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giovedì 23 febbraio 2012

GENOA, DOVE VAI?

Non c'è proprio pace per il Genoa, quest'anno. Neanche il tempo di godersi un mercato di riparazione di tutto rispetto, impreziosito da acquisti di livello assoluto come Gilardino (soprattutto) e Biondini, dal ritorno del figliol prodigo Sculli e dall'arrivo di un argentino di sicuro valore, Belluschi, oltre all'ingaggio di un tecnico (Marino) fautore di un gioco propositivo e fantasioso. E nemmeno il tempo di stropicciarsi gli occhi di fronte a tre partite casalinghe superlative, tre vittorie contro tre grossi calibri del campionato (Udinese, Napoli e Lazio) condite di gioco e gol. Tutto troppo bello per essere vero: e infatti, un febbraio maledetto ha portato prima l'infortunio di Gila (niente di grave, ma nemmeno poca roba: un mese di stop) e, a seguire, tre sconfitte consecutive, in tre gare (Catania, Atalanta e Chievo) che chiunque, al di là del rispetto che si deve ad ogni avversario,  avrebbe giustamente considerato accessibili. 
L'INDISPENSABILE GILA - Partiamo proprio da qui, ossia dal forfait forzato del bomber ex viola e dall'inopinata sequenza di k.o. Le due cose, ça va sans dire, sono intimamente collegate, anche se la prima non è la sola causa della seconda. Qui, fra l'altro, si entra nello spinosissimo territorio del modo di pensare di certi tifosi genoani: così come quest'estate molti avevano avuto l'ardire di affermare, senza alcuno sprezzo del ridicolo, che in fondo Caracciolo valesse grosso modo Gilardino e che con Palacio al fianco l'Airone avrebbe realizzato un numero di gol del tutto soddisfacente, così pochi giorni fa, dopo l'infortunio, c'è chi ha sostenuto che tutto sommato si potesse fare a meno anche del Gila, perché la macchina da gol rossoblù aveva preso a girare egregiamente e, in fondo, Alberto un solo gol aveva messo a segno. 
Che Iddio li perdoni (il Dio del calcio, ovviamente!). Tutta gente, ovviamente, che si vanta di andare allo stadio e di seguire la squadra dal vivo, non comodamente seduta in poltrona. Strano, perché andando allo stadio sarebbe dovuto essere assai semplice capire come Gilardino fosse diventato non solo importante, ma addirittura "vitale" per il gioco d'attacco del Grifo. Un centravanti di classe sopraffina, capace di fare movimenti che solo l'astuzia, l'intelligenza e il talento di un campione del mondo possono consentire; un giocatore che, per fama acquisita e pericolosità conclamata, è in grado di catalizzare l'attenzione delle difese avversarie, lasciando giocoforza più libertà di azione ai compagni di linea; uno che detta i passaggi e indirizza il gioco con gli spostamenti più opportuni in ogni circostanza; uno che riesce anche a inventarsi sublime uomo - assist; insomma, qualcosa in più di un semplice centrattacco-boa buono solo a sbattere la palla dentro; e qualche ingenuotto forse pensava che Jankovic si fosse messo improvvisamente a sfondare reti perché aveva capito, dopo tanti dubbi, di essere un fuoriclasse.  
Non a caso, una volta fuori il piemontese, la luce si è spenta per tutti, per Janko, ovviamente, e persino per Palacio, che quando ancora il bomber giocava a Firenze era riuscito a tirare egregiamente la carretta; ma anche l'argentino aveva guadagnato assai dall'arrivo di Gila: più ampi margini di manovra, possibilità di dialogare con un compagno di pari classe, e di conseguenza gol importanti e di squisita fattura (i gioielli con Napoli e Lazio, roba da incorniciare). E una volta azzerato l'attacco (nessun gol nelle ultime tre uscite), sono venute impietosamente a galla le contraddizioni di un mercato invernale che, lo si è detto inizialmente, è stato scintillante in attacco e buono a centrocampo, ma ha incredibilmente lasciato esposto alle intemperie il reparto più disastrato della squadra, quello arretrato. 
MERCATO A META' - Certo, a gennaio la società ha fatto molto, questo va detto: ma l'ha fatto per porre rimedio a un mercato estivo che ha trapanato l'acqua in maniera oltremodo vistosa, va detto anche questo. Secondo fallimento consecutivo, riguardo alle grandi manovre di luglio e agosto: ma se nel 2010 fu soprattutto sfortuna (compri Eduardo, Rafinha, Veloso e Toni, e non puoi certo aspettarti che quattro big falliscano tutti insieme, e così fragorosamente), nel 2011 si sono commessi errori di valutazione incredibili, per una società di medio - alto livello come il Genoa: eccessivo, da azzardo totale, il ricorso a stranieri giovani e che per la prima volta erano chiamati a operare sulla scena calcistica italiana, se non addirittura europea; da brividi il reparto d'attacco "innervato", Palacio a parte, da Caracciolo, Pratto, Ribas e Zè Eduardo, e oggi totalmente cancellato, a mo' di implicita ammissione di colpa da parte della società (è rimasto il brasiliano, che però inizialmente sembrava il primo della lista a dover lasciare la Liguria, tanto che lo stesso Preziosi si era espresso pubblicamente su di lui in termini non proprio lusinghieri). Gli unici colpi, a conti fatti, sono stati quelli di Frey (prevedibile: uno dei migliori numeri uno del torneo da anni) e di Granqvist (a sorpresa: lo sconosciuto difensore svedese non aveva neppure convinto appieno durante il ritiro estivo). 
E dunque, in inverno, rinforzi poderosi per seconda e prima linea, ma la terza pressoché abbandonata a se stessa: arrivato il solo brasiliano Carvalho, tutto da valutare all'impatto con la nostra Serie A, in un reparto costretto a fare i conti con lungodegenze alternate (la più duratura, quella del laterale Antonelli), assenze varie per squalifiche, cali bruschi di rendimento (Kaladze e Dainelli, quest'ultimo infine partito in direzione Chievo); e poi il caso Bovo, ex difensore del Palermo, ex Nazionale, e anche ex Genoa (stagione 2007/08), protagonista di una prima parte di campionato fallimentare e poi anch'egli cancellato da un lunghissimo infortunio. In più, l'incomprensibile gestione della fascia destra di difesa: lasciati partire negli anni i vari Tomovic, Sokratis e Rafinha, è rimasto il solo Mesto, per di più incappato in una delle sue peggiori stagioni. In pratica, una retroguardia che ha fatto affidamento per lungo tempo solo sulle strepitose parate di Frey. 
COPERTA TROPPO CORTA - Con una difesa così male in arnese, non puoi che puntare tutte le tue fiches su un gioco d'attacco asfissiante e produttivo: qualcosa di molto simile ai concetti zemaniani, insomma. Marino ci stava riuscendo: già predisposto per mentalità a un approccio tattico di questo genere, trovandosi tra le mani un'arma micidiale come Gila ha potuto dare libero sfogo alla sua fantasia e i risultati, perlomeno tra le mura amiche, si sono visti eccome, anche grazie a una condizione atletica rimessa a punto dopo gli stenti dell'epoca "malesaniana". Ma anche quei trionfi nascondevano la... polvere sotto il tappeto: nel senso che tre partite stradominate sono finite 3-2, con sofferenza incredibile nel finale. Ma, appunto, finché c'era il fuoriclasse d'attacco a sostenere questo atteggiamento spregiudicato, le cose più o meno filavano: dopo il crack di Alberto, come detto, buio totale.
PERSONALITA' - Chiaro, non è tutto qui. Fuori casa, ad esempio, si perde pressoché sempre. Da quando c'è Marino, quattro sconfitte (due con Gila, due senza). E, nella grigia domenica trascorsa, è arrivato, puntuale e ormai "maturo, pure il capitombolo casalingo, benché secondo alcuni "illuminati" al Ferraris si potesse tranquillamente porre rimedio sistematicamente alle figuracce esterne, come se stessimo parlando di Playstation e non di football. Manca la personalità: la devono dare elementi da campo e da spogliatoio come capitan Rossi e come i nuovi arrivati Biondini, Sculli e, decisivo anche in questo caso, Gilardino. Ma ci vuole tempo a lavorare sullo spirito e sugli attributi di una squadra che viene smontata e rimontata ogni sei mesi al di là delle esigenze tecniche e, parere personalissimo, economiche. Non si può creare un gruppo consolidato e duraturo, c'è un continuo viavai, i giocatori si sentono costantemente dei "precari" (di lusso, ci mancherebbe), e molti di quelli che arrivano sono giovanotti di fuorivia privi di esperienza e di malizia: avrebbero bisogno di stabilità per inserirsi, e invece attorno a loro tutto muta troppo rapidamente. 
LA SOCIETA' - E' una critica alla società? Sì, spiace dirlo. E lo dico qui perché farlo altrove, in spazi "ufficiali", è assai dura, in quanto, di default, le risposte sono grosso modo sempre le stesse: "Vai a seguire il Doria", "Trovami un altro presidente che sia meglio di Preziosi", "Ricordati sempre dei tempi della C1 e di Pizzighettone", "Sei un disfattista" e amenità simili. Molti tifosi hanno il difetto di ragionare per schematismi eccessivi, e senza mezze misure: se non è bianco, deve essere per forza nero. 
Non è così, ovviamente. Per l'ennesima volta, ripetiamo che la gratitudine verso Prez non verrà mai meno. Come potrebbe essere altrimenti, nei confronti di un uomo che ha riportato il Grifone in  Serie A e lo ha mantenuto stabilmente fra le prime dieci, sfiorando una volta la qualificazione alla Champions e portando a esibirsi a Marassi campioni di altissimo livello qualitativo? Ma l'apertura di credito non può durare in eterno, e non può impedire di stigmatizzare una maniera non sempre tecnicamente plausibile di allestire la squadra. 
Ci vogliono maggior linearità ed equilibrio nelle scelte: chi più spende meno spende, meglio investire su pochi giocatori affermati già esperti del nostro campionato (come si è fatto in gennaio, dopo le avventure estive) e su giovani italiani di prospettiva, piuttosto che dedicarsi ai consueti tourbillon di giocatori (troppe volte esteri, mai mi stancherò dibattere su questo tasto) che fanno perdere la bussola tattica, privano il gruppo di un'anima e che magari, se sul momento paiono convenienti, alla lunga vengono a costare di più, perché portano con loro il surplus di spesa indotto dal dover rimediare agli errori compiuti, ormai decisamente troppi. Senza contare che con questi continui stravolgimenti è pressoché impossibile operare una programmazione tecnica che vada al di là del tranquillo mantenimento della categoria: che è importante, ma gli appassionati hanno bisogno di sognare, di poter puntare a un traguardo più alto di quello dell'anno prima, e anche i calciatori, per moltiplicare il loro rendimento, necessiterebbero di vedersi alzare ogni tanto l'asticella, altrimenti rischiano di sedersi, e di avvitarsi in una routine che nello sport è alla lunga dannosa.  

mercoledì 22 febbraio 2012

PICCOLO AVVISO AI "NAVIGANTI"

Un brevissimo post innanzitutto per ringraziare i tantissimi che, nella settimana del Festival di Sanremo, sono venuti a dare un'occhiata da queste parti. Non cito dati, perché in fondo si tratta di numeri risibili se paragonati a quelli dei più grandi e popolari blog della rete, ma l'incremento rispetto ai mesi e alle settimane precedenti è stato enorme, esponenziale, e sono cifre che comunque mi riscaldano il cuore e mi fanno piacere, se penso che il mio è uno spazio nato da poco, che non è inserito in alcuna piattaforma blogosferica professionale e che quindi non può godere di grande visibilità e promozione, al di là di quella che cerco di creare io (ad esempio tramite Facebook). L'interesse con cui sono stato seguito mi ha causato positive scariche di adrenalina e mi ha spinto a dare il meglio. Grazie, grazie a tutti davvero!! 
Ora la full immersion sanremese, con uno o anche due articoli al giorno, è finita: ogni tanto ritornerò sull'argomento, nei prossimi mesi, sia per valutare l'impatto dei brani in gara sulle classifiche di vendita, sia per ipotizzare scenari futuri relativi al dopo - Mazzi; mi piacerebbe inoltre recensire almeno un paio di album degli artisti visti all'Ariston (non di più, perché i dischi non mi arrivano gratis e li debbo acquistare, e i tempi, economicamente parlando, sono quello che sono, ahimè). Per il resto, cercherò di fare altre recensioni, su quello che vedrò, leggerò e ascolterò: cinema, teatro (ogni tanto frequento), concerti e libri. 
Sanremo era uno degli eventi clou su cui avevo deciso di puntare per l'anno 2012: direi che sono riuscito nell'intento. Sono soddisfatto, e in questo momento così difficile per me è una piccola - grande gioia che comunque mi porterò dentro. Poi, questo blog era nato per parlare anche di calcio, di Nazionale italiana  soprattutto: tornerò a farlo, già la settimana prossima gli azzurri giocheranno nella mia città e vedrò di scrivere qualcosa sul match con gli USA. L'altro evento clou dell'anno sono gli Europei, sui quali vorrei poter fare tanti post sia prima sia in corso di torneo. 
Occhio, però: tutto dipende dalla piega che prenderà nei prossimi mesi la mia vita. E siccome sono in vena di confidenze, ribadisco che per me non è una fase semplice: cerco un lavoro, per il momento mi arrabatto tra poche precarietà momentanee e periodi di inattività. Posso così dedicarmi maggiormente al blog ma se, un bel giorno, dovesse arrivarmi una sistemazione professionale, allora il tempo da riservare a questo mio progetto web potrebbe diminuire. Lo dico perché mi piace essere onesto con tutti, ma in ogni caso per il momento non pensiamoci. Ci rileggiamo prestissimo, già nei prossimi giorni.  

martedì 21 febbraio 2012

FESTIVAL DI SANREMO: ANALISI DELLA GESTIONE MAZZI (SECONDA PARTE)

Quello esposto nel precedente post (a grandissime linee, perché non basterebbe un voluminoso libro per analizzare il tutto) era il quadro che si presentò davanti a Gianmarco Mazzi, richiamato al capezzale del "grande malato" assieme a Paolo Bonolis per allestire il Sanremo 2009. Il manager veronese, come un perfetto surfista, riuscì a intercettare e a cavalcare tutte le onde che segnalavano, a chi le avesse volute cogliere, la direzione da far prendere alla rivoluzione. Sì, perché il Festival doveva cambiare, e cambiare radicalmente, se non voleva morire. Così fu, passo dopo passo, atto rivoluzionario dopo atto rivoluzionario, nonostante l'iniziale freddezza della grande discografia (che vedeva malissimo soprattutto il mantenimento delle cinque serate). Il nuovo format messo a punto, a conti fatti, è quanto di più lontano dalla liturgia della "messa cantata" sanremese a cui Baudo mai avrebbe rinunciato. 
Quali gli elementi chiave di questo corso veramente nuovo? Vediamo di schematizzare: 1) La gara ritorna veramente tale: basta privilegi per i Big, tutti sono sottoposti a crudeli eliminatorie, con votazioni ed esclusioni praticamente tutte le sere; 2) All'interno dello spettacolo si moltiplicano i momenti extra - canori, con numeri di arte varia: ci sono balletti, l'alta moda, interviste ad attori e personaggi glamour (come la principessa Rania di Giordania, nel 2010), persino pillole di letteratura; 3) Eventi sbanca Auditel: per due volte, nel 2009 e nel 2011, interviene Roberto Benigni, nel 2012 Adriano Celentano; 4) Allestimento di serate a tema in onore della musica italiana: nel 2010 si festeggia il 60esimo compleanno del Festival con un galà a cui partecipano dieci superstar della nostra canzone (dei quali uno "acquisito", Miguel Bosè), l'anno dopo è tempo di celebrare il 150esimo dell'Unità d'Italia, per cui ecco tutti gli artisti in gara fra i Big proporre una loro versione di grandi classici della musica nostrana di questo secolo e mezzo; la settimana scorsa, infine, "Viva l'Italia nel mondo" serata happening in cui grossi calibri del panorama mondiale di oggi e di ieri arrivano all'Ariston per interpretare evergreen del repertorio italico che hanno avuto successo anche all'estero; 5) Introdotta proprio da Mazzi e Bonolis nel 2005 e mantenuta persino da Baudo, si consolida la tradizione della serata dei duetti, in cui i Big in gara si fanno accompagnare sul palco da altri esponenti del mondo musicale (soprattutto italiani, con qualche sporadica incursione fuori confine) per offrire una versione più o meno diversa dei pezzi in concorso; 6) Ci si apre ai due fenomeni musical - televisivi del momento: i talent show, i cui esponenti sbarcano in massa all'Ariston, e il televoto via sms, che finisce col premiare quasi sempre proprio i suddetti ragazzi, i cui fans, lo si è detto prima, hanno parecchia dimestichezza con questo sistema di votazione. 
Da tutto ciò è scaturito un evento decisamente svecchiato e quindi più appetibile per diverse fasce di pubblico televisivo. Perlomeno nelle prime due edizioni, affidate non a caso a presentatori brillanti come il duo Bonolis - Laurenti prima e Antonella Clerici poi, crebbe il ritmo dello show e diminuirono le lungaggini dovute a rallentamenti e tempi morti. E' aumentato l'appeal delle canzoni in gara, che paiono costruite secondo linee di maggiore orecchiabilità e "radiofonicità" (in linea generale), pur non mancando proposte più elaborate e ricercate. E' cambiato anche il metodo di selezione dei brani in gara nella categoria principe: niente più commissione di selezione che sceglie fra le tante proposte avanzate, i Big sono "invitati" secondo criteri  a discrezione della direzione artistica, la quale quindi sostiene a più riprese che non esistano più "esclusi": ciò che aveva fatto Baudo nel '95 e nel '96, più o meno. Il discorso degli inviti è in realtà molto aleatorio: ogni anno c'è sempre e comunque un cospicuo numero di cantanti che invia brani per partecipare (quest'anno, ad esempio, fra gli altri Marcella, Fausto Leali, Syria, Iacchetti) e che vengono "respinti": che siano "esclusi" o "non invitati", la sostanza non cambia poi molto... 
Il ruolo dei giovani cantanti in questo quadriennio sanremese merita una trattazione un po' più approfondita. Sulla categoria "del futuro" si è puntato massicciamente in occasione della prima delle quattro edizioni: in quel 2009, fece discutere il cast dei Big, ancora imbottito di cantanti jurassici senza più mercato, ma per le le "nuove proposte" si fece un lavoro eccellente: quell'annata ha sfornato nomi come Arisa, Malika Ayane, Simona Molinari, Irene Fornaciari, più "farfalle ancora nel bozzolo" ma di indubbio valore come Karima e Chiara Canzian. La gara fra i debuttanti venne valorizzata al massimo anche dal punto di vista televisivo, con l'allestimento di una serata dedicata in cui dieci veterani della musica italiana, da Ornella Vanoni a Pino Daniele, da Gino Paoli e Lucio Dalla e a Lelio Luttazzi, vennero a far da padrini ai dieci concorrenti in erba, esibendosi assieme a loro sia col pezzo in concorso sia con celebri brani del loro repertorio. 
Gli anni successivi sono arrivati Nina Zilli e Raphael Gualazzi, però la gara è stata un po' penalizzata, con la collocazione ad orario troppo tardo per poter garantire adeguata visibilità mediatica a questi volti nuovi. In ogni caso, questo lavoro sul vivaio sanremese, abbinato al ricorso, a volte massiccio e altre meno, ai "figli dei talent", ha portato al tanto sospirato "ricambio generazionale" dei cantanti del Festival. Una prima ondata di gioventù si era avuta nel 2010, con un cast nel quale comparivano Fabrizio Moro, Arisa, Malika, Sonhora, Mengoni, Noemi, Povia, Scanu, la Fornaciari (coi Nomadi); meno marcata la linea verde nel 2011, con la ricomparsa di alcuni jurassici ma la presenza comunque rassicurante di Giusy Ferreri, Nathalie, Modà con Emma; e quest'anno, abbiamo avuto un "listone dei big" coi ritorni di Emma, Arisa, Irene e Noemi, e in più Dolcenera, Carone e Chiara Civello. Sì, finalmente Sanremo si è aperto all'aria nuova della musica italiana, che è molto più profumata e inebriante di quanto qualche "nostalgico a prescindere" voglia credere e far credere: è chiaro che, da questo punto di vista, indietro non si possa più tornare. 
Questo, dunque, è stato il Sanremo made in Mazzi. La successione non si presenta facile, e l'invito alla Rai è di non caricare tutto il peso dell'organizzazione sulle risorse interne, come invece pare si voglia fare. Si vada a pescare un altro manager di esperienza nel settore discografico, e ci si affidi a fuoriclasse autentici della musica, che so, un Dalla, oppure un Mauro Pagani. Non si sa se l'addio del veronese comporterà anche quello di Lucio Presta, negli ultimi anni eminenza grigia del Festival, importante elemento di raccordo, equilibrio e genio. Sui cambiamenti della formula, è chiaro che molto di questi quattro anni andrà conservato: ci sarà casomai da pescare con maggior coraggio selettivo dai talent, guardando cioè a chi può davvero dare di più in prospettiva alla musica italiana e non al divetto usa e getta del momento, ma si tratta di una realtà che non può comunque essere ignorata. Così come non si può rinunciare al televoto, ma andranno adottati sistemi per renderlo meno decisivo nell'esito finale della gara. Occorrerà restituire ancor più centralità alla musica (che però alla fine, celentanate a parte, in quest'ultimo Festival il suo posto al sole se lo è ritagliato eccome) e lavorare ancora sul rapporto col web e coi social network, assolutamente imprescindibile per la musica e quindi per il Festival del futuro: finora si sono fatti solo timidi tentativi, non in altra maniera riuscirei a definire il concorso parallelo online per giovani cantanti del 2009, finito nel dimenticatoio, e anche il Sanremosocial di quest'anno, poiché una selezione di nuovi talenti attraverso le votazioni su Facebook non mi sembra proprio la via migliore per portare alla ribalta ragazzi veramente dotati e promettenti. Ma di Sanremo 2013 (ed oltre) ci sarà modo di riparlare ampiamente.  (2 - FINE). 

FESTIVAL DI SANREMO: ANALISI DELLA GESTIONE MAZZI (PRIMA PARTE)

E così, a Sanremo è finita un'epoca. Sabato notte, col trionfo di Emma, si è ufficialmente chiusa l'era di Gianmarco Mazzi, il direttore artistico delle ultime quattro edizioni del Festival, che ha deciso, proprio alla vigilia della finalissima, di passare la mano. Diciamo subito che non è cosa da poco. Il fatto non può essere liquidato come un semplice avvicendamento: si apre una fase difficile, come sempre quando si lascia un porto sicuro per avventurarsi in un mare inesplorato e procelloso.
Un'analisi del quadriennio "mazziano" non può che partire da... Pippo Baudo, il suo predecessore nel ruolo; o più precisamente, dal suo ultimo Festival, quello del 2008. Facciamo un veloce flashback: il popolarissimo anchorman siciliano, nel 2007, era ritornato per la terza volta alla guida della kermesse, dopo i fasti di metà anni Novanta e una prima fase "restaurativa" da lui pilotata nel biennio 2002 - 2003. Ed era andato tutto bene, fin troppo: si era reduci da due edizioni che già avevano visto Mazzi ricoprire il ruolo di "direttore artistico musicale" e dividere la responsabilità dell'allestimento dello spettacolo con grossi calibri televisivi, Bonolis prima e Panariello poi. In estrema sintesi, trionfale il 2005, deludente il 2006 (soprattutto sul piano degli ascolti), comunque due Festival dal format rivoluzionario, soprattutto per il ripristino di una selettivissima gara a eliminazione anche per i Big. Dopo due anni di sperimentazione, si decise quindi di tornare alla "formula Baudo", che è poi anche la "formula Gianni Ravera", quella più tradizionale, e per lungo tempo vincente, della rassegna: divisione fra big e giovani, con finale assicurata per i primi,  tanti artisti in gara, ospiti stranieri cantanti e pochi altri elementi di contorno. 
Nel 2007, si diceva, vi era stato un ottimo riscontro di pubblico e di critica, forse per la scelta di un cast variegato nella categoria principe, per la presenza di debuttanti promettentissimi e dalle proposte non banali, di comici sulla cresta dell'onda e di vedettes internazionali in testa alle preferenze dei giovani e giovanissimi. Ci si avviò dunque con fiducia e serenità verso il Festival 2008, costruito grosso modo sullo stesso canovaccio, e che invece si rivelò un flop pauroso, con ascolti televisivi a picco. In quel momento, il "Sanremo" fu addirittura a rischio sopravvivenza. Il disastro era stato frutto, certo, di scelte artistiche non sempre felici nell'allestimento del cast dei concorrenti e degli ospiti, ma anche di una formula che, improvvisamente,  aveva mostrato tutto in un colpo la propria inadeguatezza ai tempi in vorticosa evoluzione. 
Era, quello, un momento di profondissimo cambiamento dei due mondi entro cui la kermesse si muove, quello della musica leggera e quello della tv. Nel primo stava manifestandosi in maniera sempre più acuta il crollo del mercato discografico, con la progressiva affermazione della modalità digitale di consumare i prodotti musicali, il secondo vedeva emergere, fra le altre cose, un autentico stravolgimento della concezione stessa di show televisivo (lontana anni luce dall'estetica e dalle modalità espressive Settanta - Ottanta - Novanta), l'instaurarsi di una vera e propria dittatura Auditel e mutamenti radicali nei gusti del pubblico, che han portato al tramonto di format televisivi un tempo inaffondabili e all'affermazione, anche qui, di modalità nuove di fruizione dell'offerta, da Internet ai canali satellitari, al digitale terrestre. 
A cavallo fra i due mondi si collocò il crollo della musica in formato "catodico": proprio in quel 2008 saltava all'ultimo momento il Festivalbar, che mai più avrebbe fatto la sua comparsa: una di quelle trasmissioni storiche improvvisamente diventate vecchie e demodé, di cui si accennava poco sopra; più in generale, perdevano appeal contenitori musicali strutturati in maniera tradizionale, sullo stile del vecchio Discoring, tanto che perfino un'istituzione internazionale come Top of the pops sembrava non avere più la solidità di un tempo. La musica in tv, a parte il Sanremo boccheggiante, diventava sempre più quella dei cosiddetti talent show, trasmissioni - fucine di lancio di giovani cantanti attraverso modalità da reality show. Uno scouting artistico molto discutibile nell'impostazione, nello stile e negli esiti, ma che ben presto si scoprì essere fondamentale, in quanto nuova via alla scoperta di nuovi talenti, laddove  i vivai delle case discografiche cominciavano a segnare il passo e le rassegne canore per debuttanti, un tempo in numero financo eccessivo, erano quasi del tutto scomparse.
Attorno a questi show, e ai personaggi da essi creati, prese forma un autentico delirio collettivo che dura ancora oggi: questi cantanti in erba diventano autentiche divinità per stuoli di ragazzini letteralmente impazziti, che inondano forum e blog di messaggi, coalizzandosi in massa contro chi osa anche solo avanzare dei dubbi sulle qualità artistiche dei loro idoli, e votano compatti tramite sms ogni volta che "scatta il televoto" e che occorre spingere il proprio beniamino verso il trionfo nella puntata di turno di "Amici" o "X Factor". Il televoto: altro fenomeno che sconvolge il rapporto fra chi fa musica e televisione e chi la fruisce. (1-CONTINUA).


domenica 19 febbraio 2012

SANREMO 2012: BILANCIO FINALE

Nel lungo romanzo del Festival di Sanremo, il capitolo dedicato al "quadriennio Mazzi" (il direttore artistico dimessosi ieri alla vigilia della finale) sarà probabilmente intitolato "Dittatura talent". Sbrigativo e non certo rappresentativo in toto della complessa realtà sviluppatasi all'Ariston e dintorni dal 2009 al 2012, ma certo ineccepibile sul piano puramente statistico, perché l'albo d'oro non mente: in quattro edizioni, tre vittorie di "Amici di Maria", alle quali possiamo aggiungere quelle, fra i Giovani, di Tony Maiello nel 2010 (passato da X Factor) e , a buon peso, di Alessandro Casillo l'altroieri (reduce da "Io canto"). 
EMMA, PERCHE' NO? - Ora però bisogna intendersi: generalizzare è sempre sbagliato, ogni caso va analizzato nella sua unicità, e, in soldoni, faccio estrema fatica a mettere sullo stesso piano i trionfi di Marco Carta (soprattutto) e Valerio Scanu e quello, fresco fresco, di Emma. I primi due erano stati per diversi aspetti scandalosi: quello di Carta per il dubbio talento, la scarsa preparazione tecnica e la bassa qualità del brano presentato, quello di Scanu perché in concorso c'erano almeno cinque - sei canzoni superiori. Per Emma, sinceramente, non me la sentirei di gridare allo scandalo: dei tanti prodigi o presunti tali usciti da questi benedetti talent, lei è sicuramente uno dei più "solidi", sia nell'attualità sia come prospetto. Personalità e doti interpretative non le mancano, e "Non è l'inferno", l'ho già scritto nel pagellone di ieri, era modellata su misura per puntare al primo posto, una canzone di stampo festivaliero aggiornata secondo i crismi degli anni Duemila.
Allo stesso modo, non trovo inopportuno il richiamo, nel testo, alla drammatica realtà italiana: c'è chi ha parlato di paraculismo e ruffianeria, e posso anche capire, ma sinceramente io trovo sufficientemente credibile una giovane donna, da poco arrivata al successo, che canta del lavoro che manca e delle difficoltà ad arrivare a fine mese, e ricordo che quella che stiamo vivendo non è una crisi come tante altre che questo sventurato Paese ci ha "regalato": è una tragedia sociale che sta praticamente cancellando sogni e prospettive di vita di una generazione, e, se è vero che Sanremo è in parte specchio della nazione, credo sia persino doveroso che non rimanga chiuso in una bolla di vetro e che, anzi, amplifichi anzi tutto questo disagio. 
DOLCENERA IN... ZONA UEFA -  Questo in linea generale. Poi ci sono le valutazioni sulla qualità dei brani, che però a caldo sono in larga parte personali e solo sul lungo periodo potranno diventare più oggettive e tecniche: secondo me, ad esempio, Dolcenera ha portato quest'anno il miglior pezzo della sua carriera, e uno dei migliori in assoluto della rassegna: il solito brano che può godere di vasti consensi a Festival concluso, ma che nella gara canora, di solito, si ferma a ridosso del podio o poco più indietro, come è avvenuto. Così come non può sorprendere l'esclusione dal sestetto finale delle elaborate proposte di Bersani e Finardi, pur così diverse fra di loro. Riguardo ai primi tre, la sorpresa non è tanto Arisa, la cui canzone è assolutamente in linea con la tradizione melodica italiana e sanremese ed è stata impreziosita da una interpretazione di mostruosa perfezione e oltremodo sentita, ma Noemi, della quale del resto avevo già sottolineato lo straordinario talento vocale e la pregevolezza di un brano orecchiabile ma al contempo non banale, una disincantata ballad sulle pene d'amore con un ritornello quasi ossessivo che non può non farsi ricordare. 
TALENT E TELEVOTO ANCHE IN FUTURO - Già, Noemi: anche lei figlia di un talent, l'X Factor targato Rai. Ed è bene sia chiaro fin da ora che, nonostante la gestione di Gianmarco Mazzi sia giunta al termine (ma mai dire mai, nel mondo dello spettacolo: probabile che fra qualche anno ritorni), continuerà l'influsso sul Festival di questi particolarissimi (e per certi versi discutibili) show per aspiranti cantanti: è una realtà che, piaccia o meno, non è possibile ignorare nel mercato musicale odierno, alla luce delle crescenti difficoltà nel fare scouting che le case discografiche incontrano. Allo stesso modo, per lungo tempo non si potrà fare a meno del televoto, per tanti motivi.
Ciò che si può fare, come ha sottolineato anche l'esperto sanremese Eddy Anselmi, è trovare un sistema per ammorbidirne l'influenza sull'esito finale: se la superfinale a tre viene decisa solo dagli sms, e se fra questi tre c'è Emma o un altro "talent", il verdetto è scontato e purtroppo questa è stata una triste costante del quadriennio in oggetto (se ieri, magari, fosse arrivato all'ultimo rush un Francesco Renga, che al televoto vinse nel 2005, tutto sarebbe stato più incerto). Perché, ma è solo il primo esempio che mi viene, non inserire un voto di qualità anche per la sfida conclusiva (ma di esperti veri, però, non attricette improbabili che di musica ne sanno meno di me)? 
SANREMO O TELEPROMOZIONE? - La finalissima (che viene vista in ogni caso in misura oceanica, l'Auditel lo dimostra) si è in effetti retta in questi anni quasi esclusivamente sul pathos presunto della gara, che però anche ieri sera è risultato assai annacquato, per le ragioni suddette. Lo schema della serata conclusiva ha ricalcato in effetti quello, non troppo esaltante, di dodici mesi prima. Subito le dieci finaliste, con ritmi piuttosto sostenuti, poi una lunga attesa dei risultati da riempire con elementi di spettacolo non sempre convincenti. Gradevole ma non di grandissimo impatto Geppi Cucciari (che del resto non è artista da "far venire giù  il teatro", come aveva fatto la sera precedente Alessandro Siani, a proposito del quale si può ben dire: è nata una stella), che però guadagna punti grazie all'appello per la liberazione di Rossella Urru, sempre suggestiva la presenza dei Cranberries (da loro una lezione su come si possa sempre rimanere fedeli a un proprio stile musicale riuscendo però a non essere ripetitivi, e pazienza se Dolores ha dichiarato di non conoscere quasi nulla del repertorio musicale sanremese, glielo perdono volentieri!).
Dopodiché mi è venuto il sospetto di aver sbagliato canale, e di essere su una colossale telepromozione dei programmi Rai prossimi venturi, tipo "ApriRai" o il vecchio "Sette giorni tv": da Max Giusti a Lorella Cuccarini, fino al cast della fiction su Walter Chiari (e il venerdì era stata la volta del "giovane Montalbano" e dei protagonisti di "Ballando con le stelle"), mi è parso non mancasse proprio nessuno: forse un po' di buon gusto non guasterebbe: gli spot proposti a manetta negli intermezzi pubblicitari dello stesso Festival non erano sufficienti? Allungare meno il brodo delle serate precedenti e riservando per la finalissima qualcuno degli ospiti fatti sfilare da martedì a venerdì magari a tarda notte non sarebbe stato più funzionale alla buona riuscita dello show? E perché non aumentare il numero dei Big finalisti o, in alternativa, riservare all'apertura del Galà del sabato l'ultima sfida dei Giovani, che cosi ne guadagnerebbero in visibilità? Tutte domande che rimarrano senza risposta, grazie al pollice in su di Re Auditel.
IL PREVEDIBILE CELENTANO - Beh, certo, poi c'era Celentano, ma è stato tutto molto prevedibile: qualcuno pensava davvero che sarebbe tornato sui suoi passi chiedendo scusa? Qualcuno pensava che le giustificazioni per la  battuta - disastro sulla chiusura dei giornali sarebbero state convincenti (si è appellato all'uso del dovrebbero", ma non mi pare fosse il condizionale il nocciolo del problema)? Qualcuno pensava che non ci sarebbe stata qualche contestazione in sala, prontamente rintuzzata da applausi scroscianti non appena il molleggiato si fosse messo a cantare (promuovendo ovviamente il suo disco, anche questo prevedibile ma assolutamente legittimo, non vedo perché non avrebbe dovuto farlo e perché la cosa, per Aldo grasso, fosse così "triste")? Suvvia...
RICAMBIO GENERAZIONALE - E' stato un Festival con un buon livello musicale, pur senza picchi particolari, in linea grosso modo con gli ultimi due. Rispetto al 2011, si è forse puntato su una maggiore semplicità nella costruzione musicale, e quindi sull'orecchiabilità Ci sarà modo di ritornare sulla fine dell'era Mazzi (e conto di farlo già nei prossimi giorni), tuttavia già qui mi preme di sottolineare come l'ormai ex Direttore Artistico, fra i tanti meriti, si sia ascritto quello di aver svecchiato, gradualmente e in punta di piedi, la rosa dei partecipanti. Si era partiti, nel 2009, con una gara che schierava Al Bano, Fausto Leali, Patty Pravo e Iva Zanicchi; l'anno dopo, l'edizione da me preferita, una "violenta" ondata di gioventù, mitigata nel 2011 col ripescaggio di qualche grande vecchio e habituè della kermesse. Siamo arrivati nel 2012, e il cast dei Big ha presentato Dolcenera, Arisa, Irene Fornaciari, Nina Zilli (prodotti del vivaio sanremese negli anni Duemila),  Emma, Pierdavide Carone (da Amici) e Noemi (X Factor). In più una ragazza ancora sconosciuta al grande pubblico italiano, Chiara Civello, stella del jazz. Bersani e Renga, così come d'Alessio e i Marlene Kuntz, non sono più di primo pelo ma neanche "vecchi", e sempre più o meno sulla cresta dell'onda. Fra i veterani, Dalla (che non veniva in gara da quarant'anni, giova ricordarlo) ha solo fatto da discreto accompagnatore a Carone, i Matia erano assenti dal 2005, Finardi dal '99 e solo alla terza partecipazione, l'unica vera assidua  presente è stata la Berté, peraltro in un "format" particolare con D'Alessio. Sì, il ricambio alla fine c'è stato: almeno al "Sanremofestival", l'Italia non è un Paese per vecchi. 
I CONDUTTORI - Due parole infine sulla squadra dei presentatori. Mi perdonerà Morandi, ma non mi ha convinto l'anno passato e tantomeno lo ha fatto questa settimana. Però in parte lo assolvo, per due motivi: 1) nonostante le esperienze ormai non più sporadiche sul piccolo schermo, non è un anchcor man; 2) la colpa è degli autori: non un guizzo, non un piacevole imprevisto nei loro testi. Certo, poi il Gianni è parso spesso poco reattivo nel non raccogliere certe battute. Stanchezza, lo posso capire. Capisco meno la presenza di Ivana Mrazova, la valletta (termine che le donne di spettacolo non gradiscono molto, ma in questo caso altro non era) meno incisiva di tutta la storia recente della kermesse. Di Rocco Papaleo ho scritto forse troppo poco in questi giorni, ma quel poco l'ho fatto col cuore: è un grande e poliedrico attore, il suo stralunato e ingenuo distacco, un po' recitato un po' autentico, ha reso più umana tutta la macchina Festival e più sopportabili le lunghe pause fra una canzone e un'altra, fra un ospite e un balletto. Io preferisco sempre mettere in primo piano i cantanti, ma, al di fuori della gara, auspico che Sanremo 2012 venga ricordato col volto beffardo, amico e comunicativo di Rocco, piuttosto che con quello di Celentano.