Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Zappacosta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Zappacosta. Mostra tutti i post

martedì 29 maggio 2018

NAZIONALE, IL DEBUTTO VINCENTE DI MANCINI: LA NUOVA ITALIA NON PUO' FARE A MENO DI BALOTELLI. COME VOLEVASI DIMOSTRARE


Balotelli in azzurro vuol dire gol, piaccia o meno. Lo dice chiaramente il suo stato di servizio con la Nazionale, lo ha ribadito la serata svizzera del debutto di coach Mancini. Prima di questa rentréè, l'ultima volta di Supermario in campo a difendere il tricolore fu al Mondiale brasiliano, nientemeno. Ora, passi per i due anni di crisi tecnica, psicologica e caratteriale che seguirono il fiasco iridato, ma aver rinunciato ai suoi servigi nelle ultime due stagioni è stata una scelta priva di qualsiasi fondamento, una delle tante colpe ascrivibili all'ex cittì Ventura, tornato fra l'altro a parlare in questi giorni senza che si avvertisse il bisogno di sue dichiarazioni.
Come già ricordato ieri, dal 2011 al 2014 Balotelli mise a segno 13 reti con l'Italia, in gran parte di pregevole fattura, quasi tutte decisive ai fini del risultato; dopo, in molti si sono avvicendati nel tentativo di rimpiazzarlo, ma nessuna altra punta è stata in grado di eguagliarne lo score. Per una squadra che, nella disgraziata annata dell'esclusione da Russia 2018, fra le tante sue lacune ha manifestato una esasperante sterilità realizzativa, il discusso attaccante avrebbe di certo tolto qualche castagna dal fuoco: pur senza trasformare l'Italia in uno squadrone, ci avrebbe magari consentito di superare il barrage con la Svezia, tutt'altro che proibitivo. E oggi, forse, staremmo in qualche località dal clima fresco a preparare la spedizione a Mosca e dintorni, invece di fare da sparring partner a chi, invece, la Coppa del Mondo la disputerà, come l'Arabia Saudita. 
MOMENTO "STORICO" - A proposito di Arabia: ci sarebbe da parlare della partita di ieri sera e lo faccio volentieri. Certo, è stata un'amichevole di fine stagione, contro un'avversaria di non trascendentale caratura (eufemismo). Ma era la prima gara col nuovo trainer in panca, era il vero inizio della rifondazione azzurra, dopo aver gettato alle ortiche i due probanti test match di marzo. Uno di quei passaggi storici che comunque si ricorderanno, perché rappresentano delle pietre miliari nel cammino della Nazionale. I grandi appassionati di calcio, ad esempio, probabilmente rammentano ancora come iniziò il percorso di Bearzot in azzurro, nel 1975: l'allenatore che ci avrebbe portati fin sul tetto del mondo, esordì con un pari casalingo contro la Finlandia, che la critica del tempo non esitò a definire scandaloso (e la prestazione fu in effetti sconfortante).  
SQUADRA PIMPANTE - Questo per dire che in qualche modo bisogna pur cominciare un capitolo nuovo, rompere il ghiaccio, e la nuova Italia l'ha fatto tutto sommato in maniera dignitosa. Non c'è solo il dato statistico del ritorno alla vittoria e al gol su azione, pur se significativo: entrambi gli eventi non si verificavano dalla cupa trasferta albanese dell'autunno scorso, quando già per il football nostrano iniziavano a palesarsi presagi di... sventura. A San Gallo, per un'oretta di gioco, si è vista una squadra pimpante, precisa nel tocco di palla come da tempo non le accadeva, rapida e ficcante negli scambi in velocità che tagliavano sistematicamente fuori la retroguardia asiatica. Con tale agilità di manovra, le occasioni sono giunte in quantità: Pellegrini, puntuale negli inserimenti in avanti, ha sprecato due volte calciando alto, Florenzi ha superato il portiere in uscita ma si è visto respingere il suo sinistro sulla linea di porta, Bonucci ha mancato di poco la deviazione da pochi passi sugli sviluppi di un corner, e il solito Balotelli ha prima sfiorato il gol di testa, per poi andare a segno con un destro dal limite al culmine di un'insistita azione personale. 
UN NUOVO INIZIO PER CRISCITO - Oltre a sbloccare il risultato, l'ex interista ha giocato molto anche per i compagni, facendo salire la squadra e smistando palloni: davvero non si poteva chiedere di più per questo suo ritorno in Nazionale. Stesso discorso che vale per Criscito, praticamente perfetto prima di calare alla distanza come tutti gli azzurri: poco impegnato in retroguardia, ha appoggiato costantemente la manovra offensiva e, quando si è presentato al tiro, ha sfoderato un poderoso sinistro stampatosi sulla traversa. Anche in questo caso, ribadisco quanto scritto ieri: almeno in questa prima fase, il genoano sarà un pilastro della nuova Italia, mentre a lui e a noi tutti rimarrà il rimpianto per i sei anni (sei anni!) di esilio dalla selezione: sappiamo chi dobbiamo ringraziare. 
ITALIA E ARABIA, PREPARAZIONE DIVERSA - Criscito e, dall'altro lato, Zappacosta, prima dell'ultima mezz'ora in affanno hanno spinto con costanza, rendendo ariose e quindi più incisive le trame del team tricolore. A ripresa inoltrata c'è stato anche il ritorno al gol (da grande opportunista d'area) di Belotti, ma a quel punto era già un'altra partita. Vuoi per l'inevitabile girandola di cambi operata da Mancini, vuoi per la crescita degli arabi, si è andati in sofferenza fino a concedere almeno tre tiri pericolosi agli avversari, che hanno trovato il gol della bandiera su una palla persa a centrocampo da Zappacosta e anche grazie a un'uscita fin troppo avventata del solito Donnarumma di questi tempi. Ma tutto rientra nella normalità; normale che i nostri siano calati alla distanza, normale che gli uomini di Juan Antonio Pizzi siano invece venuti fuori dopo un'ora in apnea: stanno preparando il Mondiale, sono verosimilmente imballati da notevoli carichi di lavoro che, però, consentono loro di emergere a match inoltrato. Stanno lavorando per essere al top in occasione del vernissage di Russia 2018, che li vedrà impegnati contro la squadra di casa. Per noi, una vittoria che fa morale e con gli aspetti positivi che prevalgono su quelli negativi, ma ovviamente tutto va rivisto alla prova di impegni più ardui, come i due dei prossimi giorni con Francia e Olanda. Lo spirito sembra quello giusto, anche se, probabilmente, la vera Italia la vedremo solo in autunno, in Nations League. 

sabato 7 ottobre 2017

NAZIONALE: CLUB ITALIA AL BUIO. SQUADRA SENZA GIOCO E SENZA IDEE, MONDIALE A RISCHIO


La prima cosa da fare è entrare nell'ordine delle idee che, avanti di questo passo, il Mondiale russo è destinato a restare una chimera. E che per evitare tale drammatica eventualità occorre cambiare registro: subito, già da lunedì. Destino beffardo: una delle fasi più critiche nella storia recente della Nazionale italiana da risolvere nel giro di pochi giorni, fare in 72 ore ciò che non è riuscito in più di un anno. La situazione è molto più allarmante di quanto si creda: perché questa Italia dall'encefalogramma piatto, se tale rimarrà, rischia di subire molti danni anche dall'Albania di Panucci, più forte della modesta Macedonia di ieri, con la conseguente eventualità di doversi aggrappare agli scivoloni altrui per restare nel novero delle migliori seconde e non dover rinunciare al barrage. Avvilente, non trovate?
Come si sia potuti giungere a tal punto non è facile capirlo. L'elemento chiave è per me, e non lo scrivo da oggi, la figura del Commissario Tecnico. Ventura ha mostrato fin qui limiti enormi nella gestione del gruppo sul piano tattico, psicologico e della scelta degli uomini. Ha sbagliato clamorosamente l'impostazione complessiva delle due gare che non doveva sbagliare, quelle con la Spagna (battibile, lo ribadisco, come aveva dimostrato Conte a Euro 2016), e dopo il capitombolo di Madrid ha perduto il polso della squadra. Non si può prescindere da questo punto di partenza per analizzare una curva involutiva che poi, ovvio, ha anche altre radici. Certo, i forfait di figure chiave come De Rossi, Verratti e Belotti (più Candreva rimasto in panca) non aiutano, così come la drammatica assenza di ricambi all'altezza, non per carenza di ragazzi validi, quanto per il loro scarso minutaggio nelle squadre di club, con conseguenti grossi limiti atletici e di tenuta. Il decadimento qualitativo del football italico non può valere come giustificazione per partite come quella di poche ore fa, perché anche l'Italia di questo delicato momento storico dovrebbe essere in grado di regolare senza patemi, fra le mura amiche, una Macedonia volitiva, grintosa, organizzata ma sostanzialmente modesta, al punto da aver concesso ben quattro palle gol alla dimessa Azzurra del primo tempo; e a proposito di nostri giocatori panchinari nelle società di appartenenza, giova ricordare che a Torino ha giganteggiato Pandev, il quale nel Genoa gioca poco (anche per motivi di età) e quando lo fa non sempre si copre di gloria. 
Diciamocelo: l'1-1 dell'Olimpico non è in alcun modo giustificabile. E non si presta nemmeno ad analisi profonde, per il vuoto tecnico che ha mostrato: fin dall'inizio è emersa lampante la pochezza dell'undici schierato da Ventura, in particolare l'assoluta inconsistenza dell'asse centrale Parolo - Gagliardini, a corto di idee e di personalità. Ma anche dalle fasce sono arrivate pessime notizie, con Darmian e Zappacosta impegnati a correre a vuoto, e in particolare con il neo acquisto del Chelsea lontano anni luce dall'efficace incursore ammirato contro Israele. In avanti, l'atteso Verdi ha regalato un paio di luminarie e poco altro, e Immobile ha avuto pochi palloni giocabili (uno dei quali trasformato in assist - gol per Chiellini), anche perché Insigne è rimasto imprigionato nel copione azzurro che troppo spesso gli abbiamo visto recitare: velleitarismo, tiri fuori misura, grosse difficoltà nel saltare l'uomo. Se poi il "cervello aggiunto" del gioco italiano, quel Bonucci che solitamente rappresenta uno dei perni della manovra per la sua capacità di ribaltare il gioco con precisi lanci lunghi, porta in Nazionale i disagi manifestati nel Milan, non si può che dire: piove sul bagnato. E sinceramente la crisi dell'ex juventino sta rappresentando un imprevisto per tutti, per il cittì così come per il coach rossonero Montella: non era ragionevolmente lecito pensare che il cambio di casacca lo disorientasse a tal punto. 
In ogni caso, sarebbe bastata un'Italia formato Israele per portare a casa la pagnotta senza troppe difficoltà; ma un mese fa, particolare non trascurabile, c'era Candreva, che da solo creò il 90 per cento del volume offensivo dei nostri. Gli azzurri di Torino, semplicemente, non sapevano da dove cominciare per imbastire autentiche situazioni di pericolo in avanti. Tali irritanti dimostrazioni di non gioco, solitamente, tendono ad amplificare i limiti di talento dei singoli, e così, puntualmente, i nostri sono parsi alla stregua di pedatori di basso livello: ma i Darmian, i Parolo, gli Insigne non sono così mediocri; e non lo è nemmeno Bernardeschi, il cui ingresso in campo non ha implementato di una virgola l'incisività dei nostri. Lo stesso Rugani, che pure è stato fra i pochi a non demeritare, sa certo essere più coraggioso e propositivo, laddove ieri si è limitato al piccolo cabotaggio, restando rintanato a presidiare un reparto che, nella ripresa, cominciava a sbandare vistosamente. Il florilegio di lanci e tocchi sbagliati, palle perse, conclusioni senza capo né coda, contrasti sistematicamente persi con gli avversari forniscono un quadro da allarme rosso, senza nemmeno più l'alibi della "stagione appena iniziata"; gli altri corrono e sono sul pezzo: persino, lo ripetiamo, il declinante Pandev. 
Cosa succederà, adesso? Dato ovviamente per scontato che la fase di qualificazione verrà portata a termine da Ventura, al momento non esiste margine per cambi radicali di rotta. Occorre solo recuperare alcuni dei titolari prima citati, perché in situazioni come questa non c'è più spazio per esperimenti che, oltretutto, lasciano il tempo che trovano. Tanto per fare un esempio, non riesco a trovare ragioni valide all'utilizzo (ma anche alla convocazione) di un Cristante, ragazzo promettente e in crescita, ma che può mettere sul piatto solo una manciata di buone partite con l'Atalanta, dopo anni di delusioni e occasioni mancate. Non sono sicuro che così si favoriscano la maturazione dei giovani e il loro inserimento in gruppo, non è con una formazione priva di certezze e di esperienza che è possibile superare lo scoglio albanese e quello degli spareggi. Se usciremo indenni dal mese di fuoco che ci aspetta, occorrerà poi porsi più di un interrogativo, anche sulla conduzione tecnica della squadra. Ma ci sarà modo di riparlarne. 

mercoledì 6 settembre 2017

ITALIA - ISRAELE 1-0: CANDREVA PERNO DEL GIOCO, ZAPPACOSTA E IMMOBILE PROMOSSI, IL PUBBLICO BOCCIATO

                                          Candreva: migliore in campo a Reggio Emilia

La disfatta del Bernabeu ha lasciato il segno, ed era ovvio. L'ampiezza del risultato, ma soprattutto il divario abissale sul piano del gioco, non potevano non minare profondamente le certezze di una squadra, quella azzurra, in fase di formazione e di crescita. Ci vorrà del tempo per assorbire il colpo e rimettersi in carreggiata, e nel frattempo non resta che limitare i danni vincendo, in un modo o nell'altro. Considerazioni lapalissiane che anche il pubblico di uno stadio dovrebbe comprendere: magari provvedendo prima a riempirlo, codesto stadio (affollare l'impianto di Reggio Emilia non mi pare sia impresa titanica...), e poi evitando di fischiare la squadra di casa dopo appena dieci - quindici minuti balbettanti. Perché i milioni, quelli del conto in banca dei calciatori, in campo scompaiono, contano invece le emozioni, la tensione, la paura di sbagliare, che ieri erano al diapason dopo l'infernale notte madrilena. 
LA MATURITA' DEL PUBBLICO - Un pubblico maturo lo capisce, e il bell'inizio dell'Italia, con quell'azione in velocità Insigne - Darmian e il tiro di Belotti a lato di un soffio, avrebbe dovuto rappresentare un ulteriore stimolo a fornire un sostegno inesausto alla spaurita truppa di Ventura. Non è accaduto, e se dopo i primi errori e i primi impacci ti rendi conto di giostrare in un ambiente freddo quando non ostile, tutto diventa più difficile. Insomma, so bene che i problemi del calcio italiano e della rappresentativa sono altri, ma ogni tanto prendersela coi tifosi, col loro modo di approcciare l'evento, ha un suo perché: chi sta sugli spalti dovrebbe forse immedesimarsi maggiormente con chi sta in campo, invece di bearsi di cori idioti come quello che, ormai da anni, accompagna dalle nostre parti i rilanci dei portieri avversari. Passiamo oltre. 
PRIMO TEMPO... A LUCI ROSSE - La prestazione del Club Italia è stata... quel che è stata. Primo tempo inguardabile, si diceva, al netto dell'occasione iniziale di Belotti e di quella finale di Insigne, che ha calciato sul portiere da distanza ravvicinata. Fra le due palle gol, meglio Israele, in un paio di ripartenze fulminanti e un tiro dalla distanza di Cohen sventato in angolo da Buffon. Un buon saggio di calcio all'italiana in versione modernizzata, quello dei ragazzi di Levy: difesa chiusa a doppia mandata, persino troppo in certe fasi del match, ma non del tutto passiva, con veloci contropiede che hanno mandato in affanno i nostri. Una tattica che è risultata redditizia anche perché l'Italia l'ha facilitata, con la sua esasperante lentezza nella tessitura della manovra, e certi squilibri che portavano la squadra ad essere troppo schiacciata in avanti, facendo mucchio nella metà campo avversaria e lasciando zone scoperte dietro. 
TANTE OCCASIONI - Un disastro, insomma, del quale non aveva alcuna colpa la precaria condizione fisica settembrina, tanto strombazzata. Lo ha dimostrato il secondo tempo, quando è bastato alzare un tantino il ritmo e cominciare a giostrare con discreta rapidità per mettere in ambasce gli orientali. Pur senza miracol mostrare, sono scaturite palle gol in quantità apprezzabile: Immobile il più incisivo, con un'inzuccata fuori di poco e un tiro angolatissimo deviato in corner. Giusto quindi che fosse il laziale, del resto protagonista di un ottimo avvio di stagione in maglia Lazio, a siglare il punto decisivo, con un perfetto colpo di testa su traversone di Candreva. Poi ci hanno provato Zappacosta e Verratti da fuori, Belotti due volte (la prima di testa con prodezza del portiere Harush, la seconda con un destro di prima intenzione su assist di Candreva ribattuto dall'estremo ospite), e persino Barzagli con un tocco sotto misura. Qualche altro rischio, sulle controffensve israeliane sempre più sporadiche, ma sullo scatenato Ben Chaim salvavano prima Zappacosta con un prodigioso recupero, e poi Buffon neutralizzandone il tentativo di pallonetto. 
CONTI, ZAPPACOSTA E DARMIAN - La ripresa, insomma, dava un po' di colore alla pallida prestazione azzurra, tanto che alla fine l'1-0 poteva perfino considerarsi troppo avaro per i nostri. Restituito tono alla manovra, rimanevano però imprecisione e precipitazione al momento conclusivo a spegnere ulteriori sogni di gloria. Ventura ha riproposto, incrollabile, il contestatissimo 4-2-4. Di certo ha avuto più senso farlo con Israele che non con la Spagna, e se non ha funzionato, nel primo tempo, è stato soprattutto per la scarsità di idee e il minimo apporto fornito da alcuni elementi tatticamente importanti. Astori, ad esempio, ha provato a fare il Bonucci, avanzando e tentando di dire la sua in impostazione, ma non è proprio cosa, mentre dalle fasce non è arrivato l'atteso contributo in fase di spinta. Fra Conti e Darmian meglio comunque il primo, più propositivo e utilissimo in ripiegamento, in particolare con una chiusura in extremis su Kabha a un passo da Buffon. L'ingresso di Zappacosta ha portato maggior brio, col neo acquisto del Chelsea che ha saputo far bene sia in copertura che nelle proiezioni offensive, cercando anche il tiro in porta. E Candreva ha confermato il suo buon feeling con l'azzurro, conquistando la palma di migliore in campo: oltre a quello decisivo per Immobile, una serie di altri assist al bacio non sfruttati da Insigne e Belotti (due volte) e una presenza costante al cross: è stato alla fine il più cercato dai compagni, un approdo sicuro per il pallone, l'unico vero ispiratore delle nostre iniziative d'attacco. 
IMMOBILE E BELOTTI, SERVE PIU' EFFICACIA - Questo ha dunque detto la serata emiliana. Che l'Italia di Ventura pende... a destra, ben coperta da Zappacosta e Conti dietro e da Candreva in avanti. Che al centro della difesa ci vogliono alternative più affidabili di Astori (Rugani e Romagnoli sono pronti); che Insigne è ancora troppo fumoso e impreciso in azzurro; che Immobile - Belotti è la coppia gol ideale, ma i due devono affinare la mira; che, infine, Verratti in un contesto simile fatica a prendere in mano le redini del gioco e a imprimere la sua firma sul centrocampo, affiancato da un De Rossi non più fulmine di guerra e da incursori non sempre attenti al lavoro di filtro. Si deve così limitare a compiti di interdizione riservandosi pochi lampi al momento di costruire. Storia vecchia, alla quale bisognerà prima o poi porre rimedio. Lo si potrà fare in discreta tranquillità nelle prossime due gare, con la qualificazione ai playoff ormai ipotecata, anche se occorre continuare a far punti per evitare brutti (ma improbabili) scherzi in tema di classifica delle migliori seconde. 

venerdì 4 settembre 2015

CLUB ITALIA: CONTRO MALTA UNA VITTORIA IMBARAZZANTE. DENTRO I GIOVANI, SUBITO

                                             Pellè: terzo gol azzurro per lui

Ha ancora senso usare un termine impegnativo come "vergogna", per una mancata goleada contro una delle rappresentative più deboli del globo, piegata oltretutto solo grazie a una rete irregolare? Lo si è già scritto più volte su questo blog, negli ultimi anni: l'Italia non è più squadra da larghi punteggi. Gli ultimi quattro confronti con Malta, tutti giocati dal 2012 a ieri, hanno portato due successi per 2 a 0 e altrettanti per 1 a 0. E i più fedeli tifosi azzurri ricorderanno pure l'indecorosa vittoria in casa delle Far Oer, nel 2011, altro 1 a 0 sancito, anche quello, da un punto non valido (fuorigioco di Cassano). Sorvolerei invece sulla ormai proverbiale crescita fatta registrare da alcune nazionali "deboli". 
GLI INSEGNAMENTI DEI TRAINER ITALIANI... - Abbiamo visto a Firenze, in cosa consiste questa crescita: ancorati a una mediocrità tecnica sostanzialmente immutabile nel tempo, gli isolani hanno fatto mucchio difendendosi in undici nella loro metà campo e intasando gli spazi, sganciando sporadicamente il velocista Effiong in qualche pericoloso contropiede. Se questo è il progresso tattico, se questi sono gli insegnamenti che i nostri allenatori portano nei Paesi calcisticamente depressi, beh, molto si spiega sulla inarrestabile decadenza del pallone tricolore: dopodiché, ci tocca anche sentire il "nuovo" commentatore tecnico Rai, Giovanni Trapattoni, tessere le lodi del suo ex collaboratore Pietro Ghedin, ora cittì maltese (insieme firmarono uno dei periodi più disastrosi nella storia della nostra Nazionale). 
AZZURRI CON GROSSI LIMITI - Contro queste "squadre - ammucchiata" è difficile giocare da sempre, lo si sa, ma non dovrebbe esserlo al punto di dover inseguire il prezioso vantaggio fin quasi alla fine del match, e ottenerlo per di più con un colpo di mano. Vergogna no, dunque, ma un bel po' di imbarazzo sì, senza dubbio. Illudiamoci ancora per qualche giorno che l'alibi del "siamo ancora a inizio stagione" sia valido, ma vedere l'Italia, ormai ex grande potenza mondiale, ruminare football di discutibile qualità al cospetto di una selezione di quarta schiera non può che mettere tristezza. 
Del resto cosa può esserci di più triste di una compagine che, proprio quando avrebbe bisogno di una radicale rinfrescata di organico, rimane aggrappata alla compassata regia del decadente Pirlo? L'undici sceso in campo ieri era appesantito da limiti tecnici e dinamici evidenti: ormai non desta nemmeno più scandalo la quantità esorbitante di lanci e passaggi mal calibrati, di controlli sbagliati, di agganci mancati, di tiri sballati, oltre alla lentezza nell'elaborazione della manovra, all'incapacità di dar via la palla rapidamente, trovando in pochi secondi la soluzione giusta; sotto quest'ultimo profilo ha particolarmente deluso Bertolacci, mentre è lampante che l'Italia attuale non possa assolutamente prescindere da elementi come Florenzi e Candreva. Triste anche la continua ricerca di improbabili rigori, alfine punita dall'arbitro col cartellino giallo per l'incursore laziale, che ci ha provato in maniera un po' troppo plateale.
ATTACCO DISASTRO - Le idee continuano a latitare dalla trequarti in su, e la messa a punto di una funzionale formula offensiva è ancora di là da venire: Gabbiadini si è svegliato solo per mostrare quel meraviglioso sinistro a giro finito sotto l'incrocio dei pali, Eder si è mosso tanto e male, sbagliando anche un paio di facili conclusioni, Pellè ha cercato di essere sempre nel vivo dell'azione mostrando però grande imprecisione, rete (irregolare) a parte. Si diceva della mancata goleada: sarebbe tollerabile, fosse il frutto di una serie di opportunità mancate, ma non è stato purtroppo il caso dell'Italia di ieri. Che alla fine sei - sette palle gol le ha messe insieme, più che altro per inerzia, ma che non è mai riuscita, se non per brevissimi break di cinque minuti o poco più, a mettere in affanno i maltesi, a stringerli d'assedio, che sarebbe stato il minimo sindacale. Per questo, quella di ieri è stata sostanzialmente una prestazione da mani nei capelli. 
LINEA VERDE IMPRESCINDIBILE - E' un'Azzurra, si diceva, che ha un disperato bisogno di svecchiarsi, per trovare nuove risorse tecniche e nuove soluzioni tattiche. Non è più differibile l'inserimento di ragazzi come Zappacosta, Rugani, Romagnoli, Baselli, Berardi (quando guarirà) e Sturaro (a patto che smussi quegli angoli caratteriali che sono costati, a lui e a noi, l'Euro Under 21); l'Insigne di queste prime giornate di Serie A, poi, non meriterebbe una maglia da titolare? E si faccia un pensierino anche a Balotelli, bistrattato oltre i suoi demeriti: anche al 50 per cento della condizione, è in grado di garantire da solo il potenziale offensivo offerto dai tre schierati al Franchi. Dice Conte che chi gioca poco nei club non può pensare di andare in Nazionale: si ricordi del suo predecessore Prandelli, che diede un segnale forte convocando gente come Perin e De Sciglio, giovanotti all'asciutto o quasi di esperienze in campionato. E basandosi sul criterio enunciato nei giorni scorsi dal CT in conferenza stampa, uno come Rugani, di certo il migliore in assoluto dell'ultima leva per classe e personalità, rischierebbe di non vedere l'azzurro per tanto, troppo tempo.
NAZIONALI: MA QUALE CRISI? - Dopodiché, qualche riflessione generale: certi opinionisti di grana grossa asseriscono da anni che il calcio delle Nazionali sia in declino, senza portare prove che lo dimostrino e ignorando il clamoroso successo di pubblico e di sponsor delle ultime edizioni di Mondiali ed Europei. Dato uno sguardo fugace agli highlights delle gare di qualificazione europee di ieri sera, ho visto discrete quantità di spettatori in molti stadi del continente, anche per incontri non propriamente di cartello. Ad essere in crisi, dunque, crisi tecnica e di credibilità, non è il calcio delle Nazionali, ma la Nazionale italiana, che ieri, come tante altre volte nel recente passato, ha giocato in un impianto vuoto per tre quarti. Certo non è stata proprio da volpi la scelta di Firenze per un match di scarsissimo appeal: il Club Italia dovrebbe tornare a battere i campi di provincia, senza vergogna, e i dirigenti federali mostrare maggiore fantasia nella scelta delle sedi (ancora Firenze, e domenica ancora Palermo: perché?). 

giovedì 25 giugno 2015

EURO UNDER 21: VA A CASA UN'ITALIA IN CRESCITA E DI PROSPETTIVA, VITTIMA DI ERRORI PROPRI E CONVENIENZE ALTRUI

                                          Belotti, fra i migliori azzurrini in Rep. Ceca

Tre sole partite e già l'Italia è fuori dell'Europeo Under 21. Un altro passo falso per il calcio azzurro, che da un paio d'anni a questa parte sembra aver smarrito la strada maestra dei risultati (quelli pesanti, nelle fasi finali dei tornei). Premesso che ci faremo rapidamente una ragione della seconda esclusione consecutiva dai Giochi Olimpici (manifestazione di scarsa attendibilità tecnica, per come è concepita attualmente), non è da questo scivolone che si possono trarre auspici nefasti sul futuro del pallone tricolore: anche volendo sorvolare sui tristi spunti che fornisce la cronaca in tal senso (gli ultimi: Parma fallito, Catania invischiato fino al collo in una storiaccia di presunti illeciti), chi segue da un po' di tempo questo blog sa bene quali siano le criticità del sistema football Italia, qui puntualmente sottolineate fin quasi alla noia. Fra queste, certo, c'è anche la fiducia ridottissima concessa ai giovani del nostro vivaio, dal che in molti hanno già tratto la più scontata delle equazioni: pochi ragazzi di valore, Under mediocre e risultati deludenti inevitabili.
GIOCATORI CHE VALGONO - Però stavolta la storia è un po' diversa. Preso atto del fatto che quella presentata in Repubblica Ceca da Gigi Di Biagio non è stata la migliore selezione di azzurrini della storia (sicuramente inferiore, è chiaro, a quella seconda in Europa nel 2013), non si può non ricordare che in passato si è visto di peggio, pensiamo alla modesta rappresentativa del biennio 2009 - 2011 (fatta fuori ai playoff dalla Bielorussia). Scendendo nel dettaglio, questa Italia eliminata con onore ha potuto mettere sul tavolo valori non indifferenti. Ad esempio, dire che Rugani sia già pronto per la Nazionale maggiore è persino riduttivo: contro il Portogallo ha fatto praticamente reparto da solo, e più in generale ha sciorinato un repertorio completo, costanza, precisione negli interventi, sicurezza e personalità svettante; a mio modesto parere, siamo davanti a qualcosa di più di un ottimo difensore, vedremo se il tempo mi darà ragione o meno. 
Anche Romagnoli e Zappacosta sono sulla strada buona per convincere Antonio Conte, mentre Berardi in queste due settimane ha mostrato solo in minima parte le doti che, invece, ha più volte messo a disposizione del Sassuolo, penalizzato forse da un modulo che ha cercato di valorizzarne le qualità di rifinitore, più che quelle di stoccatore puro: ma una promozione al... piano superiore la si potrebbe tranquillamente azzardare, visto anche il mal di gol che affligge l'Italia "adulta". Altri ragazzi, in primis Cataldi e Benassi, hanno bisogno di ancora un po' di esperienza agli alti livelli, ma il talento è evidente; Belotti, che ha oggettivamente fatto un buonissimo Europeo, spesso costretto a lotte impari contro le soverchianti difese avversarie, deve invece ottenere maggiore spazio nel suo club, giocare e accumulare minutaggio, insomma. 
TITOLARI NEI CLUB - Minutaggio che invece non è mancato, a molti esponenti di questa Under: se spesso, nell'attuale delicata congiuntura storica, i nostri migliori giovani si intristiscono confinati in panchina o in tribuna, o sono costretti a scendere di categoria per poter vedere il campo, stavolta avevamo un buon lotto di titolari in squadre di A, sebbene in buona parte di secondo piano: pensiamo ai citati Zappacosta, Rugani, Romagnoli, Cataldi, Berardi, ma anche a Crisetig e Benassi. Certo, si potrà obiettare che diversi ragazzi delle altre rappresentative vantano invece già corpose esperienze nelle competizioni europee (fra gli azzurrini solo Sturaro può mettere in curriculum questa voce), ma già il fatto che molti dei nostri siano riusciti a farsi spazio in una massima serie votata all'esterofilia è un passo avanti, rispetto al recente passato. 
PROSPETTIVE NOTEVOLI - E dunque, non è per abbracciare la filosofia della volpe e dell'uva, ma, per una volta, cerchiamo di guardare la situazione in prospettiva, senza rimanere legati al risultato immediato. Del resto, quanti elementi di Under 21 azzurre vincenti abbiamo visto, poi, perdersi nei meandri del calcio professionistico senza riuscire ad emergere? Viceversa, ricordiamo che una delle selezioni giovanili più deludenti in quanto a traguardi raggiunti, quella del biennio 1996 - 98, eliminata nella fase di qualificazione dall'Inghilterra dopo aver perso anche con la Georgia, annoverava nelle sue file gente come Buffon, Iaquinta (campioni del mondo 2006), Fiore, Ambrosini (vicecampioni d'Europa nel 2000), Cristiano Lucarelli e Tacchinardi. La funzione dell'Under dovrebbe essere questa: rendere i giovani competitivi per i palcoscenici dei grandi. Sotto questo aspetto, il gruppo di Di Biagio potrebbe rivelarsi molto più prolifico di quanto adesso si sia indotti a pensare. 
DISASTRO IN AVVIO - In Repubblica Ceca la nostra sorte è stata inevitabilmente subordinata alla falsa partenza con la Svezia: un'ora giocata con sufficiente autorità, in perfetto controllo della situazione, ma con una gestione troppo passiva dell'esiguo vantaggio, quando si sarebbe potuto tranquillamente affondare i colpi su un avversario ridotto in dieci; poi, l'inopinato pareggio su corner e la follia di Sturaro: è sempre sgradevole gettare la croce addosso a un solo elemento, ma non si può negare che le colpe della sconfitta con gli scandinavi ricadano in larga parte sullo juventino, che per la sua esperienza agli alti livelli mai avrebbe dovuto lasciarsi andare a una reazione del genere. 
Giornata infelice anche per il cittì, quella: una formazione sbagliata, come evidenziato anche dalla girandola di cambi nella gara successiva. Troppi "pretoriani" in campo, gente come Bianchetti e Battocchio la cui "titolarità" azzurra è stata in questi mesi superata dagli eventi, nel senso che la stagione di club ha messo in evidenza giocatori più pronti e più meritevoli, ma il buon Gigi ha avuto se non altro il merito di accorgersi dell'errore e di tornare sui propri passi, anche se certi abbagli generalmente si pagano, in una competizione breve come questo Europeo. 
CRESCITA NELLE ULTIME DUE GARE - Con il Portogallo le cose sono andate decisamente meglio: non c'è stato il dominio assoluto del campo descritto da alcuni cronisti in estasi, ma una gara di grana buona, purtroppo caratterizzata dall'eccessiva prodigalità in zona d'attacco, con almeno sei occasioni nitide sprecate: e il fatto che l'ultima, quella che poteva dare una svolta al nostro cammino, sia capitata sui piedi di Biraghi, non certo un bomber, è stato forse il segnale che questa manifestazione sarebbe stata stregata fino in fondo, per noi. I gol sono poi arrivati tutti insieme ieri sera, con l'Inghilterra, che al contrario dei lusitani ha accettato la sfida in campo aperto (per esigenze di classifica) e ci ha consentito una più ampia libertà di manovra. Insomma, un'Italia in vistoso crescendo, con prestazioni che hanno confermato le buone doti della rappresentativa, sia come singoli sia come meccanismi di squadra. 
NESSUN BISCOTTO, MA MENTALITA' "ADULTA" - E' poi vero che bisogna mettersi nelle condizioni di non dipendere dai risultati degli altri, però si può anche sbagliare il primo match e poi recuperare: il fatto che anche a livello giovanile prevalgano atteggiamenti sparagnini volti a salvaguardare l'utilità del pari piuttosto che a giocarsi comunque la partita, come accaduto ieri fra Portogallo e Svezia, è oltremodo triste. La storia parla chiaro, e dice che, nelle grandi competizioni internazionali, la tanto bistrattata Italia certe situazioni quasi sempre le ha subite, mentre quando si è trovata a disputare l'ultima partita del girone in condizioni di privilegio (già qualificata, se non già sicura del primo posto), mai ha "sbracato" ma si è sempre giocata la partita (penso ad Argentina '78 o a Euro 2000, i primi due esempi che mi vengono in mente). Si badi bene, qui non si vuole accusare lusitani e scandinavi di disonestà, così come in fondo non fu disonesto nemmeno quello che i grandi media ribattezzarono "biscottone", il famigerato Svezia (ops) - Danimarca del 2004: si tratta semplicemente di un adattamento alla mentalità più deteriore del football adulto, la convenienza che  porta ad accontentarsi di un determinato risultato. Nessuna irregolarità, ma sia chiaro che lezioni, in tal senso, nessuno ce ne potrà più dare. 

mercoledì 10 settembre 2014

LA NUOVA ITALIA E' IMMOBILE - ZAZA, COME VIALLI E MANCINI DELL'86. E L'UNDER 21 VA, ALLA FACCIA DEGLI STRANIERI

                                              Zaza: in Norvegia primo gol azzurro

Da Vialli - Mancini a Immobile - Zaza. Non si tratta di un incauto accostamento, non è mia volontà avventurarmi in un paragone al momento (al momento...) improponibile. Si parla, semplicemente, di corsi e ricorsi storici. Nel 1986, i gemelli del gol sampdoriani erano i virgulti più rampanti di una scintillante nouvelle vague calcistica italiana, sbocciata in una splendida Under 21 e gradualmente trapiantata nella Nazionale maggiore da Azeglio Vicini, per ricostruire la squadra dopo il naufragio del Mundial messicano. Oggi, dopo un ancor più grave fallimento iridato, Antonio Conte tira fuori dal cilindro un'estemporanea coppia d'attacco, inventata quasi dal nulla in pochi giorni di ritiro: due ragazzi ai quali è stata affidata in prima battuta una difficile risalita, e che si stanno facendo carico del gravoso compito con prontezza, maturità, efficacia. 
FURORE ZAZA - Sì, questa nuova - vecchia Azzurra (nuova nello spirito e nelle idee di gioco, tendente al vecchio nell'organico) si rispecchia soprattutto nei furori offensivi di Ciro e Simone. Più il secondo del primo, a giudicare dalle prime due uscite del Club Italia: se nel vernissage barese con l'Olanda entrambi avevano fatto ammattire la difesa dei Tulipani terzi nel mondo, ieri a Oslo è stato soprattutto il puntero del Sassuolo a dare un preciso indirizzo alla partita: si è inventato un gol quasi dal nulla, gravando poi come un incubo sulla legnosa retroguardia di casa, sempre pronto a cambiare passo e a scattare in profondità, e quando l'ha fatto per poco non trovava il secondo centro personale, con un tiro schiantatosi sulla traversa. Tornando all'impegnativo accostamento iniziale, uno Zaza più incisivo e decisivo, in queste sue prime apparizioni azzurre, del Vialli che, all'epoca, impiegò parecchie partite prima di rompere il ghiaccio e trovare il gol liberatorio. 
STELLE DI BASSA CLASSIFICA - Altri tempi e altra storia, certo. Tempi da rimpiangere acutamente, in cui le squadre italiane erano piene di giocatori di casa nostra, si potevano allestire due Nazionali non molto distanti fra loro per competitività (qualcuno ricorderà, in quel periodo, la splendida Olimpica di Zoff, con Tacconi, Tassotti, Cravero, Romano, Carnevale e Virdis), e i giovani non faticavano a trovare spazio. Oggi, invece, i migliori prodotti del vivaio sono costretti a una lunghissima gavetta in squadre di media - bassa serie A, quando va bene, oppure a intristirsi nelle categorie inferiori. Già detto e ridetto su queste pagine, ne ho quasi la nausea: però è un fatto che il prode Zaza, come il suo compagno di club Berardi, i loro primi scampoli di gloria li stiano trovando in una compagine certo organizzata e di buoni mezzi finanziari, ma lontana dai vertici del nostro calcio. Mentre Immobile, dal canto suo, dopo una stagione da capocannoniere ha dovuto addirittura lasciare la penisola. Ciro e Simone rappresentano una condanna inappellabile per chi muove i fili del nostro movimento: sotto di loro altra "benzina verde" è in ebollizione, ma non è lottando in eterno per la salvezza o per la promozione in A che i nostri emergenti matureranno l'esperienza necessaria a far la differenza agli alti livelli. 
CONCRETEZZA - In Norvegia si è vista un'Italia meno brillante rispetto al folgorante esordio pugliese, ma era ampiamente prevedibile. Siamo all'inizio di un percorso e di lavoro ce n'è in abbondanza, ma conforta, se non altro, la concretezza dimostrata nel saper difendere e arrotondare il risultato, laddove l'ultima Nazionale prandelliana aveva totalmente smarrito la capacita di tesorizzare le reti segnate. Certo non tutto è filato liscio: al di là di quei dieci minuti di sofferenza nella parte iniziale della ripresa, con difensori che hanno mostrato qualche sbavatura di troppo una volta messi sotto pressione (ma sappiamo benissimo che, sul piano della qualità del "materiale umano", i nostri più gravi problemi sono proprio in retroguardia), mi è parso che tatticamente esistano ancora diversi intoppi. 
CENTROCAMPO IGNORATO - Alcune strade di gioco non sono ancora sufficientemente battute, nella costruzione ci si affida troppo alla terza linea: Bonucci è bravissimo ad appoggiare l'azione offensiva sia in fase di lavorazione che di finalizzazione (lo dimostra la perentoria inzuccata del 2 a 0), ma l'impostazione non deve assolutamente gravare sulle sue spalle. A Oslo i centrocampisti hanno avuto scarsissimo peso nella tessitura della manovra: De Rossi ha fatto legna e poco più, Giaccherini si è mosso molto ma ha vanificato alcune azioni promettenti con una certa approssimazione di tocco, mentre ben altra presenza nel vivo del gioco ci si aspetta da Florenzi, parzialmente riscattatosi solo nel finale con un paio di pericolose incursioni in area. Tuttavia, nel complesso i nostri hanno tenuto il campo con discreta disinvoltura e rischiando davvero il minimo sindacale. Gli scandinavi non sono più una grande squadra, forse lo diventeranno lavorando sui giovani della loro Under (lassù, in questo senso, il coraggio non manca, anche se di alternative ne hanno ben poche), però da quelle parti abbiam sempre sofferto, anche schierando Nazionali più competitive e "scafate" di questa. L'ottimismo è d'obbligo. 
DUE PAROLE SULL'UNDER 21 - Un anno fa, più o meno di questi tempi, la nuova Under 21 faticosamente messa insieme dal neo CT Di Biagio prendeva un'imbarcata dal Belgio, che già all'epoca era la nazione calcisticamente più alla moda, sulla bocca di tutti, esempio di valorizzazione intelligente del vivaio; gli spauriti giovanotti della nostra rappresentativa parevano invece allo sbando, intrappolati nella loro insuperabile modestia tecnica, aggravata dalla mancanza di minutaggio e di esperienza "di campo".  Poche settimane dopo, con una formazione più razionale e meno raccogliticcia, gli azzurrini consumavano la prima vendetta andando a imporsi a Genk contro i reclamizzatissimi Diavoletti rossi. E in questi ultimi cinque giorni, prima con la rimonta sulla Serbia e infine con la goleada inflitta a Cipro, hanno conquistato il primo posto nel loro raggruppamento, qualificandosi per il barrage di ottobre come testa di serie. Mi piace scrivere adesso queste cose, a prescindere da quello che sarà il risultato del playoff: la nostra scuola calcistica è talmente solida da riuscire a produrre talentini anche in una congiuntura così sfavorevole: Zappacosta e Rugani, Bianchetti e Battocchio, Sturaro e Bernardeschi, Belotti e Berardi meriterebbero tutta la fiducia e la pazienza possibile, e invece annaspano in una palude di esterofilia irragionevole. Chi ha consentito che la nostra Serie A diventasse una indigeribile accozzaglia di multinazionali del pallone, un giorno dovrà essere chiamato a rispondere di questo scempio: possibilmente venendo escluso a vita da ogni consesso calcistico.