domenica 29 luglio 2012

IO STO CON VALENTINA VEZZALI



Parliamo di Valentina Vezzali. Certo, in questo momento sarebbe doveroso parlarne solo ed esclusivamente per l'ennesimo alloro olimpico della sua impareggiabile carriera, il bronzo conquistato ieri nel fioretto individuale ai danni della coreana Nam. Sarà anche la medaglia meno nobile, come da sempre sostengono i cultori della vittoria ad ogni costo (quelli che "il secondo classificato è il primo degli sconfitti", quindi figuriamoci il terzo...), ma il modo in cui Vale se l'è messa al collo è stato autenticamente epico. Sotto per 12 a 8 a undici secondi dalla fine, undici secondi che le sono stati sufficienti per piazzare una rimonta sensazionale, quattro stoccate a segno per il pareggio e poi la vittoria nel supplementare. Anche a chi, come me, di scherma ne mastica il minimo indispensabile, è parso evidente che solo una fuoriclasse con tutti i crismi può essere in grado di realizzare una prodezza tecnica, morale e agonistica di tale spessore. Ma che la Vezzali sia una fuoriclasse non è revocabile in dubbio, nemmeno di fronte alla piccola amarezza per la finalissima mancata di un soffio. 
PORTA A PORTA - Già, tutto vero, ma come detto in apertura non è di questo che volevo parlare, bensì dell'attacco populista e demagogico che, sui social network, Valentina sta subendo da mesi, attacco che si è intensificato, e non poteva essere altrimenti, in queste ore successive al suo bronzo. Il motivo? La sua performance, qualche anno fa, in una puntata di "Porta a porta": nel salotto televisivo di Bruno Vespa, la nostra già allora pluridecorata olimpionica si mise in evidenza per un atteggiamento un po' troppo deferente nei confronti di Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio in carica, e per una battuta infelice ("Presidente, io da lei mi farei veramente toccare": era chiaro il riferimento a una figura tecnica della scherma, visto che i due stavano pure inscenando in studio una specie di sfida fiorettistica, ma altrettanto chiaramente una battuta del genere si prestava a un doppio senso decisamente "pruriginoso"). 
Apriti cielo: i fustigatori morali in servizio permanente effettivo (ci son sempre stati, ma l'avvento del web e dei social network li ha moltiplicati) hanno cominciato a scagliare i loro strali verso l'atleta "lecchina", "serva del potere", "piegata ai voleri del Berlusca", e, ovviamente, "indegna di portare la bandiera italiana nella cerimonia di apertura di Londra 2012". 
GLI ATLETI E LA POLITICA -  Allora chiariamoci: verissimo, quel passaggio televisivo di Vale non fu propriamente riuscitissimo. Ma bastano pochi minuti sul piccolo schermo, in una situazione del tutto particolare, per bollare moralmente e umanamente una persona? E basta una gaffe (parliamoci chiaro, chi di noi non ne ha mai fatta una, in vita propria?) per squalificare una donna che, mi pare, qualcosa di concreto e di positivo ha costruito, durante i primi 38 anni della sua esistenza? Ma non è neanche questo il punto chiave, quanto il seguente: il comportamento della Vezzali in quella lontana circostanza fu, grosso modo, lo stesso che il 99 per cento degli atleti professionisti, da sempre e in ogni parte del mondo, tiene allorquando si trova a tu per tu con rappresentanti del potere e delle istituzioni: un atteggiamento, cioè, improntato alla deferenza e all'accondiscendenza. Perché gli atleti, dalla notte dei tempi (non dico che sia un bene, anzi, ma così è) si dichiarano "apolitici", interessati solo a perseguire il massimo nel loro campo; e, quando si trovano a confronto con esponenti del mondo politico, mostrano rispetto e si sentono onorati per l'incontro con essi, di qualunque tendenza siano questi personaggi politici.  
Ma dico, ve li vedete Rossi e Tardelli che, nel 1982, prendono da parte Pertini  e gli dicono: "Sì, presidente, va bene, grazie del sostegno, ma ora ci dica: perché i suoi colleghi nel 1978 non si impegnarono a fondo per salvare la vita ad Aldo Moro"? Può sembrare un esempio forte e forzato, e probabilmente lo è, ma era per far capire che uno sportivo, un campione, anche per ragioni di opportunità (sue e del movimento sportivo a cui appartiene) mai nulla farebbe per mettersi contro il potere costituito, o anche solo per urtarne la sensibilità. 
ORGOGLIO D'ITALIA - E comunque, anche se Vale si fosse comportata così per una propria propensione politica (leggasi: simpatie destrorse e berlusconiane), non credo vada crocifissa per questo, se siamo ancora un Paese che rispetta le idee di tutti, anche quelle che più lontane appaiono dal nostro modo di essere e di sentire. La verità è che, nel clima avvelenato creatosi da qualche anno in Italia, si tende a leggere ogni evento, anche l'episodio più insignificante, con "occhiali politici", distorcendo realtà che invece dovrebbero solo essere sdrammatizzate e vissute con disincanto e con un sorriso sulle labbra. Per non parlare dell'intolleranza sociale creata da vent'anni di dicotomia politica destra / sinistra, di berlusconismo e antiberlusconismo, con la nazione quasi spaccata in due e piazzata su barricate ideologiche oltranziste e integraliste da ambo le parti, ma questo è un discorso che ci porterebbe davvero troppo lontano. 
Ecco perché, dunque, io sto con Valentina Vezzali. Marchiata a fuoco per un episodio trascurabile e comunque non certo emblematico della vita e della carriera di una persona che, ci vogliono le fette di prosciutto sugli occhi per negarlo, ha dato tantissimo allo sport azzurro e all'immagine della nazione Italia tout court nel mondo intero. Una delle più grandi figure di sportivo/a che mai abbiano visto la luce nel nostro Paese. Una donna esile eppure energica, il cui volto trasmette solo calore e positività. Teniamocela stretta, perché è un esemplare raro, altroché. 

venerdì 27 luglio 2012

LE MIE RECENSIONI: QUELL'IDIOTA DI NOSTRO FRATELLO



Si ride, o per meglio dire si sorride, ma non solo. "Quell'idiota di nostro fratello", pellicola made in USA (regia di Jesse Peretz) da qualche settimana nelle nostre sale, è un prodotto assai più articolato, più ricco di sfaccettature di quanto non appaia a una prima "lettura". Commedia brillante e leggera, certo, ma con pretese di analisi socio - psicologiche magari un po' di grana grossa, eppure evidenti. 
La vicenda ruota attorno alle peripezie di Ned (interpretato da Paul Rudd), l'idiota del titolo, un titolo invero un po' ingeneroso nei confronti del protagonista, che sarebbe forse più corretto definire ingenuo: un ragazzone mai cresciuto, un bambinone con una visione troppo candida e immacolata del suo prossimo e del mondo intero, un uomo del tutto privo di malizia e di furbizia e, in quanto tale, facile facile da mettere nel sacco. Uscito dal carcere, nel quale era finito per aver venduto marijuana a un poliziotto (non in borghese!), Ned si ritrova senza lavoro, senza compagna e, soprattutto, senza l'amato cane (di cui si auto - nomina padrona la ex fidanzata), e chiede aiuto e ricovero alla sua numerosa famiglia, in particolare alla fin troppo premurosa madre e alle tre sorelle, delle quali movimenta e sconvolge le vite fino a farle arrivare, per tutte, a un punto di rottura che, nella loro situazione, risulterà oltremodo benefico e liberatorio.
Ecco, è in questo intersecarsi, evolversi, complicarsi e degenerare delle varie vicende personali che la pellicola assume uno spessore più consistente, almeno a livello di buone intenzioni. Perché dietro la visione del mondo ingenua e irrazionalmente positiva del protagonista, dietro le alterne fortune indotte nella sua esistenza da una mente fin troppo semplice, si snoda un universo fatto di vite complesse e multiformi, di nevrosi, di contrasti familiari, di meschinità professionali, di ambiguità di rapporto mai chiarite, mascherate dall'ipocrisia e destinate prima o poi a esplodere (e a farle esplodere, guarda un po' il caso, sarà proprio il buon Ned).
Tanti i lati oscuri del vivere che vengono esplorati: il tradimento coniugale negato oltre ogni limite ragionevole dalla vittima per quieto vivere o, diciamo meglio, per debolezza propria, per non voler sconvolgere un modus vivendi consolidatosi nel tempo e che ha dato piatta e artificiosa sicurezza e placidità alla propria esistenza; la necessità, per sfondare in un ambito lavorativo, di dover ricorrere a trucchetti e sotterfugi deontologicamente riprovevoli; e, ancora, le difficoltà che possono sorgere in un rapporto d'amore omosessuale al femminile qualora una delle due innamorate ceda, in un unico momento di debolezza, a una tentazione etero, pagandola a caro prezzo.
C'è davvero una molteplicità di situazioni che farebbe la gioia di un sociologo comportamentale. Situazioni che la sceneggiatura sviluppa in maniera magari semplice e con conclusioni tese a comunicare, come nella miglior tradizione del cinema americano, messaggi sostanzialmente rassicuranti, però si vede un intento di andare oltre la risata generata dalle incomprensioni e dagli equivoci causati dal personaggio centrale. Qual è una delle "morali" dell'opera? Che anche la vita più limpida e in apparenza senza macchie può nascondere i suoi buchi neri, le sue complessità, i suoi nodi non ancora sciolti. E di vite intricate, come detto, in questa pellicola ce ne sono molte: lo stesso Ned, del resto, è personaggio più ambiguo di quanto vogliano suggerire titolo e canovaccio narrativo: l'ingenuo, il quasi idiota apre comunque il film vendendo della droga che tiene nascosta nel suo bancone di ortofrutticolo ambulante: quello stesso bancone dal quale, pochi minuti prima, aveva prelevato un cestino di frutta regalandolo a un bambino, cioè uno degli slanci di più disinteressata generosità che posa avere un essere umano. Più ambiguo e "dicotomico" di così...
Insomma, novanta minuti di pellicola divertenti ma anche intriganti per le tematiche esplorate, con leggerezza non scevra di autentico impegno analitico. Sugli scudi, alcuni personaggi ottimamente tratteggiati e ben interpretati, pur se in apparenza secondari: Billy (ne indossa i panni T. J. Miller), il nuovo compagno della ex fidanzata di Ned, stralunato e sulle nuvole ben più del protagonista, che alla fine avrà un ruolo assai più decisivo di quanto lo spettatore potrebbe sospettare; e Cindy (Rashida Jones), l'inflessibile avvocatessa compagna di vita di una delle sorelle di Ned, la prima a capire nel profondo il ragazzo (e ad aiutarlo nei suoi tentativi di recuperare l'adorato cane), fanciulla seriosa ma in realtà tenera e fragile, il viso decorato da un paio di enormi occhialoni che, ben lungi dall'imbruttirla, come forse era nelle intenzioni di regista e sceneggiatore, impreziosiscono la sua bellezza rendendola unica e particolare. 

sabato 21 luglio 2012

LE MIE RECENSIONI: CHEF



Negli ultimi anni, l'arte culinaria, declinata nei più svariati format (dalla gara fra i fornelli alla semplice presentazione di pietanze più o meno elaborate) è diventata uno dei... piatti forti dei palinsesti televisivi (non  solo nostrani, I suppose). Inevitabile che, prima o poi, l'urticante moda dilagasse fino ad invadere il mondo di celluloide. Ecco dunque sul grande schermo, per questa estate 2012, "Chef" di Daniel Cohen, pellicola francese leggera leggera, come si conviene alla stagione calda. 
La storia in breve: il fulcro è l'ascesa di Jacky, giovane, talentuoso e preparatissimo genio della cucina, un autentico Messi della sua categoria, "svezzato" e lanciato in grande stile da Alexandre, uno chef fra i più prestigiosi dell'Exagone, ma da un po' di tempo finito nel mirino di un alto dirigente dell'azienda per cui lavora, folgorato sulla via della "nouvelle vague" gastronomica, della nuova frontiera del cibo. Ecco dunque che, a far da sfondo e pretesto alla vicenda narrata, si staglia la grande sfida che ha caratterizzato il settore nell'ultimo decennio, quella fra "haute cuisine" tradizionale e avanguardismo, in particolare la cosiddetta "cucina molecolare". Da che parte stiano gli ideatori del film, in questa ideale battaglia a colpi di cibarie, non è revocabile in dubbio, alla luce delle ironie nemmeno troppo velate riservate ai piatti molecolari, con le loro porzioni microscopiche e gli ingredienti misteriosi o fin troppo insoliti. 
Per la gran parte del pubblico italiano, l'unico attore veramente di fama della pellicola è Jean Reno, lo chef veterano e tradizionalista: performance di tutto rispetto, la sua, pur senza picchi di genialità, ma alla fine il vero mattatore risulta essere il suo preparatissimo allievo, interpretato da un Michael Youn camaleontico anche per mimica facciale. L'intesa fra i due è buona e impreziosisce un'opera più che dignitosa, anche se non eccezionale. 
Come è capitato per altri prodotti cinematografici recenti, l'idea alla base del film è buona e anche originale, se non altro perché è raro vedere esplorato sul grande schermo l'universo della cucina professionale, le rivalità, gli scontri, la gavetta da sostenere per arrivare in alto. A ben pensarci, nulla di particolarmente diverso da altri ambiti lavorativi, però nessuno, credo, finora ce l'aveva mai fatto vedere in versione cinematografica e romanzata. Lo sviluppo è però un po' manieristico e stereotipato: tutto ciò che accade è troppo bello, perfetto e a lieto fine per essere anche realistico. Il giovane Jacky, dapprima genio incompreso dei fornelli, dopo aver ricevuto mille porte in faccia perché non in grado di adattarsi a realtà professionali "minori" (inutile, è il concetto in soldoni, proporre pietanze di pregio a chi non sa andare più in là di bistecca e patate fritte, ma lui proprio non lo capisce e va incontro a una delusione dopo l'altra), per una serie di circostanze e casualità si imbatte nel grande chef, che assaggia una delle sue elaborate delizie e decide di prenderlo in prova. Dopo varie peripezie, Alexandre vince la sfida col colosso della cucina molecolare e, da trionfatore al culmine della gloria, si ritira cedendo il posto proprio al giovanotto rampante, mentre la sua arte culinaria, finalmente rivalutata, andrà a impreziosire e valorizzare il ristorante della sua nuova giovane e affascinante fiamma; il tutto, mentre il dirigente del ristorante che aveva fatto la guerra al grande chef viene degradato a cuoco semplice, vendetta delle vendette. Dubito che nella realtà abbondino esempi di vita così magnificamente sublime e densa di soddisfazioni: regalare sogni allo spettatore va bene, ma è sempre meglio non esagerare, perché il rischio è di creare trame troppo "forzate" e perciò poco credibili.
Un quadro un po' artificioso, insomma, col suo ottimismo sparso a piene mani e non "q. b." (quanto basta), come consiglierebbero le più tradizionali ricette, ma comunque sostanzialmente godibile e divertente. Magari, ecco, si poteva cercare di raschiare un po' di più il barile della fantasia per le vicende collaterali alla storia principale: la figlia dello chef che, in prossimità della laurea, si sente trascurata dal padre, troppo preso da lavoro e carriera, ma ne riconquista alfine l'attenzione; il giovane protagonista in crisi con la moglie incinta la quale però, dopo il parto, perdona l'uomo per le passate disavventure professionali e per le bugie raccontate al fine di poter portare avanti la sua passione; Alexandre che, lo si è detto, dopo un matrimonio finito male ritrova una compagna e all'evento abbina anche una svolta professionale oltremodo significativa. Tutto idilliaco, mieloso e prevedibile, contorno sciapo a una pietanza principale ben più saporita, al confronto. Di rilevante e gustoso, da segnalare anche la satira (non si sa se involontaria o meno) alle trasmissioni televisive dedicate alla cucina, qui parodiate per mezzo di un programma presentato dai due protagonisti "all'aperto" (in un mercato cittadino e, nel finale, addirittura a pochi metri dalla Tour Eiffel), che si conclude immancabilmente con un divertente battibecco in diretta fra i due "artisti", per contrasti legati all'uso di ingredienti e spezie varie. 

AMARCORD: 2001, LA MIGLIORE ESTATE MUSICALE DEGLI ANNI DUEMILA

Qualche giorno fa, in un post dedicato ai malinconici Wind Music Awards 2012, ho sottolineato come le  tendenze musicali estive siano recentemente cambiate (in peggio): i classici tormentoni di un tempo scarseggiano, le rassegne canore della bella stagione sono pressoché scomparse, e la crisi della discografia impedisce il lancio massiccio di dischi e canzonette che, fino agli anni Novanta, avveniva proprio tramite queste kermesse vacanziere. Una parabola discendente che è, purtroppo, caratteristica peculiare degli anni Duemila, con poche, isolate e lodevoli eccezioni. 
Ebbene sì, questo primo scorcio di secolo ci ha portato estati perlopiù desolanti, sul piano canzonettistico. Pochi brani degni di nota a far da colonna sonora ai mesi caldi, e ancor meno quelli che sono rimasti nella memoria. Ma c'è stata una piacevole parentesi: l'estate del 2001, a parer mio la migliore, musicalmente parlando, di questo terzo millennio ai suoi primi passi. Motivi leggeri e scanzonati, altri più elaborati, tutti comunque ben confezionati, qualche tormentone e qualche rivelazione degna di nota: un'estate, quella di undici anni fa, che per ricchezza e qualità di proposte potrebbe tranquillamente competere con quelle degli anni Ottanta e Novanta, senza andare troppo indietro nel tempo. Proviamo, dunque, a offrire una parziale panoramica delle hits "balneari" di quel 2001. 
I SUPER BIG - Fu l'ennesima estate da protagonista per Vasco Rossi, che con "Siamo soli" e "Ti prendo e ti porto via", dall'album "Stupido hotel", vinse anche il Festivalbar di quell'anno. Dopo un periodo vissuto nell'ombra, si ripresentò alla grande Raf, con uno stile più intimista e meno aggressivo di cui "Infinito" rimane ancora oggi l'esempio migliore; altro graditissimo ritorno fu quello del veterano Edoardo Bennato ("Afferrare una stella"). 
Nella categoria "giovani ma già affermati", in primo piano Irene Grandi con "Per fare l'amore", mentre Alex Britti, che a Sanremo in quegli anni si proponeva in vesti fin troppo romantiche e seriose (da "Oggi sono io" a "Sono contento"), da giugno in poi cambiava pelle e si dava a un efficace disimpegno musicale: il 2001 lo affrontò con "Io con la ragazza mia, tu con la ragazza tua", non all'altezza di precedenti tormentoni ma pur sempre gradevole. 








VOLTI NUOVI - C'era grosso fermento, nel panorama musicale nostrano. Volti e voci nuovi e freschi, magari non sempre portatori di proposte originalissime ma che parevano comunque in grado di lasciare un qualche segno nella storia della nostra canzone leggera. Così fu, per parte di essi: ad esempio per i Velvet, che dopo essersi timidamente affacciati alla ribalta di Sanremo 2001 lanciarono un autentico tormentone, brano leggero ma anche finemente ironico, come "Boy band". I Gazosa invece Sanremo lo avevano appena vinto, fra le Nuove Proposte, e per l'estate si affidarono alla semplice "www.mipiacitu", il cui ritornello semplice semplice entrò, volenti o nolenti, nelle teste di tutti.
In tema di tormentoni, spopolò Valeria Rossi  con "Tre parole", quasi una filastrocca. Brano orecchiabilissimo che fece forse sopravvalutare le potenzialità dell'artista, la quale in effetti, dopo altri tentativi, tornò nell'anonimato. Stesso destino per le Lollipop, prodotto di uno dei primi talent show televisivi, con "Down down down".
Di ben altra consistenza la proposta di Neffa, già da anni nel giro e alle prese con una difficoltosa gavetta, ma che con la raffinata "Io e la mia signorina" trovò finalmente le chiavi per fare breccia nei cuori del grande pubblico. Ma, soprattutto, fu l'estate dell'exploit di Tiziano Ferro, la cui "Xdono" rimane ancora oggi uno dei suoi pezzi più efficaci. Di rilievo anche la prestazione dei Delta V, band talentuosa che avrebbe meritato miglior sorte: la loro versione di "Un'estate fa" rimane uno dei pochi casi di cover all'altezza dell'originale.



DALL'ESTERO - Le "grandi figure" dell'estate 2001 furono essenzialmente Janet Jackson ("All for you", forse la sua miglior produzione) e l'ex Spice Geri Halliwell, con "It's raining men" e "Scream if you wanna go faster". In più, la fragorosa ricomparsa dagli anni Ottanta, per l'avvio di una splendida seconda fase di carriera, di Kylie Minogue con "Can't get you out of my head".
Poi, una marea di efficacissime proposte da parte di cantanti e gruppi magari non ancora popolarissimi dalle nostre parti, ma capaci subito di piazzare l'acuto vincente. L'elenco è lungo: il cadenzato "Clint Eastwood" dei Gorillaz, in seguito martellante jingle pubblicitario agganciato agli spot di una nota banca, la delicata "Mad about you" degli Hooverphonic, la scatenata "Candela" della giovane Noelia, e ancora  "I'm like a bird" di Nelly Furtado e, dulcis in fundo, la dolce "Para toda la vida" di Marcela Morelo, in testa alla mia personalissima "Summer hit" di quell'anno. Come si evince dai nomi appena fatti, il fenomeno "latino", di cui era stato apripista Ricky Martin poco oltre la metà dei Novanta, era ancora in fase di pieno boom. 








Insomma, un'estate musicalmente ricca, allegra e spensierata. L'ultima di sempre, almeno in tali proporzioni. Gli anni Duemila hanno poi proposto altre hit balneari di spessore, qualche altro tormentone rimasto nel tempo, ma non così tanti concentrati in un'unica stagione estiva. Mi permetto una digressione extra musicale forse superficiale, forse fuori luogo, ma nella quale credo ci sia almeno un pizzico di verità: quella del 2001 fu l'estate del tragico G8 genovese, e si concluse con l'attacco alle Torri Gemelle. Due eventi la cui portata epocale è persino inutile sottolineare qui, tanto è evidente. Da allora, nulla è stato più come prima, per il mondo intero, sul piano politico, economico, sociale. Più povertà, più conflittualità, orizzonti meno chiari e più lividi. In quell'estate è finito un mondo e ne è iniziato un altro, decisamente meno bello e meno vivibile. Il fatto che da allora la musica pop, soprattutto quella della stagione calda, abbia perso freschezza, efficacia, forza d'impatto, lo inquadro, forse arbitrariamente, in questo sconvolgimento, questo totale cambiamento di prospettive per le vite di tutti noi: come una conseguenza certamente secondaria e marginale, eppure dolorosa, di quella tragica svolta storica. Fu, diciamo, la fine dell'età dell'innocenza, e quindi di tutte le cose belle che accompagnano quell'età: fra le quali, frivole fino a un certo punto, le canzoni pop che ti alleggeriscono e rallegrano i pomeriggi e le sere più afose. 

venerdì 13 luglio 2012

ADDIO, "PROF" - IL MIO RICORDO DI ALFREDO PROVENZALI



Addio, prof. Per il sottoscritto, Alfredo Provenzali, spentosi oggi nel giorno del suo 78esimo compleanno, è stato qualcosa di più di un mito della radio e del racconto sportivo in presa diretta. Dal 1995 al 1998, una vita fa, fu mio insegnante all'Università di Genova, Diploma Universitario in giornalismo, per il corso di "Teoria e tecniche del linguaggio radiotelevisivo". E fu, soprattutto, relatore della mia tesi di laurea, che lui  volle titolare "Viaggio in un gioco di cronache", dedicata alla storia e alla contemporaneità del giornalismo sportivo radiofonico nel nostro Paese. 
Ecco perché, per me, chiamarlo "maestro" non è puro atto di retorica pelosa. Per me maestro lo è stato davvero, e sono fermamente convinto che quella sua lontana esperienza di docenza sia emblematica della grandezza del personaggio almeno quanto le sue gesta di cantore di vicende sportive. Sì, perché quella parentesi... universitaria rivela un Provenzali che credeva nei giovani, che non voleva tenere il suo sapere e la sua esperienza per sé, ma intendeva trasmetterla a tutti coloro (fra i quali, modestissimamente, il sottoscritto) che desideravano anche solo provare ad accostarsi al suo mestiere. 
Erano, le sue, lezioni rigorose ma mai noiose, condite qua e là, senza esagerare, di aneddoti estrapolati dalla sua già lunghissima  carriera, racconti mai fini a loro stessi, bensì funzionali all'insegnamento che, in un dato  momento, egli intendeva trasmetterci. Le ore trascorrevano fra test giornalistici "classici", come la stesura di una notizia da giornale radio (e io volli strafare, e scrissi qualcosa di molto simile a un articolo da carta stampata, roba indigeribile per un ascoltatore radiofonico...), e momenti in apparenza bizzarri, come quella "prova finestra" che stamane ho evocato con un mio collega di corso dell'epoca: in pratica, il "prof" ci fece posizionare, a turno, di fronte all'enorme finestra della nostra aula, che dava sulla strada sottostante, chiedendoci di descrivere, con modalità "cronistiche", tutto ciò che vedevamo, anche le cose e gli eventi più banali. Pareva un'esercitazione oltremodo buffa, e in effetti in molti di noi studenti suscitò ilarità: in realtà, erano i rudimenti per affinare, perfezionare una delle doti fondamentali del giornalista, ossia la capacità di osservare ciò che vediamo e di descriverlo in maniera chiara, semplice ed efficace. 
Grande scrupolo professionale, dunque: quello riversato nell'avventura del Diploma in giornalismo era, semplicemente, il medesimo dedicato a ogni esperienza affrontata in carriera da Alfredo Provenzali. Il classico cronista completo, perché sapeva seguire con eguale disinvoltura, medesima preparazione diverse  discipline sportive. Un grandissimo radiocronista, con una voce e una cadenza assolutamente inconfondibili, eleganti, quasi raffinate, eppure capaci di sconfinare nel massimo trasporto emotivo, senza però varcare il limite della sguaiataggine. Provenzali era, per questo suo tono carezzevole eppure incisivo, il vero "signore" di "Tutto il calcio minuto per minuto", ancora prima di diventarne il conduttore. Ruolo, quest'ultimo, che ha ricoperto fino alla fine della stagione calcistica per club conclusasi nel maggio scorso, nonostante nelle ultime settimane la sua voce fosse diventata meno fresca, più vulnerabile, facendo intuire che qualcosa si stava incrinando. 
Penso di non fare torto a nessuno, se dico che soprattutto grazie a lui la mitica trasmissione dedicata alle partite ha superato pressoché indenne la terribile prova offerta dalla concorrenza delle pay tv e dallo spezzettamento delle giornate di campionato, dalla distribuzione a pioggia dei match di Serie A in quasi tutti i giorni della settimana. C'erano solo quattro o cinque partite la domenica pomeriggio? E "Tutto il calcio" le seguiva, con la completezza cronistica e lo stile asciutto di sempre, con pochissime concessioni alla modernità: proprio la fedeltà alla linea storica del programma ha consentito di mantenere inalterato quello zoccolo duro di ascoltatori (fra i quali orgogliosamente mi annovero), convinti, oggi come venti o trent'anni fa, che senza il racconto di "Tutto il calcio" lo sport del pallone non avrebbe lo stesso fascino.  E di certo anche grazie al grande Alfredo la trasmissione ha potuto mantenere la sua efficacia, nel resoconto dell'evento sportivo, perché è stato lui a lanciare con sempre maggiore coraggio e a valorizzare tante nuove voci: e non parlo tanto di Riccardo Cucchi, che era già da tempo, e con pieno merito, "il principe", l'erede designato suo e dei grandi Ameri e Ciotti, ma di personaggi come Francesco Repice, ideale sintesi fra lo stile tradizionale dei radiocronisti di un tempo e quello un po' più vivace delle nuove leve. 
L'inverno scorso, in una delle giornate più fredde degli ultimi anni, il mio "prof" ebbe la soddisfazione di veder rinascere, per una sola domenica, il "Tutto il calcio" di una volta (lo raccontai qui): per ragioni squisitamente meteorologiche, quasi tutte le gare di Serie A, a parte due, si disputarono alla medesima ora, alle 3 del pomeriggio: ne venne fuori una domenica davvero... vintage, con tutti quei campi collegati e i convulsi rimbalzi di linea fra i vari inviati, proprio come negli anni Settanta, Ottanta, Novanta. Provenzali, ne sono personalmente convinto, avrebbe voluto fosse sempre così, lo si intuiva da alcuni riferimenti velatamente critici allo "spezzatino calcistico" durante le dirette, ma in fin dei conti non fu mai troppo acido o chiuso nei confronti delle novità, spesso negative, portate dall'avanzare dei tempi. Allo stesso modo in cui il suo stile e la sua professionalità non sono mai sembrati vecchi o demodé, mai, fino all'ultimo giorno di lavoro, perché la sobrietà, la passione, la preparazione e l'eleganza non passano mai di moda. Avercene, oggi. 

mercoledì 11 luglio 2012

IL TRIONFO AZZURRO TRENT'ANNI DOPO: IL MIO MUNDIAL '82, FRA RICORDI "BAMBINI" E RIFLESSIONI

                                        Bearzot e Pertini si abbracciano al Bernabeu

Trent'anni fa. Nell'estate del 1982, il sottoscritto aveva otto anni, compiuti a maggio. E di calcio, onestamente, ne masticava pochino. I cartoni animati giapponesi erano la mia grande passione, e all'epoca la tv (Rai e private) ne trasmettevano a iosa, quasi a ogni ora del giorno. Guardavo, fra gli altri, Galaxy Express 999 e Astroboy, e parallelamente seguivo le gesta dei miei beniamini del Sol Levante sul mitico Corriere dei piccoli e su TV Junior, un settimanale per bambini edito dalla Eri (la casa editrice dell'Ente televisivo di Stato). Proprio questo giornale, inaspettatamente, ai primi di giugno mi calò nella realtà di quella colossale festa del football che stava andando a cominciare, con un giochino semplice semplice abbinato al Mundial: ritagliando alcuni "palloncini" da calcio (che riproducevano il pallone presente nel logo del Mondiale) e incollandoli su un tabellone si poteva tener conto dei gol segnati dai cannonieri del torneo. "Speriamo che vinca Pablito Rossi!", era il commento di un anonimo redattore scritto in calce al gioco. 
IL MIO MUNDIAL "BAMBINO" - Ecco: in quei mesi, con la seconda elementare da poco finita e con tanto tempo libero, così vissi uno dei momenti più magici nella storia del calcio italiano. E, forse, nella storia italiana tout court. Anzi, senza forse. Il mito degli eroi di Spagna l'ho ampiamente coltivato negli anni successivi, quando si accese in me il fuoco della passione per il calcio, cosa che, stranamente, avvenne in occasione del Mundial successivo, quello messicano dell'86. Stranamente, perché per l'Italia fu un campionato amaro, e probabilmente molti si allontanarono dal pallone, in quella circostanza. Non io: da allora, nella mia... ansia di documentarmi sulla storia del football, ho avuto modo di sviscerare quel lontano torneo in terra iberica, di scoprirne e analizzarne ogni aspetto.
Dunque, un mito costruito "a posteriori", per quanto mi riguarda: eppure lo sento, lo percepisco, lo avverto come se quei momenti li avessi vissuti davvero, in presa diretta e con piena, totale e consapevole partecipazione. Le partite le guardavo a spizzichi e mozzichi: mi rivedo, durante il primo tempo della finale di Madrid, seduto sul balcone di casa mia, a Genova, il silenzio del quartiere rotto dalle urla degli abitanti, vere e proprie urla da stadio, perché in quel momento la mia via, la mia città, l'Italia tutta erano come un gigantesco stadio. Mi emoziono, a rivedere quelle immagini e a rileggere gli articoli del tempo, perché in fondo c'ero, anche se un po'... distratto e ancora troppo bimbo. Il ricordo più nitido, ecco, è quello dei festeggiamenti post vittoria, che osservai dalla finestra con mio fratello e i miei genitori e che quasi mi spaventarono, perché un trambusto così non lo avevo mai visto né sentito nemmeno a Capodanno. 


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NIENTE PARAGONI COL 2006 - Questo per quanto riguarda il "mio" Mundial '82. Sul trionfo azzurro e su quel lontano torneo, difficile scrivere qualcosa che non sia stato già scritto. Una premessa: spiace che ancora ci sia chi paragona quel successo italiano a quello del 2006, con l'intento di sminuire l'ultimo all'insegna del "una volta era tutto più bello". Sciocchezze: la conquista di una Coppa del Mondo è sempre qualcosa di meraviglioso. Non sempre è possibile vincere un Mondiale schiantando i colossi sudamericani e piegando nettamente l'avversario della finalissima; spesso il calendario ti propone altri ostacoli, e l'atto conclusivo può essere equilibrato e sofferto, non necessariamente una marcia trionfale: forse quei giorni di Spagna hanno calcisticamente viziato molti tifosi... Detto ciò, non sputerei su un titolo arrivato battendo, fra le altre, una Repubblica Ceca che all'epoca era considerata una delle migliori espressioni del calcio europeo, e la nascente "nuova Germania", quella che adesso è apprezzata per gioco e risultati, e che superammo sul suo terreno, nonché, ai rigori, una Francia alla fine del suo decennio d'oro ma ancora validissima, e a cui ci opponemmo con fatica ma con grande orgoglio, dopo averla anche messa in seria difficoltà nel primo tempo. Ma questa è un'altra storia, e sono sicuro che un giorno non lontano narreremo anch'essa con toni da epopea. 
RIEVOCAZIONI POCO OBIETTIVE - Tornando a trent'anni fa, ciò che manca per una rievocazione veramente corretta di quel successo italiano è un pizzico di obiettività in più: ricordare ad esempio il rigore negato al Perù nella seconda partita, in un quadro di acuta sofferenza per la nostra squadra che già stava subendo il forcing dei sudamericani: forse, se concesso, avrebbe potuto cambiare il nostro Mondiale e la storia del calcio italiano, forse no, chi lo sa...; ricordare il fatto che la semifinale la giocammo contro una Polonia priva dello squalificato Boniek, e quindi depotenziata per un buon 80 per cento a livello offensivo (a noi mancava Gentile, ma non era la stessa cosa); e ricordare che in finale ci toccò una Germania Ovest in condizioni psicofisiche non dissimili da quelle in cui l'Italia di Prandelli ha affrontato la chiusura di Euro 2012. Ecco, ricordare tutto ciò farebbe onore alla stampa e all'editoria italiane, perché non è davvero più tempo di agiografie retoriche e incondizionate. 
Allo stesso tempo, giusto sgombrare il campo da alcune ombre costruite già all'epoca e alimentate successivamente: il caso Camerun, ossia il presunto aggiustamento della gara con gli africani, l'ultima del primo turno a Vigo, non ha al momento ragione di essere, in quanto non esistono prove di combine. Per la Fifa, quella gara fu assolutamente regolare, non vedo perché si debba continuare a rimestare nel torbido; così come non ha molto senso discutere sull'arbitraggio di Rainea nel match con l'Argentina, ritenuto da alcuni troppo permissivo nei confronti di un Gentile alle prese con la ferrea marcatura di Maradona: all'epoca i parametri di valutazione erano diversi, c'era più manica larga, si ammoniva con più parsimonia, emergeva un po' la tendenza a favorire, in linea di massima, il difensore nei confronti dell'attaccante, tutto il contrario rispetto ad oggi. Bisogna immergersi nella mentalità e nell'atmosfera del momento in cui l'evento si svolse, per poterlo valutare serenamente.

                                            Gentile contro Maradona al Sarrià

LE "VERE" CRONACHE - Il riferimento alla gara col Camerun apre un altro capitolo: quello riguardante il modo in cui le nostre gare di quel Mondiale vengono raccontate. Non sempre in maniera veritiera, a volte sbrigativa e superficiale, sovente riprendendo ciò che altri "storiografi" hanno scritto, senza curarsi di andare a verificare se fosse o meno la verità. Ancora oggi si parla di tre partite largamente deludenti, in relazione al primo turno. Falso, perché il debutto con la Polonia fu considerato del tutto dignitoso dalla critica dell'epoca, tanto che i nostri avrebbero potuto vincerlo con un po' di fortuna in più (occasioni per Graziani, salvataggio sulla linea su incornata di Collovati, traversa di Tardelli). Il match col Camerun viene raccontato come un semplice botta e risposta nel giro di un minuto, quello che fece registrare gli unici due gol del match (Graziani e M'Bida): invece, ci fu un primo tempo in cui i nostri sfiorarono a ripetizione la segnatura (clamorosa l'occasione mancata da Conti a tu per tu col portiere, così come la traversa colpita da Collovati), e nella ripresa, dopo l'1 a 1, il portiere africano N'Kono dovette opporsi di istinto a un colpo di testa ravvicinato di Cabrini. 
ITALIA - BRASILE, LA PIU' BELLA - Dopodiché, il Mundial '82 fu, essenzialmente, Italia - Brasile. Nel mio personalissimo cartellino, la più bella partita azzurra di tutti i tempi, di molto superiore a quella con la Germania Ovest del '70: al contrario del 4 a 3 messicano, al Sarrià (lo stadiolo fra i palazzi, tipo Ferraris di Genova, e purtroppo oggi non esiste più: demolito, un "santuario laico" profanato) i ragazzi di Bearzot vinsero con testa e cuore una partita razionale, non folle come quella di dodici anni prima. E, al contrario del rocambolesco successo dell'Azteca, non trascorsero un tempo intero a fare le barricate in attesa del fischio finale. No, in Spagna i nostri accettarono la sfida coi maestri auriverdes sul piano del gioco, dimostrando di poter regalare sprazzi di grande calcio, parallelamente alla immutata capacità di rintuzzare gli attacchi avversari. Fu un successo limpido, meritato, ancorché sofferto (inevitabile, contro una squadra monumentale come quel Brasile di Tele Santana). Dopo quell'impresa non poteva esserci ragionevolmente storia, e non ce ne fu. 
LA CAPORETTO DELLA STAMPA - Ancora: molti non ricordano che quell'Italia, fino a un minuto prima della sfida con l'Argentina, la prima della seconda fase, quella che diede la svolta, era considerata una squadra modesta. Brera, sì, proprio il sommo (non per me) Brera, esagerò: "Siam dei broccacci, inutile farci illusioni". Lo stesso Guerin Sportivo, che pure era schierato dalla parte degli azzurri, preferì non alimentare grosse speranze: "La logica - scrisse alla vigilia il grandissimo Adalberto Bortolotti - dice: passaggio del primo turno e poi ritorno a casa con dignità. Firmeremmo". Al di là della comprensibile prudenza del Guerin, l'atteggiamento del resto della stampa, quasi interamente sulle barricate contro il Club Italia, rimane ancora oggi ingiustificabile: un brocco non diventa fuoriclasse da un giorno all'altro; e dunque, come fu possibile, per dei presunti esperti, scambiare per mediocri pedatori i campioni che innervavano quella rappresentativa, i Cabrini e gli Scirea, i Conti e i Tardelli (per tacere di Zoff e Rossi, sulla cui caratura, almeno, dubbi non ne vennero manifestati)? 
I meno cattivi consideravano i nostri giocatori, semplicemente, passati di cottura: ma li consideravano tali già da dopo il Mundial argentino del '78 (qualcuno anche da prima...), e invece quel gruppo regalò lo splendido e inadeguato quarto posto nelle pampas, il medesimo piazzamento all'Europeo casalingo dell'80 (in condizioni ambientali terribili, per via dello scandalo scommesse e della forzata rinuncia a Paolo Rossi) e la facile qualificazione a Spagna '82. Fu una dimostrazione di superficialità e incompetenza giornalistica rimasta impunita: molte delle prime firme di quei tristi (per la loro professionalità) giorni spagnoli hanno continuato per anni a scrivere di calcio con l'aurea dell'autorevolezza. Poi ci si chiede perché il giornalismo italiano non riesca a uscire (lui sì) da una insuperabile mediocrità. 

giovedì 5 luglio 2012

DOPO EURO 2012 - DOSSIER ITALIA: E' DAVVERO L'ORA DEI GIOVANI

                                      Cesare Claudio Prandelli: sarà ancora azzurro

Il dolceamaro dopo - Europeo azzurro si è aperto con una buona notizia: Prandelli resta sulla panchina italiana. Bene così: dopo le dichiarazioni dei giorni scorsi del nostro cittì, si rischiava seriamente una ripetizione della traumatica vicenda Zoff. Il riferimento è a ciò che accadde all'indomani di Euro 2000, quando Dino - Mito lasciò la Nazionale dopo la famosa sconfitta con la Francia al golden goal (ma lo fece per motivi extracalcistici, legati a tristi dichiarazioni berlusconiane, almeno così disse), e la nostra squadra vide bruscamente interrotta la sua crescita impetuosa e apparentemente inarrestabile: quell'Italia, nata fra mille diffidenze, strada facendo aveva trovato una inquadratura perfetta e un assetto funzionale, e soprattutto si era formata al suo interno quella impagabile "aurea bearzottiana", quel clima di totale e assoluta dedizione alla causa, fedeltà e fiducia nella figura del tecnico, unità di intenti e solidità di spogliatoio che fu una delle basi del trionfo mondiale dell'82. 
CIRO, PERCHE'? - 2000 e 2012, uomini e situazioni diverse ma al contempo simili, e per fortuna con epilogo diverso. Giusto così: non si lasciano i progetti a metà, soprattutto se questi progetti sono bene avviati. E il pensiero, al proposito, non può non correre alla scelta di Ciro Ferrara: artefice di un lavoro di eccelsa qualità alla guida dell'Under 21 azzurra, che però ha deciso di mollare (oltretutto a qualificazione europea non ancora raggiunta, ma non è questo il punto) per tornare a sedersi sulla panchina di un club, nella fattispecie la Sampdoria. Non è un evento di poco conto: il richiamo della Serie A è parso irresistibile all'ex difensore di Napoli e Juve, un'opportunità da mettere assolutamente davanti alla possibilità di modellare e far crescere i giovani talenti italiani del futuro. 
Fuori discussione il ruolo della società blucerchiata, che giustamente ha fatto i suoi interessi e si è assicurata un tecnico che evidentemente stima; qui si sta parlando della mentalità che continua a pervadere tutto il movimento calcistico italiano, caratterizzando anche quei suoi rappresentanti, come appunto Ferrara, che dovrebbero essere preposti alla difesa e alla valorizzazione delle selezioni nazionali, e che invece le Nazionali le mettono sempre in fondo alla lista delle priorità. 
GIOVANI E NAZIONALE AL PRIMO POSTO - Perché il punto focale, per il futuro azzurro, è proprio questo, un nervo scoperto evidenziato dai tormenti pre - finale di Prandelli e dal cambio di rotta di Ciro (al quale, a scanso di equivoci, auguro i migliori successi in quel di Genova). Da anni, ormai, gli interessi del calcio di club hanno preso largamente il sopravvento su quelli delle Nazionali, in tutto il mondo. Però c'è modo e modo, e qui da noi francamente si è esagerato: eppure, in un momento di crisi come questo, un momento in cui le nostre società hanno perso competitività finanziaria (e conseguentemente sportiva) sul palcoscenico internazionale, l'unica scelta di buonsenso sarebbe quella di un rilancio in grande stile dei settori giovanili, e il loro conseguente sfruttamento per innalzare il valore tecnico delle rappresentative azzurre, in primis la maggiore. Ma il buon senso da tempo non abita più né in Federazione, né in Lega.  
NON SIAMO SECONDI IN EUROPA - Se Prandelli ha deciso di restare dopo tanti tentennamenti, la speranza è che lo abbia fatto in seguito a opportune rassicurazioni ricevute: il meraviglioso secondo posto europeo, che resterà nella memoria e negli albi d'oro con evidenza ben maggiore rispetto alla scoppola rimediata in finale, non equivale, lo sappiamo bene, a un secondo posto del calcio italiano nella sua globalità di sistema. Certo, non è una novità: tante volte la squadra azzurra ha ottenuto risultati superiori al valore contingente del nostro football, l'esempio più lampante è quello di Spagna '82: Paolo Rossi e compagni in trionfo a Barcellona e a Madrid, i club italiani sistematicamente eliminati nei primi turni delle Coppe e il nostro massimo campionato considerato uno dei meno spettacolari del Vecchio Continente. E' altresì innegabile che qualcuno ha sicuramente esagerato nel dare patenti di decadenza, mediocrità o addirittura scarsezza al pallone di casa nostra, perché in fondo la classifica UEFA parla chiaro: non saremo più i primi, ma siamo pur sempre nei primi cinque. 
ABETE, FAI SUL SERIO? - Tornando a bomba: non si è deciso di rilanciare i vivai dopo la batosta di Sudafrica 2010, tanto che Prandelli ha dovuto fare i salti mortali per trovare dei giovani che fossero davvero pronti per il massimo palcoscenico continentale. Lo si riuscirà a fare adesso, sulle ali di una "quasi vittoria" che rischia invece di far addormentare tutti sugli allori? Abete ha dato segni di risveglio, a parole, ma c'è da fidarsi? La citata Under di Ferrara e l'ultima stagione calcistica, in A e soprattutto in B, han portato alla ribalta verdi talentini su cui varrebbe davvero la pena puntare: perché le qualità ci sono e sono evidenti, certo devono essere svezzati, va data loro la possibilità di confrontarsi col calcio di alto livello, di sbagliare e di imparare dai propri errori. Impossibile in un football iper professionalizzato come il nostro, si dice: falso, perché in altri "football iper professionalizzati" lo si è fatto, con coraggio e convinzione: Germania, soprattutto, e Spagna sono un esempio, come lo fu la Francia degli anni Novanta.

                                     Destro: uno dei cardini della Nazionale del futuro


ALTRA ONDATA DI STRANIERI... - Io continuo a pensare che la svolta epocale potrà esserci solo commissariando questa Federazione e pensionando questa Lega. Un atto di forza, perché se speriamo che si possa cambiare in quattro e quattr'otto la mentalità di chi regge le sorti del calcio italiano, vertici istituzionali e di società, stiamo freschi. Mentre Prandelli lanciava da Kiev il suo grido di dolore, i nostri presidenti e i loro direttori sportivi erano già impegnati nella solita caccia al "fenomeno parastatale" di fuorivia: un'altra ondata di brasiliani, argentini e chi più ne ha più ne metta, giovani privi di esperienza ad alto livello e mai visti all'opera sui palcoscenici europei, sta per abbattersi sul nostro campionato. 
Come non detto, si potrebbe concludere. E titolari subito, a zavorrare i loro nuovi club di appartenenza e ad abbassare ulteriormente il tasso qualitativo del nostro torneo, già seriamente pregiudicato dalle importazioni degli ultimi anni. Eppure, questa ricerca al di fuori dei confini diventa sempre più difficoltosa: spesso, non appena una nostra squadra adocchia uno straniero, si inseriscono nella trattativa i nuovi ricchi del calcio mondiale, dai russi agli arabi, che puntualmente riescono a portarsi a casa l'oggetto del desiderio, alla faccia dei nostri squattrinati presidenti. Ma nemmeno questa frustrante situazione riesce a farli desistere dal forsennato inseguimento di rinforzi (?) oltreconfine. 
Un po' di colpa l'hanno anche i tifosi, parliamoci chiaro: passi avanti non ne hanno fatti, dai primi anni Ottanta, quando vennero riaperte le frontiere e i campioni stranieri sembravano davvero delle divinità. Ancora oggi, girando per il web, trovi appassionati che vanno in brodo di giuggiole non appena l'esperto di calciomercato di turno gli sventola davanti il possibile acquisto di qualche improbabile nome esotico. Quegli stessi tifosi sono ancora convinti che Destro sia un bluff, solo perché ogni tanto sbaglia quei gol che, alla sua età, sbagliava anche Vialli, per dire. Davvero non riesco a spiegarmi quest'ansia esterofila da parte dell'utente calcistico, e questo continuo sottovalutare e sminuire le risorse della nostra scuola calcistica, che fra alti e bassi rimane di primo piano. 
SUBITO DENTRO I GIOVANI - Alle corte: in una situazione del genere, urge prendere di petto il problema. La Nazionale maggiore tornerà in campo ad agosto, contro l'Inghilterra. Non sarà disponibile la colonna portante della squadra argento europeo, il blocco juventino, in quei giorni impegnato a Pechino per la Supercoppa italiana. Ebbene, si colga la palla al balzo per un gesto concreto e significativo: si sperimenti, lanciando fra i titolari i giovani emersi prepotentemente nell'ultima stagione, e non invece ricorrendo a seconde e terze scelte di campionato come fece Donadoni per il suo debutto contro la Croazia, dopo il Mondiale 2006.
Si dia un seguito alla rivoluzionaria pre - convocazione europea (di cui avevo parlato qui), quella che aveva portato in Nazionale addirittura un giocatore di B, l'ottimo Verratti. Si forzi la mano ai vertici del calcio e ai dirigenti dei club, adottando un modus operandi già sovente utilizzato con l'Under 21: cioè si dia fiducia e ampio minutaggio azzurro ai nostri ragazzi prima che lo facciano le società, in modo che queste ultime, hai visto mai, si scuotano e prendano esempio. E se proprio le nostre società non ci sentono, che questi ragazzi se ne vadano in massa all'estero, dove invece c'è chi li apprezza e li valorizza (si parla di sirene francesi, ovviamente PSG, per Verratti, e russe per Astori).
E PER ITALIA - INGHILTERRA DI AGOSTO... - Un esempio di formazione per la sfida canicolare con gli inglesi: Sirigu, Abate, Ranocchia, Astori, Ogbonna, Nocerino, Schelotto, Verratti, Montolivo, Destro, Borini. Possibili alternative di lusso: Acerbi, Insigne ed El Shaarawy. Un eccesso? No, per quanto mi riguarda. E' un test, probante e impegnativo ma pur sempre un test, l'ideale per cominciare a fare immergere questi ragazzi (con l'opportuna guida di alcune "chiocce" presenti in Polonia e Ucraina) nel clima delle grandi sfide, senza correre il rischio di bruciarli. La trovo un'opportunità unica, persino facile, con pochissime controindicazioni. Poi, rientreranno i bianconeri e tornerà protagonista Balotelli (e, si spera, anche Giuseppe Rossi), e si potranno tenere in rosa i debuttanti facendoli crescere con calma, inserendoli nell'undici titolare gradualmente, consentendo così un approccio non traumatico col calcio d'élite: ma intanto saranno lì, a disposizione e già pronti al 70-80 per cento. Un po' di coraggio ci vuole: altrimenti, come per la generazione dei Montolivo e dei Giovinco, quando i giovanissimi di oggi avranno 26-27 anni saremo ancora ad aspettare che esplodano, e li chiameremo "emergenti". Mai più! 

mercoledì 4 luglio 2012

WIND MUSIC AWARDS 2012: LA MUSICA CHE NON EMOZIONA. E DOVE SONO LE CANZONI DELL'ESTATE?

                                       Giorgia, unica vera regina dei WMA 2012

Avendo vissuto gli anni Ottanta e i Novanta, la stagione d'oro delle rassegne canore estive, ho provato una strana sensazione, lunedì scorso, guardando alla tv la serata dei Wind Music Awards 2012. Che tipo di sensazione? Un misto di disagio, distacco, noia, malinconia. Qualcuno continua a considerare questa manifestazione come l'erede ideale del Festivalbar, defunto nel 2007: ma in comune con la gara creata da Vittorio Salvetti, i WMA  hanno solo la sede, l'Arena di Verona. Che è pur sempre uno scenario di gran suggestione, ma che non può donare magia a un evento senz'anima.
FESTIVAL "GOVERNATIVO" - I Wind Music Awards, trasmessi quest'anno per la prima volta dalla Rai (in differita di oltre un mese), rappresentano il più "governativo" dei festival musicali, e non a caso hanno l'appoggio diretto e il benestare delle tre grandi associazioni discografiche, AFI, FIMI e PMI. Governativo perché rassicurante: nessun rischio per i partecipanti, niente gara, ma nemmeno pura e semplice passerella, bensì un continuo, inarrestabile premiarsi e contropremiarsi. E già questo è un format spettacolare che ha ben poco appeal televisivo: le cerimonie, le consegne di statuette e trofei, il continuo e affettato complimentarsi reciproco fra premianti e premiati, è quanto di più stucchevole possa esserci da vedere, sul piccolo schermo, in una serata di inizio estate. Tutto risulta artificioso, freddo, non trasmette emozioni. Sì, di fronte a questo happening non sono minimamente riuscito a emozionarmi: sarò io che invecchio, sarà che una volta queste kermesse erano costruite con molta più brillantezza, molto più coraggio.
Ma il disastro, la vera sciagura è che manca la materia prima. Può sembrare una sparata senza senso, di fronte a un cast che ha proposto Laura Pausini e Pino Daniele, Ligabue e Venditti, la Mannoia e Tiziano Ferro, fra i tanti. No, non è questo il punto: se davvero i WMA hanno una sia pur minima pretesa di rimpiazzare in una certa misura il Festivalbar, dovrebbero osare di più. Andare oltre i soliti strombazzatissimi nomi, che vediamo in tutte le salse e in ogni dove, in radio come alla tv. E, al di là di quella che è la mission dichiarata, ossia  "medagliare" i grandi venditori di dischi, una serata musicale posta in questa collocazione temporale dovrebbe, soprattutto, cercare di orientare le tendenze canore dell'estate. 
LA SCOMPARSA DELLA MUSICA "DA OMBRELLONE" - Ecco: all'Arena di Verona, la musica estiva non si è vista. Tanto che viene persino il dubbio che se ne produca ancora, di musica estiva, nel nostro Paese. Mi si dirà: la canzone non può e non deve essere "stagionale", dev'essere di qualità e basta, e in quanto tale risulterà piacevole all'ascolto sia a dicembre che ad agosto. Vero fino a un certo punto, perché, se questo teorema è in linea generale validissimo, l'estate fino a pochi anni fa ha sempre rappresentato un'eccezione, una parentesi di vera, autentica evasione: da maggio in poi, le case discografiche sfornavano motivetti leggeri, allegri, freschi, frizzanti, che sapevano di "bella stagione" fin dalle prime note. E puntualmente arrivavano i successi, nei negozi, alla radio, nei juke box e negli ascolti tv. Nascevano, soprattutto, i mitici tormentoni: roba scanzonata, iper commerciale, dalla presa immediata, ma che se ben confezionata poteva entrare nelle nostre vite per non uscirne più, e farsi ricordare a distanza di decenni.
GIORGIA E POCO ALTRO - Si è perso lo stampo di questa usanza, oggi la produzione è in buona parte  tendenzialmente appiattita, da Capodanno a San Silvestro. Forse non si è più capaci di scrivere canzoni così, o forse le si ritengono troppo banali, troppo "culturalmente basse". Fatto sta che l'altra sera, ai WMA, le canzoni estive sono state le grandi assenti. Fra quelle ascoltate, solo "Tu mi porti su" di Giorgia, "Come un pittore" della... strana alleanza Modà - Jarabe de Palo e "Cercavo amore" di Emma hanno le stimmate dei brani da ombrellone, la prima per vivacità, le altre due per orecchiabilità assoluta.
I SOLITI VOLTI, SOTTOTONO - Troppo poco. Il resto è stato, lo si è detto, un interminabile transitare di volti e voci inflazionatissimi e in larga parte non al massimo delle loro espressioni: Antonello Venditti, uno dei miei idoli in gioventù, alle prese con una canzone d'amore, "Unica", che scivola via come l'acqua fresca e fa rimpiangere persino i tempi di "Ogni volta", che già non erano più i suoi migliori; Biagio Antonacci si è cimentato in un playback di altri tempi, addirittura senza microfono come Patty Pravo a Sanremo '84 (ma "Non vivo più senza te" è almeno discretamente accattivante), mentre Ligabue ("Sotto bombardamento") ha impreziosito con la sua carica un rock scialbo e di scarso impatto. 
Toccante e doveroso, questo sì, l'omaggio di Gino Paoli a Lucio Dalla, con una personalissima versione di "L'anno che verrà". Peccato per Noemi, poco e male impiegata, in pratica solo per i duetti con Venditti in "Sono solo parole" (che perlomeno regge egregiamente a quasi cinque mesi da Sanremo) e con Fiorella Mannoia per "Quello che le donne non dicono". Sull'artista romana, prediletta dai cantautori nostrani, interprete di autentici evergreen della musica italiana, una parentesi: la sua proposta etnica mi è parsa un po' sopra le righe e vagamente retorica. Assolutamente nulla, da parte mia, contro questo genere musicale e contro le cosiddette contaminazioni con la canzone italiana, però quando la ricercatezza raffinata sconfina nell'ostentazione dell'impegno socio - culturale, il rischio di risultare quantomeno irritanti esiste. Parere mio, ovviamente. E lo dice uno che ha profonda e sincera stima di Fiorella, e che ha nel cuore alcuni suoi pezzi, pezzi che hanno davvero segnato la mia giovinezza in maniera indelebile.
TORMENTONI LONTANI DA VERONA - Rimane la questione di fondo: dove sono finiti i tormentoni? Fuori dall'atmosfera convenzionale, e dannosamente autocelebrativa di una italica discografia che avrebbe ben poco da festeggiare, respirata in Arena, ci sono le proposte di Nina Zilli, via Eurovision Song Contest ("L'amore è femmina") e del sempre ottimo Cremonini ("Il comico"), in attesa di ulteriori novità. Più leggere, orecchiabili e scanzonate le produzioni di fuorivia: una ipotetica compilation dell'estate 2012 potrebbe comprendere, lo diciamo a mo' di suggerimento, "Summer paradise" di Simple Plan, "Dance again" della sempre ispirata Jennifer Lopez, "Only the horses" degli Scissor Sisters, "Call me maybe" di Carly Rae Jepsen e, ovviamente, "Endless summer" di Oceana, canzone ufficiale di Euro 2012. Ma nessuna rassegna ci proporrà, nemmeno in parte, queste hits. I Wind Music Awards sono l'unico evento canoro televisivo di spessore dell'estate, per quanto riguarda le nostre reti generaliste. La musica targata "spiaggia, sole e mare" in Italia non esiste più, e non esistono nemmeno più le manifestazioni catodiche che possano promuoverla. In pochi anni la tv è diventata nemica della musica. Forse è per questo che è diventata anche più cupa, rassegnata alla mediocrità, ripiegata su se stessa. Saranno solo canzonette, ma colorerebbero e alleggerirebbero la nostra vita. E il nostro piccolo schermo. 

martedì 3 luglio 2012

EURO 2012: LE MAGNIFICHE 16 AI RAGGI X, OVVERO... IL PAGELLONE



Chissà quanti ne leggerete, in questi giorni, di voti e di giudizi. Eppure non posso sfuggire alla tentazione di compilare il  pagellone finale, un classico giornalistico a chiusura di queste manifestazioni. Ecco dunque le magnifiche 16 di Euro 2012 di fronte alla commissione d'esame, formata da... me stesso. 
SPAGNA: la più bella del mondo. Il suo gioco morbido ed elaboratissimo, le sue trame inesorabili, oltre a renderla padrona a centrocampo e mortifera in attacco le hanno pure donato una impermeabilità difensiva da record: un solo gol subito in tutto il torneo, nella prima partita, dal nostro Di Natale. Sergio Ramos, come carisma, possanza atletica e puntualità nell'arginare gli attacchi avversari, è il vero erede di Puyol, Iniesta merita di stare nella galleria dei grandi centrocampisti di tutti i tempi, per personalità, completezza tecnico - tattica, capacità di costruzione ed efficacia negli inserimenti, Fabregas e Silva sono due folletti fantasiosi e incontrollabili. VOTO: 9
ITALIA: una "grande storica" recuperata al football che conta, dalla polvere sudafricana agli altari di un trono europeo sfiorato. Bilancio in largo attivo, nonostante la gestione, superficiale e non all'altezza, della finalissima, che abbiamo analizzato qui nel post dedicato. I "Mundialisti" del 2006, Buffon, Barzagli (mai così convincente in campo internazionale), De Rossi (fondamentale il suo eclettismo tattico) e il sublime Pirlo tutti in stato di grazia: Andrea merita una citazione speciale, playmaker lucido, ispirato e geniale, determinante anche in fase di filtro, perno imprescindibile della manovra ed esempio per carattere, calma e dedizione alla causa. Fra i "nuovi" si segnala la crescita di Abate e Bonucci e il riscatto di Balzaretti e Montolivo, partiti ingiustamente fra le riserve. Cassano più incisivo del solito nei momenti che contavano, Marchisio, centrocampista polivalente e "guastatore" delle linee difensive avversarie, ad alti livelli fino alla semifinale e poi naufragato come tutti nell'atto conclusivo. Balotelli boom, ma Super Mario ora deve confermarsi. Per il Brasile, e per ciò che ci sarà dopo, ci vogliono nomi nuovi e una nuova mentalità in tutto il movimento calcistico nostrano. VOTO: 8
GERMANIA: Una possente macchina da gioco e da gol che ha trovato sulla sua strada un'Italia all'apice della propria parabola, artefice della classica partita perfetta. Come per il Brasile dell'82, solo così si può spiegare il tramonto improvviso delle speranze di Coppa dei teutonici. Che lasciano comunque l'impressione di un complesso ad elevato tasso di competitività, ancora giovane e in grado di poter cogliere, in futuro, gli allori che tutto sommato merita, per sé e per il calcio tedesco tutto, che continua a rappresentare un esempio per il nostro, sia sul piano logistico sia per il coraggio che ha avuto nell'investire massicciamente sui settori giovanili. Il solito impagabile Lahm, efficace sia dietro che in avanti, Badstuber - Hummels cerniera centrale di ampia affidabilità, almeno fin quando non si è trovata davanti Super Mario e l'ispirato Cassano (più meriti dei nostri che demeriti loro), Khedira tuttofare in gran spolvero, in ombra Ozil, spesso indolente, e l'atteso Mueller, bomber di Sudafrica 2010. Per Gomez un avvio fulminante, poi la solita, progressiva emarginazione e il ripescaggio in semifinale, quando i muscoli si erano ormai intorpiditi e il feeling col gol raffreddato. VOTO: 7,5
PORTOGALLO: quando Cristiano Ronaldo ha cominciato a travolgere le retroguardie avversarie, sembrava che potesse diventare per i suoi ciò che Maradona era stato per l'Argentina '86. Illusione: il fascino emanato dalla Spagna ha... intorpidito i lusitani in semifinale, piegandoli a una gara di pura attesa e mortificando un gioco offensivo che, al di là di CR7, aveva mostrato in precedenza sviluppi apprezzabilissimi. Resta la continuità agli alti livelli ormai acquisita, restano elementi di assoluta statura internazionale come l'inesauribile Coentrao e il geometrico Meireles, e un Pepe sempre sicuro e ringhiante dietro, ma non più preda di certi eccessi caratteriali del passato. VOTO: 7
INGHILTERRA: senza una precisa bussola tecnica a guidarla (cambiare allenatore, e che allenatore, a pochi mesi da una kermesse come questa non è mai evento foriero di buon risultati), piena di troppi elementi di non grandissimo spessore internazionale, fra piedi operai e buoni giocatori che non hanno la statura del campione. La perdita di Lampard è un'attenuante, ma non può bastare a giustificare tutto. Fra i nomi nuovi, Lescott è un difensore di stampo tradizionale ma alquanto efficace, Milner è cresciuto strada facendo con un gran lavoro, quantità e qualità, sul versante destro, Welbeck è una punta ancora in sboccio ma che ha buoni margini di miglioramento, così come Carroll, mento dotato in fatto di classe ma tipico centravanti boa in grado di lavorare soprattutto per i compagni. Urge il recupero completo di Walcott. Inverecondo il catenaccio nel quarto con l'Italia. VOTO: 5,5
REP. CECA: ha probabilmente raggiunto il massimo, in rapporto alle potenzialità buone ma non eccelse, rialzando la testa con grande forza d'animo dopo la batosta iniziale con la Russia. Sono piaciuti l'instancabile laterale destro Gebre Selassie, a proprio agio nelle due fasi, il centrale Sibok, il ragionatore Hubschman e gli incursori Pilar e Jiracek, due schegge impazzite che hanno allargato il ventaglio delle soluzioni offensive. In declino Baros, ex cannoniere europeo. VOTO: 6,5
GRECIA: i soliti ellenici, maestri di difesa, controgioco e ripartenze fulminee in contropiede. L'unica strategia concessa loro dai limitati mezzi tecnici, ma, come già sottolineato, per andare avanti in un Europeo ci vuole ben altro, anche perché il miracolo, con il medesimo sistema, lo si era già fatto otto anni fa, ed era già stata troppa grazia. Papadopoulos e Sokratis "pignatte" in retroguardia, Karagounis trascinatore nel mezzo, qualcosa di più di un semplice leader carismatico, Samaras cavallone dai grandi slanci offensivi, ancorché non sempre sorretto dalla necessaria lucidità. VOTO: 6
FRANCIA: per i transalpini, è come se l'Europeo non fosse mai iniziato. Una sola partita vera, quella vinta sull'Ucraina che di fatto è valsa il superamento del turno; prima, il "nascondino" con l'Inghilterra, e dopo, il crollo contro la Svezia già eliminata e una recita all'insegna dell'impotenza contro i campioni uscenti (e poi... entranti).  Non un guizzo, non una trovata tattica dalla panchina, due anni di ricostruzione gettati alle ortiche con una spedizione all'insegna del bassissimo profilo, una modestia generale, la sensazione di potenzialità notevoli rimaste inespresse: Blanc, il cittì del futuro, già al capolinea, gran confusione nell'Esagono. Tanto fumo e poco arrosto per Ribery, esplosione mancata per Nasri, il nulla offensivo da parte di Benzema (in rapporto alle attese, forse, la delusione singola più grossa). Son piaciuti il versatile difensore Debuchy, il prezioso Cabaye, continuo e sostanzioso fervore nel mezzo e pericolosi inserimenti, e il sicuro portiere Lloris. Troppo poco. VOTO: 4,5
RUSSIA: forse è entrata in forma troppo presto. Travolgente successo in amichevole sull'Italia, lezione di gioco e vittoria schiacciante sui cechi al debutto. Poi si è trovata di fronte la miglior Polonia del suo deficitario torneo, e una Grecia ripresentatasi per una volta in versione 2004. Una serata non irresistibile, quella, per i russi, ma anche sfortunata, con grandi occasioni mancate e Dzagoev a un passo dal gol qualificazione nel finale. Euro 2012 avrebbe guadagnato parecchio, in termini di qualità di gioco e spettacolarità, dal passaggio del turno del team di Advocaat: sugli scudi i poderosi affondo del laterale sinistro Zhirkov, la paziente tessitura di Denisov, le percussioni di Kerzhakov e i guizzi sotto porta della citata rivelazione Dzagoev. Meritavano di più. VOTO: 6+
CROAZIA: biscotto o non biscotto, ha fatto il suo e alla fine, nel suo girone, è passato chi lo meritava di più (Spagna e Italia). Una buona gara d'esordio con l'Eire, ingigantita dai grossi limiti degli avversari e da qualche decisione arbitrale favorevole, poi un'ora a subire l'iniziativa di una brillante Italia, che ha avuto il solo demerito di non raddoppiare, come avrebbe potuto; infine, una recita fondamentalmente in soggezione di fronte  alle Furie Rosse, ancorché condita da un paio di occasioni clamorose che avrebbero potuto cambiare la storia  dell'Europeo (non solo del nostro, ma magari anche di quello iberico). Il vecchio Pletikosa è sempre un discreto numero uno, Corluka e Schildenfeld hanno fatto buona guardia dietro, con qualche sbavatura legata anche al notevolissimo valore degli attaccanti affrontati; Modric e Rakitic ispirati assai in fase di produzione del gioco. VOTO: 6-. 
SVEZIA: squadra non irresistibile, aggrappata alle troppo alterne lune di Ibrahimovic. Ha scontato al debutto il furore casalingo dell'Ucraina e l'ultima recita da campione del sublime Shevchenko, ha gettato il cuore oltre l'ostacolo con gli inglesi, ha letteralmente dominato i francesi, ma a eliminazione già maturata. Insomma, la solita Svezia, non in grado di andare oltre qualche exploit isolato. Si è rivisto su livelli di eccellenza Mellberg, califfo dietro e incisivo in avanti, Wilhelmsson inafferrabile movimentatore offensivo nell'ultima gara. VOTO: 5,5
UCRAINA: lo slancio del primo match aveva addirittura fatto pensare a un cammino lungo e fruttuoso. Il fattore campo sembrava averne moltiplicato le risorse, Sheva era risorto a nuova vita, castigando gli svedesi. La sfida con la Francia è stato l'esame di maturità internazionale mancato: troppo timidi e a corto di soluzioni tattiche, praticamente impotenti, gli uomini di Blokhin. Generosa e sfortunata la prova con gli inglesi, ma, al di là del gol non visto dal giudice di linea, troppe incertezze in fase conclusiva: la mancanza di lucidità e precisione a tu per tu col portiere è uno dei fattori che determinano lo stacco fra discrete, buone e grandi squadre. Cosa rimane: l'applicazione difensiva di Kacheridi, le vertiginose percussioni di Konoplyanka, i buoni mezzi tecnici di Garmash, regista ancora discontinuo, l'irriducibilità dei veterani Voronin e Tymoshchuk. VOTO: 6
DANIMARCA: di più non poteva fare, e col successo (diciamo la verità, un po' fortunoso) sull'Olanda ha comunque realizzato una piccola impresa, di quelle che impreziosiscono l'Europeo di certe Nazionali di livello medio. Rabbiosa ma inutile rimonta col Portogallo, tenace resistenza di fronte alla Germania dalle mille risorse. Simon Poulsen è un difensore di cui sentiremo parlare, Kvist un generoso gregario, Khron - Dehli una punta di discreta affidabilità. VOTO: 6--
POLONIA: l'appuntamento era di quelli storici, ma è stato miseramente fallito, complice una pochezza tecnica che, del resto, dava ben poche prospettive alla squadra di Smuda. Eppure, sarebbe bastato vincere il non impossibile esordio con la Grecia, rovinato da clamorose incertezze difensive, per incanalare l'Europeo su binari forse diversi. Non molto da salvare: l'impetuoso incursore Blaszcsykowski, gran movimento e piedi buoni, gli ordinati tessitori Murawski e Polanski. Sotto le attese Lewandowski, che spesso ha dovuto fare per tre, agendo anche in rifinitura, perdendo così lucidità e killer instinct sotto porta. VOTO: 4,5
OLANDA: era attesa fra le prime quattro, ha chiuso con l'avvilente bilancio di tre sconfitte. La delusione più grossa: condizione atletica e psicologica precaria per troppi uomini chiave, manovra non sorretta da adeguati dinamismo e brillantezza, scelte tattiche discutibili soprattutto per la difesa, Van Persie divoratore di gol, Robben alla lunga un po' monocorde nelle sue azioni. Eppure, nonostante il motore quasi spento, una gragnuola di palle gol, segno che le potenzialità della squadra, se gestite nella maniera giusta e se sfrondate da certe imperfezioni, sono ancora notevolissime. Qualcosa da cambiare (e da svecchiare) c'è, ma molti di questi giocatori possono arrivare a Rio de Janeiro. VOTO: 4
EIRE: ai precedenti appuntamenti internazionali, purtroppo lontani nel tempo (l'ultimo prima di questo, il mondiale nippo - coreano del 2002) si era presentata con ben altri mezzi tecnici. Una formazione davvero povera di classe, cui non ha giovato la mentalità sparagnina di Trapattoni, che può senz'altro andare bene per superare i turni eliminatori, ma è destinata a insuccesso sicuro nelle fasi finali, come già ampiamente sperimentato in passato anche con formazioni assai più qualitative (l'Italia del 2002 e quella del 2004, disastri targati Trap). Incredibilmente involuto il portiere Given. VOTO. 4+


lunedì 2 luglio 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: SPAGNA NELL'OLIMPO, MA IL CONGEDO AZZURRO POTEVA ESSERE MIGLIORE


                                           Spagna di nuovo sul tetto d'Europa

All’ultimo tuffo, i nodi sono impietosamente venuti al pettine. Del resto, due anni di duro e buon lavoro non potevano bastare a colmare un gap, quello fra calcio italiano e calcio spagnolo, formatosi in un arco di tempo ben più lungo, direi a partire dal 2004, dapprima silenziosamente, quasi impercettibilmente, poi in maniera sempre più netta e fragorosa. Fragorosa come il 4 a 0 che ha chiuso, nostro malgrado, l'Europeo polacco - ucraino. Il 2004, si diceva: l'anno in cui Luis Aragonès prese in mano le redini della Nazionale spagnola, fino a quel momento il grande bluff del football mondiale, l’eterna incompiuta, sempre candidata a cogliere i più prestigiosi allori e sempre costretta a tornare a casa con le pive nel sacco e la coda fra le gambe.
DA ARAGONES A DEL BOSQUE - Il buon vecchio Luis tracciò il solco: dovette passare attraverso le forche caudine dell’ennesima brutta figura, al Mondiale 2006, ma a Berlino e dintorni c’era già, nel bozzolo, la squadra che di lì a poco avrebbe fatto parlare di sé il mondo intero. Aragonès chiuse il suo ciclo col trionfo europeo di Vienna 2008, lasciando la panchina a Del Bosque, che ha completato il passaggio di questa Selecciòn dalla leggenda al mito, all’Olimpo degli Dei del pallone, come avevo scritto qualche post fa. 
Due titoli continentali e uno mondiale in cinque anni: nessuno era mai arrivato a tanto, fino ad ora, e chissà quanto tempo dovrà passare prima che qualcuno possa imitare Xavi e compagni. Negli anni Trenta, la splendida Nazionale azzurra di Vittorio Pozzo riuscì a realizzare qualcosa del genere: dal 1934 al 1938, due Coppe del Mondo consecutive, inframezzate da una Coppa Internazionale (sorta di antenata in formato ridotto dell’Europeo) e da un torneo olimpico di calcio (a cui all’epoca veniva data, se non pari importanza, di certo pari dignità rispetto ai Mondiali).
IN FINALE PASSEGGIANDO - Forse ci hanno presi in giro, le Furie Rosse. Contro Francia e Portogallo, il loro tiki taka era parso arrugginito, a tratti involuto, addirittura sterile. La Spagna è arrivata in finale quasi passeggiando: raramente, prima dell’atto conclusivo, ha fatto girare i motori a pieno regime, forse solo nella prima partita,  quando, trovatasi sotto contro l’Italia, ha dovuto forzare i ritmi per non cominciare il torneo con un capitombolo. Da allora, è stato un trotterellare, quasi un rotolare per inerzia verso il traguardo, nella consapevolezza di una superiorità sul resto del lotto delle partecipanti che, gara dopo gara, nello spogliatoio iberico prendeva sempre più corpo. Quasi un allenamento contro l’imbarazzante Eire trapattoniana, il minimo sindacale con croati, francesi e portoghesi. Certo, in semifinale il rischio è stato grosso: bastava un Portogallo meno sulle sue e più in grado di assecondare gli estri di Cristiano Ronaldo, e bastava anche un pizzico di sfortuna in più nella giostra finale dei penalty.
Consapevoli di aver forzato troppo la mano alla buona sorte, gli uomini di Del Bosque hanno pensato che il tempo del “traccheggio” fosse finito. Eccoli, dunque, sul campo di Kiev, sciorinare il meglio del loro repertorio. La finalissima contro l’Italia è stata forse una delle espressioni più alte del leggendario ciclo quinquennale iberico: la sintesi ideale fra la Spagna bella, scintillante, vezzosa di Euro 2008 e quella oltremodo pragmatica di Sudafrica 2010. Ieri sera, Iniesta e compagni hanno lucidato e messo in bella mostra l’argenteria del loro gioco avvolgente  e dell’infinita classe racchiusa nei loro piedi; hanno indossato il vestito buono per l’occasione che valeva davvero, dopo essersi concessi con molta parsimonia nella fase d’approccio.
UNA SQUADRA DA SOGNO - Abbiamo visto all'opera la vera Selecciòn del mito: una squadra che fa correre il pallone irretendo e sfiancando gli avversari, con una manovra sincronizzata al secondo e perfetta al millimetro, una copertura capillare del terreno di gioco, una sublime capacità di gettarsi negli spazi che il “nemico” alfine le concede dopo un lungo lavoro ai fianchi. Ma come per l’Olanda degli anni Settanta, che seppe valorizzare al massimo il suo “calcio totale” perché era zeppa di fenomeni, il tiki taka giallorosso funziona perché a giocarlo sono calciatori che danno del tu alla palla, talenti dal palleggio privo di sbavature, impeccabili nel tocco, nel controllo, nei passaggi. E tutti, non solo i “cervelli” Xavi, Iniesta e Xabi Alonso, dalla visione di gioco geometrica. Quando poi a tutto ciò si aggiunge anche un pizzico di dinamismo in più, ecco che per chi sta loro davanti è notte fonda.
Siamo sinceri: dopo il primo gol, non c’è mai stata la sensazione che i nostri potessero in qualche modo rimettere in carreggiata la gara. Fabregas, letteralmente indiavolato, ha sottoposto la nostra difesa a ripetute, tremende sollecitazioni, Silva è tornato ai livelli delle sue prime apparizioni sul grande palcoscenico internazionale (non a caso i due hanno confezionato in comproprietà la prima segnatura); e Jordy Alba, l'ultimo arrivato, è già uno dei laterali mancini più impetuosi e affidabili del globo (stupendo, per tempismo nell'inserimento e rapidità di esecuzione, il gol del 2 a 0). 
Spiace dirlo, ma era dai tempi della finale mondiale del ’98 tra Francia e Brasile che non si vedeva, nell’atto conclusivo di un grande torneo, una tale disparità di forze in campo. Il momento migliore per noi, l’avvio della ripresa, ha fruttato solo due opportunità mancate da Di Natale, la prima di testa su cross di Abate, la seconda con un sinistro su Casillas in uscita. Poiché il sottoscritto non ha mai fatto mancare attestati di stima e di fiducia a questa nostra Nazionale (l’archivio del blog è una testimonianza inoppugnabile), oggi non ho scrupoli di coscienza e non sento il “dovere morale” di dover dire “grazie lo stesso”.

                                            All'Italia è mancato l'acuto finale

DOPO LA GERMANIA, SPINA STACCATA - Il bilancio di Euro 2012, per noi, è largamente positivo, perché siamo secondi in Europa dopo essere stati venticinquesimi, o ventiseiesimi, nel mondo, appena due anni fa. E perché abbiamo dato una immagine di gioco nuova, fresca, propositiva, facendo emozionare e divertire anche gli spettatori neutrali. E tuttavia, mai, per nessuna ragione, una finale può essere affrontata come l’hanno affrontata i nostri: totalmente sbagliato l’approccio e la gestione, prima e in corso d’opera.  
La sensazione è che il nostro Europeo si sia virtualmente chiuso giovedì, con il trionfo sulla Germania. Un'impresa troppo grande, una delle più belle nella storia del nostro calcio, per realizzare la quale si era dovuto dare fondo a tutto il bagaglio delle nostre risorse. Dopo, è stata solo una lunga celebrazione dei nostri rinnovati fasti, fra tanto riposo, poco allenamento, lettere del Presidente della Repubblica e dubbi del tecnico sul proprio futuro. Sembrava quasi che, a quel punto, dopo aver superato il colosso germanico nulla potesse impedirci di cogliere il massimo alloro, che sarebbe arrivato in automatico. Ma il calcio non è fatto di ineluttabilità, di corsi e ricorsi storici, di leggi dei grandi numeri.
CONDIZIONE FISICA - Imbarazzanti le condizioni fisiche dei nostri: e questa, perdonatemi, non può essere solo sfortuna. Così come il discorso  degli stage non concessi durante la stagione c’entra poco, in questo contesto: la Nazionale il suo ritiro preparatorio  l’ha fatto, ma qualcosa nella gestione atletica e medica degli uomini deve essere andata storta.  Le energie mentali possono bastare a sostenere un ultimo sforzo se quelle fisiche sono in riserva ma non al lumicino: ieri, invece, i nostri erano svuotati, completamente, nel corpo e nello spirito, al punto di rischiare una lezione ben più severa. 
La luce si era spenta anche per Prandelli: che ha mandato in campo senza alcuna ragione plausibile Chiellini, reduce da due infortuni ravvicinati, ormai disabituato a giocare con continuità in un ruolo nel quale Balzaretti aveva fatto il suo alla grande; ha richiamato in panca Cassano che era stato fra i meno peggio nella prima frazione (problemi al ginocchio? Ritorna il discorso fatto prima sulla condizione atletica e sanitaria generale, e comunque se sta male non lo fai nemmeno giocare...); ha tolto Montolivo, anche lui fra i più propositivi, pure come incontrista (dal milanista e dall’ex fiorentino, ricordiamolo, le uniche conclusioni pericolose della prima frazione, due tiri a lunga gittata respinti da Casillas). 
Per Chiellini, è il solito errore che sembra scritto nel dna dei tecnici azzurri: non si rinuncia mai ai grandi nomi del gruppo, anche quando questi sono fisicamente a terra, perché si pensa che la loro personalità, la loro esperienza, possa comunque essere utile: fu così per Roby Baggio nel ’94, per Del Piero nel ’98 e nel 2000, per Cannavaro nel 2010. I nostri cittì stanno sempre aggrappati ai loro miti, ai totem dello spogliatoio, anche quando non dovrebbero, e ne ricavano sistematicamente cocenti delusioni: impareranno mai la lezione? Ho i miei dubbi. Benedetto Lippi, che nel 2006 utilizzò quasi tutti i gli uomini a disposizione evitando di fossilizzarsi sui soliti 15-16... 
RIMPIANTI E FUTURO - I rimpianti sono tanti: la Spagna è forte, fortissima, ma noi stessi, meno di un mese fa, abbiamo dimostrato che non è inavvicinabile. Rimango convinto che un’Italia in condizioni decenti se la sarebbe giocata ben diversamente. Diciamo anche che il fatto di aver dovuto subito affrontare la “più bella”, nell'ouverture di Danzica, ci ha costretti a tenere fin dall'inizio dei ritmi elevati, ulteriormente accentuati nelle sfide a eliminazione con Inghilterra e Germania, che hanno comunque marchiato a fuoco questo torneo, regalando i momenti più intensi, ricchi di pathos e ben giocati di Euro 2012. 
Ecco, si riparta da qui: da questa nuova Italia, coraggiosa, aggressiva, desiderosa di produrre gioco e gol, almeno fin quando le energie gliel’hanno consentito. Un’Italia che può ancora farci sognare, ma a certe condizioni: che rimanga Prandelli, affinché non si ripeta il traumatico abbandono di Zoff nel 2000, dal quale derivò un quadriennio di disgrazie azzurre; occorre poi rassodare e rimpolpare tecnicamente la rosa, dando subito spazio ai giovani emersi a fatica, fra A e B, nell’ultima stagione, magari seguendo un percorso inverso rispetto a quello logico e consolidato, ossia cominciando a farli giocare in azzurro in modo da “stimolarne” l’utilizzo nei club, quasi una provocazione; da migliorare, inoltre, l'impostazione globale della preparazione  della Nazionale, ma questo rientra in un quadro complessivo di riassetto e riorganizzazione del Club Italia, dal quale non si potrà prescindere più, in alcun modo: altrimenti, l’argento di Kiev resterà un fatto isolato.