martedì 19 giugno 2018

FRANCIA 1938: OTTANT'ANNI FA IL SECONDO TITOLO MONDIALE DELL'ITALIA DEL CALCIO (2)

                           Italia e Ungheria schierate a centrocampo prima della finale di Parigi

In questa terribile atmosfera spazzata da venti di guerra sempre più violenti, con le tensioni politiche che avevano minato anche la serenità dello sport, prese dunque il via, il 4 giugno del 1938, la terza rassegna iridata della serie. L'Italia, ammessa di diritto in quanto detentrice, era la più autorevole candidata al titolo, non solo per prestigio e consistenza del palmarés ma per la continuità di rendimento ai vertici che aveva sciorinato nel quadriennio. C'è anche da dire, entrando in una valutazione tecnica della competizione, che il campo delle partecipanti era di livello qualitativamente inferiore rispetto a quello di quattro anni prima. Intendiamoci, stiamo pur sempre parlando di football di elevato spessore, ma i migliori valori del pallone anni Trenta si erano senz'altro dati convegno nel 1934 in Italia. 
DOLOROSE DEFEZIONI E VALORI EMERGENTI - Rispetto alla seconda edizione del torneo, era venuta a mancare l'Austria, per il triste motivo già detto; era fuori gioco anche la Spagna e anch'essa per una ragione tragica, la guerra civile che flagellava il Paese. Delle grandi tradizionali, oltre alla squadra azzurra, resisteva la Cecoslovacchia, che stava attraversando una complessa fase di rinnovamento ma rimaneva comunque competitiva, mentre si era alzato il potenziale dell'Ungheria, nella quale giganteggiava il fuoriclasse Sarosi, tuttofare ma principalmente grande animatore offensivo e goleador implacabile. Sempre rinunciatarie Inghilterra, Uruguay e Argentina, dal Sudamerica emergeva un Brasile sempre più credibile: la Seleçao stava completando il suo processo di crescita, che l'avrebbe presto portata ad esplodere a livelli stratosferici.
La grande incognita era la Germania: su un impianto di squadra già notevole, equilibrato e possente, aveva innestato alcuni elementi austriaci, grazie all'Anschluss hitleriano: i due blocchi si sarebbero fusi in un insieme invincibile o si sarebbero rifiutati a vicenda? C'era poi la consueta folta schiera di rappresentative della "classe media", compagini buone ma non eccelse, in grado di offrire l'exploit di un giorno ma non di imporsi sulla lunga distanza, su tutte la Svizzera, la Francia, il cui movimento calcistico era esso pure in espansione e nella circostanza poteva avvalersi dell'indubbia incidenza del fattore campo, e la Norvegia che aveva brillato all'Olimpiade '36, eliminando i padroni di casa tedeschi e impegnando severamente in semifinale l'Italia. 
DEBUTTO SOFFERTISSIMO - Proprio contro la Norvegia i campioni in carica esordirono, il 5 giugno a Marsiglia. E fu un esordio deludente: dopo un buon avvio coronato dal sollecito vantaggio ad opera di Ferraris II, e dopo alcune buone occasioni mancate per chiudere i conti, i nostri furono progressivamente messi in soggezione dagli avversari, complice la giornata poco felice della mediana e delle ali, Pasinati e il citato Ferraris II (gol a parte). I nordici colpirono due pali e Olivieri fu chiamato a diversi interventi risolutivi già nel primo tempo, poi, nella ripresa, i ragazzi di Pozzo sembrarono riconquistare il controllo della partita ma nella fase finale vennero raggiunti sull'1-1 da un guizzo di Brustad. In avvio di supplementari ci pensò Piola a rompere l'incubo e a promuovere l'Italia ai quarti, fra mille riserve. Opinione diffusa fu che i nostri avessero sbagliato approccio mentale alla partita, anche sull'onda di alcune amichevoli trionfalmente vinte nella fase di preparazione (6-1 al Belgio, 4-0 alla Jugoslavia). 
RISCATTO CONTRO GLI ANFITRIONI - Pozzo e i suoi meditarono sugli errori, il Commissario Unico operò tre sostituzioni, lasciando fuori il veterano Monzeglio, Pasinati e Ferraris e rimpiazzandoli con Foni, Biavati (al debutto in Nazionale A) e Colaussi, e da quel momento non ebbe più necessità di rimetter mano alla formazione. Nel quarto di finale contro la Francia padrona di casa, dopo un avvio equilibrato siglato da un gol per parte, gli italiani (quel giorno in maglia nera) presero gradatamente il comando delle operazioni, poggiando sul rigenerato centromediano Andreolo (unico oriundo della compagnia) e sulla solidissima coppia di terzini formata da Foni e Rava. Nella ripresa due acuti di Piola, a finalizzare splendide azioni manovrate, misero il sigillo alla gara e consentirono di contenere egregiamente la furente reazione dei galletti. Una partita bellissima, ben giocata da entrambe le contendenti, che gli azzurri si aggiudicarono non senza qualche patimento ma manifestando una netta supremazia di classe e di gioco nei momenti topici dell'incontro.
BRASILE SURCLASSATO - Fu nella gara coi transalpini che, di fatto, prese definitivamente forma la seconda Italia campione del Mondo. Modificato opportunamente l'undici di inizio competizione, saliti di tono alcuni elementi cardine, soprattutto i tre uomini della mediana che, all'epoca, era la zona chiave per il corretto funzionamento di tutto il meccanismo di squadra, rinfrancato il gruppo dopo i patimenti dell'avvio, la compagine azzurra lievitò a livelli di eccellenza. In semifinale, di nuovo a Marsiglia, si trovò di fronte il Brasile, che aveva avuto la meglio sulla favorita Cecoslovacchia in due durissime partite. I ragazzi della selezione sudamericana (priva del bomber Leonidas: acciaccato o tenuto a riposo, con decisione azzardata, in vista di una ipotetica finalissima?) mostrarono straripanti risorse fisiche e doti da giocolieri del pallone, peraltro piuttosto fini a loro stesse; i nostri prevalsero nettamente, sul piano tecnico e su quello tattico, per finezza di gioco e per capacità realizzative, tanto che alla fine il punteggio di 2-1 non disse tutto della superiorità di Meazza e compagni. Proprio il Balilla disputò una delle sue migliori gare in Nazionale, siglando il secondo gol su rigore (fallo ai danni di Piola) dopo che Colaussi aveva aperto le marcature con un meraviglioso tiro al volo, ma già nella prima frazione, chiusa sullo 0-0, i nostri avrebbero potuto passare con lo stesso Piola e in due circostanze con Biavati, mentre in tutto i novanta minuti Olivieri fu impegnato severamente non più di un paio di volte.
FINALE: APOGEO AZZURRO - Fu finale, dunque. Dall'altra parte del tabellone era emersa con merito l'Ungheria. Dopo il galoppo di allenamento nel primo turno con le Indie Olandesi (6-0), aveva superato la prova più difficile nei quarti, estromettendo la Svizzera che aveva clamorosamente eliminato al primo turno la deludente "grande" (?) Germania. In semifinale non c'era stata speranza per la Svezia, sepolta sotto un eloquente 5-1. L'atto conclusivo del torneo, allo stadio parigino di Colombes, si presentava piuttosto equilibrato, ma alla prova dei fatti fu una recita sublime degli uomini di Pozzo, probabilmente al loro apogeo quanto a pregevolezza di manovra e concretezza. Il primo tempo, in particolare, fu strepitoso, tanto da poter ritenere addirittura bugiardo il pur franco 3-1 con qui si andò al riposo. Segnò Colaussi, pareggiò Titkos a stretto giro di posta, poi i nostri si riportarono avanti con una rete meravigliosa, che in molti avranno avuto modo di vedere in un celebre filmato d'epoca: fittissima serie di passaggi fra Colaussi, Piola, Ferrari, Meazza e ancora Piola, e tiro risolutore di quest'ultimo. Arrivò poi il 3-1, firmato ancora dall'incontenibile Colaussi di questo torneo, e a corollario un legno colpito da Piola e altre occasioni mancate di un soffio dai vari Biavati, Ferrari e Meazza. Più equilibrata la ripresa, con gli azzurri in controllo (e altro palo, stavolta di Biavati), il miglior periodo ungherese che portò al 2-3 di Sarosi e il sigillo finale dello scatenato Piola, al quinto gol mondiale.
UN DECENNIO DI SUPERIORITA' - Poi, l'apoteosi, in chiusura di un torneo iniziato con affanno e finito con un crescendo rossiniano, ad opera di una squadra capace di impartire autentiche lezioni di calcio. Come dicevo nel post precedente, la seconda Coppa del Mondo giunse a chiudere un decennio di supremazia azzurra nel football internazionale. Dal '28 al '38, il bilancio parla di due Mondiali consecutivi, due edizioni di Coppa internazionale (progenitrice in scala ridotta del campionato europeo), un oro e un bronzo alle Olimpiadi. Inoltre, tante partire memorabili e campioni epocali lanciati nel firmamento del pallone. Il fatto, poi, che il successo parigino fu raggiunto con una rosa quasi totalmente rinnovata rispetto a quella del '34, fu la testimonianza più lampante della bontà di un vivaio eccezionalmente prolifico. A tal proposito, un'ultima annotazione importante: per l'Italia calcistica degli anni Trenta, gli oriundi erano solo un valore aggiunto, a volte importante, altre meno, ma comunque una percentuale assolutamente minoritaria al cospetto dei tanti eccelsi talenti germogliati nei giardini di casa nostra. Ricordiamo dunque la formazione vittoriosa a Colombes: Olivieri, Foni, Rava; Serantoni, Andreolo, Locatelli; Biavati, Meazza, Piola, Ferrari, Colaussi. Partecipi della grande conquista anche Monzeglio, Pasinati e Ferraris II. (2 - FINE).
La foto è tratta da "La storia illustrata della Nazionale", 1950

FRANCIA 1938: OTTANT'ANNI FA IL SECONDO TITOLO MONDIALE DELL'ITALIA DEL CALCIO (1)

                                Pozzo con la Coppa del Mondo, circondato dai suoi azzurri

Questo giugno 2018 è un mese ricco di ricorrenze fondamentali, per il calcio italiano. Ho parlato poche settimane fa dei cinquant'anni dell'unico alloro europeo azzurro, datato 1968. Ancor più importante è la celebrazione che cade giusto oggi: il 19 giugno del 1938, ottant'anni fa, la nostra Nazionale conquistava per la seconda volta consecutiva il titolo mondiale, coronando così un decennio che l'aveva vista affermarsi e consolidarsi come massima potenza del pallone planetario.
Parlare con enfasi di quei trionfi degli anni Trenta non sempre è facile, ai giorni nostri: si rischia sempre di passare per nostalgico di un'epoca che, sul fronte della grande storia, ha lasciato dietro di sé una scia di danni e lutti. Quando si ricordano le imprese di Vittorio Pozzo e dei suoi ragazzi, fin troppo spontaneo viene l'associazione mentale col Paese e col potere politico che erano rappresentati da quella squadra: ma l'Italia del '38, come quella del '34, meritano una trattazione squisitamente calcistica, perché quegli allori li raggiunsero in virtù di doti tecniche, fisiche e morali, con uno stile di gioco, una classe, un'organizzazione e un spirito agonistico che non trovavano pari, in quegli anni. 
NEL '34, UNA VITTORIA SOFFERTA MA MERITATA - Del trionfo romano nella seconda Coppa del Mondo, sofferto ma legittimo, parlai diffusamente in due articoli che scrissi nel 2014, in occasione dell'ottantesimo compleanno di quel successo ( qui il primo, e qui il secondo). Un successo che in tanti, soprattutto a posteriori, hanno contestato e tuttora contestano, perché ritenuto inficiato da qualche favore arbitrale di troppo e forse anche dall'influsso malefico dell'immanente presenza del Duce. All'epoca spulciai giornali del tempo e testimonianze successive, passando in rassegna commenti e cronache dettagliate dei vari match: l'impressione che ne trassi fu che l'Italia si era sì giovata di alcune spintarelle da parte dei direttori di gara, ma non più numerose né più gravi di quelle di cui, in tante edizioni della rassegna iridata, hanno goduto tanti padroni di casa; ma ciò che più conta è che, per il rendimento offerto sul campo, per la superiorità di gioco più volte espressa, per il numero di occasioni-gol create, i nostri meritarono comunque la conquista finale. Ad ogni modo, per i dubbiosi più irriducibili il quadriennio successivo fornì tutte le conferme richieste e non richieste. 
I LEONI DI HIGHBURY - Non ci fu riposo, per i freschi campioni del mondo: già nel novembre del '34 furono chiamati a un'epica sfida, a Londra, all'Highbury Stadium, contro i superbi inglesi, che si tenevano prudenzialmente alla larga dalla competizione iridata. Gli azzurri persero, ma disputarono una gara unanimemente lodata per slancio caratteriale e qualità di manovra: una doppietta di Meazza consentì di risalire dallo 0-3 al 2-3, dopo che Ceresoli, portiere che aveva preso il posto del grande Combi (ritiratosi), aveva già parato un rigore, e dopo che Monti, il centromediano, era già finito ko per una frattura a un piede, lasciando i suoi in dieci. Una prova che non è esagerato definire "eroica" e che ebbe vastissima eco sulla stampa e sui pochi altri media all'epoca disponibili. 
RINNOVAMENTO GRADUALE - Da quel momento, il Commissario Unico Pozzo iniziò un rinnovamento assai graduale, ma altrettanto profondo. Va ricordato che la squadra trionfatrice del '34 era piuttosto stagionata in diversi elementi: detto di Combi, che appese le scarpette al chiodo al culmine della gloria, anche Schiavio aveva dato l'addio alla Nazionale, mentre cominciavano ad accusare il peso delle tante battaglie i vari Ferraris IV, Monti, Allemandi, Bertolini. Ma il trainer non aveva fretta: sapeva che, per un periodo limitato di tempo, i suoi "pretoriani" gli avrebbero garantito ancora un buon rendimento. Si limitò a qualche "rimescolamento di carte", col ripescaggio di atleti che già avevano fatto parte del gruppo in passato (come Montesanto, Pitto e Serantoni), all'inserimento di meteore come l'oriundo Scopelli, e al lancio di soli due ragazzi destinati a scrivere a chiare lettere il loro nome nel libro azzurro: l'ala sinistra Colaussi e il centravanti Piola. L'esordio di quest'ultimo fu entusiasmante, in linea con un carriera che sarebbe stata onusta di gloria: una doppietta al Prater di Vienna, nel marzo '35, per la prima vittoria italiana in terra d'Austria. Era un match valido per la Coppa Internazionale, trofeo già vinto dai nostri nel '30 e che verrà riconquistato pochi mesi dopo, a novembre, grazie a un 2-2 casalingo con l'Ungheria. 
IL SORPRENDENTE ALLORO OLIMPICO - Seguì una fase interlocutoria, in attesa della disputa del torneo olimpico di calcio (ma ci fu l'esordio di un'altra futura colonna, Andreolo). A Berlino '36 l'Italia, nel rispetto dei regolamenti internazionali, si presentò con una rosa definita di "goliardi", formata da calciatori - studenti che mai avevano giocato in Nazionale A e in pochi nella B (Foni e Marchini), qualcuno militante in club di serie A ma perlopiù nelle divisioni inferiori. Una  rappresentativa messa insieme in maniera un po' ardita e avventurosa, che però, affidata alla sapiente guida di Pozzo, diventò un monolite e conquistò clamorosamente la medaglia d'oro. Alcuni dei giovani artefici di quell'impresa vennero in seguito provati nella Maggiore: Piccini e Marchini non durarono a lungo, ci fu qualche apparizione di Frossi, l'eroe della finale tedesca coi suoi due gol, mentre entrarono in pianta stabile nel gruppo i terzini Foni e Rava e il mediano Locatelli. 
PASSAGGIO DI CONSEGNE FRA DUE GRUPPI "MONDIALI" - Dopo l'alloro berlinese l'innovazione divenne dunque più profonda: in breve tempo, dei campioni di Roma '34 restarono solo Monzeglio, Ferrari e il sempre grandissimo Meazza. Dopo Piola, Colaussi e Andreolo, salirono alla ribalta giovani rampanti come i tre citati olimpionici e il portierone Olivieri, che non gode forse di grande fama "storica" in rapporto ad altri celebri numeri uno, ma che è da considerare uno dei più forti estremi difensori italiani di tutti i tempi. Et voilà, quasi senza accorgersene, con mano leggera come una piuma ma estremamente ferma e sicura, Pozzo aveva "rifatto" l'Italia, congedando dignitosamente il gruppo delle prime affermazioni euromondiali e affidandosi a una nuova nidiata di ragazzi, che mostrarono subito notevole efficienza nelle sfide di alto livello, andando ad esempio a infrangere un altro tabù, la prima vittoria sul campo della Cecoslovacchia, nel 1937. 
IL DRAMMA ANSCHLUSS - Eravamo nel frattempo giunti quasi alla vigilia della terza Coppa del Mondo, la cui organizzazione venne affidata alla Francia. Ma il clima politico a livello internazionale si era nel frattempo deteriorato: la Germania nazista di Hitler stava cominciando a dare segni di impazienza, e nel marzo '38 procedette senz'altro alla famigerata Anschluss, assorbendo l'Austria nel Reich. Sul piano calcistico, la diretta conseguenza fu la cancellazione della Nazionale danubiana, che per oltre un decennio, a cavallo fra gli anni Venti e i Trenta, era stata una delle più forti del Vecchio Continente, tanto da venir definita Wunderteam, squadra delle meraviglie. L'addio, Sindelar e compagni lo diedero in una malinconica amichevole non ufficiale proprio coi tedeschi, giocata in un Prater gremito e chiusa con una vittoria per due reti a zero, a ulteriore e definitiva conferma di quale fosse il rapporto di forza fra le due rappresentative. L'Austria, già sicura di partecipare ai Mondiali, venne così cancellata dal tabellone, e la sua avversaria negli ottavi di finale, la Svezia, si trovò promossa al turno successivo senza scendere in campo. (1-CONTINUA).
La foto è tratta da "La storia illustrata della Nazionale", 1950

venerdì 15 giugno 2018

MONDIALE RUSSIA 2018: SUPER RONALDO SALVA IL PORTOGALLO, 3-3 STRETTO PER LA RISORTA SPAGNA


Alla prima serata di gala del Mondiale russo, i protagonisti più attesi non steccano, Portogallo e (soprattutto) Spagna onorano la ribalta più prestigiosa regalando al pubblico un 3-3 da applausi. In un torneo iridato non è scontato che ciò accada: ne ho visti tanti di match di cartello deludere largamente le aspettative, soprattutto nelle prime giornate di gara, quando la tendenza, soprattutto da parte delle grandi squadre, è quella di giocare al risparmio conservando le energie per un cammino prevedibilmente lungo. E invece, tatticismo, chi era costui? La girandola dei gol inizia quasi subito, con il rigore (generoso) conquistato e trasformato da Ronaldo, e finisce con un'altra prodezza del Fenomeno (appellativo che merita lui come lo meritava il Ronaldo precedente, quello brasiliano), quando ormai la partita sembrava aver preso decisamente la via spagnola. 
SPAGNA SUPERIORE, ISCO FUORICLASSE - Nel mezzo, tante cose da raccontare. Con una sensazione su tutte, credo destinata a rafforzarsi col passare dei giorni mondiali: la Spagna è sempre forte. O meglio, lo è di nuovo, perché nelle ultime fasi finali affrontate, Brasile 2014 ed Euro 2016, aveva sostanzialmente trapanato l'acqua, mostrando di essere alla fine di un ciclo. Ebbene, "quel" ciclo è finito, sì, ma si è rigenerato risorgendo sulle medesime radici: molti protagonisti sono scesi dal palcoscenico, ma altri veterani hanno saputo mantenere un rendimento costante e mettere la loro sapienza calcistica al servizio dei nuovi arrivati.
Quel che si definisce una rivoluzione intelligente: Roja nuova per metà e forse più, ma coi suoi totem che non rappresentano le uniche ancore di salvezza a cui aggrapparsi, perché se Sergio Ramos continua a giganteggiare in difesa e Busquets a lavorare palloni su palloni, e se Iniesta accende con più frequenza del previsto i fari della sua classe purissima ma stagionata, il vero perno della Selecciòn è uno dell'ultima covata, quell'Isco che già ci aveva fatto piangere lacrime amarissime nel settembre scorso al Bernabeu. Siamo di fronte a un fuoriclasse autentico, un costruttore e un ispiratore dal palleggio finissimo, dal tocco preciso al millimetro: strappargli la palla è pressoché impossibile, le trame offensive iberiche poggiano in larga parte su di lui, e bene è andata ai portoghesi, se questa sera non è quasi mai riuscito a liberarsi al tiro: l'unica volta che l'ha fatto, con una volée di sinistro, è stata traversa piena.... Attorno ad Isco, comunque, una squadra che sa di nuovo imporre il suo dominio assoluto sul gioco, con un giro palla fitto e avvolgente ma in grado di assumere velocità micidiale, perché accompagnato sempre dalla massima perizia. 
Una Spagna fresca e sbarazzina che ha saputo ispirare un Diego Costa fino a stasera raramente travolgente in Nazionale: se il gol dell'1-1 se l'è costruito praticamente da solo, con un'insistita azione tutta di potenza (e forse anche con un falletto), il secondo lo ha visto finalizzare sotto porta un perfetto schema su punizione battuta da David Silva. grazie anche alla torre dell'onnipresente Busquets. 
SOLO RONALDO - Poi, ha trovato il gol uno dei "gregari" della squadra (ma ce ne sono davvero, di gregari, fra le Furie Rosse?), e che gol! Una bordata al volo di destro dalla distanza, che ha mandato in Paradiso Nacho e la Spagna. Da quel momento, la gara è parsa saldamente nelle mani di Ramos e compagni, che hanno mostrato di avere un'idea di gioco e di saperla sviluppare con efficacia. Se dall'altra parte non ci fosse stato CR7, avrebbero vinto, e sarebbe stato un verdetto del tutto legittimo. Ma, per l'appunto, c'era lui, che la partita l'ha pareggiata praticamente da solo: si è procurato un rigore, diciamo così, fortemente voluto e lo ha realizzato, ha assistito impotente e arrabbiato agli errori di Guedes, che ha sprecato due contropiede favorevolissimi, poi, dopo il primo acuto di Costa, ha riportato avanti i suoi con un sinistro dal limite e con la decisiva complicità di De Gea, che in questa sua apertura mondiale ha ricordato lo Zubizzarreta di Spagna - Nigeria '98. 
MOLTO DA RIVEDERE NEL PORTOGALLO - Nella ripresa i campioni d'Europa non sono pressoché esistiti: incassato un uno - due da k.o. nella parte iniziale del tempo, sono rimasti in balìa della superiorità spagnola, non dando mai l'impressione di poter cogliere il pari, fin quando Ronaldo si è preso un fallo poco fuori area e ha azionato il suo destro malefico beffando De Gea. Ecco perché è finita pari: perché Fernando Santos ha a disposizione il cinque volte Pallone d'Oro. Siamo di fronte a una dipendenza persino più spiccata di quella che aveva l'Argentina '86 nei confronti di Maradona. Oltretutto, il Portogallo sembrava voler gestire il sollecito vantaggio con un semplice "difesa e ripartenza", ma quando i citati errori in contropiede hanno fatto saltare il piano, la squadra non è sembrata avere valide strategie alternative.
Questo per dire che il risultato finale non rispecchia la disparità di valori vista in campo, e deve destar preoccupazione in campo lusitano, perché i fenomeni possono vincere o pareggiare da soli alcune partite, ma per fare bene in un torneo ci vuole un impianto di gioco ben definito, ci vogliono un collettivo funzionante e giocatori in grado di esprimere appieno il loro potenziale: giocatori che il Portogallo ha, visto che la finale dell'Europeo francese l'ha vinta in pratica senza il suo "dio". Ma alcuni degli elementi visti stasera non sembrano avere il peso necessario per fare i titolari in un Mondiale. 

giovedì 14 giugno 2018

VERSO SANREMO 2019: SARA' ANCORA BAGLIONI IL DIRETTORE ARTISTICO, MA QUALCOSA DOVRA' CAMBIARE NELLA SCELTA DELLE CANZONI

                                        Baglioni: confermatissimo per Sanremo 2019

Anche Sanremo 2019 sarà targato Baglioni. La notizia era nell'aria da settimane, ma la conferma ufficiale è giunta oggi, per bocca del direttore generale della Rai Mario Orfeo. Dal punto di vista televisivo, il bis è una scelta ineccepibile: l'ultima edizione del Festivalone è stata un indiscutibile successo, ottenendo favori pressoché unanimi sia da parte dei telespettatori (con risultati di audience eccellenti) sia da parte della critica. E si è trattato in effetti di uno spettacolo gradevole, ben confezionato, con presentatori impeccabili (Hunziker e Favino) e con la musica italiana al centro dell'attenzione come raramente in passato, grazie ai "tre cast paralleli", come li definii sul blog: cantanti in concorso, artisti nostrani ospiti e i "duettanti" coi Big.
Il discorso cambia decisamente se spostiamo l'attenzione su quello che è stato a lungo, e che dovrebbe essere ancora oggi, l'obiettivo primario della kermesse: lanciare canzoni in grado di scalare le classifiche di vendita (e di download, da qualche anno a questa parte). 
2018: VENDITE NON ALL'ALTEZZA - Ebbene, da questo punto di vista Sanremo 2018 non ha centrato il bersaglio. Non si può parlare di fallimento su tutta la linea, ma di grossa delusione senz'altro sì: nessun album degli artisti in concorso ha al momento ottenuto la certificazione-disco di platino, traguardo conquistato soltanto dai singoli di Annalisa, di Ultimo, della coppia di vincitori Meta - Moro e della rivelazione Stato Sociale, a proposito della quale qualcuno aveva azzardato la possibilità che si concretasse un exploit in stile Gabbani, cosa che invece non è successa, anche se "Una vita in vacanza" rimane tuttora la canzone che maggiormente si ricorda, fra quelle in gara nella kermesse di febbraio. Niente platino nemmeno per la classica compilation, che pure, come al solito, ha stazionato a lungo al primo posto della classifica dedicata. 
CAST SENZA PRESA SUL MERCATO - Qualcosa non ha funzionato, insomma. Premetto che, personalmente, ritengo incomprensibile e ingiusto lo scarso successo decretato dal pubblico a molti dei prodotti rivieraschi. Riconfermo il parere espresso a caldo, subito dopo la conclusione della manifestazione: il livello della proposta musicale, con particolare riferimento ai Big, è stato più che buono. Certo, scegliendo Baglioni come direttore artistico non era difficile prevedere dove si sarebbe andati a parare: si prospettava un Festival con una buona quota di opere di taglio autoriale, più raffinate e sofisticate sul piano della ricercatezza compositiva e degli arrangiamenti, a discapito di un pop prettamente commerciale che era invece stato privilegiato dal predecessore Carlo Conti. Una scelta di campo netta, quella del cantautore romano, coraggiosa ma gravida di rischi: e in effetti, una volta reso noto il listone del partecipanti, era apparso chiaro che l'incidenza sul mercato dei pezzi sanremesi difficilmente avrebbe potuto raggiungere quote d'eccellenza. 
BUONE PROPOSTE RIMASTE AL PALO - Le proposte, lo ripeto, erano di buona grana, e spiace che gran parte del pubblico di fruitori di musica non abbia apprezzato e... acquistato le canzoni di Gazzè, del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico, del Dalla postumo cantato dal suo pupillo Ron, per non parlare dell'audace ballata in romanesco di Barbarossa (che riprendeva e attualizzava una tradizione folkloristica di grande peso storico), del melodico inno al femminile di Nina Zilli, e dell'incalzante brano di Diodato e Roy Paci. A proposito di Diodato, c'è stato forse un errore strategico, perché il giovane cantautore si è presentato all'Ariston senza avere pronto un album di inediti che da quella vastissima platea avrebbe potuto trarre notevole linfa, e accelerarne una consacrazione che invece è ancora di là da venire. Una grande occasione perduta.
IL SUCCESSO DI ULTIMO, I KOLORS NON DECOLLANO - Spiace per questa "astensione" degli acquirenti, si diceva, ma la cosa non sorprende: a parte Gazzè, i nomi prima citati non sono da tempo, o non sono mai stati, grandi venditori di dischi, improbabile lo divenissero in questi mesi, in un mercato dominato o da campioni storici e inattaccabili (Pausini, Ferro, ecc.), o da ragazzini in buona parte usciti da "Amici" e altri talent, o da tanti, troppi esponenti della galassia hip hop, rap, trap, i cui prodotti sono spesso di qualità discutibile ma che sembrano aver trovato il registro giusto per entrare nel cuore dei ragazzi di oggi. Non è un caso che a uscire di gran lunga vincitore, sul piano commerciale, da Sanremo 2018, sia stato Ultimo, un emergente che fa pop - rap all'acqua di rose ma ha una buona scrittura e notevole presenza scenica; e non è casuale nemmeno che le uniche certificazioni platino, gira che ti rigira, le abbiano portate a casa i big più vicini all'universo giovanile, ai sound e ai testi contemporanei, ossia Meta e Moro, Annalisa e Lo Stato Sociale. Anche in questo caso si nota però una contraddizione: uno dei brani più orecchiabili e martellanti della kermesse,. "Frida" dei Kolors, ha reso largamente al di sotto delle aspettative. 
PER IL FUTURO, CAST PIU' "COMMERCIALI" E PIU' VICINI AI GIOVANI - Torniamo a bomba. Il rinnovo della fiducia a Baglioni era quasi inevitabile: il successo (successo televisivo, lo ripetiamo) della recente edizione, e il lungo travaglio dell'anno scorso prima di trovare un direttore artistico che potesse sostituire degnamente Conti, sconsigliavano la Rai di avventurarsi su strade nuove e inesplorate. Per cambiare e sperimentare c'è sempre tempo, e farlo quando non ce n'è troppo bisogno è un rischio inutile: Sanremo scoppia di salute ormai da una decina d'anni (l'unico momento di crisi è stato ai tempi del Fazio quater, 2014), in questo momento ha solo bisogno di piccoli aggiustamenti di rotta. Questo è il compito principale che attende il buon Claudio: una linea artistica che coniughi pregevolezza musicale ed easy listening, "radiofonicità" delle canzoni scelte. Si può benissimo comporre, in questo senso, un cast più equilibrato di quello messo in piedi quest'anno, cartellone che aveva, come detto, caratteristiche ben precise, tali da tenerlo lontano dal mercato. 
Aprire le porte al rap? Forse almeno un paio di caselle dovrebbero essere occupate da questi imprevedibili campioni delle chart, ma non è tanto un problema di nomi, quanto di generi canori rappresentati all'Ariston. In questo senso dovranno cambiare delle cose, ma non è detto che ci si fermi qui. L'anno scorso Baglioni fu catapultato sul ponte di comando con un certo ritardo, ebbe poco tempo per lavorare al progetto e stilò un regolamento che aveva solo un paio di novità significative rispetto a quello dell'era Conti (niente eliminazioni per nessun cantante in gara, e allungamento della durata massima dei brani). Improbabile, ma possibile che quest'anno voglia studiare qualche modifica più radicale del format del concorso, anche se la classica distinzione fra Giovani e Big ormai da tempo si sta dimostrando di gran lunga la più funzionale alla riuscita della kermesse. 
SERVE UNA DIVERSA FORMULA DI SPETTACOLO - Più probabile, e auspicabile, un cambiamento della struttura dell'evento - Sanremo: se l'anno scorso si puntò tutto sulla musica di casa nostra, quest'anno si potrebbe dare un taglio più internazionale alla rassegna; se l'anno scorso il direttore si era più volte preso la scena proponendo i suoi memorabili cavalli di battaglia, nel 2019 non sarà facile ripetere un'operazione del genere: nonostante la vastità del suo repertorio, i veri evergreen, quelli che tutti gli italiani hanno ascoltato almeno una volta nella vita, se li è "giocati" nello show di pochi mesi fa: non so se proporre canzoni pur fascinose come "Gagarin", "Solo", "Io sono qui" o "Cuore d'aliante" coinvolgerebbe ugualmente la platea. Dunque, una nuova formula di spettacolo, e possibilmente con interpreti nuovi: perché nelle settimane scorse è girata voce di una riconferma in blocco del gruppo 2018 (Baglioni - Hunziker - Savino), ma sarebbe un azzardo assoluto: in tempi recenti, è accaduto solo nel 2013 e nel 2014, col doppio Sanremo di Fazio - Littizzetto e col conseguente buco nell'acqua dell'Auditel. C'è bisogno di volti nuovi, che non sono tanti ma non mancano. Tre nomi per tutti: Amadeus, Federico Russo e Serena Rossi. 

MONDIALE 2018 AL VIA: IL RITORNO DEL PERU', LE SQUADRE PIU' "ITALIANE", L'ULTIMA OCCASIONE DELL'ARGENTINA TARGATA MESSI E ALTRE COSE DA TENERE D'OCCHIO


Oggi è una giornata amarissima per milioni d'italiani calciofili, per tutti quelli nati dopo il 1958, che fin qui non hanno mai provato il brivido nefasto di una Coppa del Mondo senza l'Italia. E sì, oggi inizia Russia 2018, e sarà dura, durissima. Non è solo una questione di orgoglio nazionale, di tifo, ma una valutazione oggettiva: perché un Mondiale che non schiera ai nastri di partenza una Nazionale che l'ha vinto per ben quattro volte, beh, è un Mondiale zoppo. Sappiamo tutti chi dobbiamo ringraziare per questo scempio evitabile, evitabilissimo, ma tant'è. Si comincerà con malinconia, poi si entrerà nell'atmosfera magica del torneo che ci farà dimenticare per qualche giorno i nostri guai, ma il magone tornerà a galla nelle fasi decisive, quelle in cui le grandi del globo si sfideranno per la massima conquista e noi saremo lì, sui divani di casa nostra, impotenti a guardare gli altri gioire o disperarsi. Perché un Mondiale si può perdere, anche malamente com'è successo agli azzurri nelle precedenti due edizioni, ma l'importante è esserci, per una questione di prestigio e perché una volta sul posto può davvero accadere di tutto: episodi fortunati, ma anche giocatori al top della forma, o exploit di squadra imprevedibili che ti proiettano oltre le più rosee aspettative; casi del genere non sono mai mancati nella nostra storia, pensiamo ad Argentina '78, ad esempio: arrivammo circondati dal più cupo pessimismo, tornammo in patria con un quarto posto impreziosito da prestazioni brillanti e dal lancio dei virgulti Cabrini e Rossi.
E' PUR SEMPRE IL MONDIALE - Basta, inutile continuare a farsi del male. Per chi è appassionato di pallone ogni giorno dell'anno e non solo ogni quattro anni, l'evento Mondiale rimane un must. E' la manifestazione sportiva più importante, assieme ai Giochi olimpici, ma più dei Giochi catalizza passione e delirio popolare in ogni angolo della Terra. E' un evento radicato nell'animo, nel tessuto sociale del pianeta, in grado di regalare momenti che rimangono eternamente scolpiti nella mente del tifoso. Per cui, da oggi fino al 15 luglio, sarà comunque un mese di partite, di polemiche, di pronostici, di discussioni attorno a prodezze, delusioni, gioco brutto o esaltante. Anche se sarebbe sufficiente il fascino intrinseco della kermesse, Russia 2018 offre comunque un'enormità di motivi tecnici validi per piazzarsi davanti al televisore e seguire  la tenzone. 
IL GIUSTO RITORNO DEL PERU' - Non mi lancio in analisi dettagliate delle 32 protagoniste, c'è chi, in edicola e sul web, in questi giorni lo sta facendo in modo esauriente. Mi limito a segnalare alcuni elementi di notevole interesse, senza alcuna pretesa di completezza. Partendo dal basso, o comunque da posizioni non nobilissime nella griglia di partenza, attendo con simpatia le prove del Perù, perché ritorna dopo una lunghissima assenza: mancava dal 1982, e quell'anno, a Vigo, incontrò l'Italia poi campione, sfiorando persino la vittoria (attaccò costantemente nel secondo tempo, si vide negare un rigore e nel finale riusci a pareggiare il gol di Conti grazie a una punizione di Diaz deviata da Collovati). In precedenza, aveva giocato da protagonista i tornei del '70 e del '78, mettendo in mostra fuoriclasse come Cubillas, Gallardo e Chumpitaz; andando ancor più indietro nel tempo, era stata una delle tredici "eroiche" rappresentative che aveva dato vita alla prima Coppa del Mondo, nel 1930 a Montevideo. Dopo l'82, l'involuzione tecnica ma anche una sciagura vera, quella dell'Alianza Lima, una delle squadre guida del Paese, i cui componenti perirono in un incidente aereo nel 1987. Ora è giunto il momento della riscossa, e chissà che Jefferson Farfan e compagni non riescano ad essere la mina vagante di un girone insidioso, che li ha piazzati con Francia, Danimarca e Australia. 
SPAGNA: TANTA QUALITA', MA IL PASTICCIO CT... - Il caso che ha animato la vigilia è stato senz'altro l'esonero del cittì spagnolo Lopetegui, a due giorni dal debutto contro il Portogallo. Capisco la rabbia del presidente federale iberico, per l'intempestivo annuncio del passaggio del trainer al Real Madrid, ma una decisione del genere rischia di destabilizzare il gruppo (che infatti aveva chiesto una conferma dell'ex portiere) mettendo a repentaglio un torneo al quale la Roja, tanto per cambiare, si presenta da favorita. Cosa potrà fare il subentrato Fernando Hierro, icona del calcio spagnolo poco vincente degli anni Novanta ma a digiuno di esperienza di panchina ad alti livelli? Si rischia l'autogestione dei giocatori, che storicamente nel calcio non porta mai buoni frutti. Si poteva forse rinviare ogni decisione a dopo la fine del Mondiale, oppure liquidare il tutto con una multa o una pubblica reprimenda. Vedremo che effetto avrà questa "rivoluzione", su una squadra più che mai intrigante, che guarda al futuro grazie agli exploit dei vari Asensio, Koke, Isco, Thiago Alcantara e l'ultimo grido Saul, ai quali faranno da chiocce Sergio Ramos, Busquets e l'immenso Iniesta: una mirabile fusione tra vecchio e nuovo potenzialmente devastante, ma che potrebbe essere depotenziata dal terremoto in panchina. 
BRASILE DI NUOVO AL TOP, GERMANIA PER IL POKERISSIMO - Grande attesa circonda il Brasile. Sai che novità, direte. Ma questa volta è un'attesa diversa: non dimentichiamoci che quattro anni fa, nel Mondiale casalingo "che non si poteva non vincere", la Seleçao fu brutalmente umiliata dalla Germania con quel 7-1 in semifinale, e chiuse con un insipido quarto posto che valeva poco più di niente. Da quei giorni e fino alla Copa America del 2015, è stato senz'altro il periodo più travagliato nella pur movimentata storia degli auriverdes. Poi, molte cose sono cambiate: è arrivato il primo, sospirato trionfo olimpico (tabù pluridecennale infranto e mini rivincita sui teutonici), è arrivata soprattutto una rinascita scandita da un girone di qualificazione prima incerto e poi trionfale, con nove vittorie consecutive che hanno fatto la differenza rispetto agli avversari. Allison, Marcelo, Neymar e Firmino sono i cardini di una squadra che, come quasi sempre, ha tutto per poter centrare il bersaglio grosso. A proposito del celebre "cappotto" di Belo Horizonte, poco da dire sulla Germania campione in carica: sempre competitiva, vincente in tutte le dieci partite del turno eliminatorio, forte di un vivaio che sta vivendo una delle sue migliori fasi storiche, lancia sulla massima ribalta i nuovi Kimmich e Timo Werner, ma più della Spagna rimane (giustamente) legata ai suoi veterani carichi di gloria, come Khedira, Kroos, Thomas Mueller e Neuer, con quest'ultimo che se la deve vedere con gli agguerritissimi concorrenti Ter Stegen e Trapp, tutta gente di vasta esperienza internazionale. Mancherà Gotze, risolutore - meteora della finale mondiale di Rio. 
GLI "ITALIANI" AL MONDIALE - Russia 2018 sarà da seguire con attenzione anche perché, se non ci sono gli azzurri, c'è comunque tanta Italia, rappresentata... per procura. Il fatto che moltissimi calciatori militanti nella nostra Serie A siano stati convocati dai vari cittì dimostra due cose, una positiva e una negativa: quella positiva è che il campionato italiano non deve essere tecnicamente ridotto male come in tanti asseriscono, se riesce ad esprimere un così gran numero di pedatori all'altezza di figurare sulla ribalta mondiale; quella negativa è che la presenza, nei nostri club, di tanti buoni - ottimi stranieri toglie giocoforza spazio ai giovani italiani, cosa che su questo blog si denuncia da anni e le cui conseguenze sul rendimento della nostra Nazionale sono sotto gli occhi di tutti. 
ARGENTINA, CROAZIA E POLONIA IN... VERSIONE AZZURRA - Ad ogni modo, per chi vorrà tifare... un po' d'Italia, consiglio di concentrare l'attenzione su Croazia (Strinic, Badelj, Perisic, Brozovic, Mandzukic, Kalinic) e sull'Argentina (Ansaldi, Biglia, Fazio, Higuain, Dybala), due Nazionali che, fra l'altro, hanno tutte le carte in regola per percorrere una lunga strada: fra i croati ci sono Modric e Rakitic al culmine della carriera, mentre quella biancoceleste è una selezione piuttosto stagionata che vedrà, con ogni probabilità, l'ultima recita iridata di campioni rimasti sostanzialmente all'asciutto di allori con la loro rappresentativa, penso a Otamendi, Mascherano, Di Maria, Aguero e soprattutto Messi. Molto italiana è anche la Polonia, candidata a possibile sorpresissima: da Szczesny a Zielinski, da Milik a Linetty, e poi ancora Cionek, Bereszynski e Kownacki; se alla nostra "colonia" aggiungiamo gli esperti Blaszczykowski e Krychowiak e il super bomber Lewandowski, ce n'è abbastanza perché la squadra di Nawalka possa mettersi sulle tracce dei grandi del '74 e dell'82.
BELGIO E FRANCIA PUNTANO IN ALTO - In un ideale ranking di aspiranti alla coppa Fifa, con le grandi di sempre Germania, Spagna, Brasile e Argentina e con "le dernier cri" Portogallo, campione europeo in carica, dovrebbero recitare un ruolo di primo piano anche Belgio e Francia. Il Belgio di Roberto Martinez presenta la sua miglior generazione di sempre, assieme a quella che fiorì negli anni Settanta e che sfornò l'ostica Nazionale grandissima protagonista da Euro '80 in poi. Ma questo gruppo è ancora più qualitativo di quello dei Millecamps, Vandereycken, Ceulemans e Vandenbergh. E' un gruppo che ha classe, talento, raffinatezza nel tocco di palla, gusto per il bel gioco e grande concretezza: con gente come Courtois, Vertonghen, De Bruyne, Hazard, Fellaini, Lukaku e Mertens non si può non essere ambiziosi. La Francia ha mirabilmente seguito l'esempio delle altre grandi d'Europa, cioè curare con amore e competenza il vivaio locale, cosa che non ha fatto l'Italia, non a caso oggi spettatrice: così è nata una "covata" di campioni in grado di rinverdire i fasti del gruppo euromondiale di Jacquet e Lemerre. Permangono dubbi sull'effettiva capacità di ... mettere il gatto nel sacco: i transalpini hanno infatti mancato l'affermazione casalinga ad Euro 2016, pur avendo giocato un torneo di tutto riposo fino alla semifinale con la Germania. Ma nel frattempo sono trascorsi due anni in cui i nazionali francesi sono diventati protagonisti in club di primissimo piano, e poi Deschamps ha pur sempre in organico un Griezmann che già nel torneo continentale aveva sfoderato gol e prestazioni da Pallone d'oro. A proposito di Pallone d'oro, un cenno anche a Cristiano Ronaldo, che ai Mondiali raramente ha brillato ma che stavolta si presenta sulla scia di stagioni memorabili col Real Madrid, e alla guida di una rappresentativa che ha rotto il suo storico digiuno di trofei due anni fa. 
IL MONDIALE DI MEDIASET - Per noi italiani, di interessante in questo Mondiale c'è anche il debutto di Mediaset, che per la prima volta si è aggiudicata i diritti per la trasmissione delle partite. Torneremo a rivedere tutte le gare in chiaro, cosa che nel nostro Paese non accadeva dal 2002, e già questa è una cosa positiva: assisteremo forse a un nuovo modo di raccontare la Coppa del Mondo, mentre di sicuro c'è l'impegno massiccio delle reti berlusconiane, con dirette, rubriche, trasmissioni di contorno non esclusivamente calcistiche. Insomma, il "pane" per gli appassionati non mancherà. Sulla qualità e sulla digeribilità di questo pane catodico, giudicheremo a cose fatte. Buon Mondiale a tutti.