martedì 14 novembre 2017

CLUB ITALIA SENZA MONDIALI: ADDIO RUSSIA 2018, UN DISASTRO NON SOLO SPORTIVO


Non è proprio il caso di minimizzare, di indorare la pillola. La mancata qualificazione dell'Italia a Russia 2018 è un evento disastroso, che solo i superficiali possono circoscrivere all'ambito prettamente sportivo. Non ha fallito solo una squadra, ma un intero movimento, con ricadute pesantissime su tutto un indotto che grazie al pallone vive e prospera. Restare fuori dal Mondiale causerà danni anche sul piano economico, in un campo di interessi vastissimo che va dai mancati introiti per sponsorizzazioni al calo di interesse del pubblico, fino alla diminuzione delle vendite di una stampa già di per sé agonizzante. Tutto questo per rendere bene un quadro che ancora non tutti hanno ben chiaro. 
ONTA - Per un Paese di grandi tradizioni calcistiche come il nostro (quattro titoli iridati, ricordiamolo), questa precoce eliminazione è una vergogna inammissibile, una macchia indelebile per un gruppo di calciatori, un allenatore, un presidente e la Federazione che tale presidente ha espresso. Certo, non è stato un fulmine a ciel sereno; possiamo anzi dire che sia la logica conclusione di almeno tre lustri di gestione sciagurata, fra vivai trascurati e uno spazio sempre più angusto concesso ai giovani di casa nostra per crescere, migliorarsi e apprendere in confronti di alto livello.
SERVIRA' A QUALCOSA? - Sono perfino stanco di scrivere cose che su questo blog sono di casa più o meno dalla sua nascita, nel 2011. E del resto le figuracce in Sudafrica e in Brasile avevano già chiaramente indicato la via: o riformare, o morire. Dopo le denunce e le polemiche a caldo, tutte le componenti del pallone italico hanno scelto la seconda via, e ora ne colgono i frutti. Nessuno è innocente, nemmeno i media, sempre poco critici nei confronti di un sistema che era chiaramente destinato a implodere. Le prospettive sono fosche: fossimo stati la Germania, o un altro Paese serio, avrei perfino messo la firma su una nostra eliminazione, che avrebbe rappresentato la garanzia dell'inizio di un processo di totale ricostruzione e moralizzazione dell'ambiente. Ma, ahimé, siamo in Italia, e temo che questa batosta lascerà troppe cose come stanno: la crisi strutturale del calcio italiano ha fondamenta solidissime e radici troppo profonde per essere estirpate in quattro e quattr'otto. Solo pochi giorni fa ho letto sul Guerin Sportivo, a firma Tucidide, di un endorsement da parte di Andrea Agnelli nei confronti di Tavecchio a prescindere dal risultato di questo drammatico playoff. E difatti le voci di corridoio parlano di un presidente federale non disposto a dimettersi, così come non si è ancora dimesso il cittì, che ha colto anche l'ultima occasione per mostrare tutta la sua inadeguatezza a un ruolo troppo più grande di lui. 
PROVA GAGLIARDA, MA IL GIOCO... - A questo punto occorre parlare di questioni strettamente "di campo", che peraltro allo stato attuale diventano un dettaglio del tutto secondario. Ventura si è giocato le sue ultime chances confermando il trend manifestatosi fin dall'inizio della stagione: smarrita del tutto la bussola tattica, smarrita anche la linea tecnica che aveva tracciato nella prima parte della sua gestione. Dopo aver aperto i cancelli di Coverciano a un gran numero di giovani virgulti (ricordo al proposito l'entusiasmo dei media a inizio 2017, laddove su queste pagine si manifestava una calibrata prudenza), ha chiuso la sua avventura aggrappandosi disperatamente al passato, a veterani in parabola discendente e a giocatori esperti che già avevano evidenziato ripetutamente la loro relativa caratura internazionale. La qualificazione è stata persa a Solna, con una gara deprimente e quasi irritante per povertà di gioco e di idee. Al Meazza, il Club Italia ha se non altro disputato un match gagliardo e volitivo, ma troppo poco lucido. L'aggressività dei nostri si è persa spesso nella prevedibilità della manovra e nell'ennesima scelta suicida: invece di tentare di forzare il bunker avversario con giocatori agili e sguscianti come Insigne, Bernardeschi ed El Shaarawy (questi ultimi due entrati troppo tardi), ci si è incaponiti nello sfruttamento delle fasce con immancabili cross alti nel mezzo dell'area, facili prede dei lungagnoni della difesa scandinava. 
SVEZIA MEDIOCRE E FORTUNATA - Abbiamo trovato un Jorginho capace di assumersi la responsabilità di pilotare la squadra nella zona nevralgica, ma il napoletano si è spento alla distanza, o forse hanno smesso di seguirlo i compagni, che nel secondo tempo sono tornati a percorrere le solite, infruttuose strade tattiche. Poi, certo, in queste ore può risultare impopolare scrivere che la Svezia la qualificazione se la sia ritrovata come un insperato dono dal cielo, più che meritarla, ma è così che sono andate le cose. Una Svezia fra le più modeste che io ricordi, senza alcun picco tecnico, che va in Russia grazie a un autogol e a una battaglia in trincea che, a Milano, ha fatto impallidire il catenaccio dei tempi d'oro.
Pur mostrando impacci e limiti evidenti nella capacità di produrre azioni lineari ed efficaci, i nostri ieri sera hanno costruito almeno otto palle gol nitide (due Immobile, due Parolo, due Florenzi, una a testa per Candreva ed El Shaarawy), da aggiungere alla tre dell'andata (Belotti, ancora Candreva e il palo di Darmian): almeno i supplementari sarebbero stati un giusto premio, ma quando si falliscono così tante occasioni occorre anche limitarsi nelle recriminazioni, senza però arrivare a dire che l'anticalcio dei nostri avversari abbia meritato di passare il turno: francamente, mi sembra eccessivo. Nonostante la buona volontà, nonostante il cuore gettato oltre l'ostacolo dei grossi limiti di una Nazionale sbagliata, non è arrivato il guizzo della squadra di grande tradizione, quel guizzo che, nello spareggio del '97, ci consentì di avere la meglio su una Russia più forte della Svezia attuale; quello che ha consentito di salvare la ghirba ad altre grandi "malate" coinvolte nei passati playoff mondiali o europei (a Francia, Spagna e Olanda è capitato più di una volta, la Germania ci passò nel 2001, e tutte alla fine centrarono l'obiettivo). 
LA NAZIONALE PRIMA DEI CLUB - L'ultimo triennio azzurro ha mostrato chiaramente quanto conti il trainer, per una squadra con tanti buoni giocatori ma nessun campione assoluto. Conte aveva portato una truppa discreta ma non irresistibile a sfiorare la semifinale di Euro 2016; per questo non bisogna avere remore nel dire che, pur fra i tanti mali che affliggono il nostro calcio, la responsabilità di Ventura in questa disfatta è altissima, direi svettante su altri fattori. Si deve ricominciare da un coach esperto a livello internazionale e carismatico; si deve tornare, possibilmente tramite una nuova presidenza federale, a ristabilire le gerarchie calcistiche nel Paese: la Nazionale viene prima dei club, è la vetrina di un movimento e la cartina di tornasole del suo stato di salute; da troppo tempo viene invece vissuta come un fastidio dagli addetti ai lavori e, ciò che è più grave, da molti tifosi. E i ragazzi emergenti, le promesse? Nel Club Italia, a questo punto, ci arriveranno per sfinimento: l'addio di Buffon, Barzagli e De Rossi ha chiuso definitivamente il capitolo di un titolo mondiale, quello del 2006, che rappresentava un patrimonio inestimabile su cui ricostruire un football minato da Calciopoli, e che invece è stato assurdamente archiviato e dimenticato con troppa fretta. Come chiocce per il gruppo bastano e avanzano Bonucci e Chiellini. Finalmente i Rugani e i Caldara, i Conti e i Cristante, i Benassi e i Bernardeschi avranno modo di giocare, sbagliare, imparare e migliorare. 

giovedì 12 ottobre 2017

IL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL DI SANREMO 2018: BAGLIONI ABOLISCE LE ELIMINAZIONI. ARMA A DOPPIO TAGLIO: FUNZIONERA' SE ARRIVERANNO I GRANDI NOMI


Con la pubblicazione del regolamento sul sito ufficiale, avvenuta ieri sera, la preparazione di Sanremo 2018 entra nella sua fase calda, ed era anche ora, mi permetto di aggiungere. Il format del Festivalone non presenta, relativamente alla struttura della gara, novità sconvolgenti e rivoluzionarie, nel senso di cose mai viste prima nella ormai lunghissima storia della rassegna. Ci sono però modifiche sostanziali rispetto alle consuetudini degli ultimi anni. La mano del neo direttore artistico Claudio Baglioni si è fatta sentire, senza dubbio, e le innovazioni da lui portate potrebbero risultare assai più incisive di quanto si sia ora indotti a pensare. 
ELIMINAZIONI AL BANDO - Permane la suddivisione in due gironi, Campioni e Nuove proposte; i primi dovrebbero essere venti (come si era stabilito l'anno scorso, quando poi lievitarono a ventidue), i secondi saranno otto, scelti con le identiche modalità delle ultime edizioni. La svolta, rispetto al passato recente, è che non ci saranno più eliminazioni: tutti i cantanti che inizieranno il Festival, in entrambe le sezioni, lo porteranno a termine, arrivando fino a venerdì (i giovani) e fino a sabato (gli artisti affermati). Non è una rivoluzione, dicevamo, perché è già avvenuto diverse volte nel cammino di Sanremo: le ultime due furono nel 2003, un'edizione targata Baudo, bella ma non fortunata sul piano degli ascolti tv, e nel 2004 di Tony Renis, quando però esisteva un listone unico di ventidue concorrenti, senza distinzioni di età o anzianità di carriera.
E' in questa scelta che emerge nitidamente la linea editoriale di Baglioni, il quale si fa in un certo senso portavoce di tutta una categoria. Non si dice da tempo immemore che l'élite dei cantautori italiani (ma non solo loro) ha sempre guardato con sospetto il Festival proprio per l'esasperazione del concetto di competizione? Ebbene, arriva un cantautore, uno dei più prestigiosi, prende le redini del carrozzone e limita sensibilmente la gara, che per quanto riguarda i Big sarà in pratica confinata alla sola serata finale, riservandosi per le quattro precedenti un solo momento di pathos: al termine della terza, quando verrà resa nota una classifica parziale dei venti brani sulla base delle votazioni raccolte con le prime esibizioni (tutti insieme la prima sera, dieci la seconda, altri dieci la terza). 
FELICI GLI ADDETTI AI LAVORI - L'idea del buon Claudio è stata semplice: salvaguardare comunque l'essenza del Festival, che senza concorso canoro non avrebbe ragione di esistere, diventerebbe un'altra cosa senza più alcun legame con la tradizione, ma comunque attenuarne l'impronta fortemente agonistica. L'obiettivo dichiarato è quello di rendere Sanremo simile ad altri eventi di cultura popolare come, ad esempio, i festival del cinema e i festival letterari; una "evoluzione", quest'ultima, di cui si parla da più di quarant'anni, e proposte in tal senso furono lanciate già all'inizio dei Settanta, quando si cercava di trovare strade alternative per un evento che cominciava a manifestare i segnali di una profonda crisi. Una svolta in senso "alto" da tempo e da più parti auspicata, e che ora si concretizza, almeno sulla carta: a occhio e croce saranno strafelici cantanti, discografici (e infatti la FIMI ha già esternato la sua soddisfazione) e critici giornalistici. Bene per le prime due componenti, perché senza artisti e senza industria di settore la kermesse non si può fare se non rinunciando a una buona fetta di qualità, trascurabile il terzo aspetto, perché la sensazione è che molti commentatori abbiano sempre preteso da Sanremo un qualcosa che non è mai stato nel suo Dna. 
RICORDARSI L'ESSENZA LEGGERA DEL FESTIVAL - Questo è un punto dolente: Sanremo è sfida tra cantanti, è leggerezza, è quel pizzico di glamour che non guasta mai: ma nelle maglie di un canovaccio prettamente commerciale, volto a spingere il mercato e il successo dei partecipanti, a lanciare e rilanciare carriere, ha spesso e volentieri saputo trovare lo spazio per proposte originali e di ottimo livello compositivo. La mini-rivoluzione made in Baglioni rischia di farne un evento che piace solo agli addetti ai lavori e meno al grande pubblico. E non credo aiuterà il peso enorme, direi eccessivo, attribuito dal regolamento alla giuria della sala stampa, che voterà tutte e cinque le serate. Non sono nemmeno convinto che i vertici della Rai abbiano sposato in toto questo cambiamento, ma non potevano neanche opporsi più di tanto: hanno voluto fortemente il cantautore romano, e ora... se lo tengono, con tutte le sue ferree convinzioni. Del resto, lo ripetiamo, una struttura di gara come quella che vedremo a febbraio Sanremo l'ha già avuta, a grandi linee, ed è sopravvissuto: oltre alle edizioni citate, ce ne sono state altre in cui le eliminazioni prima della finalissima hanno riguardato solamente la sezione dei volti nuovi, il che non è che regalasse poi tutta questa gran suspense al pubblico, interessato soprattutto alla sfida fra i grossi nomi. 
SALVARE L'AUDIENCE COI GRANDI NOMI - Il problema è che, eccezion fatta per le ultime due rassegne allestite da Fabio Fazio (2013 e 2014), dal 2009 in poi la competizione è stata un must della manifestazione, a volte ferocissima come nel quadriennio di Gianmarco Mazzi (2009-2012), che portava in finale solo dieci big, altre volte più annacquata come sotto la gestione Conti, quando alla serata conclusiva si sono comunque presentati sempre sedici partecipanti. Ecco perché l'azienda di viale Mazzini deve mettere doverosamente in preventivo un calo di ascolti: il popolo dei teleutenti si abitua infine ai cambiamenti, ma ha bisogno di tempo. Un tale handicap sarebbe compensato solo dalla presenza, in concorso, di una manciata di personaggi di altissimo profilo, e questo è l'altro obiettivo, più velato ma neanche tanto, che Baglioni si è posto: una competizione più serena e meno stressante, con l'effetto - vetrina amplificato (tutti in finale, quindi passaggi televisivi a go go), dovrebbe sciogliere le riserve di cantanti che all'Ariston non si sono mai fatti vedere, o l'hanno fatto di rado, magari come ospiti. Non parlo, si badi bene, solo del cantautorato storico, ma pure di tanti recenti protagonisti delle hit parade. Un contributo in tal senso dovrebbe darlo la seconda innovazione, forse la più importante per un innalzamento del tono qualitativo dello show: il limite di durata dei brani è stato portato a quattro minuti, decisamente più umano dei tre e mezzo per i Campioni e dei tre per i giovani in vigore l'anno scorso. 
MUSICA AL CENTRO: MENO SOVRASTRUTTURE INUTILI? - In sintesi, meno lacci e lacciuoli e più "spazi di manovra" per chi volesse mettersi alla prova in Riviera. Un messaggio lineare e diretto, quello dell'autore di tanti evergreen della canzone italiana: "Hanno voluto un cantautore alla guida del Festival, e allora la musica sarà al centro del Festival", ha dichiarato ieri al Tg1. Lo speriamo,  e se ciò dovesse portare anche a un taglio di ospiti inutili e fuori contesto, ben venga. Tutto questo giustifica anche la scelta dell'abolizione della serata delle cover, che ormai, del resto, da almeno un paio di anni mostrava pericolosamente la corda, senza dimenticare che dopo l'isolato exploit di Nek con "Se telefonando" nel 2015, nessun'altra riproposizione di pezzi celebri ha saputo ottenere analogo consenso. Meglio allora il ritorno all'happening dei duetti che, con l'appeal garantito dalla presenza di Baglioni e con quello, auspicabile, di nomi di gran richiamo in concorso, potrebbe portare sul palco una buona dose di star e di performance d'effetto, tali da rivitalizzare la serata più tradizionalmente fiacca della settimana ligure. 

martedì 10 ottobre 2017

MONDIALI 2018: ITALIA DALL'ALBANIA AI PLAYOFF. EQUIVOCI TATTICI DA CHIARIRE, CENTROCAMPO DA RICOSTRUIRE, GIOVANI DA RILANCIARE


Un mese di tempo per riordinare le idee e capire quanto valiamo davvero. In questo senso la trasferta albanese non ha contribuito a rischiarare l'orizzonte: le nubi, sull'immediato destino del calcio azzurro, rimangono dense e fosche. Certo, il bilancio del viaggio a Scutari va considerato comunque positivo, perché ha portato l'unica cosa che contasse in questo momento: una vittoria, fondamentale per il posizionamento nel tabellone dei playoff e ancor più importante per il morale della truppa. Quest'ultimo aspetto, per la verità, era già stato sottolineato dopo l'1-0 a Israele, che invece mentalmente non risolse un bel niente, tanto che poi è arrivato l'orrido pareggio torinese in salsa macedone... 
L'EQUIVOCO DEL CENTROCAMPO - Ciò significa che ridurre l'impasse attuale a un blocco psicologico derivante dalla batosta madrilena è fuorviante e pericoloso, perché racconta una verità solo parziale. Ad esempio non si può tacere sui perduranti equivoci tattici che gravano su questo Club Italia. Ci sono modi e tempi adatti a fare le cose, e questa non è certo la fase storica ideale per insistere su un modulo di partenza, il 4-2-4, che finora, nelle gare decisive, ha drammaticamente mostrato la corda: pochi risultati e gioco latitante. Si approssima il doppio spareggio, che rappresenterà uno snodo cruciale non solo per Ventura e per il suo gruppo, ma per tutto il movimento calcistico italiano: ciò che accadrà a novembre condizionerà, nel bene e nel male, lo sviluppo del nostro football negli anni a venire. E dunque, in certe circostanze cruciali occorre mettere al bando sperimentalismi perniciosi e futuristici, bisogna solo "scollinare". 
Alle corte: non si può continuare a consegnare sistematicamente il centrocampo agli avversari. La linea Parolo - Gagliardini è stata la più grande sconfitta di questo grigio dittico di gare azzurre: pressoché inesistenti in fase di impostazione, messi ai margini della partita a Torino, a Scutari i due sono se non altro emersi per il discreto lavoro di "rottura", ma è chiaro che non basta, non può bastare. Nel mezzo ci vogliono teste pensanti, ci vuole una presenza più fitta anche numericamente, perché affidare le chiavi della manovra ai soli rilanci di Bonucci e Chiellini significa precludersi autostrade tattiche fondamentali e facilitare il lavoro di "neutralizzazione" da parte degli avversari. 
CANDREVA TITOLARE FISSO - Chiaro che, in un tale contesto, diventa centrale anche il discorso sugli assenti. Con i rientri di Verratti (soprattutto), di De Rossi, direi anche di Florenzi, le cose là nel mezzo dovrebbero cambiare in meglio, sempre se ci si deciderà a sposare un assetto più razionale. E in meglio sono decisamente cambiate, dalla trequarti in su, col ritorno di Candreva: a Modena con Israele fu in pratica il solo animatore del gioco offensivo dei nostri, ieri sera ha avuto meno guizzi ma ha risolto la partita, e scusate se è poco. L'interista in Nazionale ha raramente deluso, è uno che in un modo o nell'altro un posto nell'undici di partenza deve sempre trovarlo, nella situazione attuale. 
BUIO TECNICO: ERRORI A GO GO - Per il resto, si è visto un leggero miglioramento rispetto a venerdì, ma ci voleva davvero poco. Resta elevatissima la percentuale di errori tecnici: tocchi e passaggi sbagliati, tiri sbilenchi o "telefonati" a vanificare giocate anche pregevoli; in questo senso, ieri si sono messi in particolare evidenza Insigne ed Eder. Ha sbagliato molto, in fase di conclusione, anche Immobile, che però ha il pregio di cercare sempre e comunque la porta e di cavar fuori palle gol anche dalle situazioni più intricate; pure lui rimane fondamentale, soprattutto se si dovranno affrontare gli spareggi novembrini senza Belotti. Poco altro da segnalare, se non, appunto, il "tanto fumo e poco arrosto" di Eder ed Insigne e la scarsa precisione dei due esterni bassi soprattutto negli sganciamenti, anche se Spinazzola ha comunque estratto dal cilindro il.. coniglio dell'assist vincente a Candreva, con un traversone da terzino vecchio stampo. Ma lui e i tanti nuovi di questo gruppo devono dare di più, molto di più.
INUTILE RIMPIANGERE IL PASSATO - Possono farlo perché, ne rimango convinto, quest'ultima generazione azzurra, quella inserita nel Club Italia da Ventura pescando dalle più recenti Under 21, non è così modesta come è apparsa in campo nelle ultime uscite e come viene dipinta da troppi osservatori e tifosi nostalgici del "bel tempo che fu". Risulta del tutto sterile, in questo momento, voltarsi indietro e rimpiangere Nazionali piene di campioni, anche perché poi bisognerebbe avere il coraggio di leggerla tutta e per bene, la storia. Gli eroi di Spagna '82 conclusero il loro girone eliminatorio, nell'autunno 1981, in pieno declino, all'insegna del non gioco, e arrivarono secondi dietro la Jugoslavia, un piazzamento che però, all'epoca, garantiva la qualificazione diretta senza bisogno di passare dagli spareggi. Il gruppo "de luxe" messo insieme da Sacchi, quello di Maldini, Baresi, Albertini, Signori e i due Baggio, nel '93 dovette soffrire fino all'ultima gara per estromettere il Portogallo (di buona qualità, ma meno competitivo del Portogallo attuale); e nel '98, la squadra dei veterani Maldini, Costacurta e Albertini, di Peruzzi, Di Matteo, Vieri, Del Piero, Zola e Ravanelli, fu anch'essa costretta a un drammatico playoff con la Russia. Ogni tanto rileggere il passato è salutare, se lo si fa con le lenti adatte...
GIOVANI CHE VALGONO - Con ciò non voglio dire che gli azzurri attuali siano dello stesso livello di quelli citati, mentirei a me stesso e ai lettori. Ma, ripeto, non sono degli oscuri pedatori senza arte né parte. Ho visto fare cose eccellenti a Rugani e a Romagnoli, a Caldara e a Spinazzola, ad Andrea Conti e a Bernardeschi, a Zappacosta e a Pellegrini: hanno solo bisogno di tempo e di esperienza, esperienza che per loro è difficile acquisire in un contesto radicalmente diverso da quello degli anni Ottanta e Novanta, un contesto in cui i giovani del vivaio sono circondati da sfiducia e faticano terribilmente a trovar spazio in formazioni di club imbottite di stranieri. E sinceramente spiace leggere giudizi sferzanti come quello di Costacurta su Rugani (lo potete trovare a questo link): l'ottimo Billy dovrebbe ricordare certe sue prestazioni a dir poco tentennanti agli esordi in azzurro, tipo quella contro la Svizzera a Cagliari nel 1992... Come si ebbe pazienza con lui, è giusto averla col giovane difensore juventino, che ha i mezzi per fare una carriera di spessore e che comunque, venerdì all'Olimpico-Grande Torino, non mi pare si sia macchiato di errori marchiani, al di là di una certa prudenza dettata dalla situazione delicata in cui la squadra si era cacciata.
GENERAZIONE DA 6,5 - Il problema, semmai, è che al momento non abbiamo campionissimi in pectore, di quelli che possono risolvere partite bloccatissime con un guizzo, un'invenzione, un'alzata di ingegno. Il Baggio o il Pirlo della situazione, per intenderci. Chi, oggi, potrebbe ad esempio "vincerci" una gara trasformando una punizione? Forse il solo Insigne, ma quello del Napoli, però... E' dunque, al momento, una generazione da 6,5, ma che, ripeto, ha ottimi margini di crescita in molti dei suoi rappresentanti. I problemi più gravi, da settembre in poi, sono stati altri: scelte strategiche sbagliate da parte del cittì, défaillance di veterani, infortuni di uomini chiave, e poi, certo, un blocco psicologico: alla vigilia del Bernabeu si era forse formata la convinzione inconscia di aver già, al termine della stagione corsa, quasi completato un percorso di crescita che era invece appena a metà strada; la Spagna ci ha fatti cadere da un piedistallo ingiustificatamente troppo alto, e dopo cadute così rovinose bisogna rimettere in discussione ogni cosa. Staccare la spina agonistica e riflettere per qualche settimana farà bene a tutti; nel frattempo, è auspicabile che i nostri giovani "incompresi" possano mettere nelle gambe i minuti che mancano per un rendimento atletico accettabile. A novembre il calcio italiano si gioca una buona fetta del suo futuro: se esiste un momento in cui occorre remare tutti dalla stessa parte, ecco, quel momento è arrivato.

sabato 7 ottobre 2017

NAZIONALE: CLUB ITALIA AL BUIO. SQUADRA SENZA GIOCO E SENZA IDEE, MONDIALE A RISCHIO


La prima cosa da fare è entrare nell'ordine delle idee che, avanti di questo passo, il Mondiale russo è destinato a restare una chimera. E che per evitare tale drammatica eventualità occorre cambiare registro: subito, già da lunedì. Destino beffardo: una delle fasi più critiche nella storia recente della Nazionale italiana da risolvere nel giro di pochi giorni, fare in 72 ore ciò che non è riuscito in più di un anno. La situazione è molto più allarmante di quanto si creda: perché questa Italia dall'encefalogramma piatto, se tale rimarrà, rischia di subire molti danni anche dall'Albania di Panucci, più forte della modesta Macedonia di ieri, con la conseguente eventualità di doversi aggrappare agli scivoloni altrui per restare nel novero delle migliori seconde e non dover rinunciare al barrage. Avvilente, non trovate?
Come si sia potuti giungere a tal punto non è facile capirlo. L'elemento chiave è per me, e non lo scrivo da oggi, la figura del Commissario Tecnico. Ventura ha mostrato fin qui limiti enormi nella gestione del gruppo sul piano tattico, psicologico e della scelta degli uomini. Ha sbagliato clamorosamente l'impostazione complessiva delle due gare che non doveva sbagliare, quelle con la Spagna (battibile, lo ribadisco, come aveva dimostrato Conte a Euro 2016), e dopo il capitombolo di Madrid ha perduto il polso della squadra. Non si può prescindere da questo punto di partenza per analizzare una curva involutiva che poi, ovvio, ha anche altre radici. Certo, i forfait di figure chiave come De Rossi, Verratti e Belotti (più Candreva rimasto in panca) non aiutano, così come la drammatica assenza di ricambi all'altezza, non per carenza di ragazzi validi, quanto per il loro scarso minutaggio nelle squadre di club, con conseguenti grossi limiti atletici e di tenuta. Il decadimento qualitativo del football italico non può valere come giustificazione per partite come quella di poche ore fa, perché anche l'Italia di questo delicato momento storico dovrebbe essere in grado di regolare senza patemi, fra le mura amiche, una Macedonia volitiva, grintosa, organizzata ma sostanzialmente modesta, al punto da aver concesso ben quattro palle gol alla dimessa Azzurra del primo tempo; e a proposito di nostri giocatori panchinari nelle società di appartenenza, giova ricordare che a Torino ha giganteggiato Pandev, il quale nel Genoa gioca poco (anche per motivi di età) e quando lo fa non sempre si copre di gloria. 
Diciamocelo: l'1-1 dell'Olimpico non è in alcun modo giustificabile. E non si presta nemmeno ad analisi profonde, per il vuoto tecnico che ha mostrato: fin dall'inizio è emersa lampante la pochezza dell'undici schierato da Ventura, in particolare l'assoluta inconsistenza dell'asse centrale Parolo - Gagliardini, a corto di idee e di personalità. Ma anche dalle fasce sono arrivate pessime notizie, con Darmian e Zappacosta impegnati a correre a vuoto, e in particolare con il neo acquisto del Chelsea lontano anni luce dall'efficace incursore ammirato contro Israele. In avanti, l'atteso Verdi ha regalato un paio di luminarie e poco altro, e Immobile ha avuto pochi palloni giocabili (uno dei quali trasformato in assist - gol per Chiellini), anche perché Insigne è rimasto imprigionato nel copione azzurro che troppo spesso gli abbiamo visto recitare: velleitarismo, tiri fuori misura, grosse difficoltà nel saltare l'uomo. Se poi il "cervello aggiunto" del gioco italiano, quel Bonucci che solitamente rappresenta uno dei perni della manovra per la sua capacità di ribaltare il gioco con precisi lanci lunghi, porta in Nazionale i disagi manifestati nel Milan, non si può che dire: piove sul bagnato. E sinceramente la crisi dell'ex juventino sta rappresentando un imprevisto per tutti, per il cittì così come per il coach rossonero Montella: non era ragionevolmente lecito pensare che il cambio di casacca lo disorientasse a tal punto. 
In ogni caso, sarebbe bastata un'Italia formato Israele per portare a casa la pagnotta senza troppe difficoltà; ma un mese fa, particolare non trascurabile, c'era Candreva, che da solo creò il 90 per cento del volume offensivo dei nostri. Gli azzurri di Torino, semplicemente, non sapevano da dove cominciare per imbastire autentiche situazioni di pericolo in avanti. Tali irritanti dimostrazioni di non gioco, solitamente, tendono ad amplificare i limiti di talento dei singoli, e così, puntualmente, i nostri sono parsi alla stregua di pedatori di basso livello: ma i Darmian, i Parolo, gli Insigne non sono così mediocri; e non lo è nemmeno Bernardeschi, il cui ingresso in campo non ha implementato di una virgola l'incisività dei nostri. Lo stesso Rugani, che pure è stato fra i pochi a non demeritare, sa certo essere più coraggioso e propositivo, laddove ieri si è limitato al piccolo cabotaggio, restando rintanato a presidiare un reparto che, nella ripresa, cominciava a sbandare vistosamente. Il florilegio di lanci e tocchi sbagliati, palle perse, conclusioni senza capo né coda, contrasti sistematicamente persi con gli avversari forniscono un quadro da allarme rosso, senza nemmeno più l'alibi della "stagione appena iniziata"; gli altri corrono e sono sul pezzo: persino, lo ripetiamo, il declinante Pandev. 
Cosa succederà, adesso? Dato ovviamente per scontato che la fase di qualificazione verrà portata a termine da Ventura, al momento non esiste margine per cambi radicali di rotta. Occorre solo recuperare alcuni dei titolari prima citati, perché in situazioni come questa non c'è più spazio per esperimenti che, oltretutto, lasciano il tempo che trovano. Tanto per fare un esempio, non riesco a trovare ragioni valide all'utilizzo (ma anche alla convocazione) di un Cristante, ragazzo promettente e in crescita, ma che può mettere sul piatto solo una manciata di buone partite con l'Atalanta, dopo anni di delusioni e occasioni mancate. Non sono sicuro che così si favoriscano la maturazione dei giovani e il loro inserimento in gruppo, non è con una formazione priva di certezze e di esperienza che è possibile superare lo scoglio albanese e quello degli spareggi. Se usciremo indenni dal mese di fuoco che ci aspetta, occorrerà poi porsi più di un interrogativo, anche sulla conduzione tecnica della squadra. Ma ci sarà modo di riparlarne. 

venerdì 29 settembre 2017

IL GENOA RESTA DI PREZIOSI. MA ORA IL JOKER DEVE TORNARE OPERATIVO: NON C'E' PIU' TEMPO DA PERDERE

                                                Enrico Preziosi: è ancora in sella

Tre mesi di attese, speranze, dubbi e illusioni: tutto finito in una bolla di sapone. Niente di fatto: ma quale Gallazzi, quale Anselmi, quali fondi di investimento, il Genoa era e rimane nelle mani di Enrico Preziosi. Ieri, al momento della fumata nera, di primo acchito  ho pensato che fosse volata via una grandissima occasione, una di quelle che difficilmente si ripresenteranno. Ma si trattava di una sensazione. E del resto, in questa storia, noi comuni mortali, noi semplici osservatori non esperti di economia, non possiamo che affidarci alle sensazioni, anche se magari dettate dal buonsenso: perché di questa trattativa non abbiamo saputo, non sappiamo e non sapremo mai tutta la verità. Legittimo, da parte dei due contraenti, che hanno sottoscritto un patto di riservatezza e ad esso si atterranno senza lasciar trapelare gli elementi salienti; ingiusto verso il popolo rossoblù, perché quanto avvenuto in queste lunghe settimane ha pesato, eccome, sulla pelle del Grifo, intesa come sostenitori ma soprattutto come squadra: una squadra fragile e allo sbando, messa in secondo piano (questa è stata l'impressione) da una società in tutt'altre faccende affaccendata, guidata in panchina da un nocchiero incerto, confinata in fondo alla classifica dal non gioco, dagli equivoci tattici, dalla sfortuna che in queste tormentate lande non manca mai. 
Occasione persa? Pericolo scampato? Non lo so e non posso saperlo. Troppi in queste ore sbandierano certezze gratuite in un senso e nell'altro, mentre la stampa ha perso l'ennesima occasione per riguadagnare terreno nella classifica della credibilità, non riuscendo a far comprendere per bene i termini della questione, il reale stato di salute del Genoa (precario sì, ma quanto?) e le reali potenzialità finanziarie degli aspiranti nuovi proprietari. C'è stata solo tanta confusione. Vista col senno di poi, si può dire che la conclusione fosse prevedibile. Da profano chiedo: è così che ci si muove per rilevare un'azienda? La famiglia Garrone, anni fa, ha ceduto la Sampdoria nel riserbo più assoluto, rendendo noto il tutto a cose fatte. Per il Genoa la trattativa è stata quasi pubblica: notizie (ma più che altro voci) pressoché quotidiane, conferme, smentite, dichiarazioni di Preziosi, di Gallazzi, di Anselmi, tante, troppe parole. 
L'attuale patron ci ha messo del suo, confermando la sua idiosincrasia a una comunicazione equilibrata e serena. Si è esposto fin da subito, nel luglio scorso, quando il titolo "Ho venduto il Genoa" campeggiò sulle prime pagine delle principali testate, anche se le sue dichiarazioni erano state forse un po' "forzate" nell'interpretazione giornalistica; poi la frase "Dalla prossima intervista non sarò più il presidente del Genoa", parole portate via dal vento. E addirittura un comunicato ufficiale apparso sul sito della società di Villa Rostan, il 7 settembre (il compleanno del Grifone...) in cui si precisava che, da quel momento, qualsiasi ulteriore aggiornamento in merito alla trattativa sarebbe stato fornito "esclusivamente attraverso comunicati congiunti" delle due parti, dopodiché, puntualmente, sono continuate le dichiarazioni "disgiunte", a turno, di Preziosi e di Gallazzi. Un gran polverone, una montagna che ha partorito il topolino. 
Amen, capitolo chiuso. Non sapremo mai se saremmo divenuti miliardari, o se la Sri Group sarebbe stata solo un palliativo, o peggio. E a questo punto è perfino meglio non saperlo, anche se mi riesce difficile pensare che un personaggio del calibro finanziario di Beniamino Anselmi si sia messo in gioco in questa avventura senza avere mezzi solidi alle spalle. Poi nel mondo degli affari tutto può essere, ma insomma...  Adesso c'è ancora il Joker, che continua a dire di voler comunque vendere, che si è fatto due conti e ha stabilito che a questo giro non conveniva né a lui né alla società. La ricerca di un acquirente prosegue tramite un advisor, ma ci sono acquirenti che vogliono accollarsi una tale patata bollente?
Perché il Genoa non sta bene, i debiti, lo abbiamo capito, sono tanti, anche se i media faticano a mettersi d'accordo sulla cifra esatta. E non solo loro, perché proprio le divergenze di vedute nella valutazione del monte debiti parrebbero essere state decisive nel mandare a carte quarantotto l'operazione. Ma anche in questo caso il condizionale è d'obbligo... Le più recenti sessioni di calciomercato dimostrano che la dirigenza deve muoversi entro paletti ben precisi; il destino sembra quello di continuare a vendere i pezzi migliori (con questi chiari di luna, pensare a Pellegri come futura bandiera è utopistico), mentre in entrata bisogna affidarsi più che altro all'intuito nello scovare giovani di prospettiva, ma in questo senso ci sarebbe da migliorare il settore scouting, che nell'ultima stagione non si è coperto di gloria.
Abbiamo Preziosi, adesso, e gli orizzonti sono oscuri. Perché la "piazza" è rimasta scottata da questa mancata cessione; se prima le simpatie per il presidente erano ai minimi storici, ora rischiano di andare sottozero. Il patron e il popolo rossoblù vivono da separati in casa ormai da tempo (diciamo dal pasticciaccio della mancata licenza Uefa, che io stesso non gli ho perdonato e mai gli perdonerò), questa estenuante trattativa finita nel nulla non potrà che raffreddare ulteriormente i rapporti. 
Preziosi non riguadagnerà mai il favore di gran parte dei tifosi, ma a questo punto è chiamato ad adottare tutta una serie di comportamenti. Riavvicinare la società alla squadra, prendere in mano la situazione tecnica dando a Juric tutto il sostegno possibile o liquidandolo al più presto, se continuerà a deludere; dare adeguato potere operativo al direttore sportivo, facendone una figura centrale e influente anche nei rapporti con le istituzioni calcistiche; e soprattutto mettere sul piatto il gruzzolo necessario a migliorare la situazione debitoria, riacquisire la suddetta licenza e poi, a gennaio, puntellare una rosa non certo scarsa (Perin, Izzo, Laxalt, Veloso, Bertolacci, Lapadula, Pellegri... Non scherziamo) ma evidentemente costruita male in determinati ruoli. 
Non è questione di fare i conti in tasca al proprietario: quelli auspicati sono atti di cui il Genoa ha bisogno da tempo, fondamentali per restare a galla in maniera quantomeno dignitosa, in attesa che arrivi (chissà quando) un nuovo aspirante acquirente il più possibile serio e "capiente". Preziosi ha sbagliato tantissimo, in questi ultimi anni, ma rimane un ottimo imprenditore: sa fin troppo bene che mettere nei guai il Grifone comprometterebbe anche la sua credibilità di uomo d'affari. Siamo dunque a una nuova ripartenza: Prez ha scelto consapevolmente di giocare col fuoco, di operare in un ambiente profondamente ostile con il dovere (morale, ebbene sì) di rinvigorire club e squadra. Ce la farà? 

lunedì 25 settembre 2017

VERSO SANREMO 2018: BAGLIONI "ANIMA IN GIOCO", DIRETTORE ARTISTICO E "CAPITANO CORAGGIOSO" SUL PALCO

                                              Baglioni "firmerà" Sanremo 2018

E' stato un "parto" lungo e laborioso, forse persino doloroso, anche se non sapremo mai tutto ciò che è accaduto in questi mesi nelle segrete stanze Rai fra dubbi, ansie, trattative più o meno sfiancanti. Di certo c'è che la notizia è finalmente ufficiale: Claudio Baglioni sarà "l'anima in gioco" di Sanremo 2018, per parafrasare il titolo di un suo album del '97 (legato, non a caso, alla sua prima esperienza da personaggio tv, "Anima mia" con Fabio Fazio): direttore artistico e "capitano", com'è stato definito dal comunicato di viale Mazzini, della squadra che animerà sul palco dell'Ariston il Festivalone numero 68. Più che capitano, direi "capitano coraggioso", in onore a un'altra più recente passeggiata del prescelto sul piccolo schermo, quella accanto al collega Morandi. 
L'INUTILE CORSA ALLO SCOOP SANREMESE - Negli ultimi giorni era quasi diventato un segreto di Pulcinella, ma solo ora c'è la notizia, ossia l'incarico con tutti i crismi. Da settimane i media italiani erano in preda a una fregola da scoop francamente sproporzionata e fuori luogo: si è arrivati al fatidico titolo "manca solo la firma", espressione che viene sovente usata negli articoli dedicati al calciomercato per descrivere fantomatici trasferimenti di campionissimi destinati poi a sfumare in extremis. Se l'annuncio, il fatidico "habemus Baglioni", è arrivato solo oggi, nell'ultimo lunedì di settembre, significa che non tutto era così scontato, che ci sono stati diversi particolari da limare e mettere a punto, e soprattutto, ritengo, più di una remora da parte del cantautore romano, per la delicatezza dell'impegno e per il fatto di doversi cimentare anche come padrone di casa di un evento catodico colossale, esperienza inedita per lui. Sempre meglio questi sfiancanti rumors, comunque, rispetto a quelli messi in circolo da chi aveva dato per certo il quarto Festival targato Carlo Conti, notizia del tutto improbabile (il diretto interessato aveva detto e più volte ribadito che stavolta Sanremo era fuori dai suoi programmi) puntualmente ripresa e rilanciata da un'infinità di testate. No comment. 
GRAVE RITARDO - Sanremo 2018 trova dunque il suo deus ex machina alle soglie del mese di ottobre, con un ritardo che rimane grave, incomprensibile e solo parzialmente giustificabile dai tempi lunghi con cui si sta pervenendo alla firma della convenzione fra l'ente tv di Stato e il Comune ligure, documento fondamentale per lo svolgimento della manifestazione. Per carità, si sapeva benissimo che la successione all'anchorman toscano sarebbe stata complessa e da gestire coi piedi di piombo, alla luce degli ottimi risultati conquistati in termini di audience e, tutto sommato, anche sul mercato discografico; ma proprio per questo, la patata bollente Festival era da prendere di petto già pochi giorni dopo la fine dell'ultima edizione, per preparare in tempo utile una soluzione "forte", in grado di reggere il confronto con un così ingombrante passato. 
La soluzione è stata forse trovata, perché il nome è di notevole impatto, ma intanto si son perduti mesi preziosi; e non sono io a dirlo, visto che il direttore generale Rai Mario Orfeo affermò a fine giugno, in occasione della presentazione dei palinsesti Rai autunnali: "Su Sanremo stiamo cominciando a lavorare adesso". Già troppo tardi all'epoca, e nel frattempo son trascorsi altri novanta giorni. Rimangono quattro mesi per lavorare sulla rassegna, in programma dal 6 al 10 febbraio: sarebbero stati considerati pochi già per un Festival anni Ottanta o Novanta, figurarsi oggi, con la manifestazione che è diventata un evento kolossal, una produzione che va ben oltre la mera passerella di canzoni inedite e che richiede dunque un allestimento lungo, accurato, certosino, irto di difficoltà. 
PIU' DEFILATO RISPETTO A MORANDI - E' dunque il momento di mettersi al lavoro. Sul piano della competenza in tema di sette note e di spettacoli musicali, non sono lecite riserve sul professionista prescelto. Le perplessità su Baglioni riguardano semmai il citato ruolo di "capitano", sul palco, di un drappello di presentatori - copresentatori - collaboratori vari, ancora tutto da definire; perché in molti hanno fatto paragoni con un altro cantante che ha recentemente indossato i panni di cerimoniere al Festival, ossia Gianni Morandi, ma va ricordato che quest'ultimo aveva comunque in curriculum già numerose esperienze da conduttore, addirittura fin dagli anni Settanta ("10 Hertz" e "Rete Tre", per gli appassionati vintage). Più scarno, da questo punto di vista, il background dell'autore di "Avrai", "La vita è adesso", "Tu come stai" e tanti altri evergreen: proprio per questo è stato ribadito che non sarà lasciato solo "on stage"; non lo fu neanche Morandi nel 2011 e nel 2012, ma in questo caso il ruolo del buon Claudio potrebbe essere ancora più defilato, diciamo da coordinatore, con maggior spazio per "animali da televisione" da scegliere accuratamente. Chi saranno? Tocca aspettare fino a gennaio: ci attendono dunque settimane di esclusive, notizie bomba, anticipazioni che dureranno lo spazio di un pomeriggio. 
GRANDE INVENTORE DI MEGASHOW - Ampie garanzie Baglioni dovrebbe fornirle come organizzatore, nel senso più ampio che è possibile dare a questa carica: sia sul piano dell'impostazione dello spettacolo (ricordo un suo maestoso e scenografico concerto allo stadio Olimpico di Roma), sia sul piano della scelta degli artisti, pensiamo ad esempio al festival "O' scià" che ha allestito per un decennio a Lampedusa, con la partecipazione di nomi di primo piano dell'ambiente musicale. Ora c'è da vedere il meccanismo di gara che adotterà, e anche in questo caso ci sarebbe parecchio da eccepire su come il progetto Sanremo 2018 è stato fin qui gestito dalla Rai. Il grande ritardo nella nomina del direttore artistico è stato preceduto dall'avvio della "pratica" Sanremo Giovani, con la pubblicazione del regolamento e il via libera alle candidature. Regolamento che ricalca pressoché fedelmente quello adottato lo scorso anno da Carlo Conti. E se Baglioni avesse invece voluto rivoluzionare il volto della competizione, magari addirittura unificando le due categorie, o creandone altre, o riformando le modalità di svolgimento della  tenzone fra i volti nuovi? 
Proprio la sezione delle "nuove proposte" avrebbe necessitato di un ripensamento complessivo, visti i risultati non esaltanti delle ultime edizioni (a parte gli exploit di Francesco Gabbani ed Ermal Meta, rondini che non fanno primavera). Invece, almeno per il momento, questa parte di Festival rimane immutata, anche se nulla vieta che a febbraio i giovani selezionati possano entrare in gioco con modalità differenti rispetto al recente passato. 
I BIG: 22 O MENO? - Per quanto concerne i Big, o Campioni che dir si voglia, tanti gli aspetti da chiarire: rimarranno 22 come l'ultima volta? Dal mio punto di vista sarebbe auspicabile, perché i migliori Sanremo della storia hanno visto sfilare un numero consistente di interpreti affermati, e soprattutto in questa fase congiunturale (col mercato del disco in contrazione, la crisi del settore e via dicendo) è utile allargare il più possibile una vetrina così prestigiosa, dando visibilità a tanti artisti, che siano in decollo, già consacrati o in cerca di rilancio. Il triennio appena trascorso ha dimostrato che l'affollamento di partecipanti non crea disagio o crisi di rigetto presso il pubblico. 
In questo senso, Conti aveva riallacciato i fili con una delle epoche d'oro del Sanremone, il decennio ottantiano con i suoi cast sovente pletorici; prima del suo arrivo sulla tolda di comando, la tendenza era stata invece quella di un cospicuo sfoltimento dei ranghi, operato sotto l'egida di personaggi addentro il mondo della discografia come Gianmarco Mazzi, Morandi e Mauro Pagani: 14 big e non di più. Il timore è che Baglioni, anche lui addetto ai lavori, possa seguire la stessa strada, nel segno del motto "meglio la qualità che la quantità", anche se la storia sanremese racconta che cartelloni più snelli non scongiurano il pericolo di mettere in pista composizioni di modesto livello. 
FRA CLASSIFICHE E "NICCHIA" - La sua particolare sensibilità musicale dovrebbe invece consentirgli di compiere una selezione equilibrata, in grado di portare in concorso canzoni di spessore a prescindere dalla popolarità di chi le propone. Qualcosa di simile, tanto per intenderci, al lavoro realizzato dal citato Pagani, assieme a Fabio Fazio, per le edizioni 2013 e 2014, quando accanto a nomi da classifica come Renga, Arisa, Noemi, Modà, Ferreri, Mengoni, Malika, vennero inseriti artisti tutt'altro che mainstream, da Simona Molinari ai Perturbazione, da Giuliano Palma a Riccardo Sinigallia e ai Marta sui Tubi. E' pur vero che Sanremo ha recuperato una certa solidità sul piano commerciale, sotto la gestione Conti, attraverso dei cast schiettamente pop, glamour, con poco spazio per le proposte di nicchia: basta dare un'occhiata alle certificazioni oro e platino FIMI e alle visualizzazioni in streaming di tanti brani presentati in concorso dal 2015 al 2017... Il nuovo "capitano coraggioso" dovrà dunque muoversi in bilico fra il coraggio di scelte "alte" ma poco consumistiche e la necessità di spingere sia gli ascolti televisivi sia le vendite dei dischi reali e digitali.  

mercoledì 20 settembre 2017

NON SOLO SUMMER FESTIVAL. RIFIORISCONO LE RASSEGNE ESTIVE: POWER HITS, FESTIVAL SHOW E BATTITI LIVE



Ieri sera, l'Arena di Verona ha ospitato l'atto conclusivo di "Power Hits estate", neonato evento organizzato da RTL 102.5 per premiare, fra le cinquanta canzoni più programmate dalle radio italiane, il tormentone della stagione calda ormai agli sgoccioli. Ha trionfato "Tra le granite e le granate" di Francesco Gabbani, al culmine di un gala che ha visto sfilare gran parte dei protagonisti canterini di questi ultimi mesi, da Fabri Fibra a Thegiornalisti, dal trio Benji - Fede - Annalisa ad Ermal Meta, e ancora Takagi & Ketra con Arisa e Lorenzo Fragola, Paola Turci, Nina Zilli, Rovazzi... Atmosfera da Festivalbar dei bei tempi, sia per l'ambientazione, sia per il periodo dell'anno (lo stesso in cui patron Vittorio Salvetti celebrava la finalissima della sua creatura); solo il clima ha tradito, vista la massiccia presenza, fra il pubblico, di felpe e giubbetti che denunciavano il precoce arrivo dell'autunno... 
La serata è stata presentata da Angelo Baiguini, storico conduttore di RTL, e Giorgia Surina, la quale aveva ricoperto identico ruolo, sempre in Arena, in occasione dell'ultima tappa del Festival Show, altra rassegna canora in qualche modo assimilabile al vecchio Festivalbar, sia per la sede della finale, sia soprattutto per il fatto di essere una manifestazione itinerante, che si snoda lungo tutta l'estate toccando diverse località del Nord Italia (quest'anno le sedi "intermedie" sono state Padova, Brescia, Caorle, Bibione, Jesolo, Lignano Sabbiadoro, Mestre). Festival Show, organizzato dalle emittenti Radio Birikina e Radio Bellla & Monella,  è in pista fin dal 2000 e ha visto via via crescere il suo peso specifico nel panorama musicale nostrano. Al Sud, invece, ha fatto il pieno di pubblico "Battiti Live", con le sue cinque tappe (Bari, Nardò, Andria, Melfi e Taranto): realizzata da Radionorba, è anche questa una manifestazione storica, avendo celebrato la sua prima edizione nel 2003. E la bella stagione era stata aperta dal Wind Summer Festival, di cui ho diffusamente parlato in un post apposito sul blog, e che proprio quest'anno ha cambiato radio partner, passando a Radio 105 dopo gli anni di RTL, la quale ha risposto con la nuova iniziativa di cui si è detto in apertura. 


Qual è la sintesi di tutto ciò? Semplicemente, che dopo anni piuttosto oscuri sotto questo punto di vista, l'estate canora della Penisola è tornata ad essere popolata di kermesse dotate di una certa credibilità e di caratura nazionale. Non siamo ai livelli degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, le decadi del boom dei festival di musica leggera, ma va registrato un ritorno di fiamma che, francamente, fino a poco tempo fa pareva impossibile, soprattutto se si pensa a quanto bruscamente si interruppe la favola del Festivalbar nel 2008, per tacere del tramonto dell'altrettanto glorioso Disco per l'estate, nel 2003, in un'atmosfera di sostanziale indifferenza.
E' pur vero che due degli eventi citati, il Festival Show e il Battiti Live, hanno alle spalle dei curricula di tutto rispetto, come si è visto: ma negli ultimi tempi il loro rilievo mediatico ha fatto registrare un'impennata notevole. La kermesse pugliese, solitamente irradiata sul piccolo schermo da Radionorba tv e Telenorba, in questo 2017 è approdata anche alla grande ribalta generalista, con la messa in onda in differita su Italia 1 per tutto il mese di agosto. La rassegna "nordica" ha goduto delle finestre televisive di Real Time, in passato è stata trasmessa anche da 7 Gold e ha avuto  un passaggio su Rai 2 in occasione della finalissima del 2010, oltre alla diffusione catodica attraverso varie reti locali. E che il trend sia in crescita lo dimostra l'entusiasmo degli organizzatori del Festival Show, che al termine della serata veronese hanno dichiarato al settimanale "Vero" di voler far diventare la loro manifestazione  "il nuovo Sanremo". Si esagera, ma sognare è pur sempre lecito...
Il "Power hits estate" è stato invece trasmesso, in diretta "radiovisiva", dalla stessa emittente che l'ha organizzato, RTL, canale 36 del digitale terrestre. Se dunque una cosa manca, a queste rassegne, per raggiungere la popolarità dei grandi eventi di musica leggera del passato, è una platea televisiva più ampia, quella di cui può già usufruire il Summer Festival su Canale 5 e che è stata conquistata quest'anno dal "Battiti". Ma stiamo parlando di eventi che godono già da tempo di ampio successo, di serate omaggiate da afflussi notevolissimi di pubblico "in loco".


I cast di questi eventi presentano, inevitabilmente, molti nomi in comune fra di loro. Non è il caso di scandalizzarsi eccessivamente. Così è sempre stato, anche negli anni d'oro, quando di dischi se ne vendevano a go go. Le canzoni più "gettonate" del periodo sono quelle che sappiamo, una ventina o giù di lì: comprensibile che attorno ad esse e ai loro interpreti si costruiscano gli spettacoli delle vacanze, cercando poi di completare il cartellone con nomi il più possibile originali e con altre "esclusive" (il Festival Show, ad esempio, si è avvalso della presenza sul palco dell'Orchestra Ritmico Sinfonica italiana di Diego Basso e della Dance Crew di Etienne Jean Marie). Ma sempre di pop orecchiabile e balneare stiamo parlando, non sono certo le arene estive i luoghi più adatti per mettere in pista esempi di ricercatezza sonora. Casomai si potrebbe discutere dell'omologazione delle "rotation" delle emittenti radio, che operando giornalmente, ventiquattr'ore su ventiquattro, avrebbero il dovere di proporre un'offerta più variata e non solo mainstream. Ma sarebbe un discorso lungo. 

mercoledì 13 settembre 2017

RECENSIONI DAL PASSATO: "CONAN, IL RAGAZZO DEL FUTURO": CAPOLAVORO DELL'ANIMAZIONE GIAPPONESE, INNO ALLA VITA E ALLA NATURA CONTRO LA GUERRA


All'epoca, sullo schermo compariva semplicemente la scritta "Conan" a caratteri cubitali, nei primi secondi della sigla: la si può vedere nel fermo immagine qui sopra. Che il titolo completo di quel cartone animato fosse "Conan, il ragazzo del futuro" lo scoprii solo molto tempo più tardi. Che si trattasse di un capolavoro lo intuii invece quasi subito: un'intuizione "di pancia" e di sensibilità, l'unica possibile per un bimbo di otto anni; una convinzione che la crescita, la maturità, l'ampliamento degli orizzonti e la conseguente capacità di analisi di un'opera avrebbero poi confermato e radicato dentro me. Entrò nella mia vita nelle settimane a cavallo fra la fine del 1982 e l'inizio del 1983, questa gemma preziosa: e oggi, quasi quattro decenni dopo, mi rendo conto che non solo non ne è mai uscita, ma si è incisa profondamente nel mio cuore, nella mia anima. 
L'ESORDIO DI CONAN - "Conan", continuerò a chiamarlo così perché così lo conobbi, è un cartone giapponese, un "anime", come si dice in termini tecnici. Trasmesso in prima visione nel Paese del Sol Levante nella primavera del '78, arrivò da noi nei primi anni Ottanta. Fu, quello, il periodo dell'invasione nipponica più pacifica che si possa immaginare: decine di anime riempirono i palinsesti dei canali televisivi italiani, soprattutto quelli delle reti private nazionali e locali. Cartoni jap a colazione, pranzo, merenda e cena: una pacchia, per noi bambini di quel tempo; sicuramente molto meglio, sul piano della qualità delle proposte tv, rispetto alle tristi televendite - fiume di oggi. 
NEL DNA DI UNA GENERAZIONE - "Conan" sbarcò nella Penisola intruppato nel gruppone, per usare un gergo ciclistico: una serie fra le tante, perché altre furono quelle che, godendo di maggior visibilità mediatica o di più immediato appeal, entrarono rapidissimamente nel mito di una generazione: da Heidi a Goldrake, da Jeeg a Mazinga Z, da Lady Oscar a Lupin III e Candy Candy, solo per citare alcune fra le più popolari. Tutte serie che, per inciso, ho amato con diverse gradazioni e in larga parte continuo ad amare. Per Conan fu tutto più difficile: poco o per nulla reclamizzato, inserito nelle programmazioni tv quasi di soppiatto, senza grancasse, oltretutto un cartone atipico rispetto alla media degli altri prodotti "made in Japan": una serie breve, appena 26 episodi, una vicenda ambientata sì nel futuro, ma senza eroici e indistruttibili robot, senza scenari fantascientifici, senza battaglie nel cosmo contro mostri alieni e spaziali. Così, "Conan" non è esploso subito: ha scavato lentamente dentro noi ragazzini, ha avuto pazienza e ha saputo metter radici, fino a diventare parte del nostro Dna. Perché Conan è una lezione, un insegnamento, una "scuola per immagini animate": è un inno al rispetto della vita nella sua essenza più genuina, più primordiale, e quindi, in definitiva, è vita tout court, nel senso più pieno del termine. 
COLPO DI FULMINE - Comparve sul mio televisore, dicevo, fra la fine dell'82 e l'inizio dell'83. Il canale? La memoria comincia a far cilecca, lo confesso. Aiutandomi con gli archivi dei quotidiani oggi consultabili in rete, deduco che potesse trattarsi di Teleradiocity,  all'interno del contenitore pomeridiano "Viva" (in cui veniva trasmesso anche lo spazio "Milcaro show", dal nome del celebre personaggio che lo animava, un attore in costume da leprotto, il leprotto Milcaro, per l'appunto). Forse, addirittura, "incappai" nel cartone a serie già iniziata: poteva capitare spesso, ai tempi, perché gli anime erano talmente numerosi che, anche volendo, non si riusciva a star dietro a tutti, qualcosa per la strada andava perso. Naturalmente lo rividi poi dalla prima puntata poche settimane dopo, in una delle tante repliche che venivano mandate in onda a getto continuo e a stretto giro di posta. E fu subito colpo di fulmine. 
LA TRAMA IN SINTESI - In breve la storia. E' ambientata nel 2028, vent'anni dopo una terza guerra mondiale che par di intuire esser stata piuttosto rapida nel suo svolgimento, combattuta attraverso potentissime bombe elettromagnetiche che ebbero effetti catastrofici: intere nazioni distrutte, miliardi di morti, ma soprattutto uno spostamento dell'asse terrestre (indotto dai suddetti ordigni) che provocò sconvolgimenti ambientali e climatici, con maremoti che portarono gli oceani a sommergere la quasi totalità dei continenti. In pratica, una sorta di secondo diluvio universale prodotto artificialmente, da uomini che si fecero sfuggir di mano e male utilizzarono il progresso scientifico, piegandolo a scopi abietti.
Conan è un ragazzo (dell'età apparente di 12-13 anni) nato da una coppia di superstiti alla catastrofe mondiale, i quali assieme ad altri avevano tentato di mettersi in salvo fuggendo a bordo di una navicella spaziale. Il velivolo era però stato danneggiato da una pioggia di detriti durante la fase di ascensione e fu costretto a tornare sul nostro pianeta, improvvisando un atterraggio di fortuna su uno dei pochi lembi di terraferma scampati alla furia delle acque: si trattava dell'Isola perduta, luogo tutt'altro che casuale di inizio e fine della vicenda narrata. 
Sull'Isola, Conan, ragazzo in apparenza mingherlino eppure fisicamente dotatissimo, a livelli fuori del normale (le sue doti incredibili di forza e resistenza rappresentano l'unica concessione all'assurdo, in un anime per il resto assolutamente realistico) conosce Lana, sua coetanea in fuga da Indastria, grigia e decadente città futuristica, ultimo baluardo della civiltà pre bellica; il leader di questa metropoli in disfacimento è Lepka, un "simil Hitler" in tutto e per tutto, despota fanatico, guerrafondaio e assetato di potere: insegue Lana perché la giovane è in grado di comunicare telepaticamente col proprio nonno, l'insigne scienziato Briac Rao, anch'egli fuggiasco e ricercato in quanto unico detentore della tecnologia necessaria ad ottenere energia solare attivando, tramite un satellite in orbita attorno alla Terra, la "Torre del Sole" che svetta al centro d'Indastria. Sfruttando tale energia, Lepka vorrebbe rimettere in azione un  aereo di colossali dimensioni, il "Gigante", uno dei bombardieri che avevano causato la grande catastrofe, e con esso ripartire alla conquista del mondo, ripristinando in sostanza, per propria sete di potere, il clima fatto di odio, tensioni e conflitti che era sfociato nella nota devastazione. Contro questo pericolo si snoderanno, lungo le 26 puntate, le avventure di Conan, Lana e tanti altri amici incontrati lungo il percorso. 
L'ATTUALITA' DI CONAN - "Conan" è dunque un cartone squisitamente pacifista, e come tale destinato a rimanere eternamente attuale, purtroppo. Le brutture delle terrificanti guerre contemporanee incombono fin dalla prima puntata: i continenti sommersi, rovine di moderni palazzi sparse ovunque negli oceani, inquietanti resti dei grandi agglomerati urbani di inizio Duemila spazzati via in un istante; i pochi superstiti costretti a improvvisare un nuovo tipo di esistenza su un pianeta sconvolto, ripartendo da condizioni quasi preistoriche. E fin dall'inizio il pericolo da combattere è palese: la minaccia di un ritorno a un passato cupo in cui la follia delle armi prevaleva sulla ragione del dialogo, gli ultimi colpi di coda di una società senza ideali, animata solo da mire politiche di dominio ed espansione, irrispettosa della civiltà, della natura, sorda di fronte ai valori di serena convivenza fra i popoli. Un modello sociale che, se fosse tornato a imporsi, avrebbe portato nuove guerre, nuovi lutti, e una distruzione questa volta probabilmente irrimediabile.
L'UNICA BATTAGLIA ACCETTABILE - Conan e Lana rappresentano l'ideale diametralmente opposto a questa prospettiva: sono cresciuti nel mondo post apocalittico che, Indastria a parte, ha riscoperto l'importanza vitale dell'esistenza a contatto con la natura e nel pieno rispetto di essa. Il ragazzo viveva da solo sull'Isola perduta col nonno, poi ucciso dai soldati inviati da Lepka per rapire Lana; la sua nuova amica è originaria di Hyarbor (o High Harbor), un'isola in cui molte persone scampate alla catastrofe avevano "ricominciato daccapo", ricostruendo sulle macerie, coltivando campi e dando vita a una comunità agricola prospera e pacifica. L'unica struttura sociale sostenibile sul nuovo Pianeta reduce dagli sconvolgimenti elettromagnetici, un modello da difendere a ogni costo, combattendo l'ultima battaglia eticamente accettabile e "giusta" prima di tornare alla pace duratura: la battaglia contro la sete di potere e i rigurgiti militaristi dell'aspirante "imperatore mondiale" e della sua sparuta cricca.


UN CONCENTRATO DI EMOZIONI - Non è questa la sede per descrivere nel dettaglio le alterne vicende e i coprotagonisti della storia: è una storia incredibilmente densa, pur se concentrata in un numero risicato di episodi. Ci sono sostanzialmente quattro fasi: la prima, con Conan che, conoscendo Lana, viene a contatto con una realtà esterna all'Isola perduta che nemmeno immaginava, si vede rapire sotto gli occhi la ragazza e inizia una lunga, irriducibile lotta per salvarla; una parte centrale di quiete e serenità ad Hyarbor, in cui i due ragazzini cominciano persino a fare progetti sul domani, sul "loro" futuro e su quello del mondo; la  terza e più drammatica fase della lotta contro Indastria, i cui soldati invadono Hyarbor per accelerare i tempi del progetto di conquista del pianeta attraverso l'energia solare; e un breve ma intenso epilogo, col ritorno di Conan e della nuova comunità da lui formata (Lana in testa, ovviamente) all'Isola perduta (nel frattempo divenuta sommità di un continente riemerso dalle acque), per ripopolarla e ridarle vita. 
PACE, NATURA E ARMONIA FRA LE GENTI - Il nonno di Lana, poco prima di spirare, lo dice chiaramente ai due giovani: "Non esiste altra possibilità, per l'uomo, che quella di vivere in mezzo alla natura". Un monito che si collega idealmente a quello sussurrato in avvio di serie dal nonno di Conan, anch'egli morente, al giovane nipote: "Conan, vattene da quest'isola... Un uomo non può stare solo.... Cercati degli amici e vivi per loro, Conan...". Ecco il messaggio che rende questa serie un vero e proprio gioiello: un inno alla pace, alla fratellanza fra i popoli, al ritorno alla natura in contrapposizione alle nefaste derive della scienza e della modernità; un invito all'amicizia incondizionata, alla vita da condurre in piena solidarietà, collaborazione e unione d'intenti.
Hayao Miyazaki, colui che ideò questa serie traendo ispirazione dal romanzo (a lungo introvabile in Italia) "The incredible Tide" di Alexander Key, si spinge fino all'estremo di questa scelta di campo, teorizzando una nuova civiltà esclusivamente votata alla vita di campagna, mettendo al bando tutto ciò che è tecnologico. Chiaro che l'optimum sarebbe la classica via di mezzo: una società in grado di riscoprire il valore dei beni offerti da madre natura ma, nel contempo, dotata della saggezza adeguata a valorizzare positivamente le risorse più avanzate dei tempi nuovi, abbandonando invece la suicida corsa agli armamenti. Un compromesso del genere si ravvisa solo in uno degli snodi decisivi del cartone: senza l'energia solare, usata però in modo costruttivo, gli abitanti di Indastria liberati dal giogo di Lepka non avrebbero mai potuto abbandonare la loro città prigione... 
SCONFITTA INEVITABILE - E' un tema che non tramonta mai, si diceva: anche oggidì, quando alfine un minimo di distensione mondiale sembra raggiunta, ecco spuntare il dittatorello di turno a gettare benzina sul fuoco, turbando equilibri di pace già precari per via dei tanti focolai bellici nel mondo, ma qui il discorso sarebbe troppo lungo, e comunque ne stiamo avendo un assaggio proprio in queste settimane... Il pacifismo di "Conan" è a suo modo integralista: mentre altri anime coevi, in particolar modo quelli robotici, inseguivano l'obiettivo della pace attraverso la guerra (stesso paradosso che riscontriamo nel mondo reale...), Miyazaki giunge alla sconfitta dei "cattivi" limitando allo strettissimo indispensabile il ricorso alle armi (vedasi la distruzione finale dell'aereo Gigante).
E' una vittoria morale prima ancora che concreta, sul campo. Del resto, fin dall'inizio della serie si intuiva come Indastria fosse in fondo già un corpo estraneo sulla nuova Terra: città ultramoderna solo nella sua Torre (peraltro ridotta a un vuoto simulacro, se privata dell'energia solare), che era però circondata da baracche cadenti; organizzata in maniera oltremodo classista, piramidale, col potere nelle mani di pochi (anzi, di uno solo) e con centinaia di cittadini sfruttati, umiliati, costretti a vivere in situazione di semi-schiavitù. Una concezione di struttura sociale che non aveva senso nel nuovo ordine mondiale improntato alla serena convivenza (quello che da Hyarbor si sarebbe espanso all'Isola perduta e poi oltre), ma che con la tecnologia bellica e con la prepotenza del capo poteva ancora mettere paura, e andava neutralizzata.
LE ALTRE LEZIONI DELL'ANIME - Non ci sono solo questi grandi temi mondiali, in "Conan". Ci sono massimi sistemi e piccoli - grandi sistemi. C'è ad esempio la forte spinta verso l'eguaglianza e l'equilibrio sociale, quello che si realizza ad Hyarbor, dove tutti lavorano per il bene della comunità, dove non ci sono gerarchie rigide; c'è l'esaltazione del motto "l'unione la forza", perché i grandi obiettivi si raggiungono uniti, e lo stesso Conan, per quanto dotato di infinite risorse fisiche e caratteriali, spesso non uscirebbe vivo da determinati pericoli senza l'aiuto di Lana. C'è la maturazione delle nuove leve, che crescono apprendendo progressivamente valori sani come l'amicizia, il prodigarsi per il prossimo, l'impegno quotidiano per il bene collettivo.
IL RAPPORTO FRA CONAN E LANA - C'è, soprattutto, la delicatezza con cui viene tratteggiato il rapporto fra Conan e Lana. Sono ragazzini, certo, e sono amici: ma la dedizione fra i due è reciproca, lui salva lei e lei salva lui da situazioni critiche più volte, nel corso della serie. In questo è un cartone contemporaneo e avanti rispetto ai suoi tempi, perché mette l'uomo e la donna su un sacrosanto piano di perfetta parità: non c'è più, cioè, l'eroe maschietto senza il quale la fragile fanciulla sarebbe perduta, e anzi Lana dà più volte dimostrazione di incrollabile tempra morale.
E' un rapporto che va al di là dell'affetto puro e semplice: certo non si fa mai esplicito riferimento all'amore, ma i due andranno a rifondare la civiltà sull'Isola di Conan, insieme, ed è dunque chiaro il tipo di futuro che l'autore ha prospettato per loro, un "detto - non detto" che però, fin dal 1983, da spettatore bambino mi è piaciuto intuire e che mi ha consentito di congedarmi dal cartone con animo gioioso e appagato, oltreché col cuore gonfio di emozione. E poi, più prosaicamente, c'è la grazia del tratto grafico; c'è una sigla italiana splendida, evocativa, carica di passione, cantata da Georgia Lepore; ci sono brani di sottofondo (background music) deliziosi, cesellati su misura per ciascun momento dell'anime, da quello drammatico a quello più gioioso, da quello carico di tensione a quello triste tour court, fino a quello bizzarro e divertente. 
UN CARTONE DA MOSTRARE AI BAMBINI DI OGGI - Passeranno gli anni, diventerò vecchio (almeno spero), ma non dimenticherò mai "Conan". Periodicamente mi piace rivederlo, direi anzi che è quasi una necessità (fortunatamente la serie è stata pubblicata su dvd, l'ultima versione è quella edita da Dynit): e ogni volta si scopre qualcosa di nuovo, è una fonte perenne di insegnamenti, di lezioni di vita, di positività. Lo stile dell'animazione giapponese è nel frattempo profondamente cambiato, così come sono mutati i gusti delle nuove generazioni; eppure, Conan andrebbe fatto vedere ai bambini di oggi. Perché se lo si guarda con attenzione, se non lo si rimuove e lo si tiene invece nel cuore, è un cartone che ha la forza per formare adulti migliori di quelli del passato e del presente. Viva Conan e viva Lana, per sempre. 

mercoledì 6 settembre 2017

ITALIA - ISRAELE 1-0: CANDREVA PERNO DEL GIOCO, ZAPPACOSTA E IMMOBILE PROMOSSI, IL PUBBLICO BOCCIATO

                                          Candreva: migliore in campo a Reggio Emilia

La disfatta del Bernabeu ha lasciato il segno, ed era ovvio. L'ampiezza del risultato, ma soprattutto il divario abissale sul piano del gioco, non potevano non minare profondamente le certezze di una squadra, quella azzurra, in fase di formazione e di crescita. Ci vorrà del tempo per assorbire il colpo e rimettersi in carreggiata, e nel frattempo non resta che limitare i danni vincendo, in un modo o nell'altro. Considerazioni lapalissiane che anche il pubblico di uno stadio dovrebbe comprendere: magari provvedendo prima a riempirlo, codesto stadio (affollare l'impianto di Reggio Emilia non mi pare sia impresa titanica...), e poi evitando di fischiare la squadra di casa dopo appena dieci - quindici minuti balbettanti. Perché i milioni, quelli del conto in banca dei calciatori, in campo scompaiono, contano invece le emozioni, la tensione, la paura di sbagliare, che ieri erano al diapason dopo l'infernale notte madrilena. 
LA MATURITA' DEL PUBBLICO - Un pubblico maturo lo capisce, e il bell'inizio dell'Italia, con quell'azione in velocità Insigne - Darmian e il tiro di Belotti a lato di un soffio, avrebbe dovuto rappresentare un ulteriore stimolo a fornire un sostegno inesausto alla spaurita truppa di Ventura. Non è accaduto, e se dopo i primi errori e i primi impacci ti rendi conto di giostrare in un ambiente freddo quando non ostile, tutto diventa più difficile. Insomma, so bene che i problemi del calcio italiano e della rappresentativa sono altri, ma ogni tanto prendersela coi tifosi, col loro modo di approcciare l'evento, ha un suo perché: chi sta sugli spalti dovrebbe forse immedesimarsi maggiormente con chi sta in campo, invece di bearsi di cori idioti come quello che, ormai da anni, accompagna dalle nostre parti i rilanci dei portieri avversari. Passiamo oltre. 
PRIMO TEMPO... A LUCI ROSSE - La prestazione del Club Italia è stata... quel che è stata. Primo tempo inguardabile, si diceva, al netto dell'occasione iniziale di Belotti e di quella finale di Insigne, che ha calciato sul portiere da distanza ravvicinata. Fra le due palle gol, meglio Israele, in un paio di ripartenze fulminanti e un tiro dalla distanza di Cohen sventato in angolo da Buffon. Un buon saggio di calcio all'italiana in versione modernizzata, quello dei ragazzi di Levy: difesa chiusa a doppia mandata, persino troppo in certe fasi del match, ma non del tutto passiva, con veloci contropiede che hanno mandato in affanno i nostri. Una tattica che è risultata redditizia anche perché l'Italia l'ha facilitata, con la sua esasperante lentezza nella tessitura della manovra, e certi squilibri che portavano la squadra ad essere troppo schiacciata in avanti, facendo mucchio nella metà campo avversaria e lasciando zone scoperte dietro. 
TANTE OCCASIONI - Un disastro, insomma, del quale non aveva alcuna colpa la precaria condizione fisica settembrina, tanto strombazzata. Lo ha dimostrato il secondo tempo, quando è bastato alzare un tantino il ritmo e cominciare a giostrare con discreta rapidità per mettere in ambasce gli orientali. Pur senza miracol mostrare, sono scaturite palle gol in quantità apprezzabile: Immobile il più incisivo, con un'inzuccata fuori di poco e un tiro angolatissimo deviato in corner. Giusto quindi che fosse il laziale, del resto protagonista di un ottimo avvio di stagione in maglia Lazio, a siglare il punto decisivo, con un perfetto colpo di testa su traversone di Candreva. Poi ci hanno provato Zappacosta e Verratti da fuori, Belotti due volte (la prima di testa con prodezza del portiere Harush, la seconda con un destro di prima intenzione su assist di Candreva ribattuto dall'estremo ospite), e persino Barzagli con un tocco sotto misura. Qualche altro rischio, sulle controffensve israeliane sempre più sporadiche, ma sullo scatenato Ben Chaim salvavano prima Zappacosta con un prodigioso recupero, e poi Buffon neutralizzandone il tentativo di pallonetto. 
CONTI, ZAPPACOSTA E DARMIAN - La ripresa, insomma, dava un po' di colore alla pallida prestazione azzurra, tanto che alla fine l'1-0 poteva perfino considerarsi troppo avaro per i nostri colori. Restituito tono alla manovra, rimanevano però imprecisione e precipitazione al momento conclusivo a spegnere ulteriori sogni di gloria. Ventura ha riproposto, incrollabile, il contestatissimo 4-2-4. Di certo ha avuto più senso farlo con Israele che non con la Spagna, e se non ha funzionato, nel primo tempo, è stato soprattutto per la scarsità di idee e il minimo apporto fornito da alcuni elementi tatticamente importanti. Astori, ad esempio, ha provato a fare il Bonucci, avanzando e tentando di dire la sua in impostazione, ma non è proprio cosa, mentre dalle fasce non è arrivato l'atteso contributo in fase di spinta. Fra Conti e Darmian meglio comunque il primo, più propositivo e utilissimo in ripiegamento, in particolare con una chiusura in extremis su Kabha a un passo da Buffon. L'ingresso di Zappacosta ha portato maggior brio, col neo acquisto del Chelsea che ha saputo far bene sia in copertura che nelle proiezioni offensive, cercando anche il tiro in porta. E Candreva ha confermato il suo buon feeling con l'azzurro, conquistando la palma di migliore in campo: oltre a quello decisivo per Immobile, una serie di altri assist al bacio non sfruttati da Insigne e Belotti (due volte) e una presenza costante al cross: è stato alla fine il più cercato dai compagni, un approdo sicuro per il pallone, l'unico vero ispiratore delle nostre iniziative d'attacco. 
IMMOBILE E BELOTTI, SERVE PIU' EFFICACIA - Questo ha dunque detto la serata emiliana. Che l'Italia di Ventura pende... a destra, ben coperta da Zappacosta e Conti dietro e da Candreva in avanti. Che al centro della difesa ci vogliono alternative più affidabili di Astori (Rugani e Romagnoli sono pronti); che Insigne è ancora troppo fumoso e impreciso in azzurro; che Immobile - Belotti è la coppia gol ideale, ma i due devono affinare la mira; che, infine, Verratti in un contesto simile fatica a prendere in mano le redini del gioco e a imprimere la sua firma sul centrocampo, affiancato da un De Rossi non più fulmine di guerra e da incursori non sempre attenti al lavoro di filtro. Si deve così limitare a compiti di interdizione riservandosi pochi lampi al momento di costruire. Storia vecchia, alla quale bisognerà prima o poi porre rimedio. Lo si potrà fare in discreta tranquillità nelle prossime due gare, con la qualificazione ai playoff ormai ipotecata, anche se occorre continuare a far punti per evitare brutti (ma improbabili) scherzi in tema di classifica delle migliori seconde. 

domenica 3 settembre 2017

SPAGNA - ITALIA 3-0: GLI ERRORI DI VENTURA ALLARGANO UN SOLCO CHE NON E' COSI' AMPIO. DOV'E' FINITO LO SPIRITO DI SAINT DENIS?



Da Saint Denis a Madrid, poco più di un anno per ritrovarsi al punto di partenza; anzi, persino qualche metro più indietro, fino a scoprire di essere tornati... a Kiev. Il trionfo sulla Spagna a Euro 2016, quell'impresa meritata e indiscutibile firmata da Chiellini e da Pellè (ma soprattutto da Antonio Conte) ci aveva fatto credere che il calcio azzurro avesse recuperato classe, mentalità e  personalità in dosi utili a ridurre o annullare, perlomeno in gara secca, il gap tecnico fra noi e la Roja. Ahimè, è stata una crudele illusione. Il Santiago Bernabeu ci ha restituito un Club Italia ridotto ai minimi termini come quello che era affondato nella finale continentale del 2012, a Kiev, per l'appunto. 
INDIETRO DI CINQUE ANNI - Ricordate? Fu un 4-0 dipinto come umiliante, in realtà una punizione eccessiva per una squadra stanca, con troppi elementi in condizioni precarie, e che comunque qualche cosa era riuscita a creare, fin quando le gambe e il fiato avevano retto. Sul piano della prestazione, è assai più inquietante il rovescio di ieri sera; "solo" tre gol sul groppone, ma una disperante dimostrazione di impotenza, una inferiorità a tratti imbarazzante sotto tutti i profili: talento (e si sapeva, ma non fino a questo punto), brillantezza atletica, organizzazione di gioco... Inutile tornare sulla mancanza di idee, sull'inconsistenza in tutte le zone del campo, sull'imprecisione assoluta nel tocco e nel passaggio: la gara in sé non si presta a commenti e analisi approfondite, è stato un semplice monologo, e quando ci si riduce a fare da sparring partner a una rivale storica, in una gara ufficiale e decisiva, qualche domanda è lecito porsela, al di là dei contratti rinnovati fino a lontane e improbabili scadenze. 
K.O. TARGATO VENTURA - Poche ore fa, come nella sfida d'andata a Torino, il fallimento (perché quell'1-1 fu una mezza sconfitta) porta l'indelebile firma del cittì Ventura. Che all'Olimpico piemontese sbagliò clamorosamente formazione di partenza (se ne avete voglia, andate a rileggervi cosa scrissi all'epoca, qui), mentre in terra iberica ha optato per una scelta tattica suicida. Suicida, perché un 4-2-4 in casa di una delle rappresentative più forti al mondo, che gioca oltretutto con due risultati su tre a disposizione, lo puoi fare solo se hai interpreti tecnicamente all'altezza, abituati a tale modulo da una lunga pratica e, soprattutto, sorretti da una straripante condizione fisica, trattandosi di un modulo che richiede grande dispendio di energie per risultare efficace in avanti senza tralasciare l'adeguata copertura. E invece, ci siamo ritrovati con un centrocampo in cui Verratti e De Rossi, presi in mezzo dai fini dicitori spagnoli, sono naufragati senza possibilità di riscatto, anche perché poco o nulla supportati dai vari Candreva, Insigne e compagnia. Sì, d'accordo, la vecchia storia della Nazionale che in settembre fatica: ma proprio perché lo si sa da anni, non era opportuno pararsi le spalle infoltendo la zona nevralgica (là dove le partite si vincono e si perdono), sciogliendo le briglie al solo fantasista napoletano come suggeritore delle due punte? O tornare al nostro 3-5-2 vecchia maniera, che spesso gli iberici hanno patito? Si sarebbe perso ugualmente? A parte che non è detto, alla luce dei freschi precedenti, ma persino una sconfitta di misura ed onorevole sarebbe servita per il morale e per i delicati equilibri psicologici di un gruppo in fase di formazione e crescita. 
ELASTICITA' TATTICA - Non è una questione di coerenza col discorso tattico intrapreso negli ultimi mesi. La coerenza del progetto la si vede da altri elementi: il gruppo azzurro consolidatosi nella scorsa stagione, il lavoro in prospettiva sui giovani con l'inserimento di tanti volti nuovi... Il discorso sulla strategia da adottare in campo viene dopo, è secondario, e deve sempre tenere conto sia dell'avversario, sia della situazione contingente, ossia degli uomini a disposizione in quel momento e del loro stato di forma. Con una rosa al 40 per cento (e stiamo larghi) delle proprie effettive potenzialità, non è peccato mortale adottare un atteggiamento più prudente: oltretutto il 3-5-2 o il 4-3-3 non sono sinonimi di attendismo, così come il 4-2-4 non lo è di spregiudicatezza, e la serata madrilena lo ha ampiamente dimostrato... Si chiama elasticità, uno dei fattori in grado di far la differenza fra un buono e un ottimo allenatore. 
DIVARIO IRREALE - La Spagna ci è superiore in questo momento, è vero. Ma ciò che si è visto ieri è stato un divario tecnico simile a quello che può esserci fra Italia e Lichtenstein, e questo è inaccettabile, perché le cose non stanno così, e basterebbe il nostro buon Europeo francese, o la graduale affermazione di tanti nostri ragazzi in sboccio, a dimostrare che, pur inferiori, potremmo comunque giocarcela. Torniamo a quel pomeriggio magnifico di Saint Denis 2016: lo sto citando a ogni piè sospinto perché è un termine di riferimento imprescindibile, mentre molti sembrano averlo già dimenticato. Per una Nazionale che deve ricostruire la credibilità internazionale cancellata dal disastroso Mondiale brasiliano, le piccole conquiste intermedie vanno difese strenuamente, e quel 2-0 fu una piccola grande conquista che avrebbe dovuto incrementare la nostra autostima, la nostra personalità, e spingerci a lavorare ancor di più per affinare i nostri mezzi di "offesa" in vista dei successivi confronti con le Furie Rosse; un traguardo che doveva essere valorizzato, facendo tesoro delle modalità adottate per ottenerlo. Invece quel patrimonio è andato sprecato, per inseguire improbabili chimere di gioco, per la voglia di strafare, per immaturità agli alti livelli di un trainer che ha ricevuto, probabilmente, la più sonora lezione di calcio della sua carriera. 
AVANTI CON MENO FIDUCIA - La situazione è meno semplice di quel che sembra: perché non è il massimo della vita avviarsi a concludere il girone con la consapevolezza di dover poi passare attraverso un playoff, con tutti i rischi connessi. Barrage peraltro ancora tutto da conquistare. Sarà un autunno di fuoco, per la nostra ridimensionatissima Azzurra, e lo si affronterà partendo da uno 0-3 che ha incrinato certezze precoci e fiducia eccessiva. Ormai il danno è fatto: perso il terreno che si era recuperato sulla Spagna, tornata a distanza siderale, e persa la possibilità di conquistare un primo posto che, nonostante tutto, era alla portata, bisogna concentrarsi sulle modeste esigenze del momento. Ossia coniugare il lavoro in prospettiva con i risultati. A Ventura si chiede solo un atteggiamento maggiormente camaleontico: più che nei moduli, il coraggio lo dovrà dimostrare nella scelta di uomini che possano adeguatamente surrogare giovani e meno giovani troppo spesso balbettanti, alcuni forse sopravvalutati, altri non più all'altezza di certe ribalte, per naturale esaurimento. Fare nomi riguardo al match madrileno sarebbe ingeneroso, perché nessuno ha avvicinato la sufficienza. Ma le forze fresche ci sono, sia pure in ridotta quantità. Il calcio italiano non è quella "cosa" senza capo né coda che, ridicolizzata dagli assi di Lopetegui, ci ha fatto provare momenti di notevole imbarazzo. Ora, sotto con Israele, senza melodrammi. 

domenica 27 agosto 2017

GENOA: IL PUNTO PRIMA DELLA SOSTA. QUANTO VALE DAVVERO IL NUOVO GRIFONE?


Più che di punto della situazione dopo le prime tre uscite ufficiali (due in campionato e una in Coppa Italia), sarebbe opportuno parlare di bilancio complessivo dell'estate genoana, ma ditemi voi come si fa... La stagione calda 2017 è stata fra le più movimentate di sempre della storia del club, e sì che in casa rossoblu c'è da tempo l'abitudine alle "hot summers" (in tal senso, si spera rimanga insuperabile quella sportivamente drammatica del 2005, con la promozione in A trasformata in retrocessione in C). Gli avvenimenti epocali sono per ora rimasti sulla carta, ma è evidente che qualcosa di grosso si stia muovendo a livello societario. 
QUATTRO RIFLESSIONI - Tuttavia, da questo punto di vista, c'è poco da dire: il passaggio di consegne sembra imminente (ma alcuni giornali genovesi, tre anni fa, avevano parlato di "questione di ore" per l'addio di Preziosi), quindi ne riparleremo quando tutte le carte saranno state scoperte. Solo qualche riflessione: 1) Il joker ha tutto l'interesse a lasciare il club in ottime mani, perché in caso contrario la sua futura credibilità di imprenditore ne risulterebbe gravemente compromessa. 2) Il joker è uno che sa ben navigare nel mondo degli affari, quindi auspico che passi la mano dopo aver ben valutato la solidità finanziaria degli aspiranti acquirenti, soprattutto in prospettiva. 3) Per mantenere a galla, stabilizzare e rilanciare il Genoa, ovviamente senza voli pindarici, occorrono robuste risorse economiche, ergo gli investitori dietro la Sri Group di Giulio Gallazzi dovranno avere contorni ben più definiti di quelli, assai sfuggenti, emersi dalle cronache giornalistiche delle ultime settimane. 4) In ogni caso, fossi stato in Gallazzi avrei evitato questo presenzialismo sui media e vicino al Genoa, visto che la trattativa non è ancora andata a buon fine: in certe circostanze, il basso profilo è sempre preferibile.  
PERIN IL VERO RINFORZO - Rimanendo dunque in attesa di sviluppi positivi o negativi, parliamo del campo. Il calciomercato ancora in corso e la prima sosta per la Nazionale ci hanno consegnato un Grifone  indecifrabile. Le iniziali luminarie in fase di campagna acquisti si sono ben presto spente, in linea con le difficoltà del club, e gira che ti rigira il miglior "rinforzo" è Perin, che dopo l'ennesimo infortunio si è ripresentato in campo tirato a lucido. Contro la Juve, ieri al Ferraris, ha regalato alcune prodezze strepitose, che non sono bastate a salvare la baracca sia perché il confronto coi bianconeri è al momento improponibile, sia perché il Genoa attuale è sì superiore, ma non di molto, a quello che nel maggio scorso ha ottenuto una salvezza risicata, grigia e sofferta al culmine di un girone di ritorno inguardabile, raggiunta con una quota punti bassissima e grazie al fondamentale apporto di rivali specializzate nel giocare a ciapanò. 
Perin è uno dei pochi portieri su piazza a garantire, con le sue sole prestazioni, un discreto gruzzolo di punti supplementari alla squadra di appartenenza: come Buffon, fatte le debite proporzioni, e non come Donnarumma, del quale non ho ancora rilevato la capacità di incidere che sarebbe logico pretendere dall'erede designato del più grande "arquero" degli ultimi vent'anni. Erede dello juventino sarebbe peraltro dovuto essere proprio il rossoblu, prima della catena di infortuni che ne hanno ritardato l'affermazione, ma pazienza, di tempo per recuperare ce n'è... Davanti a lui, come detto, c'è un Genoa che ha visto incrementare il suo tasso di classe rispetto all'ultimo disgraziato campionato, ma non al punto di poter aspirare a una placida navigazione fra centro classifica e "parte sinistra", allo stato attuale. 
UN CAGNACCIO PER PROTEGGERE DIFESA E CENTROCAMPO - La difesa ha perso un leader come Burdisso, per quanto l'ultima versione dell'argentino non fosse delle più scintillanti, ha trovato Rossettini, Zukanovic e Spolli che sono onesti mestieranti della categoria ma non fanno dormire sonni tranquillissimi. Biraschi è promettente ma deve crescere, e nel frattempo è logico metterne in preventivo alcuni black out, mentre Izzo, il vero califfo del reparto, tornerà in campo solo ad ottobre. Nel caso non arrivasse un ulteriore puntello (non sembra essere nei piani societari), per proteggere una difesa di valore medio aumenterebbe vieppiù l'esigenza di un "cagnaccio" di centrocampo, senza il quale oltretutto i "piedi buoni" Bertolacci e Veloso rischiano di andare in apnea e venire travolti. E' una necessità evidente da tempo, lo stesso Juric ha più volte sottolineato l'incompletezza della rosa, ed è sconsolante che ci si debba ridurre agli ultimi giorni di mercato per tamponare falle tecniche che potrebbero risultare esiziali. Così come è rischioso concentrarsi eccessivamente sull'inseguimento di un obiettivo, Sturaro, che pare di difficile raggiungimento. 
BERTOLACCI, VELOSO E FORSE ANSALDI: QUALITA', MA... - Sulle fasce, dovesse partire Laxalt per fare posto al cavallo di ritorno Ansaldi è chiaro che la squadra non ci rimetterebbe, anzi, ma siamo ancora alla teoria pura. Con l'argentino ex Inter (ma anche ex Genoa...), e con Bertolacci e Veloso nel mezzo ci sarebbe comunque una discreta dose di qualità pedatoria a far impennare le quotazioni del Grifo, là dove nasce e si sviluppa il gioco (con in più l'interessantissimo prospetto Brlek in anticamera). Ammesso e non concesso che il "Berto" possa tornare quello dell'era gasperiniana, talmente efficace e travolgente da essersi guadagnato la convocazione in azzurro, mentre la sensazione è che si continui a sovrastimare l'apporto di Miguel, il quale nei suoi anni sotto la Lanterna ha mostrato solo in minima parte le sue reclamizzate doti di perno della zona nevralgica e di buon tiratore della distanza. 
LAPADULA DIPENDENTI? - In avanti, ha salutato la compagnia Simeone che doveva rappresentare il punto di partenza della nuova era genoana, oltretutto per una cifra che, se son veri i 18 milioni sbandierati dai giornali, è assolutamente incomprensibile, paragonata ad esempio agli oltre 30 di quotazione attribuiti a Schick. Il rischio è di diventare Lapadula dipendenti: le prime gare giocate senza l'ex milanista (comparso solo sul finire del match con Madama) hanno mostrato, relativamente al campionato, un team in grado di produrre un buon volume di gioco offensivo, ma scarsamente concreto nei sedici metri finali: ieri, a Marassi, i gol sono arrivati su un'autorete e su un rigore via Var. La speranza è che il celebrato fromboliere sia completamente guarito dalla fascite plantare che gli ha fatto saltare una parte di preparazione, altrimenti ci si dovrebbe affidare a un Palladino in chiara fase discendente, a un Pandev che ormai solo a sprazzi sa regalare i guizzi d'attacco del tempo che fu, e a un Galabinov che arriva in A alla soglia dei trent'anni, ha mostrato buon dinamismo e coraggio ma è tutto da verificare sulla lunga distanza.
CENTURION E TAARABT: ORA O MAI PIU' - Riguardo a Pellegri e Salcedo, caricare di eccessive responsabilità due sedicenni sarebbe un grave errore, per loro e per il Genoa. Per tacere dell'oggetto misterioso Centurion, di cui si dicono mirabilie in tema di fantasia, doti balistiche e capacità di saltare l'uomo, ma che tali qualità deve finalmente dimostrarle sul campo, in Italia, smussando magari certe spigolosità di carattere. La sensazione è comunque che Roby Baggio abbia esagerato col suo endorsement nei suoi confronti (anche se alla fine ha solo detto che "gli piace" Centurion, senza investirlo a proprio erede come qualcuno ha azzardato scrivere). E Taarabt? Ha migliorato la forma fisica, ma la sua carriera dimostra che si tratta comunque di una scommessa ad alto rischio. Poteva tornare utile Morosini, e ancora non mi spiego per quale motivo Juric abbia così poco creduto in lui e nell'altro prospetto su cui si era investito l'anno passato, il laterale Beghetto. 
IN BILICO FRA TRANQUILLITA' E SOFFERENZA - Emerge un quadro per nulla definito, in balia di troppe variabili esterne (mercato, cambio di proprietà) ed interne (pregi e limiti della rosa). Se Perin, Izzo quando tornerà, Zukanovic, Bertolacci, Veloso, Centurion e Lapadula si esprimeranno ai massimi livelli, la Nord potrà comunque sorridere ma limitando le proprie ambizioni; se arriveranno Ansaldi e il fondamentale mastino nel mezzo, ogni ipotesi di sofferenza nei bassifondi dovrebbe essere bandita. In caso contrario, rimane una squadra in grado, come ha fatto contro i Campioni d'Italia, di battersi se non altro con furore, intraprendenza e discreta aggressività anche al cospetto di rivali eccelsi, almeno fin quando il fiato regge. Ma, come già scrissi molto tempo fa, occorre diffidare delle "gloriose sconfitte", perché non è detto che certe buone prestazioni siano garanzia di uguale rendimento anche in sfide più abbordabili, come del resto ha plasticamente dimostrato la stagione passata, coi tanti punti persi con le varie Empoli, Palermo e Pescara. 
I DUBBI DI JURIC - E' stato dunque assurdo attaccare Ivan Juric per aver detto che, allo stato delle cose, "la salvezza è tanta roba". Avrebbe forse dovuto innalzare l'asticella, salvo poi trovarsi ugualmente contestato per aver promesso ciò che non poteva mantenere? Ripetiamo: è un Genoa che, pur con qualche puntello in più, non è stato rivoluzionato come il disastro 2016/17 avrebbe richiesto, e parte dunque con l'anima della squadra che tante brutte figure ha inanellato pochi mesi fa, con tutte le riserve del caso soprattutto sul piano caratteriale e psicologico. E parte con lo stesso manico, il quale si spera abbia fatto tesoro dei tanti errori commessi e posto rimedio ad alcuni dei limiti emersi prima dell'esonero. Una seconda possibilità come questa non viene concessa a chiunque: ne faccia tesoro. Ha comunque in gruppo un Perin nuovamente attivo e più carismatico che mai. Non è poco.