mercoledì 12 dicembre 2018

VERSO SANREMO 2019: GIRO D'ORIZZONTE SUI POSSIBILI BIG IN GARA A FEBBRAIO


Dicembre inoltrato: è tempo di fare il tradizionale punto sulla marcia di avvicinamento al Sanremo "dei grandi", quello in programma dal 5 al 9 febbraio prossimi. Le indiscrezioni quest'anno sono iniziate con larghissimo anticipo, col risultato che per due - tre mesi i nomi sulla bocca di tutti sono restati grosso modo gli stessi, in una litanìa financo stancante: limiti del giornalismo da web, che ogni giorno deve battere il ferro di un argomento particolarmente gettonato (e non vi sono dubbi che il Festivalone lo sia) anche se, in definitiva, non si hanno clamorose verità da rivelare al popolo degli internauti. Nella mia analisi seguirò il metodo già adottato per le edizioni passate, "annusando" un po' l'aria del mercato discografico, cercando di orientarmi fra rumors più o meno attendibili e aggiungendo qualche pronostico sulla base esclusiva di miei semplici "desiderata". Citerò molti papabili, perché il mio intento non è azzeccare il cast pedina per pedina (giochino che ho già fatto su Facebook con amici, ma, appunto, di un giochino si tratta), quanto compiere un giro d'orizzonte il più possibile completo e credibile. 
I SUPERBIG - Nelle ultime settimane si è parlato delle possibili partecipazioni, in concorso, di autentici mattatori delle chart "anni Dieci": dalla debuttante di lusso Alessandra Amoroso, sempre presente nelle voci della vigilia e puntualmente assente dal listone definitivo, a Francesco Renga, che non gareggia dal 2014 (quando mancò a sorpresa un trionfo che avrebbe largamente meritato, con "Vivendo adesso"); dai Modà, per i quali è giunto il momento di lanciare un nuovo progetto discografico, a Giusy Ferreri, spesso sfortunata a Sanremo ma interprete di due clamorose "summer hits" in tempi recenti, "Roma-Bangkok" e "Amore e capoeira". E poi, ancora, due vincitori dell'era Conti, Il Volo e Francesco Gabbani: soprattutto per i primi si tratterebbe di una ricomparsa sorprendente, visto che i tre ex bambini prodigio, ad occhio e croce, non hanno bisogno della spinta promozionale festivaliera per alimentare un'attività già intensissima anche in ambito internazionale; ma è pur vero che, finora, la loro luminosa carriera si è retta essenzialmente sulle cover, mentre sarebbe ora di sfornare un altro inedito in grado di farsi ricordare. Volendo, i tempi sarebbero maturi anche per una rentrée di Emma, mai più tornata a concorrere dopo il primo posto del 2012. Pressoché impossibile, ovviamente, vedere in lizza contemporaneamente tutti questi assi pigliatutto delle classifiche: verrebbe fuori un Festival monstre, in stile anni Sessanta, quando davvero la crema della canzone italiana andava in Riviera a proporre le nuove produzioni, senza paura di affrontare le forche caudine dell'eliminazione. 
RITORNI DAL PASSATO RECENTE - Azioniamo ora la macchina del tempo e passiamo in rassegna i cast degli ultimi Festivaloni, per cercare di capire chi potrebbe rimettersi in gioco fra i concorrenti di quelle edizioni. Non è escluso possano concedere un immediato bis Diodato, Le Vibrazioni e i Kolors, dopo partecipazioni ben accolte da critica e pubblico ma dagli esiti commerciali non esaltanti: Diodato, presentatosi con la convincente "Adesso", ha pagato forse lo scotto di non avere avuto un album pronto per cavalcare l'onda di popolarità regalatagli dall'Ariston, Sarcina e compagni si sono confermati con una buona prestazione estiva ("Amore zen"), il gruppo di Stash aveva portato in gara una orecchiabile e moderna "Frida" che però non ha sfondato come era logico attendersi, strano destino che ha riguardato molte pregevoli composizioni ascoltate nel primo Sanremo griffato Baglioni. Non dovrebbe mancare Ultimo, trionfatore fra i debuttanti e, lui sì, protagonista di un notevole exploit in fatto di vendite, mentre è lecito aspettarsi un... turno di riposo da parte di Noemi e Annalisa, assidue frequentatrici della rassegna, con l'artista ligure che è stata fra i pochi in lizza nel 2018 a centrare il traguardo del disco di platino. 
In tanti sono pronti a scendere in pista a ventiquattro mesi di distanza dall'ultima volta: Paola Turci, tornata prepotentemente alla ribalta a Sanremo 2017, una Bianca Atzei perennemente alla ricerca della consacrazione così come Chiara Galiazzo, Elodie reduce da una felice stagione calda grazie al duetto con Michele Bravi in "Nero Bali", due habitués del Festival come Michele Zarrillo  e Marco Masini, e Gigi D'Alessio, benché scottato dall'eliminazione subìta con "La prima stella". Fra i partecipanti all'edizione 2016, hanno buone carte da giocare Arisa (anche lei ex vincitrice, non dimentichiamolo), Dolcenera e Valerio Scanu, mentre Francesca Michielin potrebbe anche permettersi di rimanere a casa per la terza volta consecutiva, dopo un 2018 trionfale (un disco d'oro e uno di platino con "Io non abito al mare", un oro e due platino per "Fotografia" con Carl Brave e Fabri Fibra). Direttamente dal 2015 è attesa una possibile riemersione di Anna Tatangelo, Nesli, Gianluca Grignani e Irene Grandi, senza dimenticare Enrico Nigiotti, medaglia d'argento in quell'occasione fra i Giovani e successivamente esploso con "L'amore è", certificato platino. Si parla poco di Nek, eppure, rimettendosi in gioco dopo l'ospitata dell'anno passato, potrebbe tranquillamente ambire alla vittoria, definitiva consacrazione di una già ottima carriera. 
RAF E GLI ALTRI VETERANI - A proposito di Sanremo 2015: fu l'anno in cui Raf decise di ripresentarsi sul palco ligure dopo una lunghissima assenza. Ebbene, nei mesi scorsi si è ricomposto il duo con Umberto Tozzi: averli in gara aggiungerebbe prestigio al roster dei partecipanti, e sarebbe un'idea nel solco della coppia Facchinetti - Fogli schierata nell'ultima edizione. Sull'argomento, da citare le sibilline dichiarazioni del duo a "Verissimo" (ringrazio per la segnalazione l'amico Luca Valerio): "Molti  ce lo chiedono, noi siamo disponibili, ma non abbiamo ancora ricevuto comunicazioni". Che li si voglia dirottare nel "festival parallelo", quello animato dai superospiti italiani in passerella senza i rischi della gara? E, visto che si parla di ex Pooh, dopo i due già citati e dopo Red Canzian potrebbe essere la volta di Dodi Battaglia. Altri veterani in ballo sono Massimo Ranieri, Patty Pravo e Iva Zanicchi, mentre pressoché certa è la presenza di Loredana Bertè, prepotentemente riportata in orbita dal boom estivo coi Boomdabash e rifiorita anche sul piano vocale. 
IN CERCA DI RILANCIO - Si è parlato prima degli ex vincitori: detto del Volo, di Gabbani, Renga, Arisa ed Emma, potrebbero tentare l'impresa sanremese anche Marco Carta, quel Simone Cristicchi che negli ultimi tempi ha preferito il teatro di impegno civile alla musica pop, e Raphael Gualazzi, trionfatore fra i giovani nel 2011 e sempre portatore di proposte mai banali, ma che deve un po' rinfrescare il suo repertorio, visto che l'ultimo successo, la gradevole "L'estate di John Wayne", risale a due anni fa. C'è chi è ancor più bisognoso di un rilancio in grande stile: fra questi, un capitolo a parte lo merita un drappello di personaggi uscito dal tunnel grazie allo show di Amadeus "Ora o mai più". Penso a talenti cristallini come Lisa, Massimo Di Cataldo e i Jalisse: in particolare, la coppia che si impose a sorpresa a Sanremo '97 ha cominciato a prendersi delle belle rivincite, con la...Jalissa Alessandra Drusian che ha poi confermato il suo magic moment proponendosi in forma smagliante a "Tale e Quale show". C'è sempre la speranza di rivedere altre eccellenti artiste come Syria, Mietta, Alexia, Silvia Salemi, Mariella Nava, Marina Rei, tutte in diversa misura protagoniste degli anni Novanta e tutte ingiustamente snobbate dalla rassegna rivierasca, da un bel po' di tempo a questa parte. 
QUOTA RAFFINATEZZA, GIOVANI RAMPANTI E RAP - Un angolino per le proposte più "sofisticate" non è mai mancato, e men che meno mancherà con Baglioni confermato sulla tolda di comando. Le possibilità sarebbero infinite, per portare all'Ariston qualcosa di più ricercato eppur di grande impatto: Simona Molinari, Sergio Cammariere, Daniele Silvestri, Niccolò Fabi, Teresa De Sio, Niccolò Agliardi, e ragazzi "di nicchia" come Erica Mou, Patrizia Laquidara, Chiara Dello Iacovo, Zibba, Paolo Simoni, tutti lanciati dalla sezione Nuove proposte sanremese, fra l'altro. Proprio come Irama, che però ha trovato la consacrazione attraverso altre vie e che ora va ricompreso nella categoria dei giovani rampanti, dei nuovi protagonisti di classifiche, streaming e airplay. È un papabile, così come lo sono Riki, Thomas e Briga, tutti direttamente da Amici, o, alzando il livello, Levante, Baby K., Maneskin e Thegiornalisti.
A proposito dei preferiti dai ragazzi, va doverosamente aperto il capitolo rap, genere che è stato il mattatore assoluto del 2018, piaccia o non piaccia (a me non piace, sia messo agli atti, per non parlare della terribile "trap"). Quasi ignorato nel Sanremo numero 68, stavolta difficilmente il direttore artistico potrà passare oltre: da vedere se sarà il caso di reclutare personaggi già visti su quel palco e non in cima alle preferenze del pubblico, come Rocco Hunt e Clementino, o se si tenterà di puntare ai bersagli grossi inseguendo nomi di grido come Guè Pequeno, Emis Killa, Capo Plaza. Non dimentichiamo poi la quota Indie, un mazzo da cui salta spesso fuori qualche carta a sorpresa e imprevedibile, come Lo Stato Sociale del 2018. Infine, il regolamento lascia teoricamente aperte le porte agli stranieri: peraltro, negli ultimi anni solo il primo Carlo Conti inserì fra i big una cantante di fuorivia, Lara Fabian (e secondo indiscrezioni rimasero fuori star come Anastacia, Michael Bolton e Randy Crawford).  

mercoledì 21 novembre 2018

CLUB ITALIA: DOPO LA VITTORIA SUGLI USA IL BILANCIO ANNUALE È IN ATTIVO, ASPETTANDO CHE FIORISCANO GLI ATTACCANTI

                                                  Kean, primo "millennial" azzurro

"Nuovi cieli azzurri, dopo un anno nero", cantava Pupo a Sanremo '83. Versi che ben si adattano al momento attuale del Club Italia. Giunti al termine del primo periodo della gestione Mancini, un periodo contraddistinto da amichevoli e gare di Nations League, si può ben dire che la luce in fondo al tunnel sia finalmente comparsa: non è ancora vivida, ma c'è, è lì, pronta ad essere raggiunta. Da Genova a Genk, dal match con l'Ucraina a quello con gli Stati Uniti, abbiamo potuto finalmente intravedere qualcosa che somiglia molto da vicino a una squadra vera. I progressi sono stati perfino inaspettati nella loro rapidità: perché se è vero che solo dalla sesta partita col neo CT in panca il gioco ha preso a lievitare in misura considerevole, è altresì innegabile che prima c'era stato il buio o quasi, col fondo toccato in occasione delle due mortificanti sfide di andata con Polonia e Portogallo. 
PIEDI BUONI, ESPERIENZA E GIOVANI - C'è un gruppo che sta prendendo forma, c'è una manovra di buona qualità estetica ma anche efficace, visto che le palle gol, nelle ultime partite, sono state prodotte in quantità ben più che accettabile, col picco toccato ieri sera in Belgio. Si è creato un buon mix fra esperienza e gioventù: tanta esperienza in difesa, con Bonucci e Chiellini che stanno anche preparando la strada al definitivo ingresso fra i titolari di Romagnoli, Caldara, Rugani e magari qualche Under pronto ad esplodere (Romagna? Calabresi?), tanta gioventù nella zona nevralgica, la più bella sorpresa di quest'ultimo scorcio di 2018, un reparto che, grazie ai piedi buoni e alla precisione nel palleggio di Verratti, Jorginho e Barella, riesce a impadronirsi dell'iniziativa in ogni incontro, perdendola solo per... esaurimento fisico, come avvenuto sabato scorso coi portoghesi; senza contare che dietro al trio titolare stanno emergendo virgulti di notevole credibilità: contro gli States abbiamo ad esempio visto all'opera un Sensi nelle vesti di debuttante di lusso, sicuro in ogni giocata, aggressivo, propenso al sacrificio, ordinato e razionale. 
PRECEDENTI INCORAGGIANTI. LA RINASCITA DOPO STOCCARDA '74 - Dunque, penso sia lecito, dopo l'ultima uscita della Nazionale in quest'anno solare, abbandonarsi a un cauto ottimismo. Del resto, azionando la macchina nel tempo e tornando indietro ad altre fasi di ricostruzione azzurra, le analogie con quella odierna sono molto più numerose di quanto si pensi. Pensiamo al biennio successivo al fallimento di Stoccarda '74, il Mondiale del tramonto degli eroi "messicani": la nostra rappresentativa, che Fulvio Bernardini guidò da solo per una stagione prima di essere affiancato da Bearzot, fu a lungo preda di una esasperante sterilità offensiva proprio come la selezione del Mancio. È sufficiente citare i numeri: nelle sei partite ufficiali del '74/75, l'Italia andò a segno solo due volte (di cui una su rigore), vinse un'unica gara (deludente 1-0 in casa della Finlandia), ne perse tre e si esibì in spettacoli calcistici decisamente modesti, con la sola eccezione di un ottimo primo tempo in casa dei super olandesi, in un confronto poi comunque perso per 1-3. 
IL RODAGGIO DI GRAZIANI, BETTEGA E VIALLI - Giusto ricordare, per onestà, che a inizio '75 ci furono anche due amichevoli non ufficiali nelle quali i nostri riuscirono a sprigionare un'insolita potenza di fuoco in prima linea: quattro reti alla Norvegia e ben dieci agli USA. Ma, appunto, furono impegni di allenamento di non grande attendibilità, come anche la stampa dell'epoca riconobbe. Pure l'avvio della stagione '75/76 fu contraddistinto da altre recite all'insegna di un'incisività quasi nulla: un gol in tre match, ad opera del centrocampista Capello, prodezza che fruttò una vittoria di prestigio sull'Olanda. Dalle uscite successive, con Grecia e Portogallo, gli attaccanti cominciarono ad ingranare: ma i Graziani, i Pulici e i Bettega erano in rosa già da prima, erano scesi in campo più volte, senza trovare mai il successo personale. E anche dopo Mexico '86, la rifondazione da parte di Azeglio Vicini fu assai laboriosa. Ricordate Vialli? Per tre anni, dall'87 al '90, fu il simbolo della bella e scintillante "giovane Italia", di cui divenne implacabile finalizzatore con strepitose prodezze sotto porta; eppure, debuttante in azzurro nel novembre '85, dovette accumulare varie presenze prima di sbloccarsi, con un gol al materasso Malta nel gennaio '87. Nel frattempo, a tenere in piedi sul piano offensivo la nostra compagine dovettero pensare i difensori o le puntuali reti del sempreverde Spillo Altobelli. 
SELEZIONE NATURALE - Sottolineo questi precedenti perché, allora come oggi, la nostra prima linea sembrava formata da "punteros" di scarso peso internazionale: calciatori che poi hanno invece dimostrato di poterci stare alla grande, sulle ribalte più impegnative. Ecco quindi che occorrono pazienza e fiducia: spesso si tratta solo di andare a regime, di trovare i giusti automatismi con i compagni, di smaltire l'emozione dei primi passi con la casacca tricolore. Poi, chiaro, ci sarà una naturale selezione, e non tutti potranno far parte del gruppo che affronterà il difficile impegno del 2019, ossia le qualificazioni ad Euro 2020: rimarranno i migliori o i più pronti, proprio come ai tempi di Bernardini e Bearzot, quando Chinaglia e Savoldi sparirono presto dai radar a vantaggio dei campioni prima citati, che scrissero diversi luminosi capitoli della storia del Club Italia. 
IMMOBILE, LASAGNA E GLI ALTRI: PROSPETTIVE AZZURRE - Ecco perché, dunque, la sterilità offensiva attuale deve preoccupare ma non allarmare. Finché si manovra con brillantezza e si creano occasioni, vuol dire che c'è un'ottima base su cui lavorare. Dopodiché, bisognerà iniziare a concretizzare, ed ecco quindi la necessità di passare al setaccio le pedine dell'attacco: per Immobile, ad esempio, le prove d'appello a disposizione stanno per esaurirsi, mentre Lasagna va rivisto, anche dopo i tre gol mancati ieri sera al cospetto degli americani. Una sfida, quella di Genk, in cui la nostra prodigalità ha rasentato l'autolesionismo: hanno sfiorato la segnatura anche Chiesa, Bonucci (splendido l'assist su punizione di Sensi) e Berardi con un bel sinistro dal limite nel primo tempo, e nella ripresa Verratti di testa, Grifo (sorpresissima delle convocazioni) con un potente destro deviato dal portiere Horvath, Kean (primo Millennial azzurro) con un tiro cross rasoterra e il citato Lasagna, ripetutamente. A fil di sirena è arrivato il sospirato gol, un gol bello e difficile, frutto di una pregevole triangolazione fra un Verratti lucido e propositivo fino al termine e il neo entrato Politano, a segno di destro sull'uscita del guardiano avversario. Una parziale conferma di quanto scritto dopo San Siro: se non ci sono attaccanti centrali che realizzano, occorre percorrere strade alternative; fra queste, quella di affidarsi agli inserimenti di incursori come l'interista, o come Bernardeschi e Insigne, è sicuramente una delle più praticabili, ma non basta a renderci competitivi. La punta di peso va cercata, e se non si trova va costruita con un lavoro paziente e certosino. 

VERSO SANREMO 2019: PUBBLICATO IL REGOLAMENTO. A FEBBRAIO SARÀ GARA A GIRONE UNICO


Con la pubblicazione del regolamento sul sito ufficiale, la marcia di avvicinamento a Sanremo 2019 entra nel vivo. È arrivata la conferma, nero su bianco, di ciò che il direttore artistico Claudio Baglioni aveva già annunciato e ampiamente illustrato fin dalla scorsa estate. Il Festivalone cambia volto, dunque, per l'ennesima volta nella sua quasi settantennale storia: da rilevare, però, che non ci troviamo di fronte a novità assolute, quanto al ripescaggio di formule vincenti del passato, in parte rivedute e corrette per l'occasione. Vale per lo sdoppiamento della kermesse con una ribalta autunnale riservata agli emergenti, un'invenzione di Pippo Baudo che risale agli anni Novanta; e vale per quanto accadrà dal 5 al 9 febbraio prossimi. 
Si torna al listone unico di concorrenti, questa l'innovazione: concorso fra ventiquattro cantanti, ventidue big più i due giovani vincitori della rassegna che andrà in scena a dicembre. Non accadeva dal 2004, è accaduto solo due volte negli ultimi quarant'anni. Eppure, si tratta del format base con cui la kermesse rivierasca è nata, è cresciuta e si è affermata. Le edizioni del boom di popolarità e di vendite discografiche, quelle fra il '64 e il '71, si svolsero tutte secondo questo canovaccio, ma con una differenza sostanziale rispetto a ciò che avverrà nel Festival numero 69: all'epoca, c'era gara senza esclusione di colpi fin dalla prima serata, c'erano le eliminazioni. Vedettes italiane e straniere rischiavano da subito di essere sbattute fuori, e in effetti molti nomi eccellenti dovettero mandar giù bocconi amarissimi: da Celentano a Modugno, da Cher a Marianne Faithfull, i delusi non si contavano, in quegli epici Sanremo all'arma bianca. Era una formula che piaceva al pubblico televisivo dei tempi, appassionato di lotte canzonettistiche allo spasimo, era verosimilmente poco amata dagli artisti ma evidentemente gradita agli industriali della musica, i quali altrimenti non avrebbero fornito ogni anno agli organizzatori i nomi più prestigiosi presenti sul mercato. 
Oggi, invece, niente eliminazioni: in ventiquattro partiranno e in ventiquattro arriveranno. È il marchio di fabbrica della gestione Baglioni: accadde infatti anche nell'ultima edizione, quando tutti i partecipanti giunsero fino alle due competizioni conclusive (venerdì i giovani, sabato i "grandi"). Da buon cantautore italiano, categoria da sempre refrattaria alle gare, una volta chiamato a dirigere la più importante ha voluto da subito "ammorbidirne" i contorni, riducendo al minimo i rischi di brutte figure per i partecipanti. E va detto che ci ha visto giusto: molti temevano un tracollo di audience, dopo anni in cui la platea italiana si era abituata a sfide serratissime, a un Sanremo estremamente competitivo, pur con varie sfumature; invece, la kermesse 2018 è stata un successo televisivo. La delusione è semmai venuta dal riscontro commerciale delle canzoni in lizza, tutt'altro che esaltante. Riscontro che personalmente mi ha sorpreso, in quanto ritenevo e ritengo tuttora di buon livello qualitativo il pacchetto di proposte presentate quest'anno all'Ariston.
Se, dunque, sul piano del gradimento catodico il buon Claudio dovrebbe essere in una botte di ferro, sarà invece chiamato a lavorare di cesello per scovare opere in grado di imporsi anche a manifestazione conclusa. Rispetto all'ultima edizione firmata da Carlo Conti, trionfante sia sul piccolo schermo sia nei negozi di dischi reali e virtuali, la prima dell'artista romano si è contraddistinta per un cast più variegato, multiforme, aderente ma non troppo al gusto corrente: c'erano alcuni dei divi del momento, come Meta - Moro, Noemi e Annalisa, ma anche veterani da tempo un po' fuori dal grande giro commerciale, penso a Barbarossa, ad Avitabile o ai Decibel, e proposte di alto taglio autoriale come quella del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico. Quest'anno occorrerà probabilmente fare meglio i conti con l'attuale realtà discografica italiana, il che vorrà dire ad esempio aprire le porte a qualche rapper, ma non solo. 
Già, perché il panorama musicale del Bel Paese è oggi molto più ricco di quanto si creda, se si ha la buona volontà di non fermarsi al mainstream e all'heavy rotation radiofonica. C'è una nicchia affollatissima di ragazzi da tempo sulla breccia con produzioni di notevole livello. Qualche nome? Ce ne sono tantissimi, ma mi piace citare Patrizia Laquidara, Paolo Simoni, Erica Mou, Zibba, Antonio Maggio, Simona Molinari, Chiara Dello Iacovo (tutti passati dal vivaio sanremese in tempi più o meno recenti, fra l'altro), gente che ha ampiamente dimostrato di saper fare musica D.O.C., che ha il suo giro di fans e di serate, ma che rischia di rimanere confinata a vita in un limbo lontano dai riflettori delle grandi platee. E Claudio Baglioni ha la personalità, il coraggio, gli orizzonti culturali per dare una chance anche a qualcuno di loro, oltre ai soliti noti. Il girone unico, in tal senso, rappresenta un'opportunità unica per fare un Sanremo diverso, più ricco di tendenze canore, più "democratico".  

domenica 18 novembre 2018

NATIONS LEAGUE: PASSA IL PORTOGALLO MA L'ITALIA C'È, ECCOME. DIFESA SOLIDA E CENTROCAMPO DI LUSSO, MANCA IL BOMBERONE

                                                   
                                                                         Verratti, fra i migliori

Delusione? Suvvia, non scherziamo. Solo gli ottimisti a oltranza potevano sperare in un aggancio in extremis della final four di Nations League: il vero obiettivo di questo primo scorcio di stagione, per l'Italia, era la salvezza, ed è stato ottenuto brillantemente in Polonia. Non un'impresa da poco, se pensiamo ai balbettii di inizio torneo e se vediamo la fine che ha fatto la Germania, passata in pochi mesi dagli altari planetari alla polvere della Serie B europea. È ancora una Nazionale in cantiere, la nostra, e solo nell'ottica della ricostruzione in corso vanno interpretati i segnali giunti dalla sfida di San Siro col Portogallo (il quale anche in caso di sconfitta avrebbe poi avuto un bel match point contro Piatek e compagni). 
OCCASIONI A GO GO - Segnali positivi e bicchiere mezzo pieno, senza alcun dubbio. In settembre, i nostri ragazzi naufragavano a Lisbona dopo una recita all'insegna dell'impotenza offensiva e del disagio tattico: ebbene, sembra passato un secolo. Ieri sera, per un'ora abbondante, la squadra di Mancini ha confermato gli enormi progressi già emersi a Genova e in terra polacca. Il ritrovato gusto per il gioco manovrato, la precisione nel tocco di palla e nei passaggi, la volontà di tenere sempre e comunque pallino, di aggredire. I campioni d'Europa in carica sono stati totalmente in balìa degli azzurri: incapaci di imporre la loro classica ragnatela, impossibilitati a ripartire, costretti ad armare una mera difesa passiva. Ai punti, in quei due terzi di gara, la vittoria italiana è stata schiacciante, con occasioni in serie: Insigne dalla distanza ha chiamato Rui Patricio a una difficile parata, e sulla ribattuta Immobile ha calciato alto; Florenzi ha sfiorato il palo con un destro dal limite; ancora Immobile, splendidamente liberato davanti al portiere da Verratti, si è fatto respingere la conclusione dall'estremo portoghese; Bonucci di testa, su punizione di Insigne, ha mandato sull'esterno della rete; e dulcis in fundo, in avvio di ripresa, Chiesa ha mancato il bersaglio da pochi metri (tiro deviato in corner) dopo una bella combinazione Verratti - Biraghi. 
CENTROCAMPO DI QUALITÀ, INSIGNE OK, IMMOBILE DOUBLE FACE - Il problema del Club Italia del Mancio, a ben vedere, è tutto qui: manca il killer instinct, manca la capacità di finalizzare. Non è poco, sicuramente, ma il quadro complessivo pare decisamente roseo: incredibilmente roseo, direi, se si pensa a come eravamo ridotti. Il centrocampo, che aveva fatto naufragio nelle prime uscite stagionali, ha ormai trovato una buona quadratura: Verratti si è reso protagonista della sua prova più autorevole in maglia tricolore, impadronendosi delle redini del gioco e non limitandosi, come spesso gli è capitato, a dare il meglio in interdizione; accanto a lui, anche Jorginho è lievitato a ottimi livelli di rendimento, mostrando inoltre una personalità che raramente si era vista nelle sue apparizioni pre Chorzow; Barella si è confermato giocatore coraggioso e utile nelle due fasi, deve solo trovare continuità nell'arco dei novanta minuti.
Purtroppo, l'ottima tessitura del reparto di mezzo si è scontrata con l'evanescenza della prima linea, in cui il solo Insigne ha mostrato vivacità e intraprendenza (anche per lui, la migliore prestazione di sempre in rappresentativa), mentre Chiesa si è dannato l'anima con scarsi risultati (e a volte scarsa collaborazione dei compagni); quanto a Immobile, polveri bagnate come troppo spesso gli capita quando è chiamato a indossare la casacca nazionale: clamoroso, in particolare, il gol mancato in avvio dopo la staffilata di Lorenzino.
GAP FISICO - Oltre all'incapacità di pungere, il campanello d'allarme è giunto dal netto calo fisico dell'ultima mezz'ora, che ha consentito a un Portogallo fin lì annichilito di assumere il controllo delle operazioni arrivando persino a sfiorare un'immeritata vittoria, con un velenoso tiro di William Carvalho sul quale Donnarumma si è esibito in un intervento sensazionale, confermando il buon rendimento recente in azzurro. La scarsa resistenza atletica sulla lunga distanza è un limite che caratterizza molte formazioni nostrane nei confronti internazionali, da diversi anni a questa parte, ma ci si può lavorare, e del resto il problema del Meazza è stato a monte: cioè arrivare a quella fase finale col fiato corto, senza aver prima concretizzato l'enorme mole di pregevole lavoro svolto. 
DILEMMA OFFENSIVO: CUTRONE È LA SOLUZIONE? - Torniamo dunque al problema - base: non c'è il bomber, il Vieri o l'Inzaghi della situazione, capace di trasformare in gol anche la palla più sporca (fermo restando che un po' tutti debbono aggiustare la mira...). Con Balotelli di nuovo in... purgatorio, con Belotti che solo ora sta uscendo da un periodo opaco, con Immobile Dottor Jekyll e Mister Hyde, rimane da provare Cutrone, e fossimo nel cittì non staremmo più tanto a pensarci su: il ragazzino sciorina fiuto del gol e capacità realizzative fin dai primissimi passi mossi in Serie A, ha doti tecniche e sfrontatezza giuste per ben figurare anche in un contesto di elevata competitività. In alternativa, bisogna sperare in una "operazione Napoli", ossia inventarsi un fromboliere dal nulla come riuscì a Sarri con Mertens quando si vide privato di Higuain, suo naturale terminale offensivo, oppure creare una cooperativa del gol come fece Lippi con la sua Italia mondiale 2006. Operazioni difficili che richiedono tempo, applicazione ed esercitazioni ripetute: e il tempo è poco per questa Nazionale, che nel 2019 si vedrà proiettata nelle qualificazioni all'Europeo itinerante, un obiettivo che non possiamo mancare. 
PIU' CONFERME CHE SMENTITE - Detto questo, il paragone fra le due "delusioni milanesi" a distanza di un anno, Svezia e Portogallo, non regge, checché ne dicano certi commentatori: nel novembre 2017 eravamo azzerati, avevamo toccato il fondo. Oggi, l'opera di ricostruzione della selezione ha raggiunto un grado insperato: centrocampo qualitativo, difesa dal rendimento ottimale (con un Chiellini che ha onorato al meglio la sua centesima maglia azzurra), "movimentatori offensivi" in palla (non solo Insigne ma anche Bernardeschi, la cui assenza si è avvertita non poco contro i lusitani), occorre trovare chi la "sbatta" dentro. Ma il bicchiere, lo ripetiamo, resta mezzo pieno: l'Italia c'è, c'è di nuovo, e un mese dopo, contro un avversario più forte della Polonia, ha fornito più conferme che smentite. Guardiamo avanti con moderata fiducia. 

lunedì 15 ottobre 2018

NATIONS LEAGUE: IN POLONIA UN'ITALIA DA STROPICCIARSI GLI OCCHI. GIOCO DI GRANA FINISSIMA, MA URGE PESO IN ATTACCO


Da stropicciarsi gli occhi. Non è ancora giunto il momento di celebrare la rinascita della Nazionale italiana: la strada è lunga e occorre pazienza, lo ha sottolineato a più riprese lo stesso cittì Mancini. Però due indizi possono cominciare a fare qualcosa che si avvicina a una prova: se già nell'amichevole genovese con l'Ucraina si erano visti quarantacinque minuti di buone trame, aggressività e ripetuti pericoli per la porta avversaria, in un test più difficile e probante, quello di Nations League in casa della Polonia, ultimativo scontro salvezza, abbiamo assistito a una crescita ulteriore e persino insperata, nelle proporzioni. 
I BIDONI SONO ALTRI... - Piccolo promemoria: quella attuale, secondo molti esperti e appassionati (non secondo me, e il blog lo testimonia) è una generazione azzurra di scarti, scarponi, mezze calzette. Ebbene, non penso che calciatori di modeste qualità siano in grado di giocare gare come quella di Chorzow. Le squadre mediocri possono cavarsela, spesso ma non sempre, gettando il cuore oltre l'ostacolo, puntando su "garra" e applicazione ferrea delle consegne tattiche. Ma ieri sera in Slesia è accaduto qualcosa di diverso: ha preso forma un undici capace di far gioco, e di farlo bene. Da stropicciarsi gli occhi, sì: idee chiare e abilità nel metterle in pratica, precisione quasi assoluta nel tocco di palla e nei passaggi (cosa che in azzurro non si vedeva da anni, davvero), manovre in velocità condotte con disinvoltura e fluidità, un controllo del match pressoché costante, contro una Polonia che aveva le nostre stesse necessità di classifica, che giocava in casa e che è comunque una formazione già fatta e finita al contrario della nostra, e tuttavia si è vista costretta a difendersi a oltranza affidandosi a sporadici contropiede, nati spesso dai rari errori del nostro pacchetto di mezzo. 
CRESCITA ESPONENZIALE - Una squadra di calcio. Con una manovra razionale, lineare ma al contempo bella a vedersi. Sinceramente, alla luce del dignitosissimo materiale umano a disposizione, auspicavo sì un sensibile progresso a breve termine, ma non mi aspettavo di vedere così presto, in questa difficilissima gestione manciniana, espressioni di gioco a tal punto elevate. Poi possiamo dire tutto e il contrario di tutto per sminuire la prova dei nostri, come è tipico degli incontentabili tifosi e critici di casa nostra: potremmo ad esempio parlare della selezione biancorossa in parabola discendente già dal grigio Mondiale russo, e quindi non propriamente una potenza di primo piano del football europeo. Sarà, ma è la stessa rappresentativa che, senza strafare, ci aveva agevolmente bloccati a Bologna, sfiorando il trionfo. E allora, prendiamo almeno atto del fatto che la crescita è in corso, che i bagliori del Ferraris non erano fatti isolati e legati alla mancanza di una tangibile posta in palio. E aggiungiamo che per catalogare i Florenzi e i Verratti, i Chiesa e i Bernardeschi come mediocri, forse bisognerebbe attendere qualche prova ulteriore e sospendere il giudizio. 
RISOLTO IL REBUS DEL CENTROCAMPO? - Poteva finire zero a zero, certo: sarebbero rimaste l'amarezza per una vittoria sacrosanta mancata per questione di centimetri, ma anche la soddisfazione di aver finalmente cominciato a intravedere la luce in fondo al tunnel. Una cosa per volta: il rebus del centrocampo, per esempio, pare esser stato risolto, anche se il pallone può smentire domani quello che dice oggi. Il ritorno di Verratti e l'innesto di Barella hanno rivitalizzato anche Jorginho. Ciò vuol dire che il talento, soprattutto nel settore nevralgico, è importantissimo, ma non è tutto: perché ad esempio i Pellegrini e i Cristante visti a inizio stagione sono fior di virgulti su cui si potrà continuare a contare, ma la "chimica", l'alchimia giusta è sbocciata fra i tre che hanno occupato la fascia mediana nelle ultime due uscite. Sono tre ragazzi che posseggono personalità e che, ognuno in percentuali diverse, sanno abbinare qualità e quantità, sanno giocare di fino (e a Chorzow l'hanno fatto ripetutamente) ma anche mulinare la clava, e a tal proposito ha compiuto grossi passi avanti rispetto a Genova soprattutto il giovane cagliaritano, a tratti persino troppo deciso in interdizione. 
FLORENZI TORNA UNA SICUREZZA, BIRAGHI SI RISCATTA - Nelle retrovie, Bonucci e Chiellini hanno chiuso a doppia mandata la porta davanti a un Donnarumma sempre convincente nelle poche occasioni in cui è dovuto intervenire (due volte su Grosicki, sostanzialmente). Le due "chiocce" tengono caldo il posto per Rugani, Caldara e Romagnoli, che avranno modo di inserirsi con serenità in una compagine non più provvisoria ma già delineata in buona parte, e quindi ben sicura sulle proprie gambe. Sulle fasce, Florenzi è tornato una risorsa fondamentale per il Club Italia, davvero inesauribile nelle due fasi e puntuale negli inserimenti offensivi; meno continuo e preciso Biraghi, il cui gol finale in spaccata su corner "monda" comunque tutti i peccati. Già, il gol: se dovessimo giudicare solo sulla scorta delle ultime partite, sembra rimasto l'unico problema grave della selezione azzurra. In realtà altri aspetti sono da mettere a punto, ed è giusto essere preparati fin da ora ai probabili sbalzi di rendimento che potranno caratterizzare, com'è normale che sia, la maturazione di un gruppo giovane e non molto esperto a livello internazionale. Ma è un dato di fatto che, se non la metti dentro, in certe competizioni non si va lontano. Abbiamo dovuto aspettare il raro acuto di un terzino nei minuti di recupero per incamerare un successo che, ai punti, avevamo strameritato molto prima. 
LE OCCASIONI CI SONO, I GOL ARRIVERANNO - Ribadisco tuttavia quanto avevo scritto dopo l'Ucraina: creare occasioni, concludere a rete con frequenza, essere presenti nell'area avversaria in maniera sempre e comunque insidiosa, è un'eccellente base di partenza per costruire qualcosa di importante. E in Polonia l'Italia ha tirato pericolosamente con una frequenza che, al cospetto di avversari di una certa statura, non faceva registrare probabilmente dall'Europeo del 2016, dalle splendide sfide con Belgio e Spagna: nel primo tempo, ci hanno provato due volte ciascuno Jorginho e Insigne (con un legno a testa), e Szczesny, che già aveva sventato uno splendido diagonale del nostro italo-brasiliano, ha tolto dalla porta un'inzuccata di Chiellini e un destro di Florenzi, giunto al culmine di uno dei tanti scambi in velocità condotti dai nostri fra trequarti e sedici metri.
Nella ripresa, un tiro alto di Biraghi su traversone da destra e due tentativi di Bernardeschi, con un bel sinistro da fuori e, prima, con un colpo di testa da posizione favorevolissima su cross di Chiesa, mandato sciaguratamente a lato. Non vincere una gara così, con una tale messe di palle - gol, sarebbe stato da guinness dei primati... È bene che anche chi arriva da dietro sia incisivo sotto porta, come ha saputo fare il laterale della Fiorentina, ma gli attaccanti devono finalizzare. Il trio davanti ha confermato quanto di buono e di meno buono mostrato a Marassi: ottimo tourbillon, prontezza nel proporsi, caparbietà, ma manca ancora il killer instinct. Con un Vieri o un Pippo Inzaghi al centro, la vittoria avrebbe potuto assumere proporzioni clamorose. Vieri e Inzaghi non li abbiamo più, ma forse potrebbe bastare un Belotti nuovamente al top, o magari un Cutrone che, parere mio, è già da Nazionale maggiore...