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domenica 29 novembre 2015

VERSO SANREMO 2016: CHI ENTRERA' NEL CAST DEI BIG? PRONOSTICI, PREVISIONI, DESIDERI


L'ora X scatterà nel pomeriggio del 13 dicembre. Il palcoscenico sarà quello, ormai tradizionale, della domenicale "Arena" di Massimo Giletti, nel corso della quale Carlo Conti annuncerà il cast dei Big di Sanremo 2016, che, come avevo facilmente previsto poche settimane fa in questo post, sarà formato da venti partecipanti, in luogo dei diciotto inizialmente previsti. Terminata la faticosa selezione delle Nuove Proposte (oltre 650 i provini giunti alla commissione), il direttore artistico è ora alle prese col passaggio più delicato nell'allestimento della kermesse. Perché il leit motiv è sempre lo stesso: puoi tirar fuori dal cilindro tre o quattro giovani di buon livello (e la trasmissione di ieri sera, l'ho già scritto nell'articolo dedicato, dovrebbe aver raggiunto l'obiettivo), puoi impreziosire lo show con ospitate di prestigio, ma se non azzecchi il roster dei "campioni" la manifestazione è destinata a trapanare l'acqua. 
TORNARE DOPO UN SOLO ANNO - Anche quest'anno, come dodici mesi fa, le indiscrezioni latitano. Poco male: ancora una volta mi affido all'intuito e a criteri metodologici piuttosto solidi. Ho sempre sostenuto, ad esempio, che è assai importante, per indovinare almeno qualche nome, guardare ai cast delle più recenti edizioni. Ultimamente è accaduto che pochi cantanti abbiano deciso di tornare immediatamente in corsa: di solito ci si concede almeno un anno di pausa... festivaliera, per riordinare le idee, trovare nuove soluzioni artistiche o tentare altre vie promozionali. Per il 2016, però, qualche eccezione potrebbe esserci: è insistente la voce di un ritorno all'Ariston per Annalisa, gratificata di un ottimo piazzamento all'ultimo Festival (quarto posto) e di una buona resa commerciale del suo album "Splende", che anche qui su Note d'azzurro ho positivamente recensito. Potrebbe ricomparire Bianca Atzei, che a Sanremo 2015 non entusiasmò sul piano della performance, ma che ha vissuto un anno assai intenso, fra problemi di salute (fortunatamente superati), sostanziosa attività live e collaborazioni di rilievo (l'ultima con J-.Ax), e che, insomma, deve battere il ferro finché è caldo, per continuare la marcia verso la consacrazione. Personalmente, non mi sorprenderebbe nemmeno una sollecita ricomparsa di Lorenzo Fragola, che ha ben figurato nelle charts con la sua opera prima "1995" e che con un'altra partecipazione azzeccata completerebbe in tempi record la sua ascesa verso i vertici della canzone italiana. Spazio anche per i Dear Jack orfani del loro frontman Alessio Bernabei, il quale a sua volta avrebbe tutto sommato le carte in regola per presentare domanda da solista. 
ARISA, GIUSY, NOEMI E... - A proposito dei più recenti virgulti prodotti dai talent, è evidente che i The Kolors, vero fenomeno dell'anno che sta per chiudersi, si troverebbero la strada spianata se decidessero di convertirsi, anche una tantum, al canto in lingua italiana, mentre buone chances avrebbe sicuramente Briga, altro "Amico di Maria" già popolarissimo e reduce da una felice partecipazione al Coca Cola Summer Festival. Facile prevedere anche un tentativo da parte di Deborah Iurato e di Francesca Michielin, con quest'ultima che può ora inserire in curriculum i riusciti duetti con Fedez (soprattutto "Magnifico").
Tornando invece a gettare lo sguardo sugli ultimi Sanremo, dopo l'intermezzo da presentatrice potrebbe ricomparire Arisa, vincitrice nel 2014; più difficile, ma non impossibile, rivedere in lizza Francesco Renga, che proprio nel 2014 mancò in extremis una vittoria che molti (me compreso) davano per certa, ma che si rifece poi ampiamente con le vendite, tanto che ancora oggi sta godendo dei frutti dello strepitoso album pubblicato dopo quell'edizione, "Tempo reale"; le perplessità sulla sua candidatura riguardano proprio questa super esposizione recente, che potrebbe portare anche a un effetto saturazione, per scongiurare il quale l'ex Timoria dovrebbe trovarsi fra le mani un pezzo epocale. Si approssima una nuova incisione per la rossa Noemi, e allora quale vetrina migliore del Festivalone rivierasco per lanciarla in grande stile? E dovrebbe rivedersi anche Giusy Ferreri, che dopo anni sottotraccia può finalmente presentarsi in una posizione forte, da autentica vedette, grazie al travolgente successo canicolare di "Roma - Bangkok", in coppia con Baby K. Da non escludere neanche una nuova sortita di Francesco Sarcina.

                                Giusy Ferreri: la regina dell'estate non dovrebbe mancare

SPERANZE PER EMMA E CARBONI? - Sarebbe stato l'anno giusto per il ritorno in gara di Emma e dei Modà (separatamente), ma entrambi hanno appena pubblicato i loro nuovi album, che difficilmente faranno flop e non necessiteranno quindi di "rinforzini" promozionali: possibile tuttavia che almeno la grintosa cantante si sia riservata qualche brano extra da sottoporre al giudizio di Carlo Conti. E a proposito di cd freschi di stampa, peccato anche per Luca Carboni, che l'anchorman toscano avrebbe desiderato vedere in corsa all'Ariston, come ebbe a dichiarare in un'intervista rilasciata a Sorrisi e Canzoni TV l'estate scorsa. Senza farsi illusioni, per il cantautore del nuovo tormentone "Luca lo stesso" potrebbe valere lo stesso discorso accennato poc'anzi per Emma, ossia qualche composizione messa da parte al fine di utilizzarla in occasioni speciali... 
POKER DA SOGNO - E visto che parliamo di superbig, buttiamo là un poker di nomi che farebbero la fortuna del Festival: Giorgia sarebbe un colpaccio autentico, occasione per una trionfale rentrée dopo una prolungata pausa produttiva, ma anche per Alessandra Amoroso il momento non potrebbe essere più propizio, dopo che già l'anno scorso la sua partecipazione era stata data per probabilissima; e chissà che non si celebri finalmente il matrimonio fra Sanremo e Mario Biondi, ogni anno annunciato e mai consumato: l'onda lunga di "Love is a temple" andrebbe adeguatamente sfruttata. Infine, un trio che in tempi recenti ha incontrato vastissimi consensi di pubblico e critica: Niccolò Fabi - Max Gazzè - Daniele Silvestri. Perché no? Max è ora nei negozi con un cd nuovo di zecca, ma... 
GIOVANI RAMPANTI, DA ZIBBA A BENJI & FEDE - Da Sanremo 2013 potrebbero riemergere Simone Cristicchi (che però ultimamente pare più che altro preso dai suoi impegni teatrali) e Simona Molinari, oltre a quell'Antonio Maggio che vinse fra le Nuove Proposte per poi confermarsi con alcuni brani di buona presa ("Stanco" su tutti), ma che stranamente non è più riuscito a rimettere piede in Riviera. E parlando di giovani in rampa di lancio, c'è l'ottimo Zibba che ben figurò due anni fa, c'è Renzo Rubino che vanta già un'esperienza (forse prematura) fra i big, proprio nel 2014, quando lottò fino all'ultimo per la vittoria, c'è Erica Mou che dopo il debutto festivaliero del 2012 ha intrapreso una intensa attività artistica ma alla quale manca ancora l'affermazione ad altissimo livello. Senza dimenticare una Levante dalla modernissima vena creativa e i nuovi fenomeni delle hit parade, Benji & Fede. Discorso delicato per Giovanni Caccamo, che dopo l'affermazione sanremese non ha sfondato, ma è comunque un'opzione da considerare.

                                    Arisa: probabile ritorno due anni dopo "Controvento"

CHI RITORNA: DOLCENERA, NEFFA... - Nonostante un album sofferto e di lunga gestazione uscito da pochi mesi ("Le stelle non tremano"), non mi stupirei di trovare nel listone definitivo la bravissima Dolcenera, e chissà che non venga fuori con qualcosa di nuovo anche Gigi d'Alessio, che non calca il palcoscenico ligure dal 2012 e che sarebbe di certo uno dei nomi di richiamo della manifestazione. Ritorni graditi dopo un'assenza un po' troppo prolungata potrebbero essere quelli di Fabrizio Moro, che ha recentemente intrapreso un percorso un po' impegnato ma che si è detto non contrario aprioristicamente alla partecipazione a Sanremo (che del resto gli ha dato tantissimo, indirizzando verso il successo una carriera che ha avuto un decollo laborioso), degli Zero Assoluto (visti di recente in un bel live su Italia Uno), del sottovalutato Neffa, fra i più ascoltati nella stagione calda con "Sigarette", nonché di Samuele Bersani, dei Negrita e dei Subsonica, gli ultimi quattro tutti fra i "desiderata" di Carlo Conti secondo l'intervista prima citata, nella quale parlò anche di Fabri Fibra. Fra i nomi meno à la page ma di gran spessore, non sarebbe male vedere in lizza Niccolò Agliardi, che ha avuto mesi fa un notevole exploit "mainstream" con la sigla di "Braccialetti rossi". 
MONDO RAP - A proposito dell'universo rap, che in questi anni di boom non può mancare all'Ariston, nomi papabili potrebbero essere quelli di Emis Killa, per rinverdire i fasti del tormentone 2014 "Maracanà", di Marrakash e di Guè Pequeno, mentre Rocco Hunt ha appena pubblicato il nuovo disco, ma anche in questo caso mai dire mai. Magari ci riproverà Clementino, dopo la delusione del 2015. Ancora talent: ringalluzzito dal buon esito del singolo "Ho scelto di no", che lo ha proposto in veste più matura, avrebbe buone chances Marco Carta, ed è lecito attendersi qualche sorpresa anche da Valerio Scanu, trionfatore a "Tale e quale show".
GRANDI NOMI DEL PASSATO - Capitolo veterani: Carlo Conti ha avuto, l'anno scorso, il merito di volgere lo sguardo verso i big anni Ottanta e Novanta, troppo spesso lasciati da parte in passato a vantaggio di  reduci dei decenni precedenti che avevano ormai ben poco da dire. Massimo Di Cataldo, Paolo Vallesi, Mietta, Mariella Nava e Alexia sono nomi sempre plausibili, come quelli di Marina Rei, Amedeo Minghi, Syria, Enrico Ruggeri, Stadio, Luca Barbarossa e Paola Turci; andando sul.. difficile si potrebbe invece pensare a personaggi fuori dal giro commerciale come Eduardo De Crescenzo, Alberto Fortis e Alice, e chissà che non decida di scendere di nuovo in pista Michele Zarrillo, dopo essersi lasciato alle spalle il dramma dell'infarto. Si è parlato insistentemente anche di Cristina D'Avena: non pare affatto una boutade, e di certo si tratta di una cantante che avrebbe tutti i titoli per calcare il palco più impegnativo della musica italiana da protagonista, per doti artistiche, riscontri di mercato e una popolarità che non conosce cedimenti, nonostante sia in pista fin dai tempi della "Canzone dei Puffi", e parliamo del tardo 1982!
Andando più indietro nel tempo, c'è l'ennesimo tentativo di Don Backy, e ci prova anche Umberto Napolitano, fedelissimo sanremese negli anni bui (tre partecipazioni fra il '77 e l'81) e deciso a tornare alla ribalta con l'entusiasmo di un ragazzino: sarà durissima, ma merita tutto l'appoggio possibile. Un significativo coup de théatre sarebbe rappresentato dal nome di Fiorella Mannoia.
GLI STRANIERI - Infine: ci sarà anche nel 2016 una casella libera per gli stranieri? Dopo l'esperienza di Lara Fabian dodici mesi fa, si andrebbe sul sicuro puntando su un Tony Hadley o su un Michael Bolton, o anche su Anggun o, perché no, gli Jarabe de palo; ma se si volesse far saltare il banco perché non provarci con Anastacia, di recente esibitasi in Italia?  Di certo c'è che, sulla base di tutti questi nomi, potrebbe venir fuori un cast molto al femminile, ma è una di quelle previsioni destinate a procurare solenni brutte figure a chi le formula. Anche perché, va sempre ricordato, alla fine della selezione spunta sempre fuori qualche personaggio che le indiscrezioni avevano totalmente ignorato. In campana! 

domenica 10 agosto 2014

VERSO SANREMO 2015: CONTI VUOLE UN FESTIVAL "SUL MERCATO", E PUNTA DEAR JACK, AMOROSO E DOLCENERA

                                      Alessandra Amoroso: in gara a Sanremo 2015? 

L'investitura di Carlo Conti a deus ex machina di Sanremo 2015 un primo effetto positivo l'ha già sortito: raramente, in passato, si era cominciato a parlare in termini concreti del Festivalone con tanto anticipo. Circolano addirittura i primi nomi dei candidati a entrare nel cast dei Big, discorsi che solitamente prendono quota ad autunno inoltrato, fra novembre e dicembre. Buon segno: significa che la macchina organizzativa è già in moto, e del resto non si è sempre detto che un Sanremo di pregio lo si possa realizzare solo iniziando a lavorarci molti mesi prima (qualcuno affermò addirittura "dal giorno successivo alla conclusione dell'edizione precedente")? Buon segno anche perché, dopo l'emorragia di spettatori della kermesse 2014, parrebbe essersi ricreato un discreto interesse mediatico e di pubblico attorno all'evento. 
DEAR JACK QUASI SICURI - I nomi, dicevamo. La band emergente dei Dear Jack viene già data per sicura, mentre elevatissime sono le percentuali di inserimento nel listone per Alessandra Amoroso e Dolcenera, la quale ha già affermato di avere un brano pronto, e giungerebbe all'Ariston sulle ali di una popolarità rinsaldata dal buon successo del singolo estivo "Niente al mondo". Se tali candidature si concretizzassero, sarebbero da accogliere con legittima soddisfazione: nelle prime dichiarazioni programmatiche sul Festival prossimo venturo, rilasciate di recente a "TV Sorrisi e canzoni", Conti ha sostenuto di voler mettere su "un Sanremo per tutti, che ospiti dal pop al rock al rap, a qualsiasi altro genere musicale. Un Sanremo in cui si ascolti la musica che va davvero per la maggiore in classifica, non uno spettacolo che mette in scena un mondo che non esiste nel mercato reale". E' sicuramente l'affermazione più concreta fra le tante, invero un po' generiche, dell'anchorman toscano sulla titanica impresa che l'attende nei prossimi mesi. Troppo spesso, in passato, la manifestazione ligure ha proposto personaggi sfiatati e ormai lontani dai gusti del pubblico, oppure, per converso, scelte troppo elitarie, di nicchia, soprattutto nell'ultimo biennio. Il cast del 2014, va detto, era stato più contemporaneo e leggero rispetto a quello di dodici mesi prima, ma si può e si deve far di meglio, entrare con entrambi i piedi nella galassia dei consumatori e "cooptare" i personaggi più gettonati, soprattutto quelli di recente affermazione (i "mostri sacri" lasciamoli perdere: non hanno bisogno del Sanremone, e di spazi mediatici per promuovere i loro prodotti ne hanno già fin troppi...). 
OLTRE MAZZI - Il modello più recente da avvicinare, e magari da migliorare, è quello dei Festival di Gianmarco Mazzi nelle sue varie declinazioni, da Bonolis alla Clerici a Morandi. Ho la sensazione che l'impresario veronese non sia troppo amato nell'ambiente discografico e in quello dello showbiz, eppure gli va ascritto il merito di aver allestito edizioni sanremesi di buon livello, certo non esenti da difetti (anzi) ma capaci di coniugare vivacità dello spettacolo, brillantezza della conduzione e buona qualità della proposta canora, con nomi giovani e sulla cresta dell'onda. Ecco, i tre artisti di cui si è detto in apertura, i primi "papabili" per la rassegna canora del prossimo febbraio, traducono alla perfezione la volontà di Conti di costruire una gara al passo coi tempi: il "complesso" (come si diceva una volta) dei Dear Jack, ennesima creatura dell'universo De Filippi, ha fatto registrare un boom magari prevedibile in linea generale, ma di certo inatteso per dimensioni quantitative: il loro primo album è ai vertici delle classifiche di vendita (secondo posto nella chart di Sorrisi della settimana in corso), e le apparizioni ai più recenti eventi pop televisivi, i Music Awards e il Coca Cola Summer Festival, si sono svolte in quel clima di "fanatismo" (nel senso di fans scatenate...) che ha sovente accompagnato, in passato, l'esplosione di celeberrime boy band d'oltrefrontiera. Se sia o meno un fenomeno passeggero lo potrà dire solo il tempo, ma al momento questi ragazzi sono a tutti gli effetti dei big del pop italico. Detto di Dolcenera, anche Alessandra Amoroso sarebbe un bel colpo: mai in gara in Riviera, dove ha però fatto passerella come ospite di colleghi in competizione (nel 2010 affiancò Valerio Scanu contribuendo non poco al suo trionfo), è per lei giunto il momento di mettersi in gioco: la sua popolarità è alle stelle e resiste ormai da diverso tempo, sicuramente una delle creature più "solide" del talent "Amici"; i recenti successi "Bellezza, incanto e nostalgia" e "Non devi perdermi" rappresentano un buon viatico. Come dire, o adesso o mai più. 
ADDIO DOPPIO BRANO - Per tutto il resto, Conti ha fornito alcune linee operative di massima, senza addentrarsi più di tanto nei dettagli. Si tornerà al brano unico in gara, l'esperimento della doppia canzone è fallito e del resto era abbastanza prevedibile: una soluzione del tutto estranea alla tradizione, direi al DNA dell'organismo festivaliero, e ulteriormente depotenziata dal modo in cui è stata proposta da Fazio e dal suo entourage. Personalmente, mi aveva dato la sensazione di rappresentare non una precisa e rigorosa scelta artistica, ma soltanto una trovata spettacolare con cui si delegava direttamente al pubblico la fase finale del lavoro di selezione delle opere, col conseguente rischio di andare incontro a scelte di basso profilo che potevano danneggiare la qualità complessiva della manifestazione; ma la carica di suspense dell'espediente si è rilevata ben misera: le serate dedicate alla scelta fra i due pezzi hanno rappresentato, in questi due anni, uno stanco antipasto del Festival propriamente detto, che è sempre iniziato "per davvero" il giovedì, nel momento in cui i cantanti "scendevano nell'arena" col brano sopravvissuto. Alle corte: Sanremo è sempre stato "una canzone a testa", si può (si deve) cambiare in tanti aspetti, deve essere progressivamente svecchiato, ma il brano unico rappresenta un punto fermo, un totem da non toccare.
PIU' BIG, MA... - Bene così, dunque, ed apprezzabile è pure il lieve innalzamento della quota partecipanti nella categoria regina: si passa da 14 a 16, che tuttavia considero sempre troppo pochi. Sarebbe più furbo, da parte di un direttore artistico, annunciare un numero minimo di concorrenti, numero eventualmente da incrementare sulla base della quantità e della pregevolezza delle proposte che giungono sul suo tavolo: era il modus operandi che adottavano Gianni Ravera e Pippo Baudo, i quali non a caso hanno firmato, come patron, alcune delle edizioni di maggior successo della kermesse. 
E' passato invece un po' sotto silenzio l'annuncio del ripristino del meccanismo dell'eliminazione anche per i "grandi", quello spietato torneo che, nelle edizioni targate Mazzi, decimava il cast dei Big di serata in serata: il rischio è quindi di tornare ad assistere a una finalissima con pochi artisti in lizza, una decina o poco più, e di dover riempire i lunghi tempi televisivi in qualche modo, con ospitate discutibili  che nulla hanno a che fare con lo spirito del Festivalone, oppure con colossali mega - promozioni dei futuri programmi Rai: scene tristi già viste troppe volte nel recente passato. Aspettiamo però di vedere come sarà effettivamente strutturata questa gara... Rimane ancora troppo ridotto, invece, lo spazio riservato alle nuove leve: dovrebbero essere otto, come sempre è avvenuto dal 2011 in poi. Aggiungerne un paio è proprio impossibile, anche alla luce dell'elevatissimo numero di richieste che giunge ogni anno? E in ogni caso, l'obiettivo da perseguire con ogni mezzo sarà quello di restituire centralità alla competizione dei giovani, negli ultimi tempi relegati a orari da "vampiri", quasi come una fastidiosa incombenza: perché, ad esempio, non arricchire la serata conclusiva spostando al sabato la tenzone decisiva fra le promesse della nostra canzone? 
RIPARTIRE DA QUESTA ESTATE CANORA - Di certo, come ho avuto modo di scrivere nelle settimane scorse, Carlo Conti ha il vantaggio di poter partire da una base solidissima, rappresentata da questa inattesa estate canora 2014 che, anche grazie al ritorno in grande stile di una rassegna "vacanziera" analoga al vecchio Festivalbar (il Coca Cola Summer Festival), ha portato alla ribalta la rinnovata vitalità dell'ambiente pop nostrano: sono ricomparse canzoni orecchiabili, di facile presa, ben costruite: Renga e Dolcenera, i Modà  e Killa, Nek e Noemi, Emma, Antonio Maggio, Gabry Ponte, gli "Amici di Maria" Amoroso, Dear Jack, Emma, Marco Carta e Deborah Jurato... C'è fermento, pare esser stata ritrovata la chiave per entrare nel cuore del grande pubblico: un terreno fertile dal quale il nuovo direttore artistico potrebbe cogliere frutti succosi, con la legittima speranza di trovare brani di forte e immediato impatto in grado di superare le forche caudine di classifiche sempre più esterofile. Altro asso nella manica che il conduttore di "Tale e quale show" dovrà giocarsi senza remore: la voglia generalizzata di ritrovare un Sanremo più pop, glamour, un pizzico nazionalpopolare, dopo la seriosità retorica che troppo spesso ha fatto capolino nelle ultime edizioni, indigeribili non tanto come proposta musicale (assolutamente dignitosa) ma come concezione globale dello spettacolo. In bocca al lupo.  

martedì 22 luglio 2014

COCA COLA SUMMER FESTIVAL: IL VERO EREDE DEL FESTIVALBAR IN UNA ESTATE CANORA "OLD STYLE"


Televisivamente parlando, questa estate canora è una boccata d'aria fresca, dopo anni di oscurantismo pressoché totale. Ebbene sì: la musica del solleone (si fa per dire, visto il clima ballerino di queste settimane) pare aver finalmente ritrovato un degno "megafono" catodico. L'esperimento di dodici mesi fa, il Tezenis Live, già era stato confortante. Quest'anno il main sponsor è cambiato, l'evento si chiama "Coca Cola Summer Festival", ma poco importa: ciò che conta è la sensazione, netta, che Canale 5 abbia fatto centro, e che l'industria discografica italiana potrebbe giovarsi oltre ogni più rosea aspettativa di questo exploit in parte inatteso. 
E' DAVVERO IL NUOVO FESTIVALBAR - Abbiamo pianto per un lustro e oltre la dipartita del caro, vecchio Festivalbar, mentre i soliti soloni ci ripetevano fino alla nausea che non era proprio il caso di strapparsi i capelli, che oramai il "consumo" di musica pop passa attraverso altri canali mediatici e che, in ogni caso, manifestazioni di quel tipo erano ormai logore, avevano fatto il loro tempo: assunto che poteva essere condivisibile solo in riferimento alla stanca formula adottata dalla kermesse "made in Salvetti" nelle sue ultime edizioni. Il rimedio, poi, fu peggiore del male: ad erede della mitica "rassegna del juke box" venne eletto, non si sa bene su quali basi, lo show denominato "Music awards", piatta serata istituzionale e ingessatissima, all'insegna del "premiami tu che ti premio anch'io", dopodiché arrivava il nulla: i mesi canicolari proponevano il vuoto spinto, quanto a passerelle musicali sul piccolo schermo. 
Ora, invece, ci si accorge con piacevole stupore che quei "carrozzoni canzonettistici" non erano passati di moda, altroché. Servivano solo buone idee e contenuti di qualità, un'alchimia creatasi magicamente in questa estate 2014. L'esperimento Summer Festival, come detto, era stato azzardato già nel 2013: ma è con la seconda edizione, attualmente in onda sull'ammiraglia Mediaset, che pare aver raggiunto la quadratura del cerchio.
Sissignori, abbiamo il "vero" erede del glorioso Festivalbar, e pazienza se i puristi, i nostalgici a oltranza, non se ne faranno una ragione. Buone idee e buoni contenuti, si diceva: perché un'azzeccata strutturazione del format non basta da sola a decretare il successo di questi eventi, la cui riuscita è affidata in buona parte a un fattore imponderabile: nel caso specifico, incappare o meno in un'annata di pregevole produzione discografica. Ebbene, l'estate in corso mi riporta alla mente gli anni più felici della musica da ombrellone, orecchiabile e spensierata, i mai abbastanza rimpianti Ottanta e Novanta. C'è stata un'infornata di brani efficaci, di grosso impatto, semplici senza essere banali: "Niente al mondo" di Dolcenera e "Il mio giorno più bello nel mondo" di Francesco Renga rappresentano il mio top personale, ma in tanti hanno lavorato bene. 
ECCELLENTE INFORNATA - Forse la crisi e l'annoso problema del calo di vendite hanno aguzzato l'ingegno e fatto riscoprire la leggerezza, con insperati risultati: già lodato nelle settimane scorse il Killa di "Maracanà", davvero un tormentone vecchio stampo, il palco di Roma ci ha proposto il redivivo Nek con l'energica "Hey Dio", Alessandra Amoroso con la suadente "Non devi perdermi" e la classicheggiante "Bellezza, incanto e nostalgia", Emma che sta giustamente valorizzando a dovere "La mia città", maltrattata senza ragione all'Eurovision Song Contest, i Modà che hanno rinnovato con successo la partnership con Jarabe De Palo nella poetica "Dove è sempre sole", Noemi con la ritmata "Don't get me wrong",  la "melody dance" di Gabry Ponte in "Buonanotte giorno", l'azzeccata rentrée di Syria con un "Odiare" dall'ottimo arrangiamento, a metà strada fra tradizione e innovazione, e dalla buona cantabilità, Annalisa con una molto sanremese "Sento solo il presente"... E poi giovani di sicuro valore: mi ha molto colpito il Paolo Simoni dell'originale "Che stress" e di "15 agosto", tormentone estivo in chiave divertissement, mentre con la frizzante e ironica "Stanco" Antonio Maggio sta confermando quanto fosse meritato il trionfo fra le Nuove proposte del Festivalone di Fazio targa 2013; bene anche le ultime scoperte "defilippiane", i Dear Jack e soprattutto Deborah Iurato, con una "Anche se fuori è inverno" di stampo assolutamente contemporaneo e dal refrain trascinante. Tutto questo, mentre è stato (finalmente!) ridotto al minimo indispensabile lo spazio - tributo ai prezzemolini della musica, ai colossi delle hit parade che non avrebbero bisogno di vetrine promozionali in sovrabbondanza e che invece sono sempre i più presenti: le Pausini e gli Antonacci di turno non sono mancati, ma il loro è stato, tutto sommato, un passaggio non eccessivamente invasivo. 
FORMAT SENZA FRONZOLI - Poi, certo, se è vero che senza qualità della proposta musicale non si va lontano, è altresì innegabile che il contenitore conta, eccome. Ed ecco i grossi meriti degli ideatori del Summer Festival: una formula snella, senza inutili sovrastrutture, senza lungaggini. Attorno all'evento si respira, davvero, il magico clima dei... festival vacanzieri dei bei tempi andati. C'è la spigliatezza dei "padroni di casa", lo stesso stile informale dei presentatori di tanti Festivalbar, fra i quali non a caso vi era quell'Alessia Marcuzzi ripropostasi con intatta verve sul palco di piazza del Popolo; accanto alla vulcanica bionda, si muovono con buona disinvoltura un Rudy Zerbi che, fuori dai suoi contesti televisivi abituali, riesce ad apparirmi persino simpatico, e un Angelo Baiguini che ogni volta mi fa scendere una metaforica lacrimuccia, perché era una delle voci che accompagnavano i miei pomeriggi di studio universitario negli anni Novanta, quando la mia radio era sempre sintonizzata su RTL 102.5.... 
REGOLAMENTO PERFETTIBILE - Del primo Festivalbar "berlusconiano", invece, la kermesse griffata Coca Cola ha ripreso il gusto per la gara: c'è quella delle nuove leve, ma anche i big si sfidano a singolar tenzone, addirittura con un "vincitore di tappa" a chiusura di ogni puntata, anche se, fin qui, non mi è parso di scorgere nel meccanismo della competizione il rigore e la chiarezza che invece, nonostante tutto, caratterizzano in materia il tanto bistrattato Festival di Sanremo. Fra votazioni del pubblico a casa via web e peso dell'airplay radiofonico c'è stata forse un po' di confusione (ne hanno parlato, in maniera più dettagliata e polemica, diversi siti prima di me): uno dei motivi del contendere è stato il presunto sbilanciamento causato dalla rilevazione dei passaggi in radio, visto che, al momento della registrazione delle serate, alcuni brani erano già in rotazione e altri no. 
Da questo punto di vista, devono essere fatti passi avanti: è giusto insistere sulla "battaglia" fra cantanti, che continua a tirare nonostante da anni si asserisca il contrario e nonostante gli stessi artisti non la digeriscano fino in fondo (salvo poi scendere puntualmente nell'arena, al Summer come al Sanremone), ma che allora lo si faccia con un regolamento che non presti il fianco a critica alcuna; quest'anno le classifiche sono parse più che altro un pretesto per ravvivare la manifestazione. E da questo punto di vista sono risultate comunque funzionali alla bisogna, perché il suo scopo il "Coca Cola Summer Festival" l'ha raggiunto: ridare alle canzoni della bella stagione visibilità e una cornice all'altezza. Un juke box in versione ventunesimo secolo che diffonde, finalmente, note coinvolgenti e accattivanti: un'estate 2014 ricca di musica pop, testimonianza di una ritrovata vitalità dell'industria discografica nostrana. Mi piace interpretarlo come un segnale positivo in vista del prossimo Festival della canzone italiana che, se Carlo Conti saprà fare le cose per bene, potrebbe persino riavvicinarsi ai suoi fasti più gloriosi. Il "materiale" su cui lavorare sembra esserci, basta saper scegliere con oculatezza. 

sabato 28 giugno 2014

MONDIALI 2014: LA COPPA DELLA RAI, FRA SIGLE A GOGO', SCELTE SUICIDE E POCHI GUIZZI. SI SALVANO RIMEDIO E LA CAROLLO

                              Messi: la sua Argentina finora non ha goduto di "dirette" Rai

Un susseguirsi continuo di jingle, sigle e siglette, stacchi e stacchetti animati. Ecco come verrà ricordato il Mundial 2014 targato Rai. E forse sarà meglio così, perché se dovesse restare nella memoria per la qualità della copertura dell'evento, beh, ci sarebbe di che mettersi le mani nei capelli, o quasi. Sia chiaro che non si vuole parlare, in questa sede, della miseria di venticinque partite su sessantaquattro offerte in diretta, una al giorno: è così dal 2006 purtroppo, questione di budget, di aste, di concorrenza sempre più terribile, e ormai me ne sono fatto una ragione. Perlomeno, questa volta da viale Mazzini non hanno insistito più di tanto con l'irritante ritornello utilizzato con sfacciataggine in passato, soprattutto in occasione del torneo iridato in Germania: "Noi trasmettiamo le 25 partite migliori". Fragile trovata promozionale, perché nella maggior parte dei casi è piuttosto arduo sapere prima quali saranno le partite "migliori". E poi cosa vuol dire "migliori"? Le più combattute? Quelle con la posta in palio più alta? Quelle con le squadre più titolate o più dotate di classe? Mah. Stavolta, si diceva, il discorso è rimasto sottotraccia, anche perché non sarebbe stato facile giustificare in tale guisa la scelta di mandare in onda gare "epocali" come Francia - Honduras e Algeria - Russia. 
MINA E I FIACCHI OPINIONISTI - Sigle e jingle come se piovesse, dunque. Per fortuna che c'è Mina: la vecchia tigre di Cremona e il suo staff hanno azzeccato il motivetto - tormentone, ciò che cantanti e autori d'oggidì non riescono più a realizzare, se non in casi sporadici ("Maracanà" di Emis Killa, ad esempio). "La palla è rotonda" passa però sugli schermi Rai una quantità esorbitante di volte al giorno, e il rischio che diventi insopportabile è alto. Comunque, sotto questo vestito musicale festoso e martellante c'è il nulla o quasi. Una miriade di ore di calcio parlato, diluito in trasmissioni con titoli che differiscono leggermente fra di loro (Mattina mondiale, Diario mondiale, Notti mondiali...) ma che si somigliano tutte terribilmente. Il format è sempre lo stesso, senza guizzi di fantasia: il conduttore o la conduttrice, e attorno i soliti opinionisti di sempre che discutono stancamente ad libitum. 
IL CALCIOMERCATO E I "PRESTATI" AL CALCIO - C'è un Italo Cucci che ha ormai perso la verve dei tempi del Guerin Sportivo; c'è Zazzaroni, che interessante, godibile e in grado di fare davvero opinione non lo è mai stato, nonostante la sovraesposizione mediatica. Si è tentato il ripescaggio di un polemista d'antan come Aldo Agroppi, ma solo via telefono; e poi il calciomercato, una delle disgrazie del giornalismo degli ultimi vent'anni, affidato a Matteo Materazzi. Irritante il ricorso a giornalisti non sportivi: chissà perché, quando è tempo di Mondiali, si gettano sul pallone grandi firme che nel resto dell'anno si occupano in linea di massima d'altro, nella fattispecie Salvatore Tramontano e Andrea Scanzi. Il calcio è comunque una "materia" che, per essere trattata, richiede un notevole bagaglio di conoscenze tecniche e storiche: ha una sua dignità, tutti lo possono seguire ma non tutti lo possono raccontare professionalmente. Se di esso viene affidata la trattazione pubblica a tutti, anche ai non specialisti, è inevitabile lo sconfinamento nell'effetto Bar Sport.
BAR SPORT - Ecco, la Rai brasiliana è fondamentalmente un grande Bar Sport, laddove l'ente televisivo di Stato dovrebbe tenersi bene alla larga da una dimensione dialettica così dimessa, cercando finalmente, in assenza di una copertura totale delle 64 gare in programma, di fornire perlomeno una lettura più competente e tecnica dell'evento. Ci vorrebbero più Bacconi (l'unico là dentro che sappia raccontare la tattica e i movimenti degli uomini in campo) e più Bartoletti, entrambi invece, chissà perché, vittime "a prescindere" di molti critici sopravvalutati. Siamo rimasti alle modalità comunicative del Mondiale di quattro anni fa, quando Costanzo e Galeazzi conducevano improbabili dibattiti notturni. Ci sono, dicevamo, troppi Zazzaroni, troppi Freccero (con tutto il rispetto, caro prof, ma ieri sera ha fatto più caciara che altro), e si è visto persino transitare dagli studi Maurizio Mattioli, forse promosso a esperto di calcio in virtù di quel famoso film con Massimo Boldi, in cui recitava la parte del tifoso della Roma... E ovviamente guai a fare a meno della solita clip di Fiorello, mica può essere lasciato fuori dal massimo evento mediatico dell'anno, il Rosario nazionale... 
TELECRONACHE A UNA VOCE - Sono davvero in pochi a salvarsi: la brava Giovanna Carollo che però, dopo anni di onesta fatica redazionale e tante oscure edizioni di tg sportivi da ordinario mezzo busto, sembra stia godendosi fin troppo queste luci della poco gloriosa ribalta "Rai Mundial", sciorinando vestiti, sorrisi e movenze fashion (comunque è brava e buca lo schermo), mentre il clima di austerity ha fatto perlomeno riscoprire l'efficacia delle telecronache ad una voce: grazie ad Alberto Rimedio, che ha mostrato brillantezza e dato ritmo al racconto, pur con qualche sbavatura (si sta ancora chiedendo perché sia stato annullato un gol al francese Matuidi, in realtà mai realizzato: il pallone era finito a fondo campo, dietro la rete), un gradino sotto Marco Lollobrigida, in ogni caso entrambi sembrano rappresentare una buona sintesi fra la tradizione nazionalpopolare di Martellini e Pizzul e la maggior analiticità tecnico - tattica della nuova generazione, senza tuttavia trascendere in esagerazioni vocali stile Piccinini o Caressa. Via, Nazionale a parte, le seconde voci (quelle scelte dalla Rai mai hanno aggiunto qualcosa di sostanzioso al commento principale) e i bordocampisti. Non se ne è sentita la mancanza, il consiglio è di insistere. 
DOV'E' FINITO "MONDIALE REPLAY"? - E' misteriosamente scomparsa dai palinsesti, dopo il 22 giugno, la rubrica più interessante, Mondiale Replay, che proponeva ampie sintesi delle partite della giornata: era tutto previsto, ma non se ne comprende il motivo, proprio nel momento in cui il torneo entrava nel vivo, prima con le sfide decisive dei gironi e poi con i match a eliminazione diretta. Incomprensibile anche, e torniamo al punto di partenza, la scelta di alcune partite per le dirette: in pratica una delle favorite per il successo finale, l'Argentina, rimarrà "oscurata" fino ai quarti di finale, quando, si spera, la Rai ci farà la grazia di trasmettere il probabile scontro fra Messi e compagni e l'atteso outsider Belgio. Secondo le ultime notizie, nemmeno l'ottavo che vedrà opposta la Selecciòn alla Svizzera godrà della trasmissione integrale. 
Maltrattata pure l'attesa Colombia, fin qui all'altezza dei pronostici che la indicavano come possibile rivelazione: chi li ha visti, in Rai, Cuadrado e compagni? In compenso, ci siamo dovuti sorbire tutte le stanche recite del Brasile, anche quella dall'esito scontato contro il modestissimo Camerun, e ben due su tre della Francia e del suo girone cuscinetto, frutto dello scandaloso sorteggio decembrino che, personalmente, non ho dimenticato. Scelte editoriali poco coraggiose, effettuate spesso puntando sulla platea sicura della prima serata piuttosto che su quella ondivaga del tardo pomeriggio, benché alle 18 fossero in calendario una serie di sfide di altissimo interesse. Ragionamenti da vecchia tv di Stato: la Rai, per l'appunto. 

mercoledì 4 giugno 2014

MUSIC AWARDS 2014: SHOW SENZA MORDENTE, NE' CARNE NE' PESCE. O SI CAMBIA O SI CHIUDE...


Non sono convinto che le quattro ore di diretta televisiva dei Music Awards 2014 (non più Wind) abbiano reso un buon servizio alla discografia italiana. Certo non è facile recensire uno spettacolo come quello andato in scena ieri sera a Roma: non una rassegna canora nella classica accezione cui ci hanno abituati decenni di Sanremi, Festivalbar e Dischi per l'estate, e lo si sapeva; ma nemmeno, nonostante le apparenze, uno splendido happening musicale di piazza, perché il live si è mischiato al playback, artifizio tecnico che in certe occasioni dovrebbe essere lasciato da parte. L'impressione, alla fine, è stata quella di sempre, dopo l'eccezione di dodici mesi fa, quando mi era parso di ravvisare, nelle costruzione della kermesse, più di un cambiamento in positivo e diverse scelte coraggiose: siamo invece tornati, purtroppo, all'evento istituzionale, direi ultra governativo. 
POCO DA FESTEGGIARE - Una stanca passerella finalizzata alla consegna di premi, un'aspirante notte dei Grammy senza che a sostenere tale pretesa di grandeur vi fosse un'idea lineare di show e, alle spalle, un mercato musicale dalle dimensioni (e dal giro d'affari) necessarie per giustificare l'euforia un po' plastificata di questo vorticoso scambiarsi di trofei. Sì, perché l'industria discografica italiana, da un bel po' di tempo, non avrebbe molti motivi per autocelebrarsi in tal guisa: le vendite sono quelle che sono e non è il caso, in questa sede, di rigirare il coltello nella piaga; ieri sera, poi, fra i decorati in pompa magna abbiamo trovato diversi re-packaging di album già usciti tempo fa, sintomo di una certa stagnazione di idee o quantomeno di difficoltà, per le proposte veramente innovative, a far breccia nei gusti dei consumatori; e abbiamo trovato, anche, "Nero a metà" di Pino Daniele, ossia la ristampa di un'opera uscita nel 1980, arricchita di qualche inedito e qualche extra gustoso, certo, ma pur sempre il ripescaggio di un disco di oltre tre decenni fa. 
SHOW INGESSATO E MOSCIO - Ad ogni modo, se proprio si deve continuare a far sopravvivere questo spento rituale degli Awards de noantri, che almeno lo si costruisca in maniera appetibile e brillante. E invece no: televisivamente parlando siamo ancora fermi alle moscerie degli Oscar tv o di quella Notte dei Telegatti che può rimpiangere solo chi guarda al passato con mentalità esclusivamente nostalgica. Scaletta piatta, cerimoniosa, solenne, nessun "cane sciolto" a fare un po' di movimento (a meno di non voler considerare tale il pur volenteroso Morandi - Ballantini), presentatori ingessati. 
Carlo Conti va avanti col pilota automatico, ma per il Festivalone, quello vero della Riviera Ligure, occorrerà ben altro, e non ho dubbi che l'anchorman toscano sarà in grado di tener fede alle attese, perché è quello sanremasco il... brodo di coltura ideale per lui, non certo l'evento romano né carne né pesce di cui stiam discutendo; meglio Conti, comunque, di una Vanessa Incontrada che con le sue incursioni nell'idioma spagnolo ha francamente stufato ("Besitos, besitos": ma da quanti anni sentiamo questa litania?) e che i suoi discorsi privati coi cantanti ("Prometto che questa volta verrò al tuo concerto") potrebbe farli, per l'appunto, a telecamere spente. 
MUSICA DATATA - Poi c'era la musica, certo. Un gran calderone in cui è stato buttato dentro di tutto senza criterio, un susseguirsi di esibizioni destinate, nella gran parte dei casi, a non lasciare il segno. Detto di un Pino Daniele penalizzato da un'acustica imbarazzante, è stata la sagra della canzone fuori stagione: il successo invernale di Ligabue, quelli sanremesi di Arisa (con inguardabile chioma bionda) e di Francesco Renga (il quale almeno ci ha regalato un bel duetto con Elisa, l'autrice di "Vivendo adesso"), medley per Alessandra Amoroso e Max Pezzali, i Modà con "Gioia" che non è certo fresca di stampa. Sarebbe stata gradita una più ampia panoramica sulle novità destinate a movimentare i mesi del solleone, ma da questo punto di vista non ci rimane che attendere il Music Summer Festival, più vicino "ideologicamente" al Festivalbar di quanto lo sia il Music Awards. L'unico tormentone estivo emerso da un generale piattume dovrebbe essere "Maracanà" di Emis Killa, giusto omaggio in chiave rap all'imminente Mondiale di calcio. 
MORENO: MA PERCHE'? - Proprio dalla vitalissima galassia del rap - hip hop nostrano sono venute le uniche scosse, in positivo e in negativo, della manifestazione: detto di Killa, di gran suggestione anche il duetto tra Fedez e Francesca Michielin in "Cigno nero", mentre è eufemistico definire irritante l'esibizione di Moreno con "Prova microfono", sopra le righe, superbo, convinto di essere diventato il centro dell'universo: "Per essere al mio posto venderesti la coscienza", "Io qualcosa l'ho ottenuto e te muto resti senza", "Il vostro rap vecchio lo chiudo dentro un sarcofago", "Ho colto l'attimo mio, disco di platino zio, vivo a Milano anch'io", "Parli male di Moreno, poi devi sfidarlo Moreno, io sono qui, invece di parlare male di me, gioca le tue di carte, io le mie le ho giocate" e altre amenità simili; classico esempio di ragazzino che, al primo successo, si è montato la testa: il consiglio è di ritrovare un pizzico di umiltà e ridiscendere al più presto fra i terrestri. Sconfortante che le pagine più brutte della serata le abbiano scritte i giovani: detto di Moreno, dimenticabile anche la performance dei Dear Jack, che alla prima uscita importante dopo Amici si sono esibiti in playback. 
MORRICONE E GLI ALTRI - Poco altro da segnalare, se non un'Elisa sempre sul pezzo con una notevole "Pagina bianca", Emma che sta cercando giustamente di rilanciare la bella "La mia città", maltrattata all'Eurovision Song Contest, e la figura di Ennio Morricone che, in un contesto così poco entusiasmante, è in grado di giganteggiare con la sola presenza. Ah sì, c'era anche una gara di "nuove proposte" ("Next generation"), ovviamente relegata a tardissima sera, sulla scia della deprecabile abitudine sanremese degli ultimi anni, e con canzoni in versione ridotta: inconcepibile la presenza in questa categoria di Alessandro Casillo, già vincitore del contest degli emergenti a Sanremo 2012 e con alle spalle discrete vendite del suo ultimo album; avrebbero meritato qualcosa in più i Moderni di "Un giorno qualunque", ha vinto Greta ma, ad occhio e croce, dovrebbe trattarsi di una vittoria di Pirro. 
Basta così: rimane un interrogativo, lo stesso che gli addetti ai lavori si posero assistendo ai Festival di Sanremo degli anni Settanta, in piena decadenza: ha davvero senso una manifestazione così? Se deve continuare, la si riformi seriamente, ripartendo dall'edizione 2013 e accentuando i caratteri di innovazione, altrimenti la si chiuda per sempre e i premi vengano consegnati all'interno degli uffici delle case discografiche...

lunedì 28 ottobre 2013

MISS ITALIA 2013: LA DECADENZA CONTINUA, NONOSTANTE LA7


Miss Italia 2013 mi ha ricordato uno di quei Festival di Sanremo decadenti degli anni Settanta, snobbati dai grandi big della canzone e ridotti a un'unica serata televisiva. Paragone fin troppo ovvio, ma con i dovuti distinguo: perché il Festivalone rivierasco sopravvisse a quella fase delicatissima e si è poi saputo produrre in una clamorosa ripresa, mentre, allo stato delle cose, e dopo aver visionato la kermesse di ieri sera, non mi sentirei di pronosticare il medesimo, radioso futuro al più importante e popolare concorso di bellezza nazionale. 
POLEMICHE GRATUITE - Il caso Miss Italia è stato ampiamente dibattuto negli ultimi mesi. Diciamo subito che la questione va vista da una duplice prospettiva: l'esistenza stessa del concorso, il suo spirito, la sua essenza, da una parte, e dall'altra la sua trasposizione sul piccolo schermo. Ecco, riguardo al primo aspetto, la polemica sorta attorno ad esso mi è parsa del tutto gratuita, e la cosa ha amareggiato ancora di più perché ad alimentarla è stata una presa di posizione del Presidente della Camera Laura Boldrini, con uno di quei rigurgiti di femminismo deteriore che hanno portato, e continuano a portare, più danni che benefici alla sacrosanta causa della pari dignità fra uomo e donna. Scorgere in una innocua tenzone fra belle fanciulle i segni inequivocabili dell'arretratezza morale e culturale della società nostrana è spaventosamente superficiale: sfidarsi sul terreno dell'avvenenza fisica è in fondo un gioco come tanti altri, del tutto innocente se pensiamo che fin dai tempi della scuola bambini e bambine fanno graduatorie sul "fascino" di compagni e amichetti dell'altro sesso, come a dire che si tratta di un qualcosa che fa parte della natura umana.
Il fatto è che si tende a caricare di troppi significati, culturali se non addirittura politici, eventi che invece appartengono alla sfera dell'evasione, della leggerezza. Una sfilata di giovani ragazze nel fiore della bellezza, in un Paese maturo, non dovrebbe offendere nessuno, essere presa per quel che è, sorvolando sul fatto che esistono analoghe manifestazioni dedicate agli uomini (come "Il più bello d'Italia", che lanciò fra gli altri Gabriel Garko), e se hanno minor visibilità non è certo per maschilismo, ma semplicemente perché la kermesse inventata da Mirigliani ha più storia e più radicamento nel costume e nel tessuto sociale. Senza tralasciare il fatto che Miss Italia ha fatto la fortuna di molte ragazze, creando dal nulla attrici, modelle, presentatrici televisive la cui fama, in alcuni casi, ha valicato i patrii confini. 
INNOVAZIONE MANCATA - Dunque, giù le mani dalle Miss, in linea generale. Il problema è ciò che di questo concorso viene fatto a livello televisivo. Da La7 ci si attendeva una boccata d'aria fresca, un rinnovamento della formula, dopo la bulimia delle scorse edizioni, con numerose e lunghissime serate di stampo antico e di modesto livello spettacolare. La delusione è stata massima, e va detto che non è la prima volta che la giovane emittente erede di TMC non fa seguire i fatti alle promesse. Quello che doveva essere il rivoluzionario terzo polo televisivo sta solo inseguendo i due colossi concorrenti sullo stesso terreno, con format simili e spesso con gli stessi personaggi, senza un guizzo di originalità se non nelle intenzioni. 
Ecco, Miss Italia 2013 è stata "nuova" solo nelle intenzioni, nelle premesse: tutto si è fermato alla scelta anticonvenzionale dei padroni di casa. Anticonvenzionale fino a un certo punto: il passato della nostra tv insegna che affidare ruoli di presentatore a chi presentatore non è produce spesso effetti nefasti, a maggior ragione se il prodotto che viene affidato all'improvvisato anchorman non è di prima qualità. Così, dopo aver assistito alla soirée di Jesolo, la speranza è di poter vedere Massimo Ghini e Cesare Bocci tornare al più presto alle occupazioni abituali, magari regalandoci un'altra irresistibile versione teatrale del Vizietto, che avevo recensito qui sul blog l'anno scorso. 
PRESENTATORI INADEGUATI - Impaccio, ritmi modesti, appiattimento persino ostentato sul provvidenziale "gobbo elettronico" e su copioni mandati a memoria, sketch di dubbio valore artistico come il "processo a Miss Italia" allestito all'inizio. Certo, meglio loro di una Francesca Chillemi visibilmente a disagio, il cui splendido sorriso non è certo bastato a coprire lacune, inciampi e una generale scarsa dimestichezza coi tempi televisivi. La7 è una rete che da anni ha puntato forte sull'informazione, sui talk show: ma se decide di dedicare più spazio all'intrattenimento, al varietà, a manifestazioni di evasione come quella griffata Mirigliani, allora è il caso che apra una sorta di "vivaio" per presentatori, perché di fatto al momento non ha in casa professionisti del settore, un Carlo Conti o un Fabrizio Frizzi, è costretta a improvvisare e i risultati sono quelli prodotti dal precario trio "ammirato" poche ore fa. 
PRODOTTO DEBOLE - Il naufragio dei padroni di casa, come detto, è stato facilitato da un prodotto debole: le innovazioni auspicate non si sono viste, se non nella provvidenziale riduzione del numero di serate, peraltro "compensata" da una finalissima interminabile, diluita in quattro ore e mezzo. Le dinamiche della gara son sempre le stesse, le domande poste alle concorrenti idem, e le risposte non grondavano certo originalità, ma del resto cosa si pretendeva? Questo è un altro dei grandi equivoci che hanno minato le fondamenta della manifestazione. A Miss Italia deve vincere la bellezza fisica, chiedere a queste fanciulle saggi di cultura o di talento artistico è fuori luogo: dopo il concorso, avranno tempo di coltivare le loro qualità, di formarsi, di imparare e, se meritevoli, di sfondare. 
OSPITI SBAGLIATI - Del tutto infelice la scelta degli ospiti canori, Max Gazzè e Nina Zilli, presentatisi con un repertorio oltremodo datato: proprio in un autunno che si sta caratterizzando per il lancio sul mercato di nuovi dischi da parte di tanti big della canzone nostrana (Elisa, Giorgia, Emis Killa e Alessandra Amoroso su tutti) si poteva investire su altri cantanti e offrire loro una buona vetrina promozionale. Anche il bravissimo Alessandro Siani si è limitato al compitino, con un monologo discreto ma non all'altezza di altri precedenti, pensiamo a quello che sfoderò fra gli applausi a Sanremo 2012: forse ha avvertito la freddezza di un pubblico incredibilmente ingessato, e un comico esuberante come il napoletano certe cose le patisce... 
LO SCIVOLONE DI SOTTILE - Lo stesso esito finale della sfida ha premiato un volto, quello di Giulia Arena, tutto sommato ordinario (si parla comunque di bellissime donne, sia ben chiaro...), così come il livello generale delle concorrenti era buono ma abbastanza piatto, senza nessuna che balzasse agli occhi più delle altre o che brillasse di una luce o di un fascino particolari. Una vincitrice che tende a confondersi con altre che l'hanno preceduta, e che quindi dovrà dimostrare di avere davvero qualcosa in più dell'avvenenza fisica per ritagliarsi un posto al sole. 
Poco da dire sulla giuria (le giurie di "esperti vip" sono ormai il prezzemolino di ogni appuntamento televisivo in cui vi sia un qualunque tipo di gara) e soprattutto su un Salvo Sottile che ha ritenuto opportuno dichiarare di non voler più tornare a Miss Italia, e non ha saputo rinunciare al saluto a Enrico Mentana, fra l'altro uno dei più fieri oppositori del trasloco su La7 del concorso. E' un modo un po' curioso di fare il bastian contrario, quello del conduttore di "Linea gialla": se non piace il progetto, non si partecipa, si sta a casa e ci si dedica ad altro, invece di fare il membro della giuria e incidere dunque sull'esito della gara. Un tentativo un po' maldestro di contestazione "dal di dentro" di un colosso mediatico poco amato? Chi lo sa: di certo non ve n'era il bisogno, perché Miss Italia 2013 si è già fatta del male abbondantemente con la sola messa in onda. 
REINVENTARSI - Si torna al punto di partenza: questa storica manifestazione può sopravvivere senza scandalo, perché è innocua per lo status sociale e culturale del Paese e del "gentil sesso" e, anzi, aiuta qualcuna delle partecipanti a farsi largo nel difficile mondo dello spettacolo. Ma non può sopravvivere ridotta in certe vesti catodiche: il giovanilismo di facciata che maschera rughe profonde, una confezione nuova per un prodotto vecchio e immutabile, è un bluff che non può reggere a lungo. E comunque, sarà un paradosso ma Miss Italia ha goduto di salute florida e ha lanciato volti di spessore anche e soprattutto negli anni in cui l'attenzione mediatica era ridottissima, e addirittura la finale nemmeno veniva trasmessa in tv... Forse alcuni anni di basso profilo e bassa esposizione, magari ripartendo da circuiti televisivi minori se non addirittura dal web, per "ripensarsi" con calma e reinventarsi su standard più moderni, potrebbe non essere un'idea del tutto malvagia.