domenica 24 marzo 2019

VERSO EURO 2020: FINLANDIA BATTUTA, E' L'ITALIA DI BARELLA, BERNARDESCHI E KEAN, MA QUAGLIARELLA DEVE ESSERE TITOLARE


Ci sono partite che sarebbe ingiusto valutare solo in base al risultato e alla prestazione collettiva. Quella di ieri sera dell'Italia è stata tutt'altro che scintillante, al netto delle esaltazioni sopra le righe di certi cronisti, ma ha comunque lanciato segnali importanti, per il futuro prossimo e a medio termine. E' un'Azzurra che ha voltato definitivamente pagina, che ha sposato con decisione la linea verde senza però trascurare l'esperienza. A Udine, è stata soprattutto l'Italia di Barella, Bernardeschi e Kean, tre ruoli chiave che hanno trovato tre interpreti nel fiore della gioventù e già pienamente convincenti, ma anche di Quagliarella, uno di quei "vecchietti" fondamentali più che utili, perché possono essere, a un tempo, chioccia e arma in più. 
CONTRO IL CATENACCIO - Performance non brillantissima, si diceva; ma vedendo una Finlandia che per settanta minuti e oltre ha fatto catenaccio puro, arroccandosi in retroguardia, appiattendo la linea di centrocampo su quella difensiva, tornava alla mente un vecchio adagio calcistico: per giocare bene bisogna essere in due. Già: difficile fare del buon calcio contro avversari che badano solo a chiudere i varchi e a distruggere le trame altrui, ancor più difficile se si è una formazione in sboccio, in fase di costruzione, ancora non pienamente rodata e con diverse lacune da colmare. Oltretutto, quello del Friuli è stato in pratica un nuovo inizio: si tornava in campo dopo ben quattro mesi, una pausa agonistica assurda, che impone la necessità di rivedere il calendario internazionale per restituire qualche spazio in più alle rappresentative. 
PUNTARE SU QUAGLIARELLA, IN ATTESA DEI NUOVI - Ci eravamo lasciati a novembre con una squadra che aveva magicamente ritrovato un gioco plausibile, la capacità di manovrare in scioltezza e financo con eleganza, e che pagava però dazio a una scarsa efficacia al momento di finalizzare. Dopo tanto tempo, non era facile riallacciare subito le fila del discorso, e il campo lo ha confermato: il team di Mancini è stato in effetti meno pimpante, rapido, continuo e avvolgente in fase di costruzione, anche se l'impronta del cittì, tattica e di mentalità, si è comunque palesata. In altre parole, l'atteggiamento è sempre propositivo, ma è mancata l'incisività dalla trequarti in su, lo spunto in grado di abbattere la muraglia finnica.
LA LEZIONE DELL'ITALIA DI VICINI - Il problema rimane l'attacco: in attesa di recuperare Chiesa e di lanciare il meritevole Cutrone (che ha il gol nel sangue), era forse il caso di ricorrere subito a Quagliarella, che nello scarso minutaggio a disposizione ha confermato di attraversare una evidente seconda giovinezza, toccato dalla grazia: un colpo di testa neutralizzato da una prodezza del portiere, una staffilata di destro che ha scheggiato la traversa. Non avremo mai la controprova, ma fosse stato schierato dall'inizio si poteva forse realizzare un punteggio insperato. E' l'uomo che ci serve, in questo preciso momento storico, per superare le naturali difficoltà di certi elementi alle prime armi e ancora in imbarazzo sui grandi palcoscenici, e non sarebbe certo una sconfessione del progetto giovani che caratterizza l'attuale gestione azzurra: negli anni Ottanta Azeglio Vicini, nel periodo di rinnovamento del Club Italia dopo il fallimento di Messico '86, lanciò sì tanti talenti della sua Under 21, ma in avanti, nell'attesa che Vialli e lo stesso Mancini raddrizzassero la mira, si affidò al veterano Altobelli, che lo ripagò a suon di gol risultando decisivo nella qualificazione ad Euro '88. Lezioni da non dimenticare...
IMMOBILE: POCHI LAMPI - Senza il doriano, la prima linea ha vissuto delle accelerazioni di Kean, che nel secondo tempo ha sbagliato anche due assist importanti ma è costantemente stato nel vivo dell'azione, si è fatto sempre trovare pronto agli inserimenti e ha siglato con merito il primo gol "millennial" dell'Italia su cocciuta iniziativa di Immobile, peraltro l'unica vera alzata di genio del laziale, che per il resto si è mostrato poco lucido e poco ficcante come troppo spesso gli accade in rappresentativa. Continuo a pensare che non sia la soluzione ideale per l'attacco: oltre ai nomi prima citati, è da auspicarsi una risalita delle quotazioni di Belotti, in fase di ripresa dopo esser stato alle prese con una stagione assai complicata.
BERNARDESCHI ANIMA OFFENSIVA - Godiamoci anche Bernardeschi, plastico esempio di come l'esperienza a livello europeo sia fondamentale per uscire dal guscio e dare concretezza a doti tecniche già di prim'ordine. Lo juventino è stato il principale animatore delle offensive italiane, dai suoi piedi è partita l'azione del primo gol, suoi i due assist per le occasionissime di Quagliarella, e si era anche guadagnato un rigore piuttosto netto non visto dal direttore di gara... Dietro di lui, un Barella già califfo del centrocampo, positivo in interdizione e in rilancio e pronto ad andare al tiro (è toccato a lui sbloccare il risultato, con una conclusione dalla distanza deviata da un difensore). Nel triangolo della zona nevralgica, non altrettanto convincenti sono apparsi Verratti, sufficiente ma nella solita versione tricolore "minimalista", e Jorginho, che non è stato in grado di dare ordine alla manovra, commettendo anzi alcuni errori anche banali. Discreta prova del pacchetto di retroguardia, peraltro non eccessivamente sollecitato: Piccini (giusta conferma per un buon giocatore "dimenticato" all'estero troppo a lungo) si è mostrato sempre "sul pezzo" e ha anche sfiorato un bel gol al volo su traversone di Kean, Biraghi è partito col freno a mano tirato per poi aumentare la sua pressione sulla fascia sinistra, ma senza esagerare: ci si attende da lui maggiore coraggio nelle incursioni. 

domenica 10 febbraio 2019

SANREMO 2019: FINALE A SORPRESA PER UN FESTIVAL CONTROCORRENTE. NON SCANDALOSO IL SUCCESSO DI MAHMOOD, DELUSIONE PER NEK E TURCI


Ecco dunque la sorpresissima. Alzi la mano chi aveva previsto il trionfo di Mahmood. Io no, sinceramente, e del resto scripta manent. I favoriti erano quei "sei più uno" che avevo citato nei precedenti post (Ultimo, Volo, Irama, Nek, Arisa, Bertè e Cristicchi): l'exploit di "Soldi" è senz'altro uno degli esiti più clamorosi di sempre, nella storia del Festivalone. Per trovare una conclusione altrettanto stupefacente, spiazzante, inattesa, bisogna forse risalire al Sanremo del 1997, alla vittoria dei Jalisse. Dopo, si sono registrate altre medaglie d'oro insolite, penso agli Avion Travel del 2000 o alla coppia Giò Di Tonno - Lola Ponce del 2008, ma si trattava comunque di artisti big, con dignitosissime carriere alle spalle. Il ragazzo italo-egiziano, pur arrivando da diversi anni di "praticantato", è comunque alle prime armi sulle ribalte musicali che contano: il suo percorso sanremese può essere assimilato a quello di Annalisa Minetti, che nel '98 vinse il venerdì le Nuove proposte, si trovò sbalzata nella categoria regina e al sabato sbaragliò nuovamente il campo; la differenza è che, per questa 69esima edizione, la sezione Giovani è stata dirottata nell'anticipo di dicembre, un ridimensionamento che, come già sottolineato, ha tolto importante visibilità mediatica al vivaio rivierasco. In tal senso, si può dire che l'affermazione di Mahmood compensi almeno in parte l'ingiusto trattamento riservato agli emergenti, portando alla ribalta proprio un fresco esponente di quella categoria che un tempo era il vanto della kermesse, e oggi è invece vissuta quasi come un peso. 
VERDETTO CHE CI STA - Onestamente, trovo questo risultato assai meno scandaloso di altri maturati in passato: penso ai citati allori conquistati da Minetti e Di Tonno - Ponce, ma anche a quelli di Marco Carta e Valerio Scanu, che ancora gridano vendetta. Il pezzo di Mahmood mi ha colpito da subito: mai avrei pensato non dico al primo posto, ma nemmeno a un ingresso sul podio; lo accreditavo più che altro di un grosso successo lontano dall'Ariston, ossia vendite, streaming, rotazione radiofonica, perché è un brano fra i più contemporanei dell'edizione, dalla costruzione originale e valorizzato dalla particolarissima vocalità dell'interprete; un brano però martellante, con quelle trovatine testuali (le ripetizioni ossessive di "Come va, come va" e "Soldi, soldi", o il battito di mani) che servono a imprimere una canzone nella mente.
BUON MECCANISMO DI VOTAZIONE - Un'opera che, dicono i primi dati diffusi da mamma Rai, è stata spinta all'affermazione dalle due giurie "d'élite", ossia quella degli esperti (così è definita nel regolamento ufficiale, anche se in diretta è stata ribattezzata "d'onore") e quella della sala stampa, mentre i televotanti da casa si erano espressi massicciamente a favore di Ultimo. Trovo però che le polemiche abbiano poco senso: era peggio col Totip o con la classifica finale affidata esclusivamente agli sms. Il sistema di votazione attualmente in vigore, col suo complesso meccanismo di percentuali, pesi e contrappesi, calcolo di medie e quant'altro, è forse il più equo possibile, al momento. Modera il peso dei ragazzini e dei fans sfegatati che smanettano sugli smartphone, senza però dare un peso eccessivo ai suddetti esperti, che in un paio di edizioni passate hanno invece fatto il bello e il cattivo tempo sancendo verdetti giustamente discussi. Poi tutto è perfettibile, due cose in particolare: gli esperti dovrebbero essere veri addetti ai lavori, ossia musicisti, autori, compositori; riguardo alla giuria della sala stampa, se ne potrebbe fare tranquillamente a meno: i giornalisti dovrebbero valutare le canzoni sulle loro testate di appartenenza, e non condizionare l'esito della gara ligure.
ULTIMO DELUSO, MA SI RIFARA' - Ultimo l'ha presa male, e posso anche capirlo. Aveva un pezzo trasversale, scritto con un linguaggio diretto che arriva ai giovanissimi ma costruito su un impianto tradizionale che può indubbiamente piacere anche a un pubblico più agée, e oltretutto ieri sera ha davvero dato fondo a tutte le sue energie, con la migliore delle performance da lui offerte in questa settimana. Non vale la pena di incupirsi per un secondo posto che poteva essere primo, il giovanotto lo capirà col tempo: a Sanremo conta più il dopo che il durante, ossia gli esiti commerciali e i riscontri di popolarità, che non la graduatoria sul palco ligure. Il gradino più basso del podio rappresenta invece il massimo cui potesse aspirare Il Volo, e i tre ragazzi lo hanno capito, accettando il verdetto con sportività e, anzi, rallegrandosene. Sarà la tranquillità di avere comunque le spalle coperte da un curriculum artistico granitico e sempre ricco di prospettive... Fatto sta che "Musica che resta", canzone iperclassica nell'impostazione e con l'immancabile esplosione di voci nel refrain, ha una sua precisa dignità ma ricalca in buona parte lo schema vincente di "Grande amore", trionfante quattro anni fa; proposta scarsamente coraggiosa, dunque, per la quale il primato sarebbe stato eccessivo. 
BERTE': VA BENE IL QUARTO POSTO - A proposito di delusioni e contestazioni: francamente inaccettabile la reazione del pubblico dell'Ariston al quarto posto di Loredana Bertè. Anche in questo caso, il passato ci ha mostrato di peggio: andando a memoria, ricordo i fischi e le urla che accolsero l'esclusione di Renato Zero dal podio di Sanremo '93. Ma attorno alla cantante calabrese era stato scritto una sorta di romanzo con lieto fine forzato che, alla lunga, è stato francamente seccante: pareva scontato, e perfino doveroso, che dovesse ricevere un premio, o un posto sul podio. Ebbene poteva starci, ma anche no. "Cosa ti aspetti da me" è stata forse la proposta più felice del suo fitto e avventuroso cammino festivaliero, penso a incidenti di percorso come "Angeli & Angeli" del '95 o "Dimmi che mi ami" del 2002, canzone anche carina ma penalizzata da enormi problemi di esecuzione. Da qualche tempo, Loredana ha ritrovato una forma vocale più che accettabile, e lo ha dimostrato anche in questi giorni, ma da qui a far passare il suo pezzo per un capolavoro ci sta di mezzo il mare. Un'opera gradevole che, come nel caso del Volo, ha trovato a parer mio la giusta collocazione. 
NEK: ASSURDO PIAZZAMENTO - Ben altri sono stati colpi di scena di una finalissima a tratti imprevedibile, nello svolgimento e nelle conclusioni. Il diciannovesimo posto di Nek era oggettivamente impensabile: una bocciatura sonora per un artista che, dopo il poderoso rilancio ottenuto nel 2015 con la doppietta "Fatti avanti amore" e cover di "Se telefonando", puntava senza mezzi termini alla vittoria. Vittoria che a parer mio non sarebbe stata scandalosa, perché "Mi farò trovare ponto" ha la stessa forza d'impatto dell'inedito presentato nel primo Festival targato Conti, ed è stato accompagnato da una brillantezza e una sicurezza nella tenuta del palco che avrebbero davvero meritato miglior sorte. Accanto alla vittoria di Mahmood, è forse questa la più grande sorpresa di Sanremo 2019. Più nella logica delle cose il modesto piazzamento di Renga, con un brano in crescendo, interpretato al solito in maniera convincente, ma privo di quel tocco in più in grado di farlo spiccare su altre sue precedenti produzioni; "Aspetto che torni" è comunque di buona fattura, una ballata moderna con un testo tutt'altro che banale, che dovrebbe entrare senza problemi nel repertorio dell'ex Timoria. 
ARISA IN DIFFICOLTA', TURCI MERITAVA DI PIU' - Dispiace per Arisa, cantante che, al di là delle simpatiche bizzarrie del personaggio, nell'ultimo decennio ha conquistato la stima di tanti in virtù delle sue doti canore d'eccezione, voce cristallina, senza cedimenti. Ebbene, ieri sera questa perfezione si è dissolta: la povera Rosalba è incappata in una prestazione pessima, quasi in debito di ossigeno, e mi addolora sinceramente. Si è saputo poi che era febbricitante ed è stata quasi eroica ad affrontare la ribalta: si consolerà pensando di essersi resa forse più umana, e dopotutto la sua "Mi sento bene", così leggera e orecchiabile, dovrebbe avere lunga vita anche nelle settimane post festivaliere. Delusione anche per il sedicesimo posto di Paola Turci: "L'ultimo ostacolo" ha acquisito credibilità ascolto dopo ascolto, melodia malinconica a sostegno di un sentitissimo testo d'amore paterno, fra rimpianto e speranza: per lei, qualche difficoltà di canto per via di un ritornello impegnativo, ma anche un look sensazionale che ha messo in mostra un fisico ancora splendido e delle gambe indimenticabili. Sanremo è anche questo, no? 
CRISTICCHI, SILVESTRI, GHEMON: OPERE DI PREGIO - Cristicchi e Silvestri, quinto e sesto nella graduatoria definitiva, hanno fatto incetta di premi collaterali, e questo era invece prevedibilissimo. Per il cantautore romano siamo nei pressi del capolavoro, per una "Argentovivo" straniante, ruvida, vieppiù valorizzata dal lungo intervento del rapper Rancore. Simone ha portato una composizione delicata, di struggente poetica, anch'essa a suo modo originale, in quanto si regge quasi esclusivamente su un testo di altissimo livello, mettendo in secondo piano l'impianto musicale, ridotto all'essenziale. Alla lunga è venuto fuori Ghemon con la sua "Rose viola", pezzo di raffinate atmosfere; se proprio vogliamo stare a discutere di piazzamenti, fra i primi dieci avrebbe dovuto starci lui invece di Achille Lauro, che non ho trovato neppure tanto fuori dagli schemi; refrain martellante, citazioni a go go di grossi personaggi della musica, dello spettacolo, dello sport: cosa c'è di più convenzionale? 
NIGIOTTI E NEGRITA PROMOSSI - Mi ha piacevolmente colpito il morbido rock dei Negrita, con un testo di protesta che arriva al cuore e alla testa senza ricorrere a parole eccessivamente dure e taglienti, mentre l'ingresso nella top ten è un meritato premio per Nigiotti, e per la sua splendida dedica al nonno e a un mondo più genuino e a misura d'uomo, che ieri sera l'ha portato alla commozione. Nei bassifondi sono invece rimasti i giovanissimi Federica Carta e Shade, che però, scommetto, si rifaranno sul mercato. E questo dovrebbe proprio essere un Festival in grado di far vendere molti dischi, di ottenere visualizzazioni notevoli sulle piattaforme video, perché è stato costruito proprio per centrare questi obiettivi: sfondare sul piano commerciale, lasciare un segno nelle classifiche, traguardo che col primo Baglioni era stato raggiunto solo in minima parte. 
FESTIVAL - RIVOLUZIONE - Sanremo ha perso punti in termini di audience, ed era da mettere in preventivo: a bocce ferme, rileggetevi il cast, e ditemi quante volte, in passato, si è avuto più coraggio nello sparigliare a tal punto le carte di una manifestazione così saldamente ancorata alla tradizione. Quasi la metà dei nomi in concorso erano, questo è sicuro, sconosciuti o semisconosciuti al grande pubblico, quello che in linea di massima segue Rai 1; averli portati in prima serata, nell'evento musicale, televisivo e di costume dell'anno, è stato qualcosa di autenticamente rivoluzionario. Un patrimonio innovativo che non andrà assolutamente dilapidato, un solco sul quale occorrerà insistere chiunque sia il prossimo direttore artistico (da non escludere un Baglioni tris). Innovazione e audacia anche nei dettagli del linguaggio musicale: un po' di turpiloquio in più, ma senza esagerare, tanti riferimenti più o meno velati al sesso (nudità e far l'amore si sono sprecati, senza che nessuno se ne scandalizzasse). Ed è stato anche un Sanremo molto parlato e meno cantato, col definitivo sdoganamento del rap, che, ripeto, può piacere o non piacere ma è la realtà più "à la page" dell'attuale panorama canoro nostrano. 
IL FUTURO? SERENA E AMADEUS - Tutto questo contribuisce a rendere sostanzialmente positivo il bilancio del Festival 2019, facendo passare in secondo piano gli impacci della conduzione, Bisio e Raffaele col freno a mano tirato (con la povera Virginia costretta a tirar fuori in extremis le vecchie imitazioni per ravvivare un po' il palco), la scarsa vena degli autori. La sensazione è che il gruppo di lavoro scelto dal direttore artistico non abbia avuto il tempo materiale per mettere insieme un copione decente, e si sia aggrappato al pilota automatico dell'esperienza; ma il modello Festival del ventunesimo secolo richiede qualcosa di più, in tal senso. Sono tuttavia problemi contingenti e facilmente risolvibili, magari col ricorso a padroni di casa più brillanti e più adatti alla bisogna. Nomi per il futuro? Già fatti qui sul blog in tempi assolutamente non sospetti. La precedenza spetta a Serena Rossi e Amadeus, in attesa che maturi Federico Russo o che si trovi qualche altro "battitore libero" imprevedibile, un attore tipo il buon Santamaria ammirato nella sua apparizione di qualche giorno fa. Vedremo. 

sabato 9 febbraio 2019

SANREMO 2019, LA QUARTA SERATA: TANTI DUETTI PREGEVOLI, MA POCHI QUELLI DAVVERO INCISIVI. BENE SYRIA, SAVORETTI E ALESSANDRO QUARTA


Subito un paio di ringraziamenti: a chi ha inventato la serata dei duetti, ossia Paolo Bonolis e Gianmarco Mazzi nel 2005, e a chi l'ha ripristinata dopo alcuni anni in... frigorifero, ossia l'attuale direttore artistico Baglioni. Perché è un happening meraviglioso, una scheggia impazzita che rompe la liturgia pur sempre presente anche in un Festival controcorrente come quello di quest'anno. E' tradizionalmente la serata più varia, brillante e imprevedibile delle cinque maratone sanremesi, e anche stavolta non è sfuggita alla regola. Il livello delle inedite performance è stato in generale più che discreto, spesso buono, in alcuni casi eccelso. Il discorso cambia un po' allorché si tratta di valutare il valore aggiunto che queste esibizioni hanno effettivamente apportato alle canzoni in gara: in tal senso, mi sento di poter dire che pochi duetti sono stati veramente incisivi, accrescendo l'appeal dei brani in misura evidente. 
BRANI CHE BRILLANO DI LUCE PROPRIA - Intendiamoci: ciò non è necessariamente un male. Significa che le proposte selezionate per Sanremo 2019 sono in buona parte in grado di brillare di luce propria, senza bisogno di nuove voci, nuovi arrangiamenti, tocchi di originalità; che ieri sera non sono mancati, ma sono stati sostanzialmente funzionali alla buona riuscita dello spettacolo nel suo complesso, più che della gara tout court. Cogliendo fior da fiore, ad esempio, è risultata eccellente la fusione fra le voci di Irama e Noemi, così come i vincitori dell'anno scorso, Fabrizio Moro ed Ermal Meta, sono entrati in punta di piedi nei pezzi di Ultimo e Cristicchi, senza snaturarli ma fornendo comunque un contributo prezioso. 
PRESENZE ININFLUENTI - Francesco Renga, per aumentare la forza d'impatto di una "Aspetto che torni" dignitosa me non con le stimmate dell'evergreen, avrebbe avuto bisogno di qualcosa di più del sommesso intervento dell'autore Bungaro e del sostegno prettamente coreografico di Eleonora Abbagnato e Friedemann Vogel, così come i rapper Gué Pequeno e Rocco Hunt hanno "sovrastrutturato" e appesantito i pezzi di Mahmood e Boomdabash, di gran lunga migliori nelle versioni originali. Godibili e riuscite le abbinate Turci - Beppe Fiorello e Zen Circus - Brunori Sas, ma ininfluenti per la resa finale delle canzoni, così come la presenza di Nada al fianco di Motta, duetto che pure ha conquistato il successo di tappa sulla base di un verdetto discutibile, visto che l'esibizione dei due non è certo stata la migliore, sul piano tecnico, e nemmeno quella più coinvolgente.
L'ITALIANO DI HADLEY E IL VIOLINO DI QUARTA - Più di colore che di peso autentico, ma comunque apprezzabili, le ospitate di Cristina D'Avena, impeccabile nell'inserirsi nel dialogo a due Federica Carta - Shade, e di Tony Hadley, che col suo italiano stentato ci ha riportato ai tempi di Mal dei Primitives e di Rocky Roberts, ma che ha se non altro reso ancor più pimpante e allegrotta "Mi sento bene" di Arisa: migliorasse un po' la pronuncia, potrebbe proporsi in concorso nei prossimi anni, visto il rapporto privilegiato con l'Italia e l'affetto che continua a riscuotere dalle nostre parti. Gira che ti rigira, un reale quid in più ai loro compagni di duo sono stati in pochi a portarlo: su tutti, mi sento di citare il portentoso violinista Alessandro Quarta, talento clamoroso e animale da palcoscenico, che ha dato nuovo vigore e nuove vesti sonore a "Musica che resta", buona composizione di stampo tradizionale ma in sé poco coraggiosa, visto che ha totalmente mantenuto i ragazzi del Volo nel solco di "Grande amore", trionfatrice del 2015. 
SYRIA, SAVORETTI E IL RITORNO DEI SOTTOTONO - Importante anche la presenza di Diodato e dei Calibro 35 per aumentare l'avvolgente atmosfera di "Rose viola" di Ghemon, così come gli inserimenti di Jack Savoretti in "Solo una canzone" degli Ex Otago, binomio tutto "genovese" (Jack, per chi non lo sapesse, è tifosissimo del Genoa): il cantante anglo-italiano ha aggiunto grinta a un pezzo fin troppo soffuso e romantico. Syria ha dato calore e intensità alla canzone di Anna Tatangelo (ed anche sensualità: Cecilia è una donna che migliora col passare degli anni sul piano della fisicità, al di là delle sue indiscusse e sottovalutate doti canore), la particolare vocalità di Manuel Agnelli è stata comunque utile a Daniele Silvestri e Rancore, anche se "Argentovivo" non aveva particolare bisogno di maquillage, perché siamo di fronte a qualcosa di molto vicino al capolavoro. Ultime annotazioni: il piano di Paolo Jannacci ha reso ancor più struggente la poetica dedica di Enrico Nigiotti al nonno recentemente mancato, mentre la presenza di Giovanni Caccamo, pur minimalista, ha fatto prendere quota al duo Pravo - Briga, fino a ieri sera oggetto piuttosto misterioso del 69esimo Festivalone, discorso in parte applicabile anche a D'Angelo - Cori, grazie ai quali c'è stata la clamorosa ricomparsa su una grande ribalta di Big Fish e Tormento dei Sottotono, diciotto anni dopo la non felicissima esperienza del 2001. Un tocco di vintage in un Sanremo ultramoderno. 
PILLOLE DI ANNA E MELISSA - In una serata monopolizzata dalla gara parallela dei duetti, poco spazio per il resto. Più del comunque notevole mini-show di Ligabue, ha colpito il monologo di Claudio Bisio sul rapporto padre - figlio: un parziale riscatto di una prestazione festivaliera fin qui grigia da parte del comico piemontese, anche grazie all'intervento di Anastasio, fresco vincitore di X Factor, talento vero. E' proprio il Sanremo dei rapper: chi lo avrebbe mai detto l'anno passato, quando questa realtà, che piaccia o meno è colonna portante della musica italiana di oggi, fu praticamente ignorata? Riuscite le pillole di presentazione affidate alle due fanciulle del Dopofestival, Anna Foglietta e la stellina nascente Melissa Greta Marchetto, bellezza particolare ma che buca lo schermo, ragazza dalla favella facile. E c'è stato finalmente il breve ma sentito ricordo della tragedia del Morandi, nel giorno in cui è iniziata la lunga opera di demolizione di ciò che resta del ponte maledetto. Attendiamo fiduciosi anche due parole di commemorazione per Giampiero Artegiani, sensibile cantautore scomparso nel giorno di apertura della kermesse e finora menzionato solo in sala stampa. 
CHI VINCERA'? MISTERO... - Poche righe per stasera: poche perché il pronostico è quasi impossibile. I nomi dei favoriti sono sempre gli stessi: ieri ho citato il sestetto Ultimo - Irama - Nek - Volo - Arisa - Bertè, con possibile inserimento di Cristicchi, e rimango fedele a quanto scritto, anche perché le parzialissime classifiche rese note in questi giorni non consentono di avere un quadro d'insieme su chi sta davanti, chi indietro, e quali distacchi ci sono. Si brancola nel buio, insomma: "Mistero", avrebbe detto il Ruggeri del 1993, ma proprio per questo la lunga finalona di stasera dovrebbe risultare ancor più appassionante. 

venerdì 8 febbraio 2019

SANREMO 2019, LA TERZA SERATA: SHOW DI BUON LIVELLO. CONVINCONO VENDITTI E RAF-TOZZI, SERENA ROSSI MATTATRICE A TARDA ORA


Eppur si muove. Sanremo 2019 sembra essersi sbloccato, e ha proposto una terza serata dal notevole tono spettacolare, sicuramente la migliore di quelle finora andate in scena. Certo, anche stavolta non tutto ha funzionato alla perfezione (troppo lungo lo sketch dedicato a "Ci vuole un fiore", inutile la comparsata di Ornella Vanoni, anche se era gratis, come da lei sottolineato...), ma nel complesso le quattro ore di diretta sono state godibili e sostenute da un buon ritmo fino alla fine. Merito soprattutto degli ospiti italiani, va detto: a proposito dei quali continuo a pensare tutto il male possibile, ma, se proprio devono essere presenti, è giusto che lo siano come han fatto Venditti e il duo Raf - Tozzi, cioè con ampi ed emozionanti stralci del loro immenso repertorio. Ecco perché in un contesto del genere, di autentico e sentito omaggio al meglio della storia della musica italiana, è parsa ancor più fuori posto la presenza eminentemente promozionale di Alessandra Amoroso: fra l'altro un'interprete che ho imparato ad apprezzare dopo le perplessità iniziali, ma ciò non toglie che anche lei, come altri che l'hanno preceduta, avrebbe dovuto venire in gara; e in gara avrebbe dovuto festeggiare i suoi primi dieci anni di carriera, traguardo minimo anche se rilevante, soprattutto per una ragazza uscita da quei talent che sono spesso fucine di meteore canore. 
SERENA ROSSI: STUPENDA - Per questa serata intermedia, quindi la più insidiosa sul piano della capacità di tener vivo l'interesse, Baglioni e il gruppo autoriale hanno saputo giocarsi le carte vincenti, mettendo in campo vip fuori concorso di notevole appeal nostalgico. Ma, accanto ai suddetti mostri sacri, merita una menzione la stupenda Serena Rossi, ingiustamente confinata a tardissima ora con il suo omaggio a Mia Martini. Serena è un talento poliedrico, un'artista a tutto tondo, che sa fare tutto e lo sa fare bene, e personalmente non lo scopro certo oggi. Meriterebbe un Sanremo tutto suo, da padrona di casa e mattatrice: il sommesso consiglio a mamma Rai è di costruire un progetto Festival attorno a lei, nella certezza che verrebbe fuori qualcosa di riuscito e gradevole. Oltretutto, la sua commozione al termine dell'esecuzione di "Almeno tu nell'universo" è parsa autentica, e la sincerità dei sentimenti è un altro pregio di questo personaggio che è un patrimonio da non dilapidare, al quale mi sento di augurare il meglio possibile. 
EASY LISTENING - Una volta completato il secondo ascolto live dei brani in gara, si può trarre qualche conclusione in più. Sul piano generale, il pacchetto di proposte non manca di caratteristiche bizzarre e contrastanti: perché la direzione artistica della rassegna ha palesemente cercato l'innovazione, l'esplorazione di territori fin qui poco battuti; eppure, alla fine della fiera, c'è una quota di easy listening del tutto inattesa, in rapporto alla provenienza e alla cultura musicale di molti dei protagonisti. Ed è senz'altro un merito degli ultimi arrivati nel microcosmo Sanremo, l'aver saputo trovare una sorta di "compromesso minimo", cercando l'immediatezza delle opere senza per questo abbandonare la cifra stilistica di appartenenza: parlo di gente come Ghemon o Motta, ma anche di Mahmood e Boomdabash, portatori di generi non propriamente classicheggianti eppure candidati quantomeno al trionfo radiofonico. 
FRASI E PAROLE TORMENTONI - Si ravvisa insomma una certa orecchiabilità, ottenuta dagli autori anche attraverso la ripetizione martellante di certi temi, di certe frasi: dalla Rolls Royce di Achille Lauro ai "soldi soldi" del citato Mahmood, dal "non mi va" dei Negrita al "sono pronto" di Nek, fino al "non dormirò, non dormirò", di Nigiotti, giovane autore dalla vena fresca e genuina, che trova anche il modo di citare con grande sensibilità "ponti che crollano", ed era giusto che qualcuno lo facesse...
Sembrano piccolezze, ma anche queste piccole trovate servono affinché una canzone lasci il segno, valorizzando contenuti comunque di spessore. Trovate testuali di cui non ha avuto bisogno Simone Cristicchi, entrato quasi di soppiatto in questo Festival, dopo anni passati a calcare i palcoscenici del teatro di impegno civile e sociale, e all'improvviso ritrovatosi fra i favoriti per un exploit finale che sarebbe clamoroso; ma la sua "Abbi cura di me" è una composizione di intensa, struggente poesia, ben scritta e ottimamente interpretata; ecco dunque un altro artista a 360°, che in carriera ha saputo divertire con canzoni fortemente ironiche, e colpire al cuore e allo stomaco con testi di autentico spessore letterario, da "Ti regalerò una rosa" a quello appena proposto all'Ariston. 
I FAVORITI E I "CRIPTICI" - Detto questo, dovessi al momento azzardare un pronostico punterei sul sestetto Volo - Nek - Bertè - Arisa - Irama - Ultimo: sono tanti, a testimonianza di un equilibrio di valori che da tempo non si vedeva in Riviera. Irama racconta una storia fin troppo tragica (ragazza con gravi problemi cardiaci e per di più maltrattata dal padre alcolizzato), lo fa senza toccare le pregevoli vette di Cristicchi o di Silvestri, con linguaggio semplice, magari indulgendo fin troppo alla retorica, ma la sua "La ragazza con il cuore di latta" tutto sommato colpisce e funziona. Il vincitore dei giovani 2018 ha azzeccato una "I tuoi particolari" in perfetto equilibrio tra impianto musicale tradizionale e linguaggio contemporaneo. Non voglio assolutamente fare paragoni irriverenti e al momento improponibili, ma il suo modo di porsi non è poi molto diverso da quello del Ramazzotti della prima ora, un saper parlare alla propria generazione senza per questo risultare rivoluzionario e futuristico, "criptico" per gli ascoltatori un po' più in là con gli anni. A proposito di tradizione, è quella che ha sposato Francesco Renga nella sua "Aspetto che torni", intimista e di dignitosa caratura ma che, probabilmente, non gli consentirà di lottare per il trionfo di sabato. Rimangono avvolte da un'aura di mistero le canzoni di Einar e Anna Tatangelo, che al momento trovo di scarsa consistenza, quella degli Zen Circus, difficile da assimilare, la più complessa di Sanremo 2019, forse più da Premio Tenco, e per questo quasi un unicum nella storia del Festivalone; e poi le coppie Pravo - Briga e D'Angelo - Cori, che scontano finora delle performance tecnicamente non perfette. E stasera duetti, una delle più belle invenzioni sanremesi di inizio secolo. Da non perdere. 

giovedì 7 febbraio 2019

SANREMO 2019, LA SECONDA SERATA: LO SPETTACOLO STENTA A DECOLLARE, APPESANTITO DAI SUPER OSPITI. IN GARA BENE NEK E NEGRITA


Le precarie sorti di Sanremo 2019 si reggono quasi unicamente sulle spalle dei cantanti in gara e dei loro pezzi. Qualche decennio fa sarebbe stata un'ovvietà, ma da un po' di tempo non lo è più: da quando, precisamente, il Festivalone ha mutato pelle trasformandosi da gara musicale a show musicale, arricchito cioè da numeri di varietà e da ospitate più o meno clamorose. Un evento mediatico che, insomma, affida il suo successo televisivo più alla cornice che al quadro: solo che quest'anno la cornice sta palesando una debolezza in parte inattesa, relativamente ai padroni di casa, e in parte largamente prevedibile, pensando allo stracco cast di stelle fuori concorso in passerella. 
LIEVE CRESCITA - Anche la seconda serata, pur facendo registrare una lieve crescita qualitativa del livello spettacolare, ha comunque messo a nudo scelte infelici sul piano autoriale e la sostanziale, totale inutilità dei siparietti coi cantanti italiani non in gara, a proposito dei quali sarebbe opportuno scatenare una vera e propria battaglia, ma ne accennerò più avanti. Il trio di conduttori continua a pagare dazio: sottotono il direttore artistico, più che mai aggrappato all'incerta, ennesima esecuzione dei suoi classici, frenato un Bisio che appare come il classico pesce fuor d'acqua, mentre Virginia riesce a strappare la sufficienza grazie al talento e al mestiere (di buona fattura la sua dissacrante versione della Carmen di Bizet), ma non si può negare che ci si attendesse qualcosa di più anche da lei. 
LA SORPRESA PIO-AMEDEO - Peraltro forse ci siamo abituati male: non è Sanremo il luogo in cui personaggi come Bisio e Raffaele possono dare libero sfogo al loro estro, tanto più se sono chiamati in primis ad esercitare il ruolo di padroni di casa. Se devi presentare, diminuisce lo spazio da dedicare a ciò che si sa far meglio: paradossalmente, ma neanche tanto, meglio un quarto d'ora da ospite in cui fornire ampi saggi delle proprie doti da mattatori o mattatrici. Non a caso Virginia fece benissimo tre anni or sono, quando la responsabilità della conduzione era in larga parte a carico di Carlo Conti; e non a caso l'intermezzo più riuscito di ieri sera è stato, a tarda ora, lo sketch irriverente e fuori dagli schemi di Pio e Amedeo. Nello scarso appeal della "sceneggiatura" della kermesse stanno incidendo le scelte autoriali di cui si diceva: perché riportare sul palco Favino prima e Hunziker poi è stato un doppio autogol. I due anfitrioni del 2018 hanno infatti messo ancor più a nudo i limiti di quelli di quest'anno, con due apparizioni brevi ma portatrici di brio e brillantezza in serate assai monotone: in particolare, il duetto Bisio - Michelle in "La lega dell'amore" è stato forse il momento più saporito di queste prime dieci ore di diretta, ritorno di fiamma dell'antica, comune militanza sullo scanzonato palco di Zelig. 
LACUNE AUTORIALI E PREMI ALLA CARRIERA DISCUTIBILI - Scarsa fantasia anche nell'utilizzo dell'icona Pippo Baudo: non c'era davvero niente di meglio che rispolverare il ricordo della "canzone del secolo" proclamata nell'85 per consentire poi a Baglioni di eseguire, per l'ennesima volta, "Questo piccolo grande amore"? A proposito della quale Pio e Amedeo non hanno forse tutti i torti (lo dico un po' per scherzo un po' sul serio...): bellissima, intramontabile, stupenda, ma il troppo stroppia (fermo restando che per me non è nemmeno la miglior composizione del cantautore romano, ma qui entriamo nel campo dei discutibilissimi gusti personali). Per chiudere questa catena di strafalcioni, e pazienza se mi attirerò qualche antipatia: era proprio necessario assegnare il premio alla carriera a Pino Daniele, oltretutto quasi di soppiatto e senza omaggiarlo con qualcuno dei suoi splendidi brani?
Mettendo da parte la malinconia per un fuoriclasse che ci ha lasciati troppo presto, e parlando in termini pratici, il compianto Daniele non ha mai messo piede a Sanremo in gara, e solo una volta in qualità di ospite. Fra chi invece ha concorso più volte, ottenendo anche notevoli successi, c'è ad esempio un altro campano, tal Peppino Di Capri, plurivincitore e pluripartecipante, che un riconoscimento di tal guisa lo meriterebbe senz'altro, così come altri personaggi che hanno fatto la storia di questa manifestazione, senza mai sottrarsi al brivido della tenzone canora. Non si tratta di fare gli snob e gli offesi verso chi dalla Riviera si è quasi sempre tenuto lontano, per scelta personale rispettabilissima: casomai è vero il contrario, ossia lo snobismo esiste verso tanti validissimi artisti che proprio grazie a Sanremo hanno costruito buona parte della loro carriera. Va bene Pino, insomma, per un trofeo che comunque non aggiunge alcunché alla sua grandezza, ma non dimentichiamoci di altri musicisti e cantanti amati e titolati (Zanicchi, Bobby Solo, Cinquetti, Don Backy, Leali, Fogli...).
NEK, VOLO E BERTE' PUNTANO IN ALTO - Serate come quelle di ieri e di oggi sono fondamentali per apprezzare maggiormente le caratteristiche e il livello delle opere in gara, dopo l'indigestione del gala di apertura. Le prime impressioni sono in buona parte confermate: Nek ha la canzone tormentone che può puntare alla vittoria, ma troverà temibili avversari nel Volo, che sono andati sul sicuro fornendo una versione riveduta e corretta di "Grande amore", italica melodia con spiegamento di voci nel ritornello, nel solco della tradizione sanremese, pertanto autorevole candidata all'alloro finale. Occhio però a Loredana Bertè, finalmente sul pezzo con una proposta d'autore, classica e moderna al contempo, e bene interpretata. Piace Arisa in vesti assai pimpanti e con echi di musical, oltretutto più umana del solito, avendo incontrato difficoltà di esecuzione forse per la prima volta nella sua lunga storia in Riviera. Difficoltà palesi anche per Paola Turci, frenata forse da malanni di stagione, ma la sua proposta non è male, anche se meno esplosiva e immediata della splendida "Fatti bella per te".
OTTIMO SILVESTRI, BENE I NEGRITA - Originale e ben scritta "Rose viola" di Ghemon, curioso il rock martellante di Achille Lauro, Silvestri ai massimi storici con un un racconto di vita teso, serrato, di quelli che lasciano l'amaro in bocca. Non orecchiabile, non radiofonico, ma non è detto che non possa godere di lunga e felice vita dopo i passaggi all'Ariston: di certo, entrerà a buon diritto nelle scalette dei live del cantautore, e credo gli porterà nuovi consensi. Non si sono avventurati per strade ardite i genovesi Ex Otago, con una ballatona romantica che sarebbe andata più che bene anche per i Festival anni Ottanta e Novanta (con la speranza che sabato il leader del gruppo ci sveli l'identità delle varie donne che abbraccia a fine performance), così come i Negrita, fedelissimi al loro stile ma assai convincenti con un morbido rock sostenuto da un testo di spessore, per un mix azzeccato che si imprime bene nella memoria. 
ABBASSO GLI OSPITI - Viva la gara, dunque, e più che mai abbasso gli ospiti italiani. Qualcuno mi dovrà spiegare, ma non riuscirà a convincermi, il senso di far venire Mengoni e Mannoia a presentare l loro più recenti o nuovi prodotti. Rispetto ai concorrenti, una disparità di trattamento inaccettabile, che la buona prova del vincitore del 2013, in ottima forma vocale, non può compensare: un'anomalia con esigenze più promozionali che spettacolari, alla quale il nuovo direttore artistico (se nuovo sarà) dovrà avere il coraggio di porre rimedio. Meglio allora, e lo avevo sottolineato già in fase di vigilia, il ritorno di Cocciante, che perlomeno un Sanremo lo ha fatto e lo ha vinto, nel '91, oltretutto sbaragliando una concorrenza monstre (Zero, Tozzi, Minghi, Bertoli... ), e che ha offerto un numero di peso, tratto dall'opera Notre Dame. Anche lui, però, sempre con la solita "Margherita" (oltretutto sbagliata da Baglioni nel duetto); ha un repertorio infinito, altre canzoni meravigliose: se al pubblico offri sempre le stesse cose trite e ritrite, si perde la voglia di scoprire il nuovo, si perdono gli stimoli per pretendere spettacoli più arditi e interessanti.