lunedì 25 novembre 2013

VERSO SANREMO 2014: E' GIA' CACCIA AI BIG. IPOTESI E INDISCREZIONI

                                            Francesco Renga: pronto a tornare

Manca meno di un mese all'annuncio del cast dei Big in gara a Sanremo 2014. Il "listone", come l'anno passato, verrà svelato direttamente da Fabio Fazio nel corso del Tg1 dell'ora di pranzo. Il "giorno X" è il 18 dicembre, nel frattempo la ridda di voci e indiscrezioni sui possibili partecipanti è già fitta. Cerchiamo di fare il punto, tra spifferi letti qua e là in rete e ipotesi del sottoscritto, più o meno fondate. Ricordiamo che i posti a disposizione degli aspiranti sono solo 14, cioè molto pochi, e quasi sicuramente tali rimarranno: in passato, soprattutto durante le gestioni festivaliere di Gianni Ravera (anni Ottanta) e di Pippo Baudo, era d'uso aumentare in extremis il numero degli ammessi, alla luce delle tante richieste di partecipazione, ma negli ultimi tempi, dall'era Mazzi in poi, la quota fissata dal regolamento è considerata un totem immutabile. 
SUPERSTAR - Partiamo dalle vedette, le superstar della canzone italiana per le quali ogni organizzatore e direttore artistico farebbe carte false. I nomi più... succulenti circolati finora sono quelli dei Negramaro, di Elisa e di Giorgia. Difficile che il sogno si tramuti in realtà per quanto riguarda la fuoriclasse romana e quella triestina, visto che entrambe hanno appena dato alle stampe album già campioni di vendita (ma non si sa mai...), più concreto l'inseguimento alla band di Giuliano Sangiorgi, che si prenderebbe una bella rivincita dopo l'inaccettabile trattamento subìto proprio all'Ariston nel 2005, quando "Mentre tutto scorre", destinata a diventare un loro cavallo di battaglia, l'apriscatole di un successo inatteso e clamoroso, fu bocciata dalle giurie fin dalla prima esibizione. 
Si parla anche di Edoardo Bennato, e questa sì sarebbe una sorpresissima: il napoletano si è tenuto da sempre bene alla larga dal Festivalone, eccezion fatta per un'ospitata nel 2010, quando partecipò, insieme ad altri big della canzone nostrana, alla serata di festeggiamenti per i 60 anni della kermesse. Arduo ma non impossibile, visto che nelle ultime edizioni hanno fatto la loro comparsa in Riviera cantautori tradizionalmente ostili al palco sanremese, da Vecchioni (che ha addirittura vinto) a Battiato e al compianto Lucio Dalla, questi ultimi due, per la verità, con partecipazioni marginali al fianco di altri artisti. Sarebbe bello rivedere due cantanti da tempo lontani da Sanremo come Carmen Consoli e Raf, e chissà che Gino Paoli e Fiorella Mannoia, a quanto pare già corteggiati l'anno scorso, questa volta non decidano di sciogliere le riserve. 
RITORNI A STRETTO GIRO DI POSTA - C'è poi tutta la schiera di big che, avendo partecipato alle edizioni fra il 2010 e del 2012, o sono in dirittura d'arrivo nell'allestimento dei loro nuovi album, o semplicemente di nuovo "maturi" per una partecipazione alla rassegna che ne rinfreschi la popolarità e ne rilanci le vendite. Parliamo di personaggi come Francesco Renga, Arisa, Giusy Ferreri, Noemi, Dolcenera, Nathalie, Fabrizio Moro, Anna Tatangelo e, perché no, un Max Pezzali che fra libri, canzoni, trasmissioni tv e cambi di look ha vissuto un 2013 piuttosto intenso ed appagante. E potrebbe anche riprovarci qualcuno già in lizza nell'ultima edizione, in primis Chiara Galiazzo, ma anche Max Gazzé, l'altro campione di Sanremo 2013 assieme a Mengoni: l'estroso cantautore potrebbe entrare in un trio nel segno della romanità con Daniele Silvestri (anche lui presente nel febbraio scorso) e Niccolò Fabi, che rappresenterebbe una réntrée graditissima. Fra i giovani usciti di recente dal vivaio festivaliero, l'ultimo trionfatore Antonio Maggio è in prima fila, ma non trascureremmo Erica Mou, che nel 2012 ebbe ottimi riscontri di critica e nelle ultime settimane è tornata prepotentemente alla ribalta con la colonna sonora del film "Una piccola impresa meridionale". 
VETERANI - In tema di "veterani" anni Novanta, Syria ha annunciato ufficialmente di essere "in fila per Sanremo": assieme a lei, da tenere d'occhio eventuali mosse di Gianluca Grignani, assente dal 2008, di Paola Turci, nonché di Mietta e Silvia Salemi, il cui indice di gradimento è tornato alle stelle grazie alla fortunata partecipazione a "Tale e quale show" di Carlo Conti. E poi Alex Britti, rivisto su buoni livelli nell'estate 2013, così come Neffa che centellina le sue apparizioni sul mercato discografico, ma quasi sempre coglie nel segno, come con l'ultima "Molto calmo". Ci sarebbero tappeti rossi e porte spalancate anche per un ritorno di Nek, che da Sanremo manca addirittura dai tempi di "Laura non c'è", nientemeno, mentre sarebbe giusto dare un'altra chance ad Alexia e a L'Aura. Fra le vecchie glorie, non dovrebbe mancare la proposta dell'eterno Al Bano, e chissà che non si convinca, dopo anni di scetticismo, Massimo Ranieri; Anna Oxa vorrà forse tornare alla carica, scottata dall'esclusione del 2013 e dalle recenti polemiche di "Ballando con le stelle",  alcune fonti danno in lizza Fabio Concato, mentre pare che anche Umberto Tozzi sia in studio a preparare qualcosa di nuovo, e allora... 
RAP, TALENT E ALTRO - Da tenere nella massima considerazione, come da me già scritto in altre occasioni, il fenomeno dei rapper all'italiana, che hanno dominato le classifiche italiane nell'anno che sta per concludersi. Uno, se non due posti, dovrebbero essere loro appannaggio, e allora sarà lotta serrata tra i vari Moreno Donadoni, Fedez, Clementino, Club Dogo... E poi i ragazzi dei talent: non si è ben capito se un posto di diritto spetterà al prossimo vincitore di X Factor (un azzardo, perché a volte funziona, come nel caso di Mengoni e Galiazzo, altre no, vedasi la pur brava Nathalie), mentre dal passato, oltre alla citata Ferreri, potrebbe riemergere qualcuno fra Marco Carta, Valerio Scanu e Pierdavide Carone, oltre a una Loredana Errore sempre massicciamente spinta dai fans (vedere Facebook per credere), oppure la trionfatrice della prima edizione di "The voice", Elhaida Dani. Altri nomi gettonati dai giornali sono quelli di Sergio Caputo, Francesco Sarcina (aveva tentato già l'anno passato), Cristiano De Andrè, Mondomarcio, Ron, nonché quel Mario Biondi eterno promesso al Festival (non è dato sapere se per sua effettiva volontà o per fantasia giornalistica) e mai approdato all'Ariston in gara. Infine, per quanto riguarda gli interpreti di nicchia", sarebbe auspicabile fosse la volta buona per i  raffinati Musica Nuda. Per il momento questo è quanto, con la doverosa postilla, già ribadita più volte anche per le scorse edizioni, che probabilmente nel "listone" finale compariranno diversi artisti mai citati in sede di pronostici. Anche questo è il bello del Festival. 

mercoledì 20 novembre 2013

LA NAZIONALE AZZURRA DOPO GERMANIA E NIGERIA: CHE ITALIA VEDREMO AL MONDIALE?

                                         Esultanza azzurra dopo il pari coi tedeschi

Che sarà di noi in Brasile? Giunti al termine di questo 2013 premondiale, è il momento di tirare le prime somme azzurre, e non è facile, perché l'anno e mezzo post europeo, che doveva chiarire definitivamente le idee sulle effettive potenzialità della nostra Nazionale, ha invece ingarbugliato la matassa in una misura che non era facile prevedere. Ci si attendeva una crescita spontanea, una maturazione rigogliosa, dopo le succulente promesse fatte balenare fino alla medaglia d'argento continentale di Kiev, poi le cose sono andate diversamente. Cominciamo dal fondo, ossia da ciò che ci ha lasciato l'ultimo duplice impegno amichevole tedesco - nigeriano.  
DUE BEI SECONDI TEMPI - Di positivo, delle sfide di Milano e Londra, restano due secondi tempi di grana buona, seppur dalle caratteristiche diametralmente opposte. Con la Germania, la ripresa ha mostrato un'Italia più arcigna, determinata, "cattiva", brava a chiudere e a ripartire, dopo gli sbandamenti della prima frazione. Nel dettaglio dei singoli, segni di ripresa da parte di Marchisio, tornato a far sentire il suo peso negli inserimenti offensivi, e di Montolivo, benché il suo apporto si sia quasi esclusivamente limitato all'interdizione, mentre confortante, per la continuità nelle due fasi, è stato il rientro di Criscito dopo la lunga assenza, per certi versi inaccettabile (grave infortunio a parte). Con lui e col prossimo recupero di De Sciglio, il problema del terzino sinistro dovrebbe avviarsi a soluzione, con buona pace degli encomiabili Pasqual, Antonelli e del declinante Balzaretti. Viceversa, in terra inglese, dopo l'intervallo si è vista un'Azzurra arrembante, capace di costruire palle gol in serie ma, purtroppo, di sprecarne buona parte. Un altro gradito ritorno, quello di Parolo, ha avuto tante luci ma anche qualche ombra: onnipresente, continuo e inesauribile, utile in copertura e bravo a liberarsi al tiro, ha mostrato però scarsissima lucidità nelle conclusioni, fallendo, palo a parte, un paio di banalissime occasioni da distanza ravvicinata. 
CANDREVA E GIACCHERINI VERSO IL BRASILE - Dal canto loro, Candreva e Giaccherini, le due sorprese della Confederations, stanno continuando ad esprimersi su livelli notevoli e ben difficilmente Prandelli negherà loro un posto fra i 23, nonostante il laziale perseveri nel manifestare una idiosincrasia al tiro a rete che risulta incomprensibile, avendo nei piedi il potenziale per fare malissimo (emblematica un'azione del primo tempo con la Nigeria, quando si è venuto a trovare con un ampio spazio per fare esplodere il destro e invece ha continuato a tenere palla e a cincischiare, consentendo infine ai nigeriani di neutralizzare il pericolo). L'intesa Rossi - Balotelli, sulla quale si appuntavano gli interessi del cittì, è migliorabile ma già buona: l'azione che ha portato al vantaggio a Londra, costruita sull'asse fra il milanista e il viola, ha fatto risplendere tutte le doti del duo: potenza fisica, controllo di palla, capacità di far salire la squadra e ispirare il gioco offensivo da parte di Mario; tempismo, velocità e precisione sotto rete per Pepito. A tutto ciò occorre dare continuità, ma al momento, nell'opzione tattica con l'attacco a due punte, questa coppia rappresenta l'unica soluzione plausibile: fino a pochi mesi fa avrei scommesso sul fatto che il posto di Rossi sarebbe toccato al El Shaarawy, ma l'involuzione del Faraone è stata colossale, pur se i mezzi non gli mancano per uscire dal limbo in cui è stato cacciato anche dalla difficile situazione del Milan. 
INVOLUZIONE POST EUROPEA - Tutto questo per quel riguarda la stretta attualità, Poi, come detto, c'è da tracciare un primo bilancio della fase premondiale, che però ha già molto di definitivo, in quanto prima delle convocazioni per il torneo iridato resta una sola amichevole (a marzo, in casa della Spagna per un altro tentativo di rivincita): è vero, ci sono ancora partite in abbondanza di campionato e coppe europee, ma serviranno solo a chiarire le idee sulle ultime sei - sette maglie da assegnare per il Brasile, mentre al momento non è sorto nessun nuovo astro in grado di far saltare il banco con una stagione sopra le righe. E 'stato dunque, come si diceva, un anno e mezzo contraddittorio, che non ha aiutato granché Prandelli. La bella Italia del suo primo biennio di gestione, frizzante, propositiva, senza paura, capace di tenere pallino, di creare gioco ed occasioni, si è via via annacquata e intristita. Ha vivacchiato sulle posizioni acquisite, ha forse tentato di diventare grande percorrendo la strada del pragmatismo, del fare risultato con pochi fronzoli e molta concretezza, ma vi è riuscita solo in parte. 
DIFESA IN AMBASCE - Il pragmatismo desiderato si è spesso rivelato, alla prova del campo, un affannoso aggrapparsi al golletto di vantaggio (vedi match decisivo con la Bulgaria) o un arroccarsi attorno alla difesa per evitare il tracollo (vedi la gara di Praga con la Repubblica Ceca). Non è certo questo che intendiamo per "squadra concreta": oltretutto, la nostra è una compagine che, in questa fase storica, non può pensare di impostare il suo gioco su un atteggiamento attendista, sulla copertura, in quanto la sua terza linea sta attraversando un prolungato momento di difficoltà. A far data dalla sciagurata amichevole con Haiti, lo score, inquietante, racconta di 22 reti subite in 13 gare, cifre che non sono certo da Nazionale di prima fascia. Blindate le corsie laterali (i citati Criscito e De Sciglio a sinistra, Maggio e Abate dall'altra parte), i problemi sono al centro: Barzagli e Bonucci sono  di alto livello, il problema è la continuità che li ha fatti incorrere, dalla Confederations in poi, in alcuni svarioni non degni della loro fama. Ranocchia sta recuperando le posizioni perdute, Ogbonna non pare ancora pronto, Chiellini ha ampia esperienza, coraggio e personalità ma anche una certa ruvidezza che fuori dei confini italiani non sempre viene perdonata (come accaduto nell'ultimo Real - Juve al Bernabeu).

                                              Criscito: ritorno convincente

Visto che gli uomini della retroguardia sono grosso modo gli stessi del primo biennio prandelliano, caratterizzato invece da una soddisfacente impermeabilità, è chiaro che il problema non stia tanto nella qualità degli uomini, né in un improvviso imbrocchimento degli stessi, quanto in sbalzi di rendimento eccessivi imputabili anche alla diminuita solidità complessiva della squadra, che da troppo tempo, lo ripeto, balbetta football con poche luci e molte ombre. Se il centrocampo torna a fare ciò che ha fatto egregiamente fino alla finale europea con la Spagna, cioè far girare palla, tessere trame, produrre gioco e tenere il controllo della gara, la retroguardia risulterà più protetta e, giocoforza, recupererà sicurezza; se invece continuerà a funzionare a singhiozzo e a lasciare troppo campo ad avversari anche modesti, le sofferenze dietro rimarranno, e nel contesto iridato verranno pagate a caro prezzo.
CENTROCAMPO DA RIDISEGNARE - Ferma restando l'imprescindibilità di De Rossi, uomo ovunque in grado di dare equilibrio a tutto il complesso, la sensazione è che il ritorno alla formula di Euro 2012, con Thiago Motta di nuovo titolare, non sia stata un gran trovata: nell'attesa di un pieno recupero di Montolivo, uomo chiave della gestione Prandelli non sempre esaltato come avrebbe meritato, la zona nevralgica ha bisogno della linfa giovanile, della vitalità, della corsa e dell'eclettismo dell'ottimo Florenzi di questa splendida stagione romanista, così come, qualche metro più avanti, bisognerà cercare di ritagliare uno spazio per Insigne, il quale, Rossi a parte, rappresenterebbe una variabile importante per una manovra offensiva ancora troppo legata agli estri di Supermario. Si è preso atto, come da secoli sottolineato su questo blog, che lo schieramento a quattro dietro è il più congeniale a questa squadra, dopodiché è giusto avere a disposizione più opzioni tattiche, ma sarebbe anche opportuno virare con decisione su una, massimo due formule, perché anche la continua sperimentazione di strategie ha fatto forse perdere un po' la bussola al team azzurro.
PROSPETTIVE MONDIALI - Dopo un avvio di stagione poco entusiasmante, e la perdita (grave e sottovalutata dai grandi media) della testa di serie, l'Italia è scivolata nelle gerarchie planetarie. Al momento è da quarto di finale, non di più, il che vuol dire poco o nulla, perché la Coppa del mondo spesso cambia le carte in tavola. Bisognerà presentarsi al top in quel mese, curare la preparazione in maniera più efficace di quanto sia stato fatto per la Confederations, azzeccare le convocazioni, creare l'atmosfera giusta nel gruppo, un calibrato mix fra serenità e voglia di stupire. Realismo, ci vuole, ma non pessimismo: preso atto di questa involuzione registrata a partire dalla seconda metà del 2012, ci son però tante sicurezze: c'è un'Italia che nei due appuntamenti più importanti fra quelli finora affrontati (Europeo e torneo premondiale l'estate scorsa) ha mostrato mentalità vincente, arrivando fino in fondo; c'è un gruppo non fenomenale ma di buon livello, che ha centrato quasi tutti gli obiettivi (a parte la citata testa di serie Mundial), a volte andando anche oltre le aspettative: un gruppo fatto di tanti buoni giocatori (e una rosa ampia in cui pescare, non poco in questi tempi di esterofilia spinta), di due - tre giovani interessanti e di altrettanti fuoriclasse di statura mondiale, i "vecchi" De Rossi e Pirlo e l'ultimo grido Balotelli. I citati secondi tempi con Germania e Nigeria, il ritrovato gusto del gioco e alcune scintillanti manovre di prima in velocità viste in entrambe le gare, fanno capire che le basi ci sono, non sono andate perdute, si tratta solo di rimettere a punto tutto il meccanismo. Forza e coraggio! 

lunedì 18 novembre 2013

"LA FARFALLA GRANATA"? PER RICORDARE MERONI MEGLIO "SFIDE" O IL GUERIN SPORTIVO...

                                Alessandro Roja, incerto protagonista della fiction Rai

E' stata una vicenda così tragicamente romanzesca, quella del calciatore Gigi Meroni, ala dal talento purissimo stroncata nel fiore degli anni, che una trasposizione cinematografica o televisiva era prima o poi inevitabile. Dovremmo quindi ringraziare la nostra tv di Stato, per averci fornito una propria lettura della vita di questo estroso campione anni Sessanta? Beh, andiamoci piano. La fiction "La farfalla granata", andata in onda la settimana scorsa sugli schermi di Rai Uno, di lodi e ringraziamenti ne merita ben pochi: vediamo perché. 
SVARIONI STORICI - Leggendo qua e là in rete, sbirciando soprattutto nei siti e nei forum di tifosi di Genoa e Torino, le due squadre che hanno segnato la brevissima traiettoria agonistica di Meroni, il sentimento preponderante era l'emozione, soprattutto fra i più "anziani", perché quest'opera ha in fin dei conti risvegliato ricordi, rimpianti e dolori mai sopiti. Li comprendo perfettamente, ma un'analisi più fredda, tecnica e rigorosa di questo "sceneggiato" (così si chiamavano una volta le fiction) mi impone di andare oltre e di non accontentarmi di questa mozione dei sentimenti. Perché a ricordare la figura di questo atipico del pallone, classe cristallina, colpi da campionissimo e carattere controverso, avevano provveduto ottime produzioni letterarie e documentari televisivi. "La farfalla granata", invece, non ha reso un buon servizio alla memoria di Meroni. Non mi riferisco ad alcuni svarioni storici già da altri sottolineati, come l'Inter - Torino del pallonetto  a beffare Sarti e Facchetti trasformata in un Torino - Inter, o come, soprattutto, il gol su rigore alla Sampdoria nell'ultimo match prima della scomparsa, gol mai realizzato nella realtà. Casomai, mi ha dato più fastidio vedere il Genoa, nella parte iniziale, allenarsi sul terreno "di casa" (?) dell'odierno Olimpico di Torino, già Comunale (possibile non vi sia stata la possibilità di operare riprese all'interno del Luigi Ferraris?). 
AMORE, SOLO AMORE... - Ma sono peccatucci veniali: trattandosi di fiction e non di trasmissione ad impronta giornalistica, qualche ardita "licenza poetica" può anche starci, purché non tradisca eccessivamente la realtà. Il problema delle fiction di produzione nostrana, per inciso, è che il vero sconfina troppo spesso nel verosimile, fornendo talvolta una immagine distorta dei personaggi che si vogliono ritrarre: il caso più clamoroso fu quello di Rino Gaetano, trasformato in una sorta di poeta maledetto. Ciò, per la verità, si avverte un po' meno nella "Farfalla granata", la cui credibilità risulta minata da altri punti deboli. In prima istanza, non si capisce perché alla fine tutto debba sempre essere incentrato sulla storia d'amore tra i protagonisti, nel caso specifico tra il campione e la bella Cristiane: il sentimento ci sta, la liaison è esistita, intensa e contrastata, e andava raccontata, ma non al punto di farne il sole attorno al quale dovevano muoversi tutti gli altri elementi narrativi, quasi schiacciandoli. 
POCO CALCIO - Le vicende prettamente sportive di Gigi hanno, al confronto, uno spazio marginale, in cui si eccede nella sintesi: l'approdo del ragazzo alla Nazionale e la convocazione per i Mondiali del '66, i momenti più alti della sua carriera, rischiano quasi di passare inosservati, e più in generale di football autentico se ne vede poco, pochissimo. Ridotte ai minimi termini le scene di allenamento e di gioco, per le quali in un paio di circostanze si fa ricorso direttamente a filmati di repertorio: quasi un'ammissione di impotenza nel vano tentativo di ricostruire degnamente fasi agonistiche, il che è da sempre un limite storico delle pellicole a sfondo calcistico, senonché alcune produzioni relativamente recenti, penso a "Il miracolo di Berna" (sul trionfo tedesco ai Mondiali del '54, ne parlai anche sul blog, qui) e  "The game of their lives" (sulla memorabile sfida Stati Uniti - Inghilterra della Coppa del mondo 1950, vinta a sorpresa dagli americani) hanno dimostrato che un match di pallone può essere ottimamente rappresentato in versione filmica, senza che la "finzione" faccia perdere pathos ed efficacia. 
UN SOLO FUORICLASSE - Ancora: senza voler girare troppo il coltello nella piaga, il livello della stragrande maggioranza degli attori si è rivelato assai modesto: recitazione scolastica, poco spontanea, con in testa, spiace dirlo, proprio il protagonista, Alessandro Roja (leggermente meglio di lui Alexandra Dinu, nei panni dell'adorata Cris). Personaggi "di contorno" scarsamente caratterizzati, eccezion fatta per Nereo Rocco, non a caso valorizzato dall'attore più titolato e preparato del cast, Francesco Pannofino; viceversa, si sarebbe potuto scavare maggiormente nella vita di Beniamino Santos, allenatore di Meroni ai tempi del Genoa, di qualche compagno di squadra (tutti rimasti nell'ombra, a parte l'amicone Poletti) e di Edmondo Fabbri, rappresentato in maniera largamente ingenerosa e ricorrendo a qualche stereotipo francamente poco credibile (la marcia dei bersaglieri fatta ascoltare ai calciatori prima di una partita della Nazionale...). Stereotipi a go go anche nella vicenda umana di Meroni, col classico "presentimento" che, chissà come mai, non può mancare in queste tragiche vicende ("E' come se sentissi di dover fare le cose in fretta perché ho poco tempo", confida un dì alla sua amata...). 
TROPPI ASPETTI INESPLORATI - Rimane comunque il tema di fondo: una vicenda così ricca di sfaccettature sportive, umane, financo sociali (il calciatore capellone e "beat", portabandiera dei primi fremiti di ribellione della gioventù dell'epoca) ridotta ai tormenti sentimentali dei protagonisti: l'amore è bello, è sano, emoziona lo spettatore, ma non sta scritto da nessuna parte che debba essere gonfiato all'inverosimile, fino a farlo debordare, anche in opere che potrebbero brillare di luce propria senza bisogno di eccessi di melassa in stile Liala o Grand Hotel. Il "rosa confetto" che permea la fiction ha fatto perdere di vista tanti passaggi importanti: cosa c'è di più tremendamente, crudamente romanzesco, di più "televisivo" o "cinematografico", di un calciatore che muore investito da un suo tifoso il quale, parecchi anni dopo, diventerà presidente proprio del Torino calcio (parliamo di Attilio Romero)? Perché non fare cenno di tutto ciò? Perché non approfondire le vicende che portarono alla sua "emarginazione" tecnica nel corso del Mondiale '66, culminato con la storica vergogna della Corea? Si voleva fare un film in parte slegato dal rigore documentaristico, che viaggiasse su binari diversi e più "creativi"? Al di là del fatto che sarebbe discutibile, ma allora perché chiudere il tutto con immagini autentiche dei funerali e del corpo senza vita di Meroni, quasi si volesse in extremis accrescere la credibilità del prodotto? 
SFIDE E GUERIN - Per tutto questo, e rispondendo alla domanda retorica posta all'inizio, no, non è proprio il caso di ringraziare la Rai per "La farfalla granata". Chi Meroni l'ha visto giocare ha un suo ricordo ben scolpito nel cuore, che difficilmente sarà stato arricchito da questa fiction (anzi...); chi non l'ha visto giocare, come nel mio caso, ha già avuto modo di scoprirlo tramite rievocazioni su giornali, libri e tv. La speranza è che lo stesso facciano i giovanissimi: si guardino "Sfide", o, per cominciare, acquistino il numero del Guerin Sportivo attualmente in edicola, con uno special ricchissimo sui migliori cento calciatori nella storia del Toro: sarebbe già un ottimo inizio per apprezzare davvero ciò che fu Gigi Meroni, e ciò che rappresentò per il calcio e per i tifosi dell'epoca. 

mercoledì 13 novembre 2013

"EMOZIONI" SU RAIDUE CELEBRA TOTO CUTUGNO, CERVELLO IN FUGA DELLA SEMPLICITA' CANORA NOSTRANA


Uno special dedicato a Toto Cutugno, e per di più su una rete Rai. Qualcosa di raro, in Italia, dove ai paladini nostrani dell'easy listening più spinto (qualcuno direbbe del nazionalpopolare) come il cantante di Fosdinovo, vengono al massimo riservate le tristi ribalte dei contenitori pomeridiani, fra un gossip sulla divetta (s)vestita del momento e le ultime news (ovviamente in esclusiva) sull'omicidio più recente in qualche sperduta landa della penisola. No, questa volta è stata una cosa seria, una gradevole biografia in parole e immagini con tutti i crismi: grazie a "Emozioni", trasmissione monografica già in onda l'anno passato, che racconta il percorso professionale e umano di grandi star della musica pop, e che è ripartita lunedì scorso con una puntata dedicata, per l'appunto, all'autore dell'immortale "L'italiano". Una ripartenza col botto, dunque, ed è bene precisare subito che non vi è alcuna ironia in questa espressione: stimo profondamente Toto, praticamente da sempre, al contrario di larghissima parte della critica nostrana. Anche di questa frattura mai sanata fra il cantautore spezzino e certi esperti un tantino snob, inevitabilmente, si è parlato nel programma: ci ritorneremo. 
COME "SFIDE" - Del format "Emozioni" in sé per sé, nulla che già non si sapesse, per chi in passato aveva avuto modo di seguirlo: è in pratica una versione in salsa... musicale del più celebre e celebrato "Sfide", e non solo perché la voce narrante è la stessa di tante indimenticabili puntate della trasmissione gioiello di Raitre, quella calda e rassicurante di Ughetta Lanari. Dell'illustre "confratella" sportiva, "Emozioni" mantiene il medesimo tono epico, il taglio elogiativo e la quasi totale assenza di venature critiche, una ricostruzione storica  nel complesso apprezzabile anche se, per quanto visto in questa prima puntata, non sempre rigorosissima, che sconfina a volte nella tendenza a "romanzare" i fatti per accentuarne i caratteri avventurosi, drammatici o esaltanti. 
GRAVI OMISSIONI - Sembra quasi che la trasmissione debba seguire il filo conduttore costruito dagli autori, e pazienza se ciò significa ogni tanto uscire dalla retta via della biografia vera e propria del personaggio (per poi rientrare subito in carreggiata, va detto). Ad esempio, il percorso sanremese di Cutugno viene fatto partire erroneamente dal 1977, tralasciando invece l'esordio dell'anno precedente con gli Albatros e con la canzone "Volo AZ 504", della quale pure è stato mostrato uno spezzone tratto però da "Adesso musica". E' risaputo che la Rai non possiede più la registrazione di quella edizione della kermesse rivierasca (qui sotto, un filmato di You Tube tratto da un replica del Festival '76 andata in onda in Spagna), ma ciò non basta a giustificare una tale mancanza. Omissione non da poco, visto che con quella canzone Toto e il suo complesso si piazzarono terzi nella gara e vendettero una discreta quantità di dischi, anche oltreconfine. 

                                L'esordio di Cutugno a Sanremo, con gli Albatros, nel '76

Perché questo buco narrativo? Ipotesi maliziosa: mostrando l'incerta esibizione vocale di Cutugno al Sanremo '77 con "Gran premio", si voleva avvalorare la tesi esposta successivamente, ossia di un artista ancora non pronto per cantare i suoi pezzi in prima persona e più adatto a una carriera da autore, lontano dai riflettori: tesi discutibile, visto il citato e positivo debutto di dodici mesi prima, così come, per contro, qualche imperfezione tecnica nell'esecuzione delle sue canzoni il buon Toto l'ha mostrata anche in esibizioni di molto successive.
Allo stesso modo, si è troppo filosofeggiato sul Cutugno più volte favorito al Festival e troppe volte deluso: favorito non lo era nell'84, come invece lascia intuire il suo collaboratore Popi Minellono, certo non più della coppia Al Bano e Romina Power, poi risultata vincente. E, in tema di omissioni, gravissima quella del trionfo all'Eurovision Song Contest del 1990, per due motivi: perché fu il secondo e ultimo artista italiano a imporsi nella kermesse internazionale, e perché si è trattato senza dubbio di uno dei momenti più alti della sua carriera. Ed "Emozioni" ha anche smarrito le tracce dei suoi primi successi da solista, come la celeberrima "Voglio l'anima" del 1979. 
VANTO ITALIANO - Di buono, la monografia tv di Cutugno ha proposto una lodevole ricerca di immagini d'epoca, soprattutto alcuni "dietro le quinte" sanremesi e il filmato della grottesca premiazione al Festival 1980, con il vincitore decretato nientepopodimenoché... da un notaio, che ne storpiò il nome (Cotugno) e il titolo del pezzo (Noi solo noi), alcuni tocchi benevolmente perfidi (l'intervista a Tiziana Rivale che gli negò, nell'83, una vittoria al Festival da molti considerata scontata), la giusta sottolineatura dello spessore autoriale del protagonista (gli evergreen scritti per Fausto Leali e Celentano) e soprattutto la valorizzazione della sua eccezionale carriera internazionale. In definitiva, un tributo per troppo tempo atteso, eppur doveroso, a un artista che tiene alto il nome della canzone italiana a livello planetario. E qui torniamo al punto di partenza, all'eterno contrasto con i critici specializzati. 
Non era un eccesso di vittimismo di Toto, ma nemmeno si può dire che i giornalisti avessero, con lui, un fatto personale. Più semplicemente, gli esperti hanno da sempre una visione piuttosto pretenziosa, sofisticata ed elitaria della musica leggera, manifestando una notevole puzza sotto il naso soprattutto quando sono chiamati a commentare protagonisti e vicende del Festivalone per eccellenza. Sono in guerra perenne con le strofe semplici e le melodie orecchiabili e di impatto immediato, e lo erano con maggior vigore negli anni d'oro del pop melodico moderno, nei favolosi Eighties che proprio al Teatro Ariston videro celebrare i fasti degli esponenti di spicco di questo filone canzonettistico tutto tricolore, da Christian ad Al Bano e Romina, dai Ricchi e Poveri a, per l'appunto, Cutugno. Brani, i loro, scritti con un linguaggio diretto, senza filosofeggiare troppo, con accordi essenziali e che entravano subito in testa. 
MIOPIA CRITICA - Ognuno ha i propri gusti, le proprie propensioni musicali, ma è sbagliatissimo non saper riconoscere che anche comporre canzoni nel segno della semplicità  e della "facile presa" è un'arte, difficile da esercitare quanto quella di comporre opere cantautorali di ampio respiro e pregne di contenuti: e quanto sia difficile lo si percepisce in maniera netta oggi, perché in questi anni sono ben pochi gli interpreti e gli autori che riescono a sfornare brani capaci di entrare nella testa al primo ascolto, e si è anzi perso lo stampo di certe canzoncine dal tessuto musicale e testuale esile, eppure dotate del dono di essere fischiettabili e canticchiabili in ogni momento del dì.
NEMO PROPHETA IN PATRIA - Ecco, in questo senso Cutugno, se non perseguitato, sicuramente si può definire "incompreso": "Nemo propheta in patria", diremmo. Trattato come un modesto mestierante del pentagramma dalle nostre parti, buono solo per qualche giro di Do in quel di Sanremo, all'estero è osannato, è un divo vero. Si potrebbe dire, e non suoni blasfemo l'accostamento con realtà più brucianti dei nostri anni, un ennesimo cervello in fuga (in anticipo sui grami tempi attuali, però), non capito e non adeguatamente coltivato nel suo Paese e accolto con l'affetto che merita lontano da casa. 
Si sostiene che nell'Est europeo, dove Toto miete tutt'oggi i suoi più grandi successi, il gusto musicale sia più arretrato, quasi primitivo (e lo stesso viene scritto e detto per giustificare altri trionfi incomprensibili agli occhi dei nostri "esperti", come quelli che certi artisti italiani ottengono nei Paesi dell'America Latina). Banale, inaccettabile. Francamente non credo che Russia e dintorni siano popolati da centinaia di migliaia di decerebrati che godono ascoltando per ore i concerti di Toto e dei suoi simili. Gusti più semplici, forse, questo sì, di chi sa ancora apprezzare l'essenzialità e l'immediatezza della canzone, di chi sa riconoscere che anche una musica meno "alta intellettualmente" ha la sua dignità, se concepita con passione e costruita con professionalità tecnica, e se capace di toccare direttamente le corde dell'animo, senza tanti arzigogoli. Non va infine dimenticato un dettaglio fondamentale: Cutugno è portabandiera di un pop melodico lineare, ossia di quella tradizione che viene ancora oggi riconosciuta ovunque come il tratto predominante della canzone italiana, uno stile che da noi è stato portato a vette sublimi e che è tuttora la "branca" più apprezzata universalmente fra le tante che caratterizzano la musica leggera tricolore. 

lunedì 11 novembre 2013

DANIELE CONTI E IL SUO BIMBO, LA MIGLIORE RISPOSTA ALLO SCEMPIO DI SALERNO


Il capitano del Cagliari Daniele Conti che, dopo aver segnato il secondo e decisivo gol contro il Torino, invece di sfoggiare tatuaggi volgari e deturpanti, esultanze bislacche, balletti a mimare l'ultima trashata pop, semplicemente corre verso il figlioletto a bordo campo e lo abbraccia. Una boccata d'aria pura, l'immagine pulita del calcio che vorremmo, poche ore dopo lo scempio di Salernitana - Nocerina. Ecco perché, nonostante tutto, il pallone sopravvive: perché riesce sempre a darci un motivo per crederci ancora, per continuare a seguirlo, anche quando tutto sembra crollare, quando lo squallore e l'impresentabilità sembrano destinate a prendere il sopravvento. 
ESCALATION - Aggrappiamoci a Conti padre e figlio, dunque, che in pochi secondi ci hanno dato una lezione esemplare di come il calcio dovrebbe essere sempre vissuto. Invitiamo le televisioni, la Lega, la FIGC a utilizzare quelle immagini come spot per il prossimo campionato. Non è molto, ma sarebbe un piccolo segnale da cui ripartire per rivoltare il nostro football come un calzino. Dopodiché, è chiaro, il calcio italiano avrebbe bisogno di ben altro. Quanto accaduto a Salerno turba, sconvolge ma non sorprende. Perché chi conosce questo mondo sa che certe cose sono destinate a succedere, prima o poi. Questa stagione ha portato con sé l'ennesima escalation di brutture, a partire dai cori anti Napoli sui quali persino firme prestigiose hanno trovato il modo di eccepire e di fare odiosi distinguo. E il tira e molla sulla "discriminazione territoriale", come se non fosse razzismo tout court anche quella, è stato imbarazzante... Troppo buonismo, troppa tolleranza nei confronti di un fenomeno sul quale io ho da sempre un'idea piuttosto netta e radicale: i gruppi ultras dovrebbero essere sciolti d'autorità, perché, a parte sparute eccezioni, rappresentano il male del calcio, alla stessa stregua delle scommesse clandestine, degli impianti inadeguati, della gestione economica fallimentare, dell'esterofilia che ammazza i vivai e degli arbitraggi non all'altezza, ovviamente il tutto con gradazioni diverse. 
CALCIO SENZA PROTEZIONE - Come si è arrivati a questo stato di cose? Le frange estreme del tifo hanno preso possesso degli stadi, soprattutto in certe realtà periferiche, ma non solo, se si pensa a quanto accaduto due anni fa durante Genoa - Siena o, ancor peggio, nel 2004 in occasione di un assurdo derby romano, quando un manipolo di esaltati ottenne il rinvio del match diffondendo una notizia priva di fondamento (uccisione di un bambino) alla quale venne dato più credito che non alle rassicurazioni delle forze di polizia. Con tali precedenti, inevitabile che si arrivasse all'intimidazione diretta dei giocatori e alla costrizione di non scendere in campo per evitare "guai peggiori", perché il sistema è minato dalle fondamenta. Rattrista che certi alti esponenti del nostro movimento calcistico, ieri come ai tempi dei fatti di Marassi, si siano scagliati contro l'arrendevolezza dei giocatori (a Genova la consegna delle maglie, a Salerno la farsa degli infortuni in serie). Brutte immagini, certo, ma che deviano l'attenzione dai problemi principali, i veri guasti da cui originano scempi simili.
Queste autorità non se le pongono mai certe domande? Non viene loro il dubbio che, se gli atleti si comportano in tal modo (deprecabile, per carità), è perché non si sentono più adeguatamente protetti dai vertici del calcio e dello Stato, e sono, insieme ai supporters "veri" e genuini, le prime vittime di un ambiente inquinato da queste componenti "malate" che troppo terreno hanno guadagnato? Ci sono troppe cose che non funzionano sul piano della gestione della sicurezza e dell'ordine pubblico, se alla fine della fiera i "peggiori", DASPO o non DASPO, tessere o non tessere, curve chiuse o curve non chiuse, hanno sempre il pallino in mano e fanno il bello e il cattivo tempo. 
FERMARE IL PALLONE? NO... - C'è chi dice che per arginare questa deriva occorrerebbe fermare il calcio per qualche anno. Ovviamente è impossibile: il pallone non è fatto solo dai giocatori che scendono in campo, attorno ad essi c'è una vera e propria industria, c'è un indotto sterminato, un apparato grazie al quale lavorano e campano, legittimamente, tantissime persone. All'estero, soprattutto in Inghilterra, sono riusciti a porre parziale rimedio al fenomeno "in corso d'opera", continuando cioè a mandare avanti la baracca anche in circostanze obiettivamente drammatiche, come ai tempi del dopo Heysel: chiudere tutto sarebbe inutile e porterebbe pericolosi effetti collaterali. C'è anche chi dice che allo Stato convenga convogliare ogni domenica le frange peggiori del tifo e della società negli stadi e attorno ad essi, per esercitare su di esse un controllo più efficace. Va da sé che, se così fosse, si tratterebbe di una clamorosa ammissione di sconfitta e di impotenza. 
CAMBIARE I VERTICI - La verità è una sola: in questo momento, anzi da un bel po' di anni, non abbiamo in Italia istituzioni calcistiche e politiche all'altezza. Vi fossero, come vi sono in quasi tutti i Paesi europei di primo piano, prenderebbero di petto il problema, caccerebbero a pedate "giuridiche" i teppisti dagli stadi e restituirebbero gli impianti agli appassionati veri e sani, punendo anche società e giocatori che intrattengono con questi individui rapporti troppo stretti. Perché in certe situazioni occorre il pugno duro, qui invece si va avanti a palliativi che hanno come unico effetto quello di ringalluzzire (e incattivire) ancor di più gli ultras. Ma, ripeto, se non cambiano i volti di chi comanda il baraccone calcio e la nazione Italia le cose sono destinate a rimanere così. E allora, lo ripetiamo, aggrappiamoci agli esempi costruttivi, ai Conti senior e junior, alla purezza dei loro abbracci. E' pochissimo, ma se tutti si comportassero come lui, forse, a lungo andare la positività avrebbe la meglio sull'odio ultras, scaccerebbe i mercanti dal tempio. Sarà utopia, ma se stiamo ad aspettare nuovi dirigenti e nuovi politici...