprigiona gioco a tratti piacevole, sa regalare partite memorabili sul piano delle luminarie offensive, ma è vittima di squilibri e ingenuità tattiche pericolosissime. Il solito Zeman, verrebbe da dire cadendo nella banalità, e allora spostiamo l'obiettivo sull'organico, che per qualità sarebbe in grado di poter competere con la Juve non dico da pari a pari ma... quasi. Il momentaneo fallimento, più che nell'approccio "emozionante" ad ogni gara, sta proprio qui, in una rosa che, sinora, ha espresso appena il 30 - 40 per cento delle proprie potenzialità.

                                         Peluso, uomo chiave dell'ottima Atalanta

IL MARE DELLA TRANQUILLITA' - Nella terra di mezzo c'è il Milan, di cui si è già parlato in apertura, in risalita come i mezzi tecnici gli consentono: mezzi peggiori rispetto a quelli degli anni scorsi, e tuttavia non certo deprimenti come in molti li avevano dipinti. Ma ben più dei rossoneri hanno finora tenuto alto il nome del gioco Atalanta e Catania: organizzazione ed equilibrio tattico e diversi interpreti che, per talento e incisività, meriterebbero di recitare in compagini di primissima fascia. Meno scoppiettante il Parma, che non ha più il Giovinco "settebellezze" della stagione scorsa, con inevitabili conseguenze sulla resa spettacolare che il fantasista in miniatura sapeva garantire a tutto il complesso, ma è costruito attorno a una difesa ultracollaudata e a un centrocampo eclettico e di gran sostanza. In avanti, Amauri fa il suo (non tantissimo, in verità, ma meglio di niente), è mancato alle attese il referenziato Pabòn mentre si stanno esprimendo su livelli del tutto inattesi Belfodil e il... meno reclamizzato dei due Sansone provenienti dalla cadetteria. E Parolo è di nuovo il califfo della zona nevralgica che aveva addirittura conquistato la Nazionale, nel suo primo anno di Serie A a Cesena. Sta infine riemergendo l'Udinese, al momento però lontana dalle vette di buon calcio (spettacolo, intensità, concretezza) toccate nell'ultimo biennio.
NEI BASSIFONDI - La spaccatura fra i... due lati della classifica non è tanto nei punteggi e nei distacchi ma, come detto, sul piano della qualità del gioco. Se davanti si vede un football tutto sommato ancora godibile, dietro c'è un panorama grigio assai, più grigio ancora che in passato. Lotta per la salvezza al ribasso: il Cagliari sembra aver perduto la spinta dei suoi storici "draghi", i vari Conti, Nainngolan e Cossu, artefici di tanti campionati nel segno della tranquillità. E il pasticciaccio Is Arenas, con molte gare giocate in un clima freddo e asettico con spalti deserti o quasi, di certo non aiuta...
Il Chievo ha trovato tre vittorie consecutive con un po' di fortuna (Roma) o profittando del momento più nero delle rivali (Genoa e lo stesso Cagliari), ma anche in questo caso le espressioni di gioco (mai eccelse in verità, ma comunque più che discrete) delle più recenti stagioni fanno capolino sempre più raramente. La Sampdoria, esaltata oltre ogni pudore dai media cittadini che straparlano di progetti a lungo termine, di isola felice e di stadi nuovi da costruire, è in realtà una squadra modestissima, con il buon Gastaldello a reggere quasi da solo le file di una difesa fragile, Obiang e Poli unici nel mezzo a cercar di parlare un linguaggio tecnico adeguato alla categoria, assieme a un Maresca che ha però regalato fin qui pochissime fiammate degne della sua fama un po' appannata, e l'evanescenza del reparto offensivo, con Eder (fisico di cristallo) e Pozzi che si confermano non all'altezza della A, Icardi bravino ma ancora acerbo e Maxi Lopez che fa dentro - fuori per motivi fisici e caratteriali.
Ancor peggio il Genoa, preda di un caos tecnico totale che, oltretutto, ha fatto sembrare molti elementi peggiori di quanto in realtà siano (l'ultima buona prova di San Siro lo conferma). In ogni caso compagine incompleta e mal costruita, che dovrà essere rivoltata come un calzino nell'ormai imminente mercato, puntellando soprattutto il reparto centrale difensivo e le fasce laterali tanto care a Delneri, invece di disquisire su partenze eventuali di Borriello e Immobile, fin qui i minori tra i tanti problemi emersi.
Il Torino è squadra che non ha del tutto espresso le sue potenzialità soprattutto offensive (Bianchi, Cerci e... l'altro Sansone: con questi tre elementi un decoroso centroclassifica dovrebbe essere alla portata, ma finora il loro apporto è stato di molto inferiore alle attese): una difesa rocciosa (rispetto alla media delle dirette rivali), nonostante i guai fisici che stanno tormentando il suo migliore elemento, Ogbonna, e la praticità di un gioco essenziale stanno cavando la squadra fuori dalle sabbie mobili. Involuto fortemente anche il Palermo, che del resto si è presentato ai nastri di partenza con tanti elementi già retrocessi l'anno scorso (Ujkani, Morganella, Von Bergen) e che ha conosciuto, negli anni, un progressivo depauperamento tecnico simile a quello del Genoa, all'insegna delle continue cessioni eccellenti surrogate da acquisti via via sempre meno azzeccati.
Meglio di tutti, là in fondo, è forse il Bologna:  manca di continuità, ha lacune grosse in difesa e anche nel mezzo, ma se in giornata riesce ad esprimere trame di tutto rispetto, grazie anche alle sollecitazioni di un Diamanti che è campione di statura europea e che, con tutto il rispetto per i felsinei, è sprecato in un simile contesto. C'è poi Gilardino che lontano da Genova (e ci avrei scommesso) ha ritrovato le misure di gioco che gli sono più consone, quelle di attaccante efficace sotto porta ma anche abile a manovrare, dialogare, creare spazi. Una sciccheria. Sarebbe un peccato se gli sforzi di tali geni del football e la buona impronta di gioco data da Pioli al complesso venissero vanificati dalla modestia complessiva dell'impianto, soprattutto relativamente alla retroguardia.