domenica 9 febbraio 2020

SANREMO 2020, LA FINALE: IL TRIONFO DI DIODATO E' IL SUCCESSO-RIVINCITA DEL VIVAIO SANREMESE. LIVELLO MUSICALE ALTO, VINCE AMADEUS, PERDONO GLI OSPITI ITALIANI E... I BOICOTTATORI


C'è solo da gioire se a vincere il Festivalone è un talento rivelato al grande pubblico dal vivaio sanremese. Sì, proprio quel vivaio così poco considerato e spesso visto come un intralcio, tanto che un anno fa, di questi tempi, era stato cancellato dalla kermesse di febbraio per far posto a una categoria unica di concorrenti, integrata da due giovani selezionati in autunno. E già: nonostante le perplessità, nonostante un'esistenza mal sopportata, il "settore Primavera" della rassegna ligure si conferma vivo e vitale, sfornando l'ennesimo trionfatore nella categoria regina: Diodato ha iniziato il suo percorso ad alto livello sul palco dell'Ariston nel 2014, con l'intensa "Babilonia", in una gara "mostruosa" che gli oppose gioiellini in sboccio come Zibba, Filippo Graziani e The Niro e che, invece, vide inopinatamente prevalere il modesto rap di Rocco Hunt. Due anni fa venne giustamente promosso Big in coppia con Roy Paci, e forse più allora che oggi avrebbe meritato la vittoria con la splendida "Adesso". 
NON E' DA EUROVISION? PAZIENZA... - E tuttavia, intendiamoci, nulla da eccepire sulla sua affermazione a Sanremo 2020. "Fai rumore" è una ballata ben scritta (soprattutto riguardo alle liriche) e ottimamente interpretata, un giusto compromesso fra classicismo e modernità: non propriamente originalissima, a parer mio, con vaghi echi di già sentito, e questo spiega le mie poche perplessità, ma lo stesso discorso si poteva applicare l'anno passato a "I tuoi particolari" di Ultimo, per esempio, poi diventata una hit di enorme successo. La palma conquistata dal cantautore valdostano è dunque il meritato premio e il coronamento di una crescita costante, avvenuta per lunghi tratti sottotraccia. Diodato è un artista che solitamente rifugge le luci dei riflettori, tanto che, personalmente, non l'avevo mai sentito così "ciarliero" come in questa settimana di gara. E' un autore ispirato e ricco di idee, con una "penna" mai banale e uno stile riconoscibile. C'è chi ha avanzato dubbi sullo spessore della sua composizione in chiave Eurovision Song Contest, ma l'importanza della kermesse continentale non ci deve portare a valutare le canzoni di Sanremo soltanto in questa chiave. Anche perché credo che tutte le nostre partecipazioni del decennio abbiano dimostrato come non esista, di fatto, la formula giusta per sbancare quello che una volta chiamavamo Eurofestival: non ha funzionato il bel canto all'italiana in salsa tenorile del Volo, non ha funzionato la bizzarria del Gabbani di "Occidentali's karma", ha solo sfiorato il successo la modernità spiazzante di Mahmood. Inutile dunque fare programmi, vada come vada, l'importante è l'immensa visibilità in grado di dare la vetrina internazionale di maggio. 
LE ECCELLENZE: ELODIE, TOSCA, GABBANI - Parlando di "internazionalità" della proposta, nel ventaglio sanremese ha prevalso forse quella di Elodie, esempio di assoluta contemporaneità impreziosita da richiami a certe sonorità dance di fine Ottanta - primi Novanta (la mia mente è andata alla produzione degli Inner City, li ricordate?). Su "Andromeda" si sente chiara e distinta la griffe di Dardust e del suddetto Mahmood, nuova coppia d'oro della discografia italiana e garanzia di successo in radio e nelle chart: è un brano trascinante e cantabile, interpretato da una cantante che ha portato sul proscenio ligure una carica di sensualità che raramente è riscontrabile in altre interpreti della sua generazione: francamente, se ne avvertiva il bisogno.  La ragazza, nel mio personalissimo cartellino, avrebbe meritato il podio come Tosca, il suo esatto opposto, orgogliosa portabandiera della tradizione melodica nostrana ad altissimo tasso di classe ed eleganza, in una magistrale "Ho amato tutto" dalla poetica struggente.
In ogni caso, le prime tre posizioni erano abbastanza prevedibili, compreso il boom dei Pinguini Tattici nucleari che affiancano Elodie nella casella "tormentoni festivalieri" e che hanno tenuto alto il nome indie sdoganato dall'exploit dello Stato sociale nel 2018. Fra Diodato e Gabbani, nella sfida conclusiva, avrei optato per quest'ultimo, se non altro per premiare una proposta maggiormente coraggiosa (anche in rapporto alle precedenti esperienze del toscano) e dall'architettura più complessa ma non per questo priva di efficacia. La medaglia d'argento è comunque un eccellente traguardo e un importante riscatto per Francesco, che si è ripresentato tirato a lucido dopo la troppo lunga pausa seguita all'ubriacante successo di tre anni fa, un'assenza (interrotta da un singolo non esaltante, pochi mesi fa) che aveva fatto temere una perdita di ispirazione: nulla di tutto questo, e anzi Gabbani è ormai un artista maturo, in grado di reggere alla grande il palco e di districarsi al meglio attraverso diversi registri stilistici. 
PELU' E IREK, VETERANI IN PALLA - Non mi ha sorpreso più di tanto l'esclusione dalla zona medaglie delle Vibrazioni, che, come Gerardina Trovato nel 2000, sono stati proiettati subito in testa dalle giurie demoscopiche per poi essere progressivamente retrocessi, conquistando comunque un quarto posto che è traguardo ottimo, per un brano non eccelso, che si inserisce nel solco del repertorio della band ma con una ancor più accentuata tendenza all'easy listening. Dovrebbe comunque avere lunga vita fuori dal contesto Festival, così come le proposte dei veterani Pelù e Irene Grandi: per certi versi spiazzante il debutto del rocker dei Liftiba, la cui "Gigante" ha una struttura sonora possente ed energica ma cede, nel ritornello, alla più "bieca" orecchiabilità in salsa sanremese (il che non è un male, intendiamoci), mentre l'opera griffata Vasco Rossi non è proprio immediatissima, ma ha un suo spessore e Irek, splendida cinquantenne, l'ha portata sul palco con una personalità e una carica degne dei tempi migliori. 
URSO FARA' STRADA - A proposito di veterani: inferiore ai meriti il piazzamento finale di Zarrillo, che ha sposato una ritmica sostenuta, lontana dalla sua matrice prettamente morbida e soffusa: un esperimento sonoro che ha ricordato le rinascite di Nek 2015 e Turci 2017, ossia un'opera impastata di suoni danzerecci Novanta style. Operazione riuscita solo parzialmente, ma ha colpito comunque l'intatta verve vocale del buon Michele, uno che in carriera ha sempre raccolto meno di quanto meritasse. In tema di vocalità, dovrebbe avere un futuro garantito il giovane Alberto Urso. Su di lui mi ero chiesto: seguirà le orme del Volo o quelle, non entusiasmanti, di Safina e Mazzocchetti? Il verdetto, per quanto mi riguarda, è incoraggiante: il ragazzo è un talento vero, ha una voce senza cedimenti, la sua canzone rientrava appieno nei canoni della romanza - pop e sinceramente non mi è parsa malvagia. Sono convinto che con un peso maggiore attribuito al televoto, avrebbe potuto ambire a una posizione di assoluto riguardo. E continuando a parlare di ex talent: per teenagers innamorati la proposta invero leggerina di Riki, il quale mi ha intenerito anche per l'utilizzo dell'espediente tecnico che ne "metallizza" la voce, nulla di nuovo per noi "anziani", un espediente del genere era stato usato persino in "Se io fossi un angelo", brano di  Lucio Dalla del 1986, nientemeno. Bel testo per una Giordana Angi penalizzata però da una canzone eccessivamente obsoleta nell'impostazione. 
ANASTASIO IL "CATTIVO", RANCORE "L'INTELLETTUALE" - Fra i rapper - trapper ci si aspettava, dopo tante assurde polemiche, uno Junior Cally scorretto e cattivo. Il ragazzo non ha più la maschera e, con essa, ha perso forse anche un po' di forza emotiva impattante, è stato normalizzato dalla grande macchina festivaliera, e ha portato in concorso un brano furbetto, martellante con quel ritornello ripetuto all'infinito, nonché moderatamente cerchiobottista con gli attacchi politici distribuiti equamente fra i due Mattei della politica italiana. Con un Rancore quasi "intellettuale" e dallo stile di scrittura assai articolato e fantasioso, alla fine la palma del rapper più arrabbiato è toccata al giovane Anastasio, che ha spruzzato di rock e piglio radiofonico una "Rosso di rabbia" che, ad occhio e croce, dovrebbe funzionare e accrescerne la popolarità. 
ACHILLE RE DELL'IMMAGINE, LEVANTE AUTRICE DI VALORE - A livello di performance sceniche, vince per distacco la coppia Achille Lauro - Boss Doms, bizzarramente fashion e glamour, un inno alla canzone - immagine come non si vedeva dai tempi del pancione della Bertè e delle tutine di Anna Oxa. Iconici, li ho definiti giorni fa, perché non c'è dubbio che le loro performance saranno cliccatissime sul web ancora fra svariati lustri: Achille ha così oscurato, forse scientemente, una "Me ne frego" che si inserisce nel solco di "Rolls Royce" ulteriormente accentuandone i suoni hard (personalmente ho avvertito riminiscenze dei migliori Van Halen); l'artista (ebbene sì, lo è) ha in scena una sfrontatezza e un istrionismo che lo candidano a sicuro protagonista dei prossimi anni. Di gran presa anche la coreografica prestazione di Gualazzi, benché di natura ovviamente diversa, incentrata sulle molteplici suggestioni che sa regalare la musica live, giusta cornice per una "Carioca" variopinta che ha confermato le poliedriche doti di Raphael, convincente e brioso anche sul piano del canto. Menzione finale per altre due fanciulle: il primato dell'easy listening più spinto spetta alla giunonica Elettra Lamborghini, quello della ricercatezza compositiva alla brava Levante, con una canzone tutt'altro che semplice sia a livello testuale che come costruzione complessiva, non a caso emersa solo dopo ripetuti ascolti e per questo penalizzata in graduatoria. Ecco un'altra ragazza che vale e che dovrà rappresentare un pilastro della musica italiana del domani. 
FUGA DI NOTIZIE - Si può dire che la serata finale di Sanremo 70 sia stata... modellata dai giornalisti. In quali in mattinata han fatto la voce grossa (non senza ragione) per l'estenuante lunghezza delle puntate, sottolineando il fatto che, per esigenze di stampa, avrebbero dovuto conoscere il nome del vincitore a un orario decente, diciamo entro l'una e mezza. Così è stato, ma qualche tv è venuta meno all'implicito impegno morale di non divulgare la notizia prima della comunicazione sul palco sanremese: il nome di Diodato ha preso a circolare sul web (ma anche in tv) con svariate decine di minuti di anticipo sull'ufficialità, una scorrettezza di cui la Rai dovrebbe chiedere conto ai responsabili. Un'altra caduta di stile di alcuni media, dopo la pessima figura rimediata l'anno scorso con le svilenti scene sull'esibizione del Volo. Per il 2021, sarà forse il caso di rivedere il ruolo decisivo attribuito alla sala stampa, che ha addirittura la possibilità di incidere, col proprio voto, sul verdetto finale del Festival, una cosa inconcepibile. 
SCALETTA VECCHIO STILE, FINALMENTE - Ma si diceva della scaletta, modellata in versione old style, con i cantanti in gara che si sono presi la ribalta succedendosi a ritmo sostenuto per poi dare spazio all'appendice dei fuori concorso, esattamente come si faceva, con grande successo, fino agli anni Ottanta. Amadeus e l'organizzazione ci sono arrivati, dulcis in fundo: certo aspettare la serata conclusiva per mettere la competizione al centro dell'attenzione è un po' tardi, ma apprezziamo la buona volontà. Rimane però il fatto che, su questo piano, l'attuale direzione artistica abbia riportato Sanremo a quanto accadeva prima delle gestioni Conti e Baglioni, quando la gara diventava spesso quasi marginale nell'ambito di una trasmissione che era soprattutto show televisivo. Un peccato, perché il livello complessivo della proposta musicale 2020 è stato più che buono, pur senza regalare picchi spiazzanti come lo furono il Gabbani 2017 e il Mahmood 2019. E resta misteriosa anche la gestione di quanto avvenuto dopo la sfilata dei 23 concorrenti, col minutaggio eccessivo riservato a Fiorello e quasi tutti gli sopiti (escluso Biagio Antonacci) concentrati a cavallo delle due di notte, con esiti oltretutto bizzarri, vedasi ad esempio l'apparizione un po' sopra le righe del tenore Vittorio Grigolo. 
OSPITI SGRADITI - Uno dei tanti ospiti di cui non si sentiva la necessità, e l'elenco, per questo festival, è lunghissimo. Da martedì a oggi, salviamo solo Emma per la bellezza dell'esibizione, la reunion dei Ricchi e Poveri per il peso storico dell'evento, la forza emotiva e l'impatto sociale delle apparizioni della coppia Gessica Notaro - Antonio Maggio, del rapper Paolo Palumbo e del ballerino Ivan Cottini, gli ultimi due strenui lottatori rispettivamente contro il mostro SLA e contro la sclerosi multipla. E poi gli stranieri Lewis Capaldi e Dua Lipa, molto meno il presenzialista Mika e i Gente de Zona, non propriamente famosissimi e buttati sul palco a un orario che non ha certo consentito di apprezzarne al meglio le doti. Tutti gli altri, tutti gli ospiti italiani venuti a fare promozione dei loro nuovi dischi o a riproporre stanchi pout pourri dei soliti, inflazionatissimi evergreen, restano brutte pagine di una kermesse che dovrebbe trovare il coraggio di dire no a certe inutili presenze, acchiappa audience ma ripetitive e ingombranti nei confronti di chi si dà battaglia per il trofeo. Tornando a Fiorello, dopo un avvio col freno a mano tirato, da mercoledì in poi si è gradualmente preso la scena, fino a debordare in un modo anche eccessivo, come appunto questa notte (ma l'ironia sull'abuso di autotune è stata oggettivamente centrata). Tuttavia non è giusto dire che il successo di Sanremo 2020 sia da attribuire a lui in toto: Amadeus ha dimostrato di poter reggere brillantemente la gestione di un carrozzone catodico così mastodontico, la sua conduzione non ha avuto sbavature, non ha annoiato e ha evidenziato abilità nel padroneggiare con autorità ogni singolo istante delle oltre 25 ore di diretta, compreso il passaggio più difficile, quello della fuga di Bugo. 
ANCORA SUL FATTACCIO BUGO - MORGAN - E' stata la pagina più triste e al contempo più surreale della rassegna. Lo confesso: non riesco a smettere di ridere riguardando il video del fattaccio, con Morgan che finge stupore chiedendo "che succede?" e che chiama il suo  ex amico come se stesse cercando un cagnolino ("Dov'è Bugo? Bugo?"). Uno di quei momenti che, senza tanti giri di parole, fanno anche la gioia dei cultori del festivalone, perché ne vanno a scrivere la storia minima, quella dei siparietti più sgangherati e improbabili. Chiusa questa parentesi "scorretta", però, rimane l'amarezza. Lette un po' tutte le ricostruzioni, non mi riesce difficile immaginare che, per quanto le colpe non siano quasi mai da una parte sola, in questo caso le responsabilità maggiori appartengano all'ex Bluvertigo: lasciamo giudicare ai lettori quanto sia professionale presentarsi sul palco di Sanremo con un testo modificato all'ultimo momento, un testo in cui si spara a zero sul collega.
 Un'alzata di genio che, pare, sia stata l'apice di un'avventura sanremese accidentata e sofferta, come dimostrato dalla tormentata gestazione della cover di giovedì, una "Canzone per te" che ha offeso la memoria di Sergio Endrigo, una performance imbarazzante che dovrebbe essere cancellata dalle Teche Rai, un "qualcosa" di indefinibile che non sarebbe mai dovuto arrivare sul palco della manifestazione più importante. L'errore di Bugo e del suo entourage, se ne vogliamo trovare uno, è che si doveva cercare di non giungere a Sanremo con tutti questi nodi da sciogliere, perché era chiaro che la bomba poteva esplodere da un momento all'altro. Siccome sono uno che non ama infierire su nessuno, nemmeno su chi lo merita, dico solo che Morgan ha bisogno di aiuto, perché è ormai totalmente fuori controllo: e fa solo il suo male chi mostra accondiscendenza nei suoi confronti, come tanti giornalisti, come ad esempio Red Ronnie (si veda su You Tube la loro telefonata notturna). 
CHI PERDE - Proprio Ronnie è uno dei grandi sconfitti di questo Festival, assieme a tutti i fautori di campagne pretestuose, a chi invocava odiose censure (la cosa più triste che possa essere concepita in un Paese civile del 2020, ancora più triste e inquietante se a chiederla sono degli artisti), a chi proclamava l'incapacità del direttore artistico (l'abbiamo visto, infatti), ai creatori inesausti di hashtag, a chi ha sentito costantemente il bisogno di farci sapere che non guardava Sanremo, quasi fosse un manifesto di superiorità intellettuale da sbandierare a ogni pié sospinto. Riprendetevi, ragazzi: la verità è che fate quasi tenerezza. Oltretutto hanno sbagliato quasi ogni valutazione (ah, il vizio di giudicare prima...), perché raramente si era visto un Festival così abile nel coniugare leggerezza e impegno, così inclusivo, così aperto a tutte le istanze (diritti dei disabili, parità fra i sessi, eccetera). Junior Cally è stato accolto persino con calore dal pubblico in sala, e le prese di posizione di cantanti mature e razionali come Irene Grandi e Levante hanno fatto giustizia di troppe parole male utilizzate. Il resto scompare, come dice la burrosa "Elettraaaa, Elettra Lamborghiniiii"... 

sabato 8 febbraio 2020

SANREMO 2020, LA QUARTA "NOTTATA": TIENE BANCO IL CASO MORGAN-BUGO, MA LA GARA E' DI SPESSORE. NANNINI E GHALI OSPITI: PERCHE'?



Bugo e Morgan hanno messo il pepe (e il veleno) nella coda della quarta serata - nottata del Festivalone. Quando ormai i galli si apprestavano a cantare, e già si sentiva il cinguettio degli uccellini sotto le grondaie, il fantasmagorico duo ci ha regalato un momento epocale, di quelli che resteranno per sempre nella storia della kermesse ligure. Breve riassunto per chi, comprensibilmente, era già nel mondo dei sogni: il leader dei Bluvertigo è entrato in scena con un pacco di fogli sotto braccio, evidentemente un nuovo testo per la canzone "Sincero", testo che ha iniziato a cantare senza remore. Frasi tutt'altro che carine, così è parso, nei confronti del collega, che ha preso cappello ed ha abbandonato il palco pochi istanti dopo l'inizio del brano. Dopo aver tentato inutilmente di mettere una pezza alla surreale situazione, un accigliato Amadeus ha fatto presente che i due incorrevano in squalifica automatica per abbandono, fatto mai avvenuto prima.
Probabilissimo, ma non certo, che l'esclusione potesse scattare in ogni caso, alla luce della radicale modifica delle liriche dell'opera: il regolamento, a una rapida lettura, non affronta infatti direttamente tale casistica, forse a dare per scontato, per mere ragioni di buon senso, che il brano presentato in concorso tale debba rimanere, in ogni sua caratteristica, fino alla fine dell'evento. In una sola parte delle "tavole della legge" si fa riferimento a una situazione analoga, laddove si dice che "durante la preparazione delle esibizioni, potranno effettuarsi adattamenti marginali alle canzoni in gara che, in ogni caso, non ne dovranno alterare il senso complessivo". 
CHE PIAZZATA! - Dubbi spazzati via, ad ogni modo, dal provvedimento pressoché istantaneo adottato dal direttore artistico, che giustamente non poteva accettare di vedersi rovinare un Festival fin qui impeccabile da una simile, incommentabile piazzata. Intendiamoci, di quanto avvenuto la Rai e Amadeus non hanno colpa alcuna, se non quella di aver concesso ulteriore fiducia a un personaggio come Morgan, notoriamente imprevedibile e fin troppo sopra le righe. Chiaro che l'intesa fra i due cantanti fosse compromessa già ben prima dell'abortita performance di questa notte, visto che Bugo ha esitato prima di seguire l'ex compagno sul palco. Interrompere un'esibizione e andarsene è qualcosa che fa accapponare la pelle, ma tenere i nervi saldi non era facile, di fronte alla trovata di un collega che dal canto suo deve aver passato un pomeriggio assurdo, impiegato a concepire nuovi e provocatori versi da sbattere poi in faccia al suo (ex?) amico. 
MARATONA CON OSPITATE INCOMPRENSIBILI - "Bene o male, purché se ne parli", recita un vecchio adagio dello star system. Sarà, e in parte è vero, perché questa scenata ha guadagnato ai due una visibilità che non avrebbero avuto, in una gara che li vedeva assoluti comprimari. Ma il rispetto per il lavoro proprio e degli altri, e quello per il pubblico, dove lo mettiamo? E quale futuro patron del Festival avrà il fegato di ridare una chance, l'ennesima, a Morgan? Bah! Fatto sta che da stasera si gareggia in 23: amen, anche se ovviamente non basterà a rendere più snella la maratona che ci attende. Per la quarta serata si sono sfiorate le sei ore di diretta, roba da Palarock anni Ottanta, per chi si ricorda quelle interminabili nottate. E anche ieri si è consolidata la struttura dello show qui già denunciata nei giorni scorsi. E' stata anzi esasperata, perché lo squilibrio fra le due parti della trasmissione è parso netto, lampante: la stragrande maggioranza dei concorrenti "buttata" in scena fra l'una e le due, a ritmo forsennato, mentre il "primo tempo" è stato costruito con poca gara e tanti intermezzi, da un Fiorello comunque brillante (e in pace "diplomatica" con Tiziano Ferro) a ospitate del tutto incomprensibili: sia Ghali, sia Gianna Nannini con Coez hanno fatto bieca promozione (la Gianna si è poi degnata di regalarci il solito pout pourri dei soliti grandi successi, niente di nuovo sotto il sole), mentre il loro posto sarebbe stato in competizione. La toscanaccia dovrà decidersi, prima o poi, come ha fatto il corregionale Pelù (e secondo me non manca molto, presto la vedremo nel cast dei Campioni, la butto lì), mentre il senso di un Ghali fuori concorso non c'è, non esiste, è una scelta i cui criteri restano inaccessibili per qualsiasi mente umana, e la speranza è che la sala stampa ne chieda conto all'organizzazione, di qui a domenica. Tutto questo mentre l'unica vedette internazionale della serata, Dua Lipa, è stata liquidata con poche battute. 
DOV'E' FINITO IL SANREMO INTERNAZIONALE? - Il mio Sanremo ideale, lo ribadisco, prevede cantanti italiani solo ed esclusivamente in gara, casomai con due - tre eccezioni per certi mostri sacri carichi di partecipazioni alla kermesse e di allori, che vengano all'Ariston ad essere celebrati e a ricevere giusti riconoscimenti, come i Ricchi e Poveri di mercoledì o come, anche, il Tony Renis appena visto; dopodiché, ospiti solo stranieri. Ce ne sarebbero voluti altri dieci come Dua Lipa, altroché: tanta nostalgia nel ricordare la galleria extralusso di star messa in piedi da Pippo Baudo nel 2002, con Alanis Morissette e Britney Spears, Anastacia e Shakira, Kylie Minogue e le Destiny's Child, solo per citarne alcune. A proposito: si dice sia questione di budget, di risorse economiche insufficienti a scritturare grandi nomi, però, da profano, mi chiedo ad esempio come mai, spesso, si vedano grandi popstar estere in una trasmissione come "Che tempo che fa": possibile che per il contenitore di Fazio e Lucianina ci siano maggiori mezzi di investimento? 
GIOVANI: GASSMAN, IL MIGLIORE FRA CHI ERA RIMASTO - Il caso Bugo - Morgan ha fatto ulteriormente passare in secondo piano, in sede di commento, la sfida canora. Meglio così, se ne parlerà più diffusamente domani, ma qualche annotazione va comunque... messa a verbale. Il girone dei giovani, il cui livello complessivo quest'anno non mi è sembrato particolarmente entusiasmante, è stato "azzoppato" fin dall'inizio dall'esclusione delle due proposte più interessanti, la vivace e colorata "Tsunami" degli Eugenio in via di Gioia e la possente "Il gigante d'acciaio" della coppia Gabriella Martinelli - Lula. Una volta messi alla porta questi ragazzi, il favorito non poteva che diventare Leo Gassman con un pezzo gradevole e intenso, moderno il giusto ma anche abbastanza sanremese, con un discreto tocco cantautoriale. Non è solo questione di cognomi famosi: l'Ariston ha visto sfilare altri figli d'arte di scarso talento, in passato, e li ha giustamente rimandati a casa senza rimpianti. Fasma ha portato quella radiofonicità commerciale che può piacere al pubblico giovane, mentre fra i due "impegnati" Marco Sentieri e Tecla ho preferito il primo, che ha affrontato un tema delicato con un taglio perlomeno insolito per certe ribalte, al contrario della ragazzina di Sanremo Young, il cui brano è parso terribilmente antico e demodé nella costruzione melodica. 
SPLENDIDA ELODIE - Capitolo Big: la giuria giornalistica non ha regalato particolari guizzi ed ha anzi confermato un forma mentis ormai nota, relegando in fondo alla propria classifica quasi tutti gli interpreti in quota talent. Fermo restando che col sistema di votazione multiplo previsto per la finalissima qualche sconvolgimento è ancora possibile, risulta difficile che il vincitore assoluto di Sanremo 2020 non esca dal gruppetto Gabbani - Vibrazioni - Diodato - Pelù - Pinguini - Tosca. Personalmente spero in una risalita di Elodie, la figura più fresca di questa edizione, sia musicalmente sia per presenza scenica: erano anni, forse dai tempi in cui esplose Irene Grandi, che il panorama canzonettistico nostrano non ci regalava un'artista così sensuale e glamour, capace di sprigionare fascino e femminilità da ogni lembo di pelle. Il che non oscura l'opera presentata, tutt'altro: "Andromeda" è stupendamente contemporanea, trascinante, abbina sonorità à la page e reminiscenze della dance primi anni Novanta, un mix esplosivo che, se non le regalerà il podio festivaliero, la proietterà senz'altro in alto in hit parade. E' cresciuta moltissimo Levante, con una prova vocale più convincente rispetto al debutto, mettendo in risalto la piacevole complessità compositiva della sua "Tikibombom", mentre il "Gigante" di Pelù, un rock trascinante con ritornello di grande impatto, può senz'altro ambire al bersaglio grosso. 
GABBANI GIGIONEGGIA, MA IL PEZZO C'E' - Legittime ambizioni anche per il bravissimo Diodato, per quanto "Fai rumore" non sia un esempio di originalità, ma è ben costruita e ottimamente interpretata. Mi hanno maggiormente convinto le Vibrazioni, con un pop genuino ed immediato nonché impreziosito, nella versione live, dall'accompagnamento dell'interprete della lingua dei segni. Ottime chance per il già plurivincitore Gabbani, la cui composizione è una delle più strutturate e coraggiose dell'intera proposta festivaliera, un testo al solito ricco di sfumature su un arrangiamento classicheggiante: ieri sera il toscano ha un po' gigioneggiato, evidentemente "gasato" dai consensi ottenuti nelle prime serate, ma può permetterselo. Infinite la classe e l'eleganza di Tosca, a valorizzare un brano che è esempio positivo di tradizione melodica tricolore ad altissimo livello, in vertiginosa ascesa i Pinguini Tattici Nucleari, degni eredi dello Stato Sociale, furbetto e martellante il rap di Junior Cally, mentre difficilmente si piazzeranno Rita Pavone e Alberto Urso, le cui prove sono state però da dieci e lode: impressionante, in particolare, la sicurezza esecutiva del giovane tenore, che "tiene" la voce anche scendendo in platea a cantare in mezzo al pubblico. Assai piacevole,sul fronte conduzione, la presenza di Antonellona Clerici, con la divertente trovata dell'Amadeus - segnalibro gigante. Nulla di che, ma una cosetta carina. 

venerdì 7 febbraio 2020

SANREMO 2020: SERATA COVER LUNGA E DIMENTICABILE. POCHE GEMME, DA TOSCA A DIODATO - ZILLI, DA GUALAZZI - MOLINARI A GIORDANA ANGI


La serata delle cover è ricomparsa dopo il salutare biennio "baglioniano" di pausa. Siamo sinceri: non se ne avvertiva la mancanza. Giustificata almeno in parte dalle esigenze celebrative del settantesimo compleanno, la rassegna di evergreen liberamente rivisitate non ha regalato momenti particolarmente memorabili, e del resto era prevedibile: se in tante edizioni, l'unico rifacimento ad aver avuto lunga vita fuori dall'Ariston è stato "Se telefonando" di Nek, un motivo ci sarà pure. Il fatto che le esibizioni di ieri debbano incidere sul risultato finale della kermesse rappresenta poi uno dei misteri poco gaudiosi di questo Sanremo 2020: chissà cosa diavolo è passato per la mente di Amadeus nel momento in cui ha deciso di inserire nel regolamento questo meccanismo che, più che astruso, definirei inconcepibile. 
LA SCONFITTA DELLA GARA - Il problema di serate come quella di poche ore fa, in ogni caso, è a monte. Quando questo Festival chiuderà i battenti, sarà d'obbligo prendere seriamente in considerazione un ripensamento generale della struttura, della costruzione dell'evento. Con la doppia sfilata dei big di oggi e domani le cose dovrebbero un po' migliorare, ma al momento posso dire, senza tema di smentite, che la kermesse numero 70 ci ha riportati indietro di almeno una decina d'anni, sul fronte della centralità della gara. L'importanza della ricorrenza e la necessità di allestire attorno ad essa uno show memorabile ha fatto un po' prendere la mano alla Rai e al direttore artistico in carica: il Sanremo in corso è un inno alle ospitate, alle passerelle fuori concorso. Non dico che si debba tornare alla formula in atto fino agli anni Ottanta, ossia prima tutti i cantanti in gara e poi appendice per le star "extra" nella seconda parte della trasmissione (formula peraltro efficace e apprezzata dal pubblico, anche se erano decisamente altri tempi e la battaglia dell'audience vedeva quasi sempre la tv di Stato vincitrice in partenza), ma non si può nemmeno esagerare nel senso opposto. 
STRUTTURA DA RIPENSARE - L'evento Festival 2020 è mal concepito, a livello di scaletta: ieri si è partiti forte con i concorrenti, poi un vistoso rallentamento, tanto che, per un largo tratto di serata, pareva fosse stata vietata per decreto l'esibizione di più di due Campioni di seguito; infine, una volta esaurita la sarabanda delle vedettes, dopo l'una di notte (l'una di notte!) è ricomparso il concorso, proponendo a tambur battente circa la metà degli artisti in lizza. Così, il messaggio che passa è duplice, e doppiamente negativo: ora che abbiam mostrato gli elementi di spettacolo importanti, togliamoci rapidamente il peso della gara; oppure: abbiam fatto tardi, ora sbrighiamoci e buttiamo sul palco uno dopo l'altro i concorrenti rimasti. In entrambi i casi, la Rai non ci fa una bella figura. Tutto questo lo dico a prescindere dagli esiti delle rilevazioni Auditel, sempre confortanti: il successo è scontato perché la concorrenza è quasi inesistente e, in ogni caso, lo spettacolo è di indubbia attrattiva, ma agli organizzatori piace vincere facile. Manca coraggio, il coraggio di fare una manifestazione più innovativa ma al contempo rigorosa, che valorizzi adeguatamente la sua ragione stessa di vita, ossia la competizione. Perché è incredibile: prima della kermesse si parla per mesi, per settimane del possibile cast, dei cantanti papabili per entrare nel listone, segno che agli appassionati fondamentalmente questo interessa, e poi, quando si inizia, i riflettori si accendono sul Sanremo inteso come varietà televisivo. E' una contraddizione in termini che Conti e Baglioni avevano in qualche modo risolto, e che finora Amadeus ha fatto tristemente ricomparire, e ciò rappresenta forse l'unica sua sconfitta (ma una sconfitta non da poco) in una rassegna per il resto bene allestita. 
TOSCA, MOLINARI, ANGI: OK - Scusandomi per il lungo ma necessario sfogo, mi accingo a parlare delle cover: una forma musicale da maneggiare con estrema cura, perché "come fai sbagli". Se sei troppo aderente all'originale mostri scarsa fantasia, se forzi troppo la mano della libera interpretazione diventi un profanatore di classici. L'ideale, in questa come in tante altre situazioni della vita, è la via di mezzo, e questo aspetto è una delle spiegazioni del successo finale di Tosca, che con Silvia Perez Cruz ha dato vita a una brillante rilettura spagnoleggiante di "Piazza grande", la quale peraltro già in originale si prestava a questa particolare rivisitazione. Tenete d'occhio la cantante romana, che ha raggiunto il vertice della maturità artistica e che sabato notte potrebbe ottenere un piazzamento insperato. L'orchestra, per l'occasione nel ruolo di giuria, ha assurdamente maltrattato lo splendido duetto Gualazzi - Molinari in "E se domani" (rivogliamo presto Simona in gara, due sole partecipazioni in curriculum per lei sono inaccettabili), e anche la sobria e intensa performance di Giordana Angi (coi Solis String Quartet) in "La nevicata del '56". Ha fatto molto discutere la "Vacanze romane" di Masini e Arisa, certo lontana dalla versione Matia ma che, nel complesso, mi è parsa rispettosa del capolavoro e dignitosamente interpretata, senza particolari forzature vocali. "Si può dare di più" a cura del trio Levante - Michielin - Maria Antonietta si è fatta apprezzare più per l'arrangiamento morbido che per l'impasto delle voci delle ragazze, mentre Diodato e Nina Zilli hanno offerto una rivisitazione pittoresca e di grande impatto visivo per "24mila baci".
BENE LA RILETTURA DI "LUCE" BY RANCORE - Merita tutto sommato l'inserimento nella lista dei promossi anche Paolo Jannacci in "Se me lo dicevi prima", resa molto efficace dal dialogo con Francesco Mandelli. Pur senza miracol mostrare, ha portato a casa la pagnotta Piero Pelù con una scatenata "Cuore matto", impreziosita dalla voce di Little Tony tratta dal filmato di Sanremo '67, una rarità recuperata dalle Teche tre anni fa di questi tempi. Eleganti pur senza guizzi Irene Grandi e Bobo Rondelli con "La musica è finita", meglio del previsto Achille Lauro, anche se "Gli uomini non cambiano" è stata portata in alto soprattutto da Annalisa, altra bravissima interprete che deve ritornare al più presto in concorso, speriamo già l'anno prossimo. C'è poi la parentesi dei rapper - trapper, che hanno scandalizzato i puristi: personalmente, anche se so di non trovare molti in accordo con me, non considero scandaloso che questi ragazzi diano liberissime interpretazioni dei classici, fino a inserirvi parti ex novo da loro concepite; il duetto Rancore - Rappresentante di Lista per "Luce" di Elisa, ad esempio, mi è parso originale e di notevole impatto, meno un Anastasio sopra le righe in "Spalle al muro" con la PFM, ma qui è questione di gusti. 
DELUDONO MINGHI, LAMBORGHINI, GABBANI - Il "buono" della serata, per quanto mi riguarda, si ferma qui, e non è molto: Alberto Urso poteva cantarsi da solo "La voce del silenzio" senza l'inutile apporto di Ornella Vanoni, Elodie troppo appiattita sulla versione originale di "Adesso tu", leggero e quasi inconsistente il medley dei Pinguini Tattici Nucleari, invece premiato dagli orchestrali, insufficiente "1950", non per colpa della Pavone che ha fatto il suo, quanto per un Minghi che, quando comincia a snocciolare in versione "accelerata" i versi delle sue canzoni, cosa che fa un po' troppo spesso, diventa perfino irritante. Il resto non ha lasciato il segno e non merita nemmeno la citazione, a parte il surreale duetto Lamborghini - Myss Keta che è stato una sfida all'intonazione nettamente perduta (per k.o., direi), e a parte l'evitabilissimo travestimento da astronauta tricolore di Gabbani per "L'italiano" di Cutugno. 
L'EROTISMO DI BENIGNI, LA PARLANTINA DI ALKETA - Non molto da dire anche sul "contorno": quasi mezz'ora di Benigni è un po' troppo anche per gli estimatori del premio Oscar, poche battute all'altezza del suo passato satirico, una pesante introduzione alla lettura di brani del Cantico dei Cantici, il che è stata invece una discreta trovata, che oltretutto ha portato erotismo puro (e di classe, di altissimo spessore letterario) in una prima serata (o giù di lì) della rete ammiraglia, cosa non da poco. Lewis Capaldi ha fatto respirare quell'aria internazionale che sta mancando tremendamente in questo Sanremo 70, Alketa Vejsiu ha mostrato genuino entusiasmo per il traguardo professionale raggiunto: parla a macchinetta come nemmeno il Claudio Cecchetto dei tempi d'oro, e potrebbe essere una soluzione da non scartare per la conduzione di una futura edizione, benché dopo il suo primo intervento un microfono lasciato aperto (ed è successo altre volte durante la diretta) abbia fatto intuire un rimprovero nei suoi confronti per l'eccessivo minutaggio che si era preso: ma non è certo colpa sua se lo show deborda fino alle prime luci del mattino... 
NERVI A FIOR DI PELLE - L'unica giustificazione all'ingaggio di Georgina Rodriguez è stata invece la possibilità di avere in platea Cristiano Ronaldo, presenza comunque d'eccezione. Giunge voce infine di un contrasto fra Fiorello (ieri assente) e Tiziano Ferro, che in chiusura di seconda serata se l'era bonariamente presa con l'entertainer siculo per l'ampio spazio occupato nello spettacolo. Addirittura, pare che Fiore abbia minacciato di mollare il carrozzone. Ipotesi inverosimile e poi rientrata con le scuse del cantante, però sintomatica dei nervi tesi di un'epoca in cui basta una battuta poco felice ma sostanzialmente innocua, e per di più pronunciata a tarda notte, per far saltare la mosca al naso anche a seri professionisti. Camomilla, please. 

giovedì 6 febbraio 2020

SANREMO 2020, LA SECONDA SERATA: RICCHI E POVERI E PAOLO PALUMBO SU TUTTI. GLI OSPITI OSCURANO UNA GARA IN CUI BRILLANO GABBANI, TOSCA E PELU'


"E il resto scompare". Parafrasando e forzando un po' il titolo del brano di Elettra Lamborghini, la seconda tappa di Sanremo 2020 ha offerto soprattutto due momenti ad alto tasso emotivo, di fronte ai quali le altre componenti dello spettacolo, per quanto fossero di spessore, sono passate decisamente in secondo piano. E' stata la serata dei Ricchi e Poveri tornati in versione originale, un colpaccio autentico messo a segno dalla direzione artistica, uno di quelli che ti fanno (in parte, molto in parte) rivalutare la sciagurata moda dei superospiti italiani; ma è stata anche la serata del rapper Paolo Palumbo, che sta affrontando la Sla con dignità e coraggio e la cui performance, ci giurerei, resterà nella storia della rassegna (e della Rai). 
RITORNO AL FEBBRAIO 1981 - Certo, sono stati due momenti diversi: di commozione e riflessione per il ragazzo disabile, un inno alla positività scevro di pietismo; di gioioso amarcord riguardo al ricostituito gruppo genovese. Evento, quest'ultimo, enormemente significativo per chi, come me, è patito (e un tantinello esperto, concedetemelo) del Sanremo passato e presente: perché, quando il quartetto ha intonato "Sarà perché ti amo", l'orologio è tornato indietro al pomeriggio del 7 febbraio 1981, giorno fatidico in cui tutto iniziò (o finì, a seconda dei punti di vista dei protagonisti), con Marina che si impuntò e riuscì a provare il brano assieme agli ormai quasi ex compagni, e alla fine, dopo una discussione davanti al giudice, dopo aver sentito gli esperti musicali, dopo un accordo tra le parti, la bionda accettò la separazione e il gruppo proseguì il suo percorso ridotto a soli tre componenti. Una prova generale di cui rimangono poche tracce fotografiche e alcuni secondi di ripresa video in un servizio televisivo dell'epoca. Una parentesi comunque antipatica per chi la visse, chiusa oggi definitivamente, probabilmente anche in forza di accordi economici, com'è sacrosanto, ma i sorrisi dei quattro mi sono apparsi più sinceri che di facciata, la sintonia nell'esecuzione degli efergreen accettabile, e, insomma, dopo quasi quarant'anni certi rancori si possono anche mettere da parte, per quanto dolorosi possano essere stati i fatti che li generarono. 
FESTA DELLA MUSICA ITALIANA, MA... - Ricchi e Poveri e Paolo su tutti, dunque, in una serata che, al solito, si presta a valutazioni di natura diversa. Sul piano qualitativo ed estetico, nessun dubbio che sia stato un happening di altissimo livello, una festa della musica e della discografia italiana che il pubblico televisivo ha mostrato di gradire oltre ogni aspettativa, visti gli stupefacenti numeri dello share. Un nutrito drappello di star della canzone nostrana degli ultimi venti - trent'anni concentrato sul palco dell'Ariston in una manciata di ore, da Zucchero a Massimo Ranieri, da Gigi D'Alessio a Ferro: cosa chiedere di più? Il discorso cambia radicalmente se si parla di durata e scaletta, ossia dei due punti interrogativi che avevo già messo in evidenza ieri. Altre cinque ore di trasmissione, troppo per una seconda serata festivaliera: era già tutto previsto? Perché la "Bibbia" Sorrisi indicava, sia per martedì che per mercoledì, la conclusione attorno alle 00.45; quindi, o Amadeus è diventato uno "sforatore di professione" che al confronto Pippo Baudo era un dilettante, oppure gli orari erano puramente indicativi, anche per... non scoraggiare i teleutenti. 
FIORELLO SHOW E GARA ALLE 22 - Troppa carne al fuoco, e non è la prima volta: ieri, poi, Fiorello ha gettato la maschera ed è stato autentico mattatore, salvo scomparire a notte ormai inoltrata, quando non c'era più bisogno di lui... Di culto il travestimento da Maria De Filippi e il siparietto dedicato alle "tipiche canzoni di Sanremo", ma c'è un ma: Nuove proposte a parte, per un'ora e mezza è parso quasi un "Stasera pago io" versione 2.0: un one man show di Rosario, gradevole finché si vuole, ma che ha fatto iniziare la gara dei Big alle 22 o giù di lì, e questo è inaccettabile. Negli ultimi anni il mantra sanremese è "la musica al centro", un motto per rispondere alle critiche di chi accusa la Rai di aver trasformato la kermesse in un mero varietà tv a carattere canoro. Ecco, che la musica sia stata al centro, alla fine della fiera, non lo si può negare, ma forse la frase andrebbe cambiata con un "la gara al centro". Insomma, sarò io troppo nostalgico e purista, ma Sanremo non dovrebbe essere innanzitutto una competizione fra canzoni? In queste prime due serate, e soprattutto in quella conclusa poche ore fa, la sensazione, netta, è che sia stata data assoluta precedenza ai fuori concorso, con gli ultimi Campioni confinati a orari indecorosi. E' una strutturazione del Festival che non accetto, non riesco ad accettare. Tuttavia, da stasera le cose dovrebbero cambiare: fino a sabato ogni puntata prevede in scaletta tutti i cantanti in lizza (e venerdì anche i giovani) per cui, o si finisce alle tre del mattino, o davvero occorrerà essere più rigorosi nella costruzione dello spettacolo. 
BENE GABBANI E PINGUINI, LEVANTE PROMETTENTE - Eccoci dunque a parlare dei pezzi, ai quali cercherò di dedicare più spazio nei prossimi giorni, quando col secondo ascolto dovremmo averne un quadro più chiaro. In evidenza Gabbani (non a caso primo nella peraltro prevedibilissima graduatoria della demoscopica), che ha messo da parte trovate bizzarre e spiazzanti per un'opera più classicheggiante, ma comunque non priva di originalità e indubbiamente ispirata. Pierò Pelù ha mostrato il volto tenero del rocker maledetto, con una "Gigante" possente il giusto e discretamente orecchiabile. Alla voce tormentoni, in prima linea i Pinguini Tattici Nucleari, la cui "Ringo Starr" potrebbe perfino correre per un piazzamento inaspettato, e la citata Lamborghini, con una canzoncina leggerina e da ballare in stile Festivalbar, testo ridotto all'osso ma proprio per questo facilmente memorizzabile. Levante ha presentato un'opera di notevole spessore autoriale su tutti i fronti, testo, arrangiamento e struttura complessiva, ha pagato l'emozione del debutto all'Ariston con una prestazione vocale non impeccabile, ma ci ha messo l'anima e ha portato sul palco una notevole fisicità, una performance da ascoltare ma anche da vedere: non ho dubbi sul fatto che, acquisendo sicurezza esecutiva, la sua "Tikibombom" possa crescere di qui a sabato. 
LA CLASSE DI TOSCA, IL RITMO DI ZARRILLO - Enrico Nigiotti, autore di vaglia, non riesce a ripetersi sui livelli d'intensità della bellissima "Nonno Hollywood", questa "Baciami adesso" è più scarna, un compromesso azzeccato fra antico e moderno, ma può comunque fare strada. Piacevolmente sorprendente Michele Zarrillo, che non si vedeva in versione così ritmata, credo, dai tempi della sua seconda partecipazione sanremese, 1982, "Una rosa blu". E pollice in su anche per Tosca, presenza di grandissima classe ed eleganza, con una canzone che è il modo più azzeccato per tenere alta la bandiera della tradizione melodica italiana. Di buon livello i due rapper, meglio Rancore di Junior Cally, ovviamente confinato a notte fonda e presentatosi senza maschera con una "No grazie" dall'inciso martellante, mentre non mi hanno coinvolto, convinto ed emozionato Paolo Jannacci e Giordana Angi, di cui al momento salvo solo i testi ben scritti e, nel caso della ragazza, la riuscita interpretazione. 
I GIOVANI, IL RICORDO DI FRIZZI E LE TRE DONNE - Capitolo giovani: cadute le bravissime Gabriella Martinelli e Lula, con canzone sull'Ilva di Taranto che mi è parsa ieri più efficace rispetto alle esecuzioni nell'ambito di Sanremo Giovani, bene il rap all'acqua di rose di Marco Sentieri sul tema del bullismo, perlomeno trattato con un pizzico di originalità compositiva, tutt'altro che memorabili Matteo Faustini e Fasma, con quest'ultimo che approda comunque alla semifinale di venerdì. Doveroso il ricordo di Frizzi, di cui Amadeus è il più degno erede per umiltà, dedizione alla causa e, consentitemi, sottovalutazione da parte dei media e di alcune fasce di pubblico. Chiusura sulle collaboratrici di Amadeus: un po' impacciata ma sensualissima come ai bei tempi la mitica Sabrinona Salerno, emozionata Emma D'Aquino (che non finirò mai di ringraziare per gli ottimi special dedicati alla tragedia del Ponte Morandi, da lei presentati nel 2018), la quale si è ampiamente riscattata col monologo su libertà di stampa e giornalisti che rischiano e danno la vita, di gran rilievo sociale e per questo meritevole di essere collocato in orario più consono. Per contro, più disinvolta la collega Laura Chimenti, ma la lettera d'amore alle figlie è stata  una parentesi di cui si poteva benissimo fare a meno. 

mercoledì 5 febbraio 2020

SANREMO 2020: BENE LA "PRIMA" DI AMADEUS, TROPPO SPAZIO PER I "SUPER" OSPITI. IN GARA SPICCANO ELODIE, GUALAZZI, DIODATO E GRANDI


La "prima" sanremese di Amadeus è stata da sufficienza piena, e la sua prestazione può aver sorpreso solo chi non ne ha seguito e apprezzato appieno il lungo percorso professionale, iniziato ormai oltre trent'anni fa. Apro col direttore artistico - padrone di casa questa analisi della prima serata festivaliera, in quanto soprattutto su di lui erano puntati gli strali della critica dopo una vigilia che è perfin riduttivo definire movimentata. Il conduttore ha mostrato padronanza assoluta del palco più difficile della tv italiana; non ha regalato sorprese perché sorprendere non è nella sua cifra stilistica, ma ha fatto bene quello che sa fare: reggere le fila di uno show articolato e complesso con polso fermo, senza impennate, senza accentrare su di sé l'attenzione del pubblico, ma non sottraendosi a piacevoli siparietti e improvvisazioni se opportunamente chiamato in causa dai suoi partner, fino a concedersi una disinvolta e storica passeggiata fuori dal teatro, a braccetto con Emma. 
TROPPO SPAZIO A CERTI OSPITI - "Ama" promosso, insomma, e sostanzialmente accettabile tutto il vernissage di Sanremo 70, con un paio di riserve sintetizzabili in due parole: durata e scaletta. Sì, perché cinque ore di trasmissione e la chiusura all'una e mezza per ascoltare dodici Big (gli ultimi a notte inoltrata) e quattro Nuove proposte mi sono parse francamente un po' troppe. Visto che non ci sono stati tempi morti di rilievo durante lo spettacolo, è chiaro che qualcosa non torni, e si tratta del minutaggio eccessivo riservato ai "super" (ehm) ospiti italiani. Fateci caso, negli ultimi anni lo schema delle prime serate è sempre lo stesso: si parte a razzo, subito una raffica di artisti in lizza, e poi si rallenta, la gara passa in second'ordine e si aprono le danze dei fuori concorso. Certo, il pacchetto ospiti non è da buttare in toto, ma... quasi: ho apprezzato l'ampio spazio dedicato ad Emma, la cui prestazione è stata da star a tutto tondo, da primadonna completa; del tutto inutile la presenza di Al Bano e Romina Power, non solo perché si è trattato di un dejavu che ha francamente stancato, ma perché l'ennesimo greatest hits della coppia non ha aggiunto alcunché allo spettacolo, per non parlare dell'inedito griffato da Malgioglio, una produzione men che mediocre oltretutto eseguita in playback,  almeno così mi è parso: la più grande caduta di stile della serata di apertura, per una kermesse che è il tempio del live canoro. Occasione sprecata, tempo televisivo sprecato, come quello dello spot cinematografico del nuovo film "Gli anni più belli", con Favino che sta mettendo le radici all'Ariston e con un Santamaria per il quale posso semmai ripetere quanto scritto in occasione di un'altra sua ospitata festivaliera: l'attore ci sa fare anche come showman, ed è da prendere in seria considerazione un suo futuro impiego come presentatore della rassegna. 
SANREMO SOCIALE - Inutile non è stato, invece, il passaggio fuori concorso del duo Antonio Maggio - Gessica Notaro, con una canzone di Ermal Meta (e si sentiva, eccome!) ispirata alla drammatica storia di violenza di cui la ragazza è stata vittima. Un momento indubbiamente emozionante, così come lo è stato il lungo monologo di Rula Jebreal sul tema del femminicidio: la giornalista ha un suo peso, una sua enorme valenza informativa e culturale quando affronta certi argomenti, meno quando mostra il peggio di sé in certi dibattiti a sfondo squisitamente politico, ma non è stato fortunatamente questo il caso. Qualche lustro fa, un intervento come il suo sarebbe stato inconcepibile in ambito sanremese: oggi non lo è, non lo è più da tempo; su quel palco negli anni si è parlato di immigrati, di omosessualità, di inclusione, di razzismo. Del resto è ormai inevitabile che un evento di così grande richiamo, orchestrato dalla tv pubblica, diventi megafono anche per importanti messaggi a sfondo sociale: e debbo dire che finora a Sanremo lo si è fatto quasi sempre nella maniera giusta, cioè stando attenti a non varcare il limite della pesantezza, che in un contesto ameno e gioioso può creare effetti opposti a quelli desiderati. 
LE INUTILI CROCIATE - Che sorpresa, eh? Il Sanremo del sessismo e contro le donne, come dipinto da qualche critico a corto di argomenti, in una sola serata ha dato più spazio alle tematiche delle pari opportunità e della dignità femminile di quanto, probabilmente, sia stato fatto in tutta la storia della manifestazione. L'accorato monologo di Rula, la performance di Gessica (con un tenerissimo Maggio che fra l'altro, vincitore fra i giovani nel 2013, meriterebbe un giorno di tornare in gara nella categoria regina, occasione che non gli è stata mai concessa) e persino le considerazioni di Diletta Leotta sulla vecchiaia sono stati spot efficaci per le suddette cause, molto più di vuoti dibattiti e livorosi interventi a margine della kermesse. E' il Sanremo più "open" verso  i diversamente abili, come dimostrano anche i servizi forniti a non vedenti e non udenti. Spiace solo che anche giovani artisti di valore si siano lasciati coinvolgere in certe sgradevoli polemiche e attacchi senza nemmeno attendere l'inizio del festival, ma del resto siamo nell'era dei social, in cui tutti si sentono in diritto di giudicare "a prescindere". 
ELODIE E GUALAZZI AL TOP - In sede di prima analisi, alla gara non posso che riservare poche battute, perché, come ripeto da anni fino alla nausea, giudicare un nutrito gruppo di nuove canzoni al primo ascolto è pressoché impossibile anche per critici ed esperti, figurarsi per semplici appassionati come me. Mi rifaccio ad alcuni post di commento scritti ieri sera su Facebook, che mi servivano più che altro da appunti, da promemoria, per tenere traccia delle impressioni a caldo: il livello medio della proposta musicale mi è parso più che dignitoso, pur se privo di picchi particolari. Su tutti hanno svettato Elodie, fascinosa sul palco e con un pezzo che ha le stimmate del tormentone, griffato Mahmood - Dardust che ormai è un binomio garanzia di successo nelle chart, e un Gualazzi con una "Carioca" colorata e variegata. Dovrebbero fare molta strada anche Irene Grandi, splendida per presenza scenica, grintosa nell'interpretare un'opera di Vasco Rossi non immediatissima, e Diodato, straordinario in una performance vocale che ha adeguatamente valorizzato un brano pop melodico di impianto tradizionale ma, tutto sommato, al passo coi tempi.
ACHILLE LAURO ICONICO - Abbastanza ispirato Marco Masini, godibili con le loro sonorità anni Ottanta Bugo e Morgan, scatenata Rita Pavone, quasi commovente per energia sprigionata e comunque interprete di un pezzo possente, che ha anche una buona radiofonicità. Convincente, tutto sommato, l'esperimento rap - rock di Anastasio, "iconico" Achille Lauro, che propone quest'anno una "Rolls Royce 2 - La vendetta" e sul quale tutto si può dire, ma non che non sia dotato di notevole istrionismo. Il suo spogliarello con tutina aderente è un richiamo (involontario?) all'Anna Oxa del 1985, può piacere o meno ma rimarrà nella storia fotografica del Festival: e poi c'è l'apporto di Boss Doms che dona all'esibizione una grande presa spettacolare. Al momento poco da dire sul resto: inconsistente Riki, forse eccessivo per lui un posto fra i Campioni, mentre ad Alberto Urso tocca il compito ingrato di tenere alta la bandiera del più classico repertorio sanremese, declinato in chiave pop lirica: per lui futuro  sulla scia di Bocelli e del Volo o su quella, assai meno gloriosa, di Alessandro Safina e Piero Mazzocchetti? Già questa settimana ne sapremo qualcosa di più... La prima graduatoria demoscopica è stata vinta dalle Vibrazioni, che personalmente non mi hanno propriamente convinto al primo impatto, hanno portato un pezzo privo di rischi, ossia in piena linea col loro repertorio, senza particolari "trovate" musicali che lo facciano immediatamente imprimere nella mente, ma può senz'altro crescere da qui a sabato. 
LE CANTONATE SANREMESI - Sul fronte giovani, prima cantonata sanremese, con l'esclusione degli scoppiettanti Eugenio in via di Gioia a favore della "giovane - vecchia" Tecla Insolia, una Arisa "in minore" con un pezzo che avrebbe forse funzionato nei festival anni Novanta in salsa baudesca, ma che risulta perfino fastidioso se ascoltato dalla voce di una ragazzina non ancora maggiorenne. Telefonatissimo il passaggio di Leo Gassman (a questo punto favoritissimo per la vittoria finale) contro un Fadi un po' troppo sopra le righe nell'interpretazione di una canzone invero leggerina. Chiusura coi due partner maschili di  Amadeus: Fiorello col freno a mano tirato, forse perché si è reso conto, strada facendo, che il suo vecchio amico sapeva cavarsela da solo senza bisogno di "stampelle", mentre per Tiziano Ferro si può ripetere il discorso fatto per i super ospiti: chiaro che occorra dare un senso al suo ruolo di vedette fissa, e ciò giustifica i suoi ben tre interventi nell'arco della serata, ma almeno uno era di troppo, e lui stesso se ne è reso conto in diretta. Il repertorio di Mia Martini è da maneggiare con cura, Serena Rossi lo ha fatto in maniera eccellente l'anno passato, non è che ad ogni edizione si debba per forza riproporre l'ennesima cover... Riguardo a stasera, una curiosità: come verrà accolto Junior Cally? Il pubblico dell'Ariston, in passato, è stato spesso capace di reazioni autenticamente "cattive", tutti ricordiamo la contestazione a Maurizio Crozza nel 2013, o, andando più indietro nel tempo, ai Placebo nel 2001. Non è da escludere qualche parentesi sgradevole...