giovedì 29 marzo 2012

DOPO MILAN - BARCELLONA: I ROSSONERI E IL VECCHIO CALCIO ALL'ITALIANA




La prestazione di ieri sera del Milan contro il Barcellona è stata la sintesi ideale, temo, di tutto ciò che, in questo momento, il calcio italiano ai suoi massimi livelli può opporre alla più forte squadra del mondo. Difesa stretta, sofferenza, contenimento e contropiede, preferibilmente con lanci lunghi e alti a scavalcare il centrocampo e a cercare, nel caso specifico, Ibrahimovic, con la speranza che lo svedesone si inventasse qualcosa per sé o per i compagni. Un Ibra, detto per inciso, che ancora una volta ha mostrato di non essere particolarmente tagliato per queste sfide internazionali di grido: almeno si è sbattuto e ha fatto reparto da solo (Robinho non è esistito) ma i colpi risolutori, quelli che in definitiva tutti si aspettano da lui, sono ancora una volta mancati.
 Tutto qui, insomma: un football scarno, essenziale, poco spettacolare ma, alla luce dei fatti, estremamente concreto ed efficace, perché oltre il pareggio a reti bianche, davvero, contro questo Barça monstre era oggettivamente impossibile andare. Positivo? Negativo? Su questo blog ho già più volte fatto riferimento all'involuzione qualitativa della Serie A: il fatto che la squadra campione d'Italia e maggiore candidata a... succedere a se stessa si trovi costretta a fare le barricate contro i campioni d'Europa e del Mondo, quando fino a pochi anni fa (trionfatori in Champions nel 2007, ricordiamolo) i rossoneri erano abituati a giocare quantomeno alla pari, a viso aperto e senza timori reverenziali, contro tutte le corazzate del Continente, è una conferma di questo calo di competitività del nostro movimento. Non c'è da vergognarsene, almeno per il momento, perché riconoscere i propri limiti e gestirli, cercando al contempo di far fruttare al massimo le proprie doti, è esattamente ciò che bisogna fare per vivere dignitosamente nei periodi di "vacche magre". 
Non è lecito nemmeno il paragone con la sfida Inter - Barcellona di due anni fa: quella volta, si dice, una squadra italiana riuscì a disinnescare i fenomeni e a sbatterli addirittura fuori dalla Coppa. Ma, parere personalissimo, la compagine di Mourinho era più forte tecnicamente e più competitiva a livello internazionale rispetto al Milan di  oggi, mentre  i blaugrana solo successivamente hanno completato il processo di trasformazione da squadrone ad autentico dream team. Alle corte: oggi contro i catalani fare risultato è impresa ai confini della realtà, all'epoca era solo... difficile ma non impossibile. Chi ieri ha visto Iniesta e compagnia cantante menare le danze a San Siro, ha avuto l'esatta percezione di cosa significhi calcio spettacolo: manovre di sublime bellezza, doti di tocco e controllo di palla talmente superlative da rasentare la perfezione. E' mancato il gol,  agli ospiti, certo: capita, quando comunque l'avversario è tosto e arma una difesa paziente e attenta, oltretutto con l'aiuto di un pizzico di fortuna, sotto forma di rimpalli (sul pallone sfuggito ad Abbiati all'inizio) o di sviste arbitrali (c'era il rigore del primo tempo). Ma rimproverare qualcosa a Messi e compagni, relativamente a quanto fatto poche ore fa, significa non sapere apprezzare appieno la vera bellezza del football. 
Per tutto questo, il risultato colto dalla formazione di Allegri non può non essere archiviato con totale soddisfazione: uno zero a zero interno  è assai meno negativo di quanto si pensasse una volta: ti costringe sì a segnare fuori, ma non a vincere, a meno che non si voglia puntare dichiaratamente ai calci di rigore, come molte squadre sfavorite dal pronostico fanno (ma non credo proprio sia nel DNA del Milan, neanche di questo Milan più proletario). E ricordiamo che i rossoneri al Nou Camp ci hanno già pareggiato, con gol, nella fase a gironi, proprio al termine di una prestazione per tanti versi simile a quella di ieri: anche lì, tanta difesa, accentuata dal fulmineo vantaggio di Pato, e patimenti sulle poderose ed efficaci offensive dei fenomeni di Guardiola. Insomma, si può fare, ma se non accadesse non bisognerà recriminare più di tanto. 
Certo, poi bisognerà lavorare alacremente per colmare questo gap tecnico venutosi a creare coi principali movimenti calcistici europei (a proposito, vista la gagliardia dello scricciolo El Shaarawy? Ecco un punto di partenza possibile per ricostruire: giovani italiani di talento e carattere ai quali dare fiducia senza fermarsi ai loro primi errori): perché è vero che se il Barça, questo Barça, è in serata di grazia, non ce n'è per nessuno, nemmeno per il Milan euromondiale di qualche annetto fa, ma è altresì innegabile che alzando il tasso di classe e di competitività sarà possibile giocare anche queste sfide stellari con maggiore aggressività e propositività, ossia con le armi dei veri squadroni, di quelli che fanno la storia. Mentre le squadre operaie ballano, al massimo, una sola estate. 

LE MIE RECENSIONI: "E' NATA UNA STAR?"


Un'incompiuta. A tratti, solo a tratti, gradevole, ma pur sempre un'incompiuta. E' la spiacevole sensazione che mi ha lasciato "E' nata una star?", pellicola in questi giorni nei cinema italiani. Un groviglio di buone intenzioni che nemmeno due protagonisti di eccelsa levatura come Rocco Papaleo e Luciana Littizzetto riescono a districare. L'idea alla base del film è senz'altro stuzzicante, ancorché non originale (l'ispirazione arriva da un romanzo del celebre scrittore Nick Hornby, quello di "Febbre a 90°'"): una coppia di genitori, dalla vita piacevolmente ordinaria (lui impiegato, lei maestra) scopre in maniera casuale, dietro "soffiata" di una livorosa vicina di casa, che il figlio adolescente ha recitato in un filmetto porno artigianale; non solo, il ragazzo è anche, come si suol dire, "superdotato", e la madre lo apprende con grande costernazione davanti al televisore, mentre scorrono le immagini del dvd "proibito" (possibile che non avesse più visto nudo il giovanotto da così tanto tempo? Mah). 
Uno spunto insolito, probabilmente inedito per il cinema italiano, sicuramente non banale; il fatto è che a banalizzarlo ci pensa una sceneggiatura assolutamente non all'altezza delle invitanti premesse. Il prosieguo del film è in effetti un "tradimento". La storia non decolla mai, prigioniera di una scrittura che rimane prudentemente ancorata a vecchi schemi narrativi e a sviluppi del tutto prevedibili. Lo spunto, la storia di partenza poteva, se adeguatamente sfruttata e tratteggiata, dare il là a momenti irresistibili, a una comicità anticonvenzionale e graffiante, a una vicenda colma di imprevisti e colpi di scena. Nulla di tutto questo: regista e sceneggiatore percorrono sentieri già battuti, senza una sola alzata di ingegno, il ritmo latita spesso e volentieri e rare fasi movimentate e sprazzi di divertimento si alternano a lunghi minuti di stanca. 
A tenere in piedi l'opera, consentendole di pervenire alla sua conclusione senza... provocare assopimenti in platea, è la coppia protagonista: Rocco e Luciana valgono da soli il prezzo del biglietto, in verità più il primo della seconda, la quale dà sovente l'impressione di essere un po' frenata e non proprio spontanea, ma comunque il suo lo fa più che discretamente. Papaleo, che sta vivendo i suoi anni artisticamente migliori, non conosce invece cedimenti, e a lui si devono i momenti di maggiore ilarità, la sua maschera un po' ingenua e stralunata, già ammirata al Festival di Sanremo, mantiene qui intatta la sua freschezza. 
Dietro di loro, come detto, il vuoto o quasi: Pietro Castellitto, ennesimo figlio d'arte, non è molto credibile come pornostar in erba, e passi, perché la cosa è magari voluta proprio per creare il contrasto fra il ragazzotto non bellissimo e un po' imbranato e un tipo di carriera che richiederebbe ben altre doti, ma il fatto è che, al momento, non pare credibile nemmeno come attore tout court. Discorso diverso per Cristina Odasso, la fidanzata dell'aspirante re del cinema proibito: una recitazione convincente, una "maschera" un po' fuori dagli schemi, espressiva e solare, un viso diverso e, vivaddio, meno "regolare" di quelli impeccabili, artificiosamente perfetti e standardizzati di tante attricette che ci vengono propinate dal cinema contemporaneo. 
Insomma, delusione sostanziale e ben viva fino all'epilogo, con un finale vago e incerto: Marco (Castellitto junior) e Federica (Odasso) faranno la pace dopo il litigio seguito alla scoperta, da parte di lei, della "vita segreta" del ragazzo? E Marco continuerà davvero l'avventura del porno, nonostante i genitori paiano tutt'altro che entusiasti, oppure riuscirà finalmente  a diventare un cuoco modello e metterà la testa a posto? Boh. In definitiva, una colossale occasione sprecata: un'incompiuta, si è detto all'inizio, un prodotto quasi buttato lì, con gravi responsabilità di chi non è stato in grado di intuire le potenzialità cinematograficamente devastanti della storia, lasciando che si ripiegasse su se stessa. Un film mai nato. 

venerdì 23 marzo 2012

RECENSIONI "IN DIFFERITA": IL MIRACOLO DI BERNA



Giorni fa, sono finalmente riuscito a vedere in tv "Il miracolo di Berna", film tedesco del 2003, in cui le vicende narrate ruotano attorno ad alcuni passaggi storici epocali per la Germania moderna: da una parte la difficile ripresa post bellica e post nazista, dall'altra, evento certo assai più frivolo ma con implicazioni sociali e morali da non sottovalutare, l'imprevedibile trionfo della Nazionale teutonica ai Mondiali di calcio svizzeri del 1954, di fronte alla grandissima Ungheria dell'epoca. Chiaro che  uno come me, appassionato di storia contemporanea (con particolare riferimento alla seconda guerra mondiale e alle dittature di quei tempi) e di storia del football, non potesse ignorare una pellicola del genere. 
UNA GERMANIA IN GINOCCHIO - Doveva essere dura, terribile, la vita nella Germania (Ovest) di quegli anni: un Paese materialmente distrutto e psicologicamente prostrato, una popolazione abbrutita e inebetita da oltre un decennio di terrore e di orrore, e poi messa di fronte allo spaventoso compito di dover ripartire da zero, ricostruire tutto, reinventarsi una vita, un lavoro, ma anche un modo di pensare e di rapportarsi alla realtà, dopo che quella realtà era stata distorta, deformata, dal lungo indottrinamento, diciamo pure lavaggio del cervello, operato da Hitler e soci. 
Di questa Germania interdetta, disincantata, spiazzata dall'enormità degli eventi, eppure non svuotata, e anzi intimamente così forte, così solida d'animo da rimboccarsi le maniche  senza piangersi addosso né chiedere pietà, fino a ricostruirsi una verginità; di questa Germania, dicevo, il film fornisce un affresco scarno, popolaresco, efficace. Un affresco neorealista, si potrebbe dire, perché tutto ciò lo racconta attraverso le vicende di gente semplice, di una famiglia come tante, la famiglia Lubanski, di una donna con tre figli che, col marito partito per la guerra in Russia e finito chissà come, si è vista costretta a ridisegnare la propria esistenza per mantenere i suoi cari, e lo ha fatto con dignità e successo, aprendo un piccolo bar diventato via via imprescindibile luogo di ritrovo per tanta gente della cittadina (Essen). Dopodiché, il rientro tanto sospirato del marito dalla prigionia riapre vecchie ferite e trasmette in modo fedele lo strano e controverso clima di quegli anni, di un popolo desideroso di "purificarsi" eppure ancora profondamente segnato, dentro, dall'infezione nazista: così, l'uomo, l'ex soldato Richard, torna a casa e pretende di imporre una nuova - vecchia disciplina a figli cresciuti liberi eppure giudiziosi: deprecabili cascami hitleriani, come quando sostiene, di fronte al figlio più piccolo, Matthias, in lacrime, che "i bambini tedeschi non devono piangere mai". 
QUELL'IMPRESA EPOCALE - Matthias è il trait d'union tra i due mondi tratteggiati da questo film, quello storico tout court della società tedesca occidentale del dopoguerra e quello più leggero del calcio e dei suoi protagonisti: il ragazzino è infatti amico fraterno di Helmut Rahn, attaccante della squadra di Essen e della Nazionale tedesca: questi, fino alla ricomparsa di papà Richard, ha rappresentato per anni quasi una figura paterna per Matthias, che viene considerato dal campione una mascotte, un portafortuna: con lui presente allo stadio, ha disputato le sue migliori partite. 
Ecco quindi l'altra storia, quella della vittoria impossibile, della Germania che conquista il primo dei suoi tre titoli mondiali. Ma non è solo calcio: quell'evento, imprevedibile perché il Mondiale del '54 avrebbe dovuto consacrare l'immortalità della Nazionale ungherese di Puskas e Hidegkuti, una delle più forti squadre mai apparse sui campi di football, rappresenta la conclusione ideale del lungo dopoguerra germanico: il riscatto definitivo del Paese, dopo anni di privazioni, sofferenze, sacrifici di un popolo intero, riparte proprio da lì, dal pallone. Anche se solo simbolicamente, è bello pensare che proprio con quel trionfo sia cominciata l'ascesa tedesca ai vertici mondiali, in tutti i settori della vita, un po' come, più in piccolo, il successo azzurro al Mundial di Spagna del 1982 segnò la fine degli anni di piombo e l'avvio di una fase di benessere, ad emblema della voglia di un popolo di scrollarsi di dosso brutture e tragedie per tornare a pensare positivo e a costruire qualcosa di grande. 


UN BUON FILM DI CALCIO - Se la società tedesca e le vicende della famiglia Lubanski vengono rese efficacemente da una sceneggiatura e da una regia di grande impatto realistico, anche grazie a una narrazione per immagini che ricostruisce in maniera suggestiva la quotidianità dei tempi, con un'attenzione maniacale ai particolari, dall'abbigliamento all'arredamento, anche la rappresentazione del mondo del calcio e della Nazionale tedesca appare particolarmente riuscita. Anzi, si può dire che questo sia uno dei migliori film di calcio realizzati, alla pari del pur diverso "Fuga per la vittoria", anche quello legato alle vicende della seconda guerra mondiale. Il football nel mondo della celluloide non ha mai avuto grande fortuna, a parte l'esempio citato o, agli antipodi, pellicole comiche come il nostro "L'allenatore nel pallone". Perché? Forse perché il calcio è un qualcosa che regala grandissime emozioni solo quando è "vero", mentre ricostruito "in vitro", recitato, trasmette solo freddezza e prevedibilità.
Ebbene, "Il miracolo di Berna" è secondo me una piacevole eccezione: anche in questo caso, vincente risulta  l'attenzione ai particolari: le divise d'epoca, in borghese e da gioco, i calciatori in ritiro, con inevitabili fughe notturne e atti di indisciplina, la pressione della stampa sulla squadra, già fortissima all'epoca; e ancora, il campione (nella fattispecie il portiere Turek) che fa beneficenza in diretta tv (una tv agli albori) mettendo all'asta un pallone con tutte le firme dei Nazionali, e poi la gente radunata a fare il tifo attorno al televisorino nel bar dei Lubanski, e i bambini che simulano il derby di semifinale Germania - Austria con la più classica delle partitelle all'aperto, fra terra e fango. 
RICOSTRUZIONE FEDELE - Ma dove "Il miracolo di Berna" vince il confronto con le altre pellicole calcistiche è nel modo in cui viene fatta "rivivere" la finalissima mondiale con l'Ungheria: si è optato, saggiamente, per una ricostruzione delle fasi di gioco del tutto aderente alla realtà, allo svolgimento effettivo di quello storico match: le azioni dei gol sono uguali a quelle autentiche, persino le inquadrature sono spesso effettuate dalle medesime angolature dei filmati in bianco e nero tramandatici dalle cronache del '54; suggestivo anche, seppur ottenuto con un effetto di computer grafica facilmente smascherabile, il colpo d'occhio dello stadio Wandkorf di Berna, così com'era all'epoca. Quando poi, alla fine, compare pure il presidente della Fifa  (e ideatore della Coppa del Mondo) Jules Rimet che premia il capitano tedesco Fritz Walter, anche questi nella medesima posa di tante fotografie presenti sui libri di storia del calcio, il groppo in gola, per un vero appassionato, sale inevitabile.
Emozionante il finale, che magari può risultare prevedibile (il padre di Matthias scaccia i fantasmi della guerra e si riconcilia col figlioletto, con la famiglia e col mondo), meno scontato è invece il modo in cui ci si arriva: il ragazzo non si perderebbe per niente al mondo la trasmissione televisiva della finale dei Mondiali, ma proprio quel giorno il padre lo fa alzare di buon'ora perché, per riscattarsi ai suoi occhi, ha deciso di fargli il regalo più bello, portarlo in gita a Berna per consentirgli di assistere dal vivo alla partita: ma tra guai meccanici alla macchina e problemi meteo, il viaggio diventa un'avventura. I due però arriveranno in tempo perché il ragazzo possa entrare nello stadio e incrociare, da bordo campo, lo sguardo del suo amico - idolo Helmut Rahn, il quale, ritrovato il suo "portafortuna", va a segnare il gol della vittoria. Delizioso. 
Per una vicenda partita con toni tanto cupi, con mille incertezze di vita e di sport, è giusto che si approdi al più classico per quanto prevedibile lieto fine, e pazienza se in certi punti si sconfina nella sagra dei buoni sentimenti da cartolina, come quando, in mezzo alla folla in spasmodica attesa dell'arrivo del treno coi nuovi campioni del mondo, la moglie del giovane giornalista sportivo inviato al seguito della squadra confida al compagno di essere incinta. Evitabile, ma funzionale allo spirito complessivo del film. Per lo stesso motivo, si può passare sopra a una rappresentazione un po' più didascalica, più standardizzata, che del mondo del pallone viene a tratti fornita nel film: ad esempio, le dichiarazioni del Commissario tecnico Sepp Herberger, trainer della "nationalmannschaft" in ben quattro Mondiali, dal '38 al '62, sembrano sovente dei motti, delle sentenze, delle frasi fatte, così come quasi caricaturale risulta essere la moglie del giornalista citato poc'anzi: ella, da incompetente qual è, alla fine pare saperne più di chiunque altro, indovinando le ragioni tattiche alla base delle scelte del mister e prevedendo persino il clamoroso finale del torneo. Figura improbabile. 

giovedì 22 marzo 2012

SANREMO 2012 UN MESE DOPO: ANCHE NELLE CHARTS DOMINANO LE DONNE



Forse mai Sanremo fu più "rosa" di quello targato 2012. Emma prima, Arisa seconda, Noemi terza, recitò la classifica finale della kermesse rivierasca. Ebbene, a poco più di un mese di distanza dalla conclusione della rassegna, le classifiche (di vendita, di download, di passaggi radiofonici) non solo confermano, ma vieppiù accentuano quel verdetto, fino a renderlo inappellabile. E' stato un Festival al femminile anche nel "dopo", e dalla calca (si fa per dire, con appena 22 partecipanti) dei cantanti in gara emerge un pokerissimo di fanciulle: le tre piazzate sul podio, con in più Nina Zilli e Dolcenera. 
Vediamo nel dettaglio i dati forniti dalle principali chart: quelle della FIMI (Federazione industria musicale italiana) relative alla settimana compresa fra il 12 e il 18 marzo vedono, nella graduatoria Top digital download, primeggiare Arisa, con Noemi sesta, Emma settima e la Zilli nona (qui la classifica completa), mentre fra gli album troviamo "Sarò libera" di Emma all'ottavo, "Amami" di Arisa al nono, "L'amore è femmina" di Nina Zilli al quindicesimo, "Rossonoemi" al 23esimo ed "Evoluzione della specie" di Dolcenera al 31esimo; il primo maschietto, Francesco Renga con "Fermo immagine", fa qui capolino solo in 35esima posizione (la graduatoria degli album). Rimanendo alla FIMI, da rimarcare il consueto successo che il pubblico tributa alle compilation festivaliere, ai primi due posti nella graduatoria dedicata. 
Arisa svetta anche nella "Download chart" della Nielsen aggiornata al 9 marzo: qui i brani sanremesi di Emma, Noemi e Zilli sono rispettivamente terzo, quarto e decimo (ecco la classifica); restando alla Nielsen, da segnalare anche la "Music control", che misura i passaggi radiofonici dei pezzi: nella top five del 16 marzo troviamo, di "rivierasco", solo "La notte" sul secondo gradino del podio, esattamente come a Sanremo (Classifica Nielsen Music control). 
Arisa, a questo punto, potrebbe essere considerata la vera vincitrice morale del Festival 2012: anche nella Top ten di iTunes (16 marzo)  il primo posto assoluto è suo, ma le altre ragazze si difendono bene: Noemi quarta, Emma ottava, Dolcenera nona e Zilli decima (i dati da iTunes). La bella Rosalba Pippa sembra aver dunque incontrato il favore del pubblico in misura persino insperata, con il suo cambio di look e di stile musicale; lei e le altre, con questa evidente affermazione "di mercato", hanno, crediamo, definitivamente abbattuto quella sottile barriera di diffidenza che ancora le separava dai gusti dei consumatori di musica: per loro, Sanremo 2012 doveva essere la prova del fuoco, o consacrazione oppure condanna a vivere in un poco piacevole limbo artistico -. commerciale: ebbene, la prova è stata superata a pieni voti. 
Oltretutto, per la Zilli, il periodo pare particolarmente propizio: con la partecipazione al nuovo show di Panariello sta sempre più assumendo le fattezze di donna di spettacolo a tutto tondo, sulle orme di quella Mina a cui tanto si ispira o, più modestamente, della stessa Arisa, che personaggio televisivo lo è già, avendo fatto parte del cast di Victor Victoria prima e di X Factor poi. Non solo: l'interprete di "Per sempre" si appresta a vivere l'avventura dell'Eurovision Song Contest (il vecchio Eurofestival), rassegna in cui, nel mese di maggio a Baku, rappresenterà l'Italia con la canzone "L'amore è femmina", che dà il titolo al suo album. 
Insomma, è nata una nuova generazione di dive italiane delle sette note? Forse è presto per dirlo, ma sarebbe anche ora, e del resto l'ultimo Sanremo ha dato precisi segnali di un deciso ricambio generazionale in atto nel panorama musicale nostrano. Quanto ai cantanti maschietti reduci da Sanremo, per il momento devono stare un po' a guardare, ma se non altro emerge il fatto che Francesco Renga è tuttora, fra gli artisti uomini "terrestri" (escludendo cioè i "mostri sacri" come Jovanotti, Ligabue, Vasco, Ramazzotti) uno dei più amati dal pubblico. 

venerdì 16 marzo 2012

L'ITALIA E LE COPPE, IL NOSTRO E' IL CALCIO DEL "QUASI"



In Europa, il nostro è diventato il calcio del "quasi". Prendete ciò che è accaduto nell'ultimo turno di Coppe: l'Inter "quasi" a un passo dal capovolgere lo 0 a 1 dell'andata, in vantaggio a pochi minuti dal termine e con la prospettiva concreta di giocarsi quantomeno i supplementari, e invece, zac, gol del Marsiglia in pieno recupero e addio sogni di gloria. Oppure l'Udinese, ieri: pare proibitivo rimontare lo 0 a 2 maturato in Olanda, ma una partenza lanciatissima porta in pochi minuti i friulani ad annullare lo svantaggio, grazie a una doppietta dello straripante Di Natale: come dire pari e patta e, in più, la possibilità di giocare quasi tutto l'incontro in superiorità numerica. L'impresa sembrerebbe "quasi" completata, ma niente da fare: i bianconeri si afflosciano ben presto, e prendono il gol mazzata da un Az Alkmaar che nel secondo tempo potrebbe addirittura pareggiare, se Helm non calciasse alle stelle un penalty. Ancora: 24 ore prima, il Napoli è "quasi" a un passo dalla storia, ossia dalla sua prima qualificazione ai quarti di Champions: in casa Chelsea, tiene orgogliosamente testa, dopo averla battuta al San Paolo, a una delle squadre più forti del Continente, che le è superiore per classe, esperienza ai massimi livelli e potenzialità finanziarie, la trascina fino ai supplementari, ma poi le speranze svaniscono, perché Ivanovic fa 4-1 e spegne i sogni partenopei. Oddio, anche il Milan, la settimana prima, aveva... "quasi" rischiato di farsi buttare fuori dall'Arsenal dopo aver vinto 4 a 0 all'andata: sarebbe stata un'impresa al contrario degna di restare negli annali, ma, per fortuna dei rossoneri, è rimasta incompiuta. O meglio, "quasi" compiuta. 
FRUSTRANTE - Insomma, a questo ci siamo ridotti: a celebrare delle "quasi" imprese, che svaniscono a un passo dal concretizzarsi e che al tirar del somme, per quanto si cerchi di indorare la pillola, rimangono quello che sono nella sostanza, ovverosia delle sconfitte. Triste, per il nostro football, che deve accontentarsi di queste mezze soddisfazioni, queste amare e frustranti vittorie di Pirro, mentre gli altri continuano a correre e ci  lasciano a distanze sempre più siderali. 
Certo, poi bisogna fare gli opportuni distinguo, evitare di generalizzare,  analizzare caso per caso. All'Inter, ad esempio, questo turno di Coppa è capitato fra capo e collo nel momento peggiore non solo della stagione, ma anche della sua storia recente, fra una squadra che sta declinando vertiginosamente dopo i fasti mourinhani, giovani anche bravi ma coinvolti nello sbandamento totale e un allenatore che non pare in grado di governare il timone col realismo e la concretezza che situazioni del genere richiederebbero; eppure il Marsiglia, oltre ad essere tecnicamente inferiore, non è che stesse tanto meglio, alla luce delle tre sconfitte consecutive in campionato. L'Udinese, certo, merita elogi perché, ogni qual volta si presenta in Europa League, tenta di onorarla, eppure trovarsi in una posizione di così grande vantaggio, tattico e psicologico, dopo pochi minuti di gioco dovrebbe partorire qualcosa di ben più gagliardo del "topolino" visto nei 75 minuti successivi al secondo gol. Meno colpevole di tutti è forse il Napoli, per i motivi già detti, ma anche qui resta la sgradevole sensazione che non tutto sia stato fatto per completare l'impresa, fra tentennamenti difensivi (frutto comunque della non eccelsa caratura della terza linea) ed errori di mira in attacco da parte di cecchini solitamente infallibili.


MA QUALE RINASCITA! - Materiale buono per i dibattiti post fallimento, per capire i problemi e studiare il da farsi per il futuro. Adesso, rimane la realtà di un calcio italiano che, a livello di club (aspettiamo non senza tremori la prova della Nazionale a Euro 2012), non è in grado di andare al di là del "quasi". Non è un semplice divertissement linguistico, il mio: è anzi grave e sconsolante constatare come le nostre rappresentanti, anche impegnandosi a fondo, anche gettando nella contesa tutte le energie e tutte le risorse disponibili, non possano andare al di là di onorevoli eliminazioni, fatte salve le rondini che non fanno primavera come l'Inter di due anni fa  (in attesa di vedere cosa riuscirà a fare il Milan col Barça). 
In soldoni: il nostro è diventato un football povero e limitato, e lo si sa da tempo, ma il dramma è che non ci si sposta in avanti di un millimetro, non si fanno progressi: chi quest'anno vaneggiava di calcio italico in ripresa, con tre rappresentanti agli ottavi di Champions e una in quelli di EL, avrebbe fatto meglio a rinfrescarsi la memoria, per verificare che rispetto alle ultime stagioni non è poi cambiato granché: l'anno scorso, parlando della CL, Milan e Roma fuori agli ottavi, Inter non oltre i quarti; nel 2010 Fiorentina e Milan out agli ottavi e Inter clamorosamente campione (l'eccezione alla regola); nel 2009 Roma, Inter e Juve tutte fuori gioco agli ottavi; nel 2008, Milan e Inter ancora incapaci di andare oltre gli ottavi, Roma ferma ai quarti. Le statistiche non mentono: al momento, per la media delle nostre partecipanti, fatti salvi rarissimi exploit (anzi, solo uno, quello dell'Inter di Milito, nel periodo di tempo preso in esame), la soglia è quella, e sembra diventata invalicabile. 
DISASTRO EUROPA LEAGUE - Ancor peggiore il discorso per l'Europa League - Coppa UEFA, vera cartina di tornasole della nostra nuova e modesta dimensione qualitativa: nel medesimo arco temporale preso in esame per la competizione principale, troviamo una Fiorentina arresasi solo in semifinale nel 2008 e ancora una Udinese arrampicatasi fino ai quarti nel 2009, poi il buio: nel 2010 l'italiana in posizione più avanzata è la Juve, che si arresta agli ottavi, l'anno scorso è il Napoli, che addirittura non supera lo scoglio dei sedicesimi, e dell'avventura friulana targata 2012 si è già detto. Cartina tornasole, perché in EL si esibisce la classe media dei vari tornei nazionali, quella che misura meglio di ogni altro parametro la salute di un movimento calcistico, visto che i Top club fanno quasi ovunque gara a sé, rappresentano una sorta di élite a parte. E le classi medie spagnole, tedesche e financo portoghese (un po' meno quella inglese, nella stagione in corso) in questo torneo sono avanti anni luce rispetto alla nostra, da diverso tempo.
CRISI SENZA SBOCCHI? - Uno scempio, una desertificazione di risultati che ha tantissime motivazioni, dal ridotto potenziale economico dei nostri club all'invasione di stranieri di medio - bassa qualità, i quali (non mi stancherò mai di ripeterlo) hanno fatto precipitare il livello qualitativo del nostro campionato; dalla scarsa attenzione al vivaio nostrano all'obiettivo vuoto generazionale della nostra scuola in alcuni ruoli chiave, soprattutto difensivi; da una contaminazione tattica che ci ha fatto perdere la nostra unicità di "strateghi del rettangolo verde" a  problematiche di natura organizzativa che riguardano tutta la struttura del nostro calcio e non solo le singole società, per concludere con la mentalità, che porta a snobbare l'impegno in Europa League adducendo scuse tutto sommato puerili, perché il logorio psico - fisico e l'impossibilità di recuperare per gli impegni "interni" ci sono per le nostre squadre come per quelle degli altri paesi leader in Europa, che invece questa competizione continuano a onorarla. 
Cose di cui si discute da anni, ma si continua a far poco o nulla per cambiare. E' qualcosa di più e di peggio di una congiuntura calcistica sfavorevole, come tante ne abbiamo avute in passato e come tante ne hanno avute anche Spagna, Germania e Inghilterra: qui il problema è sistemico, i guasti sono talmente profondi che difficilmente potranno portare a una folgorante ripresa nel breve, a meno di un aiuto esterno sotto forma di un calo evidente delle grandi del Continente, che ci consenta di riguadagnare qualche posizione; del resto, se a livello di ranking UEFA in questa stagione siamo riusciti a limitare i danni (per il momento...) lo si deve, più che a un'impennata del nostro rendimento (come si è visto, sostanzialmente simile a quello, modesto, del passato recente), proprio al rallentamento di altre Nazioni, Francia in testa. Insomma, un crollo verticale di un movimento, il nostro, che fino ai primi anni Duemila rappresentava un esempio per il mondo intero: scelte sbagliate, politiche suicide e retrive, ci hanno fatto entrare in un tunnel di cui non si intravede l'uscita. Il tunnel del "quasi", degli eterni perdenti fermati a pochi passi dal successo, un po' come la Nazionale scozzese ai Mondiali degli anni Settanta e Ottanta, o quella spagnola di sempre, fino ai recentissimi exploit; il tunnel dei tifosi che non possono più esultare, ma si trovan sempre costretti a dire: "Grazie lo stesso, è stato bello finché è durato". Carino, ma la storia del calcio tricolore pretende qualcosa di più. 


giovedì 15 marzo 2012

OMAGGIO A SMOLAREK, CAMPIONE DIMENTICATO


La notizia è della settimana scorsa, e dalle nostre parti è passata pressoché inosservata, salvo poche righe su giornali e siti web. E' morto Wlodzimierz Smolarek, attaccante della Nazionale di calcio della Polonia negli anni Ottanta, ossia quando quella Nazionale era davvero competitiva ai massimi livelli. Scomparso a soli 54 anni, "lo ha comunicato la Federcalcio polacca", recitavano unanimi e freddi i dispacci di agenzia, e null'altro è dato sapere sulle cause di una fine così prematura. 
CAMPIONE VERO - Poco spazio sui nostri media, si diceva, e in fondo è assolutamente comprensibile. Perché Smolarek non faceva parte del ristretto novero delle grandissime figure dello sport mondiale, dei fuoriclasse assoluti che hanno segnato indelebilmente un'epoca con le loro imprese, le loro prodezze. E però, intendiamoci, non era nemmeno un Carneade. Diciamo che Smolarek apparteneva a una categoria particolare di campioni (perché campione lo era): quelli che riescono a lasciare un segno, più o meno marcato, nella fase storica in cui sono in attività, ma che poi, una volta ritiratisi, scompaiono dalla memoria di tutti, quantomeno di tutto il pubblico "generalista" (discorso non applicabile a chi segue da anni con passione il football internazionale, che un nome così dovrebbe a rigor di logica conoscerlo e ricordarlo). 
E già, perché Smolarek, classe 1957, è stato uno dei maggiori talenti espressi dal movimento calcistico polacco, il quale non sempre è stato prodigo di "geni del pallone", ma che per un determinato periodo, diciamo per due decenni, era improvvisamente assurto a gloria planetaria. Tutto ha inizio agli albori degli anni Settanta, con una straordinaria fioritura di talenti che, in qualche modo, accomuna la Polonia a ciò che contemporaneamente avviene in Olanda: se nella terra dei tulipani, infatti, spuntano fuori i Cruyff e i Neeskens, i Rep e i Van Hanegem, dalle parti di Varsavia c'è l'esplosione di Tomazsewski e Deyna, di Lato e Gadocha, di Lubanski e Szarmach. Giocatori che proiettano la Polonia ad altezze mai raggiunte, prima l'oro olimpico alle Olimpiadi di Monaco '72, poi il terzo posto ai Mondiali di calcio del '74, sempre in Germania. 
ENTRA IN SCENA SMOLAREK - Quella squadra, quasi immutata nell'organico, si spegne dignitosamente con un Mondiale, discreto ma senza squilli, in Argentina nel '78, ed è più o meno a questo punto che comincia la vicenda di Smolarek. Perché la Nazionale polacca viene sottoposta a un profondo e inevitabile rinnovamento, e di questo rinnovamento Wlodzimierz diventa pian piano un punto cardine. E' un'ala sinistra di buona stazza fisica ma anche assai rapido e guizzante, capace di prendere d'infilata le difese avversarie con poderose e irresistibili incursioni in progressione. Il suo più grande giorno di gloria, quello che lo consacra campione di autentica statura internazionale, lo vive il 10 ottobre del 1981. Sono in pieno svolgimento le qualificazioni al Mondiale di Spagna dell'anno successivo, la Polonia è inserita in uno strano gironcino di sole tre squadre (gli altri raggruppamenti europei sono tutti formati da cinque rappresentative), in cui, tolto il materasso Malta, l'unico avversario vero è la coriacea Germania Est. La gara di andata, sul terreno amico, ha già visto i polacchi prevalere per una rete a zero, ma il capolavoro lo compiono a Lipsia, nel retour match, davanti a 85mila spettatori che attendono solo il trionfo della DDR.
QUEL MEMORABILE POMERIGGIO A LIPSIA - Szarmach, uno dei pochi superstiti della mitica formazione "Seventies", porta immediatamente in vantaggio i biancorossi con la sua specialità, il colpo di testa. Ed ecco entrare fragorosamente in scena Smolarek:  raccoglie un lancio dal centrocampo, fugge in contropiede, resiste alla carica di un difensore e arriva solo davanti al portiere: lo supera, si porta la palla sul sinistro, tenta una prima conclusione ostacolato da un avversario nel frattempo rinvenuto alle sue spalle, ma poi riesce a ribadire in gol. Due a zero dopo cinque minuti, niente male, tuttavia i tedeschi est reagiscono, sia pur disordinatamente, e riescono ad accorciare le distanze su rigore in avvio di ripresa. Ma incombe ancora l'ala polacca: poco dopo il quarto d'ora dà vita a un altro micidiale contropiede, questa volta partendo addirittura dalla propria trequarti, fugge sulla sua fascia preferita, la sinistra, e si presenta davanti al portiere Graphentin che riesce solo a sfiorare il suo diagonale vincente. Poco dopo i locali accorciano ancora le distanze, ma finisce 3 a 2 e i polacchi staccano il biglietto per la Spagna. Qui di seguito il video del match. 


GLORIA SPAGNOLA - Al Mundial dell'82, la Polonia giunge circondata da buona considerazione, appare solida, quadrata e con alcune individualità di spicco, su tutti il fuoriclasse Boniek, ma le squadre che calamitano attenzioni e pronostici sono altre: il trio delle meraviglie Brasile - Germania Ovest - Argentina, la Spagna padrona di casa, la rinata URSS, il sorprendente Belgio vicecampione d'Europa, la tecnicissima ed estrosa Jugoslavia.   E invece, quella squadra farà strada, molta strada, fino al terzo posto finale, eguagliando  il suo miglior risultato di sempre (quello già citato del '74). E' la Polonia del portiere Mlynarczik che comanda una difesa ferrea, con colossi come Majewski e Janas, del coriaceo centrocampista Matysik, del tiratore Kupcewicz, del fantasioso ed incostante Buncol. Ci sono alcuni reduci dei gloriosi Settanta, ossia il centrale difensivo Zmuda (destinato poi a una sfortunata esperienza italiana con Hellas Verona e Cremonese), la formidabile ala tornante destra Lato e il bomber Szarmach, tuttavia non titolare. E poi, già citati, il superbo Boniek, nella storia di Spagna '82 per la tripletta al Belgio, e Smolarek, che realizza un gol importantissimo, quello che sblocca la sua Nazionale, dopo due contestati 0 a 0, nel secondo tempo dell'ultima partita del primo turno, contro il Perù: un bel diagonale sinistro a battere Quiroga in uscita, il via ai fuochi d'artificio, perché i polacchi finiranno con l'imporsi per 5 reti a 1. Per lui, in seguito, pure un palo colpito nella gara coi belgi.
GOL ANCHE IN MESSICO - Smolarek sarà ancora perno inamovibile della Polonia al Mondiale successivo, in Messico (dopo aver contribuito alla qualificazione dei suoi con tre marcature), una delle poche certezze in una squadra che cerca una adeguata fusione tra vecchi e nuovi ma che non in tutti ruoli ha trovato giovani all'altezza, e comincia ad avvertire i primi sintomi di un declino che ben presto si sarebbe palesato in tutta la sua crudezza. E tuttavia, ancora una volta Wlodzimierz mette una sua firma sul torneo, il gol con cui stende il Portogallo nella seconda partita, un maligno sinistro da distanza ravvicinata. Grazie a quel successo, la sua Nazionale approda agli ottavi, dove viene schiantata dal Brasile (0 a 4) dopo averlo peraltro fatto tremare in più di una occasione. A parte tutto questo, le fredde statistiche parlano per Smolarek di 13 gol in Nazionale, dove ha continuato a giocare fino ai primi anni Novanta, quando già la Polonia non era più tra le grandi d'Europa. E adesso, già da qualche anno, nelle file della rappresentativa polacca c'è il figlio, Euzebiusz Smolarek, a tentare di tenere alto il nome calcistico della famiglia. 
DIMENTICATI - Dicevo del singolare destino di questo e di altri calciatori che, popolari per giusti meriti nella loro epoca, cadono poi nell'oblìo più completo. Sempre di quel periodo, ad esempio, come non ricordare l'inglese Tony Woodcock, che, per dire, era protagonista quasi tutte le settimane sulle pagine del Guerin Sportivo, ai tempi unica voce italiana affidabile in tema di calcio internazionale? O gli spagnoli Zamora (regista) e Satrustegui (centravanti)? O il piccolo e fantasioso sovietico Shengeljia? Tutti giocatori che hanno inciso più o meno profondamente nei fatti del calcio internazionale, e che oggi solo gli appassionati autentici ricordano. Perché? Preferisco non addentrarmi in riflessioni che comporterebbero anche considerazioni di natura socio - psicologica. Forse, per entrare nella memoria collettiva  e restarci, un tempo non bastava fare qualcosa di grande, occorreva fare cose grandissime. Oggi non è più così: oggi si celebrano falsi miti e presunti campioni dopo che hanno giocato tre partite buone in Serie A. Tanti dei falsi miti di oggi, al compianto Smolarek potrebbero solo allacciare gli scarpini.

lunedì 12 marzo 2012

LE MIE RECENSIONI: IL CONCERTO GENOVESE DI GIORGIA





Sono passati diciotto anni, da quel suo esordio in punta di piedi al Festival di Sanremo del 1994 (in punta di piedi perché rimase intruppata nel centro classifica della categoria Nuove Proposte, anche se la critica si accorse eccome di lei). In tutto questo tempo, Giorgia e le sue canzoni sono state un sottofondo discreto, quasi timido, mai martellante, della mia vita e delle mie giornate spesso trascorse (soprattutto ai tempi dell'Università) con la radio accesa. All'inizio, non era una delle mie cantanti preferite, e in fondo non lo è nemmeno adesso, ma, per il mio modo di valutare e pesare la musica pop, la cosa non va considerata negativa: nel senso che, semplicemente, da anni non ho più cantanti preferiti, e mi limito a giudicare il livello di ogni singolo brano, di ogni album. 
Dopodiché, quando tiri le fila e cerchi di azzardare un bilancio, ti accorgi che tanti brani di un cantante o di una band hanno punteggiato in maniera decisa e continuativa, pur senza assurgere al ruolo di tormentoni autentici, tanti momenti della tua esistenza, e ti sono rimaste dentro, quasi senza accorgertene. Ecco, è ciò che ho realizzato ieri sera, durante il concerto che Giorgia ha tenuto al Pala105 di Genova. Diciamoci la verità, recensire una performance live dell'artista "romana de Roma", per un giornalista, deve essere terribilmente difficile, e forse anche un po' noioso. Nell'ottica dei.... critici ipercritici che albergano in tante redazioni, non vi è proprio nulla a cui ci si possa aggrappare per "picchiare duro": questo fenomeno delle sette note non presta il fianco a nessun attacco, non riuscirai mai a scovare una piccola stonatura, una leggera incrinatura della voce, un nanosecondo di incertezza interpretativa. E' mostruosamente perfetta, e vivaddio. Se nel mondo celebrano la Pausini che, per carità, è bravissima, Giorgia, che pur usare una terminologia calcistica "ha le stimmate della fuoriclasse", dovrebbe essere un'artista dalla popolarità planetaria, il che purtroppo non mi risulta essere. 
Si diceva del concerto genovese. Ecco, forse l'unica cosa a cui la critica si sarebbe potuta aggrappare, fino a poco tempo fa, poteva essere il suo carattere, l'empatia, il feeling che la Todrani riesce a creare col pubblico. Tecnicamente impeccabile ma troppo fredda e "professional" per risultare pure coinvolgente, si diceva un tempo. Ebbene, anche questo luogo comune è stato definitivamente spazzato via. Giorgia sa rapire e trascinare, altroché. Lo fa con interpretazioni mai banali, mai troppo aderenti alle versioni originali dei pezzi, alle quali, pur senza stravolgerle, ogni volta aggiunge qualcosa di nuovo e di emozionante. E lo fa anche instaurando un rapporto diretto e confidenziale col pubblico: più volte, ieri sera, ha lasciato spazio ai suoi pensieri, sempre in tono amichevole, confidenziale; ha parlato di zia Anna, la sua parente genovese che la aspettava a casa coi "baci di dama" (deliziosi dolci al cioccolato), ha trovato il tempo per firmare autografi e copie di cd ai giovanissimi fans che si erano radunati sotto il palco per ballare al ritmo dei suoi brani più travolgenti, da "Vivi davvero" a "Spirito libero". 
Torniamo dunque alle canzoni: apertura affidata al brano che l'ha consacrata, quel "Come saprei" che la portò al trionfo a Sanremo '95, dove tuttavia, per inciso, ne presentò una versione accorciata di una strofa, questo non sono in molti a ricordarlo. Poi il suo ultimo successo, uno dei suoi pezzi di maggior impatto popolare, meno sofisticato e quindi maggiormente in grado di colpire al cuore con immediatezza, "E' l'amore che conta". Dopo, si diceva, un lungo e suggestivo viaggio attraverso piccole grandi gemme che solo ora mi rendo conto pienamente quale peso emozionale abbiano avuto (e ancora abbiano) nel mio personalissimo "armadio dei ricordi musicali". 
Ecco dunque scorrere le note di "Girasole", "Gocce di memoria", la sua celebre rivisitazione di "Un'ora sola ti vorrei", la primissima "E poi", canzone del debutto, sia pur riarrangiata in maniera troppo soft e allungata un po' oltre il necessario, e soprattutto "Di sole d'azzurro", che nel 2001 ebbe la sola sfortuna di imbattersi, al Festival di Sanremo, in un capolavoro come "Luce" di Elisa, ma che tuttavia è emersa alla distanza fino a diventare ugualmente un evergreen della canzone italiana. E ancora, l'ironica e sensuale "La gatta sul tetto", "L'eternità", una pillola di "Strano il mio destino" (che non ho mai particolarmente apprezzato, in verità, considerandolo un pezzo costruito più che altro come esercizio di stile per i suoi virtuosismi vocali), alcuni estratti dall'ultimo album, da "Dove sei" a "Resta la musica", che ha chiuso una serata dalla lunghezza giusta e calibrata (un paio di orette piene e intense, senza fronzoli e senza "allungamenti di brodo") e vivacizzata dalla partecipazione di un pubblico variegato, fatto di ragazzine in visibilio ma anche di pacati signori sulla cinquantina e oltre e di quelli come me, della generazione di mezzo. 
Platea trasversale, come trasversale è Giorgia, un'artista per tutte le età, sofisticata ma non troppo, commerciale ma non troppo, capace di spaziare fra diversi generi musicali, di regalare performance frizzanti ma anche dolci e intimiste. Il tutto, sostenuto da una voce che è una delle migliori mai espresse dalla nostra musica, alla faccia di chi dice che dopo gli anni Ottanta, dalle nostre parti, non siano più nati cantanti autenticamente di alto livello. E invece quello di questa serata di fine inverno è stato un evento all'insegna della musica di qualità, senza se e senza ma. Che sarebbe stato perfetto se nella scaletta fossero state inserite due delle mie canzoni preferite di Giorgia, "Un amore da favola" e soprattutto "C'è da fare", rimembranze dei cari vecchi anni Novanta, dei miei pomeriggi trascorsi con gli occhi sui libri e le orecchie alla radio. E già, una vita fa: una vita in cui, ora lo comprendo e lo apprezzo appieno, Giorgia c'è sempre stata.

mercoledì 7 marzo 2012

IBRA COME MESSI E CRISTIANO RONALDO? IO DICO NO

Ibrahimovic come Messi e Cristiano Ronaldo? Il... sasso nello stagno è stato gettato da Gianni Gardon, amico e valente collaboratore del Guerin Sportivo. Tutto è nato da uno scambio di opinioni fra me, lui e altri appassionati su Facebook, in seguito alla strepitosa tripletta con cui l'attaccante del Milan ha steso il Palermo a domicilio sabato scorso, e Gianni ne ha tratto spunto per un approfondimento critico pubblicato sul suo blog e sul sito web del Guerino. In sintesi, è suo convincimento che Ibra sia ormai giunto ai livelli dei due "fenomeni" di Barcellona e Real Madrid, in quanto a statura assoluta di fuoriclasse e a capacità di incidere, con le proprie prestazioni e i propri gol, sui successi del club di appartenenza. In ogni caso, per farsi una idea completa del suo pensiero, ecco qui di seguito i link al suo articolo, sia sul blog    Ibra come Messi e Ronaldo (?)  sia sul Guerin  Ibra come Messi e Cristiano Ronaldo (?) - GS
Come già ho avuto modo di dirgli, sul tema la penso in maniera assai diversa. Ed è un tema che non si può esaurire nella semplice valutazione delle doti tecniche e di personalità di un campione quale lo svedesone, ma che chiama in causa una molteplicità di fattori "esterni". Penso soprattutto ai contesti in cui il giocatore agisce: il campionato italiano di oggi e le manifestazioni internazionali, coi colori del club e con quelli gialloblù della Nazionale svedese. 
Veniamo al punto: a parer mio, Ibra non può ancora essere considerato alla stregua dei due "mostri" sopra citati. In primis, c'è da discutere sul valore dei gol a grappoli da lui realizzati nella nostra Serie A, il cui livello qualitativo si è notevolmente abbassato, nell'ultimo quinquennio, per una molteplicità di fattori, dall'indebolimento economico di molti club, che impedisce l'arrivo dalle nostre parti di grossi campioni di fuorivia, all'importazione massiccia di stranieri mediocri che non possono che... "mediocrizzare" tutto il torneo, dall'allargamento della forbice finanziaria  tra grandi e piccoli club alla mancanza di coraggio nell'investire sui nostri giovani, che finiscono per intristirsi nelle formazioni Primavera e nelle categorie inferiori e non maturano mai o maturano troppo tardi, facendo mancare linfa tecnica vitale al movimento, alla minore attenzione tattica alla fase difensiva o, meglio ancora, all'inaridimento della fortissima scuola di difensori italiani, e via, metteteci tutto quel che volete, perché di fattori di crisi nel nostro football ce ne sono tanti altri e ci vorrebbero interi tomi per analizzarli compiutamente. Gianni Gardon contesta questo punto, così come contesta il fatto che la Liga, palcoscenico in cui si esibiscono Messi e CR9, in questa fase storica sia un torneo superiore alla nostra Serie A. 
Lo ammetto con onestà, fare una valutazione del genere (ossia sul valore complessivo di un campionato rispetto a un altro) è impresa titanica: ci sono troppi elementi da prendere in considerazione e da confrontare, e in ultima analisi occorrerebbe guardare con occhio analitico decine, centinaia di partite dei due tornei per giungere a un quadro, se non esaustivo, quantomeno plausibile. Un lavoro immane che porterebbe via un sacco di tempo. Pertanto, in casi come questi non ci si può che affidare alla visione di quelle poche partite (tante rispetto a un tempo, ma sempre poche rispetto al totale) che le televisioni ci mostrano, e ai giudizi critici di giornalisti che, seguendo determinate realtà con costanza, devono essere considerati estremamente competenti in materia, fino a prova contraria. Ma soprattutto, bisogna affidarsi a parametri oggettivi: andamento nelle Coppe europee, classifiche Uefa, e anche la classifica Fifa per nazionali, che di primo acchito sembrerebbe non avere molto a che fare col rendimento e col valore dei club, ma che  rappresenta un'attendibile cartina di tornasole quantomeno sullo stato di salute dei vari movimenti calcistici, in relazione all'efficacia del "prodotto interno" e alla produzione di giovani di valore già pronti per le grandi ribalte. 
Ebbene, tutti questi parametri, in parte aleatori e soggettivi, in parte statistici e matematici, negli ultimi anni hanno fatto registrare una decisa superiorità della prima divisione spagnola rispetto a quella italiana. Si dice: ma Real e Barça stanno asfaltando quasi chiunque nel loro campionato, è una corsa a due, da noi c'è più equilibrio. Vero, ma: 1) Real e Barça sono due squadroni di livello mondiale (soprattutto il secondo); 2) Maggior equilibrio può voler dire livellamento verso il basso a partire dalle squadre leader: è ciò che sta accadendo adesso, secondo me, ed era ciò che si diceva del campionato italiano fine Settanta - primi Ottanta, in cui ci si batteva per il titolo fino all'ultima giornata e le classifiche erano sovente corte, ma in cui gli spettacoli sul campo, a detta di quasi tutti (anche del Guerino del tempo) lasciavano spesso e volentieri a desiderare. 
Altro punto chiave: l'incidenza di Ibra a livello internazionale. Anche qui, le statistiche e gli albi d'oro parlano abbastanza chiaro. Soprattutto per Messi, assolutamente decisivo nelle finali di Champions del 2009 e del 2011 e nell'Intercontinentale (chiamiamola ancora così...) del dicembre scorso, per tacere delle caterve di gol realizzate in altre partite di queste competizioni. Ma anche Ronaldo non scherza, visto che i dati aggiornati parlano di 34 gol europei, di cui uno nella finale di Champions 2008 (quando sbagliò anche un penalty nella serie conclusiva, ma accadde anche a Platini e Baggio, se è per questo...). Il confronto con Ibra è impietoso per quest'ultimo: nelle sue avventure europee con Juve, Inter, Barcellona e Milan, non si ricordano prodezze autenticamente decisive, gol pesanti realizzati in turni avanzati: è vero che quest'anno il suo rendimento si è impennato anche fuori dei confini, ma di polvere ne deve ancora mangiare parecchia prima di avvicinare l'efficacia dei due rivali, e francamente la vedo dura, visto che dei tre è lui il più anziano, quindi con minori margini di miglioramento e meno tempo a disposizione per accorciare il gap (sorvolando sul fatto che nella gara di ieri sera ben altro piglio ci si sarebbe aspettati da parte sua nel reggere la buriana inglese). Il discorso sull'apporto dato alle rispettive rappresentative si fa meno punitivo nei confronti dello svedese, che il suo l'ha fatto, anche se dopo le prodezze di Euro 2004 non è che si sia coperto di gloria imperitura. Però questo è il grande tallone d'Achille di Messi, il cui rendimento in blanquiceleste permane tuttora un mistero, almeno per me; anche qui, però, bisogna andare oltre la facciata: a Sudafrica 2010, ad esempio, ricordo la Pulce che, pur non segnando, giocò spesso su buoni livelli dispensando assist e giocate di qualità (escluso il crollo finale con la Germania). 
La chiudo così, perché ovviamente ognuno resterà della propria opinione. Spero però di aver portato un contributo sufficientemente valido alla discussione, ricordando che, quando si tratta di scambiarsi idee e considerazioni su questioni di tecnica, tattica o storia del calcio, io ci sono e ci sarò sempre, mentre sempre tenderò a.... nascondermi se il discorso verterà su movioloni, bufale di calciomercato e amenità simili. Alla prossima!

martedì 6 marzo 2012

PANARIELLO... ESISTE, MA E' SEMPRE UGUALE A SE STESSO

Attendevo con curiosità, lo ammetto, il ritorno in tv di Giorgio Panariello. La sua avventura ad alti livelli sul piccolo schermo si era bruscamente fermata nel 2006, in seguito a un Festival di Sanremo non particolarmente fortunato, a causa, occorre dirlo con onestà, della sua conduzione assai poco brillante. Da allora, un esilio un po' voluto e un po' forzato, fra esperienze teatrali, cinematografiche e... pubblicitarie. Certo, tutto assai remunerativo, ma di certo lontano anni luce dai trionfi di inizio secolo, con gli spettacoli del sabato sera su Rai Uno, le varie edizioni di "Torno sabato", la Lotteria Italia... 
RITORNO IN TONO MINORE - Orbene, rieccolo, il toscanaccio. "Panariello non esiste", questo il titolo del nuovo "one man show" partito ieri sera su Canale 5 e in onda anche per i prossimi tre lunedì. Titolo, ha raccontato il comico nel corso della trasmissione, derivante dall'involontaria battuta di un bimbo che, avvistatolo un giorno per strada, era rimasto profondamente sorpreso in quanto convinto che, nella realtà, Panariello non esistesse, fosse l'equivalente di un Gormita, di un eroe dei cartoni animati. Ecco, non si offenda il caro Giorgio, ma proprio nel titolo risiede la parte più originale del suo nuovo spettacolo. Tutto il resto è un lungo dejà vu, dall'inizio alla fine. Lo schema è, sostanzialmente, quello del varietà televisivo classico, riveduto e corretto secondo gli stilemi di fine anni Novanta - primi Duemila, in pratica lo stesso format delle sue trionfali "prime serate" dei tempi d'oro targati Rai, il che induce anche a una riflessione più ampia sulla nostra tv generalista che non riesce a rinnovarsi, a proporre idee nuove, che è tuttora ancorata a modelli vetusti, sfruttati e consumati fino all'osso. 
Panariello, in questa sua nuova avventura, non rischia alcunché, preferisce percorrere sentieri già battuti. La struttura dello spettacolo è, si diceva, quella di sempre, nota e stranota, come se quasi dieci anni non fossero mai passati: lui, il mattatore, al centro della scena coi suoi monologhi, la figura femminile a supporto attivo, con Nina Zilli che prende idealmente il posto di Tosca D'Aquino ("Giorginoooo!!!!": ve la ricordate?), ospiti di varia provenienza, soprattutto musicale, legati da un fil rouge non propriamente esaltante: si intravede la volontà di ritagliare per tutti loro un ruolo attivo nel contenitore - spettacolo, un'apparizione che vada al di là della comparsa promozionale, ma quasi mai l'intento viene raggiunto, probabilmente per scarsa vena autoriale (gli autori: altro drammatico problema della televisione nostrana, già emerso fragorosamente in occasione dell'ultimo Sanremo); unica eccezione, quella di Vincenzo Salemme, protagonista "alla pari" col padrone di casa di uno sketch, peraltro non riuscitissimo, che ha tentato la via della satira politica attraverso una rivisitazione della celeberrima lettera di Totò e Peppino alla Malafemmina, con Merkel e Sarkozy nei panni dei due grandi attori napoletani: "forgettable", direbbero gli inglesi, fra battute strascinate e stantìe e una scarsa intesa fra gli stessi protagonisti. 
PANARIELLO: QUALE COMICITA'? - Qui si entra in un altro campo minato: la comicità di Panariello. Una comicità che, secondo molti, "non esiste", parafrasando il titolo della trasmissione. Io ci vado un po' meno pesante e dico che, nelle sue migliori espressioni, il buon Giorgio mi fa al massimo sorridere, non sbellicare. Ma, anche qui, si scopre l'acqua calda. E' lo stesso, identico stile che un decennio fa ne ha decretato il boom, per alcuni inspiegabile, ma che una sua logica ce l'ha. E' una comicità che non spacca, ma accarezza; che non fa venire giù il teatro, ma lo fa applaudire con discreta convinzione. Non è la comicità da tormentone zelighiano: è una comicità morbida che parte  idealmente dalla cifra stilistica del Drive In per giungere a quella di Colorado, passando attraverso certi momenti da Bagaglino (fatto salvo il linguaggio, meno colorito). Usando una terminologia calcistica, i comici come Panariello sono dei mediani della risata, dei faticatori, degli onorevoli professionisti la cui pagella non può andare al di là del 6,5, nelle giornate di vena. I fuoriclasse, i Messi della situazione, sono altri e sono altrove, e però con questo stile discreto e mai sopra le righe Panariello si è saputo conquistare la sua nicchia, che evidentemente in quella particolare fase storica aveva bisogno, oltre che della satira puntuta, oltre che dei mattatori alla Fiorello, anche di risate semplici, elementari, all'acqua di rose.  In fondo non vi è nulla di male, e del resto, sempre più o meno all'inizio di questo secolo, diventarono un autentico fenomeno mediatico I Fichi d'India, la cui carica esilarante sfugge di certo a me e, credo, anche alla  maggior parte delle persone dotate di buon senso. Per non parlare di un altro boom tuttora inspiegabile, quello di Boldi negli anni Ottanta. Milioni di italiani incantati davanti al suo Max Cipollino, da non credere.
All'acqua di rose, dicevamo: così è la comicità di Panariello: i suoi personaggi "storici", ai quali ier sera si è aggiunto il brontolone "Sirvano", regalano battute banali, un po' scontate, ma che smuovono qualcosa dentro chi è giunto a casa dopo una dura giornata di fatica e vuole solo rilassarsi, senza pensare troppo. E', anche, una comicità un po' da "vorrei ma non posso": vorrebbe, ad esempio, mettere nel mirino la situazione politica ed economica, ma lo fa senza osare troppo, fermandosi al prevedibile o comunque alla stilettata di striscio, senza affondare il colpo. 
NINA ZILLI, JAMES TAYLOR E I MEDICI CLOWN - Riguardo al... resto dello show, c'è una Nina Zilli ancora nel bozzolo: si intuiscono, cioè, buone potenzialità da spalla a tutto tondo di Panariello (mastica pure l'inglese, cosa che nessuno dei presentatori italiani di Sanremo era in grado di fare, per dire), ma per il momento rimane un po' sulle sue, con pochi e mirati interventi. Molte ospitate inutili o, se vogliamo, inefficaci, esclusa quella di James Taylor, che per la sua eccezionalità meritava una collocazione oraria più consona. Da rimarcare il rilievo dato alle iniziative umanitarie, come quella dei medici clown, ai quali non saremo mai abbastanza grati per come riescono ad alleviare le sofferenze dei bambini ospedalizzati. 

giovedì 1 marzo 2012

DOPO ITALIA - STATI UNITI: LA NAZIONALE PEGGIORE, URGONO BALOTELLI E ROSSI

Irritante, più che preoccupante. E' questa la sensazione, comunque sgradevole, lasciata dalla Nazionale "genovese", fallimentare su tutti i fronti, checché ne dica un Prandelli ottimista forse solo per... necessità mediatica.  Irritante, perché è mancato totalmente l'approccio mentale alla gara. Su questo blog, si è più volte scritto che l'attuale rappresentativa azzurra è sì inferiore a tante edizioni del passato, ma è comunque un buon gruppo, con individualità di assoluto spessore, nonostante il momento un po' così della scuola italiana; non essendo squadra di fenomeni, tuttavia, non può permettersi di affrontare una qualsivoglia gara senza rabbia, voglia, concentrazione: in quel caso può perdere o fare figuracce con chiunque. 
NON SONO PIU' CENERENTOLE - Non che gli Stati Uniti fossero gli ultimi arrivati, per carità. Nel corso degli anni Duemila la loro crescita calcistica è stata sensazionale, con punte di eccellenza nel Mondiale 2002 (quarti di finale) e in quello del 2010 (ottavi di finale): nelle due circostanze, tanto per dire, risultati superiori a quelli contemporaneamente ottenuti dalla nostra Nazionale, fermatasi agli ottavi in Corea e addirittura al primo turno in Sudafrica. Insomma, affrontare gli americani oggi non è come quando li si affrontava venti o trenta anni fa. Ciò non toglie che si tratti di compagine comunque abbordabile, da parte di un'Italia in condizioni perlomeno decenti. 
L'ITALIA PIU' BRUTTA - Torniamo dunque al punto di partenza. Non riesco a interpretare la soddisfazione finale del CT se non come dichiarazione di facciata, per evitare lo svilupparsi di inopportune tensioni all'avvicinarsi di un appuntamento importantissimo per il nostro calcio, un Europeo dal quale non ci aspettiamo una vittoria, ma di certo un pieno riscatto di risultati e di immagine dopo lo scempio lippiano all'ultimo Mondiale. Oppure si è trattato di una reazione sincera ma "drogata" da quanto avvenuto nell'ultimo quarto d'ora, l'unica fase giocata dai nostri, se non con ordine e lucidità, quantomeno con rabbia e voglia di fare. Per il resto, sul prato di Marassi miracolosamente rimesso a nuovo in poche ore (ma quanto durerà? Visti i precedenti, non è che ci sia molto da sperare) gli azzurri hanno fornito la loro prestazione forse peggiore, da quando questa rappresentativa è "sbocciata", ossia da quel pareggio amichevole in Germania che personalmente ho sempre considerato il vero punto di partenza di questa fase di rinascita. Da allora, ed era il febbraio 2011, la nuova Italia aveva quasi costantemente espresso caratteristiche ben precise: aggressività, voglia di imporre il proprio gioco, voglia di cercare la trama ben elaborata, a volte anche a scapito della concretezza; e poi, personalità via via sempre più in rilievo anche al cospetto di avversari di primo piano (i tedeschi o la Spagna) o in ambienti infuocati (in Serbia nell'autunno scorso). 
Ieri sera, nulla di tutto ciò si è visto: una partenza incoraggiante, con Matri che portava scompiglio davanti a Howard, poi un'occasionissima per Thiago Motta, che da posizione centrale concludeva di potenza addosso al portiere; uno di quegli episodi che possono decidere in negativo una gara: se fosse entrato quel pallone, la squadra avrebbe forse giocato con maggiore scioltezza e portato a casa il risultato, ma non può valere come scusante, visto che dopo quell'opportunità costruire qualcosa di decente in zona gol è diventato pressoché impossibile. Come spesso accade ai nostri, quando si trovano di fronte a difese spicce e ben rimpolpate cadono in confusione e, complice la mancanza di fantasia, non riescono a trovare uno spiraglio che sia uno. Da questo punto di vista, tutto prevedibile, tutto già visto, con in più l'aggravante della caduta sistematica nella trappola del fuorigioco (sette volte in tutto il match, anche se in un'occasione Giovinco è stato forse fermato a sproposito), segno di scarsa capacità di leggere la partita sia da parte di chi stava in campo, sia da parte del tecnico. 
Ma, al di là dell'aspetto tattico, si è visto proprio, lo ripeto, l'atteggiamento mentale sbagliato: squadra "loffia", poco reattiva, troppo lenta nell'elaborazione e nell'esecuzione delle poche idee gettate nella contesa; poco concentrata, e lo stesso Buffon, pur non essendosi macchiato di "papera" autentica, non è parso un fulmine di guerra sul diagonale precisissimo ma tutt'altro che forte di Dempsey, che è valso la vittoria agli States (a proposito: sperimentare per sperimentare, non si poteva concedere una prova a Sirigu, che tanto bene sta facendo nel Paris Saint Germain?). Che il problema sia stato anche e soprattutto di questa natura, lo dimostra l'arrembante quarto d'ora finale, quando, pur senza lucidità e con troppo disordine, i nostri si sono scossi dal torpore gettandosi in avanti all'arma bianca e, con un pizzico di precisione in più, avrebbero potuto cogliere quantomeno il pari. Che sarebbe stato meritato soprattutto dai nuovi entrati, i quali hanno letteralmente rivitalizzato la squadra. 
PROSPETTIVE TATTICHE - E qui si entra nel discorso tattico, da fare in prospettiva: perché nel finale della gara di Genova si è visto che questa compagine non può assolutamente fare a meno di Montolivo, che sarà discontinuo ma ieri ha subito illuminato la scarna manovra nostrana, con un tiro dal limite a lato di pochissimo e un bell'assist per De Rossi. Lo stesso De Rossi, recuperato fisicamente e mentalmente, rimane ancora, per spessore tecnico e mentale, un uomo chiave del centrocampo e della squadra, mentre occorre riflettere sul ruolo di Thiago Motta (troppo a ridosso delle punte non rende). Le fasce sono state un altro tasto dolente: Maggio più intraprendente ma enormemente impreciso, Criscito al solito troppo timido in Nazionale, dove ha mostrato finora sì e no il 30-40 per cento delle sue potenzialità. Nel finale, Abate ha portato spinta e agonismo sulla destra, mentre dall'altra parte le prestazioni fin qui fornite da Balzaretti dovrebbero quantomeno garantirgli la partenza da titolare, a Euro 2012. Al centro, Ogbonna ha mostrato piedi ancora da educare, ma coraggio e personalità, nonché buona concretezza in copertura. Da insistere su di lui, in ogni caso fondamentale il recupero di Ranocchia. 
LE DOLENTI NOTE DELL'ATTACCO - L'allarme rosso, al momento, è per l'attacco. Qui però bisogna intendersi: questa Italia non può assolutamente rinunciare a Balotelli, e l'averlo tenuto fuori per rispettare uno strano codice etico dopo che il ragazzo aveva già scontato una lunga e salutare squalifica in Inghilterra (e dopo che nemmeno una reprimenda verbale è stata riservata, per dire, a Buffon, dopo le sue infelici uscite post Milan - Juve) ha avuto il sapore del tafazzismo. Mario è fondamentale, così come diventa quasi... vitale recuperare Giuseppe Rossi, più di Cassano: senza il furetto del Villarreal, a parer mio le chances di far bene in Polonia e Ucraina calano di molto. Tutto il resto è opinabile: Pazzini sta scontando il momento no della sua squadra,altrimenti un gol come quello sbagliato a Napoli domenica per lui sarebbe solitamente di una facilità disarmante: ritrovando serenità, ritroverà pure il fondo della rete; Matri può essere una buona alternativa, Giovinco ieri ha fatto tanto movimento e altrettanta confusione, ma è stato di gran lunga il più deciso e incisivo nei primi scoraggianti 70-75 minuti azzurri. L'ingresso di Borini è stato una sferzata di vitalità e di .... tremori per la difesa "stars and stripes": come detto, il ragazzo ha il piglio del veterano e tanta fame, e il fatto che stia vivendo una inattesa annata di grazia lo deve far tenere in grande considerazione: potrebbe essere una di quelle sorprese "last minute" che spesso sono risultate decisive nella storia mondiale ed europea degli azzurri.