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domenica 7 giugno 2015

CHAMPIONS LEAGUE 2015: TRIONFA UN BARCELLONA "TERRESTRE". SICURI CHE LA JUVE NON DEBBA AVER RIMPIANTI?

                                             Suarez: ha deciso la finale di Berlino

Dream team e marziani non se ne sono visti, ieri sera, all'Olympiastadion di Berlino. Il Barcellona del secondo "triplete", perlomeno per quanto mostrato nell'atto finale della Champions League 2014/15, non è una squadra stratosferica, un inarrivabile ensemble di extraterrestri: trattasi, molto più prosaicamente, di un undici di altissima qualità, ricco di talento, che però non sempre ruba lo sguardo con la bellezza e la perfezione del suo gioco, anzi; ma nei momenti decisivi può mettere sul tavolo una concretezza spaventosa e, soprattutto, una batteria di formidabili solisti che il loro acuto, bene o male, lo piazzano in ogni gara, importante o meno che sia. No, niente extraterrestri, dunque, ma un più banale "diavoletto" sì: è quel Suarez diventato croce, senza delizia, del calcio italiano a tutti i livelli, da un anno a questa parte. In Brasile, l'estate scorsa, simbolo "cattivo" dell'Uruguay che (non certo per merito suo...) ci sbattè fuori dal Mondiale; poche ore fa risolutore, di fatto, di una finalissima molto più ispida, per i blaugrana, di quanto in molti si attendessero. 
SI POTEVA FARE... - Occhio a cedere alla tentazione del "si è fatto tutto ciò che si poteva", facile scorciatoia per i deboli. Perché se è vero che la Juventus è uscita a testa alta dalla sfida dell'anno, è anche innegabile che il film dei novanta minuti abbia scritto una storia ben chiara: gli spagnoli erano superiori, ma non avanti anni luce, e gli uomini di Allegri hanno dato, netta, la sensazione di poter fare il colpo grosso, mancandolo anche per alcuni (non molti, d'accordo) demeriti propri. Si era detto, alla vigilia, che per venire a capo di certi improbi impegni occorrono due cose: centrare la partita perfetta sul piano tecnico, tattico, fisico, mentale, con tutti gli elementi al 101 per cento delle loro risorse, e nel contempo sperare in qualche stecca del nobile avversario (un po' ciò che avvenne all'Italia contro il Brasile nell'epica sfida del 1982). Ebbene, se quest'ultimo fattore si è in fondo realizzato, da parte di Madama non tutti i meccanismi sono parsi precisi al secondo, e non tutti i "tenori" all'altezza della partitura. 
FIAMMATE ACCECANTI - Il Barcellona, si diceva, pur giocando una buonissima gara non ha fatto alcunché di veramente trascendentale. Grande compattezza e rapidità, brucianti accelerazioni alternate a lunghe pause, perfino qualche sbandamento in fase di copertura. Neymar molto attivo ma a tratti confusionario e spesso inconcludente, Messi parecchio sulle sue, con la tendenza, nel primo tempo, a dare via quasi subito la palla, quasi scottasse. Una buona occupazione delle corsie laterali, questo sì, con un Dani Alves particolarmente ispirato, e poi rare ma impressionanti fiammate, come la splendida, vertiginosa manovra che, sull'asse Neymar - Iniesta, ha messo Rakitic nella condizione di sbloccare ben presto il punteggio, con un chirurgico sinistro da centro area.
La Juve ha barcollato, ma senza crollare, mostrando sia di aver davvero acquisito una congrua statura internazionale, sia di non essere a distanze siderali dall'augusto rivale. Ha concesso agli spagnoli diverse palle gol nell'arco del match (formidabile Buffon a salvare sulla staffilata di Alves attorno al quarto d'ora, evitando ai suoi di uscire precocemente dal match), e tuttavia, dopo aver evidenziato inizialmente qualche impaccio in fase di avvio della manovra (merito anche dell'eccellente disposizione dei catalani), ha gradatamente preso le misure ai ragazzi di Luis Enrique, con Barzagli e Bonucci a svettare sicuri in retroguardia, e si è ritagliata pochi ma significativi spazi in fase offensiva, a partire da un'incursione di Morata sulla destra mal sfruttata da Vidal con un tiro fuori misura. 
JUVE NON AL TOP - Proprio la problematica serata del cileno è esemplificativa del concetto prima espresso: una Signora comunque viva, sul pezzo, pronta a cogliere le rare opportunità offerte da una partita non proibitiva, ma affrontata comunque in posizione di disagio, si vedeva frenata dalle performance sottotono di molti suoi alfieri: Vidal si metteva in mostra soprattutto per un certo nervosismo, che gli faceva conquistare una precoce ammonizione per lasciarlo via via scivolare fuori gara: ed era una "perdita" pesantissima, stante l'importanza del centrocampista nell'economia complessiva del gioco bianconero, dal contenimento alla costruzione alla  finalizzazione. Il tutto, mentre si attendeva invano che Tevez entrasse nelle pieghe della gara col piglio del fuoriclasse risolutivo: l'apache si accendeva raramente, trovava infine, soprattutto nella ripresa, diversi spazi per il tiro, ma spesso mancava la precisione, quasi sempre la potenza, anche se da una sua bella girata in area nasceva il tap-in vincente di Morata per l'1 a 1.
C'è stato un Marchisio eccellente, questo sì, che si è sfiancato in tutte le zone del campo e mostrato il solito tempismo negli inserimenti, con in più il delizioso tacco che ha dato il là all'azione dell'unico gol e un paio di schioccanti conclusioni dalla distanza, mentre Pogba, pur se a volte impreciso, è parso in deciso progresso, anche se l'esplosività e l'incisività che lo contraddistinguono sono ancora un ricordo. Lichtsteiner ed Evra ai lati han fatto il loro senza grossi picchi, frenati nella spinta dalle esigenze difensive (ma lo svizzero ha messo lo zampino nella rete del pari), mentre Pirlo, va detto con onestà, non ha sostanzialmente inciso, limitandosi a una ordinaria amministrazione che non è ciò che ci si attende da un fuoriclasse, per quanto in evidente declino. 
DIECI MINUTI PER SOGNARE L'IMPRESA, POI SUAREZ... - Quasi lo stesso film del Bernabeu, stranamente: anche lì, contro un Real che per dimensione tecnica non è affatto lontano dal Barça, i torinesi avevano centrato il bersaglio grosso pur girando all'80 per cento delle proprie potenzialità. E ieri sera, dopo aver raddrizzato l'incontro, per una decina di minuti hanno davvero dato l'impressione di poter mettere le mani sulla Coppa (ahi, quel contropiede di Pogba, rovinato da un controllo problematico del francese...). Non è bastato perché, poco dopo, è ricomparso il solito Messi delle partite importanti, quello visto tante volte, ad esempio, al Mondiale di dodici mesi fa: un Leo sonnacchioso  ma che all'improvviso accende la luce, come già aveva fatto in chiusura di primo tempo con un slalom chiuso... a fondo campo; partito a testa bassa verso la porta, ha irretito Buffon con un maligno diagonale che il portierone ha smanacciato, mettendo il "diavoletto" Suarez nella condizione di piazzare il più semplice dei tap - in.  Il possibile rigore su Pogba e altre due pericolose incursioni davanti a Ter Stegen nel finale (con Pereyra e Marchisio), prima che Neymar fissasse in contropiede un 3 a 1 di scarso significato, a schemi totalmente saltati, rappresentano l'ulteriore conferma di quanto fosse una finale "open", ossia aperta davvero ad ogni soluzione, sol che la Juve, pur inferiore sul piano dei... chili di talento, avesse saputo o potuto giocarsela attingendo ad ogni sua più recondita risorsa. 
L'ULTIMO GRADINO - Insistere sul concetto di "testa altissima" poi ci sta, beninteso, soprattutto dopo essersi approcciati alla grande soirée di Berlino quasi pretendendo e rivendicando il ruolo di sfavoriti, all'insegna del "tutto ciò che arriverà in più sarà un trionfo". Per quanto mi riguarda, lo ribadisco, il concetto era vero solo in parte, e forse questo difetto di personalità è una delle lacune che la Juventus quadricampione d'Italia deve colmare, per tornare davvero a volare più in alto di tutti anche fuori dei confini. Oltre, naturalmente, a qualche calciatore in più in grado di spostare equilibri consolidati: ma i blaugrana di Enrique, più borghesi (proletari proprio no...) e meno nobili di quelli di Guardiola, erano superabili anche con chi già c'era, coi Tevez e i Morata. 
I VERI DREAM TEAM - Onore ai campioni d'Europa, in ogni caso: concreti, si è detto in apertura, perché in grado di capire quando è il caso di smettere di specchiarsi e cominciare a tirare di sciabola. Tatticamente più tradizionali rispetto al... regno di Pepp, e aggrappati a un quartetto di "mostri". I tre lì davanti, ognuno dei quali, però, deve rinunciare a qualcosa di se stesso (spazi, giocate) per il corretto funzionamento del complesso, e Iniesta un po' più dietro, metronomo, inventore e rifinitore, uno per il quale il trascorrere degli anni sembra non incidere.
Eppure, chiudendo il cerchio con quanto detto all'inizio, le squadre "extraterrestri" credo siano ben altre: lo sono state lo stesso Barcellona del periodo 2009 - 2011, o il Bayern tante volte ammirato in questi ultimi anni, anche se incoronato da una sola Coppacampioni (e anch'essa sofferta, due anni fa col Borussia Dortmund); lo furono i due Milan di Sacchi e Capello, che in finale travolsero gli avversari. Resta il fatto che il calcio spagnolo si è portato a casa quattro coppe europee su quattro negli ultimi due anni, e siamo a otto su quattordici dal 2009 a oggi: se le Furie Rosse di Del Bosque hanno conosciuto un (momentaneo?) declino e han dovuto ripartire daccapo dopo Brasile 2014, il calcio iberico di club non cede, e ha ormai distanziato anni luce i Paesi rivali, anche le opulente Germania e Inghilterra. Riguardo all'Italia, come già avevo scritto in questo post, è stata la stagione della "ripresina", ma non ci si può accontentare. 

sabato 16 maggio 2015

CALCIO ITALIANO IN "RIPRESINA": A BERLINO UNA JUVE DAL CUORE TRICOLORE

                                   Tevez e Morata: punte straniere di una Juve azzurra

Ma allora c'è stata o non c'è stata, la rinascita del calcio italiano di club nelle competizioni europee? D'accordo, l'impresa della Juve, che però non ha commosso chi, appunto, sostiene che il pallone tricolore sia solo e soltanto la Vecchia Signora, e dietro di lei il vuoto più o meno assoluto. E poi gli ultimi flash lasciatici in eredità dalla settimana di Coppe  hanno immortalato la resa senza condizioni della Fiorentina e, soprattutto, il disastro Napoli, fiaccato dall'ultracatenaccio ucraino e dalla propria insipienza, tattica e di gioco.
Tuttavia, penso che non sia proprio il caso di fare gli schizzinosi. Veniamo da un lustro di raccapricciante oscurantismo, illuminato solo, un anno fa, da un una semifinale di EL raggiunta dalla solita Armata bianconera, che però sembrò più che altro una colossale occasione mancata, visto che la finale si sarebbe giocata proprio nello stadio di casa dei pluricampioni d'Italia. Possiamo pure parlare di "ripresina", mutuando un ipocrita termine usato spesso in passato da certi nostri politicanti, ma, fatta la dovuta tara alle amarezze del giovedì appena trascorso, non si può non considerare positivo il bilancio di questa annata. Un quadriennio di fallimenti continentali, si diceva, e la Nazionale di Prandelli rasa al suolo dal disastro brasiliano: per il football di casa nostra si trattava dell'anno zero, e in realtà non si intravedevano neppure le premesse di una risalita, visto che l'estate 2014 ci aveva proposto eventi non propriamente edificanti, come l'elezione di Tavecchio al soglio FIGC e i nostri club che avevano ripreso la consueta razzia di mezze figure sul mercato estero, ignorando i migliori prospetti indigeni.
Così, questa stagione 2014/15 è sbocciata come un fiore nel deserto: soprattutto perché le nostre società hanno finalmente compreso quanti danni abbia provocato al movimento (leggasi: crollo nel ranking UEFA) l'aver snobbato per troppo tempo l'Europa League. Modus operandi fondato oltretutto su una convinzione sostanzialmente errata, ossia che puntare sul trofeo internazionale potesse causare sonori crolli sul fronte interno. Cosa avvenuta rare volte in passato, e magari per motivi del tutto diversi (la Samp passò dai preliminari di Champions all'EL e infine alla Serie B per altre questioni, ad esempio), mentre quest'anno abbiamo assistito al brillante comportamento del Torino, spintosi fino agli ottavi di EL e, fino a una settimana fa, baldanzoso e in lizza per un nuovo piazzamento europeo. 
Abbiamo portato cinque nostre rappresentanti agli ottavi della seconda coppa, e due fino alle semifinali: il derby conclusivo a Varsavia era alla portata, ma l'illusione svanita non deve far dimenticare quanto di buono fatto in precedenza. E ricordiamo che la Fiorentina, nella semifinale col Siviglia, ha giocato per un tempo, il primo dell'andata, completamente alla pari coi quotatissimi rivali, pagando però a carissimo prezzo un difetto già evidenziato nei turni precedenti: l'incapacità di concretizzare l'enorme mole di gioco e di occasioni create; può andarti bene contro la Dinamo Kiev, ma contro gli spagnoli paghi pegno. Riguardo al Napoli, la doppia semifinale è stata in fondo lo specchio di una stagione balorda, nata male e sviluppatasi lungo sentieri tortuosi: una squadra indebolita rispetto all'annata precedente, che ha proceduto a strappi ma senza mai trovare una apprezzabile continuità, infine arenatasi contro lo scoglio di un Dnipro nettamente inferiore sul piano della classe pura, ma tatticamente impeccabile (e chiuso a doppia mandata), nonché motivatissimo. Contro compagini che fanno tale densità difensiva risulta difficile manovrare in maniera fluida e creare costante pericolosità, ma di certo i partenopei ci hanno messo del loro, mostrando prevedibilità, lentezza, imprecisione. Un vero peccato, e tuttavia va tenuto a mente che, nonostante le lacune del team di Benitez, alla fine a decidere la qualificazione è stata anche una clamorosa svista arbitrale, visto il gol in offside degli ucraini al San Paolo.
Il mancato raggiungimento della finale di EL è stato ampiamente compensato dall'incredibile cavalcata juventina nella Coppa regina. Anche perché l'approdo a Berlino di Tevez e compagni è assai più sintomatico di una parziale ripresa (ripresina, appunto) del nostro asfittico football dopo le magre degli ultimi anni: Napoli e/o Fiorentina all'atto conclusivo dell'ex UEFA avrebbero avuto effetti benefici sul ranking, senza però dire alcunché sullo stato di salute del nostro movimento, trattandosi di compagini che puntano quasi esclusivamente su elementi di fuorivia, La Signora, invece, ha un cuore prettamente italiano, un nucleo azzurro di veterani (Buffon, Pirlo, Chiellini), di gente "a metà del guado" (Bonucci, Marchisio), più un giovanissimo come Sturaro che è risultato fondamentale nel match di Torino col Real Madrid, dando sostanza al reparto di mezzo e sfoderando una inattesa personalità. La qualificazione della compagine di Allegri è stata nel complesso meritata: al Bernabeu ha dato perfino l'impressione di aver fatto il colpo senza attingere al pieno delle proprie potenzialità, ha ben contenuto le Merengues, che hanno sprecato un discreto numero di palle gol ma anche corso più di un rischio. Peccato che una tale impresa sia stata macchiata dall'atteggiamento di Morata, che ha realizzato due gol pesantissimi fra andata e ritorno senza esultare, rovinando così parzialmente i due momenti più belli della sua finora breve carriera in omaggio al'ottusa consuetudine del "rispetto per la ex squadra". 
Ma tutto passa in cavalleria di fronte all'obiettivo centrato. Né si può dire che contro il Barcellona non vi siano chances per la nostra rappresentante, perché in partita singola può accadere di tutto. Tornando al consuntivo stagionale, se la squadra che esprime il meglio del prodotto interno lordo calcistico approda alla finale di Champions vuol dire che una crescita vi è stata; se altri due club, pur zeppi di stranieri, hanno sfiorato l'atto conclusivo di EL, va apprezzato il cambio di mentalità nell'approccio alla seconda competizione continentale, a dimostrazione che i continui fallimenti degli ultimi anni non sempre (anzi, quasi mai) erano stati dovuti a una effettiva inferiorità delle nostre squadre al cospetto di quelle estere. Dopodiché, certo, la strada è ancora lunga, e tante le soluzioni da adottare affinché questi exploit non si rivelino effimeri. Soluzioni che sono state già indicate più volte in questo blog, e sono comunque sotto gli occhi di tutti: visto che qualcosa si è mosso, è forse tempo di essere un po' più ottimisti e di auspicare un'autentica inversione di tendenza. Intanto, il ranking ha ripreso parzialmente a sorridere: non può piovere per sempre. 

martedì 23 dicembre 2014

SUPERCOPPA AL NAPOLI: DAL "FREDDO" DI DOHA UN MESSAGGIO DI SPERANZA PER IL CALCIO ITALIANO

                                            Higuain, protagonista assoluto in Qatar

L'annus horribilis del calcio italiano si è concluso con un messaggio di tiepida speranza, giunto fin dal lontano Qatar. Certo, la Supercoppa Tim, vinta ieri sera dal Napoli al culmine di una lunghissima sequenza di calci di rigore, non è propriamente un trofeo in cima alla lista dei desideri di calciatori, allenatori, dirigenti e tifosi (anche se, per questi ultimi, qualche dubbio viene, visti i caroselli per le strade partenopee...). Ma è una competizione che ha una sua discreta dignità, soprattutto tecnica, anche se non è mai completamente decollata: dal 1989 a oggi ha dovuto subire cambi di sede, di formula (una volta si giocava in casa della vincitrice dello scudetto) e di periodo dell'anno in cui viene disputata (ha "assaggiato" praticamente tutte le quattro stagioni). Talmente negletta da essere ormai considerata roba da esportazione: ospitarla in Italia non conviene più, meglio monetizzare con i petrodollari di un ricchissimo emirato, con l'auspicio che l'evento funga anche, un minimo (ma proprio un minimo), come volano promozionale per il nostro football ultra - decadente. 
GELO - Un intento, quest'ultimo, riuscito solo a metà: la cornice in cui si è disputata la gara è stata da apoteosi della tristezza. Nemmeno 15mila spettatori e vuoti sugli spalti del piccolo impianto di Doha, pubblico che definire freddo è un eufemismo: saranno anche stadi dotati di tutti i comfort (persino l'aria condizionata), ma pensare che fra meno di otto anni il Mondiale potrebbe disputarsi in strutture così poco ricettive e in un'atmosfera così rarefatta immalinconisce enormemente: continuo a sperare in un cambio di sede (i tempi organizzativi ci sarebbero), ma so che si tratta di una pia illusione. L'operazione export può invece considerarsi riuscita sul piano meramente calcistico: Juventus - Napoli è stata una bella sfida, dai risvolti incoraggianti, nel senso che se almeno la metà delle partite della nostra scalcinata Serie A offrisse il medesimo livello qualitativo, beh, allora potremmo dire che non tutto è perduto, che ci sono ancora margini per una ripresa del movimento in tempi sufficientemente brevi. 
BUONI CONTENUTI TECNICI - Al di là della vivacità mostrata dalle due contendenti, dei ritmi quasi sempre sufficientemente alti, dell'altalena di emozioni, a lasciare buone sensazioni sono stati soprattutto i contenuti tecnici del confronto: torinesi e campani hanno sciorinato buona proprietà di palleggio e discreta ispirazione nell'impostazione di manovre efficaci, con una buona percentuale di precisione. Certo, non sono mancati gli svarioni: il pasticcio difensivo che ha dato il là al primo gol di Tevez è stato, per dire, da manuale dell'anticalcio, un black out ampiamente in linea, del resto, col trend non propriamente esaltante della terza linea azzurra in questa prima metà di stagione. Errori che, più in generale, vanno messi in conto in un momento involutivo del pallone tricolore, ma per una volta gli aspetti positivi sono stati, mi è parso, nettamente preponderanti: un piccolo circolo virtuoso che ha coinvolto anche il pool arbitrale, protagonista di una prova senza sbavature: ci voleva, dopo certi orrori recenti, in primis l'imperdonabile Banti che, in Genoa - Roma, ha fornito un saggio esemplare di come non si debba dirigere una partita, per quantità e qualità di errori decisivi e totale disagio nel gestire con autorevolezza una situazione calda ma non caldissima. 
PRODEZZE INDIVIDUALI - Torniamo a Doha: un match piacevole, si diceva, che nessuna delle due squadre avrebbe meritato di perdere, ed è stato giusto che a decidere sia stata la crudele giostra dei rigori di spareggio (lotteria inattendibile, non mi stancherò mai di ripeterlo). Prima, c'erano state fasi di gioco alterne, ora la Juve ora il Napoli a dominare, occasioni da gol e grandi prodezze individuali: quella migliore non si è concretizzata (il delizioso tocco di Higuain andato a infrangersi sul palo), ma di assoluto rilievo è stata anche la parata di istinto di Buffon sullo stesso Pipita, nei supplementari, poco prima che l'argentino siglasse il 2 a 2 con una rete da opportunista vero, rubando il tempo ai difensori bianconeri e cogliendo l'attimo come il Pablito Rossi '82. Detto delle prodezze di Rafael, in partita e soprattutto sui penalty finali, Callejon ha sbagliato molto (anche un gol clamoroso a tu per tu col portiere) ma è parso sempre nel vivo del gioco e capace di tenere sul chi vive la retroguardia della Signora; nelle file dei campioni d'Italia, oltre a un Tevez indiavolato, Pirlo ha giostrato da par suo finché è stato in campo mentre è parso un po' in ombra Vidal, lento a entrare in partita, utile come recupera - palloni ma assai meno esplosivo e incisivo di come lo ricordavamo. 
TEATRO INADEGUATO - Tutto sommato, però, più che i dettagli della partita conta il quadro complessivo. Rimarrà negli archivi uno spettacolo più che decoroso, senza isterismi  e senza condizionamenti delle "giacchette gialle": lontanissimo il ricordo della precedente Juve - Napoli di Supercoppa, nel 2012, altra bella gara rovinata da un arbitraggio da matita blu; lontano anche il ricordo della penultima finale di Coppa Italia, quel Lazio - Roma dal gioco modesto e continuamente spezzettato, fotografia spietata della nostra decadenza. Insomma, una piccola strenna, un minuscolo ma solido mattoncino da cui ripartire per riconquistare competitività e credibilità: ed è stato un peccato che un tale concentrato di emozioni e buon football sia andato in scena in un teatro di provincia, anzi, della periferia dell'impero calcistico. Le esigenze del portafoglio, certo: ma il calcio italiano l'appeal lo ritroverà non solo migliorando le proprie espressioni di gioco, ma riportando il pubblico nostrano negli stadi della penisola, stadi possibilmente nuovi, ammodernati, senza più lacci e lacciuoli per il tifo sano e senza più la feccia degli estremisti da curva. Utopie pre natalizie? 

giovedì 2 ottobre 2014

LA JUVENTUS "EUROPEA" NON E' ANCORA SBOCCIATA. A MADRID NON ERA UNA MISSION IMPOSSIBLE

                                Bonucci: non può essere il solo creatore di gioco juventino

E' sempre la solita Juventus europea? Una doverosa premessa: non può essere la seconda partita della fase a gironi di Champions League a dare una risposta chiara e definitiva al quesito, però le antenne è meglio cominciare a drizzarle per tempo. Il test era discretamente probante: trasferta nella tana dell'Atletico Madrid, ossia la squadra sensazione delle ultime stagioni, capace di vincere una Liga e di arrivare a un minuto dalla conquista del più importante trofeo continentale, di raggiungere i vertici internazionali sbaragliando club ben più quotati e, soprattutto, più dotati finanziariamente. Il simbolo più efficace dell'abilità imprenditoriale e gestionale, della capacità di far quadrare i conti e di allestire formazioni competitive pur dovendo far le nozze coi fichi secchi (relativamente, si intende: stiamo pur sempre parlando di una società di primo piano di uno dei movimenti calcistici di punta del panorama mondiale). 
UN'ALTRA SQUADRA - Tuttavia, il nuovo Atletico, quello visto ieri sera al Calderòn, è tutt'altra compagine rispetto alla macchina perfetta che ha "quasi" dominato l'annata pre Mondiale: Courtois, Filipe Luis, Villa e Diego Costa sono giocatori che non si possono sostituire, in blocco, da un giorno all'altro; Griezmann e Mandzukic, certo, hanno buona caratura internazionale, Cerci deve ricostruirsi una verginità dopo il disastro brasiliano e non è ancora entrato nelle grazie di mister Simeone, il portiere Moyà e il laterale Ansaldi sono tutti da verificare agli alti livelli. Un cantiere aperto e nulla più, insomma: i colchoneros sono in quel limbo che attraversano, normalmente, le squadre che passano da una fase storica colorata di tonalità epiche a un "anno zero" carico di incognite. Una formazione "normale", terrestre, che se già non incantava con luminarie di gioco nei mesi del suo apogeo, ancor meno lo fa oggi, aggrappandosi a una manovra "minimalista", alle alchimie e alla garra del Cholo (vero deus ex machina del miracolo biancorosso) e a un "mestiere" che rimane, forse, l'unica eredità di peso della breve ma intensa "età dell'oro" chiusasi nel maggio scorso: quel mestiere che consente di farsi strada anche se latitano risorse di classe autentica in dosi massicce. 
OCCASIONE MANCATA - Tutto questo per dire che il viaggio sulle rive del Manzanarre doveva essere, per la Juve, qualcosa di meno terribile di quanto il censo dell'avversaria lasciasse prevedere. Anzi, al di là dello sconfortante curriculum europeo recente della Vecchia Signora, proprio gli uomini di Allegri potevano mettere sulla bilancia qualche titolo in più: meccanismi collaudati di un team che da tre anni domina in patria, mantenendo un nucleo fisso di giocatori arricchiti di volta in volta da pochi innesti; la ritrovata vena di Tevez fuori dall'Italia; la continuità tecnica che il nuovo trainer è riuscito a stabilire con la gestione Conte, testimoniata dall'avvio lanciatissimo (sei vittorie su sei fra campionato ed Europa); la malizia internazionale portata in gruppo da Evra, non a caso l'unico dei nuovi acquisti ad aver cominciato il match da titolare. Senza dimenticare che, se c'è una squadra italiana a cui l'esperienza sui grandi palcoscenici del football non manca, questa è proprio la Juve attuale: si parla tanto e giustamente, negli ultimi anni, di calciatori nostrani che non emergono perché i club di appartenenza fanno poca strada nelle Coppe, ma i vari Buffon, Chiellini, Bonucci, Marchisio e compagnia hanno sulle spalle una quantità considerevole di confronti europei (e mondiali), e in teoria non dovrebbero patire più di tanto il passaggio dalle modeste sfide interne a quelle ben più terribili al di là dei patrii confini. 
MANOVRA IMPROVVISATA - Gli esiti, invece, sono stati sconfortanti. Di fronte a un Atletico che giochicchiava, con rare accelerazioni e pochi affondo veramente incisivi, Madama non è riuscita a sfoderare quell'aggressività "contiana" e quella continuità di manovra che potevano certo consentirle di uscire imbattuta dal Calderòn. La partita è stata letteralmente consegnata nelle mani di un'avversaria che, per vincerla, ha fatto davvero il minimo sindacale. E' mancato il coraggio, ma non si è vista nemmeno un'apprezzabile idea di gioco: l'impostazione affidata a Bonucci può essere un'opzione, una delle tante, non l'unica autostrada tattica praticabile per la costruzione delle trame d'attacco. Il fatto che il 35enne Pirlo continui ad essere fondamentale, al punto che la squadra perde un buon 90 per cento di potenzialità offensive senza la sua tessitura, è sconfortante: in sua assenza, ieri sera, i vari Marchisio, Vidal e Pogba hanno offerto un contributo modestissimo e prevedibile in fase di impostazione e di spinta; soprattutto il francese è parso fin troppo "anarchico", accendendosi con qualche spunto velleitario ma dando poco o nulla al collettivo. E se, Bonucci a parte, il più attivo nel tentare di capovolgere il fronte del gioco è stato l'onnipresente Lichtsteiner, non c'è molto da stare... Allegri. 
NESSUN MIGLIORAMENTO - Insomma, la Juve europea sognata dai tifosi bianconeri, e auspicata da chi chiede un'Italia di nuovo protagonista nelle Coppe, sembra ancora di là da venire. Ha fallito un appuntamento alla portata, che poteva darle fiducia e credibilità per il prosieguo dell'avventura, e che le avrebbe consentito di mettere quasi fuori combattimento la rivale più temuta del girone; è rimasta invece la squadra di quindici giorni fa, che è in grado di battere il Malmoe ma che comincia a tremare e a mostrare la corda non appena il livello dell'avversario si alza anche di poco. Può bastare per superare il primo turno, forse, ma poi? 
MANCA IL GIOCO, NON LA PERSONALITA' - Nessuno pretende che questa Juventus possa già giocare ad armi pari con i Real Madrid e i Bayern (in effetti, non può), ma, per cominciare a salire qualche gradino nelle gerarchie, certe sfide dovrebbero essere affrontate con ben altro piglio. Il problema non è negli uomini (come caratura complessiva l'undici juventino di poche ore fa era superiore a quello spagnolo). Certo, l'impressione è che manchi un po' di convinzione, ma, ripeto, è un deficit psicologico che non può essere dovuto a scarsa personalità e malizia di elementi che, per esperienze pregresse, ne dovrebbero invece avere da vendere. C'è una carenza di soluzioni tattiche e di ritmo: la miglior Juve di Conte, in versione indiavolata, ieri avrebbe stroncato i colchoneros. E un canovaccio di gioco plausibile ed efficace, oltre a rendere più facile il lavoro sul campo, incrementa la convinzione nei propri mezzi. 

martedì 2 settembre 2014

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO - PRIMA PARTE: DALL'ATALANTA ALLA LAZIO

                                             Parolo: ottimo rinforzo per la Lazio

ATALANTA - Cambiamenti non di poco conto, dopo alcune stagioni all'insegna di una sostanziale stabilità e della conferma di un nucleo storico affidabile e vincente, arricchito di volta in volta da pochi e azzeccati innesti. La "Dea" ha infatti perso in extremis due colonne come Consigli e Bonaventura, e non se ne può non tener conto nel valutare un mercato in chiaroscuro: si tratta di elementi che, con una parata o un'invenzione, hanno portato in dote un notevole surplus di punti, negli anni scorsi. Partenze certo più pesanti di quella di Yepes, il quale, carta d'identità alla mano, dovrebbe aver regalato gli ultimi sprazzi ad alto livello al Mondiale brasiliano. Percassi ha però "rimpatriato" il folletto Papu Gomez, l'ideale per attivare sotto porta Denis e un Boakye che insegue il decollo. L'intramontabile Biava e Dramé significano esperienza e sostanza in retroguardia, Cigarini continuerà a tessere sapientemente la sua tela nel mezzo, mentre dovrebbero trovare spazio ragazzi di casa nostra come Zappacosta e D'Alessandro, quest'ultimo protagonista della promozione del Cesena. Soprattutto, è attesa la valorizzazione di Baselli, una delle speranze del derelitto calcio azzurro, intelligenza tattica e piedi buoni per la zona nevralgica. 
CAGLIARI - Un sentito grazie a Zeman, "mosca bianca" perché ha deciso di puntare forte su un gruppo di chiara marca italiana e prevalentemente giovane, in un torneo malato grave di "esterofollia". Colombi o Cragno in porta, Capuano e Murru in difesa, Crisetig a reggere le fila della manovra nel mezzo, Longo in avanti accanto alla bandiera Sau. E poi ci sono sempre i pilastri Rossettini, Daniele Conti e Ibarbo. Non sarà facile, anche per l'integralismo tattico del boemo che non conosce mezze misure e coltiva da sempre una sola idea di gioco, ma chi ama davvero il football tricolore, quello vero, non può che augurare ai sardi di poter festeggiare, a maggio, la permanenza nella massima categoria. 
CESENA - Fra arrivi e partenze, il quadro tecnico non sembra cambiato di molto rispetto a giugno. Il livello, cioè, è più o meno lo stesso della marcia cadetta impreziosita dalla promozione all'ultimo tuffo, ma la Serie A è tutta un'altra cosa, anche se l'avvio è stato incoraggiante. Le certezze si chiamano Cascione, eclettico centrocampista settepolmoni di incommensurabile importanza tattica, e Marilungo, che vuole dimostrare di essere un bomber valido anche per la Serie A, dove ha sempre deluso dopo i promettenti esordi in maglia Samp. Leali è un'esponente della rifiorita scuola di portieri italiani, Lucchini rinsalderà la terza linea, Renzetti approda finalmente alla categoria cui sembrava predestinato ai tempi degli esordi giovanili nel Genoa, Camporese e D'Alessandro potrebbero essere acutamente rimpianti. Sarà sofferenza fino all'ultimo. 
CHIEVO - Come l'Atalanta, cambio di strategia: mercato movimentato dopo l'immobilismo pressoché assoluto di dodici mesi fa. Anche qui, discreta fiducia ai giovani made in Italy: ci sono i vicecampioni d'Europa Under 21 Bardi (che però deve far dimenticare certe amnesie della passata stagione) e Biraghi, c'è un Bellomo dai piedi raffinati e capace di alzate d'ingegno di gran pregio ed efficacia in fase conclusiva. Altri acquisti di notevole peso: Gamberini è un difensore di qualità che ha praticamente perso un anno (a Genova) per acciacchi fisici: se recuperato appieno, è un puntello importante, così come il tuttofare Izco e come uno Schelotto che deve ancora trovare la sua autentica dimensione e adeguata continuità (nelle giornate buone, è da grande squadra), Birsa da comprimario ha fornito discreti sprazzi nel Milan. In avanti Maxi Lopez è un salto nel buio (alla Samp solo l'acuto nel derby, poi il vuoto), senza Thereau il peso della ricerca del gol rischia di finire solo sulle spalle di Paloschi, comunque ormai sufficientemente solide. Se Corini trova l'alchimia giusta, la salvezza potrebbe essere meno problematica del previsto. 
EMPOLI - Sarà tremendamente dura restare a galla, diciamolo subito, eppure, spulciando nella rosa, qualche valore autentico si trova: la difesa, ad esempio, schiera Rugani e Bianchetti, fra i pochi difensori italiani "in erba" di reale prospettiva (del secondo ricordiamo uno splendido Europeo in Israele, l'anno scorso). Nel mezzo la scommessa è Guarente, centrocampista solido e qualitativo smarritosi fra gravi problemi fisici e troppi cambi di casacca, mente Laxalt, emerso gagliardamente dalla tormentata stagione bolognese, sa già cosa voglia dire lottare al calor bianco dei bassifondi. E in prima linea ci sono pur sempre Tavano e Maccarone, che però nel tempo si sono consacrati come bomber più da B che da A. Insomma, si ballerà di brutto, ma se gli azzardi della dirigenza andranno a segno, hai visto mai...
FIORENTINA - Gli ultimi movimenti in entrata, Kurtic e Richards, sono di secondo piano, non certo ciò che ci si aspetta da una grande che aspira a un ulteriore salto di qualità. I veri acquisti sono le conferme di pezzi da novanta come Cuadrado (soprattutto) e Borja Valero, mentre il tocco in più dovrebbe essere il ritorno a pieno regime di Mario Gomez e Giuseppe Rossi, la coppia d'oro del calciomercato 2013 di fatto mai vista vista in campo, se non a sprazzi. E per Pepito le premesse sono tutt'altro che incoraggianti: bisogna forse rassegnarsi ad averlo a disposizione solo part time? Anche i viola si sono consegnati alla più deteriore esterofilia: fra troppi nomi improponibili e di dubbia utilità (e valore) segnaliamo un Marin che vuole riportare indietro le lancette e tornare elemento di spessore internazionale, il Basanta terzino di grande applicazione visto nell'Argentina del Mondiale, e poi il talento cristallino di Bernardeschi, che dovrà sgomitare parecchio per ritagliarsi un posto al sole. In estrema sintesi, nessuna crescita effettiva, il valore del roster è grosso modo lo stesso, l'assalto alla dirigenza Champions rimane un sogno legittimo ma presenterà le medesime difficoltà del torneo chiusosi a maggio.

                                              Lestienne: baby belga del Genoa

GENOA - Per la prima volta dopo anni, il Grifone si presenta ai nastri di partenza con un gruppo storico rimasto impermeabile alle lusinghe del mercato: Perin, Burdisso, De Maio, Marchese, Antonelli, Bertolacci, Sturaro (di fatto già juventino), il recuperato Kucka e un Antonini purtroppo fermo ai box garantiscono la continuità di spirito e di spogliatoio rispetto a un'ultima stagione discreta, a parte il crollo negli ultimi due mesi. Gravi le rinunce a Matuzalem, anima del centrocampo, e all'insostituibile bomber Gilardino, ma la campagna acquisti ha portato nomi di assoluto interesse, fra elementi con una buona esperienza in Serie A, stranieri temprati da battaglie in tornei esteri di primo piano e giovani, locali e di fuorivia, dai piedi educatissimi: la difesa sarà rinsaldata dal fiorentino Roncaglia, Rosi è un laterale basso dal rendimento costante, Rincon un centrocampista di granito con una lunga militanza in Bundesliga, Perotti ha classe e guizzi mentre si dice un gran bene del belga Lestienne, esterno in grado di rifinire e di segnare. Merita fiducia Ragusa, giovane di buona tecnica e molto incisivo dalla trequarti in su, mentre l'eredità di Gila è sulle spalle di Matri e Pinilla, non male, dopotutto. La salvezza non dovrebbe essere in dubbio, nonostante il terribile calendario di partenza possa creare qualche scompenso psicologico, in caso di ripetuti rovesci (il primo, immeritato, è già arrivato). 
INTER - Pare una compagine più solida, equilibrata e logica, se confrontata al cantiere aperto della stagione 2013/14. Ci sono discrete certezze in tutti i reparti: in retroguardia Handanovic sarà protetto da un Ranocchia più sicuro e continuo e da un Vidic il cui approdo in Italia mette un po' di tristezza, se si pensa che era oggetto del desiderio dei nostri club almeno dal 2005, ma che è comunque difensore inappuntabile. C'è il versatile Medel pronto a dare il massimo in copertura, senza dimenticare le discese dell'esuberante D'Ambrosio, mentre nel mezzo Hernanes può fornire un contributo eccellente nelle due fasi e Kovacic è atteso alla definitiva esplosione. In attacco è forse mancata la ciliegina sulla torta (poteva esserlo Borini): Icardi e Palacio garantiscono una discreta messe di gol, mentre Osvaldo è tuttora da ricostruire, mentre è stato frettolosamente premiato con una convocazione in Nazionale senza alcuna motivazione logica. 
JUVENTUS - Il terremoto Conte è stato destabilizzante solo in parte, perché la sensazione netta è che fosse nell'aria da tempo. Allegri si ritrova a guidare una Signora senza grossi miglioramenti rispetto all'ultimo torneo: il declinante Evra, Pereyra, Romulo e Morata spostano poco a livello interno, nulla una volta varcati i patrii confini, mentre lo zoccolo duro italiano comincia a essere minato dall'età e dagli acciacchi in Buffon, Barzagli e Pirlo. Ci si affida alle sicurezze Bonucci, Chiellini, Marchisio, Vidal e Pogba, nonché ai puntuali gol di Tevez e Llorente, ma per il definitivo salto di qualità verso la gloria europea ci vuol altro. 
LAZIO - Protagonista del mercato. E' riuscita a portare in Italia uno dei migliori difensori di Brasile 2014, l'olandese De Vrij, eppure l'impresa, clamorosa di questi tempi, non ha avuto il risalto adeguato. Centrocampo poderosamente rinforzato con l'inesauribile Basta e con il nazionale Parolo, costruttore e finalizzatore, formidabile uomo ovunque. E ci sono ancora le garanzie offerte da Lulic, Ledesma, Biglia (ringalluzzito da un Mondiale di buona grana), un Klose che setaccerà le ultime pepite dalla sua dorata carriera, e il guastatore Candreva, animato da una poderosa voglia di riscatto dopo l'amara esperienza sudamericana. L'esordio non è stato felice, ma il team di Pioli può andar lontano, sperando che il pubblico seppellisca l'ascia di guerra. (1 - CONTINUA). 

martedì 20 maggio 2014

SERIE A 2013/14, IL BILANCIO: QUATTRO SQUADRE QUASI "EUROPEE", MA IL DECLINO TECNICO CONTINUA. NON CI RESTA CHE IL MONDIALE...

                          Vidal e Tevez esultano dopo uno dei tanti gol juventini in stagione 

Per fortuna che c'è il Mondiale. E già: non ci resta che attendere Brasile 2014 come una boccata d'aria pura, per lasciarci alle spalle una stagione calcistica nostrana fra le più buie che io ricordi. Dodici mesi fa, in sede di bilancio della Serie A 2012/13, scrissi che, pur in un quadro di diffusa recessione tecnica, non erano stati compiuti ulteriori passi indietro: qualche squadra capace di praticare un buon football si era vista, ed era persino emerso un piccolo drappello di giovani virgulti italiani, a indicare una inversione di tendenza dopo anni di ottuso ostracismo ai prodotti del nostro vivaio. Insomma, pur senza gridare al miracolo, poteva essere una buona base per avviare una risalita verso livelli qualitativi più consoni alla tradizione del pallone tricolore. 
Ebbene, a malincuore debbo dire che l'auspicio è rimasto lettera morta. Il massimo campionato 2013/14 va in archivio lasciandoci in bocca l'amaro sapore di un'involuzione ulteriormente accentuatasi, ancora più grave se si pensa alle stuzzicanti premesse estive del torneo. Ricordate? Nell'ex torneo più bello del mondo avevano nuovamente fatto capolino alcuni top player di fuorivia, gente come Higuain, Mario Gomez, Tevez e persino Llorente, inizialmente sottovalutato. Non molto, ma un piccola iniezione di classe che pareva poter un po' risollevare le sorti dell'italico spettacolo calcistico. 
A QUANDO LE 18 SQUADRE? - Non è accaduto, e ci si sente francamente impotenti, soprattutto per la cecità delle istituzioni sportive di fronte a una crisi che appare senza uscita, se è vero che l'annata di club appena archiviata ha segnato pure il sorpasso nel ranking UEFA da parte del Portogallo, cioè di un Paese che fino a un lustro fa aveva sempre patito una atavica soggezione nei nostri confronti. Solo oggi si è registrata la prima, timida apertura del presidente di Lega Beretta a un ripensamento degli organici dei campionati. Perché la riduzione della Serie A almeno a 18 squadre è ormai un provvedimento non più rinviabile: troppe partite senza senso, troppe compagini che tirano i remi in barca una volta raggiunta la salvezza, offrendo prestazioni da bollino rosso. Ma soprattutto un livello tecnico complessivo tendente sempre più al ribasso: sia detto senza offesa per nessuno, ma squadre come Bologna e Livorno non dovrebbero aver diritto di cittadinanza nella Serie A di una grande potenza pallonara: talmente povere di talento che, allo stato delle cose, faticherebbero a trovar gloria persino in cadetteria. Così come non è molto consolante che un'Inter in una delle versioni più dimesse della sua storia, con tanti campioni al capolinea e una marea di mezze figure, sia riuscita ad issarsi fino al quinto posto, giungendo addirittura a minacciare il quarto della Fiorentina. 
STANDARD EUROPEI - Per carità, non tutto è da buttare: le prime quattro classificate hanno sostanzialmente onorato il football, non ci hanno fatti vergognare di essere calciofili italiani. Juventus, Roma, Napoli e Fiorentina, con le dovute differenze di impostazione, praticano un gioco di buona fattura, gradevole esteticamente ma al contempo efficace: un calcio, soprattutto, vicino ai canoni internazionali più in voga. Sono le squadre che più di altre stanno lavorando per colmare il gap che ci separa dalle migliori espressioni europee, attraverso un'organizzazione tattica moderna e versatile, ritmi elevati, costante iniziativa, giocatori eclettici. Magari i campioni bianconeri un po' meno delle tre damigelle d'onore: perché alcuni "mostri sacri" si avvicinano al passo d'addio, per raggiunti limiti di età, e lo stesso Conte ha tergiversato fino a ieri prima di firmare la conferma, roso dal dubbio che con quel gruppo sia impossibile fare di più, e che rinnovarlo con gente di spessore non sarà facile, visti i chiari di luna finanziari. 
DIFFUSA MEDIOCRITA' - Dietro queste dignitosissime espressioni tecniche, però, si è visto il nulla o quasi: detto dell'Inter formato minimalista, nessuna delle cinque squadre in lizza fin quasi alla fine per l'ultimo posto in Europa League, ad eccezione del Parma, ha mostrato particolari luminarie, solidità complessiva ed equilibrio, e il fatto che fra queste cinque vi fosse il Milan peggiore degli ultimi vent'anni è un'ulteriore testimonianza delle generale modestia di questo torneo. Sul fondo, poi, un pianto: quota di sopravvivenza bassissima, nessuna matricola in grado di opporsi efficacemente ai colossi di vertice, che contro di loro han fatto bottino pieno o quasi, una lunga gara a ciapanò che ha inevitabilmente premiato il Sassuolo, l'unico club che, per organico, avrebbe avuto persino i mezzi per mettersi al riparo con ben altro anticipo. E poi, tutta la terra di mezzo, i "senza obiettivi" di cui si è detto, e che annacquano le ultime giornate col loro tirare a campare in attesa della nuova stagione.  Insomma, un'edizione della Serie A destinata a lasciare poche tracce nella memoria collettiva. Chiuso il quadro generale, mi limito dunque a qualche "pennellata" critica, mettendo in fila squadre e personaggi più significativi.

                                 Immobile: capocannoniere e potenziale "uomo mundial" 

JUVENTUS - Merita l'elogio pieno per il tris consecutivo, impresa di assoluto rilievo anche in un torneo svalutato come il nostro, ma accostarla ad altri squadroni del passato sa di bestemmia, e lasciamo stare il formidabile quinquennio 1930 - 1935, per favore. Se il metro più attendibile per valutare l'autentico valore del nostro football è il rendimento internazionale (e lo è), il team di Conte è rimasto più o meno sui livelli dell'anno passato (eliminato ai quarti di Champions nel 2013, fuori in semifinale di EL poche settimane fa). Se in un contesto interno di pieno decadimento aggiungi al tuo arco frecce puntute come Tevez e Llorente, è chiaro che per avversari già modesti non ci sia più partita. Ma, come detto sopra, il trionfo è in parte ingannevole e nasconde tremori da fine impero: difficile che la Juve di Buffon, Barzagli e Pirlo possa inseguire obiettivi europei, c'è da mettere a punto un nuovo progetto e la ripartenza potrebbe essere più difficile di quanto si pensi. 
FIORENTINA - Montella chiede rinforzi perché teme che questa squadra abbia dato fondo a tutte le proprie risorse, eppure è una compagine che ha dovuto correre ad handicap. Il cammino 2013/14 era stato costruito su fondamenta ben precise, ossia il duo d'attacco Gomez - Rossi: il primo non si è praticamente visto, il secondo, dopo un girone di andata da fromboliere, è stato cancellato da un altro grave infortunio, prima di ricomparire nelle ultime tre giornate, a giochi fatti, più che altro per mettere minuti nelle gambe in vista di un Mondiale non più chimerico. Che Viola sarebbe stata, con i due a dialogare là davanti? Fra un Borja Valero sempre più anima della squadra, costruttore e finalizzatore, un Pasqual che si è ripreso la Nazionale a cui, ai tempi di Lippi, pareva predestinato, e un Cuadrado in forma... iridata (uno dei pochi fuoriclasse espressi dal torneo), mi piace segnalare il piccolo ma significativo contributo (anche di gol) portato da Joaquin, ex grande promessa del calcio spagnolo quando ancora la Roja era lontana dal dominare il globo. 
PARMA - Nella lunga e affollata rincorsa all'Europa League, ha vinto alla fine la compagine più meritevole perché più continua, solida, ricca di talento puro (ben distribuito in ogni zona del campo), capace di abbinare praticità e una discreta dose di spettacolo. Cassani ritrovato, Paletta entrato a furor di popolo nel giro azzurro, Parolo formidabile centrocampista moderno, capace di correre e tessere gioco, di impostare e di concludere, Cassano ancora in grado di regalare lampi accecanti. 
VERONA - Un ritorno alla ribalta da applausi, dopo anni nelle retrovie calcistiche nazionali. Girone di andata a ritmi forsennati, poi un netto calo (coinciso con la cessione del regista Jorginho, futuro nazionale italiano: solo un caso?) e una parziale ripresa in dirittura d'arrivo. Toni ha spremuto probabilmente le ultime stille di talento e di reti dal suo bagaglio di campione, allettato anche da una prospettiva mondiale che per alcuni mesi è parsa più di un sogno, Iturbe è un fantasista vecchio stampo, di quelli capaci di "far venire giù lo stadio" con giocate in punta di fioretto, Cacciatore si è scoperto difensore fra i più efficaci a livello nazionale, l'eclettico Romulo punta la prua verso Brasile 2014.
MILAN - Temporada fallimentare, e non può bastare l'impennata finale con Seedorf in panchina (impennata più di risultati che di gioco) a cancellare le tante brutture viste prima. Difesa non all'altezza e lo si sapeva, ma rendimento inaccettabile di molti big anche negli altri reparti. Montolivo sottotraccia, dopo una stagione piuttosto brillante, Honda non pervenuto, Balotelli a tratti indisponente, eppure spesso decisivo in zona gol, a far capire fin dove potrebbe arrivare, questo gigante perennemente imbronciato e in guerra col mondo, se solo riuscisse a limare un tantino il suo carattere e ad avviare una maturazione non più differibile. Nel corso dell'ultima giornata, col Toro sotto a Firenze e il Parma che non riusciva a sbloccare contro il retrocesso Livorno, i rossoneri parevano addirittura poter agganciare in extremis il treno europeo, ma sarebbe stato francamente troppo. 
GENOA - Opinione strettamente personale, non raggiunge la sufficienza perché, dopo aver regalato alcune prestazioni di buonissima grana (su tutte il successo sull'Inter, il pirotecnico pari di Firenze e la sfortunata gara con la Juve), ha troppo presto tirato i remi in barca, addirittura quando la salvezza non era ancora stata matematicamente raggiunta. In tal modo ha offerto spettacoli desolanti e perso il derby della supremazia cittadina che, ad un certo punto, pareva avere saldamente fra le mani, e che comunque era alla portata, sulla scorta di una caratura complessivamente superiore ai blucerchiati. Ultimi due mesi da 4 in pagella, che fanno media col 7 abbondante del resto del campionato: 5,5 e ringraziare. Purtroppo, al momento, la Serie A non dura solo trenta giornate, e va onorata fino alla fine.  
SASSUOLO - Una... battaglia personale vinta, quella che ho combattuto per i neroverdi fin da questa estate e ancor più dopo il mercato di gennaio, dal quale il club di Squinzi era uscito enormemente potenziato, avendo aggiunto classe ed esperienza a un telaio già tutt'altro che disprezzabile. Non fosse stato per la sciagurata parentesi Malesani, ormai non più adatto ad allenare ad alto livello, la salvezza sarebbe probabilmente arrivata prima. E' una squadra ricca di mezzi tecnici ed economici, che già fin da ora si candida a mina vagante del prossimo torneo. E se Berardi trova continuità, può rischiarare il nuvoloso orizzonte del calcio nostrano: ha guizzi da fuoriclasse vero.
I MIEI UOMINI PIU' - Chiudo con i miei personaggi copertina, escludendo a priori quelli già strombazzatissimi da stampa e tv. Perin e Scuffet, la reattività e la calma olimpica, portieri azzurri del futuro; Bonucci, difensore che spinge, costruisce e segna; Parolo, uomo - squadra di cui ho già scritto sopra; Florenzi, giocatore universale, moderno, tuttofare, capace di coprire, attaccare e segnare: Prandelli, perché l'hai lasciato a casa? Callejon e Mertens, formidabili guastatori - incursori dalla strepitosa prolificità sotto porta, decisivi nella... carica dei 104 gol napoletani in stagione; il capocannoniere Immobile, attaccante vecchio stampo, uno che vive solo per il gol e che cerca la porta appena intravede uno spiraglio, riflessi fulminei, opportunismo, fiuto per il fondo della rete. Ed è anche in stato di grazia, uno di quei giocatori che vanno assolutamente portati al Mondiale, come jolly dell'ultimo momento, specialità tutta italiana.  

lunedì 17 marzo 2014

GENOA: "IL FUTURO E' UN'IPOTESI", FRA GLORIOSE SCONFITTE E SCENARI SOCIETARI "FLUTTUANTI"

                                             Così Pirlo ha condannato il Genoa 

Genoa - Juventus 0-1. Era da tempo che non mi accadeva di... inalberarmi così per una sconfitta della mia squadra del cuore. L'anno scorso, per dire, vissi la lenta discesa agli inferi dell'orrido grifone di Del Neri con rassegnazione, più che con rabbia. Quasi un olimpico distacco, confortato da una certezza di fondo: era una compagine così scombiccherata, quella, così priva di gioco e di animus pugnandi, che la zona retrocessione le calzava a pennello, e lo scrissi anche qui su "Note d'azzurro". Ieri sera no: la punizione di "Von Karajan" Pirlo, così lo ha definito in radiocronaca diretta Francesco Repice di "Tutto il calcio", è stata una stilettata che brucia, brucia ancora, a quasi ventiquattr'ore di distanza. Da un lato è positivo: significa che il calcio italiano, malato grave, in crisi tecnica e di credibilità internazionale, è ancora in grado di regalare emozioni forti a chi lo vive con passione genuina. Ma prevale comunque l'amaro in bocca, dovuto, oltre al ko, alla constatazione che, a realtà medio - piccole come quella genovese, per cogliere la soddisfazione effimera di bloccare il perfetto ingranaggio bianconero non basta nemmeno giocare un match su standard quasi "europei". 
VOLTARE LE SPALLE ALLA FORTUNA - Mi si dirà: ma l'hai visto lo score stagionale della Vecchia Signora? Come poteva pretendere di far risultato, la squadra undicesima nella stessa classifica, con meno della metà dei punti della capolista? Ebbene, lo score lo conosco benissimo, è impressionante, una cosa mai vista in Italia: ventiquattro vittorie, tre pareggi e una sconfitta, il celebre capitombolo di Firenze maturato non in seguito a una sfida giocata peggio dei viola, ma per un quarto d'ora di follia, uno di quei black out che, alle grandi squadre, capitano giusto una volta all'anno. Ma il ruolino di marcia bianconero, per come si stava svolgendo la sfida di Marassi, aveva assunto un'importanza del tutto relativa: molto semplicemente, il Genoa stava giocando meglio dell'augusto avversario. Agonismo financo sopra le righe, ritmi elevati, brillantezza fisica, manovra di qualità e palle gol: forse solo il Verona, al di fuori del novero delle grandi, era stato in grado di far vedere in tal misura le stelle al team di Conte. 
Però, paradossalmente, non mi va di unirmi al coro di chi grida alla sconfitta ingiusta: fallire un paio di facili occasioni a tu per tu con Buffon e buttargli addirittura fra le braccia il rigore che poteva regalare "La vittoria dell'anno" (un rigore contro la Juve: evento da segnare sul calendario), il successo da raccontare con orgoglio ai nipotini e a chi non c'era, significa semplicemente voltare le spalle alla fortuna, che sembrava davvero disposta a confortare col suo... beneplacito la serata di grazia dell'undici gasperiniano. Il rigore dell'anno affidato a Calaiò, uno che nella rinascita genoana di questo campionato ha recitato, sostanzialmente, il ruolo di comparsa: a ben vedere, basterebbe questa scelta infelicissima a giustificare la resa finale.
PRESTAZIONE RIPETIBILE? - Un'occasione così, contro una Signora stanca, poco lucida, priva di Tevez, con tre quarti di scudetto già in tasca e concentrata più che altro sul ritorno di Europa League, resterà probabilmente irripetibile. Il popolo rossoblù, solitamente ipercritico nei confronti della squadra tanto amata, l'ha presa bene, fin troppo, e ha già inserito questa partita nella galleria dei match storici del Grifone, per qualità e intensità della prestazione. A partire da un assunto elementare e inflazionato: se si gioca così contro la Juve, lo si può fare anche contro le altre, e in quel caso di partite se ne perderanno ben poche. In realtà, come direbbe Enrico Ruggeri, al momento "Il futuro è un'ipotesi" e nulla più, perché sulle "gloriose sconfitte" raramente si costruiscono progetti vincenti e perché nel calcio due più due raramente fa quattro: il calciofilo dimentica presto, ma io, ad esempio, ricordo ancora perfettamente la splendida prestazione del Genoa di De Canio, sempre al Ferraris, contro una Juventus non molto diversa da quella di ieri sera: gol di Immobile, raddoppio mancato un'infinità di volte, primo tempo che poteva terminare tre a zero e partita che invece si concluderà... 1-3. Da quella straordinaria e sfortunata dimostrazione di gioco non sbocciò alcunché: strada facendo, il Genoa si dimostrò una delle realtà meno competitive del torneo, dovette passare attraverso due cambi di allenatore e una rivoluzione d'organico al mercato di gennaio per salvare la ghirba in extremis. 

                                  Gasperini: sta costruendo un Genoa nuovo e frizzante

UN GENOA CREDIBILE - Certo, oggi la situazione appare diversa: paragonare questo Genoa a quello dell'anno scorso è, in effetti, eresia pura. Il Genoa 2012/13 era un ensemble senza capo né coda, povero di talento e senza una linea tecnica precisa. Quello di oggi ha ritrovato antiche certezze, una nuova  e fresca credibilità: Gasperini, con grande fatica, pare infine esser riuscito a imporvi il suo marchio di fabbrica. E' una squadra con un'anima, con una filosofia di gioco, col gusto della sfida a viso aperto, senza paura. E' una squadra giovane e molto italiana, e non è poco in questa Serie A così ottusamente esterofila da risultare irritante. 
E' un Grifone, anche, con una forte connotazione azzurra: ad Antonelli e al veterano Gilardino si è aggiunto il ragazzino terribile Perin, mentre Bertolacci continua a crescere e nelle ultime gare sta emergendo, per personalità, precisione e pulizia di gioco, il centrocampista Sturaro, altro prodotto della locale "cantera". E ora, come detto, comincia a riconoscersi l'impronta di Gasperson, la stessa che, nel 2009, portò un Genoa decisamente più dotato, sul piano della classe pura, a un passo da una Champions League che sarebbe stata oltremodo meritata. Tutto questo per dire che, oggi, i presupposti parrebbero diversi rispetto a dodici mesi fa, che quanto visto ier sera potrebbe essere davvero un ponte gettato verso un futuro un tantino più ricco di soddisfazioni. Ma una discreta squadra può diventare una buona squadra (non diciamo grande) se acquista concretezza e, soprattutto, se sa battersi con eguale intensità con colossi e con peones. In altre parole, in prospettiva contano poco le prestazioni di spessore con Juve, o Inter o Fiorentina, se poi viene il braccino come col Chievo, otto giorni fa, o come in un derby ampiamente alla portata. Cattiveria (calcistica) e continuità di gioco e di mentalità, ci vogliono: non è di gloriose sconfitte che si nutrono il palmarés e la storia di un club. E dunque, il luminoso futuro sognato dai supporters è ancora del tutto ipotetico. Comincerà a prender forma già da domenica prossima?
STRAVOLGIMENTI SOCIETARI... FORSE - Ma soprattutto: sarà ancora Preziosi a guidare questo  nuovo corso dai connotati assai poco chiari? Negli ultimi sette giorni, due illustri firme di due prestigiosi quotidiani cittadini hanno suonato incessantemente la grancassa mediatica su un passaggio di proprietà, in casa Genoa, ormai alle porte. Uno di essi aveva parlato addirittura di "ore decisive per la cessione della società" (roba di una settimana fa, ma non aveva specificato il numero di ore, va detto...), annunciando che questo Genoa - Juventus sarebbe stato l'ultimo match vissuto dal Joker come proprietario del club. Non è accaduto, e già questo basterebbe per inserire la notizia nel novero ormai ampio delle bufale calcistiche nazionali, anche sulla scorta delle decise e reiterate smentite della dirigenza. Poi, magari, alla lunga qualcosa si concretizzerà, e me lo auguro sinceramente per gli estensori di questo presunto scoop, "prime firme" la cui credibilità, in caso contrario, subirebbe un colpo che non potrebbe né dovrebbe lasciare indifferenti i lettori. 
Insomma, ci abbiamo fatto il callo. Poi magari chi lancia queste "bombe" (nell'accezione inventata anni fa da Maurizio Mosca e Aldo Biscardi) dice di farlo per il bene del Genoa, salvo sottolineare, nei propri articoli, che, caspiterina, "la fuga di notizie potrebbe aver rovinato le intenzioni degli acquirenti", fuga di notizie da loro stessi alimentata... E neanche si capisce, se si vuole davvero il bene del Genoa favorendo quindi l'arrivo di facoltosi investitori, l'utilità di rigirare continuamente il coltello nella piaga di una situazione finanziaria e debitoria rossoblù che, da mesi, viene descritta come drammatica, con una certa approssimazione nell'affrontare tematiche economiche che richiederebbero competenza e lunga opera di documentazione: roba da "Il Sole 24 ore", insomma, non da pagine sportive di quotidiani locali. Nel recente passato ci sono state società professionistiche di Serie A che si sono viste infliggere punti di penalizzazione in classifica per ritardi nei pagamenti degli stipendi: il Genoa, al momento, ci risulta eroghi regolarmente gli emolumenti, ha investito in un nuovo centro sportivo nella periferia cittadina e ha appena acquisito una nuova sponsorizzazione per la propria casacca. Non naviga nell'oro, insomma, ma credo che siano altri i sodalizi che debbono tremare per il loro futuro. Vedremo come andrà, con la precisazione che, giornalisticamente, questa telenovela mi appassiona quanto un romanzo di  Fabio Volo...

giovedì 12 dicembre 2013

CALCIO ITALIA, DISASTRO CHAMPIONS, RESTA SOLO IL MILAN: ORA SI RISCOPRIRA' L'ODIATA EUROPA LEAGUE?

                           Sotto la neve di Istanbul è svanito il sogno Champions della Juve

Beffarda legge del contrappasso. Dopo aver ignobilmente snobbato per anni l'Europa League, considerata solo un fastidioso ostacolo alle imprescindibili sfide della Serie A, nel 2014 il calcio italiano dovrà riversare anima e corpo sulla "parente povera" della Champions League. In soldoni, Napoli, Juventus, Fiorentina e Lazio dovranno fare più strada possibile, e almeno una di esse arrivare fino in fondo e vincere la finale di Torino. E' un obbligo morale e tecnico, per tenere a galla la pericolante zattera del pallone tricolore, quasi totalmente cancellato dall'Europa dei grandi in una serata che resterà nella storia come una delle più nere di sempre per il nostro football.
JUVENTUS GAMBERO - Siamo di fronte, a questo punto lo si può dire, a qualcosa di assai peggiore di una prolungata congiuntura sfavorevole. Il rischio di un ridimensionamento epocale è dietro l'angolo. La distanza fra le grandi potenze continentali e il nostro scalcinato movimento sta diventando una voragine. La cartina di tornasole non può che essere il comportamento della nostra più prestigiosa rappresentante nel consesso internazionale, la Juve biscudettata e avviata a conquistare un tris che però, visto quanto successo a Istanbul, avrebbe uno sgradevole retrogusto agrodolce. Svaniti nel nulla i progressi fatti balenare nella stagione passata, quando i bianconeri ottennero vittorie di peso (un roboante 3 a 0 al Chelsea, dopo aver pareggiato a Londra, un successo in casa dello Shakhtar, doppia affermazione sul Celitc negli ottavi), e si arresero solo, nei quarti, al devastante Bayern Monaco della primavera scorsa, quello che mise a ferro e fuoco il Camp Nou per poi aggiudicarsi il trofeo. Sembrava un buon trampolino di lancio per una ulteriore risalita nei valori continentali, che doveva esser favorita dall'arrivo di un top player come Tevez, invece c'è stato un regresso netto, imbarazzante e, per certi versi, incomprensibile. 
LA STRANA TIMIDEZZA DEI CALIFFI AZZURRI - Le polemiche sulle condizioni atmosferiche e ambientali trovate in Turchia sono talmente gratuite da risultare fastidiose: è stato tutto il girone della Juve a essere scandaloso. Una squadra che vuole ben figurare in Champions deve battere il Copenaghen a domicilio, concretizzando almeno una delle innumerevoli palle gol costruite, e deve ottenere almeno quattro punti su sei contro un  Galatasaray che, sul piano della classe complessiva, non vale i torinesi, pur potendo contare su alcuni elementi di valore e di esperienza come Sneijder e Drogba.
L'eliminazione è ineccepibile, e rappresenta una bocciatura inattesa anche per il nucleo azzurro della Juve: inattesa perché i vari Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Marchisio e Pirlo in Nazionale non solo fanno sempre decorosamente la loro parte, ma risultano sovente trascinatori e sono stati spesso decisivi nei traguardi conquistati in questi tre anni dal team di Prandelli. Quando tornano in bianconero e vengono chiamati a far la voce grossa fuori dai patrii confini, diventano degli agnellini (sic!): la stessa cosa accadeva spesso a loro illustri predecessori, penso al gruppo bianconero dell'Italia di Bearzot, ai vari Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea e Tardelli che in Europa non brillarono affatto, prima di diventar campioni del mondo in Spagna e di poter accogliere fra le loro file fuoriclasse esteri come Platini e Boniek, coi quali fecero incetta di allori. Questo per dire che si tratta di una strana tara storica per la Vecchia Signora, senonché molti esponenti del citato blocco italiano, dopo il Mondiale dell'anno prossimo, cominceranno la loro parabola discendente, e dunque questa Champions League rappresentava forse la loro ultima occasione ad altissimi livelli. 
NAPOLI, CHE INGIUSTIZIA; MILAN IN TRINCEA - Certo, poi c'è il caso del Napoli: eliminazione che non fa un piega a termini di regolamento, ma moralmente inaccettabile: la squadra di Benitez ha tenuto alto il nome del nostro declinante football sia sul piano del gioco sia su quello dei risultati: quattro vittorie e due sconfitte, battuti in casa l'Arsenal e i vicecampioni d'Europa del Borussia, l'unica gara veramente sbagliata è stata quella di Londra ma, insomma, non si vede cosa dovessero fare di più i partenopei per passare: loro fuori con dodici punti, mentre la Juve, tanto per dire, ha rischiato di passare con sette, prima della rasoiata finale di Sneijder. Ha rischiato grosso anche il Milan, se quella rovesciata di Klassen all'ultimo secondo fosse stata più precisa di un paio di centimetri: i rossoneri si sono qualificati senza gloria, costretti a una battaglia in trincea contro un Ajax giovane e senza stelle, un atteggiamento solo in parte giustificato dall'inferiorità numerica causata dalla grave scorrettezza di Montolivo (il cui momento difficile, anche in azzurro, si sta prolungando pericolosamente): lo scintillante Milan europeo costretto a far mucchio dietro per salvare lo zero a zero, come le squadre italiane facevano fino ai primi anni Ottanta: tristezza assoluta, e consapevolezza che al momento un quarto di finale rappresenterebbe, per gli uomini di Allegri, un traguardo eccezionale. 
DIVARIO - Torniamo al punto di partenza: il divario con i club delle tre nazioni più potenti è sempre più ampio, al momento direi incolmabile. I motivi di questo crollo di competitività sono stati elencati più volte su questo blog, non voglio risultare stucchevolmente ripetitivo. Il problema contingente è che anche al cospetto di paesi nostri "pari" o inferiori, calcisticamente parlando, le squadre italiane faticano: per fare un esempio, la superiorità di Juventus e Milan nei confronti di Galatasaray e Ajax è evidente, ma non tanto schiacciante da consentire loro di giocare con autorità e onorare il pronostico favorevole.
Non ci sono più certezze, insomma: siamo arrivati a un punto in cui i club nostrani possono perdere con chiunque e vincere solo con qualcuno: l'emblema della decadenza. E allora, ripetiamo, non rimane che l'Europa League: il contingente azzurro, almeno in questo ambito, è di primo piano, e il messaggio è di quelli da non sottovalutare: per lavare i propri peccati, per ripartire da zero e ricominciare la scalata, l'Italia del calcio deve tornare ad apprezzare le piccole cose, nella fattispecie a dare il giusto rilievo all'odiata "coppa minore", come all'estero fanno da anni e con ottimi risultati in tema di ranking Uefa: riusciranno, i nostri scalcinati eroi, a immergersi in questa nuova e più spartana dimensione europea mettendo, una volta ogni due settimane, l'adorata e svalutata Serie A in secondo piano?  Stai a vedere che adesso si scoprirà che all'handicap della partita al giovedì si potrà ovviare con adeguati posticipi ad hoc... 

martedì 3 settembre 2013

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO 2013/14 - PRIMA PARTE: DALL'ATALANTA ALLA LAZIO

                                         Tevez, il fuoriclasse che mancava alla Juve

ATALANTA - Sono arrivati Yepes e Migliaccio, ossia garanzia di concretezza e affidabilità (e di grande eclettismo tattico, nel caso dell'ex palermitano), e Baselli è qualcosa di più di una promessa, centrocampista in grado di dispensare geometrie e buone invenzioni, ma il vero colpo è stato la conferma dei migliori delle ultime stagioni: da Consigli a Cigarini, da Lucchini a Denis e all'ultimo arrivato Livaja. Su tutti il genietto Bonaventura, che nell'anno che conduce al Mundial avrà uno stimolo in più per far bene: rimanere nel gruppo di Prandelli e, possibilmente, varcare l'oceano... Squadra sufficientemente solida in terza linea, buon mix di qualità e quantità nella zona nevralgica, potenziale esplosivo in avanti: salvezza fuori discussione, diremmo più che altro centroclassifica con possibilità di qualche inserimento a sorpresa in zona Europa League. 
BOLOGNA - Indebolito. I vuoti lasciati dalle partenze di due colonne come Taider e Gilardino non sono stati adeguatamente riempiti: in particolare, Rolando Bianchi è un discreto fromboliere, ma neanche lontanamente paragonabile all'attaccante della Nazionale, anche se la vicinanza di Diamanti potrebbe aumentarne la produttività e l'incisività nei momenti che contano. Ecco, tutto ruota attorno ad Alino: ha il Brasile nel mirino ed è pronto a una stagione monstre, ma non potrà togliere sempre le castagne dal fuoco da solo, e in questo Bologna il rischio di predicare nel deserto è elevato. Le certezze sono Morleo, Natali, Sorensen e Konè: francamente un po' poco, se non esploderà qualcuna delle new entry di fuorivia (Cristaldo, Cech, Laxalt...). E la porta chiede un guardiano affidabile: Agliardi e Curci non lo sono mai stati, difficilmente lo diventeranno adesso. 
CAGLIARI - Calma piatta, ed è un bene. Come ci riesca non è dato sapersi, ma anche quest'anno Cellino ha trattenuto sull'isola i suoi richiestissimi gioielli. E col sempre più autoritario Astori a comandare la difesa, Nainggolan e Conti a far legna e produrre manovre plausibili nel mezzo, Sau e Ibarbo a mettere a ferro e fuoco le linee difensive avversarie, centrare una tranquilla permanenza non dovrebbe essere un problema. Con il problema stadio in via di risoluzione (si torna al Sant'Elia), l'unica incognita potrebbe essere rappresentata dalle motivazioni dei big, che magari, dopo anni a lavorare nell'ombra, avrebbero desiderato recitare su palcoscenici più remunerativi. 
CATANIA - Dura, durissima ripetere le prodezze della passata stagione. Hanno salutato la compagnia due colossi autentici come Lodi, califfo di centrocampo, e Gomez, "spariglia - carte" offensivo, mentre è saltato in extremis il trasferimento in Qatar del folletto Barrientos. I sostituti? Tachtsidis, centrale potenzialmente di gran valore ma reduce da un'annata con più chiari che scuri, e Leto, scommessa argentina. Incognite autentiche, che potrebbero sfondare ma anche trapanare l'acqua, così come un salto nel buio va considerato anche il cavallo di ritorno Maxi Lopez, sfiorito a Genova e da ricostruire psicologicamente. Plasil? Cinque - sei anni fa sarebbe stato un acquisto extralusso, oggi deve dimostrare di non aver perso lo smalto internazionale di motorino illuminato della zona nevralgica. Certo, rimangono certezze come Andujar, numero uno della rappresentativa argentina, il veterano Legrottaglie, Izco, il cervello Almiron,  il centravanti Bergessio e il citato Barrientos, ma questi ultimi gireranno sempre a mille senza i due "super" di cui si è detto sopra? La permanenza in categoria potrebbe essere più sofferta del previsto, l'Europa è stato un sogno fuggevolmente accarezzato pochi mesi fa e destinato a rimanere tale. 
CHIEVO - Anche qui, come a Cagliari, non si è praticamente mossa foglia riguardo alla composizione della rosa, però è cambiato il manico, con un Sannino ansioso di riguadagnare il terreno perduto dopo l'impasse di Palermo, della quale ha avuto peraltro poche responsabilità (con lui in panca, il rendimento dei siciliani è stato più che accettabile, il disastro si è consumato in sua assenza). Il mercato ha portato l'esterno Lazarevic, talentino di scuola Genoa da anni in rampa di lancio, e il giovanissimo attaccante Improta, anche lui in orbita rossoblù e fresco di debutto con gol nell'Under 21. Sulla carta arrivi di secondo piano, che potrebbero però ritagliarsi spazi importanti strada facendo. Per il resto si riparte dal blocco storico: Puggioni e Sardo, Dainelli e Frey, Rigoni ed Hetemaj: nulla di eccezionale, che però l'anno scorso è bastato per la salvezza, anche perché davanti Thereau e Paloschi hanno saputo mirabilmente sintetizzare la scarna produzione di gioco del complesso. Ecco, alla vena del francese e dell'ex milanista sono affidate in larga parte le chance di sopravvivenza dei clivensi. 
FIORENTINA - La squadra entra nell'orbita scudetto sulle ali di una campagna di rafforzamento sontuosa, ancorché "squilibrata", e soprattutto di un 2012/13 esaltante sul piano dei risultati e del gioco prodotto, scintillante e moderno, con Montella "mini Guardiola" nostrano. La forza è nell'attacco, che con Gomez e Rossi trova due punte di statura mondiale. A loro sostegno un centrocampo scolpito nel granito, miscela esplosiva di forza fisica e raffinatezza tecnica: Aquilani, Borja Valero, Pizarro, Ambrosini, Ilicic, roba di lusso: filtro, ordine tattico e fantasia per far decollare la manovra verso vette di assoluta qualità; in più, due esterni devastanti come Cuadrado e il ritrovato Pasqual. Campagna "squilibrata", si diceva: la difesa non pare in effetti all'altezza del resto della compagine: Gonzalo Rodriguez e Savic danno buone garanzie, ma è un po' pochino, specie pensando che dietro a loro c'è un portiere come Neto, non certo un'iradiddio. Tanto valeva tentare un recupero del buon Viviano... In conclusione: per il tricolore è ancora presto, ma è attrezzata per cominciare a respirare l'aria dei quartieri altissimi.

                                             Gomez, nuovo puntero viola
   
GENOA - L'inizio di stagione è stato oggettivamente agghiacciante, ma insisto nel mio ottimismo, perché non si può, come ha fatto la Gazzetta dello sport un paio di settimane fa, considerare "depotenziata" una compagine che ha in rosa due nazionali (Antonelli e Gilardino), uno che nel gruppo di Prandelli potrebbe starci senza scandalo (Lodi), uno che azzurro lo è stato di recente e dà ancora buona affidabilità (Gamberini), due giovani azzurrini fra i più promettenti (Perin e Bertolacci) e altri elementi di categoria che danno da sempre ampie garanzie di continuità di rendimento (Manfredini, Portanova, Matuzalem). Il ritorno di Gila e l'acquisto di Lodi sono due colpi che, li avessero messi a segno squadre di più alto rango "economico", se ne sarebbe parlato per giorni: il bomber vorrà difendere con le unghie e coi denti il posto in Nazionale, l'ex Catania è un vero e proprio uomo - squadra, un costruttore di gioco in grado di creare una quantità potenzialmente infinita di soluzioni offensive. Antonini porta esperienza e versatilità, Vrsaljiko ha fatto un precampionato eccellente, mostrando grande efficacia in copertura come negli sganciamenti. E Perin ha il carattere e la spavalderia per non risentire delle tempeste pescaresi, con in più la chioccia Bizzarri a proteggergli le spalle. Sono infine arrivati i tanto sospirati esterni alti, Stoian e Centurion, interessanti prospetti ma non certezze assolute. Liverani in panca è un azzardo, ma il materiale per migliorare ampiamente la deludente posizione dell'anno scorso c'è, eccome. A dir poco discutibile, in chiusura di mercato, la gestione del caso Gilardino (parte, non parte, vuole andare, non vuole andare: uno dei punti fermi della rosa rimasto in bilico fino all'ultimo secondo...). 
INTER - Non è da scudetto, e la campagna acquisti non è stata all'altezza di una squadra che avrebbe il dovere di cancellare le brutture dell'ultimo, orrido torneo. Gli unici arrivi di autentica sostanza sono quelli di Campagnaro e Taider, comunque gente che non porta un'impennata qualitativa autenticamente significativa. I Rolando e i Wallace, i Belfodil e gli Icardi sono classe media e nulla più, stupisce in particolare il can can mediatico attorno agli ultimi due, attaccanti normali e che devono ancora dimostrare tutto: la speranza, in tal senso, è che Milito torni in piena efficienza e che Palacio rimanga ai suoi consueti livelli, e poi che Ranocchia si riappropri delle sue misure di difensore tempista e inflessibile e che i vari Juan Jesus, Guarin e Kovacic esplodano. L'autentico fuoriclasse della compagnia è il neo trainer Mazzarri, uno in grado di trarre il 110 per cento da ogni gruppo che gli viene messo a disposizione: soprattutto in lui sono riposte le speranze di un veloce riavvicinamento ai valori di vertice del nostro calcio. 
JUVENTUS - Poco da dire: forte era, forte è ancor di più dopo questo calciomercato. Tevez è un campione autentico che dovrebbe risolvere gli imbarazzi offensivi di natura... europea della Vecchia Signora, Ogbonna e Llorente due alternative di gran lusso, in particolare l'ex torinista sgomiterà per ritagliarsi un posto al sole, essendo un altro degli azzurrabili per Brasile 2014: la vicinanza di colossi autentici del reparto come Barzagli, Bonucci e Chiellini dovrebbe favorirne una ulteriore crescita in personalità ed efficacia. Il precampionato ha portato l'esplosione definitiva del satanasso Pogba, centrocampista moderno e universale come la certezza Vidal, mentre c'è un Marchisio che deve recuperare un po' di terreno dopo una fase non felice, soprattutto sul piano della brillantezza atletica. E poi tante certezze, da Buffon e Pirlo e a Lichtsteiner, un Vucinic che accanto a Tevez dovrebbe esaltarsi e affinare la mira, Giovinco e Quagliarella pronti a cogliere scampoli micidiali. Sì, sarà difficile portarle via lo scudo. 
LAZIO - Marchetti e Candreva ripartono da una stagione mostruosa, che li ha proiettati su livelli di eccellenza assoluta. Ci sono ancora le star Hernanes e Klose, il dinamico tuttofare Lulic (l'uomo della Coppa Italia), la rivelazione Onazi, ed è arrivato il nazionale argentino Biglia, centrocampista di gran sostanza, che assieme a Ledesma va a formare una cerniera di enorme peso. Si attende il recupero del giovane e quotato Felipe Anderson, mentre sussiste qualche dubbio (confermato dal doppio cappotto di marca juventina) sulla tenuta di una difesa che, portierone a parte, si aggrappa ancora a Dias e Biava, da tempo affidabilissimi ma non eterni. In sintesi, può migliorare il piazzamento dell'ultimo anno, ma non puntare al bersaglio grosso.