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martedì 6 marzo 2012

PANARIELLO... ESISTE, MA E' SEMPRE UGUALE A SE STESSO

Attendevo con curiosità, lo ammetto, il ritorno in tv di Giorgio Panariello. La sua avventura ad alti livelli sul piccolo schermo si era bruscamente fermata nel 2006, in seguito a un Festival di Sanremo non particolarmente fortunato, a causa, occorre dirlo con onestà, della sua conduzione assai poco brillante. Da allora, un esilio un po' voluto e un po' forzato, fra esperienze teatrali, cinematografiche e... pubblicitarie. Certo, tutto assai remunerativo, ma di certo lontano anni luce dai trionfi di inizio secolo, con gli spettacoli del sabato sera su Rai Uno, le varie edizioni di "Torno sabato", la Lotteria Italia... 
RITORNO IN TONO MINORE - Orbene, rieccolo, il toscanaccio. "Panariello non esiste", questo il titolo del nuovo "one man show" partito ieri sera su Canale 5 e in onda anche per i prossimi tre lunedì. Titolo, ha raccontato il comico nel corso della trasmissione, derivante dall'involontaria battuta di un bimbo che, avvistatolo un giorno per strada, era rimasto profondamente sorpreso in quanto convinto che, nella realtà, Panariello non esistesse, fosse l'equivalente di un Gormita, di un eroe dei cartoni animati. Ecco, non si offenda il caro Giorgio, ma proprio nel titolo risiede la parte più originale del suo nuovo spettacolo. Tutto il resto è un lungo dejà vu, dall'inizio alla fine. Lo schema è, sostanzialmente, quello del varietà televisivo classico, riveduto e corretto secondo gli stilemi di fine anni Novanta - primi Duemila, in pratica lo stesso format delle sue trionfali "prime serate" dei tempi d'oro targati Rai, il che induce anche a una riflessione più ampia sulla nostra tv generalista che non riesce a rinnovarsi, a proporre idee nuove, che è tuttora ancorata a modelli vetusti, sfruttati e consumati fino all'osso. 
Panariello, in questa sua nuova avventura, non rischia alcunché, preferisce percorrere sentieri già battuti. La struttura dello spettacolo è, si diceva, quella di sempre, nota e stranota, come se quasi dieci anni non fossero mai passati: lui, il mattatore, al centro della scena coi suoi monologhi, la figura femminile a supporto attivo, con Nina Zilli che prende idealmente il posto di Tosca D'Aquino ("Giorginoooo!!!!": ve la ricordate?), ospiti di varia provenienza, soprattutto musicale, legati da un fil rouge non propriamente esaltante: si intravede la volontà di ritagliare per tutti loro un ruolo attivo nel contenitore - spettacolo, un'apparizione che vada al di là della comparsa promozionale, ma quasi mai l'intento viene raggiunto, probabilmente per scarsa vena autoriale (gli autori: altro drammatico problema della televisione nostrana, già emerso fragorosamente in occasione dell'ultimo Sanremo); unica eccezione, quella di Vincenzo Salemme, protagonista "alla pari" col padrone di casa di uno sketch, peraltro non riuscitissimo, che ha tentato la via della satira politica attraverso una rivisitazione della celeberrima lettera di Totò e Peppino alla Malafemmina, con Merkel e Sarkozy nei panni dei due grandi attori napoletani: "forgettable", direbbero gli inglesi, fra battute strascinate e stantìe e una scarsa intesa fra gli stessi protagonisti. 
PANARIELLO: QUALE COMICITA'? - Qui si entra in un altro campo minato: la comicità di Panariello. Una comicità che, secondo molti, "non esiste", parafrasando il titolo della trasmissione. Io ci vado un po' meno pesante e dico che, nelle sue migliori espressioni, il buon Giorgio mi fa al massimo sorridere, non sbellicare. Ma, anche qui, si scopre l'acqua calda. E' lo stesso, identico stile che un decennio fa ne ha decretato il boom, per alcuni inspiegabile, ma che una sua logica ce l'ha. E' una comicità che non spacca, ma accarezza; che non fa venire giù il teatro, ma lo fa applaudire con discreta convinzione. Non è la comicità da tormentone zelighiano: è una comicità morbida che parte  idealmente dalla cifra stilistica del Drive In per giungere a quella di Colorado, passando attraverso certi momenti da Bagaglino (fatto salvo il linguaggio, meno colorito). Usando una terminologia calcistica, i comici come Panariello sono dei mediani della risata, dei faticatori, degli onorevoli professionisti la cui pagella non può andare al di là del 6,5, nelle giornate di vena. I fuoriclasse, i Messi della situazione, sono altri e sono altrove, e però con questo stile discreto e mai sopra le righe Panariello si è saputo conquistare la sua nicchia, che evidentemente in quella particolare fase storica aveva bisogno, oltre che della satira puntuta, oltre che dei mattatori alla Fiorello, anche di risate semplici, elementari, all'acqua di rose.  In fondo non vi è nulla di male, e del resto, sempre più o meno all'inizio di questo secolo, diventarono un autentico fenomeno mediatico I Fichi d'India, la cui carica esilarante sfugge di certo a me e, credo, anche alla  maggior parte delle persone dotate di buon senso. Per non parlare di un altro boom tuttora inspiegabile, quello di Boldi negli anni Ottanta. Milioni di italiani incantati davanti al suo Max Cipollino, da non credere.
All'acqua di rose, dicevamo: così è la comicità di Panariello: i suoi personaggi "storici", ai quali ier sera si è aggiunto il brontolone "Sirvano", regalano battute banali, un po' scontate, ma che smuovono qualcosa dentro chi è giunto a casa dopo una dura giornata di fatica e vuole solo rilassarsi, senza pensare troppo. E', anche, una comicità un po' da "vorrei ma non posso": vorrebbe, ad esempio, mettere nel mirino la situazione politica ed economica, ma lo fa senza osare troppo, fermandosi al prevedibile o comunque alla stilettata di striscio, senza affondare il colpo. 
NINA ZILLI, JAMES TAYLOR E I MEDICI CLOWN - Riguardo al... resto dello show, c'è una Nina Zilli ancora nel bozzolo: si intuiscono, cioè, buone potenzialità da spalla a tutto tondo di Panariello (mastica pure l'inglese, cosa che nessuno dei presentatori italiani di Sanremo era in grado di fare, per dire), ma per il momento rimane un po' sulle sue, con pochi e mirati interventi. Molte ospitate inutili o, se vogliamo, inefficaci, esclusa quella di James Taylor, che per la sua eccezionalità meritava una collocazione oraria più consona. Da rimarcare il rilievo dato alle iniziative umanitarie, come quella dei medici clown, ai quali non saremo mai abbastanza grati per come riescono ad alleviare le sofferenze dei bambini ospedalizzati. 

giovedì 1 marzo 2012

DOPO ITALIA - STATI UNITI: LA NAZIONALE PEGGIORE, URGONO BALOTELLI E ROSSI

Irritante, più che preoccupante. E' questa la sensazione, comunque sgradevole, lasciata dalla Nazionale "genovese", fallimentare su tutti i fronti, checché ne dica un Prandelli ottimista forse solo per... necessità mediatica.  Irritante, perché è mancato totalmente l'approccio mentale alla gara. Su questo blog, si è più volte scritto che l'attuale rappresentativa azzurra è sì inferiore a tante edizioni del passato, ma è comunque un buon gruppo, con individualità di assoluto spessore, nonostante il momento un po' così della scuola italiana; non essendo squadra di fenomeni, tuttavia, non può permettersi di affrontare una qualsivoglia gara senza rabbia, voglia, concentrazione: in quel caso può perdere o fare figuracce con chiunque. 
NON SONO PIU' CENERENTOLE - Non che gli Stati Uniti fossero gli ultimi arrivati, per carità. Nel corso degli anni Duemila la loro crescita calcistica è stata sensazionale, con punte di eccellenza nel Mondiale 2002 (quarti di finale) e in quello del 2010 (ottavi di finale): nelle due circostanze, tanto per dire, risultati superiori a quelli contemporaneamente ottenuti dalla nostra Nazionale, fermatasi agli ottavi in Corea e addirittura al primo turno in Sudafrica. Insomma, affrontare gli americani oggi non è come quando li si affrontava venti o trenta anni fa. Ciò non toglie che si tratti di compagine comunque abbordabile, da parte di un'Italia in condizioni perlomeno decenti. 
L'ITALIA PIU' BRUTTA - Torniamo dunque al punto di partenza. Non riesco a interpretare la soddisfazione finale del CT se non come dichiarazione di facciata, per evitare lo svilupparsi di inopportune tensioni all'avvicinarsi di un appuntamento importantissimo per il nostro calcio, un Europeo dal quale non ci aspettiamo una vittoria, ma di certo un pieno riscatto di risultati e di immagine dopo lo scempio lippiano all'ultimo Mondiale. Oppure si è trattato di una reazione sincera ma "drogata" da quanto avvenuto nell'ultimo quarto d'ora, l'unica fase giocata dai nostri, se non con ordine e lucidità, quantomeno con rabbia e voglia di fare. Per il resto, sul prato di Marassi miracolosamente rimesso a nuovo in poche ore (ma quanto durerà? Visti i precedenti, non è che ci sia molto da sperare) gli azzurri hanno fornito la loro prestazione forse peggiore, da quando questa rappresentativa è "sbocciata", ossia da quel pareggio amichevole in Germania che personalmente ho sempre considerato il vero punto di partenza di questa fase di rinascita. Da allora, ed era il febbraio 2011, la nuova Italia aveva quasi costantemente espresso caratteristiche ben precise: aggressività, voglia di imporre il proprio gioco, voglia di cercare la trama ben elaborata, a volte anche a scapito della concretezza; e poi, personalità via via sempre più in rilievo anche al cospetto di avversari di primo piano (i tedeschi o la Spagna) o in ambienti infuocati (in Serbia nell'autunno scorso). 
Ieri sera, nulla di tutto ciò si è visto: una partenza incoraggiante, con Matri che portava scompiglio davanti a Howard, poi un'occasionissima per Thiago Motta, che da posizione centrale concludeva di potenza addosso al portiere; uno di quegli episodi che possono decidere in negativo una gara: se fosse entrato quel pallone, la squadra avrebbe forse giocato con maggiore scioltezza e portato a casa il risultato, ma non può valere come scusante, visto che dopo quell'opportunità costruire qualcosa di decente in zona gol è diventato pressoché impossibile. Come spesso accade ai nostri, quando si trovano di fronte a difese spicce e ben rimpolpate cadono in confusione e, complice la mancanza di fantasia, non riescono a trovare uno spiraglio che sia uno. Da questo punto di vista, tutto prevedibile, tutto già visto, con in più l'aggravante della caduta sistematica nella trappola del fuorigioco (sette volte in tutto il match, anche se in un'occasione Giovinco è stato forse fermato a sproposito), segno di scarsa capacità di leggere la partita sia da parte di chi stava in campo, sia da parte del tecnico. 
Ma, al di là dell'aspetto tattico, si è visto proprio, lo ripeto, l'atteggiamento mentale sbagliato: squadra "loffia", poco reattiva, troppo lenta nell'elaborazione e nell'esecuzione delle poche idee gettate nella contesa; poco concentrata, e lo stesso Buffon, pur non essendosi macchiato di "papera" autentica, non è parso un fulmine di guerra sul diagonale precisissimo ma tutt'altro che forte di Dempsey, che è valso la vittoria agli States (a proposito: sperimentare per sperimentare, non si poteva concedere una prova a Sirigu, che tanto bene sta facendo nel Paris Saint Germain?). Che il problema sia stato anche e soprattutto di questa natura, lo dimostra l'arrembante quarto d'ora finale, quando, pur senza lucidità e con troppo disordine, i nostri si sono scossi dal torpore gettandosi in avanti all'arma bianca e, con un pizzico di precisione in più, avrebbero potuto cogliere quantomeno il pari. Che sarebbe stato meritato soprattutto dai nuovi entrati, i quali hanno letteralmente rivitalizzato la squadra. 
PROSPETTIVE TATTICHE - E qui si entra nel discorso tattico, da fare in prospettiva: perché nel finale della gara di Genova si è visto che questa compagine non può assolutamente fare a meno di Montolivo, che sarà discontinuo ma ieri ha subito illuminato la scarna manovra nostrana, con un tiro dal limite a lato di pochissimo e un bell'assist per De Rossi. Lo stesso De Rossi, recuperato fisicamente e mentalmente, rimane ancora, per spessore tecnico e mentale, un uomo chiave del centrocampo e della squadra, mentre occorre riflettere sul ruolo di Thiago Motta (troppo a ridosso delle punte non rende). Le fasce sono state un altro tasto dolente: Maggio più intraprendente ma enormemente impreciso, Criscito al solito troppo timido in Nazionale, dove ha mostrato finora sì e no il 30-40 per cento delle sue potenzialità. Nel finale, Abate ha portato spinta e agonismo sulla destra, mentre dall'altra parte le prestazioni fin qui fornite da Balzaretti dovrebbero quantomeno garantirgli la partenza da titolare, a Euro 2012. Al centro, Ogbonna ha mostrato piedi ancora da educare, ma coraggio e personalità, nonché buona concretezza in copertura. Da insistere su di lui, in ogni caso fondamentale il recupero di Ranocchia. 
LE DOLENTI NOTE DELL'ATTACCO - L'allarme rosso, al momento, è per l'attacco. Qui però bisogna intendersi: questa Italia non può assolutamente rinunciare a Balotelli, e l'averlo tenuto fuori per rispettare uno strano codice etico dopo che il ragazzo aveva già scontato una lunga e salutare squalifica in Inghilterra (e dopo che nemmeno una reprimenda verbale è stata riservata, per dire, a Buffon, dopo le sue infelici uscite post Milan - Juve) ha avuto il sapore del tafazzismo. Mario è fondamentale, così come diventa quasi... vitale recuperare Giuseppe Rossi, più di Cassano: senza il furetto del Villarreal, a parer mio le chances di far bene in Polonia e Ucraina calano di molto. Tutto il resto è opinabile: Pazzini sta scontando il momento no della sua squadra,altrimenti un gol come quello sbagliato a Napoli domenica per lui sarebbe solitamente di una facilità disarmante: ritrovando serenità, ritroverà pure il fondo della rete; Matri può essere una buona alternativa, Giovinco ieri ha fatto tanto movimento e altrettanta confusione, ma è stato di gran lunga il più deciso e incisivo nei primi scoraggianti 70-75 minuti azzurri. L'ingresso di Borini è stato una sferzata di vitalità e di .... tremori per la difesa "stars and stripes": come detto, il ragazzo ha il piglio del veterano e tanta fame, e il fatto che stia vivendo una inattesa annata di grazia lo deve far tenere in grande considerazione: potrebbe essere una di quelle sorprese "last minute" che spesso sono risultate decisive nella storia mondiale ed europea degli azzurri. 

mercoledì 29 febbraio 2012

AMARCORD - GLI AZZURRI A GENOVA: L'ADDIO DI BAGGIO E LE FIRME D'AUTORE DI PIRLO E GROSSO

La Nazionale italiana di calcio torna dunque a Genova, un anno e quattro mesi dopo la sciagurata partita non giocata (se non per pochi minuti) con la Serbia, e anzi a mo' di risarcimento per ciò che lo stadio e la città avevano dovuto sopportare in quella triste serata. Fatti arcinoti, sui quali vorrei non soffermarmi più di tanto, se non per sommari flash: le intemperanze dei tifosi ex jugoslavi capitanati da "Ivan il terribile", la gara iniziata e poi sospesa dopo pochi giri di lancette, la guerriglia scatenata dai teppisti, gli arresti in piena notte. Vien la nausea solo a pensarci, e allora concentriamoci sulle cose positive. Nella fattispecie, sul fatto che, per gli azzurri, il test del Ferraris con gli Stati Uniti rappresenti la prima tappa dell'abbrivio che condurrà a Euro 2012, l'evento calcistico dell'anno.
In attesa della sfida di questa sera, torniamo indietro di qualche anno per rivisitare le ultime uscite azzurre allo stadio di Genova, esclusa ovviamente la "non - partita" dell'ottobre 2010. Prendiamo in esame due precedenti, entrambi a loro modo assai significativi. Cominciamo dall'aprile 2004: l'Italia di Trapattoni sta preparando l'Europeo del 2004 in Portogallo, dove, tanto per cambiare, è attesa come una delle favorite. C'è da riscattare la magra figura al Mondiale di due anni prima, maturata non solo per demeriti della nostra rappresentativa, ma anche per un atteggiamento arbitrale sostanzialmente ostile ai colori italiani. Rimasto in sella più che altro per mancanza di alternative nell'immediato, il buon Trap, dopo una falsa partenza, è riuscito a riprendere saldamente in mano il timone e a strappare la qualificazione alla fase finale grazie anche all'innesto nel gruppo di forze fresche, pescate nelle file dei protagonisti "silenziosi" e delle squadre di seconda schiera del campionato: la scelta creò una "concorrenza interna" che rivitalizzò i mostri sacri della formazione azzurra, a lungo sotto i loro standard (ne avevo parlato in questo articolo:  amarcord-serbia-italia-del-2003 ).
Il ciclo di amichevoli preparatorie è assai impegnativo: dopo un pari interno con la Repubblica Ceca (all'epoca una delle squadra più competitive del continente), con battesimo del gol per Totò Di Natale, e una insperata vittoria proprio in casa del Portogallo, futuro anfitrione del torneo (altro battesimo del gol "d'autore", questa volta tocca a Miccoli, direttamente dalla bandierina!), si va a Genova per affrontare la giovane e tecnicissima Spagna di Inaki Saez. Ma è più di un test di preparazione: l'occasione viene colta per offrire al grande Roby Baggio l'ultima esibizione in maglia azzurra. Il Divin Codino non è mai entrato, incomprensibilmente, nei piani del Trap, e nemmeno vi entrerà per Euro 2004: però, vuoi per la sua strepitosa carriera, a lungo uomo simbolo della Nazionale e del calcio italiano in tutto il mondo, vuoi perché comunque in Serie A sta continuando a fare mirabilie col Brescia, merita eccome quest'ultima passerella. Così è, anche se la sua recita risulta forzatamente accademica e priva di giocate di autentica sostanza: normale, perché Roby è, in quel gruppo, un corpo estraneo. Non va al di là di qualche sapiente tocco di palla e di una punizione senza esito, ma basta la sua presenza a mandare in visibilio il pubblico di un Ferraris gremito, che, al momento dell'uscita dal terreno, all'87', gli tributa l'ovvia ma sacrosanta standing ovation. Riguardo al match, l'Italia non convince più di tanto, pochi lampi al cospetto di una Spagna che pare più squadra nell'organizzazione e dotata di maggior classe. I nostri avversari passano per primi grazie a un diagonale di Fernando Torres, poi Peruzzi evita il raddoppio su pallonetto dello stesso giocatore e un'inzuccata di Vieri da distanza ravvicinata, su cross di Fiore,  fissa l'1 a 1 finale.
Balzo in avanti di tre anni e mezzo: siamo nell'ottobre 2007, la Nazionale è campione del mondo in carica ma non è ancora sicura di poter acciuffare il pass per l'Europeo del 2008. Sconta un inizio al rallentatore, con pari interno con la Lituania e sconfitta in Francia. Poi, il nuovo CT Donadoni ha rimesso la squadra in carreggiata, ma, quando mancano tre gare alla fine del girone eliminatorio, non sono ammessi sconti: bisogna vincere sempre, a cominciare dalla sfida di Genova con la Georgia. Che è tutt'altro che proibitiva, ma, come quasi sempre accade, proprio contro squadre non propriamente "d'acciaio" gli azzurri offrono prove sottotono: gli avversari, ovvio, giocano al primo non prenderle, intasano gli spazi e i nostri, privi di guizzi autentici di fantasia e scarsamente rapidi, non riescono a creare gli spazi per far male. C'è ancora un Toni in forma splendida (In quella stagione sarà devastante in Bundesliga nelle file del Bayern Monaco): è lui a creare gli unici pericoli, sempre di testa, prima un palo su traversone di Di Natale, poi incornata alta di poco su punizione di Pirlo. Già, Pirlo: è necessario uno dei suoi tiri piazzati per sbloccare il risultato nel finale del primo tempo, ma la parabola è centrale e il portiere avversario Lomaia oppone una goffa e inefficace risposta. Il vantaggio non mette le ali ai piedi dei nostri, che continuano a giocare senza troppa cattiveria e convinzione e limitandosi a controllare la situazione: la ripresa, di basso profilo, è impreziosita da una firma d'autore, quella di Fabio Grosso che, in uno dei suoi rari inserimenti offensivi, raddoppia con un liftato pallonetto di sinistro. Finisce lì, dopodiché gli azzurri coglieranno la qualificazione grazie a uno storico successo in Scozia, bissato dall'inevitabile vittoria nell'ormai inutile match con le Far Oer.  E ora, sotto con gli States!




lunedì 27 febbraio 2012

RECENSIONI DAL TEATRO: "LA CAGE AUX FOLLES - IL VIZIETTO"

Divertono e convincono, Massimo Ghini e Cesare Bocci, nella versione de "Il vizietto" in scena in questi giorni al teatro Politeama di Genova. "La cage aux folles", questo il titolo originale della celeberrima commedia scritta negli anni Settanta da Jean Poiret, e diventata autentico cult sul grande schermo grazie alla presenza di due "mostri sacri" quali Ugo Tognazzi e Michel Serrault, si presenta in questa circostanza con un allestimento assai "corposo", piacevolmente ridondante, ricco di atmosfere, suggestioni, colori. 
E' un "Vizietto" che concede tantissimo all'anima "musical" dell'opera, ed è per questo piuttosto spiazzante rispetto alla sua versione cinematografica. La vicenda narrata si alterna sul palco ad ampi scorci cantati, con larghissimo spazio alle canzoni e ai balletti messi in scena nel locale, "La cage aux folles" appunto, attorno al quale ruota la storia. Che ricordiamo qui in breve: i protagonisti sono Renato e Albin, una coppia omosessuale che gestisce e anima il suddetto, frequentatissimo locale, con spettacoli "en travesti" che hanno proprio in Albin, al secolo "Zazà", la vedette più luminosa e applaudita. Renato ha un figlio, Laurent, nato da una precedente relazione etero e allevato con amore insieme al suo attuale compagno: ma Laurent un bel giorno annuncia di essersi fidanzato, e di voler convolare  a nozze, con la graziosissima figlia di un influente uomo politico noto per le sue posizioni fortemente contrarie all'omosessualità, e in generale fautore di una mentalità fortemente retriva e conservatrice. Ben presto giunge il momento, per i genitori della ragazza, di conoscere Renato ed Albin, delle cui propensioni sessuali sono essi totalmente all'oscuro, e allora ecco prendere il via una commedia degli equivoci gradevole quando non esilarante, ma anche capace di stimolare nello spettatore riflessioni più serie su un certo bigottismo ottuso della società. Riflessioni che erano in una certa misura comprensibili all'epoca dell'uscita di questa commedia, in un mondo ancora immaturo e non attrezzato moralmente e culturalmente per accettare le persone e le situazioni descritte nella piéce, ma che oggi inducono invece all'amarezza, nel constatare come a ventunesimo secolo ampiamente iniziato certi pregiudizi siano terribilmente duri a morire. Ma non è certo questa la sede adatta  per inoltrarsi ulteriormente in tale spinoso argomento. 
Dicevamo dello spettacolo, e del fatto che, a impreziosire il tutto, ci sia la superba prestazione dei due protagonisti. Impeccabili nella recitazione e perfettamente a loro agio nei panni di scena, Cesare Bocci (reso popolarissimo, negli ultimi anni, dal ruolo di fedele compagno di indagini e amico fraterno del Montalbano televisivo) e Massimo Ghini formano una coppia affiatatissima e dai tempi comici pressoché perfetti. Del resto, siamo di fronte a due professionisti esemplari: entrambi calati mirabilmente nei panni della macchietta dell'omosessuale forse un po' datata ma sicuramente funzionale al tema dello spettacolo, e resa con passione e credibilità. Fra i due, un voto in più per Ghini, che tratteggia una versione deliziosamente naif, caricaturale nei momenti di puro divertissement, delicata e sensibile in quelli più seri, del personaggio reso immortale dalla rappresentazione che ne fece Serrault, che giustamente l'attore romano non tradisce né snatura e anzi cita e omaggia in più passaggi, e in particolare nella scelta dell'abbigliamento "in borghese". 
A proposito di costumi, è questo un altro punto di forza dello spettacolo: sfarzosi, un'esplosione cromatica che trasmette fedelmente la natura un po' gioiosa, un po' sensuale, un po' ambigua dell'atmosfera che si respira alla "Cage aux folles". Tra i personaggi, a parte i due "colossi" che fanno gara a sé stante, la caricatura più riuscita (e applaudita dal pubblico del Politeama) è quella dell'effeminato domestico di colore di Renato e Albin, il cui sogno di comparire almeno una volta, per pochi minuti, in uno dei numeri  di ballo previsti dal cartellone del locale viene infine esaudito. Forse troppo rigoroso, freddo e privo di slanci di "pazzia", invece, il Laurent la cui "ordinarietà", seppur ben recitata, risulta un po' stonata in una piéce così fragorosamente anticonvenzionale e fuori degli schemi. In ogni caso tutti, ma proprio tutti, da premiare anche per la voce da cantanti consumati, di cui viene fatto ampio sfoggio in uno spettacolo che, indulgendo più al musical che alla commedia, risulta un tantinello "appesantito" nella struttura complessiva (fa fede la durata: tre ore sono un po' troppe anche per la più godibile delle rappresentazioni): ma le parti cantate e ballate sono così suggestive, travolgenti e ben interpretate che si può perdonare questo innocente "eccesso autoriale". 

venerdì 24 febbraio 2012

LE MIE RECENSIONI - "BENVENUTI AL NORD"

Il cinema italiano ha spesso preso di mira, certo con intento ironico e per strappare qualche sorriso, tic e luoghi comuni legati al costume e ai modi di vivere e di essere del nostro "Mezzogiorno", da Totò in poi, ma non altrettanta cura, in termini quantitativi, ha dedicato a similari caratteristiche della "gente del settentrione", almeno a memoria di un "non espertissimo" come il sottoscritto. Ebbene, la pellicola "Benvenuti al nord", uscita nelle scorse settimane, cerca di attuare una sorta di par condicio, mettendo a nudo vizi comportamentali legati a una certa visione di vita "lumbard". Esasperandoli, certo, come del resto è naturale per un'opera con intenti comici. Una caricaturizzazione che rappresenta uno degli aspetti più riusciti di questo film, una commedia brillante di stampo tradizionale senza troppe pretese, che tutto sommato riesce nell'intento di regalare allo spettatore un'ora e mezza di spensieratezza, pur senza attingere vette sublimi e senza riuscire a eguagliare per freschezza talune produzioni di genere similare della nouvelle vague italiana. 
In fondo ci si può accontentare, perché, parere personalissimo, ritengo che la fotografia divertita e dissacratoria di certi stereotipi "regionali", ancorché operazione non originalissima, non sia da bocciare, se condotta riuscendo a trovare chiavi comiche non scontate. Del resto, il cinema ha da sempre certi tormentoni, certi argomenti più frequentati di altri (come nella musica leggera, con l'amore sempre in vetta alle preferenze degli autori). In breve la storia: un impiegato precario delle poste di un paesino della Campania, Mattia (Alessandro Siani), viene trasferito in un ufficio di Milano, dove ritrova l'amico Alberto (Claudio Bisio), il quale a sua volta, nel precedente "Benvenuti al sud", aveva dovuto fare i conti con un trasferimento "dall'altra parte dell'Italia". Da qui, la vicenda si snoda attraverso un canovaccio tutto sommato prevedibile, privo di guizzi di originalità. Il fatto però che il filo conduttore sia più o meno lo stesso di tante altre opere analoghe non implica in automatico che non si riesca a lavorare sul copione rendendolo gradevole e funzionale all'obiettivo finale che, nel caso specifico, è quello di far ridere. 
I tic "nordisti", si diceva: la sceneggiatura mette impietosamente a nudo, con amabile ironia, gli eccessi dell'operosità lavorativa "made in Brianza": iper attivismo sul posto di lavoro, con necessità di ridurre al minimo, se non a zero, i tempi morti. C'è il lato divertente, con il controllo dei dirigenti persino sul momento più intimo, quello della "ritirata" (non più di pochissimi minuti, forse secondi, da trascorrere... a tu per tu col water), e quello, diciamo con una iperbole, di "denuncia", rintracciabile nella mancanza di calore umano che tale laboriosità spinta al limite produce; si generalizza, di certo, ma questa "fotografia comportamentale" ha un suo senso all'interno di una pellicola di gran semplicità creativa, e pazienza se si indugia su un tentativo di analisi sociologica di grana grossa. Personalmente, ancor più divertente ho trovato la "messa a fuoco" di una certa incomprimibile necessità, da parte del milanese - tipo, di programmare al secondo ogni momento del proprio tempo libero anche con settimane di anticipo (non appena lo spaesato Siani propone ai nuovi colleghi una serata a cena insieme, questi tirano fuori all'unisono, e in un nanosecondo, le loro agende per verificare compulsivamente i giorni disponibili alla bisogna).  
Per il resto, dicevamo, pur risultando nel complesso dignitoso e in grado di centrare il bersaglio, "Benvenuti al Nord" non brilla per inventiva, anche se ogni cosa può essere variamente interpretata: il napoletano che si reca al Nord munito (dai parenti) di un improbabile giubbotto "fendinebbia" (ossia dotato di luminosissimi fari) non può non richiamare alla mente Totò e Peppino che giungono alla stazione di Milano bardati come fossero nella steppa russa, nonostante un'afa opprimente, con il secondo che si lamenta per l'elevata temperatura e il Principe che ribatte, piccato: "Impossibile, a Milano non può fare caldo!". C'è chi la chiama mancanza di idee, chi ispirazione o citazione, ma è inutile lambiccarsi troppo il cervello sul tema. 
Fondamentale, per la discreta riuscita del film, la buona ispirazione del protagonista, Alessandro Siani, che sta certo vivendo un particolare stato di grazia, evidenziato pure dall'eccellente performance al Festival di Sanremo. A chi volta il capo schifato per certi paragoni azzardati con Massimo Troisi, diciamo che è senza'altro una forzatura, ma personalmente non ricordo tutta questa unanimità di favore critico nei confronti del povero Massimo quando era ancora in vita. Più in generale, paragonare pur bravi attori di oggi con fuoriclasse autentici del passato è ingiusto e ingeneroso: i mostri sacri lasciamoli da parte e valutiamo caso per caso. 
Siani ha spigliatezza, simpatia e una vis recitativa che, tutto sommato, cerca di inserirsi nel solco della più classica tradizione comica napoletana, senza azzardare sperimentazioni. Nulla di paragonabile, per dire, alle cifre stilistiche di altri comici o personaggi brillanti sulla cresta dell'onda (e anch'essi presenti a Sanremo) come i Soliti Idioti e Geppi Cucciari, portatori invece di nuovi "format della risata". Di Siani, nel film, funziona anche l'intesa con Bisio, il quale dal canto suo offre una prova dignitosa ma senza particolari guizzi. Caricate all'inverosimile, sempre in stile commedia Cinquanta - Sessanta, le maschere partenopee dei compaesani del protagonista, fra cui un Nando Paone che per la sua espressività e mimica meriterebbe qualche "finestra" cinematografica in più. 
Di buon livello il Paolo Rossi paradigma del moderno dirigente d'azienda, tutto proteso a migliorare situazioni che forse andrebbero bene già come sono, perdendo di vista il benessere interiore e relazionale dei dipendenti, mentre Valentina Lodovini, che interpreta la fidanzata del protagonista, diventa prototipo e anche un po' stereotipo, questo sì un po' troppo abusato, della bellezza formosa mediterraneo - campana, che nel finale non manca di... strabordare con un "vedo non vedo" che è... più vedo che non vedo. 
Anche la costruzione filmica  del rapporto fra i due giovani, a ben vedere, parte con le migliori intenzioni per poi banalizzarsi un po': tutto sommato interessante, visti i tempi, lo "story board" della coppia una cui metà è  costretta al trasferimento lontano da casa per motivi di lavoro (e per mostrare all'altra metà una raggiunta maturità, la voglia di impegnarsi e di superare le crisi, costruendo un rapporto duraturo), più sottotono lo sviluppo, con un finale troppo scontato che non può prescindere dall'inevitabile ritorno al sud del buon Matteo, perché le radici son sempre le radici: ben più coraggioso sarebbe stato il mostrare una coppia emancipata e moderna, con lei che decideva alfine di seguire l'amato nell'avventura in Brianza: il che, attenzione, non è detto sia  la cosa più giusta "in assoluto" nella vita vera, ma forse la meno semplicistica sul piano della creazione filmica.