sabato 23 giugno 2018

RUSSIA 2018: GERMANIA COL FIATONE, RILANCIA IL SUO MONDIALE A FIL DI SIRENA. MA PER LOW ANCORA TANTI PROBLEMI...


Il successo sulla Svezia, in extremis e fortunoso il giusto, non cancella un'impressione piuttosto nitida: mai vista la Germania così in difficoltà nella prima fase di un Mondiale. Ci sono stati momenti duri, in passato, ma perfino un ko epocale come quello con l'Algeria nell'82 (la "Corea" dei tedeschi) venne assorbito con maggior disinvoltura. Questa sera, gli uomini di Low sono stati a lungo sull'orlo del baratro: e lo sono stati contro la Svezia, una compagine di cui, ahinoi, conosciamo fin troppo bene i pochi pregi e i molti difetti. E già: mai così vicina a una clamorosa eliminazione al primo turno, la Mannschaft; l'aver superato in quel modo un'impasse quasi fatale dovrebbe darle la carica sufficiente a battere con chiaro margine la Corea del Sud e approdare agli ottavi, ma occhio, perché la situazione nel girone F è molto fluida e, ad esempio, non è da escludersi un arrivo in tre a sei punti, con l'entrata in gioco dei vari coefficienti di spareggio, differenza reti et similia. 
GERMANIA SENZA EQUILIBRIO - Dopodiché, i problemi restano e andranno risolti. Strani davvero, questi campioni del mondo: sorprendentemente impacciati quando si tratta di equilibrare fase di offesa e di difesa, ciò che era stato uno dei loro punti di forza nella vittoriosa campagna brasiliana, facendone un complesso ai limiti della perfezione. La Germania con le quattro stelle, oggi, è in grado di elaborare manovre d'attacco belle a vedersi ma anche terribilmente incisive, come di prestare ripetutamente il fianco alle sciabolate in contropiede di avversari tecnicamente appena sufficienti: la classica, e nefasta, coperta corta. In tal senso, il canovaccio del match di Sochi è stato piuttosto elementare: ci si attendeva la partenza a razzo di Kroos e compagni e c'è stata. Casomai non era prevedibile che gli scandinavi si facessero così sollecitamente schiacciare verso la propria area. In quei primi minuti, sembrava davvero la partita di un gatto contro il topo, con l'illusione che il bunker gialloblù potesse cedere in breve tempo. Ma la Germania, oltre ad aver perso la sua storica compattezza, è anche assai più prodiga in avanti di quanto lo fosse quattro anni fa (cioè molto poco, se pensiamo che contro il Brasile concretizzò quasi tutte le occasioni create), e non è riuscita a cogliere da quel fiammeggiante avvio  il frutto di un gol anche meritato. 
L'OMBRA DI UN RIGORE E UN VANTAGGIO GIUSTO - L'assedio è durato poco: con l'avanzare dei minuti, ecco quasi una replica del match col Messico, solo coi tedeschi un po' più vivi e con il rivale di turno ancor più chiuso a doppia mandata. Ma il gioco dei detentori era accompagnato da scarsa lucidità, e la loro voglia di strafare consentiva alla Svezia di galoppare attraverso spazi insperati in fase di ripartenza. Su una di queste scorribande, Berg ha probabilmente subìto fallo da rigore in area, e col senno di poi possiamo ben dire che l'episodio abbia avuto un suo peso nell'andamento del match. Il gol di Toivonen prima del riposo, delizioso (e fortunato) pallonetto a scavalcare Neuer, era in fondo un giusto premio, per una Nazionale che aveva resistito alla tempesta iniziale prendendo poi le misure ai dirimpettai e sfruttandone il quasi inesistente filtro davanti alla terza linea. 
ALLA LUNGA, I LIMITI DELLA SVEZIA - Nella ripresa, stessa prevedibile sceneggiatura, solo che questa volta l'iniziale assalto all'arma bianca consentiva a Reus di trovare, sotto misura, la rete del pari. Qui sono emersi i limiti della Svezia: che ha una sola idea di gioco, ben precisa, rigida, dalla quale non deroga mai, e poi vada come vada. Contro l'Italia, nell'autunno scorso, le era andata bene, e lo avevo scritto qui sul blog, forse l'unico sulla Penisola a parlare di risultato almeno in parte bugiardo a proposito di quello sciagurato playoff: persino quel team azzurro, così in ambasce e così male assemblato da Ventura, aveva avuto una serie notevole di palle gol per sistemare la questione a Milano, dopo aver sfiorato il pari anche a Solna (legno di Darmian) nonostante una prova assolutamente grigia e incolore.
Il giochetto stava riuscendo in maniera eccellente anche contro i... tetracampioni, ma quando si ha una squadra così povera di classe internazionale e tatticamente all'abc, il rischio è sempre dietro l'angolo: il rischio di non sapere approfittare del momento delicato di un avversario a un passo dal ko, mancando il raddoppio con Berg (testa e deviazione di Neuer), di non sfruttare adeguatamente gli spazi creati dalla superiorità numerica per l'espulsione di Boateng, e di commettere ingenuità come quel fallo sul lato sinistro dell'area all'ultimo minuto di recupero. Poteva essere una sentenza, se si dispone di tiratori come Kroos, e lo è stata. 
IRRIDUCIBILITA', FRA MERITO E FORTUNA - Certo, la Germania aveva avuto l'opportunità di passare anche prima, pensando al palo di Brandt (eccellente nelle vesti di subentrante: era andato vicino al colpaccio anche contro il Messico), alla paratona di Olsen sull'inzuccata dell'anziano Gomez a colpo sicuro, e a un erroraccio dello stesso Gomez quasi a porta vuota, ma, dal basso della sua ridotta caratura, la Svezia aveva fatto la partita perfetta, chiudendo gli spazi e tenendo costantemente in allerta i difensori avversari, fin quando le risorse fisiche l'hanno sorretta (battersi costantemente in trincea è dispendiosissimo, a gioco lungo). E torniamo al punto di partenza: parlare di successo un tantino fortunoso, visto quando e come è arrivato, non vuol dire che i vincitori abbiano rubato qualcosa. Sono stati "irriducibili", come si dice così spesso dei tedeschi e molto più raramente di altre Nazionali che pure lo meriterebbero (come dimenticare gli acidi riferimenti al "culo di Sacchi" di molti giornalisti nostrani, ai tempi in cui gli azzurri risolsero un paio di gare di USA '94 agli ultimi giri di cronometro?). 
PER LOW TANTI NODI DA SCIOGLIERE - Sarebbe stato sorprendente il contrario, del resto: che il carattere e lo spirito di reazione non manchino ai pedatori teutonici è cosa arcinota, così come è noto che il gruppo di Low possa esprimere un calcio enormemente migliore di quello visto stasera. E' stata una vittoria "di nervi", di cuore oltre l'ostacolo, ma troppi ingranaggi ancora non girano in un meccanismo che pare parzialmente inceppato: dove sono le alzate di ingegno di Thomas Mueller dalla trequarti in su, dov'è l'efficacia di Timo Werner, dove sono la continuità e il raziocinio del fenomeno Kroos nel reggere le fila della manovra? E siamo sicuri che l'estro intermittente di Ozil non possa tornare utile alla causa? La squadra ha problemi in tutti i reparti: più ballerina in difesa, meno attenta nella copertura al centro, ancora in cerca di una formula giusta per l'attacco. Ma poter affrontare questi nodi sulle ali di una vittoria, accompagnata oltretutto da un pathos al diapason, è sempre la miglior medicina. Ciò non toglie che mercoledì Germania - Sudcorea e Messico - Svezia ci regaleranno un finale thrilling, per un raggruppamento in cui, asiatici a parte, nessuno è perduto e nessuno è già al traguardo. 

venerdì 22 giugno 2018

MONDIALI 2018: ARGENTINA SULL'ORLO DEL BARATRO, MESSI PIU' VITTIMA CHE COLPEVOLE, SAMPAOLI NON ALL'ALTEZZA


Cominciamo dai freddi numeri. Scorrendo all'indietro la storia dei Mondiali, fino alla prima volta in cui venne messa in palio l'attuale Coppa FIFA (Germania 1974), un'unica squadra è riuscita ad approdare alle semifinali dopo aver conquistato un solo punto nelle prime due gare: la miglior Turchia di tutti i tempi, quella di Sudcorea - Giappone 2002. Questo per dire che per l'Argentina, dopo lo 0-3 di Niznji Novgorod, le probabilità di sfangarla non sono moltissime ma esistono, specie in un girone, dietro alla mattatrice Croazia, abbastanza equilibrato, con innumerevoli combinazioni e ipotesi di classifica finale, anche a prescindere da ciò che accadrà oggi fra Islanda e Nigeria. Non tutto è perduto, dunque, sul piano statistico e matematico; dopodiché, il campo ha mostrato una realtà ben più amara. Per la Selecciòn sarà più facile affrontare i croati che non gli islandesi, dicevano molti esperti alla vigilia: contro una compagine che non gioca un calcio difensivo, i sudamericani potranno manovrare in spazi larghi e trovare più agilmente la via della rete. 
Profezie scritte sulla sabbia. Ieri sera è andata in scena una delle versioni più dimesse di sempre della Nazionale biancoceleste. E buttare la croce addosso a Messi, pulcino bagnato, è esercizio crudele e gratuito: ormai appurato che non è un novello Maradona, cioè uno in grado di prendere per mano i compagni nei momenti più difficili e di trascinarli quasi da solo oltre l'ostacolo, onestà vuole che si getti uno sguardo anche a ciò che gli è stato costruito attorno. E qui entra in scena il buon Sampaoli, cittì dal look bizzarro e discutibile (l'ascendente sui calciatori dipende in parte anche dal modo in cui ci si pone e ci si presenta, e il responsabile di una rappresentativa così importante dovrebbe attenersi a criteri di eleganza e sobrietà antichi ma sempre validi). 
La sua Argentina è una squadra senza un'idea di gioco, e sembra aver smarrito anche quello slancio agonistico che la sorreggeva nei momenti più bui, vedasi un Mascherano ormai agli sgoccioli e non più collante tattico e caratteriale della formazione. Un undici tenuto in vita da qualche sporadica giocata dei migliori solisti: solo che chi è in grado di fornirle,  queste scosse elettriche, rimane troppo spesso ai margini. E' il caso di Higuain e Dybala: solo al loro ingresso in campo si è vista qualche trama d'attacco plausibile e insidiosa: poca roba, certo, ma con un minutaggio così ridotto, e in un contesto così precario, fare di più era difficile. L'ostracismo decretato ai due juventini è incomprensibile: sono pur sempre gli uomini di punta di un club che, negli ultimi due anni, ha ottenuto una finale di Champions sfiorando poi la semifinale nel modo che sappiamo. Prima del loro ingresso in campo, l'unica vera palla gol per i sudamericani era giunta su un pasticcio difensivo avversario, con Perez a calciare fuori praticamente a porta vuota. 
Sampaoli ha incassato una lezione di calcio non dissimile da quella che toccò al nostro Ventura nel settembre scorso al Bernabeu. La Croazia attuale somiglia molto all'Italia campione del 2006: compagine organizzata ed equilibrata, capace di difendere e di soffrire per poi sprigionare un gioco d'attacco a volte bello a vedersi, quasi sempre tremendamente efficace: facile, del resto, quando si hanno in rosa tanti piedi buoni, in primis quelli di Modric, uomo-squadra superbo (ciò che Messi non è e non sarà mai), capace di tessere gioco e di concludere con spunti individuali folgoranti. Non mi sorprenderei di trovare i biancorossi in semifinale, ma dovranno mantenere questo standard di rendimento. Ieri, sono stati facilitati da un'Argentina in profonda crisi tecnica, con un trainer che non ha ancora trovato la quadratura del cerchio tattico e che punta su uomini inadeguati alla ribalta mondiale (Caballero, Salvio, Perez, Acuna, Meza...). E che, come i suoi predecessori Pekerman e Maradona, non è riuscito a ideare una formula per valorizzare al massimo la Pulce: l'unico ad andarci molto vicino fu Sabella, che infatti nel 2014 si giovò di diversi gol e giocate decisive di Leo per portare una Selecciòn più operaia che spettacolare fino all'atto conclusivo. 

martedì 19 giugno 2018

FRANCIA 1938: OTTANT'ANNI FA IL SECONDO TITOLO MONDIALE DELL'ITALIA DEL CALCIO (2)

                           Italia e Ungheria schierate a centrocampo prima della finale di Parigi

In questa terribile atmosfera spazzata da venti di guerra sempre più violenti, con le tensioni politiche che avevano minato anche la serenità dello sport, prese dunque il via, il 4 giugno del 1938, la terza rassegna iridata della serie. L'Italia, ammessa di diritto in quanto detentrice, era la più autorevole candidata al titolo, non solo per prestigio e consistenza del palmarés ma per la continuità di rendimento ai vertici che aveva sciorinato nel quadriennio. C'è anche da dire, entrando in una valutazione tecnica della competizione, che il campo delle partecipanti era di livello qualitativamente inferiore rispetto a quello di quattro anni prima. Intendiamoci, stiamo pur sempre parlando di football di elevato spessore, ma i migliori valori del pallone anni Trenta si erano senz'altro dati convegno nel 1934 in Italia. 
DOLOROSE DEFEZIONI E VALORI EMERGENTI - Rispetto alla seconda edizione del torneo, era venuta a mancare l'Austria, per il triste motivo già detto; era fuori gioco anche la Spagna e anch'essa per una ragione tragica, la guerra civile che flagellava il Paese. Delle grandi tradizionali, oltre alla squadra azzurra, resisteva la Cecoslovacchia, che stava attraversando una complessa fase di rinnovamento ma rimaneva comunque competitiva, mentre si era alzato il potenziale dell'Ungheria, nella quale giganteggiava il fuoriclasse Sarosi, tuttofare ma principalmente grande animatore offensivo e goleador implacabile. Sempre rinunciatarie Inghilterra, Uruguay e Argentina, dal Sudamerica emergeva un Brasile sempre più credibile: la Seleçao stava completando il suo processo di crescita, che l'avrebbe presto portata ad esplodere a livelli stratosferici.
La grande incognita era la Germania: su un impianto di squadra già notevole, equilibrato e possente, aveva innestato alcuni elementi austriaci, grazie all'Anschluss hitleriano: i due blocchi si sarebbero fusi in un insieme invincibile o si sarebbero rifiutati a vicenda? C'era poi la consueta folta schiera di rappresentative della "classe media", compagini buone ma non eccelse, in grado di offrire l'exploit di un giorno ma non di imporsi sulla lunga distanza, su tutte la Svizzera, la Francia, il cui movimento calcistico era esso pure in espansione e nella circostanza poteva avvalersi dell'indubbia incidenza del fattore campo, e la Norvegia che aveva brillato all'Olimpiade '36, eliminando i padroni di casa tedeschi e impegnando severamente in semifinale l'Italia. 
DEBUTTO SOFFERTISSIMO - Proprio contro la Norvegia i campioni in carica esordirono, il 5 giugno a Marsiglia. E fu un esordio deludente: dopo un buon avvio coronato dal sollecito vantaggio ad opera di Ferraris II, e dopo alcune buone occasioni mancate per chiudere i conti, i nostri furono progressivamente messi in soggezione dagli avversari, complice la giornata poco felice della mediana e delle ali, Pasinati e il citato Ferraris II (gol a parte). I nordici colpirono due pali e Olivieri fu chiamato a diversi interventi risolutivi già nel primo tempo, poi, nella ripresa, i ragazzi di Pozzo sembrarono riconquistare il controllo della partita ma nella fase finale vennero raggiunti sull'1-1 da un guizzo di Brustad. In avvio di supplementari ci pensò Piola a rompere l'incubo e a promuovere l'Italia ai quarti, fra mille riserve. Opinione diffusa fu che i nostri avessero sbagliato approccio mentale alla partita, anche sull'onda di alcune amichevoli trionfalmente vinte nella fase di preparazione (6-1 al Belgio, 4-0 alla Jugoslavia). 
RISCATTO CONTRO GLI ANFITRIONI - Pozzo e i suoi meditarono sugli errori, il Commissario Unico operò tre sostituzioni, lasciando fuori il veterano Monzeglio, Pasinati e Ferraris e rimpiazzandoli con Foni, Biavati (al debutto in Nazionale A) e Colaussi, e da quel momento non ebbe più necessità di rimetter mano alla formazione. Nel quarto di finale contro la Francia padrona di casa, dopo un avvio equilibrato siglato da un gol per parte, gli italiani (quel giorno in maglia nera) presero gradatamente il comando delle operazioni, poggiando sul rigenerato centromediano Andreolo (unico oriundo della compagnia) e sulla solidissima coppia di terzini formata da Foni e Rava. Nella ripresa due acuti di Piola, a finalizzare splendide azioni manovrate, misero il sigillo alla gara e consentirono di contenere egregiamente la furente reazione dei galletti. Una partita bellissima, ben giocata da entrambe le contendenti, che gli azzurri si aggiudicarono non senza qualche patimento ma manifestando una netta supremazia di classe e di gioco nei momenti topici dell'incontro.
BRASILE SURCLASSATO - Fu nella gara coi transalpini che, di fatto, prese definitivamente forma la seconda Italia campione del Mondo. Modificato opportunamente l'undici di inizio competizione, saliti di tono alcuni elementi cardine, soprattutto i tre uomini della mediana che, all'epoca, era la zona chiave per il corretto funzionamento di tutto il meccanismo di squadra, rinfrancato il gruppo dopo i patimenti dell'avvio, la compagine azzurra lievitò a livelli di eccellenza. In semifinale, di nuovo a Marsiglia, si trovò di fronte il Brasile, che aveva avuto la meglio sulla favorita Cecoslovacchia in due durissime partite. I ragazzi della selezione sudamericana (priva del bomber Leonidas: acciaccato o tenuto a riposo, con decisione azzardata, in vista di una ipotetica finalissima?) mostrarono straripanti risorse fisiche e doti da giocolieri del pallone, peraltro piuttosto fini a loro stesse; i nostri prevalsero nettamente, sul piano tecnico e su quello tattico, per finezza di gioco e per capacità realizzative, tanto che alla fine il punteggio di 2-1 non disse tutto della superiorità di Meazza e compagni. Proprio il Balilla disputò una delle sue migliori gare in Nazionale, siglando il secondo gol su rigore (fallo ai danni di Piola) dopo che Colaussi aveva aperto le marcature con un meraviglioso tiro al volo, ma già nella prima frazione, chiusa sullo 0-0, i nostri avrebbero potuto passare con lo stesso Piola e in due circostanze con Biavati, mentre in tutto i novanta minuti Olivieri fu impegnato severamente non più di un paio di volte.
FINALE: APOGEO AZZURRO - Fu finale, dunque. Dall'altra parte del tabellone era emersa con merito l'Ungheria. Dopo il galoppo di allenamento nel primo turno con le Indie Olandesi (6-0), aveva superato la prova più difficile nei quarti, estromettendo la Svizzera che aveva clamorosamente eliminato al primo turno la deludente "grande" (?) Germania. In semifinale non c'era stata speranza per la Svezia, sepolta sotto un eloquente 5-1. L'atto conclusivo del torneo, allo stadio parigino di Colombes, si presentava piuttosto equilibrato, ma alla prova dei fatti fu una recita sublime degli uomini di Pozzo, probabilmente al loro apogeo quanto a pregevolezza di manovra e concretezza. Il primo tempo, in particolare, fu strepitoso, tanto da poter ritenere addirittura bugiardo il pur franco 3-1 con qui si andò al riposo. Segnò Colaussi, pareggiò Titkos a stretto giro di posta, poi i nostri si riportarono avanti con una rete meravigliosa, che in molti avranno avuto modo di vedere in un celebre filmato d'epoca: fittissima serie di passaggi fra Colaussi, Piola, Ferrari, Meazza e ancora Piola, e tiro risolutore di quest'ultimo. Arrivò poi il 3-1, firmato ancora dall'incontenibile Colaussi di questo torneo, e a corollario un legno colpito da Piola e altre occasioni mancate di un soffio dai vari Biavati, Ferrari e Meazza. Più equilibrata la ripresa, con gli azzurri in controllo (e altro palo, stavolta di Biavati), il miglior periodo ungherese che portò al 2-3 di Sarosi e il sigillo finale dello scatenato Piola, al quinto gol mondiale.
UN DECENNIO DI SUPERIORITA' - Poi, l'apoteosi, in chiusura di un torneo iniziato con affanno e finito con un crescendo rossiniano, ad opera di una squadra capace di impartire autentiche lezioni di calcio. Come dicevo nel post precedente, la seconda Coppa del Mondo giunse a chiudere un decennio di supremazia azzurra nel football internazionale. Dal '28 al '38, il bilancio parla di due Mondiali consecutivi, due edizioni di Coppa internazionale (progenitrice in scala ridotta del campionato europeo), un oro e un bronzo alle Olimpiadi. Inoltre, tante partire memorabili e campioni epocali lanciati nel firmamento del pallone. Il fatto, poi, che il successo parigino fu raggiunto con una rosa quasi totalmente rinnovata rispetto a quella del '34, fu la testimonianza più lampante della bontà di un vivaio eccezionalmente prolifico. A tal proposito, un'ultima annotazione importante: per l'Italia calcistica degli anni Trenta, gli oriundi erano solo un valore aggiunto, a volte importante, altre meno, ma comunque una percentuale assolutamente minoritaria al cospetto dei tanti eccelsi talenti germogliati nei giardini di casa nostra. Ricordiamo dunque la formazione vittoriosa a Colombes: Olivieri, Foni, Rava; Serantoni, Andreolo, Locatelli; Biavati, Meazza, Piola, Ferrari, Colaussi. Partecipi della grande conquista anche Monzeglio, Pasinati e Ferraris II. (2 - FINE).
La foto è tratta da "La storia illustrata della Nazionale", 1950

FRANCIA 1938: OTTANT'ANNI FA IL SECONDO TITOLO MONDIALE DELL'ITALIA DEL CALCIO (1)

                                Pozzo con la Coppa del Mondo, circondato dai suoi azzurri

Questo giugno 2018 è un mese ricco di ricorrenze fondamentali, per il calcio italiano. Ho parlato poche settimane fa dei cinquant'anni dell'unico alloro europeo azzurro, datato 1968. Ancor più importante è la celebrazione che cade giusto oggi: il 19 giugno del 1938, ottant'anni fa, la nostra Nazionale conquistava per la seconda volta consecutiva il titolo mondiale, coronando così un decennio che l'aveva vista affermarsi e consolidarsi come massima potenza del pallone planetario.
Parlare con enfasi di quei trionfi degli anni Trenta non sempre è facile, ai giorni nostri: si rischia sempre di passare per nostalgico di un'epoca che, sul fronte della grande storia, ha lasciato dietro di sé una scia di danni e lutti. Quando si ricordano le imprese di Vittorio Pozzo e dei suoi ragazzi, fin troppo spontaneo viene l'associazione mentale col Paese e col potere politico che erano rappresentati da quella squadra: ma l'Italia del '38, come quella del '34, meritano una trattazione squisitamente calcistica, perché quegli allori li raggiunsero in virtù di doti tecniche, fisiche e morali, con uno stile di gioco, una classe, un'organizzazione e un spirito agonistico che non trovavano pari, in quegli anni. 
NEL '34, UNA VITTORIA SOFFERTA MA MERITATA - Del trionfo romano nella seconda Coppa del Mondo, sofferto ma legittimo, parlai diffusamente in due articoli che scrissi nel 2014, in occasione dell'ottantesimo compleanno di quel successo ( qui il primo, e qui il secondo). Un successo che in tanti, soprattutto a posteriori, hanno contestato e tuttora contestano, perché ritenuto inficiato da qualche favore arbitrale di troppo e forse anche dall'influsso malefico dell'immanente presenza del Duce. All'epoca spulciai giornali del tempo e testimonianze successive, passando in rassegna commenti e cronache dettagliate dei vari match: l'impressione che ne trassi fu che l'Italia si era sì giovata di alcune spintarelle da parte dei direttori di gara, ma non più numerose né più gravi di quelle di cui, in tante edizioni della rassegna iridata, hanno goduto tanti padroni di casa; ma ciò che più conta è che, per il rendimento offerto sul campo, per la superiorità di gioco più volte espressa, per il numero di occasioni-gol create, i nostri meritarono comunque la conquista finale. Ad ogni modo, per i dubbiosi più irriducibili il quadriennio successivo fornì tutte le conferme richieste e non richieste. 
I LEONI DI HIGHBURY - Non ci fu riposo, per i freschi campioni del mondo: già nel novembre del '34 furono chiamati a un'epica sfida, a Londra, all'Highbury Stadium, contro i superbi inglesi, che si tenevano prudenzialmente alla larga dalla competizione iridata. Gli azzurri persero, ma disputarono una gara unanimemente lodata per slancio caratteriale e qualità di manovra: una doppietta di Meazza consentì di risalire dallo 0-3 al 2-3, dopo che Ceresoli, portiere che aveva preso il posto del grande Combi (ritiratosi), aveva già parato un rigore, e dopo che Monti, il centromediano, era già finito ko per una frattura a un piede, lasciando i suoi in dieci. Una prova che non è esagerato definire "eroica" e che ebbe vastissima eco sulla stampa e sui pochi altri media all'epoca disponibili. 
RINNOVAMENTO GRADUALE - Da quel momento, il Commissario Unico Pozzo iniziò un rinnovamento assai graduale, ma altrettanto profondo. Va ricordato che la squadra trionfatrice del '34 era piuttosto stagionata in diversi elementi: detto di Combi, che appese le scarpette al chiodo al culmine della gloria, anche Schiavio aveva dato l'addio alla Nazionale, mentre cominciavano ad accusare il peso delle tante battaglie i vari Ferraris IV, Monti, Allemandi, Bertolini. Ma il trainer non aveva fretta: sapeva che, per un periodo limitato di tempo, i suoi "pretoriani" gli avrebbero garantito ancora un buon rendimento. Si limitò a qualche "rimescolamento di carte", col ripescaggio di atleti che già avevano fatto parte del gruppo in passato (come Montesanto, Pitto e Serantoni), all'inserimento di meteore come l'oriundo Scopelli, e al lancio di soli due ragazzi destinati a scrivere a chiare lettere il loro nome nel libro azzurro: l'ala sinistra Colaussi e il centravanti Piola. L'esordio di quest'ultimo fu entusiasmante, in linea con un carriera che sarebbe stata onusta di gloria: una doppietta al Prater di Vienna, nel marzo '35, per la prima vittoria italiana in terra d'Austria. Era un match valido per la Coppa Internazionale, trofeo già vinto dai nostri nel '30 e che verrà riconquistato pochi mesi dopo, a novembre, grazie a un 2-2 casalingo con l'Ungheria. 
IL SORPRENDENTE ALLORO OLIMPICO - Seguì una fase interlocutoria, in attesa della disputa del torneo olimpico di calcio (ma ci fu l'esordio di un'altra futura colonna, Andreolo). A Berlino '36 l'Italia, nel rispetto dei regolamenti internazionali, si presentò con una rosa definita di "goliardi", formata da calciatori - studenti che mai avevano giocato in Nazionale A e in pochi nella B (Foni e Marchini), qualcuno militante in club di serie A ma perlopiù nelle divisioni inferiori. Una  rappresentativa messa insieme in maniera un po' ardita e avventurosa, che però, affidata alla sapiente guida di Pozzo, diventò un monolite e conquistò clamorosamente la medaglia d'oro. Alcuni dei giovani artefici di quell'impresa vennero in seguito provati nella Maggiore: Piccini e Marchini non durarono a lungo, ci fu qualche apparizione di Frossi, l'eroe della finale tedesca coi suoi due gol, mentre entrarono in pianta stabile nel gruppo i terzini Foni e Rava e il mediano Locatelli. 
PASSAGGIO DI CONSEGNE FRA DUE GRUPPI "MONDIALI" - Dopo l'alloro berlinese l'innovazione divenne dunque più profonda: in breve tempo, dei campioni di Roma '34 restarono solo Monzeglio, Ferrari e il sempre grandissimo Meazza. Dopo Piola, Colaussi e Andreolo, salirono alla ribalta giovani rampanti come i tre citati olimpionici e il portierone Olivieri, che non gode forse di grande fama "storica" in rapporto ad altri celebri numeri uno, ma che è da considerare uno dei più forti estremi difensori italiani di tutti i tempi. Et voilà, quasi senza accorgersene, con mano leggera come una piuma ma estremamente ferma e sicura, Pozzo aveva "rifatto" l'Italia, congedando dignitosamente il gruppo delle prime affermazioni euromondiali e affidandosi a una nuova nidiata di ragazzi, che mostrarono subito notevole efficienza nelle sfide di alto livello, andando ad esempio a infrangere un altro tabù, la prima vittoria sul campo della Cecoslovacchia, nel 1937. 
IL DRAMMA ANSCHLUSS - Eravamo nel frattempo giunti quasi alla vigilia della terza Coppa del Mondo, la cui organizzazione venne affidata alla Francia. Ma il clima politico a livello internazionale si era nel frattempo deteriorato: la Germania nazista di Hitler stava cominciando a dare segni di impazienza, e nel marzo '38 procedette senz'altro alla famigerata Anschluss, assorbendo l'Austria nel Reich. Sul piano calcistico, la diretta conseguenza fu la cancellazione della Nazionale danubiana, che per oltre un decennio, a cavallo fra gli anni Venti e i Trenta, era stata una delle più forti del Vecchio Continente, tanto da venir definita Wunderteam, squadra delle meraviglie. L'addio, Sindelar e compagni lo diedero in una malinconica amichevole non ufficiale proprio coi tedeschi, giocata in un Prater gremito e chiusa con una vittoria per due reti a zero, a ulteriore e definitiva conferma di quale fosse il rapporto di forza fra le due rappresentative. L'Austria, già sicura di partecipare ai Mondiali, venne così cancellata dal tabellone, e la sua avversaria negli ottavi di finale, la Svezia, si trovò promossa al turno successivo senza scendere in campo. (1-CONTINUA).
La foto è tratta da "La storia illustrata della Nazionale", 1950

venerdì 15 giugno 2018

MONDIALE RUSSIA 2018: SUPER RONALDO SALVA IL PORTOGALLO, 3-3 STRETTO PER LA RISORTA SPAGNA


Alla prima serata di gala del Mondiale russo, i protagonisti più attesi non steccano, Portogallo e (soprattutto) Spagna onorano la ribalta più prestigiosa regalando al pubblico un 3-3 da applausi. In un torneo iridato non è scontato che ciò accada: ne ho visti tanti di match di cartello deludere largamente le aspettative, soprattutto nelle prime giornate di gara, quando la tendenza, soprattutto da parte delle grandi squadre, è quella di giocare al risparmio conservando le energie per un cammino prevedibilmente lungo. E invece, tatticismo, chi era costui? La girandola dei gol inizia quasi subito, con il rigore (generoso) conquistato e trasformato da Ronaldo, e finisce con un'altra prodezza del Fenomeno (appellativo che merita lui come lo meritava il Ronaldo precedente, quello brasiliano), quando ormai la partita sembrava aver preso decisamente la via spagnola. 
SPAGNA SUPERIORE, ISCO FUORICLASSE - Nel mezzo, tante cose da raccontare. Con una sensazione su tutte, credo destinata a rafforzarsi col passare dei giorni mondiali: la Spagna è sempre forte. O meglio, lo è di nuovo, perché nelle ultime fasi finali affrontate, Brasile 2014 ed Euro 2016, aveva sostanzialmente trapanato l'acqua, mostrando di essere alla fine di un ciclo. Ebbene, "quel" ciclo è finito, sì, ma si è rigenerato risorgendo sulle medesime radici: molti protagonisti sono scesi dal palcoscenico, ma altri veterani hanno saputo mantenere un rendimento costante e mettere la loro sapienza calcistica al servizio dei nuovi arrivati.
Quel che si definisce una rivoluzione intelligente: Roja nuova per metà e forse più, ma coi suoi totem che non rappresentano le uniche ancore di salvezza a cui aggrapparsi, perché se Sergio Ramos continua a giganteggiare in difesa e Busquets a lavorare palloni su palloni, e se Iniesta accende con più frequenza del previsto i fari della sua classe purissima ma stagionata, il vero perno della Selecciòn è uno dell'ultima covata, quell'Isco che già ci aveva fatto piangere lacrime amarissime nel settembre scorso al Bernabeu. Siamo di fronte a un fuoriclasse autentico, un costruttore e un ispiratore dal palleggio finissimo, dal tocco preciso al millimetro: strappargli la palla è pressoché impossibile, le trame offensive iberiche poggiano in larga parte su di lui, e bene è andata ai portoghesi, se questa sera non è quasi mai riuscito a liberarsi al tiro: l'unica volta che l'ha fatto, con una volée di sinistro, è stata traversa piena.... Attorno ad Isco, comunque, una squadra che sa di nuovo imporre il suo dominio assoluto sul gioco, con un giro palla fitto e avvolgente ma in grado di assumere velocità micidiale, perché accompagnato sempre dalla massima perizia. 
Una Spagna fresca e sbarazzina che ha saputo ispirare un Diego Costa fino a stasera raramente travolgente in Nazionale: se il gol dell'1-1 se l'è costruito praticamente da solo, con un'insistita azione tutta di potenza (e forse anche con un falletto), il secondo lo ha visto finalizzare sotto porta un perfetto schema su punizione battuta da David Silva. grazie anche alla torre dell'onnipresente Busquets. 
SOLO RONALDO - Poi, ha trovato il gol uno dei "gregari" della squadra (ma ce ne sono davvero, di gregari, fra le Furie Rosse?), e che gol! Una bordata al volo di destro dalla distanza, che ha mandato in Paradiso Nacho e la Spagna. Da quel momento, la gara è parsa saldamente nelle mani di Ramos e compagni, che hanno mostrato di avere un'idea di gioco e di saperla sviluppare con efficacia. Se dall'altra parte non ci fosse stato CR7, avrebbero vinto, e sarebbe stato un verdetto del tutto legittimo. Ma, per l'appunto, c'era lui, che la partita l'ha pareggiata praticamente da solo: si è procurato un rigore, diciamo così, fortemente voluto e lo ha realizzato, ha assistito impotente e arrabbiato agli errori di Guedes, che ha sprecato due contropiede favorevolissimi, poi, dopo il primo acuto di Costa, ha riportato avanti i suoi con un sinistro dal limite e con la decisiva complicità di De Gea, che in questa sua apertura mondiale ha ricordato lo Zubizzarreta di Spagna - Nigeria '98. 
MOLTO DA RIVEDERE NEL PORTOGALLO - Nella ripresa i campioni d'Europa non sono pressoché esistiti: incassato un uno - due da k.o. nella parte iniziale del tempo, sono rimasti in balìa della superiorità spagnola, non dando mai l'impressione di poter cogliere il pari, fin quando Ronaldo si è preso un fallo poco fuori area e ha azionato il suo destro malefico beffando De Gea. Ecco perché è finita pari: perché Fernando Santos ha a disposizione il cinque volte Pallone d'Oro. Siamo di fronte a una dipendenza persino più spiccata di quella che aveva l'Argentina '86 nei confronti di Maradona. Oltretutto, il Portogallo sembrava voler gestire il sollecito vantaggio con un semplice "difesa e ripartenza", ma quando i citati errori in contropiede hanno fatto saltare il piano, la squadra non è sembrata avere valide strategie alternative.
Questo per dire che il risultato finale non rispecchia la disparità di valori vista in campo, e deve destar preoccupazione in campo lusitano, perché i fenomeni possono vincere o pareggiare da soli alcune partite, ma per fare bene in un torneo ci vuole un impianto di gioco ben definito, ci vogliono un collettivo funzionante e giocatori in grado di esprimere appieno il loro potenziale: giocatori che il Portogallo ha, visto che la finale dell'Europeo francese l'ha vinta in pratica senza il suo "dio". Ma alcuni degli elementi visti stasera non sembrano avere il peso necessario per fare i titolari in un Mondiale.