martedì 17 aprile 2018

GENOA VIRTUALMENTE SALVO: DIECI BUONI MOTIVI PER RICONFERMARE BALLARDINI


La grande paura è (quasi) passata. Genoa virtualmente in salvo quando mancano ancora sei turni al termine del campionato. Chi avrebbe potuto immaginare un simile lieto fine dopo quell'inizio da incubo, dopo i sei punti in dodici gare con uno Juric che pareva impotente di fronte alla deriva della squadra? Che il gruppo messo insieme da patron Preziosi non fosse così modesto era lampante, e lo avevo scritto fin dall'estate scorsa: costruito male, questo sì, con ruoli scoperti e altri sovrabbondanti, ma assolutamente non privo di talento. I puntelli messi in gennaio hanno migliorato il tono tecnico complessivo ma non risolto tutti i problemi, e appare dunque evidente come l'impresa porti soprattutto la firma del trainer subentrato, Davide Ballardini. Il quale avrebbe meritato di ricevere la fulminea riconferma, per la stagione 2018/19, un minuto dopo la conclusione della decisiva Genoa - Crotone di sabato scorso. Così non è stato e ancora sussistono dubbi sulla sua futura permanenza alla guida del Grifone. Ecco, per quanto riguarda la posizione di Note d'azzurro, desidero che dubbi non ve ne siano. Il "Balla" deve rimanere sotto la Lanterna, e cercherò di spiegarlo attraverso i classici "dieci buoni motivi per..." che tanto vanno di moda nel giornalismo d'oggidì. E allora partiamo: perché l'attuale mister deve essere riconfermato? 
1) Lo si è in parte già detto poche righe sopra: perché ha preso in mano un team disastrato moralmente dopo un anno solare costellato quasi esclusivamente di sconfitte (ricordiamo anche la seconda parte del precedente torneo, che fu grosso modo un surreale susseguirsi di rovesci anche umilianti), e ha saputo rilanciarlo senza imporre ai tifosi ulteriori tribolazioni, iniziando da subito a macinare punti pesanti come macigni.
2) Perché fin dal primo giorno da allenatore rossoblu ha avuto ben chiaro quale fosse la chiave per togliersi dalle sabbie mobili: mettere fieno in cascina sfruttando al meglio i tanti scontri diretti. Così, i primi quattro successi della sua gestione sono stati ottenuti con Crotone, Verona (in trasferta), Benevento e Sassuolo (in casa); e, a seguire, sono giunti quelli su Chievo, Cagliari e ancora Crotone. Come dire: nelle sfide per la sopravvivenza, squadra e coach sempre sul pezzo. Ma le prestazioni migliori, sul piano dell'intensità e del livello del gioco, son forse state quelle degli inattesi trionfi con Lazio e Inter: altra dimostrazione che questo Genoa ha un tasso tecnico sufficiente a tener dignitosamente testa agli squadroni, cogliendo qua e là qualche risultato insperato.
3) Perché ha capito al volo le caratteristiche della rosa del Grifo, una rosa sovradimensionata e "squilibrata", non povera di elementi di valore ma con troppi nodi tattici da sciogliere, soprattutto dalla metà campo in su. E ha rimodellato il Genoa di conseguenza, mettendo da parte gli inopportuni voli pindarici del suo predecessore e costruendo un complesso roccioso, difficilissimo da perforare. Ha così portato realismo e concretezza, valorizzando al massimo le principali qualità della squadra: un portiere da Nazionale (in questo momento Perin è superiore a Donnarumma), una difesa attenta e concentrata in ogni sua pedina. Con un reparto offensivo prigioniero di troppi dubbi e troppe incognite, e irrimediabilmente sterile, ha puntato soprattutto sull'equilibrio dell'undici, consapevole che il "primo non prenderle" fosse la filosofia più in linea con gli uomini a disposizione. Sotto la sua guida è rinato Spolli, si è affermato Biraschi, hanno offerto prove costantemente rassicuranti Zukanovic e Rossettini. E se si fosse potuto contare con costanza su Izzo, che doveva essere uno dei pilastri... 
4) Perché, sulla scorta di quanto appena detto, col suo operato a Genova ha portato al prepotente ritorno in auge, speriamo non effimero, della scuola difensiva italiana, una nobile tradizione che ha fatto le fortune del nostro movimento calcistico e che, purtroppo, nel ventunesimo secolo è andata via via disperdendosi (negli anni Ottanta e Novanta, per dire, nessuna squadra di casa nostra avrebbe subito una rimonta assurda come quella patita dalla Lazio a Salisburgo, in Europa League). Persino un Ballardini nelle vesti di apripista storico, dunque: speriamo che il seme da lui gettato non cada nel vuoto. Si obietterà: se riscoprire l'arte della difesa significa assistere a "spettacoli" come quelli offerti quest'anno dal Zena, molto meglio le terze linee ad alta... perforabilità viste negli ultimi lustri in Serie A. Ma le migliori espressioni del calcio tricolore hanno sempre mixato rigore difensivo ed efficienza offensiva nelle giuste dosi: e verosimilmente anche il livello estetico del gioco offerto da questo Genoa sarebbe stato superiore, se tutti gli ingranaggi della fase d'attacco avessero funzionato regolarmente.
5) Perché comunque, riallacciandomi al punto 4, al di là della felice scelta di "blindare" la squadra per proteggerla dagli assalti avversari, il mister ha raggiunto l'obiettivo stagionale giocando, di fatto, senza una prima linea competitiva. Lapadula fin qui fallimentare quanto a media realizzativa, non solo per demeriti suoi; Pepito Rossi scommessa finora perduta dalla società (speriamo vada meglio nel prossimo campionato, se verrà confermato); per Taarabt una manciata di buone prestazioni e nulla più, così come per Pandev, decisivo in alcune gare ma ormai appannato dal carico dell'età; Galabinov generoso combattente ma in linea di massima poco adatto alla categoria, in quanto a incisività sotto porta. In un quadro così desolante, l'unica strada era cavare il massimo dalle poche reti segnate incrementando l'impermeabilità difensiva. E Balla ci è riuscito. 
6) Perché è un uomo che ama davvero il Genoa e lo ha dimostrato coi fatti. Che non sono quei gesti di genoanità simpatici, utili a catalizzare l'entusiastica attenzione dei fans ma fini a loro stessi, come il non sedersi sulla sedia coi colori della Samp al termine dell'ultimo derby (trovata comunque geniale, nel suo piccolo; che qualche blucerchiato  anche illustre si sia sentito offeso è incomprensibile: dovrebbero essere proprio questi gli esempi di sano sfottò che si vanno un po' perdendo). Lo ha dimostrato tornando per la terza volta al capezzale del club a stagione in corso, senza che nelle due precedenti occasioni (2011 e 2013) fosse stato gratificato con una riconferma che si era guadagnato sul campo. 
7) A proposito di derby: perché ha frenato la caduta a precipizio nella stracittadina (le precedenti tre erano state perse) con uno 0-0 brutto ma esemplare, proprio perché ha esaltato le caratteristiche stagionali del suo Grifo: un undici magari non bello a vedersi ma terribilmente concreto e capace di neutralizzare la stragrande maggioranza degli attacchi del massimo campionato (anche Juve, Napoli e Lazio hanno faticato terribilmente contro la muraglia ligure).
8) Perché merita di essere visto all'opera con una rosa costruita su sue precise indicazioni tecnico - tattiche, lavorando in totale accordo col presidente Preziosi e soprattutto col dg Perinetti, altro uomo decisivo per la ritrovata serenità rossoblu. Ballardini ha ampiamente dimostrato di saper dare il massimo in situazioni di emergenza, capendo rapidamente le caratteristiche di squadre e uomini a lui affidati e agendo di conseguenza: se guidasse il gruppo fin da luglio, perché escludere che possa ulteriormente incrementare il suo rendimento? Mettiamo la sua concretezza al servizio di un gruppo che possa permettergli di schierare un attacco efficiente e un centrocampo con tutti i tasselli al posto giusto, e poi tiriamo le somme. 
9) Perché sono (siamo?) stanchi di salti nel buio. Dopo il primo Ballardini, si sono alternati Malesani, Marino e De Canio, con lo scandaloso risultato di una salvezza all'ultima giornata colta da una squadra qualitativamente da centroclassifica, se non di più; dopo il secondo, non si è trovato di meglio che puntare sul debuttante Liverani, un derby vinto e nulla più, prima di riaffidarsi al provvidenziale Gasperini; quel Gasperson che sarebbe rimasto volentieri a Genova, ma al quale si preferì il suo allievo Juric, non all'altezza della Serie A. Nel frattempo, i tempi per il Genoa si son fatti duri e avventurosi, la situazione finanziaria non è rosea e, insomma, di tutto in questo momento c'è bisogno fuorché di ulteriori scommesse. Nell'attesa che si concretizzi il tanto sospirato passaggio di consegne in società, Ballardini è la soluzione migliore per andare sul sicuro. 
10) Perché, dulcis in fundo, parlano i numeri, che nel calcio non sono tutto ma hanno un peso specifico enorme: 32 punti in 20 partite, appena 15 gol realizzati ma solo 12 subìti. Con questi dati, e con la salvezza di fatto in cassaforte dopo un'autentica partenza ad handicap, non sarebbe giusto scegliere un'altra strada.

mercoledì 11 aprile 2018

IMPRESA ROMA IN CHAMPIONS: UN INVITO ALL'OTTIMISMO. IL CALCIO ITALIANO DEVE SMETTERLA DI PIANGERSI ADDOSSO...


E così, per una sera ci siamo ritrovati ad esser (quasi) tutti romanisti. Perché il calcio italiano ha bisogno anche di imprese come quella giallorossa, per uscire dal pericoloso impasse in cui staziona da quando si è ritrovato escluso dai Mondiali prossimi venturi. La clamorosa qualificazione ai danni del super Barcellona ha un significato che va oltre il risultato del campo, di per sé strepitoso. E' una lezione salutare per tutto il football di casa nostra: un invito a smetterla di piangersi addosso, a darci un taglio con questo inferiority complex che ci attanaglia da troppi anni e che fa accettare con rassegnazione sconfitte considerate pressoché inevitabili. 
CRISI TECNICA? SI', MA... - Di Francesco e i suoi ragazzi ci hanno invece detto che "si può fare". Il pallone tricolore è in crisi? Nessuno lo nega. E' un movimento che ha tanti problemi, e qui sul blog è stato scritto un'infinità di volte; è un sistema-calcio sicuramente in soggezione, sul piano dell'organizzazione, delle risorse finanziarie, del talento puro, del livello tecnico complessivo, rispetto ad altri Paesi. Tanto ancora bisogna fare per venir fuori da questo buco nero, ma il punto di partenza non possono essere le lamentazioni alla Fabio Capello, che in un'intervista di pochi giorni fa si è sentito in dovere di dichiarare che "mancano elementi di grande livello, mancano i talenti, è difficile fare bene con giocatori mediocri". Non c'era bisogno di scomodare l'ex tecnico di Milan, Roma e Real Madrid per sentirsi ripetere tali banalità, ma le sue parole sono anche emblematiche del modo sbagliato in cui, da più parti, si sta approcciando questa crisi. 
MEGLIO LA FILOSOFIA DI CONTE CHE QUELLA DI CAPELLO - Sì, perché viviamo una fase storica di chiaro  ribasso qualitativo degli atleti a disposizione dei vari club e delle rappresentative nazionali, ma non siamo stati rasi al suolo come da più parti si cerca di fare intendere. Ci stanno davanti Spagna, Germania e Inghilterra, ma non siamo precipitati a livelli di modestia calcistica assoluta, non siamo la Finlandia, l'Ungheria o la Scozia, con tutto il rispetto. Abbiamo ancora qualche risorsa di classe, e allenatori che sul piano della genialità strategica, oggi, hanno ben poco da invidiare ad altri referenziati mister di fuorivia. Con una guida tecnica all'altezza, con materiale umano buono pur se non eccezionale, con applicazione, impegno e ferrea volontà, quasi nessun traguardo è precluso. Piuttosto che quelli di Capello, meglio seguire gli insegnamenti di Conte, che alla guida di una Nazionale senza campionissimi, due anni fa, sconfisse sonoramente le superpotenze Belgio e Spagna e mancò di un soffio l'ammissione alle semifinali di Euro 2016.
CAPOLAVORO ROMA - La Roma ha messo a segno un autentico colpaccio, che però non era una mission impossible come la grande maggioranza degli esperti riteneva. Il team capitolino aveva le potenzialità per centrare un 3-0 casalingo, perché è squadra che ha nelle sue corde certe imprese: ricordiamo i quattro punti su sei sottratti al Chelsea nella prima fase, e ricordiamo anche la gara di andata al Nou Camp, in cui la Lupa fu vittima soprattutto della sfortuna (due autoreti!) ma dimostrò di potersela se non altro giocare. Il retour match dell'Olimpico è stato un capolavoro, sotto tutti i punti di vista: i giallorossi hanno saputo aggredire con continuità ma senza lasciarsi prendere dalla foga, hanno reso pressoché inoffensiva la manovra azulgrana, ricevendo una spinta supplementare dal sollecito gol dello strepitoso Dzeko, gigante dai piedi buoni che con la sua mole, i suoi movimenti sincronizzati al secondo e precisi al millimetro, ha messo da solo in ambasce la retroguardia catalana. In terza linea, Manolas ha giganteggiato con una serie di salvataggi provvidenziali, effettuati dopo aver siglato, con una perfetta deviazione su corner, il gol del trionfo, e Allison ha trasmesso ai compagni una costanze sensazione di sicurezza assoluta. Ma anche la sparuta pattuglia tricolore si è ben distinta: De Rossi non ha sprecato un pallone, Florenzi ha corso per tre ma con lucidità, e quando è subentrato anche El Shaarawy si è mostrato più vivo che mai, costringendo alla paratona Ter Stegen su un'azione che avrebbe potuto anticipare il 3-0. Poi, certo, anche gli avversari sono parsi decisamente al di sotto del loro standard: ma, da sempre, per poter ribaltare un pronostico non basta far tutto bene, è anche necessario che chi ti sta davanti sbagli qualcosa o sia in giornata storta. 
BASE DI PARTENZA - Sorpresa? Sì, certo, ma, lo ripeto, fino a un certo punto. Il nostro campionato ha club che possono tirare fuori queste grandi prestazioni sulla scena internazionale: lo sta facendo la Lazio, pur nella dimensione ridotta dell'Europa League, lo hanno fatto negli anni passati il Napoli e la Juventus, la quale stasera si troverà davanti un ostacolo davvero proibitivo, ma che il Real Madrid lo ha meritatamente battuto ed eliminato nella semifinale Champions del 2015, e che nella passata stagione ha strapazzato il Barça di Messi, proprio come ha fatto la Roma, arrivando a giocarsi la seconda finale di Coppacampioni in tre anni. Se questa volta ai bianconeri ha detto male in Europa, è semplicemente perché la vecchia guardia è in declino, e nel telaio non sono stati inseriti quegli apporti qualitativi e di freschezza che le avrebbero consentito di puntare a un'altra campagna europea di primo piano. Ma il calcio italiano tiene ancora orgogliosamente le posizioni. La Roma ci ha detto che non è più tempo di pessimismo, di rimuginare all'infinito sulla nostra inferiorità: qualche cartuccia da sparare l'abbiamo ancora. L'impresa di Dzeko e compagni è un invito a crederci di più, a non rassegnarsi: non risolve i problemi del football nostrano, ma può essere una buona base di partenza per recuperare entusiasmo e per lavorare più alacremente alla risoluzione dei nostri guai. E allora, per una volta, "grazie Roma". 

mercoledì 28 marzo 2018

CLUB ITALIA: DI BIAGIO GIA' AL PASSO D'ADDIO, MALGRADO IL PARI DI WEMBLEY. LA NAZIONALE NECESSITA DI UN COACH DI ESPERIENZA E CARISMA


Di tutto aveva bisogno, la Nazionale italiana, fuorché di questo breve e grigio limbo in cui l'ha precipitata, ancora più del fallimento Mondiale, il caos politico in federazione che ha condotto al commissariamento. A meno di clamorosi sconvolgimenti, al momento impensabili, il fugace interregno di Di Biagio dovrebbe essersi concluso già ieri sera, col pareggio strappato a Wembley, che consentirà forse al gruppo di superare l'impasse psicologico che lo blocca fin dalla fatale sconfitta in Spagna del settembre scorso, e al cittì ad interim di uscire di scena con un risultato indubbiamente di prestigio. 
UN PAREGGIO CHE CAMBIA POCO - Ma la mini - impresa londinese non sposta più di tanto i termini della questione azzurra: sotto molti punti di vista, siamo ancora fermi all'autunno nero, al gioco espresso nella parte finale della gestione Ventura. Basta ricordare partite come quelle con Israele e soprattutto Svezia: allora come oggi, il nostro undici non è un complesso in balìa degli eventi, a tratti sa difendere bene, a tratti sa pure creare occasioni ghiotte in fase offensiva, ma le spreca immancabilmente tutte, o quasi. Come Insigne poteva portare in vantaggio l'Italia a Manchester e raggiungere il pari a Londra ben prima di trasformare il rigore, così Immobile ha mancato più di una palla gol in entrambi i match. Dopodiché, non appena caliamo di intensità, gli altri immancabilmente ci castigano, per due motivi: compagini come Argentina e Inghilterra hanno il killer instinct delle grandi storiche, riuscendo a capitalizzare al meglio il lavoro svolto, e hanno picchi di classe superiori a quelli che possiamo gettare noi sul tappeto (soprattutto i sudamericani). Così, agli avversari di rango basta veramente poco per infilarci, mentre i nostri continuano a fare una fatica bestiale nei sedici metri finali. 
INSIGNE, IMMOBILE, VERRATTI: MISTERI TECNICI - Non è cambiato nulla, dunque. E non poteva essere altrimenti, visto che Di Biagio ha deciso di giocarsi le sue scarse chances innovando il giusto e puntando ancora su molti elementi del nucleo "venturiano", che è andato incontro a una disfatta storica per demeriti da ascrivere principalmente al trainer di Cornigliano, non mi stancherò mai di ripeterlo. Dopodiché, occorre farsi qualche domanda sulla metamorfosi  che subiscono in azzurro pedatori del calibro dei citati Immobile e Insigne, nonché Verratti: quest'ultimo si fa costantemente apprezzare quando giostra nel suo club di appartenenza, un club dell'élite europea, per gli altri due l'alibi del crollo di competitività della Serie A nostrana continua a non convincermi, perché non saremo più i capofila, ma abbiamo pur sempre uno dei primi cinque - sei campionati del continente, per validità tecnica; non siamo ancora diventati la Finlandia o la Lettonia, insomma. Possibile che il torneo nazionale sia attualmente così poco allenante?
LAVORARE SU UN PROGETTO BEN DEFINITO - Non è cambiato niente, né poteva cambiare, perché non ha senso un allenatore "a tempo" in questa fase: mai come oggi c'è un disperato bisogno di un trainer coi fiocchi, uno di prima fascia, con le abilità e la personalità necessarie a prendere decisioni anche drastiche, se necessario. Invece si sono gettate al vento due amichevoli enormemente probanti per dare spazio a un piccolo cabotaggio che non porterà da nessuna parte. Non è stato solo un problema di materiale umano: neanche la presenza immediata del condottiero ufficiale, colui che dovrà sperabilmente farci fare bella figura in Nations League per poi qualificarci ad Euro 2020, avrebbe portato a sconvolgimenti totali della rosa, ma una cosa è lavorare su un progetto definito e definitivo, un'altra essere alle prese con due impegni di transizione, utili solo per riprendere confidenza col calcio internazionale e per qualche riscatto personale.
UN GIUGNO "GIOVANE", CON IN PIU' BALOTELLI - Come scrivevo l'altra volta, pretendere rivoluzioni radicali al primo colpo non aveva senso prima di questa settimana azzurra, e non ha senso nemmeno oggi: nell'attesa dei rientri di Caldara e Romagnoli, lasciamo che i Calabria e i Barella portino a termine la loro convincente stagione, che Bernardeschi confermi le buone cose mostrate anche in un contesto più impegnativo come quello della Juventus; poi, magari, potremo vedere all'opera questi ragazzi già nelle ultime gare pre Mondiali (per gli altri...) con Francia e Olanda a giugno, quando già dovremmo avere in panca il nuovo coach. Un coach che abbia il coraggio di operare scelte all'apparenza "controcorrente", in realtà assolutamente logiche come, per dirne una, il recupero di Balotelli, più che mai imprescindibile per rinvigorire le esangui risorse offensive della nostra rappresentativa. 
DA SUBITO ASTICELLA TROPPO ALTA - A proposito di Mario, rispolvero una massima mai passata di moda: ci servono gol, non buone maniere, e la punta del Nizza sa ancora come farli, così come li ha sempre fatti in azzurro, anche di pregevole fattura, e soprattutto quasi sempre decisivi. Con lui, in attesa delle conferme di Cutrone e di Chiesa, potremo superare questa sterilità. Per ovviare alla quale, nel frattempo, sarebbe forse stato opportuno iniziare con rivali un tantino più abbordabili: giocando con una Danimarca o un'Austria, un'Ungheria o un'Irlanda, tanto per fare degli esempi, forse (e sottolineo forse) avremmo trovato la via della rete con maggiore facilità, ma sarebbe stato utile per riconquistare un minimo di autostima, dopo un'intera stagione spesa a incassare schiaffi e pugni metaforici.
CONTO ALLA ROVESCIA PER I REDUCI VENTURIANI - Di questi due test, oltre alle difficoltà di gioco evidenziate, ci restano se non altro alcune prestazioni individuali incoraggianti, da Rugani a Chiesa, il quale con un'iniziativa personale ha illuminato il buio azzurro procurandosi il rigore dell'1-1, un ragazzo che per atteggiamento e incisività è già pronto per una maglia da titolare; poi, tutto sommato, anche De Sciglio, Zappacosta e Pellegrini, pur fra luci e ombre. Per i reduci come Parolo, Verratti, Insigne e Immobile il tempo stringe: rimarranno in gruppo, perché il bacino in cui pescare è assai ristretto e non si può rinunciare a cuor leggero a uomini che stanno comunque maturando esperienza internazionale; ma già da giugno dovranno dimostrare di poter avere un impatto diverso sul rendimento del Club Italia. Se non ci riusciranno nemmeno col nuovo allenatore, allora sì che ci sarà il repulisti.  

martedì 20 marzo 2018

RIPARTE L'AVVENTURA AZZURRA. IL "RINNOVAMENTO CON GIUDIZIO" DI DI BIAGIO, CT AD INTERIM


Sta per tornare in campo la Nazionale. Dopo il disastro svedese di novembre, dovrebbe essere uno dei momenti clou della stagione: l'inizio della rinascita, della ricostruzione, per porre le basi di un futuro che pretendiamo migliore e che già bussa alla porta, con la nuova Nations League che partirà a settembre. Invece, il nuovo corso azzurro è iniziato a fari spenti, messo in secondo piano dall'attesa per il derby italo - spagnolo in Champions e dalla lotta scudetto riapertasi nel fine settimana. Si dirà: in fondo sono solo amichevoli, quelle che attendono i nostri prodi. Già, ma a parte che si tratta di amichevoli extralusso (Argentina venerdì e Inghilterra martedì), rappresentano comunque il primo passo di un nuovo capitolo, il più oscuro e intricato di sempre, del romanzo calcistico nostrano. 
STAGIONE CAOTICA E TRAGICA - Nulla di cui sorprendersi, del resto. Dall'eliminazione dai Mondiali a oggi, il pallone nostrano è stato travolto dal caos e da eventi persino tragici, che hanno confinato il derelitto Club Italia a ultimo dei pensieri dei media e degli appassionati tricolori. Prima le dimissioni di Tavecchio, poi il commissariamento della federazione, e già ce n'era abbastanza. Poi è arrivata la disgrazia vera, la morte assurda e incomprensibile di Davide Astori, un azzurro, un volto amico e familiare. Anche in suo nome e nel suo ricordo, urge riannodare i fili agonistici di un discorso innaturalmente interrotto a San Siro nell'autunno scorso.
Certo le premesse tecniche non sono le migliori: c'è infatti da chiedersi come possa essere messo in cantiere un rinnovamento effettivo, se nei primi test in programma in quest'ultimo scorcio di stagione la rappresentativa sarà guidata da un cittì "a tempo". L'impegno primario di Di Biagio, in questi mesi, sarebbe dovuto essere la preparazione dell'Under 21 all'Europeo casalingo in programma nel 2019, e invece si trova a dover gestire una fase di transizione fra le più delicate di tutta la storia della Nazionale maggiore. Una fase in cui non ci si può permettere di traccheggiare, occorrendo invece gettare semi che possano dare frutti duraturi.
DI BIAGIO E' SOLO DI PASSAGGIO? - Un traghettatore? Probabile, ma non certo. Del resto, ricordiamo che anche l'avventura di Enzo Bearzot era cominciata in forma "precaria", come collaboratore del grande Fulvio Bernardini, e già pochi mesi dopo il suo debutto, anche a causa di una infelice prestazione casalinga contro la modesta Finlandia, in molti iniziarono a chiederne la testa, invocando l'ingaggio di allenatori "veri" come Vinicio, Liedholm e Giagnoni, allora sulla cresta dell'onda. E invece, passo dopo passo, il vecio prima conquistò la guida tecnica in solitaria e poi dimostrò le sue capacità di trainer di statura planetaria, costruendo quel capolavoro di squadra che trovò la sua sublimazione ad Argentina '78 e a Spagna '82. Altri tempi, certo, e soprattutto altro serbatoio di talenti a disposizione, ma, insomma, certe sorprese nel football sono all'ordine del giorno: se il buon  Gigi dovesse ottenere risultati insperati in queste prime uscite, metterlo poi da parte a giugno per far spazio a un coach di altissimo profilo (Mancini? Conte? Ranieri? Ancelotti?) potrebbe non esser facile per i vertici federali. 
QUALCHE VOLTO NUOVO E I GIOVANI "NON CAPITI" DA VENTURA - Leggo che da più parti ci si attendeva una vera e propria rivoluzione nelle convocazioni, rivoluzione che invece non vi è stata. Le novità o "quasi novità", si badi bene, ci sono: Cristante (che aveva già fatto capolino), Cutrone e Chiesa, senza dubbio i migliori prospetti giovani espressi dall'attuale Serie A assieme a Barella, quest'ultimo per il momento costretto ancora all'anticamera come i difensori Romagnoli e Caldara, che sarebbero di certo stati della partita se non fossero alle prese con fastidiosi malanni. Poteva starci il milanista Calabria, per il quale tuttavia sono attese ulteriori conferme dell'attuale buon rendimento, e avrebbe meritato anche l'ottimo El Shaarawy di questa annata, ma è stato chiamato Ferrari, valido rappresentante della Samp rivelazione di Giampaolo (almeno fino a due settimane fa), e ritorna giustamente l'indemoniato Bonavenura ammirato negli ultimi mesi rossoneri.
Per il resto, c'è ben poco da criticare, perché gli emergenti su cui lavorare non mancano, ma quelli già totalmente pronti per i confronti sul palcoscenico internazionale sono... quelli che sono. E poi, come era possibile non ripartire anche dai vari Darmian e Florenzi, Rugani e Zappacosta, Pellegrini e Verratti, e dal trio Insigne - Immobile - Belotti? E' vero, erano tutti parte integrante del gruppo affondato con Ventura, ma si tratta di elementi di indiscutibile valore, non certo i principali responsabili della disfatta mondiale: in un contesto diverso, con una guida diversa, con nuove motivazioni e la mente serena, potranno senz'altro fornire un miglior contributo alla causa. 
I VETERANI: SITUAZIONI DIVERSE - Riguardo ai veterani e agli anziani rimasti in gruppo, ci si potrà accapigliare all'infinito, ma la verità in tasca non ce l'ha nessuno. Un coach carismatico forse avrebbe avuto meno remore e operato un restyling pressoché totale, mentre Di Biagio, conscio della sua posizione in un indefinibile limbo tecnico, non ha voluto rinunciare al collante dello spogliatoio. Ma per Buffon si è trattato probabilmente solo di un gesto di riconoscenza per uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, che non poteva chiudere la sua storia azzurra con le lacrime post Svezia (ma Zoff chiuse con lo 0-2, proprio in Svezia, che nell'83 sancì l'eliminazione dei campioni del mondo dall'Euro '84, e nessuno ebbe da ridire...), Bonucci e Chiellini resteranno probabilmente le uniche chiocce dello spogliatoio nel futuro prossimo, mentre sarà da definire la posizione di Candreva, spesso contestato nell'Inter ma che, anche nei mesi nefasti che hanno condotto all'eliminazione iridata, è stato uno dei pochi a saper movimentare il gioco offensivo della nostra selezione. 
FUTURO CON BALOTELLI E RINNOVAMENTO SENZA FRETTA - Sullo sfondo, c'è sempre il discorso Balotelli: il CT ha spiegato la sua esclusione con motivazioni legate al gioco e non al comportamento, ma un elemento che ha ritrovato se stesso dopo alcuni anni bui, che sa inventare gol quasi dal nulla e che nel Club Italia ha quasi sempre fornito prestazioni all'altezza, condite da gol belli e importanti, non potrà restare a lungo ai margini, piaccia o non piaccia come personaggio. Per il resto, il passato insegna che certi rinnovamenti non possono essere fulminei e totali, neppure in epoche di vacche grasse (dopo Mexico '86, Azeglio Vicini inserì i ragazzi d'oro della sua memorabile Under a poco a poco, col contagocce), e che non bisogna mai fare di tutta l'erba un fascio, ossia buttare tutto a mare dopo un fallimento, senza ben distinguere le responsabilità. Fallimento che, nel caso di Russia 2018, ha un nome e un cognome precisi, perché rimango convinto che, con un altro allenatore, non solo lo spareggio sarebbe stato vinto, ma avremmo persino conservato qualche possibilità di prevalere nel girone sulla Spagna (che Conte aveva sonoramente battuto all'Europeo francese, non dimentichiamolo mai). Ora basta, dunque: cerchiamo di lasciarci definitivamente alle spalle questa brutta avventura e di ripartire verso orizzonti meno nebbiosi. Si comincia venerdì sera a Manchester, contro l'Albiceleste. 

domenica 11 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018: IL CLASSICO PAGELLONE DEI CAMPIONI. MEDIA ALTA: DALLO STATO SOCIALE A DIODATO, DA RON A VANONI, TANTE ECCELLENZE


Et voilà il pagellone dei Campioni sanremesi, un classico di "Note d'azzurro" dal 2012. Un riepilogo finale che in parte sintetizza, in parte amplia quanto già ho scritto in questi giorni nei vari articoli di commento. Le canzoni sono in ordine di classifica, dalla prima alla ventesima. La media voti è piuttosto alta (due sole "insufficienze, peraltro non gravi), come alto è stato, a mio avviso, il livello qualitativo delle proposte selezionate da Baglioni. 
Non mi avete fatto niente - ERMAL META E FABRIZIO MORO: tutto sommato una degna vincitrice, al di là del pasticcio di cui tanto si è scritto anche qui. Canzone che abbina impegno a commerciabilità (e non è un male: i dischi si devono anche vendere, in versione "tangibile" o digitale); l'impegno si esprime attraverso un testo fatto di flash, immagini semplici che ci riportano con immediatezza sui luoghi degli attentati Isis. Efficace e diretto anche il messaggio scelto per il titolo, buona sintonia fra la voce dolente di Ermal e quella rabbiosa di Fabrizio. In chiave Eurovision Song Contest non è l'ideale, ma potrebbe funzionare: tutto sta a intercettare i gusti delle giurie continentali, sovente indecifrabili. VOTO: 7,5.
Una vita in vacanza - LO STATO SOCIALE: rivelazione assoluta per la platea mainstream, un tormentone di scanzonata critica sociale che potrebbe spingersi fino alla stagione estiva. Hanno impreziosito un prodotto già vincente con una coreografia centrata, grazie all'anziana signora danzante e alla soluzione "doppio stage", con uno dei membri del gruppo che ogni sera si è posizionato lontano dal palco, in un punto diverso del teatro, intervenendo a brano in corso. Raccolgono l'ideale testimone dissacratorio da Elio e le Storie Tese, ma con uno  stile  più diretto sul piano linguistico. VOTO: 8
Il mondo prima di te - ANNALISA: riecco la Scarrone che preferiamo, giusto mix fra stilemi canori classici e contemporanei. Il brano è orecchiabile, grazie anche a un refrain azzeccato, e ci riporta ai suoi primi successi festivalieri, "Scintille" e "Una finestra tra le stelle"; in più, Sanremo 2018 ci ha mostrato un'interprete finalmente matura, che ha saputo sfruttare al massimo le sue doti vocali ed è riuscita a trasmettere emozioni. VOTO: 7,5
Almeno pensami - RON: la delicata poesia di Lucio Dalla ha trovato l'interprete ideale, e non poteva essere altrimenti. Rosalino Cellamare l'ha cantata coi toni sommessi che erano necessari nella circostanza, porgendola con grazia assoluta, accompagnato da un arrangiamento scarno ma fortemente evocativo . Un piccolo grande gioiellino. VOTO: 7/8
Imparare ad amarsi - ORNELLA VANONI CON BUNGARO E PACIFICO: meritato ritorno sulla scena di Sanremo per due cantautori mai scontati nelle loro proposte, ma fin qui troppo spesso relegati in una nicchia. Il loro estro in punta di penna ha messo a disposizione di Ornella una composizione buona per tutte le stagioni, senza tempo, antica e moderna insieme, elegante ma immediata, che la voce sempre calda della cantante milanese ha adeguatamente valorizzato. VOTO 7/8.
La leggenda di Cristalda e Pizzomunno - MAX GAZZE': Sanremo 2018 ha significato anche la riscoperta di certe culture regionali italiane mai abbastanza esplorate. Così, ecco la rilettura di una leggenda della tradizione pugliese, e una scrittura favolistica, sostenuta da una musica di stampo sinfonico. Opera coraggiosa, raffinata ed elaborata, che ha l'unico difetto di non "arrivare" subito. VOTO: 7
Passame er sale - LUCA BARBAROSSA: a proposito di coraggio e di tuffo nelle culture locali, ecco una rentrée festivaliera fuori dagli schemi, con una ballata in romanesco che ha il merito di rinnovare e attualizzare una certa tradizione folkloristica. Sogno irrealizzabile: quanto sarebbe stato bello sentire questo pezzo interpretato da Gabriella Ferri? VOTO: 7
Adesso - DIODATO E ROY PACI: un crescendo sonoro e vocale di grande forza emotiva, per un brano impreziosito dagli interventi strumentali della tromba di Roy Paci, mai invasivi e dai toni particolarmente soffusi nella parte centrale del pezzo. Per il giovane Diodato, la conferma di un talento fin qui scarsamente valorizzato. Per me, "Adesso" è una delle migliori proposte di Sanremo 2018. VOTO: 8
Frida (mai, mai, mai) - THE KOLORS: piazzamento sorprendentemente basso, per una boy band che avrebbe dovuto contare sui massicci favori del televoto. Un peccato, perché si sono presentati al Festival in forma smagliante, con un brano energico e assolutamente "à la page", e con un ritornello martellante che, assieme a quello degli Stato Sociale, dovrebbe fare di "Frida" il secondo tormentone partorito dalla rassegna numero 68. Superbo arrangiamento, voce di Stash senza cedimenti. VOTO: 8
Eterno - GIOVANNI CACCAMO: difficile, l'ho scritto stamane, trovare un'opera veramente brutta in questa edizione della rassegna. Non è tale nemmeno la canzone del vincitore dei Giovani 2015. Ben costruita, bella voce (che però non coinvolge più di tanto), inserita nella tradizione romantica festivaliera, ma scorre via senza lasciare troppo il segno. Per diventare un vero Big, il bravo Giovanni ha bisogno di qualcosa di più solido. VOTO: 5,5
Così sbagliato - LE VIBRAZIONI: Sarcina e compagni si ritrovano dopo qualche anno di separazione. La distanza non sembra averne minato l'ispirazione: ho ritrovato la band che scrisse un capitolo breve ma significativo della canzone italiana di inizio secolo, tanto pop e un po' di rock con la spinta vigorosa della batteria e ritmi tesi dall'inizio alla fine. Può avere una buona riuscita radiofonica. VOTO: 7
Il coraggio di ogni giorno - ENZO AVITABILE E PEPPE SERVILLO: soddisfacente esordio sanremese per Avitabile, coi suoi suoni mediterranei al servizio di un etno-pop accessibile a tutti, che arriva dritto al cuore. Di grana buona il sostegno vocale di Servillo. VOTO: 7.
Custodire - RENZO RUBINO: al ragazzo non mancano genio creativo e voglia di osare. Con lui, si può star sicuri che non arriverà mai sul palco un qualcosa di poco originale. Questa "Custodire" è finemente lavorata, complessa nella tessitura musicale e con un testo non banale, ma non rinuncia alla cantabilità. VOTO: 6,5
Non smettere mai di cercarmi - NOEMI: tutt'altro che una brutta canzone, ma nemmeno un'opera in grado di far definitivamente spiccare il volo alla "rossa". Nel solco delle precedenti partecipazioni, non toglie e non aggiunge alcunché alla carriera dell'artista. Ritornello di buona presa e le solite, notevoli doti interpretative e di personalità scenica. VOTO: 6
Ognuno ha il suo racconto - RED CANZIAN: va a lui la vittoria nel derby in famiglia con gli altri ex Pooh, anche se è una vittoria di Pirro. Il pezzo è ritmato, orecchiabile e cantato con grinta da Red (forse un po' giù di corda nella serata finale, ma ci sta); dispiace non abbia ottenuto maggior considerazione da parte delle giurie. VOTO: 7
Lettera dal Duca - DECIBEL: revival in salsa ottantiana, con un rock blandamente new wave che nulla concede alle sonorità più contemporanee. Un purissimo tuffo nel passato, anche nell'impronta vocale del ritornello in inglese. VOTO: 6,5
Senza appartenere - NINA ZILLI: raccoglie meno di quanto avrebbe meritato. Più convincente rispetto a precedenti sue apparizioni all'Ariston, ha trovato l'abito ideale indossando al meglio una canzone molto sanremese, di stampo classicheggiante, ma gradevole e con un testo "al femminile" di notevole spessore. A mezza via fra "Quello che le donne non dicono" e "Donna" di Mia Martini, senza raggiungerne i picchi qualitativi ma comunque dignitosissima. VOTO: 7
Il segreto del tempo - ROBY FACCHINETTI E RICCARDO FOGLI: i due amici non hanno osato, puntando su una melodia a sfondo malinconico, una di quelle che tanto andavano di moda a Sanremo negli anni Novanta, e che comunque è pienamente nelle corde di entrambi. E' la continuazione di una modalità espressiva già più volte esplorata da Roby e Riccardo (il primo in non grandissima forma vocale), ma che contribuisce poco a dare slancio alla "nuova" coppia. VOTO: 5,5
Rivederti - MARIO BIONDI: la prima volta da concorrente in Riviera, per il "Barry White" italiano, è stata di tono decisamente elevato ma di non facile percezione da parte della grande massa del pubblico. Voce soul e atmosfere jazz sofisticatissime e avvolgenti. Un brano che sarà piaciuto ai fans dell'artista siciliano, e che probabilmente diventerà presenza fissa nelle scalette dei suoi concerti, ma difficilmente servirà ad ampliarne in misura apprezzabile la cerchia di estimatori. VOTO: 6,5
Arrivedorci - ELIO E LE STORIE TESE: un congedo più malinconico che divertente. Consueti ghirigori linguistici, col ricorso a termini di non frequentissimo uso, la parabola artistica di un gruppo di rottura "fumettizzata" ma senza alzate di ingegno particolarmente audaci. Come sopra per Biondi: i fans hanno probabilmente apprezzato, i semplici simpatizzanti come me prendono atto di un prodotto medio, senza infamia e senza lode, che forse accrescerà col tempo il suo appeal. Nella finalissima, si sono portati "in incognito" sul palco i Neri per Caso, loro partners durante la serata dei duetti. VOTO: 6