Powered By Blogger

sabato 1 dicembre 2012

SCOLARI CT DEL BRASILE E LE FERITE MAI RIMARGINATE DI ZICO: AH, QUEL MUNDIAL '82...

                                           Scolari: di nuovo alla guida del Brasile

Il giorno dopo la sparata di Zico sulla celeberrima Italia - Brasile del Mundial '82 ("Quella nostra sconfitta non fu positiva per il calcio, da allora cominciammo a mettere le basi per un football nel quale bisogna conseguire il risultato ad ogni costo, fondato sulla distruzione del gioco avversario e sul fallo sistematico"), è stata ufficializzata la nomina di Felipe Scolari a Commissario Tecnico della Seleçao. Racchiusi nel breve volgere di poche ore, due eventi che sono la sintesi delle meravigliose contraddizioni dell'inquieto futébol verdeoro. 
E già: il Galinho non aveva ancora finito di urlare ai media mondiali l'ennesimo atto di dolore per quella ormai lontana batosta, una ferita destinata a rimanere eternamente aperta per tutta la torcida brasileira e per chi, come lui, il tonfo lo visse sul campo da protagonista, che la Federcalcio del suo Paese, sia pure indirettamente, lo sconfessava "moralmente", affidando la guida della Nazionale più vincente di sempre a un uomo, l'esperto Felipao appunto, che in buona sostanza rappresenta l'antitesi alla filosofia calcistica del grande Arthur Antunes de Coimbra. Una filosofia che, probabilmente, è  ancora quella più diffusa in larghissima parte degli appassionati di pallone cariocas e paulistas: romantica, certo, ispirata al "bello" che il calcio può produrre nelle sue più alte espressioni tecniche: attacco a tutto spiano, giocate di alta scuola, cercare sempre di segnare un gol in più degli altri. Tutto meravigliosamente affascinante, ma è una visione del football che la storia stessa di questo sport si è incaricata di bollare come parziale, incompleta e quasi sempre infruttuosa. Diremmo anzi la storia stessa del calcio brasiliano, e in parte proprio tramite le gesta di Scolari.
SCOLARI E IL BRASILE 2002 - Luiz Felipe aveva già guidato la Seleçao ai Mondiali 2002, e come finì quella volta lo ricordano tutti gli appassionati: con la Coppa alzata al cielo di Yokohama. Il trainer di origini italiane (ahi, altra pugnalata per Zico...) allestì una formazione equilibrata, compatta, che badava al sodo ma non per questo anti - spettacolare. Bloccata su una difesa rocciosa (il sorprendente portiere Marcos, il trio centrale Lucio - Roque Junior - Edmilson) e su una solida diga di centrocampo (Kleberson - Gilberto Silva, abili a interdire ma anche in appoggio), si avvantaggiava della formidabile spinta dei due terzini d'attacco Cafu - Roberto Carlos, che davano il meglio in proiezione ma che sapevano anche coprire con sufficiente proprietà, mentre dalla trequarti in su producevano magie tre fulgidi esempi della miglior scuola sudamericana: Rivaldo, all'apice del rendimento, Ronaldinho, che di lì a poco avrebbe vissuto una breve ma intensissima stagione da numero uno mondiale, grazie alle gesta nel Barcellona, e un Ronaldo che, dopo i tanti infortuni, non aveva più le movenze e le intuizioni da Fenomeno del primo anno interista, ma aveva conservato e accentuato il suo fiuto da mortifero goleador. Oltre a conquistare il titolo, quella squadra chiuse il torneo vincendo tutti gli incontri senza mai dover ricorrere ai supplementari, con il miglior attacco (18 gol, mica pochi), la seconda miglior difesa (4 reti subite)  e il capocannoniere della manifestazione (Ronie, 8 gol).
Ecco, era, quel Brasile 2002 costruito da Scolari, una compagine "europea" nella concezione più classica e positiva dell'espressione, ossia costruita per vincere senza eccedere in fronzoli e orpelli inutili. Ma era, anche, una formazione che non rinunciava al gusto del bel calcio, che sapeva offrire scampoli di gioco di buonissima fattura. Un esempio di intelligenza e realismo magari indigesto a Zico e ai puristi del futebol brasileiro, ma di sicuro il miglior modo di concepire il calcio. Perché nel calcio bisogna sì far sognare, stuzzicare l'immaginazione del tifoso, ma occorre anche portare a casa la pagnotta.

                                            Zico ai tempi d'oro del Mundial '82

SCELTA LOGICA - Tutto questo forse spiega la scelta della Federazione verdeoro: il Brasile ha già perso un Mondiale in casa, nel lontano 1950, e non può permettersi di fallire anche il secondo, fra un anno e mezzo. Ecco perché si è optato per l'uomo che, più di altri, ha saputo realizzare la sintesi perfetta fra le due concezioni del calcio: spettacolo e concretezza. Le vie di mezzo, nella vita, rappresentano spesso le soluzioni migliori, e quella di Scolari di dieci anni fa costituì la via di mezzo ideale fra la Nazionale bella e perdente del 1982 e quella trionfatrice ma sostanzialmente brutta del 1994, targata Caros Alberto Parreira. Una via di mezzo vincente, magari non in grado di rubare gli occhi con prodezze fiammeggianti, ma di certo non sgradevole. Che poi Scolari riesca a ripetere tutto ciò nel Mondiale casalingo è ovviamente da dimostrare, ci mancherebbe, ma intanto la sua nomina ci appare, realisticamente, come la più ovvia in vista di un appuntamento da affrontare col massimo pragmatismo, senza inseguire ideali di gioco che hanno avuto rarissimi riscontri nella storia.
ZICO HA TORTO - Ecco perché il grande Zico ha sostanzialmente torto. Forse quella sfida del Sarrià fu unica anche nel senso che, rigiocandola altre dieci volte, il Brasile avrebbe sempre battuto l'Italia, ma non c'è la controprova, è come parlare del sesso degli angeli. Se avesse vinto la selezione di Tele Santana tutto sarebbe stato diverso, e il calcio avrebbe vissuto momenti più allegri, dice il Galinho... Può essere, ma non ci scommetteremmo. Senza scomodare l'esempio delle squadre di Zeman, il calcio non è solo spensierato offensivismo, il calcio, per essere vincente, o quantomeno per ambire ad essere tale, deve inseguire l'equilibrio, la completezza, mirare all'ottimizzazione del rendimento di tutti i reparti. Molto modestamente, e lo diciamo in tono sommesso, fu ciò che riuscì a fare Bearzot con la sua Italia '82.
MA QUALE DIFENSIVISMO ITALIANO... - Zico è prigioniero di un luogo comune che proprio quella Nazionale azzurra, anche (e forse di più) nella sua versione precedente datata Argentina '78, smentì categoricamente: il calcio italiano come espressione solamente speculativa e difensivista. Forse lo fu in certi periodi del passato, ma dai tempi della Coppa del mondo in Spagna il nostro football non è quasi mai più stato così: e quell'estate di trent'anni fa l'Italia non fece barricate e catenaccio, anzi. Zico dovrebbe ricordarselo bene, perché fu battuto da una squadra che accettò il confronto a viso aperto con la sua grande e incompiuta Seleçao, che non si rintanò ma fece gioco senza timori reverenziali, creò occasioni e le concretizzò. Proprio come il Brasile, certo, ma in più ci mise praticità e un atteggiamento più saggio, un'attenzione difensiva maniacale che però non andò a discapito della qualità propositiva della manovra.
Che, a distanza di tanto tempo, Zico e molti brasiliani non abbiano ancora capito il senso e lo spirito di quella sconfitta, meritata e non casuale, potrebbe suonare come un grave campanello d'allarme per il calcio brasiliano tutto. Per fortuna di quel popolo così innamorato del pallone, Scolari e altri prima di lui la lezione l'hanno invece capita e mandata a memoria. Perché dopo il 1982, il calcio è sopravvissuto, e la Seleçao si è sbloccata dopo un lungo digiuno, e ha preso a vincere Mondiali, Coppe America e Confederations Cup, senza che i grandi fuoriclasse auriverdes smettessero di far sognare la torcida e gli appassionati di tutto il mondo; perché dopo Zico, Eder e Socrates sono arrivati i Bebeto e i Romario, i Ronaldo e i Ronaldinho. Belli anche loro come gli illustri predecessori, ma pure vincenti. 

mercoledì 28 novembre 2012

LE MIE RECENSIONI: "ARGO"


Una drammatica e romanzesca pagina della storia recente rimasta a lungo misteriosa, fino alla "declassificazione" operata da Bill Clinton nel 1997. Una vicenda in cui si intrecciano politica estera, acrobazie diplomatiche, conflittualità internazionali pericolosamente vicine al punto di rottura, e ancora servizi segreti, agenti sotto copertura, spionaggio: il... brodo di coltura ideale per allestire il più classico dei "thriller - action - spy movie" all'americana. Il rischio principale nella realizzazione di un'opera come "Argo" era proprio questo: annacquare e, in definitiva, svilire una storia vera, dall'enorme impatto narrativo eppure mai raccontata sul grande schermo, affogandola negli stilemi più triti e convenzionali delle pellicole made in USA del genere "alta tensione". 
LA VICENDA - Bene, si può dire che il rischio sia stato in larga parte brillantemente aggirato: "Argo", che ha in Ben Affleck, regista e protagonista, l'ispirato deus ex machina, ricostruisce con intenso realismo quel lontano episodio snodatosi fra 1979 e 1980. Ricordiamolo in breve: nel novembre '79, nell'Iran della rivoluzione, Repubblica islamica sotto la guida dell'Ayatollah Khomeini, una folla di manifestanti fa irruzione nell'ambasciata americana a Teheran, prendendo in ostaggio coloro che vi lavorano, eccezion fatta per sei funzionari che riescono a fuggire da un'uscita secondaria, rifugiandosi presso la dimora dell'ambasciatore canadese. Per riportare a casa i sei "ospiti" (così vengono definiti in codice) prima che gli iraniani li scoprano e li catturino, la CIA si affida a un suo giovane ma già esperto agente, Tony Mendez, che per centrare l'obiettivo studia un progetto talmente fuori dagli schemi da risultare geniale: spacciare le sei persone per membri di una troupe cinematografica, di cui lui si pone a capo, giunta in Iran alla ricerca di una location per girare un fittizio film di fantascienza ("Argo", per l'appunto, la più classica delle produzioni di terza categoria che vorrebbe scimmiottare i capisaldi del settore, tipo "Guerre stellari"), e come tali farli rientrare negli States sani e salvi. Geniale ma rischioso, quasi folle: per riuscire nell'impresa Mendez dovrà superare le perplessità dei suoi superiori e degli stessi funzionari americani che dovrebbe trarre in salvo, oltre all'ostilità  iraniana. 
RIGORE STORICO E RITMO... DIESEL - Ricostruzione rigorosa, si diceva, peraltro senza eccessi documentaristici, come è giusto che sia per un film comunque concepito e sviluppato come un thriller. Un thriller raffinato, però, che non violenta la Storia, la realtà come effettivamente si configurò, ma si limita ad adattarla, dove occorre, alle sue inevitabili esigenze "cattura spettatori". Di qui alcune innocenti e marginali concessioni a certi "tormentoni" della tradizione americana di genere (soprattutto nel finale), piccole cadute di tono qualitativo all'interno di un canovaccio stilisticamente di notevole levatura, privo di sovrastrutture, nel complesso ben costruito. 
Cercando il pelo nell'uovo, si può casomai evidenziare uno stacco piuttosto netto, sul piano dell'incisività  "cinematografica", fra prima e seconda parte: si inizia, e ci si mantiene a lungo, su un ritmo piuttosto lento. Il racconto scorre via faticosamente: indubbiamente, nel primo tempo la vicenda è ben contestualizzata e illustrata, ed è forse questo sforzo storiografico a far perdere mordente alla narrazione causando più di un calo di tensione. Ma era giusto portare per mano il pubblico all'interno di un episodio raramente rievocato dai grandi media, fornendogli tutti gli strumenti possibili per aiutarlo a capire.
AFFLECK SOPRA TUTTI - La tensione, comunque, recupera ampiamente terreno a film inoltrato, quando si staglia netta su tutti la figura del primattore, Affleck - Mendez. Forzando un po' la mano critica, si potrebbe parlare di "Argo" quasi come di un "one man film": nonostante la buona prova collettiva del cast, con un picco degno di nota in un John Goodman abilissimo nel tratteggiare il tipico mestierante di Hollywood, spregiudicato e disposto a sposare anche le idee cinematografiche più improbabili (un affarismo che nasconde però, in fondo, amore autentico per il mondo di celluloide), tutto ciò che non è ricostruzione dei fatti dell'epoca ruota attorno alla figura, in apparenza dimessa eppure dalla spiccata personalità, dell'agente in missione. Un eroe anti - eroe, Mendez, lontano anni luce dagli standard dei protagonisti senza paura, quasi superuomini, di tanti action movie: diremmo un eroe comune, con le sue fragilità personali e professionali, certo fiducioso nella riuscita dell'impresa ma non al punto da ostentare la incrollabile sicumera di uno Schwarzenegger o di un Seagal (o di tanti 007 prima dell'ultima versione "umana" di Skyfall). 
BUONISMO A PICCOLE DOSI - Meglio così, per non far scadere in commerciale baracconata una pellicola che non l'avrebbe meritato, e che rispetta invece dall'inizio alla fine la sua non nascosta ambizione divulgativa, la voglia di ripescare un episodio dal peso specifico notevole nella storia delle relazioni internazionali, eppure in buona parte tuttora misconosciuto. Né si fa eccessivamente leva sulla lacrima facile: la sceneggiatura punta anzi su un certo pudore dei sentimenti anche nei momenti più tesi, una sorta di sobrietà emotiva, concedendosi al buonismo giusto in occasione della vicenda della giovane Sahar, governante iraniana della residenza dell'ambasciatore canadese, inizialmente sospettata di poter spifferare ai rivoluzionari la presenza dei sei americani e invece coraggiosa nel coprirli anche a rischio della propria vita. 
Forse si indugia un po' troppo sul privato del protagonista, le cui traversie familiari appaiono come un surplus non richiesto né necessario, una serie di parentesi sostanzialmente slegate dal tema centrale dell'opera: certo, è il figlioletto di Mendez a dargli, indirettamente, l'ispirazione per l'idea del film di fantascienza, ma non basta a dare un senso alla presenza di questi scorci... casalinghi in una pellicola di ben più ampio respiro. 

lunedì 19 novembre 2012

GENOA ALLO SBANDO, MA IL "CREPUSCOLO PREZIOSIANO" PUO' E DEVE ESSERE MIGLIORE

                                 Borriello: il Genoa punta sui suoi gol per risalire
                                        
Il lungo crepuscolo dell'era Preziosi è diventato una via crucis sportiva, per il Genoa e per la sua tifoseria. Un cammino della disperazione disseminato di bocconi amari, di pagine nere. Ieri sera l'ultimo capitolo di questo libro horror, un duplice pugno nello stomaco: nella stessa domenica, sconfitta in uno dei derby tecnicamente più poveri di sempre contro una Sampdoria fra le più modeste della sua quasi settantennale storia, e conseguente ultimo posto in classifica. Quest'ultima, più dell'altra, è la vera onta: andando a memoria, e quindi scusandomi per eventuali "falle" nei miei ricordi, negli ultimi quarant'anni solo una volta il Grifo era venuto a trovarsi in coda alla graduatoria in una fase avanzata del campionato: Serie A 1973/74, torneo  chiuso con la retrocessione. Da allora, di tempeste il club rossoblù ne ha attraversate, alcune anche con esiti nefasti; ma mai, nemmeno nelle sue edizioni più... spelacchiate, nemmeno nelle più oscure stagioni in B e in C, il vecchio Grifone era stato costretto a indossare la... "maglia nera" del gruppo. 
2010, GLI ULTIMI FUOCHI - E' la più naturale conclusione di una "discesa agli inferi" iniziata circa due anni fa, non prima. Perché le cose vanno raccontate con precisione storica e cronistica: fino all'estate del 2010, un "progetto Preziosi", espressione oggi oggetto di amare ironie in città e fuori, esisteva davvero. Dopo la stagione della Champions sfiorata e dopo quella del ritorno in Europa (League), il Joker aveva dato l'impressione di voler continuare a perseguire la crescita tecnica della squadra, di puntare con sempre maggior decisione a un inserimento nei quartieri medio - alti della massima serie: sotto la Lanterna erano arrivati top player italiani e stranieri come Rafinha, Veloso e Toni (per tacere del portiere Eduardo, in realtà un bluff che trasse beneficio da un paio di prestazioni eccezionali, e mai più neanche avvicinate, ai Mondiali sudafricani), un difensore dell'esperienza e del carisma di Kaladze, due dei giovani nostrani di maggiore prospettiva, Ranocchia e Destro. In più, la conferma di Palacio, l'uomo simbolo del Genoa del dopo Milito. Ecco, in quella circostanza "il re dei giocattoli" fu davvero sfortunato oltre ogni immaginazione: perché può capitare di prendere un giocatore di alto livello che poi delude completamente le aspettative, ma difficilmente succede che tanti campioni di statura internazionale falliscano tutti, contemporaneamente. Fatto sta che una campagna acquisti potenzialmente da boom si rivelò, e non per colpa del presidente, un buco nell'acqua destinato a fare storia. 
IL CROLLO - Da quel momento, nulla è stato più come prima. Patron Preziosi ha perso la bussola tecnica e dirigenziale. Forse perché l'amore per il Genoa si è raffreddato, quasi spento. Forse perché non vede l'ora di trovare qualche altro facoltoso (si spera) imprenditore a cui passare una patata bollente che, oramai, gli procura solo mal di fegato e nessuna emozione. Fatto sta che l'arguto intenditore di calcio, quello che pescava dal nulla Milito, quello che dava fiducia a un Thiago Motta considerato non più proponibile, per motivi fisici, in un football di alto livello, si è smarrito in un vorticoso e infruttuoso turn over di calciatori. 
Fra affrettate cessioni eccellenti e acquisti di elementi di acclarata modestia, è stato messo in opera un depauperamento qualitativo sempre più marcato. E le strategie di mercato hanno continuato a seguire logiche imperscrutabili: il Genoa ha rischiato di retrocedere per colpa di una difesa colabrodo? Ebbene, la retroguardia è rimasta quasi uguale, con il solo Canini a puntellarla (?), per tacere di un Ferronetti la cui fragilità fisica era nota a tutti gli addetti ai lavori (e infatti è entrato puntualmente ai box). Da Veloso, che per la verità a Genova raramente si è coperto di gloria, ma che resta comunque elemento di classe e di esperienza internazionale, si è passati all'inconsistente Tozser. E nelle fasi finali della sessione di mercato di agosto, sono sì arrivati Vargas e Borriello, ma è stata di fatto azzerata la fascia destra di difesa, affidata in pratica al solo, giovanissimo Sampirisi, partito bene ma poi smarritosi, perché se tutta la squadra va male non si può chiedere ai "pulcini" di tirarla fuori dalle sabbie mobili. 
CREDIBILITA' SOCIETARIA - Ma, quel che è peggio, in questi due anni è stato quasi azzerato l'ottimo lavoro di ricostruzione della credibilità della società Genoa, messo in atto dal Prez e dai suoi collaboratori nel quinquennio precedente. Dopo la devastante retrocessione in C per illecito, passo dopo passo il club aveva acquisito un'autorevolezza che da tempo immemore non possedeva più. Questa autorevolezza, questa credibilità, si erano tradotte in risultati sportivi concreti: non solo la lunga permanenza in Serie A, costantemente fra le prime dieci squadre e addirittura con un quarto posto ex aequo con la Fiorentina, ma il passaggio, da Marassi, di giocatori di altissimo livello, giovani o affermati, già nazionali o diventati tali grazie alle prodezze in maglia genoana. 
Ecco, oggi, al tramonto di questo disgraziato 2012, tutto ciò non esiste più, o almeno questa è l'impressione che trasmette la realtà rossoblù. Il Genoa di oggi, nei pensieri di tifosi e giornalisti (non tutti, beninteso), è un club di parcheggio per le grandi (soprattutto le milanesi). E' una società in cui i giocatori ruotano a ritmo vertiginoso, senza il tempo di ambientarsi, di creare un legame con l'ambiente e con la città, al punto che molti di essi risultano essere, in campo, autentici corpi estranei, gente che gioca senza impegno e senza cuore. Dire ciò non è in contraddizione con quanto tante volte ho scritto sul blog in difesa del Presidente: c'è stato un Preziosi efficace e illuminato, ora ce n'è un altro smarrito e in crisi. Cose che capitano, i cicli finiscono, succede in tutte le aziende. 
LO SCEMPIO DEL DERBY - Tutto questo ha prodotto lo scempio del derby del 18 novembre. Lo ribadisco: gara di scultorea bruttezza, una stracittadina già da Serie B per il livello qualitativo di inaudita modestia mostrato da entrambe le contendenti. Contro una Samp ridotta al lumicino dalle assenze, svuotata di contenuto tecnico, psicologicamente a disagio alla luce del fardello di sette sconfitte consecutive, il Genoa ha disputato un primo tempo da encefalogramma piatto, che poteva terminare con un punteggio talmente largo da configurare una disfatta storica. Il fatto che nella ripresa sia bastato premere modestamente sull'acceleratore per sfiorare in più di una circostanza un pareggio che, ebbene sì, non avrebbe fatto gridare allo scandalo, è una ulteriore dimostrazione della pochezza blucerchiata e suona a condanna aggiuntiva per un Genoa davvero ai minimi termini in fatto di competitività. 

                            Delneri: nessun beneficio per il Genoa dal suo arrivo in panchina

DELNERI E... PASSARELLA - Il Genoa di ieri sera non ha alcuna chance di arrampicarsi fino alla quota salvezza. Tatticamente una difesa imbarazzante negli automatismi più elementari, un centrocampo acefalo, un attacco che fa quel che può (povero Immobile, sbaglia tanto ma ci prova, tira, conclude, si danna l'anima), tanti giocatori nettamente al di sotto dei loro standard (Granqvist e Jankovic, per dirne due), e un animus pugnandi spesso inesistente, il che è la condanna peggiore per una compagine che deve lottare per non retrocedere. In tutto questo, i continui cambi di guida tecnica contano fino a un certo punto, se il materiale che viene messo a disposizione dei vari trainer è sempre meno... prezioso. Però va anche sottolineato che l'impatto di Gigi Delneri sulla classifica della squadra è stato devastante come poche altre volte è accaduto nella storia della Serie A: all'esonero di De Canio il Grifo era salvo; dopo cinque turni, e cinque ko, si ritrova malinconicamente sul fondo della graduatoria. Qualcosa di simile accadde ai tempi di Passarella al Parma, nel 2001: subentrò a Ulivieri, collezionò cinque sconfitte in cinque partite e tolse il disturbo. Mi ricorda sinistramente qualcosa... 
Non torno sui miei passi: continuo a considerare De Canio un allenatore mediocre, e non da oggi. Dopo una partenza incoraggiante, il suo Genoa era andato via via scolorando, cominciando a manifestare quelle lacune tattiche e quei problemi di identità esplosi poi in maniera deflagrante. La gara con la Roma fu gestita in maniera calcisticamente assurda, ribadiamolo. Ma è altresì innegabile che Delneri, dopo quasi un mese di permanenza sotto la Lanterna, non abbia ancora cavato un ragno dal buco, anzi, la squadra si è ulteriormente avvitata in una crisi tecnica di cui non si intravedono sbocchi. E aggrapparsi alla bella ora di gioco contro il Napoli è solo una ingenua speranza: anche il Grifo nella "De Canio version" aveva messo alle corde per un tempo e più la corazzata Juventus, ma poi ne era stato puntualmente travolto e mai più era tornato a esprimersi su tali standard... 
SQUADRA DA RIFARE - Insomma, si gioca male e si perde, si gioca bene (raramente) e si perde. E' il trend classico della retrocedenda, e sperare in un miracoloso mercato di gennaio significa crogiolarsi in  pericolose illusioni: a prescindere dal fatto che non sarà facile convincere giocatori di spessore a venire in una squadra così male in arnese, parliamoci chiaro: dopo l'Epifania, servirebbero un centrale difensivo rocciosissimo, un mucchietto di esterni alti e bassi (soprattutto a destra), un regista di quantità e qualità e un ricambio per l'attacco. Davvero tutto questo ben di Dio sarà disponibile? E davvero Preziosi avrà voglia di dar fondo a tutte le risorse economiche per rivoltare la squadra come un calzino? Ma prima di tutto ci sarà da valutare la questione panchina: se il Joker, se la squadra, se tutto l'ambiente credono in Delneri, allora si continui con fiducia totale a puntare su di lui, senza farsi influenzare dalle ultime brutture, seguendo l'esempio dell'Udinese dell'anno scorso con Guidolin, e anche, ebbene sì, quello dei dirimpettai cittadini nei confronti di Ciro Ferrara. Altrimenti, si valutino bene il non gioco, la mancanza di personalità, il regresso tecnico emersi sotto la gestione dell'ex coach juventino, e se ne traggano le conclusioni. 
E DOPO PREZIOSI? - Alla base resta però l'elemento da cui avevamo cominciato il discorso. Ossia, il crepuscolo preziosiano, che però ha precipitato tutta l'ambiente in una situazione quasi kafkiana. Cioè, è chiaro a tutti che il... regno dell'imprenditore irpino ha imboccato la parabola discendente. Eppure, l'ambiente genoano, soprattutto quello tifoso, è paralizzato dalla paura di ciò che potrebbe accadere se il joker mollasse. Perché è così ed è paradossale: al momento alternative imprenditoriali autentiche e credibili non ve ne sono, e allora non si può che continuare con questo piccolo cabotaggio, nell'attesa che la situazione societaria si sblocchi in positivo. 
Ecco dunque che Enrico Preziosi ridiventa, e non potrebbe essere altrimenti, il solo uomo chiave per uscire dallo stallo: anche se di malavoglia, si riappropri, per qualche mese, dei pieni poteri di presidente. Torni a essere presente in seno alla squadra, al campo di allenamento, prima e dopo le partite. Faccia un mercato di reale potenziamento a gennaio, metta per una volta da parte plusvalenze e discorsi simili. Poi si potrà anche retrocedere, perché in questi primi tre mesi di campionato di terreno se n'è già perso fin troppo, ma almeno si scenderà con la sensazione che esista di nuovo una società, e che abbia fatto di tutto per tentare di salvare la baracca. 

giovedì 15 novembre 2012

GLI AZZURRI DOPO ITALIA - FRANCIA: "BRAVO CHI PERDE", MA...

                                            Montolivo: sempre più convincente

"Bravo chi perde": titolò così il Guerin Sportivo nel novembre 1985, ironizzando sulla quasi unanime beatificazione critica che accolse una sconfitta della Nazionale italiana in un'amichevole con la Polonia. Gli azzurri di Bearzot giocarono piuttosto bene, a tratti dominarono, colpirono tre legni, ma il successo finale arrise alla rappresentativa di Zibì Boniek e compagni. "Conquistare sconfitte immeritate è, in fondo, il destino dei mediocri", chiosò sconsolato nel suo commento il grande Adalberto Bortolotti, a lungo prima firma del Guerino. Quella circostanza mi è tornata in mente ieri sera, assistendo all'ennesimo ko in amichevole della selezione di Prandelli. Contro la Francia la serie si è allungata a cinque capitomboli consecutivi, dopo quelli con Uruguay, Stati Uniti, Russia e Inghilterra. Statisticamente è un dato da pugno nello stomaco, ma, si dirà, nel mezzo sono arrivati un secondo posto europeo e una partenza tutto sommato buona nelle qualificazioni mondiali, e allora lagnarsi sembrerebbe fuori luogo e anche vagamente ridicolo. 
Ecco, in larga parte è vero, ma con qualche riserva, che analizzeremo più avanti. Fermo restando che la situazione evocata a proposito degli azzurri del 1985 non può essere applicata al rovescio parmense di qualche ora fa. Diverso contesto storico - calcistico, con l'Italia di oggi che ha già felicemente verificato la sua competitività agli alti livelli e la sua notevole caratura complessiva. E' una squadra, la nostra, più che altro alla ricerca di giovani e valide alternative a quei titolarissimi consacratisi nel biennio 2010 - 2012, sfociato nella bella avventura polacco - ucraina. E, da questo punto di vista, le risultanze del confronto del Tardini, al di là dell'amarezza per il risultato numerico, non possono non essere considerate positive. Sì, questa volta dire "bravo chi perde" non è fare esercizio di sarcasmo. 
CHE MONTOLIVO! - Contro i galletti si è vista a sprazzi una bella Nazionale, al di là di quelle che erano le aspettative della vigilia, assai contenute alla luce del volto sperimentale dato dal cittì alla formazione. Quando si mette in campo una squadra nuova per metà e tatticamente rivoluzionata dal centrocampo in su, non ci si può attendere continuità assoluta nella produzione di gioco, e questo spiega e giustifica l'andazzo a corrente alternata degli azzurri, vissuti fra momenti a ritmi elevatissimi e pause peraltro neanche troppo prolungate. Un undici propositivo, il nostro, ben disposto ad assumere l'iniziativa, come nella migliore tradizione prandelliana. L'anima, il fulcro dell'azione è stato un Montolivo del quale avevo già sottolineato, nel recente articolo dedicato alle prime partite di qualificazione iridata (qui), i notevoli progressi sul piano della personalità e della costante presenza nel cuore della manovra. Ebbene, ieri il milanista è parso straripante, aggressivo sui portatori di palla avversari, ispirato nel reggere le file delle trame offensive: non a caso suo è stato l'assist per il battesimo del gol di El Shaarawy.  
TRIDENTE EFFICACE - Il Faraone è stato un'altra delle note liete, anche in questo caso senza che la cosa ci sorprendesse. In generale non ha strafatto, ma è stato incisivo e decisivo nei momenti topici, come un vero campione in pectore: bella sponda per Balotelli nell'azione dell'incrocio dei pali, perentorio affondo sul passaggio gol di Montolivo chiuso con un rasoterra vincente. E poi, altre iniziative a svariare in disinvolto palleggio sul fronte d'attacco, a confermare la sua vivacità e poliedricità, nonché la capacità di trovare celermente la giusta collocazione anche in un canovaccio tattico in abbozzo come era quello dell'Italia parmense. 
Nell'improvvisato tridente, ha fatto decorosa figura anche Candreva, sempre intraprendente, sempre pronto a proporsi in avanti, per quanto non sempre sorretto dalla necessaria lucidità. E Balotelli ha confermato, sia pure in versione ridotta, quanto fatto vedere con la Danimarca, ossia una maggiore predisposizione al sacrificio e alla partecipazione alla manovra collettiva, anche se ciò, nella circostanza, è andato a scapito di una presenza più efficace nei sedici metri finali (una traversa e un colpo di testa di poco fuori sono comunque un bottino in assoluto non disprezzabile). 

                                              Florenzi: buon esordio in azzurro

VERRATTI E FLORENZI ABILI E ARRUOLATI - Tornando nella zona nevralgica, mentre c'è da registrare la serata di scarsa vena di Marchisio, meno mobile e frizzante del solito, poco propenso a regalare i suoi consueti, mortiferi inserimenti, c'era grossa attesa attorno alla prova di Verratti. Il ragazzo non ha affatto deluso, anche se non ha mostrato miracoli: nel suo bottino azzurro, tante cose buone e qualcuna meno buona. Qualche difficoltà in copertura, mentre in fase di impostazione ha sciorinato, a tratti, un gioco essenziale, fatto di tocchi semplici e rapidi ma quasi sempre azzeccati. Deve migliorare come fisicità e continuità d'azione, ma è evidente la sua propensione a prendersi comunque delle responsabilità, a non nascondersi quando la partita si accende. 
Bene, secondo noi, anche l'esordiente assoluto Florenzi, bocciato da qualche critico frettoloso:  nel "precario" secondo tempo azzurro, col centrocampo rivoluzionato da tre cambi quasi contemporanei, ha alfine trovato la sua dimensione: dinamismo, buona efficacia nelle due fasi, grande sforzo in fase di ripiegamento e qualche tentativo in assist alle soglie dell'area avversaria. Pretendere di più sarebbe stato ingeneroso: rivediamolo all'opera in un contesto di squadra più solido e definito...
BENE MAGGIO E BARZAGLI -  Poco da dire invece sulla difesa, che era il reparto meno rivoluzionato: Sirigu è un buon portiere ma non un fenomeno come Buffon, che è in grado di indirizzare l'esito delle partite con autentiche prodezze. Una volta consapevoli di questo, possiamo dire che la sua prova è stata tutto sommato priva di sbavature, e nel finale ha pure evitato, su Menez, un 3 a 1 che per la Francia sarebbe stato un premio sproporzionato (già lo è stato la vittoria, se è per questo...). Maggio scattante e pieno di iniziativa anche più del solito, pur se la misura dei passaggi non è sempre perfetta, ma la partecipazione al gioco corale è stata assidua: smussasse certi eccessi agonistici, sarebbe un terzino di spinta di assoluto valore mondiale... Dall'altra parte, Balzaretti  un po' più sulle sue, mentre al centro Barzagli, pur beffato da Valbuena in occasione della prodezza dell'1 a 1, si è confermato guardiano d'area affidabilissimo, uno che migliora con gli anni e che ha anche imparato a uscire più frequentemente palla al piede per spostare in avanti il baricentro, allorquando ne intravede lo spazio. Per Chiellini una gara onesta, da mestierante, senza infamia e senza lode, ma l'impressione è che Prandelli potesse azzardare qualche esperimento in più là dietro, dove urgono nuove alternative: un po' di minutaggio per Santon e Astori non avrebbe fatto male alla crescita del gruppo.
L'ABITUDINE ALLA SCONFITTA - Tutto ciò detto, e tornando invece per un attimo alla riflessione da cui avevamo iniziato, d'accordo sul "bravo chi perde", ma senza esagerare. Perché l'abitudine alla vittoria, o quantomeno al risultato positivo, è sempre meglio conservarla anche nei confronti senza punti in palio, a maggior ragione in quelli contro rivali storiche come la Francia. Del resto, questa Nazionale di Prandelli si è formata, ha acquisito fiducia nei propri mezzi e statura internazionale, anche attraverso importanti affermazioni in amichevole: penso al bel successo di Bari con la Spagna, poco più di un anno fa, o al pareggio in Germania a inizio 2011, o, ancora, alle affermazioni in Ucraina e in Polonia. Insomma, contano, eccome, anche questi risultati, sebbene per qualcuno rimangano partite inutili. Pensiamo anche, ad esempio, alla prima Italia di Lippi: avrebbe affrontato con lo stesso piglio vincente il Mondiale 2006 senza i trionfi (in amichevole, per l'appunto) su Olanda e Germania dei mesi precedenti? Ribadiamo dunque che a questa nostra rappresentativa troppo spesso continua a far difetto il killer instinct, la capacità di chiudere i conti o comunque di saper gestire vantaggi anche minimi. Doti che hanno le grandi squadre: per potersi definire tale, l'Italia deve ancora abbattere questi ultimi ostacoli.  

mercoledì 14 novembre 2012

VERSO SANREMO 2013: NOMI PROBABILI E POSSIBILI, IPOTESI E SOGNI


Raramente, in passato, la ridda di voci sui possibili partecipanti al Festival di Sanremo era cominciata con così largo anticipo. Di nomi ne sono stati fatti già parecchi, ma, contrariamente a quanto sostenuto da qualcuno, di certezze assolute non ve n'è alcuna, al momento. Tutt'altra cosa, ad esempio, rispetto a due anni fa, quando la presenza di Roberto Vecchioni  era già sicura settimane prima dell'ufficializzazione del cast. 
CANTAUTORATO - E dunque, cosa sta bollendo in pentola in Riviera? Ci sono alcuni nomi più gettonati di altri, questo sì: Gino Paoli e Fiorella Mannoia, ad esempio. Rappresenterebbero i quarti di nobiltà di un Festival che, nei desiderata del nuovo deus ex machina Fabio Fazio e del suo braccio destro Mauro Pagani, vorrebbe dare ampio spazio al cantautorato italiano d'élite. Sarebbe un bell'ascoltare: vedremo. Si parla dei Modà, questa volta senza Emma ma pronti a dare l'assalto al gradino più alto del podio sfuggito di un soffio nel 2011, mentre sarebbe giunta l'ora del sospirato ritorno all'Ariston di Simona Molinari, uno dei "virgulti" più interessanti e originali prodotti negli ultimi anni dal vivaio sanremese, una ragazza che ha percorso strade artistiche di non facile presa ma che è pian piano riuscita a far breccia nel cuore di una discreta fetta di pubblico. 
FINALMENTE BIONDI? - Ancora: torna in voga il nome degli Almamegretta, periodicamente accostati al Festivalone senza che mai se ne faccia alcunché: sarà l'anno giusto? Si tenta un colpo gobbo richiamando in lizza Carmen Consoli, la cui ultima partecipazione come concorrente risale proprio a uno dei due precedenti Sanremi targati Fazio, quello del 2000 (con la bella e sottovalutata "In bianco e nero"). Altro nome da urlo sarebbe quello di Mario Biondi: un altro che, nel corso degli anni, è parso più volte a un passo dalla kermesse rivierasca, dopodiché la sua candidatura, non si sa se autentica o solo auspicata,   puntualmente... si dissolveva a pochi giorni dall'ufficializzazione del cast. Ma questa parrebbe proprio essere la volta buona. 
UN PO' DI... TALENT - Lo spettro dei generi musicali proposti si allargherebbe con l'ammissione fra i partecipanti di un Big di fresco conio come Nesli. Sempre in tema di volti giovani ma già noti, le candidature di Marco Mengoni e Annalisa Scarrone dimostrano che il veto "faziano" alla partecipazione di artisti usciti dai talent show era nulla più che presunto, e in effetti il sottoscritto (ma sarà stata una disattenzione mia) non ha mai sentito uscire dalla bocca dell'anchorman ligure parole che riconducessero a un diktat del genere. Sarebbe stato, per inciso, un diktat assai poco intelligente: gli artisti vanno giudicati singolarmente, per le loro qualità e non per la loro provenienza, è una cosa di una banalità e scontatezza incredibili ma viste le voci che erano circolate... Senza contare che la rinuncia aprioristica ai ragazzi di X Factor o di Amici avrebbe rappresentato un autogol mica da ridere, sul piano del seguito popolare del Festival presso la strategica platea dei giovanissimi...

                                          Carmen Consoli: in gara a Sanremo 2013?

MALIKA E GLI ALTRI - Molti danno quasi per certa Malika Ayane: personalmente mi farebbe piacere (la considero tuttora la vincitrice morale del Sanremo 2010), ma un suo cd è da poco nei negozi e ha un tour in corso: altri due brani nuovi per febbraio e ristampa del disco? Tutto può essere, ma allora tanto valeva ritardare di qualche mese l'uscita dell'opera. Discorso che vale a maggior ragione per i Baustelle, pure citati in questo gran calderone di voci: il loro nuovo disco esce a fine gennaio, una partecipazione a Sanremo con due inediti quindici giorni dopo o giù di lì pare al momento improponibile. A meno che non si posticipi la pubblicazione dell'album, beninteso, e allora... 
Vorrebbe tornare in pista Francesco Sarcina, senza le sue Vibrazioni: non facilissimo riproporsi come Big dopo qualche anno di basso profilo commerciale (i tempi di "Dedicato a te", "Raggio di sole" e "Ovunque andrò" sono lontani), ma l'operazione sarebbe di indubbio interesse. Rispunta il nome di Francesco Renga, che  è ormai quasi un habituè del palco sanremese ma è anche la miglior voce maschile italiana su piazza, e vederlo in azione fa sempre piacere. 
Un lista degli altri nomi fatti dovrebbe partire da Al Bano e Annalisa Minetti, i primi a circolare fra gli addetti ai lavori, ma onestamente non so quale appeal possano esercitare sulla commissione artistica, né quale valore aggiunto potrebbero apportare a un Sanremo che vuole essere "diverso" dagli ultimi, magari meno commerciale e meno nazionalpopolare. Poi i Sonohra, non fortunatissimi all'ultima apparizione rivierasca ma sempre nel cuore delle teen agers, una Anna Oxa che tenterebbe l'ennesimo rilancio, Anna Tatangelo, che ben figurò con "Bastardo" nel 2011 ma che fuori dall'Ariston non riesce proprio a trovare una dimensione adeguata e vincente, esponenti della generazione cantautoriale di mezzo come Max Gazzè e Daniele Silvestri, i redivivi Dirotta su Cuba (da troppo tempo, tuttavia, lontani dalla ribalta) e il vincitore dei giovani 2012 Alessandro Casillo, che però, in questi dodici mesi, non mi pare abbia fatto molto per consolidare la sua fresca nomea di Big. 
SOGNI - Dopodiché, spazio alle ipotesi e alle speranze del tutto personali. Nomi non letti né sentiti da nessuna parte, ma che personalmente vedrei con favore sul palco della più importante rassegna canora italiana nel febbraio prossimo. Sarebbe di grande rilievo, ad esempio, un ritorno del sempre valido e amatissimo Raf dopo tempo immemore. O la ricomparsa dei campioni di vendita del primo decennio del Duemila, gli Zero Assoluto. Raphael Gualazzi, poi, ha una sorta di debito morale nei confronti del Sanremone, che lo ha lanciato in orbita nel 2011: quell'anno si impose fra i Giovani e non tornò dodici mesi dopo, ora sarebbe cosa buona e giusta ripresentarsi... 
Sempre nel 2011 assistemmo a una bella e apprezzata performance di Giusy Ferreri, che ultimamente è un po' rimasta al palo e che da Sanremo potrebbe trarre nuovo slancio. Poi, Paolo Meneguzzi, tornato di recente in pista col singolo "Fragile" e con un album che dovrebbe vedere la luce nei prossimi mesi: quale migliore occasione promozionale di un Sanremo per tornare ai vertici delle classifiche? E Alex Britti? Si deciderà prima o poi a rimettersi in gioco, questo poliedrico talento della nostra canzone leggera? Una proposta spiazzante ma di indubbio fascino e raffinatezza sarebbe poi quella di Musica nuda, ossia il duo formato da Petra Magoni (uscita dal Sanremo made in Baudo) e Ferruccio Spinetti, un progetto al di fuori dai circuiti standard ma baciato da successo trionfale nei live. 
ANNI NOVANTA - C'è inoltre lo sterminato popolo dei veterani: si badi, non mi riferisco ai vecchi draghi degli anni Sessanta e Settanta, che ormai hanno davvero fatto il loro tempo e che non vorrei davvero più vedere in Riviera, a meno che non si tratti di nomi poco o nulla considerati dalle precedenti commissioni artistiche, ad esempio gente come Riccardo Fogli o Don Backy, e non invece i soliti Fausto Leali o Al Bano. Penso invece ai veterani degli anni Novanta, quella generazione di mezzo della musica italiana che nelle ultime edizioni del Festival è stata pressoché ignorata. Mietta, ad esempio, in questo autunno 2012 ha avuto un prepotente rilancio grazie alla riuscita partecipazione alla trasmissione di Carlo Conti "Tale e quale show"; Massimo Di Cataldo continua a comporre e morde il freno, Alexia è un volto ancora fresco e brillante, per non parlare di personaggi come Aleandro Baldi e Paolo Vallesi, belle voci e grande sensibilità artistica: lo so, qui si sfiderebbe l'impopolarità, nel senso che questi nomi sono forse, oggi, un po' lontani dai gusti del grandissimo pubblico. Ma se un Festival vuole essere "diverso", credo che anche sfidare in piccola misura le mode ultracommerciali del momento potrebbe essere un modo per differenziarsi dal passato recente e meno recente. Solo sogni?