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martedì 24 maggio 2016

VERSO EURO 2016: LA DURA VITA DEL CT. LE SCELTE AZZARDATE DI CONTE, I QUATTRO TOTEM JUVE E GLI ESTERNI DECISIVI

                                         Conte pensieroso: sarà un Europeo durissimo... 

D'accordo, quello del commissario tecnico è un mestiere ingrato, perché, come recitava il titolo di una recente fiction Rai di successo, "come fai sbagli". Tuttavia, a volte sembra che gli stessi allenatori azzurri si divertano a sfidare il comune buon senso, con decisioni all'apparenza inspiegabili. Certo, il momento è fra i più stranianti nella storia della nostra Nazionale: sta per iniziare l'avventura europea, e penso di poter dire che mai il Club Italia si era accostato a un grande evento internazionale in vesti così dimesse, e in un clima di così dilagante sfiducia; ma sta anche terminando l'avventura di Antonio Conte, primo caso conclamato di cittì "in scadenza". Quale impatto emotivo sul gruppo possa avere questo disimpegno anticipato, al momento non è dato sapersi. 
STAGE INUTILE - Nelle pre - convocazioni per Euro 2016, il nostro "quasi ex" trainer non si è mostrato particolarmente audace, e non ha neanche brillato per coerenza con certe prese di posizione passate. Il brevissimo stage dei "nuovi" organizzato la settimana scorsa si è rivelato, alla fine, come un inutile giro d'orizzonte, un premio per alcuni dei prospetti più interessanti prodotti dall'ultima Serie A, essendo servito a tirar fuori dal cilindro il solo torinista Benassi, protagonista di un campionato a tratti sontuoso, e il compagno di club Zappacosta (Rugani era nell'aria da tempo, e da settembre sarà imprescindibile), mentre sono state bocciate altre candidature piuttosto credibili. All'inizio della stagione in corso, Conte aveva dichiarato: "Se perdurano situazioni di azzurri che non giocano nei propri club, la Nazionale diventa a rischio. Questo preferisco dirlo, spiace ai giocatori e a me, ma bisogna tenerne conto: chi non gioca  nella propria squadra non può pensare di venire in Nazionale". Un modus operandi che, qui su Note d'Azzurro, ho criticato fin da tempi non sospetti: addirittura dopo il precedente Europeo, quando ancora sulla panca azzurra sedeva Prandelli, invitai il tecnico a muoversi in senso opposto, ossia a forzare la mano agli allenatori di club convocando giovani che trovavano poco spazio nelle rispettive squadre; un'utopia, sicuramente, forse una provocazione, ma mi pareva un modo plausibile per cercare di uscire dal circolo vizioso che ha portato i calciatori italiani ad avere minutaggi sempre più ridotti, in formazioni imbottite di stranieri. La posizione di Conte era tuttavia assolutamente legittima, e comprensibile dal punto di vista di un selezionatore che ha bisogno di mettere in campo giocatori rodati: alla luce di queste premesse, però, dovrebbe spiegarci la presenza, fra i trenta in pre allarme, di gente come Sirigu, Rugani, Sturaro e Zaza, ragazzi che in stagione han giocato poco o comunque hanno rivestito quasi sempre ruoli secondari, con pochi e isolati exploit. 
SCELTE INCOMPRENSIBILI - Intendiamoci, fa piacere soprattutto per i tre giovani juventini citati: ammesso e non concesso che rientrino fra i 23 definitivi, sarebbe lodevole aggregarli al gruppo per cominciare ad abituarli ai climi arroventati delle grandi disfide internazionali e trovarli più pronti quando, da settembre in poi, ci sarà da lottare disperatamente per contendere alla Spagna (no, dico, alla Spagna) un posto al Mondiale 2018. Però le premesse programmatiche erano altre: si porta Sirigu, quasi inoperoso nella stagione al Paris Saint Germain, e si lascia a casa la speranza Sportiello, che era forse preferibile a Marchetti, il quale in azzurro non ha mai dato totali garanzie di affidabilità (per poi aggregare al gruppo il friulano Meret, scelta senza alcun fondamento tecnico); si convoca Zaza, oppure l'inesistente Eder del girone di ritorno, oppure un Immobile che, pur con qualche timido accenno di ripresa, ha in fondo trapanato l'acqua anche quest'anno, e si lasciano a casa i due migliori bomber italiani espressi dalla stagione, Belotti (neanche preso in considerazione) e il devastante Pavoletti visto in maglia Genoa, rispedito in Liguria dopo i pochi giorni a Coverciano, e che, pur privo di esperienza europea, avrebbe potuto rappresentare la carta a sorpresa come lo fu, ad esempio, il Rossi del 1978 (il paragone non è sul piano della classe pura, intendiamoci). Per tacere della fiducia quasi cieca concessa a elementi ormai in riserva come Thiago Motta e Montolivo. 
SPAZIO AI FEDELISSIMI - Inutile prendersela più di tanto, è sempre stato così e così sarà sempre:  Sacchi e Trapattoni, in passato, rinunciarono a cuor leggero a Signori e a Roby Baggio (e ne pagarono lo scotto con brucianti eliminazioni, se è per quello...). Anche Conte non è sfuggito al vizietto della fedeltà oltre ogni limite: si punta cioè sui propri pretoriani, pur se reduci da mesi anonimi o poco felici, rinunciando ad avventurarsi nei territori inesplorati rappresentati dagli esponenti della nouvelle vague. Si dirà: la fedeltà al gruppo storico fu l'arma vincente di Bearzot; vero solo in parte: il Vecio, nel '78, inserì in un telaio collaudato quel paio di pedine nuove di zecca (il citato Rossi e Cabrini) che gli fecero fare il definitivo salto di qualità; viceversa, il Trap di Euro 2004 puntò su elementi sfiatati e in involuzione lasciando a casa Gilardino, all'epoca ultimo grido in fatto di centravanti, e dovette fare le valigie dopo sole tre partite. 
I NOSTRI TOTEM - Rimango comunque del parere che questo Club Italia abbia poche ma significative frecce al proprio arco, a patto che sappia ben sfruttarle. Il declino è più sul piano quantitativo che su quello qualitativo, nel senso che il bacino da cui attingere si sta sempre più restringendo, ed è un declino che riguarda solo alcuni ruoli. Dobbiamo aggrapparci alle nostre poche certezze: così, al momento risulta difficile che Conte non riproponga in azzurro il possente quartetto difensivo del quinto scudetto bianconero: Buffon - Barzagli - Bonucci - Chiellini è il totem attorno al quale tutto ruoterà; giocando a tre dietro, si potranno schierare laterali bassi piuttosto offensivi che saranno in grado di appoggiare efficacemente il lavoro degli esterni alti. 
ESTERNI CRUCIALI - Non è un caso che, diramando la lista dei convocati, sia stata introdotta la dicitura, mai usata prima, "centrocampisti ed esterni". Gli elementi di fascia, cioè, acquisiscono dignità di ruolo autonoma, senza venire inglobati in gruppi generici. E' naturale, perché i giocatori di questo tipo sono quasi l'emblema del football moderno, sempre più determinanti negli schemi offensivi delle squadre con il loro tourbillon, i movimenti senza palla, gli assist, gli inserimenti. Proprio loro, gli esterni, saranno dunque la nostra seconda àncora di salvezza: dietro, i quattro colossi targati Juve, dalla trequarti in avanti e sui lati gli elementi più dotati di talento in una rosa di caratura non eccelsa. I Candreva, gli El Shaarawy, gli Insigne, i Bernardeschi dovranno darci quel quid in più per ovviare alle limitate risorse degli uomini di punta, magari col sostegno di chi arriva da dietro, gente come Florenzi e Giaccherini, oppure il rivitalizzato De Sciglio ammirato nella finale di Coppitalia, utile nelle due fasi come potrebbe esserlo Darmian. Le nostre sorti francesi, soprattutto quelle offensive, si decideranno in queste zone del campo, e sono legate a questi uomini.

lunedì 11 aprile 2016

GENOA IN SALVO: LA FIRMA DI GASPERINI, CERCI MEGLIO DI PEROTTI

                                              Cerci: vero rinforzo per il Grifo

Quota quaranta punti è raggiunta, il Genoa è fuori dalle secche. Sono sincero, come sempre: a gennaio, al culmine dell'orribile sequela di cinque sconfitte consecutive (con la... ciliegina sulla torta dell'ingiustificabile eliminazione in Coppitalia per mano dell'Alessandria, a Marassi), non avrei mai scommesso su una salvezza "virtuale" messa in cassaforte con così ampio anticipo. Recito dunque il mea culpa, e del resto è facile vedere orizzonti cupi quando si accumulano così tanti segnali negativi come avvenne in quel periodo: partite perse dopo aver meritato di vincere (Bologna), gol decisivi sbagliati a porta vuota o giù di lì (Lazovic nel derby), acciacchi a catena e squalifiche di uomini decisivi (Pavoletti, Perotti). 
Sembrava la classica stagione stregata, anche per le zavorre lasciate in eredità da un'estate tormentata: la qualificazione europea svanita per mancata licenza, nuovi acquisti di fuorivia che, settimana dopo settimana, trapanavano l'acqua in maniera sempre più evidente, e un Gasperini che pareva aver perso i suoi... poteri magici, come dimostrava il gioco della squadra, appannato come raramente era capitato durante la sua lunga permanenza in Liguria. Già, Gasperson: senza far torto a nessuno, mai come quest'anno appare chiara, evidente, lampante la sua impronta sul raggiungimento dell'obiettivo prefissato. Perché ha ricostruito il morale di una truppa psicologicamente rasa al suolo da quell'inizio di inverno, ha ricaricato e motivato giocatori reduci da mesi difficili e tratto il massimo da elementi non propriamente eccezionali; perché, infine, ha saputo incrementare il rendimento del complesso proprio quando sono venuti a mancare due apparenti pilastri, il Pavoletti lanciato verso l'azzurro e poi appiedato da un lungo infortunio, e quel Perotti sulla cui importanza, peraltro, si è francamente ricamato un po' troppo. 
IL PEROTTI SOVRASTIMATO - La partenza per Roma dell'agile fantasista aveva provocato crisi di disperazione fra molti tifosi e pessimismo cosmico presso diversi addetti ai lavori, che ritenevano l'argentino figura chiave per la manovra offensiva rossoblù. Personalmente, il Perotti visto quest'anno non mi ha mai convinto, e del resto i dati oggettivi, quelli che più contano nel calcio, parlano di un'incidenza minima sulla classifica da parte sua. Alessio Cerci, suo sostituto quasi testuale sul piano della classe pura (no, non è una bestemmia) e su quello tattico, è stato più decisivo in un paio di mesi che non Diego in tutto il girone d'andata. Questa è la cruda verità, piaccia o non piaccia: sul fatto che poi Perotti, una volta nella Capitale, si sia scatenato con gol, tiri, assist e una presenza costante nel vivo dell'azione che qui non si vedeva da tempo, preferisco sorvolare. E' pur vero che il contesto tecnico giallorosso è nettamente superiore rispetto a quello del Grifone, oltre ad essere più stimolante quanto a traguardi da inseguire, ma non è che in casa Genoa si piangesse miseria o vi fosse penuria di talento: da Perin a Burdisso, da Izzo ad Ansaldi, da Laxalt a Rincon, da Dzemaili a Pavoletti, mi pare non ci fosse da strapparsi i capelli per la disperazione, perché gente che parlava il suo medesimo linguaggio  calcistico ce n'è anche qui. Forse era solo questione di carattere, scarsa adattabilità alle situazioni difficili, ciò che distingue gli ottimi calciatori dai campioni e dai fuoriclasse. 
MERCATO DI GENNAIO OK - Perotti sotto zero, dunque, mentre Cerci e Suso hanno spinto il Vecchio Balordo lontano dalle fiamme dell'inferno. Ecco la conferma a una mia vecchia teoria: fra le tante brutture del football italiano d'oggi, il mercato di riparazione piazzato a gennaio è una delle poche cose da salvare. Se fatto con criterio, può consentire di rimediare agli errori agostani, anche ai più clamorosi, e di rimettere in sesto una barca che fa acqua da tutte le parti. E' successo sotto il Cupolone, col citato Perotti e con l'indemoniato El Shaarawy, gioiello ritrovato a cui si aggrappa la fragile (sul piano delle risorse in prima linea) Nazionale di Conte: è accaduto, più modestamente, sotto la Lanterna, dove i due ex milanisti hanno dato sprint e imprevidibilità nei sedici metri finali, col supporto, alle spalle, dell'impagabile Luca Rigoni, sostanza, intelligenza tattica e colpi da bomber consumato sotto porta, la classe operaia che va davvero in paradiso. 
CERCI NELL'ANNO BUONO - Cerci è uno di quei calciatori che fa quasi innervosire, per il patrimonio di talento sprecato. Aveva tutto per sfondare ad alti livelli, invece è rimasto imprigionato in quel limbo che ha inghiottito tanti calciatori nostrani venuti alla ribalta nel primo decennio del secolo, ragazzi che sembravano destinati a spaccare il mondo e invece entreranno nei libri di storia del pallone come grandi incompiuti. Alessio fece grandi partite in azzurro, durante la gestione Prandelli, ne ricordo soprattutto una col Brasile in amichevole (un 2-2 in cui i nostri avrebbero meritato la vittoria), al Torino recitò un ruolo fondamentale nell'innalzare Immobile in vetta alla classifica cannonieri di Serie A, fu quindi giustamente selezionato per il Mondiale 2014, dove fallì come quasi tutti, ma avendo a disposizione un minutaggio estremamente ridotto. Anche al Milan, quest'anno, le cose sono andate male, a lui e ad altri attesi protagonisti, ma in rossoblù, prima di fermarsi per un infortunio, ha prodotto gol e assist fondamentali, anche trasformando con freddezza rigori pesanti come macigni. 
GASPERINI, IL MIGLIORE - Al di là del contributo dei singoli (l'esperienza internazionale di Ansaldi e Rincon, il dinamismo di Laxalt, la crescita di Izzo, l'utilità di Munoz, un Perin di nuovo da Nazionale), sono da sottolineare, dunque, l'impennata sul piano mentale e della personalità, e la capacità del trainer di serrare le fila e di tenere saldo il timone in un ambiente fin troppo fumantino, anche per via dei rapporti tesi fra lo stesso mister e alcuni esponenti della tifoseria. Insomma, nonostante una stagione all'insegna delle vacche magre, dopo quella della ritrovata grandeur e dell'Europa conquistata "solo" sul campo, il Genoa in versione 2016 merita ugualmente l'elogio pieno, per la perentorietà con cui è riemerso da mazzate che avrebbero abbattuto anche un toro. E vien da pensare a cosa sarebbe stato, di questa "temporada", senza quello sciagurato scivolone col Carpi, secondo me la svolta negativa, un tonfo talmente assurdo che non poteva non lasciare tracce pesanti. 
GENOA CHIAMA ITALIA - Pazienza: è già un successo poter puntare al raggiungimento delle prime dieci posizioni, il massimo a cui questa squadra potesse aspirare in partenza, e guardare al derby della penultima giornata come una mera occasione per stabilire le gerarchie cittadine, e non come un "mors tua vita mea"; il tutto, sulla scorta di un rendimento interno da alta classifica (nove vittorie a Marassi, come in tutto il campionato scorso), il Ferraris tornato fortino. Senza tralasciare un particolare: questo team ha ritrovato un'anima italiana, dopo le eccessive concessioni al'esterofilia dell'ultimo anno; Perin, Izzo, Rigoni, Cerci, Pavoletti, tutti decisivi, alcuni con prospettive azzurre assai concrete. Avere un cuore azzurro è importante, in questi tempi grigi per il vivaio nazionale. E il Genoa è il papà del calcio italiano, deve tenere alta questa bandiera oltremodo sgualcita. 
DOMANI? MEGLIO COL GASP... - Il futuro? Col Genoa, il futuro cambia vorticosamente, ogni anni si riparte con tantissime novità non tutte gradite, non tutte necessarie (anche se ultimamente un filo conduttore si trova, uno zoccolo duro in spogliatoio si è formato): dunque, è inutile tormentarsi con ipotesi di partenze illustri e arrivi non all'altezza. Certo, l'unico autentico elemento di continuità, una garanzia pressoché totale per la sopravvivenza ai massimi livelli, è Gasperini, che ha ripetuto fino alla noia di aver fatto la sua scelta l'anno scorso (prolungando il contratto), chiarendo però di aver bisogno di una società credibile e di un presidente forte, ciò che dal giugno scorso in poi, col pasticciaccio Uefa, le incognite di bilancio, le trattative per la vendita del club non andate in porto, francamente non si percepisce. Non si possono nemmeno chiamare pretese, le sue: sono i requisiti minimi per poter continuare a lavorare fruttuosamente. Chiaro che il Genoa sopravviverebbe anche senza Gasp (che non può essere eterno), ma, dopo l'ennesimo capolavoro, Preziosi può permettersi di lasciarsi sfuggire il trainer che più ha capito la piazza (senza per questo blandirla), l'ambiente societario e le sue dinamiche, che sa gestire mirabilmente il gruppo e valorizzare tutti i giocatori valorizzabili, offrendo anche scampoli di buonissimo calcio? 

mercoledì 30 marzo 2016

L'ITALIA VERSO L'EUROPEO: ANALISI DELLA DISFATTA TEDESCA. LA RINASCITA PASSA DAVVERO ATTRAVERSO THIAGO MOTTA?

                              Verratti: urge un suo recupero per rivitalizzare il gioco azzurro

Due anni per cercare di lasciarsi alle spalle lo scempio del Mondiale brasiliano, ed ecco che a due mesi e mezzo dall'Europeo, appuntamento chiave per cominciare a ricostruire la credibilità del nostro football, Antonio Conte non trova di meglio che ripescare Thiago Motta, uno dei principali responsabili di quel fallimento (molto più del bistrattato Balotelli, per dire), e piazzarlo addirittura in mezzo al campo a dirigere il traffico, titolare nei due test - maturità contro Spagna e Germania. Se queste sono le conclusioni a cui il nostro CT in scadenza è giunto dopo quasi due stagioni di sperimentazioni, è poi perfettamente inutile sorprendersi di un cappotto come l'1 a 4 incassato ieri sera all'Allianz Arena. Perché già, al momento, il confronto coi campioni iridati per noi è improponibile, ma per ridurre il divario bisognerebbe almeno mettersi nelle migliori condizioni tecniche, tattiche e fisiche. 
IL CASO MOTTA - Esagero, naturalmente, perché l'italo - brasiliano non è certo la causa unica del disastro in terra tedesca, ma il suo utilizzo è comunque la spia di un certo disagio nella gestione di questa fase d'approccio alla kermesse continentale: nel momento decisivo, sta forse mancando il coraggio di voltare pagina, di guardare al futuro, per tornare invece ad ancorarsi ad antiche certezze che peraltro, come nel caso dell'ex Genoa e Inter, certezze non sono affatto. Mi si potrà obiettare che Thiago era in campo anche a Udine, quando al cospetto della Roja l'orchestra azzurra suonò una musica ben diversa: ma giovedì scorso la Nazionale ha cambiato veramente passo soltanto con l'ingresso in campo di Insigne e Bernardeschi. La squadra scaturita dal biennio "contiano" ha bisogno di ben altro, che non i placidi ritmi e lo scarso spirito d'iniziativa del centrocampista del Paris Saint Germain,  e viene fra l'altro da chiedersi perché a giocatori tutt'altro che fondamentali vengano date ripetute chances anche dopo conclamate delusioni, mentre a certi giovani virgulti le porte vengano sbarrate dopo le prime incertezze: modus operandi che, beninteso, riguarda tutto il calcio tricolore, non solo la rappresentativa, la quale del resto può solo raccogliere i magri frutti del campionato. 
VERRATTI, TI ASPETTIAMO - Fortunatamente, in Francia i titolari nella zona mediana dovrebbero essere Verratti (se supererà bene la pubalgia da cui è afflitto) e Marchisio, e le alternative non mancheranno, dal Montolivo che nei primi venti minuti di Monaco pareva ritrovato a buoni livelli, dinamismo ed efficacia nelle due fasi, ad elementi duttili come Soriano e Bonaventura, oppure all'altro oriundo Jorginho. Speriamo dunque, almeno in questo caso, in un sollecito ravvedimento del trainer, dopodiché sottolineiamo per l'ennesima volta che i problemi del Club Italia non sono tanto di classe complessiva, quanto di squilibri qualitativi. Perché fra centrocampisti, trequartisti, laterali di spinta e incursori le pedine valide sono numerose, mentre in difesa andiamo in sistematica sofferenza non appena dobbiamo rinunciare a qualche pilastro, come Chiellini (che pure ha i suoi grossi limiti): ieri sera, in posizione centrale, Darmian ha pur regalato qualche giocata di spessore in copertura, ma è stato il reparto a fallire nel suo insieme, come tenuta e come collettivo. Il 3-4-3 è un modulo che, in queste condizioni, l'Italia attuale non può permettersi, la difesa a quattro rimane la prima scelta, con la possibilità poi di variare gli schemi di approccio alla fase offensiva; in un quadro del genere, potrebbe avere meno spazio Giaccherini, altro ripescaggio dal passato motivato da un rendimento eccezionale col Bologna, e i cui esiti sono stati però poco convincenti, in questa settimana azzurra: molto movimento, grande intraprendenza, ma risultati pratici zero.
ATTACCO SOTTOZERO - Ma il vero dramma tecnico, si sa, è in attacco. Spagna e Germania sono state due "esaminatrici" toste e attendibili, e hanno certificato l'assoluta mancanza di spessore internazionale delle nostre punte: Eder e Pellè inesistenti a Udine, tanto fumo e poco arrosto per Zaza poche ore fa. Le alternative sulla carta più credibili, Pavoletti e Gabbiadini, sono quasi fuori dai giochi per ragioni già evidenziate in questo mio post; rimane da provare Okaka con più convinzione, oppure insistere su Immobile che nelle ultime settimane pare un po' rivitalizzato, ma che in tutte le sue esperienze di alto livello, fra club e Nazionale (Siviglia, Borussia Dortmund, Mondiali), ha finora sistematicamente trapanato l'acqua. La sensazione è che, chiunque verrà piazzato al centro della prima linea, difficilmente farà la differenza. Le nostre uniche possibilità di percorrere un po' di strada in terra francese sono dunque legate alla batteria di "guastatori", questa sì veramente ricca: Candreva, Insigne, Bernardeschi e soprattutto l'ultimo esplosivo El Shaarawy potrebbero fare impazzire le difese avversarie, se verranno messi nelle condizioni di pungere da un centrocampo mobile e propositivo. Ma per risultare veramente decisivi dovranno incrementare, e di molto, la loro efficacia nei sedici metri finali: altrimenti, anche nelle sue migliori espressioni di gioco, questa rappresentativa non potrà andare oltre la "vittoria ai punti", come accaduto la settimana scorsa contro la Spagna. 
GAP FISICO - Poi, certo, c'è dell'altro, come ad esempio la sistematica sofferenza atletica che affligge i nostri calciatori nei confronti internazionali. Prandelli aveva già denunciato questa nostra deficienza due anni fa, alla vigilia di Brasile 2014, dopo un'altra amichevole di lusso con le Furie Rosse, che fu sconfortante nel livello di prestazione assai più che nel punteggio (0 a 1); e altri campanelli d'allarme giungono ripetutamente dai continui tonfi dei club italiani nelle coppe europee. La Germania, che era reduce da una poco fortunata amichevole con gli inglesi giocata due giorni dopo la nostra in Friuli, ieri andava a doppia velocità rispetto agli azzurri, per tacere della precisione assoluta nel palleggio, cosa che nella Penisola, ormai, è merce sempre più rara. Insomma, parlare di approccio mentale sbagliato, come hanno fatto in molti, è riduttivo ed estremamente pericoloso: credo che nessun calciatore nostrano sia mai sceso in campo contro i tedeschi senza la dovuta concentrazione, e del resto l'inizio di gara era parso assolutamente promettente. I difetti, dunque, sono strutturali, ma chi legge questo blog lo sa da tempo, così come sa che con un assetto più razionale e con gli uomini giusti questa "Azzurra" può puntare a qualcosina in più del semplice passaggio del primo turno a Euro 2016. 

mercoledì 23 marzo 2016

CLUB ITALIA: ALLA VIGILIA DI SPAGNA E GERMANIA, RIFLESSIONI SULLO STATO DI SALUTE DEL CALCIO AZZURRO

                             Conte corrucciato: immaginava un'esperienza azzurra diversa

Il mondo del calcio cerca di rimanere disperatamente aggrappato alle proprie certezze. Euro 2016 si farà, dicono le ultime notizie provenienti dalla Francia. Il fatto stesso che si debba fornire una rassicurazione del genere,  a tre mesi dall'evento, la dice lunga sullo stato di tragica tensione che sta scuotendo il Vecchio Continente. Da quando seguo il football, e saranno ormai trent'anni e anche più, mai nessuna grande manifestazione era stata avvolta da una così densa nube di precarietà, al punto di metterne in dubbio lo svolgimento; e ci dovranno comunque essere, probabilmente, partite a porte chiuse, cosa mai avvenuta in questi appuntamenti sportivi che sono, storicamente, occasione di riconciliazione e tregua, presa di distanza dai conflitti politici, sociali, religiosi. Verosimilmente ridotta, dopo gli attacchi terroristici a Bruxelles, anche la sessione di test match internazionali previsti a cavallo della Pasqua. Vien da piangere. 
IL TRAINER IN SCADENZA - L'Italia dovrebbe riuscire a scendere in campo, anche se nessun posto in Europa può considerarsi sicuro, e quindi dovranno esserci stringenti controlli anche per i prestigiosi appuntamenti di Udine (contro la Spagna) e di Monaco di Baviera (contro i campioni del mondo tedeschi). Proviamo dunque a parlare di calcio, per rilevare l'atmosfera triste e dimessa di questa lunga antivigilia europea degli azzurri. La Nazionale affronta il grande appuntamento con un cittì dichiaratamente in scadenza, fatto senza precedenti nella storia, visto che il passato racconta semmai di improvvidi rinnovi di contratti poco prima di rassegne iridate e continentali, rinnovi spesso seguiti da frettolose dimissioni conseguenti a fallimenti sul campo. Quali conseguenze possano esserci sulla tenuta morale del gruppo è pressoché impossibile saperlo ora: non è detto che siano negative, ma rimane comunque un senso di sostanziale precarietà. Antonio Conte non le ha mandate a dire, nelle sue ultime dichiarazioni: fatta salva la battuta infelice sulla "Nazionale garage" (ma credo sia stata una voluta provocazione, un ultimo tentativo di smuovere acque stagnanti: l'ex centrocampista Juve sa usare la dialettica, e difficilmente spara frasi a caso, anche a costo dell'impopolarità), per tutto il resto non si può non dargli ragione. 
NAZIONALE BISTRATTATA - Il suo biennio azzurro è stato tempestoso, il classico percorso a ostacoli. Il secondo fallimento mondiale consecutivo della rappresentativa, Brasile 2014 dopo Sudafrica 2010, aveva scatenato la solita corsa alle dichiarazioni programmatiche: ma chi conosce bene questo sventurato Paese, Paese della retorica a buon mercato, dei buoni propositi distribuiti a parole per tenere a bada un popolo di boccaloni, sapeva benissimo che di fatti ne sarebbero seguiti ben pochi. Troppi stranieri nei club italiani? E troppi sono rimasti, mentre il bacino d'utenza per le Nazionali nostrane si restringe sempre di più; i giovani italiani di valore continuano a esserci, nonostante tutto, e lo dimostra la buona caratura tecnica delle ultime selezioni Under 21 (a prescindere dai risultati, non esaltanti ma comunque dignitosi), ma fanno anticamere interminabili, si intristiscono fra panchina, tribuna e prestiti in serie inferiori, non maturano esperienze ad alto livello e restano dei sostanziali incompiuti, salvo esplodere, chi ci riesce, in età non più verdissima. Poco spazio per gli impegni delle Nazionali? Poco è rimasto, anzi, forse ancor meno rispetto ai bienni precedenti: stage mal tollerati dai grandi club e annullati, amichevoli di preparazione ridotte al lumicino (qui la colpa non è solo locale, ma di un calendario internazionale sempre più penalizzante), finale di Coppa Italia piazzata il 21 maggio, con conseguenti tempi ridottissimi per la fase conclusiva di preparazione a Euro 2016. 
CRISI DI SISTEMA - La Federazione è in chiara posizione di sofferenza rispetto alla Lega. Non ha una leadership forte, non può quindi imporsi: eppure, da sempre, la Nazionale rappresenta l'unica credibile cartina di tornasole dello stato di salute di un movimento calcistico, con particolare riferimento al suo vivaio, a maggior ragione oggi in cui i club sono imbottiti di elementi di fuorivia; una Nazionale forte e competitiva rispecchia un calcio solido, capace di andare a testa alta in giro per il mondo; e, fatto non trascurabile, una Nazionale forte incrementa il valore dei calciatori che ne fanno parte, con benefici economici per le società di appartenenza e per tutto l'indotto. Non credo sia casuale che questo ridimensionamento dell'attività azzurra coincida con la fase di più acuta crisi del nostro pallone relativamente al rendimento internazionale dei club, che ormai da tempo non battono chiodo nelle competizioni europee. Dopo l'illusorio risveglio dell'anno passato (Napoli e Fiorentina semifinaliste di Europa League, Juve sconfitta con onore dal Barcellona nella finale di Champions) siamo tornati al vuoto assoluto, una regola delle ultime stagioni, con tutte le nostre rappresentanti cancellate già a marzo, negli ottavi di finale, quando cioè i giochi veri devono ancora cominciare. 
EURO 2016 E QUALIFICAZIONI MONDIALI, SNODI DECISIVI - Di questa situazione, delle cause, dei possibili rimedi, ho parlato su Note d'Azzurro un'infinità di volte da quando il blog esiste, e sinceramente comincio a stancarmi: perché le soluzioni sono sotto gli occhi di tutti, ma nulla è stato fatto e, ormai lo abbiamo capito, nulla si farà. Il nostro football pare davvero senza speranza. Come detto prima, qualche elemento di spessore l'asfittico vivaio tricolore riesce ancora a produrlo, tanto che, nonostante lo scetticismo diffuso, al prossimo Europeo potremmo persino recitare il ruolo della mina vagante: perché gente come Buffon, Bonucci, Verratti sono elementi di statura internazionale, Darmian, Marchisio, Bonaventura, Candreva giocatori di elevato rendimento, Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy giovani di talento e in forma smagliante. Perché negarsi qualche piccolo sogno di gloria? Però la pacchia non durerà a lungo: da settembre avremo un nuovo Commissario tecnico e la corsa al Mondiale russo che sarà una salita ripidissima, essendo capitati nello stesso girone della Spagna. Per la prima volta dopo decenni toccheremo con mano il rischio di non partecipare alla fase finale di una kermesse iridata: forse sarebbe questo il terribile shock di cui avrebbe bisogno il calcio italiano per scuotersi dal torpore e adottare finalmente misure drastiche di ristrutturazione, ma rimanere fuori dal palcoscenico mondiale è una iattura che non mi sento di augurare neppure al peggior nemico calcistico. 

domenica 13 marzo 2016

IL NUOVO GUERIN SPORTIVO: COSA VA E COSA NON VA



Settimane di cambiamenti radicali, in casa Guerin Sportivo. Il primo, autenticamente epocale, è stato il ripristino, a partire dal numero attualmente in edicola, della testata storica: Guerin Sportivo, per l'appunto, con tanto di guerriero armato di penna - staffile. Da fine 2009, da quando cioè la rivista aveva dovuto affrontare il traumatico ma obbligato passaggio da settimanale a mensile, il marchio che appariva in copertina era un freddo e asettico "GS", con la scritta per esteso "Guerin Sportivo" visibile a malapena sotto. L'altro cambiamento è avvenuto nella stanza dei bottoni: c'è un nuovo direttore, con Alessandro Vocalelli che è subentrato a Matteo Marani. Evento non di poco conto: il giovane Marani era in sella dall'inizio del 2008, nientemeno; una reggenza lunga in generale, ma un autentico record per il giornale in questione, quantomeno relativamente al periodo dal 1975 in poi, ossia da quando il "vecchio guerriero" ha assunto il formato magazine moderno: da allora, solo Italo Cucci ebbe una "resistenza" analoga, sette anni abbondanti, dal '75 all'82. 
Una svolta doppiamente significativa, dunque, che merita un'analisi articolata, con focus sui più e i meno. Perché è vero che solo sulla lunga distanza si potranno apprezzare appieno le caratteristiche della nuova linea editoriale, ma qualcosa emerge già fin da ora, e sono convinto, forte di un'esperienza quasi trentennale da lettore del Guerin, che gli aggiustamenti di rotta, se ci saranno, saranno minimi. Volendo cominciare con qualche "puntura di spillo", si potrebbe partire proprio dal ritorno della testata storica. Intendiamoci: sono felicissimo, strafelice, di rivedere in prima pagina, a caratteri pieni, la scritta "Guerin Sportivo", e sarei proprio curioso di sapere se esiste qualche lettore che abbia apprezzato la dicitura "GS", perché in questi sette anni io non ne ho conosciuti, né dal vivo né sul web, eppure gli scambi di idee fra noi guerinetti non sono mancati... 
TESTATA STORICA: ANDATA E RITORNO - Però non capisco una cosa, ed è senz'altro colpa mia. Quando si attuano innovazioni così radicali, direi traumatiche, come fu il cambiamento di testata nel 2009, alla base ci sono senz'altro ragioni di marketing: forse il "vecchio nome" era considerato troppo legato al passato, nella fattispecie a un passato che stava probabilmente portando alla scomparsa della rivista (il cambio di periodicità, per quel poco che ci è dato sapere, andrebbe considerato alla stregua di un salvataggio, che scongiurò il peggio e allungò la vita del periodico). Ebbene, cos'è cambiato, in questi ultimi mesi, al punto di poter tornare a quel passato? La testata "GS" non è mai stata troppo amata, ma per quali motivazioni il nome storico oggi avrebbe riconquistato il prestigio che nel 2009 non gli veniva più riconosciuto? Mistero. La mia opinione è che il Guerino poteva tranquillamente conservare la sua... identità anagrafica, e con essa in questo settennato avrebbe anche guadagnato qualche lettore in più, facendo leva sulla tradizione. Ma io di marketing non so nulla.
IL "GS" ERA UN BEL GIORNALE - Ho trovato un tantino inelegante il saluto di Italo Cucci su Facebook, segnalatomi dall'amico Paolo, altro guerinetto DOC: "Il GS è andato in pensione, è tornato il Guerin Sportivo". In realtà il GS è sempre rimasto il Guerin Sportivo, nella forma e nella sostanza: Marani l'ha diretto con mano ferma, gestendo il delicato passaggio da settimanale a mensile, e l'ha riempito di contenuti interessantissimi, confermandone e rafforzandone la dimensione di miglior pubblicazione calcistica attualmente sul mercato italiano, con diverse lunghezze di vantaggio sulle concorrenti. Spazio al vintage ma senza nostalgismo fine a se stesso, e un viaggio continuo nei meandri del pallone moderno, con inchieste mai banali: gli ultimi due numeri completi, usciti a novembre e dicembre 2015 (i primi due del 2016 erano in versione ridotta, per via di alcuni allegati che da sempre portano a una riduzione tecnica della foliazione del giornale) presentavano, fra gli altri servizi, un'analisi tattica delle venti di A, un'inchiesta sui vivai italiani e un reportage sullo spinoso caso Nocerina. Il tutto all'insegna di un elevato livello qualitativo. Dimenticarlo sarebbe ingeneroso. 
IL PASSATO VISTO DA CUCCI - Proprio il ritorno di Cucci è uno degli elementi che destano maggiori perplessità. La premessa, ovviamente, è il rispetto assoluto per questo personaggio totem della storia del Guerin, giornale che rinnovò e rivoltò come un calzino nella seconda metà dei Settanta portandolo a livelli di diffusione sensazionali. Gli è stata affidata la rubrica della posta, che in questo primo numero affronta attingendo ampiamente ai suoi trascorsi nel mondo del calcio. Bello, ma forse sarebbe meglio non abusarne, perché alla lunga la figura del "decano saggio", del "padre nobile", può stancare: "Il Mancini che ho visto nascere a Bologna e crescere a Genova", "rammento cosa successe a Sivori quando attaccò Heriberto Herrera in un'intervista rilasciatami per 'Stadio' " e addirittura un Boskov che fece esordire Totti "anche per farmi un piacere". Un modo un po' egocentrico di guardare al bel tempo che fu: il Guerino è specialista nella riscoperta e valorizzazione del passato, e lo sa fare in maniera decisamente più stimolante, ad esempio attraverso la meravigliosa storia del calcio italiano di Carlo F. Chiesa, le interviste di Nicola Calzaretta (questo mese a Mario Corso) e le retrospettive di Alec Cordolcini (in questo numero l'ultima URSS di alto livello, quella di Lobanovski), tre pilastri che non dovranno assolutamente venir meno nel Guerin del futuro prossimo. 
COSA VA - Per il resto, in linea generale, non c'è da strapparsi i capelli come avevano paventato molti lettori, a giudicare dai messaggi allarmati letti in questi giorni sulla pagina Facebook del Guerin e sul sito - blog ufficiale. La grafica risulta più moderna e brillante, c'è un interessante servizio sugli stipendi della nostra Serie A (mentre forse si poteva approfondire un po' meglio il discorso sui migliori Under 20 del globo),  i ritratti di Pogba e Hamsik sono sostanzialmente ben fatti, la cosa più riuscita è forse l'intervista a Giampaolo. A proposito del fuoriclasse francese della Juve: c'è anche un suo poster allegato. Ritorniamo ai misteri del marketing: nel 2016 ci sono ancora ragazzini che appendono in camera il "manifesto" (così si diceva una volta)  dei campioni preferiti? E' una domanda, chiariamo, perché io la risposta non la posseggo, ma qualche dubbio ce l'ho. Comunque ci può stare, il poster, finché non toglie pagine alla rivista (come a volte avviene per iniziative del genere). Discreta nel contenuto testuale, ma povera di foto, la presentazione del campionato argentino. In tema di foto, da segnalare che le immagini delle partite di Serie A inserite nelle "Pagine gialle", la sezione dedicata al riepilogo dei risultati dei campionati, paiono scelte con maggior cura e soprattutto sono più grandi rispetto ai "francobolli" della gestione Marani. 
COSA NON VA: TROPPE... CURVE - Inconcepibili, invece, le otto pagine dedicate a Melissa Satta, con tanto di richiamo in copertina della fanciulla a figura piena. L'unico "merito" sportivo di costei sarebbe quello di essere compagna di Boateng. C'è chi, anche in questo, ha ravvisato un piacevole ritorno ai fasti del passato: le belle figliole furono protagoniste assolute, in prima pagina e all'interno, proprio dei Guerin diretti da Cucci, soprattutto il primo (1975 - 1982) e l'ultimo (1996 - 1998). Oserei dire che i tempi sono cambiati, e il ricorso alla beltà femminile per incrementare l'appeal di un giornale di sport lo trovo ben poco glamour e un tantino triste, figlio di concezioni obsolete, fuori dal tempo. Del resto, persino nel bel libro del compianto Paolo Facchinetti "Un secolo di Guerino", uscito nel 2012 in occasione del centenario della rivista, si sottolineava tale aspetto con qualche perplessità: "Le donne di Cucci. Aveva sempre pensato che potessero essere il condimento giusto per dare sapore allo sport, e nella sua terza direzione esasperò questa convinzione. Forse, con ciò che mostrava Internet ormai a portata di molti, le 'guerinette' sembravano come i vecchi calendarietti regalati dai barbieri, e non avevano più tanta presa sui lettori smaliziati... E a chi a un certo punto aveva qualcosa da obiettare, Cucci rispondeva sbrigativamente: 'Ho spiegato mille volte che un tocco di bellezza femminile, in questo giornale pieno di uomini in mutande, ci sta bene. C'è sempre stato. Con le solite proteste dei moralisti' ". 
VIVA FEDE, VIVA "GLI ALTRI SPORT" - Ebbene, mi iscrivo anch'io al partito dei "moralisti" (termine spesso abusato, per uscire da contrasti di opinione che sarebbe invece interessante approfondire): il tocco femminile, in questo numero del Guerino, c'è già, ed è rappresentato dal bel servizio dedicato a Federica Pellegrini. Ecco, viva le donne sul Guerin, se sono le donne che tengono alto il nome dello sport, e non solo di quello italiano. Oltretutto, lo spazio dedicato a Fede segna anche una riapertura del vecchio guerriero alle discipline extracalcistiche, che nel mensile erano di recente sparite ma che sul Guerino ci sono quasi sempre state, anche se in misura sempre più ridotta dagli anni Novanta in poi, e che sarebbe bello tornare a rivedere costantemente, magari con servizi mirati su personaggi, squadre ed eventi. Mentre le pagine oggi dedicate alla Satta potrebbero essere un domani sfruttate per approfondimenti sul calcio estero, che era un cardine del giornale di Marani e che risulta invece un po' ridimensionato, a parte il duello Messi - Cristiano Ronaldo che, per carità, è anche ben sviluppato, ma il football mondiale propone una miriade di spunti assai meno banali. E Il Guerino è sempre stato nemico della banalità. 
COSA SI PUO' FARE - Questo è quanto. Fermo restando che ogni tanto un cambio di timone ci vuole, perché anche le migliori direzioni di giornale finiscono con il logorarsi e appiattirsi (in effetti di recente le novità latitavano), confido in qualche aggiustamento di rotta (del resto lo stesso Cucci iniziò la sua ultima avventura da direttore dedicando uno sproposito di pagine ai suggerimenti per i pronostici sportivi, e poi tornò saggiamente sui propri passi), nel recupero di qualche collaboratore che ha illustrato il GS di Marani con servizi di ottimo spessore (Gardon, Del Bianco), nell'imprescindibile ripristino della rubrica sulle novità librarie (la cui eliminazione definitiva rappresenterebbe un neo gravissimo), nel potenziamento del sito, che negli ultimi mesi è migliorato ma, parere mio, continua a languire, soprattutto con la comparsa sporadica di pezzi non in linea con la tradizione del periodico, per spirito, contenuti, qualità (l'ultimo, quello sulla "maledizione del Palermo": meglio stendere un pietoso velo). Io, poi, vorrei più esteri, più approfondimenti tecnico - tattici, più attenzione ai giovani nostrani, ma ogni lettore ha un suo giornale ideale e mettere d'accordo tutti non è semplice. Un auspicio: recuperare appieno Carlo F. Chiesa, confinato alla pur impegnativa storia del calcio italiano. Chi, come me, legge il Guerin da tempo immemore, sa quale importanza abbia avuto il suo apporto nel periodo 1986 - 1996.