Musica, finalmente! Una boccata d'ossigeno per i puristi del Festival. E sì, perché la seconda serata è parsa, vivaddio, più in linea con l'essenza originaria della manifestazione, quella che dovrebbe "coccolare" i cantanti e le loro canzoni, ponendoli al centro dell'attenzione invece di lasciarli in un cono d'ombra, oscurati da baracconate di varie umanità e di dubbia validità artistica. Così è stato, e per fortuna, ogni volta che Gianni Morandi ha invocato, dal palco dell'Ariston, nuove irruzioni di Celentano, è giunto il silenzio come unica risposta: ce ne faremo una ragione, nella consapevolezza che presto, entro sabato, in Riviera sarà di nuovo l'ora del Molleggiato. Intanto, per questo secondo capitolo della saga festivaliera, ecco snodarsi uno spettacolo al passo con le moderne esigenze di uno show musical - televisivo ma assolutamente rispettoso della tradizione della kermesse: canzoni a ritmo sufficientemente sostenuto, intervallate da momenti "extra" non invasivi e debordanti come la celentanata di ventiquattr'ore prima, e poi il tanto sospirato pathos delle eliminazioni, sottratto alle brame degli spettatori la sera del debutto, e persino le nuove proposte di Sanremosocial collocate in scaletta ad orari non eccessivamente penalizzanti.
Del resto, quando si è vista comparire la sospiratissima Ivana Mrazova, è stato chiaro che tutto era ritornato alla normalità, e difatti, dopo gli "sconvolgimenti" del vernissage, nulla è parso fuori posto o stonato, nemmeno le incursioni dei Soliti Idioti, che personalmente non conoscevo, se non per sentito dire (e non era un sentito dire incoraggiante) e che ho trovato tutto sommato gradevoli, anche quando non han dovuto far ricorso alla trivialità che pure ne rappresenta, pare, un corposo e discusso marchio di fabbrica. I due ragazzi "made in Mtv" hanno persino regalato alcuni momenti musicali certo ironici, ma non privi di un certo spessore, spaziando da un rock persino più schietto di quello dei Marlene Kuntz a un divertissement di stampo "arboriano", con quella "Buongiorno" decretata d'autorità, da loro stessi, canzone vincitrice del Festival. I richiami all'omosessualità? Leggeri e con la voglia di sdrammatizzare un tema che, anche in edizioni recentissime, è stato vissuto con toni aspri e polemici non degni di una Italia del Duemila (basti pensare al caso Povia del 2009).
Troppo buono? Forse, ma serate come questa, in cui la musica prende il sopravvento tanto da riportare alla mente gli anni storici della gara canora, un po' di manica larga ci vuole. E pazienza se oggi ci sono i Soliti Idioti e una volta c'erano Grillo e Manfredi, e successivamente Panariello e persino la Littizzetto: ogni epoca ha i suoi comici, forse cambiano le modalità di divertimento, forse si ride secondo schemi diversi, e comunque Mandelli e Biggio sono due dei personaggi del momento, piaccia o no, e portarli all'Ariston è stato una bella intuizione della direzione artistica.
Musica, dicevamo: cominciano a chiarirsi le idee sui Big, e delle quattro eliminazioni (provvisorie: stasera è già tempo di ripescaggi) due non destano scandalo né sorpresa: D'Alessio - Bertè dal ritmo trascinante ma piuttosto datato, e con una Loredana di nuovo a disagio con la voce dopo la discreta riuscita dell'esordio, Marlene Kuntz portatori di un genere tradizionalmente (purtroppo) indigesto alla platea del Festival, e il fatto che abbiano cercato di "annacquare" il loro rock con un apporto orchestrale decisamente sopra le righe ha forse peggiorato le cose. Ci si poteva tutto sommato attendere un esito del genere per Irene Fornaciari, che mi sembra comunque alla sua performance sanremese più convincente, con l'unico pezzo veramente trascinante e ben confezionato da Davide Van de Sfroos, mentre sorprende la bocciatura del duo Carone - Dalla, con una poesia che alterna toni crudi e delicati ma fa forse un uso troppo parsimonioso della vocalità del grande Lucio.
Fra i promossi, più convincente alla seconda uscita è parso Samuele Bersani: la prima sera il brano non mi aveva colpito particolarmente, ma mi sembrava di aver intuito una certa difficoltà di esecuzione da parte dell'autore di "Spaccacuore". Emma stupisce per la sicurezza da veterana, Arisa invece non sorprende più per la sua voce cristallina e senza cedimenti a sostegno di un brano melodico stile anni Novanta; la Civello si è convertita a un easy listening che può convincere le classiche giurie demoscopiche ma non so quanta strada possa fare fuori Sanremo. Finardi ispiratissimo in voce e in corpo (non lo ricordavo così generoso in fatto di gestualità), Renga mi pare alle prese con la necessità di far rendere subito al massimo un pezzo forte ma di non facilissima presa, e non è ancora riuscito appieno nell'impresa. Per chiudere, le tre "meraviglie": una Zilli che offre reminiscenze... mazziniane (nel senso di Mina), una Noemi che ha voce e canzone ben costruita in testo e impianto musicale da Fabrizio Moro, e una Dolcenera con un piccolo gioiello pop che, per quanto mi riguarda, ho già eletto "la mia canzone di Sanremo 2012", quella che canticchierò ancora fra diversi mesi, e forse anni.
E i giovani? In linea di massima, confermate le mie impressioni della vigilia: i pezzi più "solidi" sono quelli di Erica Mou (cantautorato moderno e intelligente) e Marco Guazzone (impianto sonoro con echi internazionali). Di Alessandro Casillo si sapeva, ha puntato sull'orecchiabilità con una linea musicale "acchiappa ragazzini", e del resto il suo compito è stato facilitato da una Dana Angi davvero troppo sopra le righe, con una serie di virtuosismi vocali forzati che hanno reso incomprensibili diverse parti del brano. Spiace invece per Celeste Gaia (e non solo perché ha dedicato una canzone al... mio nome, forse prima assoluta nella storia della musica italiana...), con una "Carlo" originale e di buon impatto. Delusione, infine, per Giulia Anania: non basta inserire nel titolo una parola contemporanea (mail) per rendere moderna una canzone invece piuttosto demodé.
