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domenica 9 ottobre 2016

LE MIE RECENSIONI: "LA VERITA' STA IN CIELO", OCCASIONE MANCATA


Temo che "La verità sta in cielo" sia destinato a diventare l'ennesima occasione perduta di questi trentatré anni senza Emanuela Orlandi. Trentatré anni di indagini finite nel nulla, di probabili depistaggi e mitomanie, di teorie cervellotiche a cui ci si è aggrappati con accanimento e che hanno sistematicamente prodotto tantissimo fumo e poco arrosto. Così, il film di Roberto Faenza in questi giorni nelle sale va considerato come un passaggio a vuoto, un altro inconcludente tassello del caotico puzzle venutosi a formare dal 1983 in poi, un puzzle in cui davvero in troppi hanno messo le mani. Un'opera che può essere derubricata a modesto giallo - thriller, con una fiacca rimasticatura di cose già viste, dette, analizzate e liquidate. 
FONDAMENTA FRAGILI - La scelta di campo del regista è evidente: questa pellicola non è una finzione "liberamente ispirata" al famigerato cold case. La fantasia è soltanto nel canovaccio narrativo, la storia inventata della giornalista inglese (Maya Sansa) spedita a Roma dal suo direttore (Shel Shapiro) nel 2015, per sollevare il coperchio dal vecchio pentolone della vicenda Orlandi in relazione agli ultimi sviluppi del caso "Mafia capitale". Il resto, cioè la sostanza del prodotto, vorrebbe essere uno stimolo per eventuali future nuove indagini, un serio tentativo di riprendere in mano il "fascicolo", di approfondire fatti in apparenza sottovalutati per aprire nuovi spiragli giudiziari. Peccato che lo si faccia muovendo da presupposti sbagliati: i veri protagonisti del film, più ancora della reporter inglese Maria e della collega che collabora con lei in terra italiana (l'ex "Chi l'ha visto?" Raffaella Notariale, interpretata da Valentina Lodovini) sono Sabrina Minardi (Greta Scarano) ed Enrico De Pedis (Riccardo Scamarcio). 
LA MAGISTRATURA AVEVA PARLATO CHIARO...- Due nomi che, con l'ombra immanente della Banda della Magliana, per un decennio circa sono stati accostati alla scomparsa di Emanuela con un'eco mediatica al diapason, ma sui quali il provvedimento di archiviazione firmato nell'ottobre scorso dal giudice Giovanni Giorgianni ha messo al momento una pietra tombale. Si legge infatti nel dispositivo: "In definitiva, alla stregua degli imponenti accertamenti investigativi effettuati con straordinaria capillarità, gli elementi emersi in favore dell'ipotesi di un coinvolgimento della Banda della Magliana nella scomparsa di Emanuela Orlandi, di intensità e grado diversi nei confronti degli odierni indagati e di coloro che sono deceduti (il PM parla di elementi minori nei confronti di Cassani, Cerboni, Virtù e Minardi rispetto ai deceduti De Pedis e Sarnataro) non possiedono senz'altro, per nessuno degli indagati iscritti e per i motivi sopra esposti, quella consistenza tale da imporre l'esercizio dell'azione penale e giustificare, dunque, il vaglio dibattimentale". E riguardo alla Minardi, si parla di "valutazione di totale inattendibilità delle dichiarazioni" da lei rese, precisando anche che "le incongruenze evidenziate sono talmente numerose e macroscopiche, per conclamato contrasto con altri elementi storicamente accertati, da compromettere in toto la credibilità del dichiarante, senza che sia ravvisabile una plausibile spiegazione delle molteplici incoerenze e dei vari contrasti con dati certi". 
MANCANO NUOVI ELEMENTI - Quanto sopra ha detto la magistratura nell'autunno scorso, ma di tutto questo il film non pare aver tenuto conto, mettendo i suddetti due personaggi al centro della scena: e un film che mira a dare un suo contributo, anche piccolo, al raggiungimento della soluzione di questo tragico mistero, non può essere costruito su fondamenta giudiziariamente superate e archiviate. Poi, per carità, le decisioni dei giudici vanno rispettate ma si possono discutere, e però per discuterle e magari tentare di cambiarle occorrerebbero elementi nuovi, fondati, concreti, non un continuo ripescare fatti già sottoposti al vaglio degli inquirenti e rivelatisi privi di adeguato sostegno probatorio, come evidenziato poco sopra. 
Tutto vecchio, insomma, e pure scarsa originalità: perché oltre alla Magliana, a De Pedis e alla Minardi, ecco spuntare fuori anche Marcinkus, lo Ior e Roberto Calvi, quasi tutta la prima parte della pellicola spesa a disegnare scenari politico - economico - malavitosi intricati e sfuggenti, arrivando anche a tirare in ballo Carminati e Mafia Capitale, senza riuscire a spiegare chiaramente e inconfutabilmente quale legame tutto ciò potrebbe aver avuto con la scomparsa della giovane studentessa di musica; e grande vaghezza, in genere, pure sul ruolo delle gerarchie Vaticane, anche in quel finale che lancia il sasso (un altro "sasso" attorno a cui si ricama da anni) ma lascia tutto in un limbo di indefinitezza, di imprecisato, senza conferme incontrovertibili. Un'opera oltremodo pretenziosa, dunque, che mette tanta carne al fuoco ma che lascia lo spettatore pressoché a digiuno al momento di tirare le somme e far emergere qualcosa di clamorosamente inedito e sostanzioso, e che in definitiva non avvicina di un centimetro la verità, ammesso che dopo tanti anni e tanta confusione la verità sia ancora raggiungibile. 
BENE SCARANO, MALE LODOVINI, PIETRO ORLANDI EVITABILE - Essendo un film dichiaratamente di "impegno civile", gli aspetti squisitamente tecnici (attori, stile di regia...) passano in secondo piano: limitiamoci allora a parlare di una sceneggiatura banale e di una recitazione con rari picchi di pregio. Va comunque lodata Greta Scarano nei doppi panni della Minardi, prima giovane e sensuale, poi anziana e disfatta da una vita tormentata: certo almeno in un prodotto come questo potevano esserci risparmiate le scene di nudo sue e di Scamarcio, due "belli" i cui fisici statuari avremmo potuto ammirare in altre occasioni. Piuttosto anonime le performance di Sansa e Shapiro, pollice verso per la Lodovini, e ci dispiace perché è brava e talentuosa, ma quella sua espressione perenne da "ragazza solare" e sempre pronta al sorriso, quel suo sguardo vispo e sbarazzino, quella sua gioviale espressività mal si conciliano con la figura di una giornalista d'inchiesta alle prese con un affare drammatico e scabroso. Discutibili alquanto le pur fugaci apparizioni di Elettra (nipote di Emanuela) e soprattutto, in dirittura d'arrivo, di Pietro Orlandi, il fratello della ragazzina sparita nel nulla: il ricorso agli autentici familiari poteva essere tranquillamente evitato, per una questione di sensibilità, di stile e di buon gusto.
RIGORE STORICO NON INECCEPIBILE - Uno dei tanti scivoloni di quest'opera non certamente scritta in bella calligrafia, senza dimenticare una delle frasi "tramandate ai posteri" apparse sullo schermo prima dei titoli di coda: "Nel 2015, la Procura ha deciso l'archiviazione dell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, provocando le dimissioni del magistrato a capo delle indagini". Non è andata esattamente così: il magistrato in questione, Giancarlo Capaldo, non si è dimesso; riportiamo quanto affermava il comunicato diffuso dalla Procura di Roma nel maggio 2015: "Il Procuratore Aggiunto dottor Capaldo, non condividendo alcuni aspetti della richiesta di archiviazione, ha richiesto la revoca dell'assegnazione del procedimento, che è stata disposta anch'essa in data odierna". Insomma, troppe lacune in tema di rigore storico e documentaristico. Piange il cuore dirlo, ma se queste sono le nuove frontiere della ricerca della verità su Emanuela, ci trascineremo questo mistero per chissà quanti anni ancora. 

venerdì 7 ottobre 2016

ITALIA - SPAGNA? UN QUASI - DISASTRO TARGATO VENTURA. DUE PUNTI PERSI VERSO RUSSIA 2018

                                                Belotti: ottimo impatto sul match

Il commovente arrembaggio finale, con gli azzurri all'inseguimento di un'improbabile e immeritata vittoria, non può e non deve farci dimenticare le brutture a cui siamo stati costretti ad assistere per una settantina di minuti. Quello contro la Spagna era il primo impegno chiave nella corsa al Mondiale 2018, la sfida coi  rivali diretti per il primato, ed è stato gestito in maniera fallimentare in fase di progettazione "ambientale", mentale, tattica e tecnica. Una gara nata male fin dalla vigilia, una vigilia incredibilmente asettica e priva di pathos, senza l'atmosfera del "big event": molti sembrano aver dimenticato che andrà in Russia solo la vincente del raggruppamento, mentre per la seconda si aprirà un futuro carico di incognite, con uno spareggio nemmeno garantito in partenza (accedono ai playoff solo le otto migliori "medaglie d'argento" dei vari gironi europei). 
CENTROCAMPO SBAGLIATO - Così, il Club Italia è arrivato, mi è parso, psicologicamente scarico all'appuntamento torinese. La preparazione del match sul campo ha fatto il resto. E' emerso nitidamente, per la prima volta e proprio nell'occasione più importante, ciò che in molti (me compreso) temevano quando ancora l'avvicendamento fra Conte e Ventura non era stato ufficializzato: la mancanza di esperienza agli altissimi livelli del trainer, il quale ha sbagliato formazione iniziale in maniera talmente clamorosa che, fin dai primi minuti dell'incontro, è stato fin troppo facile intuire dove si sarebbe andati a parare. Incredibile che, nell'autunno 2016 e al cospetto delle ringalluzzite Furie Rosse, si scenda in campo con un centrocampo imperniato su Montolivo e De Rossi, elementi che ormai da tempo hanno smarrito (principalmente per usura fisica) lo spessore internazionale di cui, invece, la nostra rappresentativa ha disperatamente bisogno. Con un reparto nevralgico di cartavelina, il pallino del gioco è stato sollecitamente conquistato dagli iberici, che l'han tenuto quasi fino alla fine. 
PIU' DEMERITI AZZURRI CHE MERITI SPAGNOLI - Sì, d'accordo: la solita squisita perizia di Iniesta e compagni nel tocco di palla, la stordente ragnatela di passaggi e quelle verticalizzazioni fulminee, e soprattutto una condizione atletica scintillante, da cui è scaturito un pressing portato altissimo, continuo e martellante. Ma un'Italia più fresca (possibile che ad ottobre si sia ancora parzialmente imballati?), più "sul pezzo" mentalmente e meglio organizzata sul terreno di gioco avrebbe trovato le contromisure quantomeno per allentare la morsa e proporsi al contrattacco con più continuità. Nessuno chiedeva un bis testuale dell'impresa di Saint Denis a Euro 2016, ma quella gara aveva dimostrato che è nelle nostre potenzialità esprimerci all'altezza della Roja e forse anche meglio, se i giocatori vengono messi nelle condizioni adatte. 
SMARRITO LO SPIRITO DI CONTE - Da questo punto di vista, il confronto col recente passato proposto ieri dallo Juventus Stadium è stato più che avvilente. Lo spirito, la personalità, l'ordine tattico e l'aggressività di marca contiana sono evaporate in un atteggiamento remissivo che nemmeno può essere definito difensivista (il difensivismo, se applicato in maniera raffinata e non portato all'esasperazione, è una scelta strategica che ha una sua dignità). E' stata semplicemente una resa anticipata, un attestarsi in trincea sperando di mantenere la porta inviolata e azzeccare la giocata singola o il contropiede vincente, come nella peggior tradizione italica i cui esempi in azzurro, fortunatamente, negli ultimi lustri si sono estremamente rarefatti. 
Squadra letteralmente spezzata in due, come si dice in questi casi: otto giocatori appiattiti ai margini della nostra area e le due punte isolate e sperdute in avanti, semplicemente perché in mezzo nessuno era in grado di abbozzare la costruzione di qualcosa che somigliasse vagamente a una manovra d'attacco. Gli azzurri hanno creato la prima palla gol (colpo di testa di Pellè e mancata deviazione sotto misura di Parolo) dopo circa un'ora di gioco, e solo dopo che uno svarione di Buffon in uscita aveva consentito a Vitolo di appoggiare con tranquillità in rete il pallone di un vantaggio meritatissimo: al di là del forcing insistito, gli uomini di Lopetegui avevano già sfiorato il bersaglio almeno tre volte nella prima frazione, due con Piquè di testa e una con Iniesta dopo uno strepitoso assolo palla al piede. 
LINFA VERDE, OSSIGENO PER L'ITALIA - Ancora Vitolo falliva clamorosamente il bis a tu per tu con il nostro numero uno, e lì finiva fortunatamente la partita spagnola in chiave offensiva, un po' per naturale esaurimento di energie e fiato, un po' perché Ventura poneva parzialmente rimedio ai suoi errori mettendo dentro la linfa verde di Belotti e Immobile, che mettevano a ferro e fuoco centrocampo e terza linea avversarie. Il laziale mancava la deviazione vincente da pochi  passi, poi Eder, liberato da un tocco del centravanti torinista, veniva agganciato da Sergio Ramos per un rigore nitido fischiato fra qualche incertezza dal deludente arbitro Brych: lo trasformava in scioltezza De Rossi, ciò che permetteva di salvare il risultato ma non di raddrizzare l'assoluta inconsistenza della prestazione del romanista. E poco dopo, su sinistro angolato di Immobile era Florenzi a non trovare l'impatto decisivo nell'area piccola, ma sarebbe stata troppa grazia. 
NON SI PUO' PIU' FALLIRE - La sostanza è che l'Azzurra ha perso due punti fondamentali nella corsa verso il torneo iridato. Fermo restando che bisognerà fare risultato al ritorno in Spagna, ora occorre non fallire nemmeno uno degli appuntamenti sulla carta più abbordabili, a cominciare da quello di domenica in Macedonia. Da perfetti italiani, ci siamo dunque messi immediatamente nella situazione psicologica peggiore, pur avendo dalla nostra il fattore campo e il freschissimo precedente dello strameritato trionfo in terra francese. La speranza è che i rari bagliori di gioco visti nel finale, e dovuti unicamente ai cambi operati, rimettano il cittì sulla retta via. Belotti e Immobile, nelle attuali condizioni di forma, devono trovare più spazio, anche se rimane la sensazione, netta, che il problema allo Stadium sia stato ben altro, e che, ad esempio, anche i titolari di partenza Pellè ed Eder avrebbero potuto far meglio se adeguatamente assistiti. 
SENZA VERRATTI NON E' ITALIA - Verratti fuori è inconcepibile, e parlare di alternanza di uomini per i due impegni ravvicinati è giustificazione che non regge, perché contro i migliori devono giocare i migliori; lo stesso Bonaventura ha dato qualcosa in più dello spaesato Montolivo, anche se il suo contributo non è stato eccelso (ma il buon Jack si è trovato catapultato in un reparto di mezzo già raso al suolo dai primi venti minuti di dominio assoluto degli ospiti). E rimane ancora "congelato" o contingentato il ricorso a quella batteria di esterni, trequartisti ed incursori, i vari Berardi, Bernardeschi, Insigne, El Shaarawy e Candreva, che potrebbero fare la fortuna di questa squadra. Oltre ai subentrati, da salvare stasera solo un Barzagli con le stimmate del leader arretrato e un Romagnoli che ha bagnato la prima azzurra con una prestazione senza fronzoli, tutta sicurezza e tempismo. Troppo poco per poter ambire alla qualificazione diretta. 

martedì 6 settembre 2016

DOPO ISRAELE - ITALIA: E' LA NAZIONALE DI VERRATTI, DI PELLE' E DI NUOVE RISORSE OFFENSIVE. MA CHIELLINI...

                                                 Verratti: il futuro azzurro è suo

L'Italia torna da Israele con un bicchiere pieno ben oltre la metà. Al di là del risultato, Ventura ha acquisito due certezze definitive e assolute: la Nazionale in cammino verso Russia 2018 dovrà essere la Nazionale di Verratti, e per il momento è sempre più la Nazionale di Pellè. Quest'ultimo dato è forse il più incoraggiante, sul piano della stretta attualità, se pensiamo al limite tecnico che maggiormente ha frenato la nostra rappresentativa negli ultimi anni, ossia la drammatica latitanza di punte di autentico spessore internazionale. Ecco, ora almeno un attaccante di stampo europeo ce l'abbiamo: il... neo cinese sta timbrando il cartellino con regolarità impressionante fin da prima dell'estate, si è fatto scivolare addosso senza cedimenti psicologici le polemiche per la sceneggiata in occasione del famigerato rigore contro Neuer. Segna e fa segnare: ieri ha aperto le marcature e ha mandato in gol nel finale Immobile, con un assist di testa preciso al millimetro; e nel mezzo, un impegno costante e un'altra occasionissima, sempre di testa, sventata mirabilmente dal portiere di casa. 
RIFIORISCONO LE PUNTE? - Serviva come il pane, uno così là davanti, continuo ed efficace ad alti livelli in questo 2016 da favola; e attorno a lui sembra fiorire una generazione di giovanotti di nuovo in sintonia col gol: il neo laziale Ciro ha ritrovato la via della rete azzurra dopo tempo immemorabile, alle spalle premono Belotti e Pavoletti, indemoniati con le casacche di club, altre alternative potrebbe fornirle una stagione monstre di qualcuno fra i vari Gabbiadini, Paloschi, Zaza, Rossi, senza dimenticare Balotelli che deve recuperare un'infinità di strada, ma che non considero del tutto perduto per il calcio che conta. Con la collaborazione dei nostri incursori, da Candreva a Insigne, da El Shaarawy al Berardi che verrà, allo splendido Giaccherini di Euro 2016, potrebbero fare impennare la potenza di fuoco della nostra selezione. 
L'IMPORTANZA DEL PALLOTTOLIERE - E' un discorso, quello sulla prima linea azzurra, che assume importanza primaria, visto che l'obsoleto regolamento delle qualificazioni mondiali costringe a fare i conti con la differenza reti totale, quindi qualche gol in più o in meno rifilato ai "vasi di coccio" del girone potrebbe diventare determinante: anche per questo, ad esempio, ieri saremmo stati tutti grati a Immobile se non avesse fallito il 4 a 1 solo davanti a Goresh, ma non si può avere tutto dalla vita...Certo, non è detto che si arrivi a pari punti con la Spagna, ma nel caso capitasse, le Furie Rosse hanno già dato una bella sistemata al loro score grazie all'8-0 al malcapitato Lichtenstein, dimostrando che sbaglia chi dice che "non esistono più le squadre materasso". Esistono invero solo per qualcuno: l'Italia, ad esempio, contro queste rappresentative di bassissima statura qualitativa ha sempre inspiegabilmente sofferto le pene dell'inferno. Pensiamo anche alle eliminatorie dell'ultimo Europeo e al doppio 1-0 con Malta: contro il Lichtenstein, una simile "parsimonia" sotto porta ci creerebbe non pochi imbarazzi in sede di classifica.
VERRATTI LEADER - L'Italia di Pellè e degli attaccanti ritrovati, si diceva, e anche l'Italia di Verratti. Lo avevo scritto nel precedente post, ma sinceramente non ci voleva una grande fantasia: il genietto del Paris Saint Germain sarà l'uomo di Ventura, il leader della sua Azzurra, il califfo del centrocampo. Ad Haifa ha dettato legge per un'ora abbondante, prima che una condizione approssimativa e qualche acciacco prendessero il sopravvento. Fondamentale in interdizione, tranquillo e ordinato nella tessitura, incisivo in fase creativa: suo il lancio per Antonelli che ha innescato Pellè per l'1-0, suo l'assist a Bonaventura che è andato poi a conquistarsi un rigore non clamoroso ma assolutamente legittimo. Il posto là in mezzo è definitivamente suo, continuare a tenerlo costantemente sotto esame sarebbe deleterio per le sicurezze sue e della squadra. 
FARE A MENO DI CHIELLINI? SI PUO' - Sono altri, semmai, gli uomini dai quali va sollevato il velo dell'intoccabilità. Non è bello sparare su un bersaglio già vulnerabile, ma ad esempio Chiellini, in queste prime due gare targate Ventura, ne ha combinate più di Carlo in Francia, come recitava un vecchio adagio, fra svarioni difensivi e l'espulsione che, ieri, ha lasciato i suoi in inferiorità numerica per quasi tutta la ripresa. Attenuanti e aggravanti: consideriamo che un periodo negativo può capitare a tutti, e teniamo conto di una brillantezza atletica che in questa fase della stagione è appannaggio di pochi; non dimentichiamo però che il ragazzo non è più di primo pelo, e che comunque, nelle sfide fuori dai nostri confini, ha sempre alternato cose egregie a momenti di grossa difficoltà (con prevalenza delle prime, va detto). Anche in questo settore, sia pur in maniera minore rispetto al reparto avanzato, qualche alternativa c'è, e, sempre in riferimento a quanto scritto pochi giorni fa, è il caso di lanciare con decisione il bravo Rugani, magari in un assetto difensivo riadattato, perché non si può restare avvinghiati in eterno al 3-5-2, soprattutto se non hai il trio juventino in piena efficienza, mentre la difesa a quattro è senz'altro più adatta a innescare un football propositivo. 
CLASSICA ELIMINATORIA - Per il resto, quella in Israele è stata una gara di qualificazione come tante se ne sono viste in passato e tante se ne vedranno, da parte dei nostri alfieri. Di quelle gare che la nostra rappresentativa difficilmente riesce a giocare esprimendosi al massimo delle proprie potenzialità; e tuttavia, non vi fosse stato il duplice sbandamento di Chiellini, i nostri avrebbero verosimilmente condotto in porto il successo magari senza squilli, senza miracol mostrare, ma in sostanziale tranquillità, tanto è vero che anche dopo la stilettata di Ben Chaim per l'1-2 l'Italia è andata vicinissima al tris con la citata inzuccata di Pellè.
ECLETTISMO - Nella prima mezz'ora la superiorità è stata netta: due affondi pericolosi, due reti per noi. Poi, le solite paturnie azzurre, in primis la maligna capacità di rimettere in corsa avversari già groggy, un deficit di cui, temo, non ci libereremo mai. Di buono, una concretezza sotto porta non comune per le abitudini nostrane, e un certo eclettismo da parte di molti: Verratti ha giocato a tutto campo, Bonaventura e lo stesso Pellè sono stati visti spesso arretrare a dar manforte a una difesa preda di inusuali tremori, e Parolo, a lungo ai margini, è venuto fuori nel periodo di inferiorità, guadagnandosi la pagnotta in fase di copertura. 
DOPPIO CERVELLO - Ancora: discreto Antonelli, troppo sulle sue Candreva, rigore del 2 a 0 a parte (un elemento di tale spessore tecnico dovrebbe essere uno dei trascinatori della squadra, invece in azzurro troppo spesso spegne la luce) e la conferma che una cosa è giocare con una... classe dirigente (Bonucci e Verratti), un'altra con una formazione sostanzialmente "acefala" quale quella vista a Bari. Proprio per questo, per la presenza di un ben definito asse centrale dal quale si dipanava la manovra, si sono avvertiti i primi segni di una certa discontinuità nei confronti dell'ultima Italia targata Conte, che in Francia ha dovuto fare a meno dell'ex Pescara e di Marchisio, sviluppando quindi il suo gioco per altre vie. Poi, certo, tutto va tarato sulle particolari caratteristiche di questo match, prima la necessità di fare punti e poi le complicazioni tattiche dovute all'espulsione. In ogni caso, l'auspicato "scollinamento", come scritto nel precedente articolo, c'è stato. A ottobre arriva la Spagna a Torino, e forse l'Azzurra made in Ventura comincerà ad emergere più nitidamente. 

venerdì 2 settembre 2016

BILANCIO DEL CALCIOMERCATO: LA JUVE E LE ALTRE. RINFORZATE, INDEBOLITE E STABILI

                                             Dani Alves: dal Barça alla Juve

La scena più triste: il conto alla rovescia televisivo la sera del 31 agosto, come un San Silvestro fuori stagione, e le porte della misteriosa "stanza degli affari" che si chiudono lasciando fuori i giornalisti in inutile fibrillazione. Uno strambo rituale che fa scadere la campagna trasferimenti a sagra di paese, specchio fedele, in fondo, di un calcio italiano che non sa rinnovarsi, non sa migrare verso una dimensione più moderna e futuristica, più in linea coi tempi del pallone business, rimanendo pigramente ancorato a tradizioni ormai passare di cottura. E sì che il calciomercato sarebbe anche un momento serio, i giorni in cui i club costruiscono le basi tecniche e finanziarie di un anno di lavoro. Una cornice dimessa per una sessione dimessa, in linea generale, visto che ha prodotto come unico risultato di rilievo l'allargamento del solco che separa la battistrada degli ultimi cinque tornei da tutte le altre. Proprio partendo da questo dato di fatto, invece delle solite pagelle squadra per squadra ho preferito stilare un bilancio dividendo le venti di A in fasce: chi si è rafforzato, chi si è indebolito, chi è rimasto stabile, le ingiudicabili. 
LE RINFORZATE - I meno giovani come me, ricorderanno che, dopo il Mundial '82, si parlò di Juve pigliatutto: la squadra campione in carica avrebbe schierato, ai nastri di partenza del nuovo campionato, sei campioni iridati, il recuperato Bettega che solo a causa di un grave infortunio non era entrato fra i ventidue di Bearzot, e in più Platini e Boniek, due delle stelle più luminose del torneo spagnolo; e invece la Signora non vinse lo scudetto. A maggio 2017 difficilmente finirà così, e per almeno due colossali differenze rispetto ad allora: all'epoca, i bianconeri si trovarono a battersi in un contesto enormemente più competitivo, con rivali di altissimo spessore tecnico, per quanto sulla carta inferiori; e soprattutto, le loro principali antagoniste non andarono a rinforzare il team di Trapattoni. 
Oggi, le due inseguitrici dell'anno passato hanno ceduto a Madama Higuain e Pjanic, senza compensare le perdite con sostituti di valore almeno simile. Oltre ai due citati, sono arrivati in casa Juventus campioni esperti come Dani Alves e Benatia, e prospetti di assoluto rilievo come Mandragora e Pjaca, senza dimenticare che in autunno inoltrato rientrerà un Marchisio sempre più "nevralgico" per i sincronismi tattici di Allegri. E' una squadra che guarda più al presente che al futuro, con molti atleti, anche fra i nuovi, carichi di primavere. Dato per scontato il larghissimo margine di vantaggio in patria, l'obiettivo è portare un deciso assalto alla Champions, con la semifinale come traguardo minimo (e sottolineiamo minimo), perché per i vari Buffon, Barzagli, Chiellini, oltre ai citati Alves e Pipita, il tempo stringe. 
Nonostante il pessimo avvio, il miglior mercato dopo i campioni d'Italia l'ha fatto l'Inter. Ansaldi, Banega, Candreva, Joao Mario, Gabigol: di questi tempi, nell'asfittico panorama nostrano, difficile pretendere di più. Discorso a parte per Ranocchia, rientrato alla base dopo la stagione da incubo in casa Sampdoria, ormai solo un pallido ricordo del prospetto di ottimo difensore ammirato a cavallo fra il primo e il secondo decennio del secolo. Il tardivo cambio di panchina, con De Boer arrivato da poche settimane, rischia di vanificare una campagna sontuosa, facendo perdere punti importanti nelle prime giornate, come sta già avvenendo. Molto bene anche il Torino: via Ventura, ma sono rimasti gli azzurri del futuro prossimo (Zappacosta, Baselli, Benassi, Belotti), Valdifiori al centro potrà tornare a tessere le trame di gioco che l'han reso famoso a Empoli, Ljajic  ha guizzi e inventiva anche se non ha mai brillato per continuità, e se Iago torna quello di Genova ci sarà un'altra freccia acuminata a disposizione di Mihajlovic. Dietro, gravi le perdite di Glik e Maksimovic, ma De Silvestri e Rossettini innervano comunque la difesa con sapienza tattica, muscoli ed esperienza, mentre Hart, per quanto non irreprensibile, offre forse qualche garanzia in più dell'ultimo Padelli. Di assoluto rilievo la campagna del Cagliari: Isla, Bruno Alves e Padoin sono giocatori più da quartieri alti che medi, Borriello ha ancora qualche cartuccia da sparare, Murru è atteso alla maturazione, Di Gennaro, Joao Pedro e Sau tornano sui palcoscenici che meritano. Gli isolani possono puntare alla parte sinistra della graduatoria. 

                                  Immobile, neo laziale: sarà decisivo come Candreva? 

LE "STABILI" - E' il settore più affollato. La Roma ha dato Pjanic all'acerrima rivale, ma recupera Strootman, la cui lunghissima assenza ha pesato eccome. Mario Rui e soprattutto Vermaelen sono discreti rinforzi difensivi, rimangono l'efficace eclettismo di Florenzi, i mortiferi inserimenti di Nainggolan (ottimo a Euro 2016) e la potenza di fuoco dalla trequarti in su, con una ricchezza di alternative tale da costringere El Shaarawy a dover ancora sgomitare per un posto da titolare, nonostante l'ottimo girone di ritorno disputato la stagione passata. Ma il crollo nel preliminare Champions potrebbe aver minato molte certezze; se la Lupa raccoglierà i cocci psicologici, il secondo posto sarà ancora alla portata. 
Menzione d'onore per il Genoa, che non ha smobilitato come in molti paventavano: Perin, Izzo, Rincon e soprattutto Pavoletti sono ancora sotto la Lanterna, De Maio e Ansaldi rappresentano sacrifici sopportabili, più doloroso quello di Suso, Ocampos si è mostrato finora piuttosto leggerino ma ha talento per esplodere. In più, Veloso è tornato in maniera inattesa in cabina di regia, sperando che questa seconda avventura genoana sia migliore della prima. In panca, Juric garantisce buona continuità con la gestione Gasperini, magari con maggiore elasticità tattica. Da rivedere qualcosa in difesa, ma la top ten della classifica svanita di un soffio a maggio stavolta può essere centrata. Pressoché identico il Chievo, che dovrà valorizzare i giovani Parigini e Inglese per rinfrescare un tessuto di squadra piuttosto datato, stabile la Lazio, per la quale non sarà semplice far fronte alla grave perdita di Candreva, ma che si consola con un Immobile che negli ultimi mesi ha dato decisi segnali di risveglio, e ha pur sempre in rosa i vari De Vrij, Lulic, Biglia, Cataldi, Parolo e Felipe Anderson, garanzie assolute; se poi Bastos e Lukaku non deludono, potrebbero aprirsi prospettive interessanti. 
Anche se per il rotto della cuffia, vanno inserite in questa fascia Milan, Sampdoria e Atalanta. I rossoneri hanno nel motore un Montella in più, se tornerà sui livelli fiorentini, e un Lapadula chiamato alla conferma dopo aver sfondato reti a ripetizione in B. Merita fiducia la colonia italiana: i giovani Donnarumma e Romagnoli, poi De Sciglio e Bonaventura ormai certezze anche per la Nazionale, e l'esperienza di Antonelli. Kucka il suo l'ha sempre fatto, mentre Montolivo e Bertolacci sono da ricostruire: in avanti, la certezza Bacca e un Suso che a Genova Gasperini ha forgiato in formato extra lusso, come aveva fatto con Niang. 
La Samp registra le gravissime perdite di De Silvestri e Soriano, ma ha recuperato la certezza Regini, ha preso un Cigarini che dovrebbe garantire ancora un buon contributo in fase di costruzione, e si ritrova in rosa un Muriel letteralmente rigenerato. Poi Giampaolo è uno che non fa mai del calcio banale. Peccato per la gestione del caso Cassano. In casa Atalanta, Paloschi vuol dire essersi assicurati un notevole bottino di gol, anche perché è rimasto Gomez; attesa la crescita di Andrea Conti, difensore di sicura prospettiva, è già esploso Kessie, ma sono partiti il citato Cigarini e De Roon, ed è tutto da verificare l'impatto di Gasperson fuori da casa Genoa, l'ambiente ideale per il coach piemontese. Se riesce a imporre le sue idee, i bergamaschi sono da salvezza abbastanza tranquilla. 

                                             Gabbiadini: eredità pesante per lui

LE INDEBOLITE - Anche qui per il rotto della cuffia, ma spiace mettere in questa categoria il Napoli. Del resto, quando si perde un bomber fenomenale come Higuain, 36 reti l'anno scorso, e non lo si rimpiazza in maniera pressoché testuale (fosse facile, mi si dirà...), le incognite sono enormi. Occorrerà trarre la massima efficacia offensiva dalla batteria di incursori, i vari Insigne, Mertens, Callejon e Hamsik, valorizzare come merita l'ottimo Gabbiadini e dar fiducia a Milik, punta generosa ma anche di discreta prolificità. I rinforzi ci sono e sono tanti: oltre al polacco, Maksimovic e Tonelli dietro, Diawara e Zielinski in mezzo, e il furetto Giaccherini che ha fatto faville all'Europeo e che pare impossibile non vedere fra i titolarissimi. Sei gol nelle prime due gare sono un ottimo biglietto da visita per il Ciuccio, ma allo stato delle cose è difficile credere che l'assenza del Pipita non si faccia sentire, alla lunga: se Sarri riuscirà a farvi fronte, beh, Panchina d'oro e una Nazionale di primo piano subito, per lui. 
Il Sassuolo è sempre competitivo, ha perso Vrsaljko e Sansone, due degli elementi più positivi dell'ultima stagione. Sembra aver finalmente a disposizione un Berardi maturo, ma gli altri movimenti sono stati marginali e non hanno cambiato lo spessore qualitativo di una squadra che sarà impegnata su due fronti. Occhio comunque a Sensi, giovane centrocampista di cui si dicono mirabilie. La Fiorentina ha salutato diversi elementi utili (Roncaglia, Basanta, Pasqual, Blaszczycowski, Marcos Alonso e soprattutto Pepito Rossi), ha resistito agli assalti a Kalinic (peraltro reduce da un deludente girone di ritorno) e inserito in extremis in retroguardia De Maio, responsabilizzerà ancor di più Bernardeschi, ma non è stato fatto alcun passo avanti per migliorare il rendimento degli ultimi campionati. 
L'Empoli ha ancora il genietto Saponara ed è gran cosa, davanti a lui i declinanti Maccarone e Gilardino, sulla fascia Pasqual e nel mezzo José Mauri, agile e dinamico, ancora in fase di sboccio; ma il mercato si è portato via Mario Rui, Tonelli, Zielinski e Paredes, mica poco, e poi non c'è più Giampaolo. Male il Bologna (via Zuniga, Rossettini, Diawara e soprattutto Giaccherini, ci si aggrappa all'esperienza di Gastaldello, alla gioventù di Masina, alla sostanza nel mezzo di Taider e Dzemaili e alla pericolosità sotto porta di Destro: un po' poco), malissimo il Palermo, fortemente ridimensionato dopo una salvezza soffertissima (Diamanti e tante incognite di fuorivia non bastano a compensare gli addii di Sorrentino, Lazaar, Maresca, Vazquez e Gila), e in più c'è la solita spada di Damocle di una guida tecnica ballerina, con Ballardini incredibilmente già dimissionario. 
LE "NON COLLOCABILI" - E' spesso difficile valutare il mercato delle neopromosse alle prese con un campionato... più grande di loro. Il Pescara non ha più Mandragora e Lapadula, protagonisti assoluti del grande salto, ma c'è ancora lo sgusciante Caprari, che sfonda adesso o mai più, e ci sono Cristante, una promessa da rilanciare ma ancora in tempo per dare l'assalto al calcio che conta, un Aquilani che vuol dimostrare di non essere finito, e un Oddo che è deus ex machina fra i più ispirati della nouvelle vague. L'approccio è stato incoraggiante sul piano del gioco e, in parte, dei risultati (a prescindere dalla vittoria a tavolino col Sassuolo). 
Meno sicurezze dà il Crotone, senza Juric e senza Budimir: gli assi nella manica di Nicola si chiamano Rosi, Palladino e i ragazzi perennemente in rampa di lancio Crisetig e Trotta. Auguri. Difficile da inquadrare anche l'Udinese: perso Di Natale, un totem assoluto, persa l'anima nostrana rappresentata da Domizzi e Pasquale, rimangono troppi salti nel buio stranieri, impossibili da valutare concretamente anche per chi conosce a menadito il mercato estero. Le certezze sono Danilo, Felipe, Widmer, Badu, Perica e Thereau. Per la permanenza in categoria dovrebbero bastare. 

ITALIA DOPO IL KO CON LA FRANCIA: VENTURA VERSO ISRAELE, ALLA RICERCA DI UN COMPROMESSO FRA CONTINUITA' COL PASSATO E PRIME INNOVAZIONI

                                        Rugani: il futuro azzurro ha anche il suo volto

Certo sarebbe stato più semplice avviare il nuovo ciclo azzurro con un approccio soft, vittoria in scioltezza contro una rappresentativa ai margini del calcio che conta e applausi facili strappati al pubblico di Bari (a proposito, sentiti i fischi assordanti all'inizio dell'inno francese, ho pensato a cosa accadrebbe se per entrare allo stadio si dovesse prima superare un test d'intelligenza e di cultura generale: probabilmente i nostri impianti si svuoterebbero ulteriormente). Merita dunque un apprezzamento almeno il coraggio mostrato dalla Figc e dall'esordiente cittì Ventura per aver scelto un autentico battesimo del fuoco.  
POCHI SPRAZZI NEL PRIMO TEMPO - Per il resto, il netto ko contro i galletti di Deschamps è il classico risultato interlocutorio tipico di tante amichevoli, ancor più se disputate quando la stagione calcistica è appena agli inizi: in linea di massima non c'è da disperarsi, perché finché si è giocato ad armi atletiche pari (nel primo tempo) l'Italia è tutto sommato rimasta in partita; quando si è manifestato il puntuale crollo fisico da condizione ancora approssimativa, e quando il tessuto tecnico della squadra è stato rimescolato dalla girandola di sei cambi, fino a sfaldarsi, la luce si è spenta e la barchetta azzurra è andata definitivamente alla deriva, priva di qualsiasi identità. Ma non c'è neanche da stare troppo sereni, perché chi cita certi esordi negativi del passato poi smentiti dal prosieguo (il primo Lippi sconfitto in Islanda, Prandelli battuto dalla Costa d'Avorio), dimentica che allora ci furono diverse settimane di tempo per raddrizzare la rotta prima del successivo impegno, mentre adesso non ci sono che pochi giorni a disposizione, dietro l'angolo si staglia già Israele, qualificazioni mondiali, in un girone in cui contro le avversarie "minori" non possiamo permetterci passi falsi, visto che la nostra rivale principale è la Spagna. 
DE SCIGLIO, CANDREVA, PELLE': CONFERME - Tutto ciò premesso, vediamo in breve cosa va e cosa non va in questo nuovo Club Italia, sulla base delle parzialissime indicazioni di ieri. Partendo dal presupposto che i Bleus in questo momento storico ci sono superiori, sul piano del talento puro (anche se non di molto, parere personalissimo) e sul piano dell'esperienza internazionale (nettamente, per l'annoso problema dello scarso minutaggio riservato dai club ai giocatori nostrani), nella prima frazione, come si diceva, rari ma intensi sprazzi di gioco a livello Euro 2016, benché non sostenuti dalla medesima continuità e precisione di palleggio. Ci sono state importanti conferme: il De Sciglio rigenerato visto all'opera nel torneo francese, pur se intermittente e comunque calato alla distanza, un Candreva che si è elevato nettamente una spanna sopra tutti i compagni, per brillantezza, fervore, classe ed efficacia, un Pellè che ha sollecitamente rotto l'imbarazzo del nefasto duello con Neuer facendo pace con se stesso e coi tifosi, con uno splendido sinistro in girata che ha fulminato Mandanda; e fra i pochissimi volti nuovi, un Bonaventura che si è battuto con intelligenza e ardore, pur senza miracol mostrare. Nulla di più: rispetto all'Italia europea, mancavano due elementi assolutamente fondamentali come Bonucci, vero regista della formazione, e l'indiavolato Giaccherini che nella kermesse continentale fu uno dei top player assoluti. E mancava la pienezza delle risorse fisiche e mentali, una lacuna che ha fatto smarrire certi automatismi e portato a commettere errori banali in fase di copertura, come quello di Chiellini che ha dato il là allo 0-1 firmato da Martial. 
I CAMBI: BENE RUGANI - Poco da dire sui cambi: Montolivo si è confermato discreto tiratore dalla distanza, ma non è più il buon centrocampista (spesso utilissimo alla Nazionale) ammirato fino al nefasto infortunio pre Brasile 2014 e mi risulta difficile pensare che questo nuovo ciclo possa avere nel milanista uno dei perni; Donnarumma ha ben figurato, pur facendosi beffare dalla stilettata di Kurzawa per il 3 a 1 definitivo; Rugani ha mostrato le sue doti soprattutto in fase di rilancio dell'azione, ed è un elemento del quale presto la nostra selezione non potrà fare a meno; gli altri, anche gli attesi Verratti e Belotti, sono rimasti ai margini del gioco, ma ormai la gara era visibilmente compromessa e la manovra viaggiava sui binari della più schietta improvvisazione. 
SCOLLINARE ALLA MENO PEGGIO.. - Male la prima, dunque, ma cosa c'è da fare? Il messaggio lanciato da Italia - Francia  ha una valenza di medio periodo, perché per la sfida israeliana non è che si possano mettere a posto molte cose, e ci sta che in questi albori dell'era Ventura rimanga intatto il cordone ombelicale che lega la nuova "Azzurra" all'era Conte: per l'esordio Mondiale servono soprattutto certezze, quelle certezze che, a inizio settembre, possono arrivare solo dall'incoraggiante Euro 2016. E' un traguardo esclusivamente da "scollinare", come disse Dino Zoff all'inizio della sua avventura da CT nel 1998; ciò non toglie che il relativo valore dell'avversario dovrà dare la stura a una sperimentazione meno timida di quella vista in Puglia. 
RINNOVAMENTO PROGRESSIVO - Questa è una squadra che, partita dopo partita, dovrà cambiare pelle tattica e svecchiarsi progressivamente: perché insistere su un De Rossi in mezzo non ha più un grande senso tecnico e di prospettiva, perché in avanti la nostra Serie A propone già da diversi mesi soluzioni assai migliori di Eder, perché, come lo stesso Ventura ha più volte sottolineato, bisognerà pur trovare una strategia che consenta di sfruttare il filone aureo degli esterni offensivi, unico ruolo risparmiato dalla "crescita zero" dei nostri vivai; perché i citati Rugani e Verratti non possono più essere dei titolari a mezzo servizio; perché Berardi, al centro di polemiche forse un po' troppo sopra le righe in questi giorni, arriverà, dovrà arrivare. Per ora, auguriamoci che una compagine più "sul pezzo", più sulle gambe, innervata da un paio di iniezioni di freschezza giovanile, sia sufficiente a sbancare Haifa.