giovedì 27 luglio 2017

BILANCIO DEL WIND SUMMER FESTIVAL 2017: FORMULA SEMPRE PIU' DISCUTIBILE PER UNA RASSEGNA IN CERCA DI IDENTITA'



Ormai il Summer Festival (quest'anno targato Wind e Radio 105) ci ha abituati ai verdetti più o meno spiazzanti. Alvaro Soler a parte, nell'albo d'oro figurano due medaglie d'oro come "Liar liar" di Cris Cab (trionfatore nel 2014) e "This girl" di Kungs (premiato l'anno passato), non propriamente due stratosferici successi estivi passati alla storia. Sorprende relativamente, dunque, la fresca affermazione di Fabri Fibra in collaborazione con TheGiornalisti (feat., come si dice oggi...), che anzi è più comprensibile rispetto a quelle citate. "Pamplona" è un brano che sta avendo buonissimi riscontri commerciali, e comunque la classifica dell'evento romano è stata stilata tramite le rilevazioni EarOne, ossia l'ente che, fra le altre cose, certifica quali sono i brani più trasmessi dalle radio. Ma è proprio questo il punto: c'era bisogno di una rassegna canora televisiva per attribuire un premio che riguarda l'heavy rotation radiofonica dei pezzi in concorso? 
GARA ANNACQUATA - Visto da questa angolazione, il Summer Festival sta facendo lo stesso, non entusiasmante percorso all'indietro del Festivalbar targato Fininvest - Mediaset, e lo sta facendo in tempi drasticamente più brevi rispetto all'illustre predecessore. Come la kermesse creata da Vittorio Salvetti negli ultimi anni di vita aveva lasciato da parte gettonature nei juke box (per ovvi motivi di... obsolescenza dell'attrezzo) e cartoline voto, affidando alle valutazioni dell'organizzazione la designazione dei vincitori nelle varie categorie, così il Summer ha visto in questo 2017 una gara assai annacquata, priva di pathos, di votazioni in diretta e di classifiche provvisorie (si parla della categoria "Big"), coi vincitori assoluti, oltretutto, non presenti all'atto della premiazione. In parole povere, zero suspense e zero sacralità nel momento della proclamazione dei campioni, che doveva essere il fatto clou di tutte le quattro serate.  
Peccato. Peccato davvero, perché l'estate della musica in tv ha comunque bisogno di eventi come questo. Ed è francamente assurdo che questo "passo del gambero" sia stato compiuto proprio nell'anno in cui, dando uno sguardo a certe tendenze dei social network, è emersa più nettamente la nostalgia del Festivalbar che fu. 
FESTIVAL SHOW, TEMIBILE CONCORRENTE - Insomma, tutte le negatività già sottolineate sul blog negli anni scorsi (aggiungiamoci anche la drammatica assenza della diretta, visto che l'evento è stato registrato a fine giugno: cosa difficile da accettare nel 2017) sono rimaste, e in più se ne sono aggiunte di nuove. Giova qui ricordare che il Summer Festival ha un competitor di tutto rispetto, il Festival Show, che oltretutto proprio al Festivalbar somiglia spiccatamente nella struttura, snodandosi in tour per tutta l'estate (otto tappe previste quest'anno) e concludendosi all'Arena di Verona. Sul piano... catodico, quest'ultima manifestazione è seguita da Real Time del gruppo Discovery, ed anch'essa viene purtroppo trasmessa in differita. Ne riparleremo, se ci sarà tempo. 
CHI E' EMERSO AL SUMMER - In un quadro del genere, discutere della legittimità del successo di Fabri Fibra con Thegiornalisti non ha molto senso, ma proviamo a farlo. Nulla da dire, lo ripetiamo, sull'aspetto "tecnico" del verdetto, sancito da EarOne che è società serissima. Ma va ribadito che da una rassegna come il Summer Festival, che ha ormai acquisito una propria credibilità e solidità, mi aspetterei una gara più "indipendente", che sondasse i gusti del pubblico in tema di hit estive svincolandosi da classifiche esterne, come quelle di vendita o degli airplay. Un po' di coraggio in più, insomma. Perché ad esempio, assistendo alle quattro serate su Canale 5, più dei vincitori si sono messi in evidenza altri artisti e altre canzoni. 
Nella mia personalissima playlist dell'estate 2017, un posto di primo piano avranno sicuramente "Partiti adesso" di Giusy Ferreri, la martellante "Caduto dalle stelle" del redivivo Mario Venuti, che ha ritrovato l'ispirazione di una quindicina di anni fa, "Mi hai fatto fare tardi" di una Nina Zilli nuovamente convincente, l'allegrotta "L'esercito del selfie" di Takagi e Ketra con Arisa e Lorenzo Fragola, cadenzato pezzo dalle atmosfere vintage, "Riccione" dei Thegiornalisti, in un mix fra sonorità eighties e nineties, l'immancabile coppia J-Ax e Fedez con "Senza pagare" (pur meno efficace di "Vorrei ma non posto"), "Tutto per una ragione", pop contemporaneo  a cura dell'eccellente abbinata Benji & Fede - Annalisa, e ovviamente "Tra le granite e le granate" di Gabbani, che ha il dono di non fallire mai l'obiettivo dell'orecchiabilità senza mai scadere nel banale. 
MENZIONI SPECIALI - Tutti pezzi coi crismi del tormentone, come, fra gli stranieri, Jax Jones e la sua "You don't know me". Certo meno estive, ma assolutamente meritevoli di menzione, l'intensa "La vita che ho deciso" di Paola Turci, "Ragazza paradiso" di Ermal Meta, "Mind if I stay" dei Kadebostany, il morbido pop rock "Be mine" degli Ofenbach,"La statua della mia libertà" di Samuel, "Dove tutto è a metà" dei Tiromancino, sempre fedelissimi al loro stile,  Arisa questa volta in versione romantica con "Ho perso il mio amore", "Io, te, Francesca e Davide" di Syria e Ambra, curioso repechage di un singolo anni Novanta dell'ex ragazza di "Non è la Rai", il brillante ritorno di Alexia che in "Beata gioventù" mostra di non aver perso la sua freschezza.  
IL RITORNO DI MAIELLO - Sul piano quantitativo, di presenza nel cast, si è un po' attenuata l'ondata rap, anche se alla fine in entrambe le categorie han trionfato proprio due brani ascrivibili a questo genere: detto di "Pamplona", nella gara dei giovani, svoltasi invece con le medesime modalità del passato, hanno avuto la meglio I Desideri con "Uagliò", prevalendo fra l'altro sulla più efficace e ironica "Bene ma non benissimo" di Shade. Da registrare, in questa sezione, l'ennesima prova sfortunata di Amara e la clamorosa presenza di Tony Maiello, tornato ad affrontare una competizione fra volti poco noti ben sette anni dopo essersi imposto fra le Nuove proposte di Sanremo 2010. Quasi un declassamento, e sinceramente fatico a comprendere certe scelte, sia da parte dell'artista (e di chi lo gestisce) sia da parte dell'organizzazione: non era proprio possibile schierarlo fra gli ospiti della manifestazione, invece di intrupparlo, visto il suo curriculum e vista l'età, in un'altra sfida fra emergenti? Misteri dei festival italiani. 

sabato 1 luglio 2017

EURO UNDER 21, BILANCIO AZZURRO: E' STATO DAVVERO RILANCIATO IL CALCIO ITALIANO?


Germania campione continentale Under 21. L'Europeo più cervellotico di sempre, che nell'ultima giornata del primo turno ha richiesto calcoli da... emicrania per stabilire la miglior seconda classificata da ammettere alle semifinali, non poteva che emettere il verdetto matematicamente più bizzarro: ha trionfato l'unica squadra a non aver vinto il proprio girone eliminatorio, essendo finita dietro l'Italia. E' una pura curiosità statistica, intendiamoci, perché sul campo, nelle ultime due gare, la Mannschaft ha ampiamente legittimato il proprio successo. La finale contro la favoritissima Spagna ha visto i ragazzini di Kuntz disputare un gran primo tempo e un inizio di ripresa sulla stessa linea; avendo concretizzato una sola delle tante palle gol create, i teutonici si sono poi trovati esposti alla reazione iberica, che in venti minuti di fuoco avrebbero potuto centrare legittimamente il pareggio; ma i bianchi hanno superato indenni la breve tempesta, e pur chiudendo all'insegna della prudenza sono andati in porto senza più correre grossi rischi. Giusto così, dunque, e del resto anche nella semifinale contro i tradizionali rivali inglesi Arnold e compagni erano parsi complessivamente più in palla, soprattutto in un secondo tempo di grana finissima e giocato a tratti all'arrembaggio. 
TROPPE ASPETTATIVE ATTORNO AI NOSTRI - Ma ciò che più mi preme, in questa sede, è tracciare un sintetico bilancio dell'esperienza azzurra. Attorno alla spedizione italiana in Polonia si era creata un'aspettativa esagerata, e la colpa, va detto senza mezzi termini, è stata di mass media sempre meno inclini all'analisi pacata e all'approfondimento, ma inclini a puntare tutto o quasi su notizie urlate ed amplificate. Così qualcuno ha straparlato, inserendo questa Under fra le più forti mai espresse dal nostro calcio. A troppi addetti ai lavori fanno difetto memoria e cultura specifica: non basta citare le cinque vincenti in passato (1992, '94, '96, 2000, 2004), ma anche splendide "piazzate" come le due di Vicini '84 (semifinalista) e '86 (finalista sconfitta ai rigori), o quella di Mangia che nel 2013 si arrese nell'atto conclusivo a una Spagna veramente imbattibile, al contrario di quella attuale. 
La giovane Italia versione 2017 era sicuramente una squadra di buonissimo livello, ma non siderale. Il fatto è che tutti si sono lasciati un po' abbagliare da questo pallido ritorno di fiamma del vivaio azzurro: è bastata una stagione in cui una manciata di nostri virgulti sono tornati ad essere titolari con continuità in alcuni club di Serie A, per far gridare a una rinnovata grandeur. Beh, ragazzi, calma e gesso: e l'invito è rivolto anche al buon Di Biagio, cittì non irreprensibile di questa armata sbarazzina, il quale ha concluso la trasferta polacca dicendo che "l'obiettivo era rilanciare il calcio italiano, ed è stato centrato". 
IL VIVAIO ERA GIA' RINATO...  - In realtà, il rilancio del football made in Italy è ancora tutto da dimostrare. E poi sono passati appena quattro anni da quando, in Israele, mandammo un'Under vincente, spettacolare, votata all'offensiva. Ricordate? Era l'Italia dell'ex trio pescarese delle meraviglie Verratti - Insigne - Immobile, di Florenzi, Borini, Gabbiadini, Bertolacci... Non male, a rileggerne l'organico a distanza di tempo. Quella squadra si spinse, lo si è detto, fino alla finale del torneo israeliano. Due anni dopo le cose andarono peggio, ma la selezione estromessa al primo turno in Repubblica Ceca fu vittima più che altro di una sola partita sbagliata (la prima, con la Svezia) e delle reciproche convenienze di Portoghesi e svedesi nell'ultima gara del girone; e quella compagine espresse comunque gente come Zappacosta, Romagnoli e soprattutto Belotti, che da tempo vestono ormai l'azzurro della Maggiore, oltre a elementi rivisti nel torneo appena finito come Benassi, Rugani, Berardi e Bernardeschi.  Tutto questo per dire che i nostri settori giovanili e la vetrina dell'Under hanno lavorato piuttosto bene anche nei bienni precedenti a questo, nonostante le difficoltà, e quindi fare di quest'ultima Italia il simbolo di chissà quale rinascimento è una forzatura, tout court. 
RINASCITA A META' - Che poi, quale rinascimento? Come ho scritto fino alla nausea su questo blog, al rinnovamento dei ranghi, all'entrata in circolo di freschi prodotti del vivaio locale, saremmo arrivati per sfinimento, per inevitabile necessità, una volta usciti di scena i longevi vecchi draghi degli anni zero e una volta constatata l'inarrivabile mediocrità di tanti stranieri, fatti giungere nella Penisola solo perché acquistabili a prezzo ridotto. E' successo, alla fine, e tuttavia il rilancio del "prodotto interno lordo" è passato, nella stagione 2016/17, attraverso un ridotto gruppuscolo di club: diciamo Sassuolo, Milan, Torino e soprattutto Atalanta, e non ci sbagliamo. Riguardo agli orobici, ringraziamo mago Gasperini, ma se fosse arrivato il prevedibile esonero dopo quel terribile inizio di torneo, che ne sarebbe stato dei vari Conti, Caldara, Gagliardini e Petagna? Insomma, non mi pare di notare un'inversione di tendenza dovuta a un cambio di politica, a una progettualità sul lungo termine, come avviene in Germania (dove sui giovani si è cominciato a lavorare seriamente dopo la disfatta ad Euro 2000) e in Spagna. Si tratta di un fenomeno che ha tratti di estemporaneità ed è a macchia d'olio, non generalizzato: alcune fra le principali realtà del nostro calcio di club, penso a Roma, Napoli e Fiorentina, continuano a puntare con decisione sul mercato estero, mentre è già cara grazia che l'Inter abbia dato spazio al citato Gagliardini....
IL LAVORO DI VENTURA - Il parziale rilancio del calcio di casa nostra, sul piano della valorizzazione delle nuove leve, sta passando invece soprattutto dalle mani di Giampiero Ventura, che al contrario di alcuni suoi predecessori non solo recepisce in pieno le indicazioni dell'Under e del campionato in tema di giovani, ma è riuscito a dare un senso ai mal tollerati stages, facendone palestra per gli emergenti, una palestra talmente funzionale da avergli consentito di ripristinare la Nazionale sperimentale, retaggio del tempo che fu (per la quale, peraltro, si poteva trovare un test più probante del San Marino asfaltato poche settimane fa). Ecco, sul piano della rappresentativa maggiore sì che si può parlare di inversione di rotta decisa e convinta: ma se non ci sarà la collaborazione continuativa dei club, questa nuova tendenza rischia di afflosciarsi nel giro di pochi anni. 
IL BUONO DELL'UNDER - Torniamo all'ultima Under. Sono quasi tutti ragazzi che valgono, quelli messi insieme da Di Biagio: non c'è il fuoriclasse in grado di trascinare le folle (potrebbe diventarlo forse Bernardeschi, ma dovrà eliminare gli sbalzi di rendimento anche nell'ambito dello stesso match), ma un drappello di buonissimi giocatori che, se lasciati crescere con calma, potranno dare tanto al campionato e alla Selezione dei grandi. Penso ai centrali difensivi Caldara e Rugani (la futura terza linea juventina, e a Torino non avranno di che pentirsene, soprattutto il secondo ha classe da vendere), ai laterali Conti e Barreca, che sono stati spesso la marcia in più della squadra (e l'assenza del primo ha pesato tantissimo in semifinale), ai centrocampisti Benassi e Pellegrini (ma anche Gagliardini, se ritroverà le misure atalantine), al guizzante figlio d'arte Chiesa, peraltro in Polonia spentosi dopo un avvio promettente. Berardi lo attendiamo da anni e deve decidersi a uscire dal bozzolo, perché le qualità le ha ma finora sono andate troppo spesso "in sonno", mentre Petagna è al momento indecifrabile: ha delle giocate da campione vero, ma sbaglia troppo davanti alla porta e a volte si estranea dal gioco, come accaduto con la Spagna. In ogni caso, a tutti manca un cospicuo minutaggio internazionale, e non è poco, in rapporto alle esperienze già maturate da pari età di altre nazioni. 
SQUADRA NON AL MASSIMO - L'Italia non è mai stata al meglio fisicamente, e nella seconda gara con la Repubblica Ceca ha pagato certe scelte incomprensibili del cittì Di Biagio, che ha dato la stura a un massiccio turnover senza che ve ne fosse reale necessità, problemi di Caldara a parte. E, spiace dirlo, non è la prima volta che il nostro trainer accusa simili défaillance nella fase finale. Rimane però il fatto che i nostri hanno giocato una gara volitiva e brillante per un'ora contro la Germania poi campione, e un ottimo primo tempo contro una Spagna fortissima ma non inarrivabile. Solida, compatta, abile a chiudere i varchi e a riproporsi secondo la miglior tradizione nostrana, l'armata azzurra ha pagato, al cospetto degli iberici, una scarsa consistenza offensiva (mancava Berardi e Petagna era un pesce fuor d'acqua); nella ripresa, dopo aver subito lo 0-1 e l'espulsione di Gagliardini, aveva anche rimesso in carreggiata la gara con Bernardeschi, poi il fiato, l'inferiorità numerica e il superiore palleggio dei rossi hanno avuto la meglio. La squadra si è espressa complessivamente al 70 - 80 per cento del proprio effettivo valore: avesse dispiegato al massimo le proprie potenzialità, non avrebbe "ciccato" il secondo match, sarebbe magari arrivata in finale e poi chissà... Non ce n'erano di imbattibili, in questo torneo, e la Spagna, da qualche anno a questa parte, lo è solo a parole. 

domenica 4 giugno 2017

CHAMPIONS LEAGUE: JUVE TRAVOLTA DA UN REAL QUASI PERFETTO. GENERAZIONE BIANCONERA DI "INCOMPIUTI DI SUCCESSO"


La speranza, adesso, è che nessuno tiri fuori la tiritera dei "Galacticos" e dello "squadrone invincibile". In una finale di Champions League (torneo che nelle battute conclusive è da tempo terreno di caccia esclusivo dell'élite del continente) nessun gap tecnico potrà mai giustificare uno scarto di tre reti nel punteggio e, soprattutto, un abisso nelle espressioni di gioco come quello visto ieri sera a Cardiff. Ergo, quando si perde come ha perso la Juventus col Real Madrid, ossia nettamente sotto tutti i punti di vista, i demeriti degli sconfitti sono almeno sullo stesso livello dei meriti di chi si (ri)porta a casa la Coppa.
E' un ko pesante, che origina in primis dallo spogliatoio della Juve, da come è stata preparata e affrontata la sfida dell'anno, e forse affonda le radici ancor più in profondità, nel DNA di una generazione bianconera che si avvicina al tramonto agonistico senza aver saputo acquisire il quid per accostarsi ai colossi europei più vincenti. Ma la débacle coinvolge anche tutto l'ambiente-calcio italiano in molte sue componenti, soprattutto quella mediatica. L'esperienza mi dice: diffidare sempre delle vigilie un po' troppo inebrianti e ottimistiche, perché sono quasi costantemente foriere di cocenti delusioni. Non è una questione di scaramanzia, argomento che nemmeno mi sfiora: è semplicemente il rischio di avvicinarsi all'appuntamento con convinzione e carica eccessiva, finendo per sgonfiarsi come un palloncino al primo stormir di vento contrario. 
ERA UN SUPER REAL, MA NON TUTTI L'AVEVANO CAPITO - Non dico vi fosse aria di predestinazione, ma insomma... Il motto della settimana pareva essere: "Ci siamo, dai che è la volta buona". Il confine fra ottimismo e spavalderia è quasi sempre sottile, ci vuole un attimo a superarlo, con tutte le controindicazioni del caso. Certo è che la latente sottovalutazione del Real Madrid targato Zidane è stata palese. Eppure mai come in questa stagione europea le Merengues mi sono parse aver raggiunto la quadratura del cerchio, la fase di quasi assoluta perfezione di questa loro ennesima età dell'oro. Il doppio confronto col bel Napoli di Sarri è stato illuminante, in tal senso: poteva anche subire per un tempo intero, la "Casa blanca", ma limitava i danni  per poi uscire alla distanza e affondare l'avversario con colpi ripetuti e implacabili. Scena poi rivista anche nel turno successivo col Bayern Monaco. Insomma, un "equipo" che al pieno di classe aggiungeva una solidità tattica, fisica e psicologica tale da fargli superare tempeste autenticamente terribili. 
JUVE SUBITO DISINNESCATA - E' un copione che, tutto sommato e pur con qualche variazione, si è ripetuto pure al Millennium Stadium. Come tutte le compagini consapevoli di una certa inferiorità sul piano del talento complessivo, dell'esperienza e dell'abitudine alla vittoria, la Juventus è partita forte, cercando, se non di colpire a freddo, quantomeno di indurre i rivali a più miti consigli. Non c'è riuscita (grazie anche a una bella deviazione di Navas su staffilata di Pjianic), ha anzi preso gol sul primo affondo subìto, e già lì si è capito che i piani iniziali erano saltati. C'è stata una reazione puramente nervosa, che ha portato a un pareggio tutto sommato meritato, frutto peraltro di una estemporanea prodezza di Mandzukic. Ma già da qualche minuto molti ingranaggi torinesi parevano fuori fase: Higuain e Dybala davanti non avevano un briciolo dell'ispirazione dei giorni migliori, la difesa faticava a contenere certe incursioni in velocità dei detentori del trofeo. Prima dell'intervallo ha ceduto di schianto la cerniera di centrocampo Khedira - Pjianic, col tedesco che, semplicemente, non era in condizione di giocare una gara così importante e complessa, e il bosniaco che è scivolato fuori dal match quando avrebbe far dovuto sentire il peso dei suoi piedi buoni e del suo fosforo; sulle fasce, Alex Sandro si dannava, mentre Dani Alves, l'uomo chiave degli ultimi due mesi, palesava timidezze inusitate: un cross trasformato in un debole appoggio per la difesa avversaria, episodio in apparenza di scarso rilievo, era in realtà l'ultimo campanello d'allarme. 
CROLLO FISICO E MENTALE - Nella ripresa il crollo è stato completo: è parso prima di tutto un crollo fisico, l'handicap che troppe volte, in questi ultimi anni, ha frenato club italiani anche validi nelle loro campagne europee, cioè un palese deficit di condizione atletica rispetto ai competitors più quotati, una scarsa capacità di tenuta alla distanza. I ragazzi di Allegri nel secondo tempo non sono in pratica scesi in campo, l'acuto dell'1-1 li ha prosciugati. L'1-4 di chiusura è una fotografia crudele ma onesta della loro serata da incubo sportivo. E se le gambe non rispondevano più, anche il cervello è andato in black out, cosa ancor più clamorosa perché, se può non sorprendere un giovane Dybala schiacciato dal peso mentale della prima finale Champions in carriera, gli imbarazzi da debuttanti dei vari Barzagli, Bonucci e Chiellini paiono senza una spiegazione logica. Proprio loro, che desideravano quella Coppa più di ogni altra cosa. 
OSSESSIONE FATALE - Era diventata un'ossessione, un eccesso, ci si è pensato forse troppo, ma le ossessioni possono anche essere gestite in maniera positiva e dare i frutti sperati. In casa Juve non ci sono riusciti, perciò, spiace dirlo, occorre parlare di mezzo fallimento: perché la campagna acquisti estiva, per come si era sviluppata, aveva proprio la massima competizione europea come obiettivo. Poi certo, in finale bisogna arrivarci e dopo diventa un terno al lotto, perché in partita secca tutto può accadere, ma c'è modo e modo di perdere, e Buffon e compagni hanno scelto quello peggiore. 
ULTIMA OCCASIONE? - Già, Buffon:  ha visto sfumare una delle ultimissime occasioni per coronare il sogno di una vita in bianconero. E' questo un altro degli aspetti che portano  il bilancio ad assumere una tonalità rossa: il portierone, la B-B-C prima citata, ma anche Alves, Khedira, Higuain e Mandzukic non sono più di primo pelo, per loro ogni stagione diventa una scommessa: saranno ancora quelli dell'anno prima? Ecco perché, per "questa" Juventus, la Juventus dei sei scudetti consecutivi, la Coppacampioni 2016/17 doveva essere quella buona; non nel senso di una predestinazione, come detto prima: certe cose non esistono, nel football. Nel senso, invece, che il match doveva essere preparato meglio, con convinzione ma anche con la serenità di chi sa di poter gettare sul tavolo carte comunque importanti. Come due anni fa all'Olympiastadion, e anche peggio, rimane il dubbio che non si sia fatto di tutto per opporsi a rivali forti ma non inavvicinabili: gli imbattibili raramente esistono, nel calcio.
Che si potesse far di più lo dimostra la troppo stridente differenza fra Cardiff e le prestazioni fornite nei precedenti quattro match con Barcellona e Monaco, quando, in alcuni momenti, il team bianconero ha mostrato le stimmate del meccanismo perfetto, per organizzazione in campo, intelligenza e soprattutto approccio alle gare; c'erano queste cose, e c'erano anche i top player, il Dybala pulcino bagnato di ieri era lo stesso che qualche settimana fa aveva asfaltato il grande Barça... Nulla di tutto ciò è bastato, e la Signora, nella versione attuale, non ha saputo saltare il fosso, rimanendo una splendida piazzata, una "incompiuta di successo" (in campo internazionale). 
MARCELO, ISCO E UN SUPER CR7 - Tutto è sfumato a un passo dal traguardo, quando invece le armi in precedenza sfoderate dovevano risultare ancor più affilate. Poi, ripeto, il Real ci ha messo del suo per disinnescare una Juve che però, a parte due fiammate (l'avvio e la reazione al primo svantaggio) era caricata a salve. I picchi spagnoli? Un Marcelo indemoniato  e sgusciante come ai bei tempi, là sulla sinistra; un Modric che, oltre a confezionare l'assist dell'1 a 3, ha retto con ordine le fila della manovra ben coadiuvato da un Casemiro che ha sommato quantità, qualità e intraprendenza nelle due fasi; un Isco che ha più volte mandato a carte quarantotto le linee difensive italiane con micidiali incursioni e accelerazioni palla al piede, con quella proprietà di palleggio che rimane marchio di fabbrica della splendida scuola iberica anni Duemila.
Dulcis in fundo, beh, Cristiano Ronaldo. Fino a qualche tempo fa c'era ancora qualcuno talmente ardimentoso da sostenere che non segnasse mai gol importanti. Affermazione così surreale da non aver bisogno di smentite, tuttavia i due gol nei momenti topici del match (il primo a freddare i prematuri entusiasmi torinesi, il terzo a piazzare il ko), il peso offensivo, la concretezza, il piglio da conquistatore con cui il superbomber portoghese ha affrontato questo ennesimo, personale appuntamento con la storia, marcano la differenza fra i fuoriclasse assoluti come lui e i grandi campioni incompleti come Higuain. La stessa differenza fra il Real e la Juve dei sei anni, che da Berlino a Cardiff è cresciuta in talento ma non ha saputo acquisire la completezza e la maturità delle grandi europee. E ora tutto diventa difficile, perché si deve ripartire con gente fresca e uomini nuovi, presumibilmente a corto di esperienza internazionale. Auguri.
P.S.: A Torino, in piazza San Carlo, la foto delle scarpe rimaste sul terreno mi ha ricordato alcune drammatiche immagini dell'Heysel, senza mezzi termini. Il panico ha rischiato di creare un altro disastro di proporzioni inimmaginabili, e il numero abnorme di feriti lo dimostra in maniera inequivocabile. 

domenica 21 maggio 2017

CARO GENOA, MAI PIU' UNA STAGIONE COSI'. SALVEZZA RAGGIUNTA, MA IL FUTURO E' GRAVIDO DI INCOGNITE


Crederci era diventato difficilissimo. Troppi segnali negativi disseminati lungo un girone di ritorno terrificante, troppe inquietanti analogie con certe clamorose retrocessioni passate (in primis quella sampdoriana del 2011, che rimane dunque un fatto più unico che raro). Ma al di di questo, al di là dei corsi e ricorsi storici che lasciano un po' il tempo che trovano, a indurre al pessimismo era soprattutto il Genoa attuale, squadra che da mesi trasmetteva una costante sensazione di pochezza tecnica, tattica e soprattutto psicologica. Partite "facili", comunque abbordabili, che diventavano improvvisamente montagne impossibili da scalare, occasioni per fare punti gettate al vento con sistematica pervicacia, quasi un'incomprensibile ostinazione nel correre a perdifiato verso il baratro. 
TORO ONESTO E SENZA ACRIMONIA - Il Vecchio Balordo, bontà sua, ha saputo ribadire la sua unicità e imprevedibilità cambiando pelle nel giro di sette giorni, trovando, non si sa dove, le risorse per invertire la rotta e ribellarsi a un destino che pareva doverlo ghermire senza pietà. Quando tutto sembrava perduto, quando il trend negativo sembrava francamente impossibile da interrompere soprattutto dopo l'incommentabile suicidio di Palermo, l'undici di Juric ha scritto un finale diverso per questa temporada horror, ha ritrovato quantomeno lo spirito pugnace di chi sa battersi con onore nei bassifondi, e ha colto con merito la vittoria-sopravvivenza.
Toro privo di motivazioni, dite? Certo, come il Chievo che ha vinto a Marassi quasi senza forzare, come i rosanero ai quali è bastata la paperissima di Lamanna per fare bottino pieno. Era questo il problema: non c'è calendario favorevole che tenga, quando l'encefalogramma della squadra tende al piatto. I granata hanno fatto la stessa gara dei veronesi e dei siculi: nessuna porta spalancata, nessun "prego, si accomodi", ma un onestissimo impegno, senza acrimonia né bava alla bocca, come è normale aspettarsi da chi non si gioca più alcunché. Siamo in Italia, non in Inghilterra dove tutti combattono alla morte fino alla fine, e a me va benissimo così. 
LA SCONFITTA DEI POLEMISTI DA TASTIERA - Preferisco chi, in questo finale di torneo, si è battuto con generosità pur non avendo più obiettivi, a tutti coloro che hanno caricato il duello del Ferraris straparlando di vendette per torti passati del tutto inesistenti. Alle corte: nel 2009 i rossoblù non condannarono alla B i granata vincendo in Piemonte un match che per loro non aveva più significati di classifica; Milito e compagni si giocavano, pur se con poche speranze, i preliminari Champions, scusate se è poco. Questo vizio di interpretare arbitrariamente fatti acclarati per dare sostanza alle proprie teorie complottistiche sta cominciando a diventare stucchevole, nonché pericoloso per il futuro del giornalismo e del web.
E' BASTATO POCO - Il Vecchio Balordo si è svegliato in tempo, ci ha messo tanto cuore attutendo l'effetto degli errori di tocco e degli insormontabili limiti nella costruzione del gioco, ha azzeccato tatticamente il match, è stato cattivo sotto porta finalizzando due delle poche occasioni create. Tutto ciò è bastato anche perché le inseguitrici hanno dato a lungo il peggio, molto più di Simeone e compagni, prima del risveglio degli ultimi due mesi. Ma, riguardo al Crotone, ritengo più attendibili i 14 punti racimolati nelle prime 29 giornate, ossia nel pieno del torneo, rispetto ai 17 messi in cassaforte nelle successive 8 (prima dell'ovvio crollo allo Stadium) contro avversarie lontane da ogni traguardo.
In breve: se il team di Juric avesse affrontato Chievo e Palermo con lo stesso piglio sciorinato dai calabresi al cospetto delle varie Udinese, Sampdoria, Pescara, ecc., la paura della B sarebbe svanita con un anticipo ben più largo. Di certo c'è che un'annata così verrà a lungo ricordata con imbarazzo, da queste parti. Non per la salvezza affannosa, ci mancherebbe, un evento che in fondo fa parte del DNA del Grifo, e nemmeno per i due derby persi (il Genoa ne aveva vinti due su due nel 2008/09 e nel 2010/11, e addirittura tre di seguito fra il 2008 e il 2009...), quanto per il modo in cui si è spenta la luce, producendo momenti autenticamente mortificanti.
INCOGNITE SOCIETARIE - Mantenere la categoria era fondamentale. Perché una retrocessione non è un dramma, sportivamente parlando, e in tempi recenti ci sono passate quasi tutte le compagini di fascia media (eccezion fatta per i bianconeri friulani); ma poteva diventarlo per il club rossoblù, alle prese con una situazione societaria problematica. In questi lunghi mesi di crisi i vertici dirigenziali sono parsi troppo spesso assenti e distanti, non si è vista una strategia, il progetto tecnico ha perso consistenza; il tempo di Preziosi sotto la Lanterna è probabilmente giunto agli sgoccioli, l'intenzione di passare la mano è ormai stata palesata e la stampa parla di trattative in corso senza tuttavia fornire ulteriori dettagli. Con il Grifo in Serie A, con introiti ben superiori al contentino del famigerato paracadute, in definitiva con maggior appeal, l'arrivo di un nuovo proprietario dovrebbe risultare relativamente più semplice, o un tantino meno complicato... Se poi non si profilasse all'orizzonte nessuna alternativa attendibile, allora lunga vita al re dei giocattoli, che dovrà però cambiare decisamente registro.
GLI ERRORI DELLA STAGIONE HORROR - Questa stagione da incubo, per certi versi la peggiore che io ricordi da quando seguo il calcio e il Genoa (una trentina d'anni), è nata anche da un vistoso sbandamento societario, la sensazione di una struttura quasi in smobilitazione, scollata dalla realtà della piazza e da quella specifica della squadra, un netto calo di tensione che ha causato una sequela impressionante di errori. La gestione del mercato invernale rimane inaccettabile, non tanto per le inevitabili cessioni di Rincon e Pavoletti, quanto per altri due motivi: 1) Non aver trovato sostituti più o meno testuali dei due illustri partenti, lasciando scoperti ruoli esiziali; 2) non aver saputo cogliere le vere debolezze della rosa e agire di conseguenza. Fra dicembre e gennaio, la squadra aveva già perso la sua efficienza difensiva e imbarcava acqua a ogni piè sospinto, precarietà aggravata anche dagli infortuni di Perin (uno che conferiva sicurezza a tutto il reparto, parate miracolose a parte) e di Veloso (poco appariscente, ma fondamentale equilibratore della manovra).
 Ebbene, non si è preso un nuovo portiere titolare, virando su un Rubinho più che arrugginito e caricando tutte le responsabilità sul non eccezionale Lamanna, non si è rimpolpato il roster degli uomini di retroguardia (ricordiamo anche la spada di Damocle che pendeva sulla testa di Izzo, minaccia poi concretizzatasi), non si sono inseriti elementi di tempra e quantità nel mezzo affollando la zona nevralgica di trequartisti, incursori, "ragionatori", fantasisti leggerini e incostanti. Insomma, si è sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare, e anche di più. 
L'uscita di scena di Perin e Veloso, unici elementi autenticamente carismatici dello spogliatoio, ha fatto definitivamente perdere la bussola a un gruppo rivelatosi fragilissimo sul piano mentale. Perché precisiamo che questo Genoa non è tecnicamente scarso: gente come Burdisso, Laxalt, Cataldi, Rigoni, Pandev, Palladino, Simeone sa trattare il pallone, ha classe in discrete doti, sono uomini che avrebbero fatto assai comodo a Empoli e Crotone; ciò che mancava era la solidità "di testa", la "garra", lo spessore agonistico che consentono di venire fuori dai momenti più neri. E' parsa troppo spesso un'armata senza cuore né anima, quella ligure. E ci ha messo del suo anche Juric, che dopo l'avvio promettente ha sbandato mostrando tutti i suoi limiti di trainer all'esordio nel massimo campionato, dalla scarsa elasticità tattica a una gestione spesso discutibile degli uomini a disposizione, con scelte di formazione incomprensibili (il Pinilla del Barbera, i giovani confinati in un cantuccio). 
PIAZZA PULITA O QUASI - Senza lasciarsi prendere dall'entusiasmo per un traguardo minimo che di entusiasmante ha poco e che doveva arrivare assai prima, occorre entrare nell'ordine delle idee che del Genoa 2016/17 non c'è molto da salvare: un team costruito male e che ha reso ancor peggio. Sarà necessario attuare una campagna acquisti-cessioni molto movimentata, proprio come una neopromossa che ha bisogno di pesanti iniezioni di tonificante tecnico e caratteriale per restare a galla. E tutto questo avverrà, ripeto, in un contesto societario oltremodo incerto. Il timore è che senza cambi nella stanza dei bottoni, senza una svolta in senso finanziario, serviranno ancora imponenti sacrifici (leggasi: cessione dei nomi illustri, ridotti peraltro a una sparuta pattuglia dal progressivo depauperamento degli anni recenti) non compensati da rinforzi all'altezza. A meno che il Joker non ritrovi d'incanto lo spirito dei tempi belli e risorse fresche per ricostruire la sua avventura rossoblù su nuove basi, ma allo stato delle cose è ipotesi che non ha molte possibilità di concretizzarsi...
Si dovrebbe ripartire dai "ragazzi italiani" quest'anno un po' trascurati come Biraschi (emerso infine nelle ultime settimane), Beghetto e Morosini, da Izzo con squalifica ridotta, da Veloso se potrà rimanere, da Rigoni, da Ninkovic che tanto bene ha fatto nel girone di andata, e persino da Hiljemark, giusto per garantire un minimo di continuità perché non sarebbe né giusto né saggio buttare tutti a mare; ma poi? E come si potrà riuscire a trattenere Perin, Laxalt e Simeone jr? 
POVERA DS... - Sarà un'estate lunga, molto lunga, con lo sguardo rivolto più a Villa Rostan (sede del sodalizio) che alle trattative del calciomercato. Per il momento, prendiamo atto di questa salvezza senza gloria e dedichiamo un deferente pensiero alla Domenica Sportiva, che giusto una settimana fa ha lanciato dai teleschermi Rai, per bocca di Marco Tardelli, un sentito "Forza Crotone", cancellando definitivamente una storia, quella della trasmissione-mito della tv italiana, fatta di equilibrio e pacatezza. C'è poco da commentare, se non che una risata li seppellirà. Oppure potrei fare come fece Luca Goldoni sul Corriere della Sera del 1974 scrivendo del Festival di Sanremo, chiedendo l'abolizione della DS "d'autorità, senza bisogno di dispendiosi referendum". Un programma ormai fuori dal tempo, ma che per mantenere un minimo di credibilità dovrebbe affidarsi perlomeno a commentatori più equidistanti di quanto si sia dimostrato nella circostanza l'ex Schizzo mundial. Nella DS di Alfredo Pigna, di De Zan padre, di Ciotti e di Tito Stagno, nessuno avrebbe mai osato esporsi così per una squadra, dimenticando il rispetto per le altre. Del resto, opinionisti (curioso mestiere del ventunesimo secolo) non si diventa dall'oggi al domani, mentre nella tv del 2017 in troppi credono di esserlo, e perfino autorevoli. O meglio, sono i responsabili delle televisioni a farglielo credere, ed è ancora più triste. 

venerdì 19 maggio 2017

RECENSIONI TV: IN "FACCIAMO CHE IO ERO" IL TALENTO, LA GRAZIA E LO SPIRITO BAMBINO DI VIRGINIA RAFFAELE


Virginia Raffaele ha la grazia e il tocco leggero della comica di razza. Quella che sa far alternativamente sorridere, ridere, sganasciarsi ma anche riflettere, e che sa dosare accuratamente i vari registri, "shakerandoli" con perizia in cocktail quasi sempre equilibrati e riusciti. Ci ha abituati fin troppo bene, questa ragazzona "bella e brava" (come si diceva una volta), e ora ogni sua nuova esibizione viene attesa coi fucili della critica spianati. In fondo è giusto così, è il destino dei grandi essere sempre sotto esame da parte di penne severissime. "Facciamo che io ero" è il suo primo impegno televisivo autenticamente probante, è il debutto in Champions League: certo, oltre a mille altre cose, a un gavetta vera, a un tour teatrale trionfale (ma il piccolo schermo è una "bestia" completamente diversa), si è sobbarcata una settimana sanremese  poco più di un anno fa, che è già una prova del fuoco mica da ridere. Ma all'Ariston non era sola, era una delle protagoniste della kermesse (la più scintillante e la più in forma del cast, d'accordo). Quello partito ieri è invece uno show tutto suo, è lei la stella, è lei che catalizza onori e oneri. 
Un "quasi - one woman show", diciamo, perché nelle due ore e mezza on stage è coadiuvata da altri personaggi, e nemmeno pochi. Del resto non stiamo parlando di un'artista da monologhi - fiume, del Montesano o del Walter Chiari della situazione, ma di una performer che gioca su diversi terreni e che affida ben poco all'improvvisazione, necessitando per questo di strutture spettacolari non monocordi, ricche di parentesi e di momenti di stacco. Essendo quindi uno spettacolo lungo e composito, il suo, ha inevitabilmente dei picchi e delle piccole cadute di tono, peraltro poi immediatamente riscattate. E' fisiologico in certi eventi catodici. Ma ciò che conta è la bontà di fondo del progetto, la sua riuscita complessiva, e da questo punto di vista la prima puntata si presta a un giudizio nettamente positivo. 
Di format come questi, costruiti attorno a un unico divo, la Rai ne ha proposti a bizzeffe, a partire dall'inizio del secolo. Ma solo in questo mi par di intravedere quel tocco in più. Il tocco leggero di cui dicevo all'inizio, la grazia evidente in un  programma che la protagonista (coadiuvata dal suo staff autoriale) ha modellato su misura per se stessa. "Facciamo che io ero" è costruito addosso a Virginia, è un vestito che le calza a pennello; dentro ci sono la sua anima, la sua storia personale e professionale che, nel caso specifico, coincidono. C'è la genuinità di un talento cresciuto nel mondo circense e che ora a quel mondo vuol dire grazie, ad esso riferendosi in molti dei suoi interventi. C'è un entusiasmo autentico, "infantile" nel senso più positivo del termine, come può esserlo quello di una bambina che corona il sogno di ballare con un fuoriclasse della danza, nello specifico Roberto Bolle. 
Per tutto questo, lo show ha una sua storia, una sua sceneggiatura, una linea artistica nitida, e non è poco di questi tempi. Nulla stona, nulla sembra avulso dal contesto. Ogni ospite è presente in funzione della "stella": così Gabbani (altro giovane fuoriclasse che d'ora in poi sarà atteso da prove del fuoco sempre più severe) è un'ottima spalla per una Virginia - Fiorella Mannoia palesemente adirata per la mancata vittoria sanremese, mentre il co  - presentatore Fabio De Luigi dà il meglio nello sketch sul bacio cinematografico con Sabrina Ferilli (sempre Virginia, ovvio), caricatura alla quale si può perdonare qualche volgarità, perché poche parolacce sparse qua e là sono tollerabili in un contesto di grande eleganza, in cui la risata arriva attraverso altre strade; in cui il (sommesso) turpiloquio è solo un elemento fra i tanti e nemmeno il più importante, ma non certo il mezzo per fare centro. 
La Raffaele sa rinnovarsi e lancia anche in questa circostanza nuovi personaggi: detto della Mannoia, è parsa a fuoco anche la sua Bianca Berlinguer dall'ego un po' troppo pronunciato, ma forse è riuscita ancor meglio la scrittrice - critica Michela Murgia (la stroncatura della Divina Commedia è una piccola genialata), uno di quei casi in cui la "vittima" di satira beneficerà, verosimilmente, di quel bagno di popolarità che i riflettori televisivi del programma mattutino di Augias non potranno mai darle. Donatella Versace, invece, rende più o meno bene a seconda del contesto, della scrittura di quel particolare momento di spettacolo: con Gabriel Garko non sono state proprio faville, anche perché l'attore, nella circostanza un po' freddo e poco ispirato, non ha rappresentato la più efficace delle spalle comiche. La firma di Virginia c'è dall'inizio alla fine, anche nel ripescaggio dello storico ed esilarante sketch del provino con Lillo e Greg, a lungo partner artistici della showgirl romana; e ancora prima, in quel monologo sulla paura in tutte le sue sfaccettature, soprattutto le più odiose e inaccettabili. In quei pochi minuti senza trucco e senza maschere, la vedette della serata ha saputo dimostrare che si possono mandare messaggi positivi senza tromboneggiare, senza retorica né buonismo, ma perfino giocando sul sottile filo della comicità intelligente.