domenica 29 settembre 2013

IL TKC TEATRO DELLA GIOVENTU' TORNA E RADDOPPIA: SPETTACOLI ALLE 19 E ALLE 21, E VA IN SCENA "AMICI ASSENTI"

                           Scena da "Amici assenti": da sinistra, Daria D'Aloia, Elisabetta Fusari, 
                                     Daniele Pitari, Alessio Praticò, Luca Sannino e Daniela Camera

Sono state brevissime, le vacanze estive del TKC Teatro della Gioventù. In pista fino al 4 agosto con le repliche... canicolari della "Strana coppia" (confortate dalla presenza di oltre 6mila spettatori), i giovani attori del teatro di via Cesarea, nel centro di Genova, hanno già ripreso l'attività, instancabili: dal 14 settembre e fino al 13 ottobre ancora in scena la loro fresca, sbarazzina versione della pluridecorata commedia di Neil Simon, mentre da domani, 30 settembre, parte ufficialmente la stagione autunnale, stuzzicante antipasto di  un 2014 ricco di spettacoli e novità. Stuzzicante, perché Massimo Chiesa ed Eleonora D'Urso, direttori artistici del TKC, non finiscono di stupire: e questa volta azzardano addirittura il lancio della rappresentazione delle ore 19. 
AMICI ASSENTI - Andiamo con ordine: l'opera scelta per questo inedito esperimento è "Amici assenti" di Alan Ayckbourn, una commedia "in tempo reale" (nel senso che il tempo della storia narrata, un'ora e trenta, coincide con la durata della rappresentazione). Nata nel 1974 come scrittura teatrale di dieci minuti, che l'autore voleva inizialmente inserire nella trilogia "Le conquiste di Norman" e che invece divenne in seguito commedia vera e propria, "Amici assenti" è la storia di sei amici dell'alta borghesia londinese che si ritrovano per il classico "té delle cinque" di britannica tradizione, organizzato per consolare uno di loro, Colin, della perdita della fidanzata. L'incontro snuda il disagio, le infelicità latenti, le tensioni di queste persone, ancora più evidenti nel contrasto con la serenità con cui Colin accetta la sua difficile situazione e amplificate dai rapporti personali, professionali e di affari che li legano l'un l'altro: un coacervo di contraddizioni e nevrosi che scatena le più svariate reazioni comiche. 
RECITA PRE SERALE - "Amici assenti"  (definita dall'autore come "tragicommedia", più che commedia tout court) andrà in scena da domani e  fino al 14 ottobre, per sole 16 repliche, la maggior parte delle quali, come detto, alle 19 (con alcune soirée alle 21, compresa la"prima"), fascia oraria del tutto insolita per le tradizioni teatrali italiane: "L'idea - spiega nel dettaglio Massimo Chiesa - è in effetti quella di proporre alcuni spettacoli alle sette di sera dal martedì al sabato, e la domenica e il lunedì sia alle 19 che alle 21. Una scelta maturata anche dopo aver tastato il polso al pubblico durante le nostre rappresentazioni estive: e il pubblico ha promosso questa idea così originale. Quello delle 19 ci pare un orario vantaggioso: poiché si tratterà di spettacoli che non supereranno l'ora e mezza di durata, consentiranno agli spettatori di andare a cena con tutta calma e a noi di allestire senza eccessivi affanni la commedia della serata". 
E sì: doppia rappresentazione quotidiana, per un calendario di recite fittissimo che in questa prima fase del "cartellone autunnale" abbina "Amici assenti" a "La strana coppia". "Del resto, il nostro principio ispiratore  - prosegue il direttore artistico - rimane lo stesso enunciato all'inizio di questa avventura, al'alba del 2012: rendere il nostro teatro sempre più aperto, sempre più fruibile dagli appassionati, sempre più ricco di proposte, perché i teatri non sono mausolei chiusi: cercheremo quindi di aumentare il numero di spettacoli, senza diminuire il numero di repliche. Sarebbe stato bello poter disporre di due palchi, per incrementare la resa di questo progetto, ma non è un problema, faremo del nostro meglio per far convivere due spettacoli sulla medesima scenografia, riveduta e corretta a seconda delle diverse caratteristiche delle due opere". 
PIU' SPETTACOLI, PIU' ATTORI - Insomma, il TKC Teatro della Gioventù non lascia ma anzi raddoppia, è proprio il caso di dirlo, intensificando la propria presenza nel tessuto sociale e culturale cittadino nonostante le difficoltà non manchino, come Chiesa e la D'Urso non si nascondono; ma l'energia positiva, la passione per l'arte e per il lavoro che i due direttori e la loro "squadra" mostrano da quasi due anni meritano il più ampio successo possibile. Aumentano, come detto, le rappresentazioni e gli spettacoli (l'obiettivo, per il 2014, è di mettere in cartellone 12 piéces e 500 repliche, se ne riparlerà fra un paio di mesi, quando verrà presentato il programma dell'anno venturo), e aumentano anche gli attori, perché la The Kitchen Company si allarga, per valorizzare i nuovi talenti e per continuare così a dare chances di lavoro e di crescita ai giovani, cosa che in quel di Genova accade sempre meno, in ogni settore; per "Amici assenti", sono entrati nella compagnia cinque "volti nuovi": Daniela Camera, Elisabetta Fusari, Daniele Pitari, Alessio Praticò e Luca Sannino, che affiancheranno la "veterana" (si fa per dire, ma il curriculum è già ricchissimo nonostante gli appena 28 anni di età) Daria D'Aloia. E poi è "in corso d'opera" l'ambizioso progetto della sit - com targata TKC, della quale si conosceranno presto i dettagli. 
INFO - Per ulteriori informazioni su orari e prezzi delle rappresentazioni: www.tkcteatrodellagioventu.it. 

venerdì 20 settembre 2013

VERSO SANREMO 2014: FABIO FAZIO BATTE QUATTRO, FORMULA CHE VINCE NON SI CAMBIA?

                                          Fabio Fazio verso il suo quarto Festival

Questa volta non ci sono stati annunci in pompa magna e solenni conferenze stampa. No, nel 2013 anche un'istituzione come il Festival di Sanremo non si può più sottrarre alla dittatura di Twitter, il social network che pare costruito su misura per le esternazioni (più o meno interessanti) di vipponi e vippettini. Così, quello che era il segreto di Pulcinella da diversi mesi è diventato verità assoluta nei giorni scorsi, al culmine di uno scambio di "cinguettii" fra il direttore di Rai Uno, Giancarlo Leone, e Fabio Fazio: l'anchorman savonese sarà al timone della kermesse rivierasca anche nel 2014. 
LA VOGLIA DI CAMBIARE - Il "Fazio quater" è quanto di più scontato potesse esservi, ma in fondo è giusto così. C'è stato un periodo, in particolare nel primo decennio di questo secolo, in cui a Sanremo cambiare timoniere di anno in anno era diventata una regola quasi aurea. Cambiare, cambiare sempre, anche dopo un grande successo di pubblico e di critica: Bonolis per due volte (2005 e 2009) e Antonella Clerici (2010) passarono immediatamente la mano dopo edizioni trionfali. Una delle conseguenze più evidenti della deriva televisiva della manifestazione, sempre più spettacolo d'arte varia e sempre meno tenzone canora: la conduzione era diventata più importante dei cantanti e delle canzoni in gara, anzi non era più una semplice conduzione, doveva esserci un progetto artistico originale e articolato costruito addosso ai padroni di casa, che potesse sorprendere e spiazzare, e si era diffusa la convinzione che tale progetto e gli interpreti a cui affidarlo dovessero essere, possibilmente, diversi ogni volta. Volti nuovi e nuovi modi di declinare la liturgia sanremese, per solleticare l'attenzione del pubblico: così, filotti come quelli inanellati da Mike Bongiorno e Pippo Baudo (ma anche da Claudio Cecchetto, tre volte dal 1980 al 1982) sono diventati pressoché irripetibili.
PRESENTATORI PROTAGONISTI - Un equivoco nella costruzione dello show che tradisce lo spirito storico del Festival: all'Ariston i presentatori non dovrebbero mai oscurare con le loro gesta i partecipanti alla kermesse, e invece per troppo tempo si è lavorato più al pregio e alla visibilità della cornice che alla qualità del quadro, ossia al livello dei brani selezionati e al valore degli interpreti. Ecco, con Fazio quest'anno si è raggiunto un accettabile equilibrio fra le due cose: una presentazione non convenzionale e brillante (con la riproposizione in un contesto più istituzionale della collaudata coppia con la Littizzetto), ma che non ha oscurato l'essenza del Festival, ossia la musica, e l'ha anzi valorizzata e proposta in una chiave inedita, più "alta", rispetto al passato. 
IL BIS DI LUCIANA - Così, dopo un Sanremo 2013 che è stato un successo di audience, che ha riscosso i consensi dei critici (solitamente incontentabili quando analizzano il Festivalone), che ha rinfrescato l'immagine della kermesse modificandone il canovaccio spettacolare, strizzando l'occhio a espressioni artistiche meno pop e più ricercate, affidarsi di nuovo a Fazio era inevitabile e anzi auspicabile. La novità clamorosa, casomai, è la conferma, al suo fianco, della sua ormai consolidata "metà televisiva", Lucianina nostra. E' un elemento rivoluzionario che non tutti hanno colto: nella storia del Festival, anche quando i presentatori maschili, i Mike e i Pippo, rimanevano gli stessi per diversi anni di seguito, accanto a loro mutavano vorticosamente, continuamente, sistematicamente le partner femminili. Due sole eccezioni: Gabriella Farinon sul palco del Casinò nel '73 come nel '74, e un'altra storica annunciatrice Rai, Maria Giovanna Elmi, presente sia nel '77 sia nel '78.
Ma erano situazioni diverse: l'impegno richiesto per quelle edizioni era relativo (tre serate, oltretutto neanche lunghissime, e solo l'ultima trasmessa in tv), certo non paragonabile allo sforzo che comporta la gestione di un Sanremo del ventunesimo secolo, e comunque le due "signorine buonasera" erano pur sempre delle semplici collaboratrici dei presentatori principali. Peggio di loro tante altre venute prima e dopo, ragazze che, nonostante il battage pubblicitario che ne accompagnava la partecipazione al Festival, altro non erano che vallette, spiace dirlo: belle presenze buone per i flash dei fotografi, confinate in un cono d'ombra da compagni di palco troppo ingombranti o dalla loro inadeguatezza a un compito così improbo, o semplicemente dal maschilismo che per troppo tempo, e in parte anche oggi, ha infestato i palinsesti delle nostre emittenti. 
LA SQUADRA SI ALLARGA? - Con la Littizzetto si è svoltato anche in questo senso: presentazione nel segno dell'uguaglianza di genere, parità fra maschio e femmina, ed era ora. Il rischio è però una stanca ripetizione degli schemi spettacolari applicati per l'edizione 2013, una sovraesposizione del duo già presente settimanalmente sugli schermi: ecco perché, stando ai pochi rumors usciti dalle segrete stanze di viale Mazzini, il gruppo dei presentatori dovrebbe allargarsi ad altre presenze. Si sono fatti i nomi di Jovanotti (che il suo concerto trasmesso di recente da Rai Uno fosse una sorta di esperimento apripista, in vista di un più massiccio impegno di Lorenzo con la tv pubblica?), di Alex Del Piero, in seguito a una mezza frase pronunciata durante un'ospitata a "Che tempo che fa" nella scorsa primavera, di Geppi Cucciari, che con Luciana potrebbe far... diventare matto Fabio, e movimentare ancora più le cose sul palco.
PIU' GLAMOUR E LEGGEREZZA - Su tutto il resto, sul format dello spettacolo nel suo complesso e su quello della gara, nulla trapela, verosimilmente perché tutto resterà come prima. In questo senso, qualche riserva la avevo avanzata in tempi non sospetti, ossia durante e subito dopo Sanremo 2013: si era costruito un Festival fin troppo "alto" per i canoni tradizionali della manifestazione. Nulla di male, anzi, nel variare il registro dello spettacolo intercettando ambiti artistici meno "commerciali", ma con una impostazione del genere il rischio di passare dal serio al serioso è elevatissimo, e alla lunga non gioverebbe alla rassegna.
In parole povere: la via di mezzo, come in tutte le cose della vita, sarebbe l'ideale. Sanremo ha bisogno di quel tocco di glamour, di leggerezza, di "nazionalpopolare" che fa parte del suo DNA e che non stona, se mantenuto in dosi contenute (in certe edizioni, è vero, si è esagerato in tal senso). Insomma, pop e impegno, semplicità e ricercatezza a braccetto. Tradotto in termini pratici, un cast che preveda qualche cantante "di facile presa" (il termine non va assolutamente letto con accezione negativa)  e un pizzico di easy listening in più; ma da alleggerire sarebbe soprattutto il parco ospiti: d'accordo i direttori d'orchestra, d'accordo i musicisti di nicchia, ma la storia sanremese è stata scritta anche da presenze epiche di vedettes del pop rock internazionale, che sono poi quelle che si fanno ricordare anche a distanza di decenni: ecco, scritturare qualche divetto da classifica del momento non sarebbe male, anche se mi rendo conto che qui il problema è soprattutto di natura economica.
SUGGERIMENTI - Poi ci sarebbero le modifiche che chiedo da tempo, e che prescindono dalla filosofia di base ("d'élite" o "popolare") dello spettacolo: in primis l'aumento quantitativo dei Big (fra i quali, per inciso, dovrebbero trovar spazio diversi esponenti del mondo rap, che piaccia o no è il fenomeno del 2013). In Rai si sono fissati su quattordici concorrenti, ma, senza arrivare agli eccessi degli anni Ottanta (24 o addirittura 26 in lizza), sinceramente non vedo quale danno possa procurare l'aggiunta di due miseri posti: garantendo visibilità e promozione ad altri due artisti, si farebbero contenti loro e si darebbe respiro a chi attorno ad essi lavora. Sarebbe oltremodo doveroso, visto che ogni anno le richieste di partecipazione giungono in numero elevatissimo e i musi lunghi post selezione sono sempre troppi.
Stesso discorso per la sezione giovani, otto sono davvero una miseria, una competizione ridotta ai minimi termini e che meriterebbe ben altro trattamento: in primis un maggiore rilievo durante le serate, come venne fatto nel 2009. Invece di continuare a confinare questi ragazzi ad orari assurdi, perché non prendere esempio dai Festival di Aragozzini, durante i quali gli esordienti si esibivano alternati ai Big? Tutti discorsi fatti e rifatti, qui su Note d'Azzurro. Vedremo: dopo il nulla quasi assoluto dei mesi estivi, ancora qualche settimana e comincerà l'inevitabile girandola di voci e indiscrezioni. 

giovedì 19 settembre 2013

RECENSIONI LETTERARIE: "VERRA' IL TEMPO PER NOI", ROMANZO D'ESORDIO DI GIANNI GARDON



In "Verrà il tempo per noi" c'è tutto il mondo di Gianni Gardon. L'amore per il calcio e quello per la musica (in particolare la musica degli adorati "Nineties"), entrambi fortificati e sostenuti da una profondissima conoscenza delle materie, e poi il forte impegno sociale: chi, come me, ha avuto l'opportunità di conoscere l'autore, sa che si tratta di elementi fondanti della vita del giornalista e scrittore veneto, che queste passioni le ha riversate con grande intensità emotiva nel suo romanzo d'esordio. "Verrà il tempo per noi" è un inno alla speranza di realizzazione umana e professionale, nutrita da giovani vissuti in un'epoca a noi vicinissima; è un affresco variegato e tutt'altro che banale di una delle fasi più delicate, movimentate, formative dell'esistenza di ciascuno di noi: gli anni che vanno dall'Università all'ingresso nel... mondo reale, quello in cui ai libri e al "cazzeggio" tra amici si sostituiscono le scelte e i problemi legati al lavoro, alla famiglia, in parole povere alla sopravvivenza quotidiana. 
I SOGNI DEI GIOVANI - Le esperienze di un gruppo di ragazzi della periferia senese si intrecciano profondamente, fino a diventare fra loro interdipendenti. Ad accomunare i loro cammini è l'anticonvenzionalità delle rispettive aspirazioni: lungi dal concepire la possibilità di approdare a una vita adulta "classica", fondata su mestieri "normali", tutti sognano un avvenire fuori dagli schemi: c'è chi... studia da calciatore, chi desidera un futuro da popstar, chi progetta l'apertura di un music - pub in puro stile Irish. A pensarci bene, si tratta, in linea di massima, dei "sogni proibiti" di una larga percentuale dei giovani di quella fascia di età, con le ovvie varianti legate ai diversi contesti storici.
Nella fattispecie, la vicende qui narrate sono collocate fra la seconda metà degli anni Novanta e i primi Duemila. Il dettaglio temporale è importante soprattutto per ciò che concerne il taglio musicale del romanzo: i protagonisti sono quasi tutti appassionati consumatori ed esperti del pop rock dei loro tempi, ed ecco quindi che le pagine del libro paiono a tratti quasi un'enciclopedia delle sette note: innumerevoli le citazioni di band del periodo, commerciali e di nicchia, popolari per lungo tempo o durate lo spazio di pochi anni, ma tutte in qualche modo destinate ad esercitare una suggestione e un fascino (non sempre positivi) su questo gruppo di giovani.
RAGAZZI DEL DUEMILA - Musica, dunque, in primo piano quasi quanto i personaggi in carne e ossa delle vicende narrate. La musica del tempo a far da sfondo e sottofondo al crogiolo di speranze, illusioni, sogni e ambizioni di Johnny e Ricky, di Michele e di Claudio, di Ketty e di Valeria, giovani  già proiettati nel ventunesimo secolo perché con una visione del mondo e del loro futuro dagli orizzonti decisamente ampi, a volte internazionali, per i quali la provincia italiana in cui vivono risulta decisamente stretta. Ma "Verrà il tempo per noi" non è solo il racconto della "tensione positiva" verso il domani di ragazzi dal vivace e ricco mondo interiore: è anche un  percorso di crescita con tutti i crismi, accidentato e irto di ostacoli, ispido, costellato di esperienze amare, complesse, di aspri conflitti familiari e persino di eventi autenticamente tragici. E' "vita", insomma, nel senso più pieno del termine, perché vita vuol dire guardare all'avvenire con mentalità propositiva e con voglia di vincere sfide affascinanti, ma significa anche sfogliare un libro fatto di pagine dure, che possono lasciare ferite eterne eppure fortificare.
SENSIBILITA' SOCIALE - In quest'ultimo aspetto meno giocoso dell'opera viene fuori la sensibilità sociale dell'autore, che tratta con estrema delicatezza temi quali la violenza sessuale, il disagio minorile, i disturbi psichici, l'elaborazione del lutto e la rinascita dopo essere stati a un passo dalla morte: una sensibilità che tuttavia non va a discapito dell'esauriente trattazione di questi aspetti, realizzata senza attingere a un repertorio di dettagli troppo crudi che sarebbero parsi fuori luogo in un romanzo come questo, romanzo che pur nelle sue ambizioni di analisi "socio - generazionale" rimane comunque ancorato a una certa leggerezza di fondo nella narrazione, leggerezza che non è, però, sinonimo di vacuità.
PICCOLI DIFETTI - Gli elementi positivi di questa opera prima superano dunque ampiamente quelli negativi, che possono ridursi essenzialmente ai seguenti: 1) I dialoghi fra i ragazzi protagonisti paiono a volte un po' artificiosi: questi giovani imberbi parlano spesso come dei veri e propri "libri stampati": un linguaggio un po' più naturale e spontaneo, diciamo "imperfetto", vicino alle modalità espressive della gioventù, avrebbe ulteriormente accresciuto il realismo dei fatti narrati. 2) Si diceva che le vicende dei ragazzi sono tutte profondamente connesse fra di loro, un intreccio indubbiamente funzionale allo sviluppo dei temi proposti: tuttavia, in un caso si sono forse... stretti un po' troppo questi legami narrativi. Nel finale, un momento già di per sé altamente drammatico come l'incidente di Claudio va ad incrociare un altro evento tragico che, sinceramente, mi è parso abbastanza forzato, andando oltretutto a colpire duramente due personaggi che già avevano subito fin troppe offese dal destino.
Ecco, adempiuto anche al mio dovere di... critico inflessibile, posso però dire con onestà che questi piccoli difetti non intaccano la sostanziale bontà dell'esordio letterario dell'amico Gianni, abile a trasferire su carta i chiaroscuri di una fase della vita a cui tutti noi, in fondo, resteremo per sempre legati, ma anche un'epoca storica, quei benedetti - maledetti anni Novanta, che ha segnato interiormente sia lui che me. Bravo Gianni, dunque, e ora sotto col secondo romanzo! 

mercoledì 11 settembre 2013

L'ITALIA DI PRANDELLI E' GIA' NELLA STORIA, MA PUO' FARE ANCORA MEGLIO. RITROVANDO GUSTO DEL GIOCO E FIDUCIA NEI GIOVANI

                                       Balotelli e Bonucci esultano: siamo in Brasile

Non sarà, anzi, non è sicuramente questa la Nazionale più qualitativa e brillante nell'ultracentenaria storia del calcio azzurro. Ma quella che ieri sera a Torino, battendo 2 a 1 in rimonta la declinante Repubblica Ceca, ha conquistato con due turni di anticipo la qualificazione ai Mondiali 2014 è sicuramente una delle Italie migliori di sempre, sul piano della continuità agli alti livelli e della capacità di centrare sistematicamente l'obiettivo prefissato, se non addirittura di andare oltre le aspettative imposte dai propri limiti strutturali e di classe.
Da quando si è seduto su quella panchina, Cesare Prandelli non ha sbagliato un colpo: qualificazione europea (ottenuta anche quella a due gare dalla fine del girone), secondo posto (inatteso) al torneo continentale in Polonia e Ucraina, terzo alla Confederations Cup, e ora il ticket per il Brasile staccato senza la necessità di soffrire fino alla fine, come invece era accaduto in passato a rappresentative assai più reputate e onestamente meglio attrezzate di questa, pensiamo alla squadra tutte stelle che Arrigo Sacchi pilotò a fatica verso USA '94, o alla banda - Trap guidata da Totti e Del Piero, che nel 2001 non ebbe vita facile sulla strada per il Sol Levante nonostante un raggruppamento tutt'altro che proibitivo. 
I MERITI DEL CT - Sono tuttora convinto che il cittì, in questi tre anni di gestione, abbia accumulato meriti enormi, e che tali meriti non siano apprezzati compiutamente dalla critica. I risultati e la continuità, dicevo: ma anche aver cambiato l'immagine tecnica della squadra, dotandola di uno spirito più intraprendente e sbarazzino, del gusto di fare e imporre gioco, di guidare le danze invece di "subire" la partita sulla base dell'atteggiamento dell'avversario. E aver fatto tutto questo in uno dei periodi più delicati di sempre per l'italico football, ossia negli anni dell'invasione straniera, della perdita di competitività internazionale dei club, dello spazio sempre minore riservato ai giovani del nostro vivaio. 
ITALIA... ANNACQUATA - Dopo il disastro sudafricano, l'Italia ha ritrovato una dimensione di vertice persino in anticipo rispetto a quanto fosse lecito prevedere. Può accostarsi alla Coppa del Mondo del prossimo anno con legittima fiducia, sulla base del buono che ha costruito dal 2010 in poi. L'ho già scritto un'infinità di volte, così come ho scritto più volte, dopo Euro 2012, che lo spirito sbarazzino di cui dicevo sopra si è un po' annacquato in queste qualificazioni iridate. La squadra ha smarrito il gusto del gioco, si è fatta a tratti troppo sparagnina, punta più a badare al sodo che a brillare: legittimo se se ne hanno le capacità e la forma mentis, ma non è questo il caso di Balotelli e compagnia. L'apice dell'involuzione, in questo senso, la si è toccata forse nell'impegno della settimana scorsa con la Bulgaria. Ieri, allo Juventus Stadium, le cose sono andate un po' meglio. Perlomeno nel primo tempo, il nostro undici ha manovrato in velocità e con sufficiente precisione, creato pressione sulla difesa avversaria, costruito trame apprezzabili (grazie soprattutto a un Pirlo in crescita rispetto alle ultime apparizioni) e prodotto occasioni. Il fatto di aver chiuso, nonostante tutto ciò, la frazione in svantaggio, rientra nell'imponderabilità di questo sport, che nel'occasione ha trasformato Supermario in un vorace divoratore di palle gol (quattro mancate, di cui due clamorosamente), ruolo che solitamente non gli si confà. 
DIFESA: A TRE O A QUATTRO? - Nella ripresa, come contro il Giappone in Confederations, il risultato è stato capovolto in una manciata di minuti, dopodiché sono emersi i difetti di cui si è accennato sopra: il voler gestire il vantaggio minimo senza averne le capacità tattiche e la mentalità, e il non saper chiudere il match, lasciando fino in fondo spiragli aperti alle speranze degli avversari. Il black out dopo il rigore di Balotelli, con i cechi più volte giunti pericolosamente dalle parti di Buffon, è stato emblematico in tal senso, ma francamente sul tema  rischio di diventare ripetitivo.
Allo stesso modo, continua a non convincermi il tourbillon tattico, e segnatamente questo periodico innamoramento per la difesa a tre con De Rossi al centro, salvo repentine marce indietro quando le cose non si mettono per il verso desiderato. Non che sia un modulo da ripudiare a tutti i costi, ma la storia di questa rappresentativa dimostra che i migliori risultati sono stati colti con la retroguardia schierata a quattro, e che la formula con cui si è iniziata la gara di ieri può essere funzionale solo in determinate situazioni, e verosimilmente contro compagini più abili di quella ceca a prendere in mano le redini del gioco e a menare le danze. Senza contare che il romanista, pur essendo un eccezionale uomo ovunque di stampo olandese (nell'accezione... settantiana del termine), in quella posizione è pur sempre un ripiego: così arretrato, il suo apporto fondamentale nel cuore della manovra rischia di essere azzoppato, se non a costo di un dispendio eccessivo di energie per quello che è un superbo atleta ma, val la pena rammentarlo, non più di primissimo pelo.
La retroguardia ha già acquisito esemplari condottieri in Barzagli, attualmente ai box, e nel convincente Bonucci ammirato nelle ultime uscite, attento nelle chiusure e preciso nel far ripartire l'azione: bastano e avanzano per garantire adeguata copertura al complesso. In attacco, poi, affidarsi a Mario come unico riferimento centrale può essere un rischio: il rischio di caricarlo di una mole di lavoro abnorme e di fargli perdere lucidità, se non arriva sostegno adeguato dagli esterni: e l'Italia attuale paga anche la relativa incisività degli incursori laterali in zona tiro. Anche ieri, Candreva a Giaccherini sono stati propositivi assai (soprattutto il laziale), ma non "cattivi" sotto porta come sarebbe doveroso con un modulo di questo genere, nel quale i suddetti elementi dovrebbero avere una concretezza sotto rete pari quasi a quella degli attaccanti "veri". 
PASQUAL, CHE RITORNO! - Del match di Torino, rimane innanzitutto l'ottima prova di Pasqual, che in una sola gara (nemmeno portata a termine) ha dato più spinta sulla sinistra  e più presenza nel vivo del gioco di quanto non abbia fatto Antonelli nelle due precedenti; curiosa davvero la vicenda del terzino viola, in rampa di lancio alla vigilia di Germania 2006 (un posto fra i 23 di Lippi pareva probabilissimo) e poi lungamente ai margini, prima di questa improvvisa  e felice riemersione. Da annotare anche, per contro, un Montolivo fuori fase (da lui ci si attende ben altro contributo in fase di ispirazione, e non solo cieco sferragliare a tutto campo) e un Thiago Motta impalpabile: non sarebbe stato meglio far entrare Florenzi, nel finale, per dare sostanza, copertura e dinamismo a un reparto centrale in affanno?
E I GIOVANI? - Avendo citato il giovane romanista, ecco un altro elemento sul quale, di qui al Mondiale, occorreranno segnali più chiari da parte del tecnico: la fiducia riposta nei giovani, nelle ultime uscite, pare segnare il passo. Proprio perché la linfa garantita dalla linea verde (Balo, Marchisio, Rossi, fino all'ultimo arrivato De Sciglio) è stata uno dei motori di questa nuova Italia, assieme alla resistenza ad alti livelli di alcuni totem del quarto titolo iridato, non ha senso fermarsi adesso, e "congelare" i vari Verratti ed El Shaarawy solo perché stanno attraversando un momento di pausa e assestamento, fisiologico in ragazzi della loro età giunti così in fretta ai vertici della maturazione e delle responsabilità. 
Ho sempre detto che, in questo calcio così chiuso nei confronti delle nuove leve, l'esempio deve giungere proprio dalla Nazionale, casomai anche forzando la mano e anticipando le mosse dei club: se questi ultimi mettono da parte i nuovi virgulti ai primi refoli di tempesta, ebbene, che Prandelli dia invece loro piena fiducia, li coccoli e li segua con attenzione, limandone i difetti. Il leit motiv, banale  quanto si vuole, è sempre lo stesso: senza fiducia, e quindi senza minutaggio ad alti livelli, i giovani si intristiscono e, alla lunga, rischiano davvero l'involuzione, salvo, per i migliori, uscire finalmente dal bozzolo a 26 - 27 anni. E' un rischio che questa Azzurra non può permettersi di correre: le potenzialità del Club Italia sono maggiori di quelle intraviste in questo anno e mezzo post Europeo, tarpargli le ali per mancanza di coraggio ed eccesso di conservatorismo sarebbe quasi sacrilego. 

sabato 7 settembre 2013

DOPO ITALIA - BULGARIA: CON BUFFON E' QUASI BRASILE, MA IL "MINIMALISMO AZZURRO" COMINCIA A STUFARE...

                                 Gilardino: lui e Buffon protagonisti assoluti a Palermo

Al termine della Confederations Cup, Buffon era considerato in declino irreversibile da alcuni critici un po' troppo inclini alle sentenze inappellabili, sulla scorta di tre - quattro incertezze (non papere, attenzione) disseminate principalmente nelle sfide contro Brasile e Uruguay. Il calcio fa parlare e tacere nel giro di poche settimane, e proprio per questo sarebbe bene evitare giudizi tranchant su atleti e squadre, in positivo o in negativo. Facciamo un attimo mente locale: senza la strepitosa serie di prodezze sfoderate dal numero uno juventino negli ultimi due impegni di qualificazione mondiale, in Repubblica Ceca a giugno e ieri sera a Palermo con la Bulgaria, dei quattro punti raccolti dall'Italia ne sarebbe rimasto a malapena uno, con il Brasile ancora tutto da conquistare e il fiato sul collo di un agguerrito drappello di avversarie. 
BUFFON FRA I GRANDI DI SEMPRE - Guardando la classifica del girone, la differenza fra ciò che è e ciò che sarebbe potuto essere balza agli occhi: abbiamo quasi in tasca il biglietto per il viaggio in Sudamerica. Lo abbiamo virtualmente conquistato perché i fuoriclasse non li hanno in dotazione solo gli altri, e non sono solo quelli, reclamizzatissimi, del calcio d'attacco, i Messi e i Cristiano Ronaldo. E' fuoriclasse anche chi toglie dalla porta palloni pesanti come pietre, chi evita gol già fatti o quasi, e l'estremo difensore azzurro coi bulgari ne ha evitati tre, nel secondo tempo: tre salvataggi a base di istinto, riflessi felini, insomma classe allo stato puro. Che il Gigi nazionale sia uno campione di quelli epocali, destinato a entrare nel mito una volta appese scarpe e guanti al chiodo, è fatto assodato almeno dai tempi di Germania 2006, ma è sempre meglio rinfrescare la memoria agli incontentabili, ogni tanto. Lunga vita a Buffon, dunque, e del resto su questo blog lo si è sempre scritto. 
TRE FUORICLASSE (E FORSE QUATTRO) - Lo stato di grazia del nostro "guardameta" è il dato più incoraggiante emerso dall'affannosa serata siciliana, assieme alla constatazione che, non da oggi, l'Azzurra di Prandelli può contare su almeno un fuoriclasse per reparto, e di questi tempi non è poco: oltre a Gigi, Pirlo nel mezzo, anche se la tentazione di mettere sullo stesso piano De Rossi è forte, visto il suo eccezionale rendimento in Nazionale, da uomo ovunque stile Olanda anni Settanta (non ieri, comunque...), e Balotelli in avanti. Basta per andare in Brasile con una discreta dose di fiducia, non per considerarsi una grande squadra a tutto tondo e, di conseguenza, puntare al bersaglio grosso. L'ho già scritto più volte, e con accenti particolarmente accorati dopo l'amichevole agostana con l'Argentina: questa Italia non riesce più a salire gli ultimi, decisivi gradini nel suo bel percorso di crescita e di riavvicinamento ai valori di vertice del football planetario. In nessuna gara delle qualificazioni mondiali sono state toccate le vette di bel gioco raggiunte spesso nel corso del 2011 e fino alla semifinale europea coi tedeschi; qualche sprazzo discreto, sì (ad esempio con la Danimarca a Milano) ma nessuna prestazione convincente al cento per cento. 
IL REGALO DI GILA - Contro la Bulgaria pareva finalmente la volta buona: un primo tempo non eccezionale ma giocato di buona lena, in costante iniziativa seppur con eccessive difficoltà nell'aggirare la ragnatela mobile sapientemente disposta dal grande Lubo Penev. Ha funzionato a intermittenza il gioco sulle fasce laterali, con Abate e Antonelli quasi inappuntabili in fase difensiva ma parsimoniosi assai negli sganciamenti. Insigne non si è ancora inserito appieno nei meccanismi di gioco del Club Italia ma ha spirito di iniziativa, velocità di esecuzione e dinamismo, e da un suo destro è partito il pericolo maggiore per Mihaylov nella prima mezz'ora di gara; sull'altro versante, Candreva ha confermato il suo buon momento atletico ma deve anche migliorare l'incisività delle sue giocate, soprattutto quando decide di portarsi al tiro: ha un buon bottino potenziale di gol nelle sue corde, e finora l'ha espresso solo in parte, anche con la maglia della Lazio. Da una sua azione insistita chiusa con un calibrato cross è nato comunque il gol di testa di Gilardino, ideale regalo di compleanno per i 120 anni del suo Genoa. 
QUASI CATENACCIO - A questo punto, la solita Italia del dopo Europeo: incapace di portare il colpo del ko, si incaponisce nel gestire il risultato minimo fallendo quasi sistematicamente l'obiettivo (perché non ne ha la forma mentis, è compagine nata per aggredire, imporre l'iniziativa) e consegnando le chiavi del match agli avversari, i quali fra l'altro si trovano sempre in condizioni fisiche migliori dei nostri e possono quindi regolarmente scatenarsi in sarabande d'attacco devastanti per le coronarie del tifoso. Così, detto e stradetto di Buffon, nel deprimente secondo tempo dei nostri si è visto calcio all'italiana nel senso deteriore del termine, ossia qualcosa di molto vicino al catenaccio che, per dire, io per primo rimproverai all'Inghilterra nel confronto con gli azzurri ad Euro 2012. 
Si sono guadagnati la pagnotta un Bonucci sicuro ed efficace, un Chiellini capace di ridurre al minimo rudezze e fallosità, un Thiago Motta  in versione "minimo indispensabile" ma comunque abile nel filtro e nel rallentare il gioco per dare respiro alla squadra, persino lo stesso Gila, rientrato più volte in area a difendere. Tutto bene se il risultato finale è l'1 a 0 che vale quasi un... Brasile, ma sappiamo tutti, e lo sa ovviamente anche Prandelli, che quest'Italia ha nel Dna i mezzi tecnici e di personalità per fare molto, molto di più. Pirlo e De Rossi, ad esempio, devono ricominciare a tessere trame più fluide e precise: a proposito di centrocampo, e nell'attesa di veder finalmente sbocciare Verratti e Florenzi, partite come quella del Barbera chiariscono l'importanza assunta nel meccanismo di gioco azzurro da Montolivo, equilibratore della manovra e ispiratore offensivo, fermo restando che un Balotelli davanti è in grado di cambiare totalmente prospettive, per la sua capacità di fare reparto da solo, di inventare giocate e di creare spazi, di trovare costantemente strade inedite in direzione della porta avversaria, di ispirare e "guidare" i movimenti dei compagni di reparto  e dei centrocampisti. . 
BASTA COL TRAN TRAN - Insomma, teniamo per il momento buona la scusante della precarietà fisica, frutto di una stagione ancora agli albori. E consideriamo che la Bulgaria (comunque fuori dalle prime cinquanta squadre del ranking Fifa, ricordiamolo...) è il ritratto perfetto del tipo di squadra che da sempre, in tutte le epoche, mette in serie difficoltà la nostra rappresentativa: buon livello medio ma senza grossi picchi di classe, organizzazione ferrea, esuberanza atletica, sagacia tattica mirabile e capacità di far giocare male anche l'avversaria più dotata. Ora, però, è il momento di... scollinare: martedì a Torino, contro la Repubblica Ceca, si dovrà inseguire la qualificazione matematica, e lo si dovrà fare cercando di mettere da parte questo... "minimalismo azzurro" per riprendere un discorso da troppo tempo lasciato a metà, quello col gioco brillante e di iniziativa che i nostri non hanno certo dimenticato di saper fare, se la memoria torna all'amichevole di marzo col Brasile e alla semifinale di Confederations con la Spagna: si sono semplicemente consegnati a un banale tran tran, avvitati in un piccolo cabotaggio noioso e stucchevole che però, se prolungato ulteriormente, potrebbe diventare un pericoloso vulnus per la definitiva maturazione di una squadra di ottima caratura ma ad elevato rischio di incompiutezza. 

martedì 3 settembre 2013

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO 2013/14 - SECONDA PARTE: DAL LIVORNO AL VERONA E... LA MIA GRIGLIA DI PARTENZA

                                   Benitez, un fuoriclasse della panchina per il Napoli

LIVORNO - Telaio complessivamente debole, anche se l'innesto in extremis di Emeghara potrebbe portare una buona dote di punti in più, purché il nigeriano sia lo stesso che l'anno scorso per alcuni  mesi ha tenuto a galla il Siena prima di cedere nel finale (confermarsi è sempre difficile, dopo un exploit da scheggia impazzita totalmente sconosciuta alla concorrenza). E Biagianti è elemento di quantità che sa cosa vuol dire battersi nei bassifondi. In ogni caso, gli spunti interessanti non mancano, in primis la fiducia decretata a Bardi, portierino reduce da un Europeo Under 21 coi fiocchi, e ad altri giovani di fulgide promesse come Cristante, cervello di centrocampo con le stimmate del campioncino, e il difensore Piccini. Per il resto, ci sono le star in miniatura che hanno messo in riga tante compagini di Serie B, Paulinho e Siligardi, Gemiti e Belingheri, gente tutta da verificare al cospetto dei colossi del nostro calcio. Insomma, sarà acuta sofferenza fino alla fine. Anche il manico è una scommessa, ma Nicola, vecchio cuore genoano, ha la verve e la preparazione per inventare contromisure atte ad attutire l'impatto con le big. 
MILAN - Merita fiducia e rispetto perché, unica fra le big assieme alla Juve, ha puntato con decisione su un nucleo centrale italiano, giovane e... azzurro. Abate e De Sciglio sui fianchi della difesa, Poli e Montolivo a comandare i giochi nel mezzo dividendosi fra interdizione e costruzione, Balotelli ed El Shaarawy a spalleggiarsi in avanti. Nel dettaglio: l'eclettico De Sciglio ha già dimostrato in Confederations Cup di essere una garanzia per il futuro, ed ha ancora ampi margini di miglioramento (soprattutto nella precisione sui cross); Montolivo ha disputato una eccellente stagione rossonera, acquisendo personalità e cattiveria agonistica, ed è ora un elemento duttile e dinamico. E poi Saponara, ultimo grido della scuola italiana, estro e incisività dalla trequarti in su. In prima linea, Mario è uno che ti rivolta come un guanto le partite da solo, il Faraone deve ritrovarsi sul piano mentale, perché ha i mezzi tecnici e l'intelligenza tattica per convivere con l'ingombrante compagno di linea senza che il suo rendimento ne risenta. In mezzo a tanto ben di Dio, l'arrivo del declinante Kakà risulta quasi secondario: grande colpo promozionale, ma il brasiliano ne dovrà mangiare di polvere per avvicinare i livelli sublimi toccati ai tempi della sua prima militanza meneghina: da almeno due anni non batte chiodo. I punti deboli del Milan sono in difesa: Abbiati perde colpi, la barriera centrale (Zapata, Silvestre, Mexès) non è da compagine che punta al titolo. Però il pluridecorato team rossonero resta una mina vagante che, in caso di défaillance delle favoritissime, potrebbe riservare qualche sorpresa. 
NAPOLI - Gli addii dei colossi Mazzari e Cavani sono stati assorbiti come meglio non si poteva. Benitez è una guida di valore mondiale, ha conquistato trofei e coppe europee, ha idee e carisma. Campagna acquisti di primo piano: Reina e in subordine Rafael blindano la porta, Albiol si affianca a Cannavaro jr. per cementare una difesa marmorea, e in avanti Higuain non farà rimpiangere l'uruguaiano, anzi, ha nei piedi, per classe, curriculum e abitudine a battersi su palcoscenici importanti, la possibilità di fare addirittura meglio dell'illustre predecessore. E poi le conferme: dall'inesauribile Maggio ad Armero e Zuniga, dal geometrico Inler (al quale però si chiede una maggiore presenza nel vivo del gioco, al di là delle sue sempre gradite bombe dalla distanza) a un Insigne che ha il piglio del veterano e la sfrontatezza del giovane che vuole arrivare ad ogni costo. Col genietto vicecampione europeo Under 21 a riempire di estro e dinamismo il fronte offensivo e con le micidiali scorribande di Hamsik, fuoriclasse autentico e sottostimato, questo Napoli si candida ad alternativa più credibile alla corazzata juventina. 
PARMA - Assisteremo all'ennesima resurrezione di Cassano? Se sì, è un Parma che può ambire a migliorare il piazzamento dell'anno passato, senza però farsi soverchie illusioni. Senza voler essere blasfemi, potrebbe risultare più utile l'acquisto di Gargano, uomo di gran sostanza in grado di aumentare la solidità del centrocampo e di dare equilibrio a tutto il complesso. I restanti movimenti di mercato sono marginali, soprattutto in riferimento a Felipe e Acquah, che per diversi motivi hanno segnato il passo nelle ultime stagioni, così come Cassani che nella breve esperienza genoana è parso a tratti un ex, ma che merita fiducia se non altro per il suo passato non troppo lontano di nazionale azzurro. Poi Munari, che è un buon centrocampista di quantità, ma non sposta granché gli equilibri. Molto più rassicurante la presenza di chi è rimasto: gente come Mirante e Lucarelli che rende sufficientemente solida la difesa, Gobbi a presidiare con sicurezza la fascia sinistra, Parolo che porta ordine tattico e buoni inserimenti in avanti, le incursioni di Sansone e un Amauri che deve riconfermarsi sui discreti livelli dell'ultimo torneo, cosa non facile visto che la continuità non è mai stata il suo forte.

                                      Toni: ha steso il Milan alla prima giornata

ROMA - Mercato schizofrenico. Partenza lanciata e indubbio rafforzamento: Con De Sanctis finalmente un portiere di prima fascia, corsie laterali a cinque stelle col ritorno di Maicon a far coppia con  Balzaretti, difesa chiusa al centro dai vari Castan, Burdisso, lo statuario Benatia e il promettente Jedvaj, abile nelle due fasi. Nel cuore della manovra, la conferma di De Rossi, imprescindibile faro del gioco ed elemento universale, di grandiosa efficacia in tutte le zone del campo (copertura, costruzione e finalizzazione) e la rinnovata fiducia al motorino Florenzi, con la ciliegina sulla torta di Strootman, fra i più quotati centrocampisti europei e nazionale olandese. Poi la marcia indietro, soprattutto sul fronte offensivo: ok per il monumento Totti, il cui apporto è però destinato ad assottigliarsi col passare del tempo, mentre si tenterà il rilancio di Destro dopo un'annata complessivamente opaca; passi anche l'addio a Osvaldo, ormai in conflitto aperto con l'ambiente, ma la cessione di Lamela, craque di statura mondiale, grida vendetta. Borriello e Gervinho sono validi surrogati, ma occorrerebbe qualcosa in più, perché nelle prime due giornate la squadra ha mostrato un potenziale devastante e sarebbe un peccato se rimanesse un'incompiuta. L'arrivo di Ljajic  e la crescita di Pjanic, jolly avanzati di qualità ed estro, dovrebbero comunque consentire a Garcia di sperimentare soluzioni offensive originali e molteplici, per un tourbillon difficile da disinnescare.
SAMPDORIA - Le note liete vengono dalla fiducia data a tre potenziali stelline di domani: Salamon, ma soprattutto l'eclettico difensore Regini (centrale o esterno sinistro) e Gabbiadini, sinistro al fulmicotone, attaccante d'area e di manovra già in orbita Juve. Poi la conferma delle bandiere Palombo e Gastaldello, garanzia di continuità di rendimento, di Costa e di un De Silvestri che, dalla convocazione - premio in azzurro per l'amichevole con l'Argentina (non ve n'erano i presupposti tecnici, nonostante il crescendo mostrato nella parte finale della scorsa stagione), dovrà trarre linfa per riavvicinarsi ai vertici toccati quando era una delle migliori speranze del football nostrano. Per il resto c'è poco da stare allegri: la perdita di Romero non sarebbe di per sé grave, visto il rendimento italiano del "guardameta" argentino, ma al momento la porta non ha un difensore pienamente affidabile, se non esploderanno Da Costa o Fiorillo e visto il fallimento della caccia a Sorrentino e ad altri papabili. Centrocampo arricchito dal dinamismo di Barillà ma drammaticamente a corto di inventiva e attacco che deve sperare nella consacrazione del citato Manolo, mentre Eder in Serie A ha sempre alternato buone cose a lunghe pause. Insomma, niente illusioni: sarà corsa salvezza, forse anche più affannosa rispetto al campionato scorso. 
SASSUOLO - Intrigante. Intendiamoci, la permanenza è l'unico obiettivo realistico e non sarà facile assicurarsela, ma questa deb assoluta si presenza ai nastri di partenza con un roster accattivante. Missiroli, Berardi e l'ultimo arrivato Zaza erano un lusso per la cadetteria e in A trovano un palcoscenico più adatto ai loro mezzi, mentre la sostanza delle bandiere Terranova e Magnanelli, gente abituata a lottare, dovrebbe emergere anche su un palcoscenico più impegnativo. Gran colpo l'arrivo di Marrone: testa e polmoni, contrasti efficaci, piedi e idee buone per costruire trame apprezzabilissime, ma anche l'eclettismo giusto per fare bene come difensore, avrà finalmente lo spazio che raramente trovava alla Juve. E poi il prestito di Schelotto, che vuole tornare a macinare chilometri sulla destra e a creare ottime variazioni sul tema offensive, per dimostrare di essere ancora da prima fascia. Fra tutti gli altri rinforzi, più ancora di Rossini e Kurtic il più utile sarebbe stato Acerbi, bloccato da un tumore: la speranza è che possa superare presto l'ostacolo per riscattare l'ultima annata, che ne ha messo in dubbio le chance di inserirsi fra i migliori difensori italiani dell'ultima leva. Floro Flores è punta incisiva, ma deve ritrovarsi: negli ultimi mesi a Genova è parso svuotato fisicamente e mentalmente.

                       Il neo romanista Strootman: potrebbe diventare una delle stelle del torneo

TORINO - Tantissimi movimenti, ma forse è stato più fumo che arrosto. Perché, ad esempio, la difesa ha conservato il ruvido Glik ma perso due pilastri come Gillet e Ogbonna, e sulla carta i sostituti potrebbero farli rimpiangere: Padelli non è un fulmine di guerra in porta, Bovo è reduce da due stagioni mortificanti e Moretti può fare il suo, ma non è più brillante come un tempo, in particolare se impiegato da terzino. Meglio nel mezzo, dove Bellomo porta piedi buoni, fantasia e concretezza, e poi c'è pur sempre l'impagabile Brighi a reggere le file della manovra. Le speranze di condurre in porto la salvezza con un po' di anticipo rispetto all'anno scorso sono riposte soprattutto nell'attacco, superiore come qualità complessiva agli altri due reparti: Immobile non è il giovanotto spaesato visto all'opera sotto la Lanterna nell'ultima annata e lo dimostrerà, Cerci è ormai un campione fatto e finito, esterno sgusciante, estroso, dinamico e preciso sotto porta, per nulla disposto a mollare.... l'osso della maglia azzurra.
UDINESE - Banale dirlo ma... squadra che vince non si cambia. Con la medesima spina dorsale dell'ultimo campionato, Domizzi e Danilo, Pinzi e Basta, Pereyra e Lazzari, Di Natale e Muriel, e la guida sicura di Guidolin, difficilmente i friulani resteranno lontani dall'alta classifica. In particolare, lecito attendersi da Di Natale un altro torneo monstre, perché il traguardo dei mondiali non è impossibile (anche se personalmente la ritengo una eventualità assai remota). Peccato per la consueta idiosincrasia alle coppe, un "vulnus" alla bella realtà bianconera che, oltretutto, causa nocumento a tutto il movimento calcistico italico (leggasi ranking Uefa).
VERONA - C'è un che di stuzzicante, in questo Hellas che rivede la Serie A dopo tanto, troppo tempo. Al di là della partenza col botto (le prime giornate di campionato sono spesso inattendibili, sul piano dei verdetti), il materiale per mettersi al sicuro c'è, e si può persino ambire al ruolo di mina vagante. Fra i nuovi il carisma e la generosità di Donati e il gioiello Toni, per il quale l'unica incognita è la tenuta fisica: se rinvia ancora il declino, può portare in dote una messe importante di reti, e col Milan lo ha già dimostrato. Jankovic ha lasciato Genova senza rimpianti, è giocatore tecnico e capace di giocate sopraffine ma anche di lunghissime e irritanti pause: quale versione ne vedremo al Bentegodi? Iturbe è un prospetto di cui da anni si dice un gran bene, agile fantasista tutto da verificare all'impatto col ruvido football nostrano, Donadel un portaborracce che assicura polmoni e sudore. Per il resto, del gruppo che ha portato alla promozione, c'è attesa attorno al totem difensivo Maietta, a un Albertazzi che deve recuperare il tempo perduto, ad Halfredsson e Martinho.
GRIGLIA DI PARTENZA, IN FILA PER QUATTRO - Prima fila (zona scudetto): Juventus, Napoli, Fiorentina, Milan; seconda fila (zona Europa League): Roma, Lazio, Inter, Udinese; terza fila (tranquillità): Atalanta, Parma, Cagliari, Genoa; quarta fila (salvezza senza grossi patemi): Catania, Torino, Sampdoria, Verona; quinta fila (alto rischio): Sassuolo, Bologna, Chievo, Livorno.

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO 2013/14 - PRIMA PARTE: DALL'ATALANTA ALLA LAZIO

                                         Tevez, il fuoriclasse che mancava alla Juve

ATALANTA - Sono arrivati Yepes e Migliaccio, ossia garanzia di concretezza e affidabilità (e di grande eclettismo tattico, nel caso dell'ex palermitano), e Baselli è qualcosa di più di una promessa, centrocampista in grado di dispensare geometrie e buone invenzioni, ma il vero colpo è stato la conferma dei migliori delle ultime stagioni: da Consigli a Cigarini, da Lucchini a Denis e all'ultimo arrivato Livaja. Su tutti il genietto Bonaventura, che nell'anno che conduce al Mundial avrà uno stimolo in più per far bene: rimanere nel gruppo di Prandelli e, possibilmente, varcare l'oceano... Squadra sufficientemente solida in terza linea, buon mix di qualità e quantità nella zona nevralgica, potenziale esplosivo in avanti: salvezza fuori discussione, diremmo più che altro centroclassifica con possibilità di qualche inserimento a sorpresa in zona Europa League. 
BOLOGNA - Indebolito. I vuoti lasciati dalle partenze di due colonne come Taider e Gilardino non sono stati adeguatamente riempiti: in particolare, Rolando Bianchi è un discreto fromboliere, ma neanche lontanamente paragonabile all'attaccante della Nazionale, anche se la vicinanza di Diamanti potrebbe aumentarne la produttività e l'incisività nei momenti che contano. Ecco, tutto ruota attorno ad Alino: ha il Brasile nel mirino ed è pronto a una stagione monstre, ma non potrà togliere sempre le castagne dal fuoco da solo, e in questo Bologna il rischio di predicare nel deserto è elevato. Le certezze sono Morleo, Natali, Sorensen e Konè: francamente un po' poco, se non esploderà qualcuna delle new entry di fuorivia (Cristaldo, Cech, Laxalt...). E la porta chiede un guardiano affidabile: Agliardi e Curci non lo sono mai stati, difficilmente lo diventeranno adesso. 
CAGLIARI - Calma piatta, ed è un bene. Come ci riesca non è dato sapersi, ma anche quest'anno Cellino ha trattenuto sull'isola i suoi richiestissimi gioielli. E col sempre più autoritario Astori a comandare la difesa, Nainggolan e Conti a far legna e produrre manovre plausibili nel mezzo, Sau e Ibarbo a mettere a ferro e fuoco le linee difensive avversarie, centrare una tranquilla permanenza non dovrebbe essere un problema. Con il problema stadio in via di risoluzione (si torna al Sant'Elia), l'unica incognita potrebbe essere rappresentata dalle motivazioni dei big, che magari, dopo anni a lavorare nell'ombra, avrebbero desiderato recitare su palcoscenici più remunerativi. 
CATANIA - Dura, durissima ripetere le prodezze della passata stagione. Hanno salutato la compagnia due colossi autentici come Lodi, califfo di centrocampo, e Gomez, "spariglia - carte" offensivo, mentre è saltato in extremis il trasferimento in Qatar del folletto Barrientos. I sostituti? Tachtsidis, centrale potenzialmente di gran valore ma reduce da un'annata con più chiari che scuri, e Leto, scommessa argentina. Incognite autentiche, che potrebbero sfondare ma anche trapanare l'acqua, così come un salto nel buio va considerato anche il cavallo di ritorno Maxi Lopez, sfiorito a Genova e da ricostruire psicologicamente. Plasil? Cinque - sei anni fa sarebbe stato un acquisto extralusso, oggi deve dimostrare di non aver perso lo smalto internazionale di motorino illuminato della zona nevralgica. Certo, rimangono certezze come Andujar, numero uno della rappresentativa argentina, il veterano Legrottaglie, Izco, il cervello Almiron,  il centravanti Bergessio e il citato Barrientos, ma questi ultimi gireranno sempre a mille senza i due "super" di cui si è detto sopra? La permanenza in categoria potrebbe essere più sofferta del previsto, l'Europa è stato un sogno fuggevolmente accarezzato pochi mesi fa e destinato a rimanere tale. 
CHIEVO - Anche qui, come a Cagliari, non si è praticamente mossa foglia riguardo alla composizione della rosa, però è cambiato il manico, con un Sannino ansioso di riguadagnare il terreno perduto dopo l'impasse di Palermo, della quale ha avuto peraltro poche responsabilità (con lui in panca, il rendimento dei siciliani è stato più che accettabile, il disastro si è consumato in sua assenza). Il mercato ha portato l'esterno Lazarevic, talentino di scuola Genoa da anni in rampa di lancio, e il giovanissimo attaccante Improta, anche lui in orbita rossoblù e fresco di debutto con gol nell'Under 21. Sulla carta arrivi di secondo piano, che potrebbero però ritagliarsi spazi importanti strada facendo. Per il resto si riparte dal blocco storico: Puggioni e Sardo, Dainelli e Frey, Rigoni ed Hetemaj: nulla di eccezionale, che però l'anno scorso è bastato per la salvezza, anche perché davanti Thereau e Paloschi hanno saputo mirabilmente sintetizzare la scarna produzione di gioco del complesso. Ecco, alla vena del francese e dell'ex milanista sono affidate in larga parte le chance di sopravvivenza dei clivensi. 
FIORENTINA - La squadra entra nell'orbita scudetto sulle ali di una campagna di rafforzamento sontuosa, ancorché "squilibrata", e soprattutto di un 2012/13 esaltante sul piano dei risultati e del gioco prodotto, scintillante e moderno, con Montella "mini Guardiola" nostrano. La forza è nell'attacco, che con Gomez e Rossi trova due punte di statura mondiale. A loro sostegno un centrocampo scolpito nel granito, miscela esplosiva di forza fisica e raffinatezza tecnica: Aquilani, Borja Valero, Pizarro, Ambrosini, Ilicic, roba di lusso: filtro, ordine tattico e fantasia per far decollare la manovra verso vette di assoluta qualità; in più, due esterni devastanti come Cuadrado e il ritrovato Pasqual. Campagna "squilibrata", si diceva: la difesa non pare in effetti all'altezza del resto della compagine: Gonzalo Rodriguez e Savic danno buone garanzie, ma è un po' pochino, specie pensando che dietro a loro c'è un portiere come Neto, non certo un'iradiddio. Tanto valeva tentare un recupero del buon Viviano... In conclusione: per il tricolore è ancora presto, ma è attrezzata per cominciare a respirare l'aria dei quartieri altissimi.

                                             Gomez, nuovo puntero viola
   
GENOA - L'inizio di stagione è stato oggettivamente agghiacciante, ma insisto nel mio ottimismo, perché non si può, come ha fatto la Gazzetta dello sport un paio di settimane fa, considerare "depotenziata" una compagine che ha in rosa due nazionali (Antonelli e Gilardino), uno che nel gruppo di Prandelli potrebbe starci senza scandalo (Lodi), uno che azzurro lo è stato di recente e dà ancora buona affidabilità (Gamberini), due giovani azzurrini fra i più promettenti (Perin e Bertolacci) e altri elementi di categoria che danno da sempre ampie garanzie di continuità di rendimento (Manfredini, Portanova, Matuzalem). Il ritorno di Gila e l'acquisto di Lodi sono due colpi che, li avessero messi a segno squadre di più alto rango "economico", se ne sarebbe parlato per giorni: il bomber vorrà difendere con le unghie e coi denti il posto in Nazionale, l'ex Catania è un vero e proprio uomo - squadra, un costruttore di gioco in grado di creare una quantità potenzialmente infinita di soluzioni offensive. Antonini porta esperienza e versatilità, Vrsaljiko ha fatto un precampionato eccellente, mostrando grande efficacia in copertura come negli sganciamenti. E Perin ha il carattere e la spavalderia per non risentire delle tempeste pescaresi, con in più la chioccia Bizzarri a proteggergli le spalle. Sono infine arrivati i tanto sospirati esterni alti, Stoian e Centurion, interessanti prospetti ma non certezze assolute. Liverani in panca è un azzardo, ma il materiale per migliorare ampiamente la deludente posizione dell'anno scorso c'è, eccome. A dir poco discutibile, in chiusura di mercato, la gestione del caso Gilardino (parte, non parte, vuole andare, non vuole andare: uno dei punti fermi della rosa rimasto in bilico fino all'ultimo secondo...). 
INTER - Non è da scudetto, e la campagna acquisti non è stata all'altezza di una squadra che avrebbe il dovere di cancellare le brutture dell'ultimo, orrido torneo. Gli unici arrivi di autentica sostanza sono quelli di Campagnaro e Taider, comunque gente che non porta un'impennata qualitativa autenticamente significativa. I Rolando e i Wallace, i Belfodil e gli Icardi sono classe media e nulla più, stupisce in particolare il can can mediatico attorno agli ultimi due, attaccanti normali e che devono ancora dimostrare tutto: la speranza, in tal senso, è che Milito torni in piena efficienza e che Palacio rimanga ai suoi consueti livelli, e poi che Ranocchia si riappropri delle sue misure di difensore tempista e inflessibile e che i vari Juan Jesus, Guarin e Kovacic esplodano. L'autentico fuoriclasse della compagnia è il neo trainer Mazzarri, uno in grado di trarre il 110 per cento da ogni gruppo che gli viene messo a disposizione: soprattutto in lui sono riposte le speranze di un veloce riavvicinamento ai valori di vertice del nostro calcio. 
JUVENTUS - Poco da dire: forte era, forte è ancor di più dopo questo calciomercato. Tevez è un campione autentico che dovrebbe risolvere gli imbarazzi offensivi di natura... europea della Vecchia Signora, Ogbonna e Llorente due alternative di gran lusso, in particolare l'ex torinista sgomiterà per ritagliarsi un posto al sole, essendo un altro degli azzurrabili per Brasile 2014: la vicinanza di colossi autentici del reparto come Barzagli, Bonucci e Chiellini dovrebbe favorirne una ulteriore crescita in personalità ed efficacia. Il precampionato ha portato l'esplosione definitiva del satanasso Pogba, centrocampista moderno e universale come la certezza Vidal, mentre c'è un Marchisio che deve recuperare un po' di terreno dopo una fase non felice, soprattutto sul piano della brillantezza atletica. E poi tante certezze, da Buffon e Pirlo e a Lichtsteiner, un Vucinic che accanto a Tevez dovrebbe esaltarsi e affinare la mira, Giovinco e Quagliarella pronti a cogliere scampoli micidiali. Sì, sarà difficile portarle via lo scudo. 
LAZIO - Marchetti e Candreva ripartono da una stagione mostruosa, che li ha proiettati su livelli di eccellenza assoluta. Ci sono ancora le star Hernanes e Klose, il dinamico tuttofare Lulic (l'uomo della Coppa Italia), la rivelazione Onazi, ed è arrivato il nazionale argentino Biglia, centrocampista di gran sostanza, che assieme a Ledesma va a formare una cerniera di enorme peso. Si attende il recupero del giovane e quotato Felipe Anderson, mentre sussiste qualche dubbio (confermato dal doppio cappotto di marca juventina) sulla tenuta di una difesa che, portierone a parte, si aggrappa ancora a Dias e Biava, da tempo affidabilissimi ma non eterni. In sintesi, può migliorare il piazzamento dell'ultimo anno, ma non puntare al bersaglio grosso.