mercoledì 20 settembre 2017

NON SOLO SUMMER FESTIVAL. RIFIORISCONO LE RASSEGNE ESTIVE: POWER HITS, FESTIVAL SHOW E BATTITI LIVE



Ieri sera, l'Arena di Verona ha ospitato l'atto conclusivo di "Power Hits estate", neonato evento organizzato da RTL 102.5 per premiare, fra le cinquanta canzoni più programmate dalle radio italiane, il tormentone della stagione calda ormai agli sgoccioli. Ha trionfato "Tra le granite e le granate" di Francesco Gabbani, al culmine di un gala che ha visto sfilare gran parte dei protagonisti canterini di questi ultimi mesi, da Fabri Fibra a Thegiornalisti, dal trio Benji - Fede - Annalisa ad Ermal Meta, e ancora Takagi & Ketra con Arisa e Lorenzo Fragola, Paola Turci, Nina Zilli, Rovazzi... Atmosfera da Festivalbar dei bei tempi, sia per l'ambientazione, sia per il periodo dell'anno (lo stesso in cui patron Vittorio Salvetti celebrava la finalissima della sua creatura); solo il clima ha tradito, vista la massiccia presenza, fra il pubblico, di felpe e giubbetti che denunciavano il precoce arrivo dell'autunno... 
La serata è stata presentata da Angelo Baiguini, storico conduttore di RTL, e Giorgia Surina, la quale aveva ricoperto identico ruolo, sempre in Arena, in occasione dell'ultima tappa del Festival Show, altra rassegna canora in qualche modo assimilabile al vecchio Festivalbar, sia per la sede della finale, sia soprattutto per il fatto di essere una manifestazione itinerante, che si snoda lungo tutta l'estate toccando diverse località del Nord Italia (quest'anno le sedi "intermedie" sono state Padova, Brescia, Caorle, Bibione, Jesolo, Lignano Sabbiadoro, Mestre). Festival Show, organizzato dalle emittenti Radio Birikina e Radio Bellla & Monella,  è in pista fin dal 2000 e ha visto via via crescere il suo peso specifico nel panorama musicale nostrano. Al Sud, invece, ha fatto il pieno di pubblico "Battiti Live", con le sue cinque tappe (Bari, Nardò, Andria, Melfi e Taranto): realizzata da Radionorba, è anche questa una manifestazione storica, avendo celebrato la sua prima edizione nel 2003. E la bella stagione era stata aperta dal Wind Summer Festival, di cui ho diffusamente parlato in un post apposito sul blog, e che proprio quest'anno ha cambiato radio partner, passando a Radio 105 dopo gli anni di RTL, la quale ha risposto con la nuova iniziativa di cui si è detto in apertura. 


Qual è la sintesi di tutto ciò? Semplicemente, che dopo anni piuttosto oscuri sotto questo punto di vista, l'estate canora della Penisola è tornata ad essere popolata di kermesse dotate di una certa credibilità e di caratura nazionale. Non siamo ai livelli degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, le decadi del boom dei festival di musica leggera, ma va registrato un ritorno di fiamma che, francamente, fino a poco tempo fa pareva impossibile, soprattutto se si pensa a quanto bruscamente si interruppe la favola del Festivalbar nel 2008, per tacere del tramonto dell'altrettanto glorioso Disco per l'estate, nel 2003, in un'atmosfera di sostanziale indifferenza.
E' pur vero che due degli eventi citati, il Festival Show e il Battiti Live, hanno alle spalle dei curricula di tutto rispetto, come si è visto: ma negli ultimi tempi il loro rilievo mediatico ha fatto registrare un'impennata notevole. La kermesse pugliese, solitamente irradiata sul piccolo schermo da Radionorba tv e Telenorba, in questo 2017 è approdata anche alla grande ribalta generalista, con la messa in onda in differita su Italia 1 per tutto il mese di agosto. La rassegna "nordica" ha goduto delle finestre televisive di Real Time, in passato è stata trasmessa anche da 7 Gold e ha avuto  un passaggio su Rai 2 in occasione della finalissima del 2010, oltre alla diffusione catodica attraverso varie reti locali. E che il trend sia in crescita lo dimostra l'entusiasmo degli organizzatori del Festival Show, che al termine della serata veronese hanno dichiarato al settimanale "Vero" di voler far diventare la loro manifestazione  "il nuovo Sanremo". Si esagera, ma sognare è pur sempre lecito...
Il "Power hits estate" è stato invece trasmesso, in diretta "radiovisiva", dalla stessa emittente che l'ha organizzato, RTL, canale 36 del digitale terrestre. Se dunque una cosa manca, a queste rassegne, per raggiungere la popolarità dei grandi eventi di musica leggera del passato, è una platea televisiva più ampia, quella di cui può già usufruire il Summer Festival su Canale 5 e che è stata conquistata quest'anno dal "Battiti". Ma stiamo parlando di eventi che godono già da tempo di ampio successo, di serate omaggiate da afflussi notevolissimi di pubblico "in loco".


I cast di questi eventi presentano, inevitabilmente, molti nomi in comune fra di loro. Non è il caso di scandalizzarsi eccessivamente. Così è sempre stato, anche negli anni d'oro, quando di dischi se ne vendevano a go go. Le canzoni più "gettonate" del periodo sono quelle che sappiamo, una ventina o giù di lì: comprensibile che attorno ad esse e ai loro interpreti si costruiscano gli spettacoli delle vacanze, cercando poi di completare il cartellone con nomi il più possibile originali e con altre "esclusive" (il Festival Show, ad esempio, si è avvalso della presenza sul palco dell'Orchestra Ritmico Sinfonica italiana di Diego Basso e della Dance Crew di Etienne Jean Marie). Ma sempre di pop orecchiabile e balneare stiamo parlando, non sono certo le arene estive i luoghi più adatti per mettere in pista esempi di ricercatezza sonora. Casomai si potrebbe discutere dell'omologazione delle "rotation" delle emittenti radio, che operando giornalmente, ventiquattr'ore su ventiquattro, avrebbero il dovere di proporre un'offerta più variata e non solo mainstream. Ma sarebbe un discorso lungo. 

mercoledì 13 settembre 2017

RECENSIONI DAL PASSATO: "CONAN, IL RAGAZZO DEL FUTURO": CAPOLAVORO DELL'ANIMAZIONE GIAPPONESE, INNO ALLA VITA E ALLA NATURA CONTRO LA GUERRA


All'epoca, sullo schermo compariva semplicemente la scritta "Conan" a caratteri cubitali, nei primi secondi della sigla: la si può vedere nel fermo immagine qui sopra. Che il titolo completo di quel cartone animato fosse "Conan, il ragazzo del futuro" lo scoprii solo molto tempo più tardi. Che si trattasse di un capolavoro lo intuii invece quasi subito: un'intuizione "di pancia" e di sensibilità, l'unica possibile per un bimbo di otto anni; una convinzione che la crescita, la maturità, l'ampliamento degli orizzonti e la conseguente capacità di analisi di un'opera avrebbero poi confermato e radicato dentro me. Entrò nella mia vita nelle settimane a cavallo fra la fine del 1982 e l'inizio del 1983, questa gemma preziosa: e oggi, quasi quattro decenni dopo, mi rendo conto che non solo non ne è mai uscita, ma si è incisa profondamente nel mio cuore, nella mia anima. 
L'ESORDIO DI CONAN - "Conan", continuerò a chiamarlo così perché così lo conobbi, è un cartone giapponese, un "anime", come si dice in termini tecnici. Trasmesso in prima visione nel Paese del Sol Levante nella primavera del '78, arrivò da noi nei primi anni Ottanta. Fu, quello, il periodo dell'invasione nipponica più pacifica che si possa immaginare: decine di anime riempirono i palinsesti dei canali televisivi italiani, soprattutto quelli delle reti private nazionali e locali. Cartoni jap a colazione, pranzo, merenda e cena: una pacchia, per noi bambini di quel tempo; sicuramente molto meglio, sul piano della qualità delle proposte tv, rispetto alle tristi televendite - fiume di oggi. 
NEL DNA DI UNA GENERAZIONE - "Conan" sbarcò nella Penisola intruppato nel gruppone, per usare un gergo ciclistico: una serie fra le tante, perché altre furono quelle che, godendo di maggior visibilità mediatica o di più immediato appeal, entrarono rapidissimamente nel mito di una generazione: da Heidi a Goldrake, da Jeeg a Mazinga Z, da Lady Oscar a Lupin III e Candy Candy, solo per citare alcune fra le più popolari. Tutte serie che, per inciso, ho amato con diverse gradazioni e in larga parte continuo ad amare. Per Conan fu tutto più difficile: poco o per nulla reclamizzato, inserito nelle programmazioni tv quasi di soppiatto, senza grancasse, oltretutto un cartone atipico rispetto alla media degli altri prodotti "made in Japan": una serie breve, appena 26 episodi, una vicenda ambientata sì nel futuro, ma senza eroici e indistruttibili robot, senza scenari fantascientifici, senza battaglie nel cosmo contro mostri alieni e spaziali. Così, "Conan" non è esploso subito: ha scavato lentamente dentro noi ragazzini, ha avuto pazienza e ha saputo metter radici, fino a diventare parte del nostro Dna. Perché Conan è una lezione, un insegnamento, una "scuola per immagini animate": è un inno al rispetto della vita nella sua essenza più genuina, più primordiale, e quindi, in definitiva, è vita tout court, nel senso più pieno del termine. 
COLPO DI FULMINE - Comparve sul mio televisore, dicevo, fra la fine dell'82 e l'inizio dell'83. Il canale? La memoria comincia a far cilecca, lo confesso. Aiutandomi con gli archivi dei quotidiani oggi consultabili in rete, deduco che potesse trattarsi di Teleradiocity,  all'interno del contenitore pomeridiano "Viva" (in cui veniva trasmesso anche lo spazio "Milcaro show", dal nome del celebre personaggio che lo animava, un attore in costume da leprotto, il leprotto Milcaro, per l'appunto). Forse, addirittura, "incappai" nel cartone a serie già iniziata: poteva capitare spesso, ai tempi, perché gli anime erano talmente numerosi che, anche volendo, non si riusciva a star dietro a tutti, qualcosa per la strada andava perso. Naturalmente lo rividi poi dalla prima puntata poche settimane dopo, in una delle tante repliche che venivano mandate in onda a getto continuo e a stretto giro di posta. E fu subito colpo di fulmine. 
LA TRAMA IN SINTESI - In breve la storia. E' ambientata nel 2028, vent'anni dopo una terza guerra mondiale che par di intuire esser stata piuttosto rapida nel suo svolgimento, combattuta attraverso potentissime bombe elettromagnetiche che ebbero effetti catastrofici: intere nazioni distrutte, miliardi di morti, ma soprattutto uno spostamento dell'asse terrestre (indotto dai suddetti ordigni) che provocò sconvolgimenti ambientali e climatici, con maremoti che portarono gli oceani a sommergere la quasi totalità dei continenti. In pratica, una sorta di secondo diluvio universale prodotto artificialmente, da uomini che si fecero sfuggir di mano e male utilizzarono il progresso scientifico, piegandolo a scopi abietti.
Conan è un ragazzo (dell'età apparente di 12-13 anni) nato da una coppia di superstiti alla catastrofe mondiale, i quali assieme ad altri avevano tentato di mettersi in salvo fuggendo a bordo di una navicella spaziale. Il velivolo era però stato danneggiato da una pioggia di detriti durante la fase di ascensione e fu costretto a tornare sul nostro pianeta, improvvisando un atterraggio di fortuna su uno dei pochi lembi di terraferma scampati alla furia delle acque: si trattava dell'Isola perduta, luogo tutt'altro che casuale di inizio e fine della vicenda narrata. 
Sull'Isola, Conan, ragazzo in apparenza mingherlino eppure fisicamente dotatissimo, a livelli fuori del normale (le sue doti incredibili di forza e resistenza rappresentano l'unica concessione all'assurdo, in un anime per il resto assolutamente realistico) conosce Lana, sua coetanea in fuga da Indastria, grigia e decadente città futuristica, ultimo baluardo della civiltà pre bellica; il leader di questa metropoli in disfacimento è Lepka, un "simil Hitler" in tutto e per tutto, despota fanatico, guerrafondaio e assetato di potere: insegue Lana perché la giovane è in grado di comunicare telepaticamente col proprio nonno, l'insigne scienziato Briac Rao, anch'egli fuggiasco e ricercato in quanto unico detentore della tecnologia necessaria ad ottenere energia solare attivando, tramite un satellite in orbita attorno alla Terra, la "Torre del Sole" che svetta al centro d'Indastria. Sfruttando tale energia, Lepka vorrebbe rimettere in azione un  aereo di colossali dimensioni, il "Gigante", uno dei bombardieri che avevano causato la grande catastrofe, e con esso ripartire alla conquista del mondo, ripristinando in sostanza, per propria sete di potere, il clima fatto di odio, tensioni e conflitti che era sfociato nella nota devastazione. Contro questo pericolo si snoderanno, lungo le 26 puntate, le avventure di Conan, Lana e tanti altri amici incontrati lungo il percorso. 
L'ATTUALITA' DI CONAN - "Conan" è dunque un cartone squisitamente pacifista, e come tale destinato a rimanere eternamente attuale, purtroppo. Le brutture delle terrificanti guerre contemporanee incombono fin dalla prima puntata: i continenti sommersi, rovine di moderni palazzi sparse ovunque negli oceani, inquietanti resti dei grandi agglomerati urbani di inizio Duemila spazzati via in un istante; i pochi superstiti costretti a improvvisare un nuovo tipo di esistenza su un pianeta sconvolto, ripartendo da condizioni quasi preistoriche. E fin dall'inizio il pericolo da combattere è palese: la minaccia di un ritorno a un passato cupo in cui la follia delle armi prevaleva sulla ragione del dialogo, gli ultimi colpi di coda di una società senza ideali, animata solo da mire politiche di dominio ed espansione, irrispettosa della civiltà, della natura, sorda di fronte ai valori di serena convivenza fra i popoli. Un modello sociale che, se fosse tornato a imporsi, avrebbe portato nuove guerre, nuovi lutti, e una distruzione questa volta probabilmente irrimediabile.
L'UNICA BATTAGLIA ACCETTABILE - Conan e Lana rappresentano l'ideale diametralmente opposto a questa prospettiva: sono cresciuti nel mondo post apocalittico che, Indastria a parte, ha riscoperto l'importanza vitale dell'esistenza a contatto con la natura e nel pieno rispetto di essa. Il ragazzo viveva da solo sull'Isola perduta col nonno, poi ucciso dai soldati inviati da Lepka per rapire Lana; la sua nuova amica è originaria di Hyarbor (o High Harbor), un'isola in cui molte persone scampate alla catastrofe avevano "ricominciato daccapo", ricostruendo sulle macerie, coltivando campi e dando vita a una comunità agricola prospera e pacifica. L'unica struttura sociale sostenibile sul nuovo Pianeta reduce dagli sconvolgimenti elettromagnetici, un modello da difendere a ogni costo, combattendo l'ultima battaglia eticamente accettabile e "giusta" prima di tornare alla pace duratura: la battaglia contro la sete di potere e i rigurgiti militaristi dell'aspirante "imperatore mondiale" e della sua sparuta cricca.


UN CONCENTRATO DI EMOZIONI - Non è questa la sede per descrivere nel dettaglio le alterne vicende e i coprotagonisti della storia: è una storia incredibilmente densa, pur se concentrata in un numero risicato di episodi. Ci sono sostanzialmente quattro fasi: la prima, con Conan che, conoscendo Lana, viene a contatto con una realtà esterna all'Isola perduta che nemmeno immaginava, si vede rapire sotto gli occhi la ragazza e inizia una lunga, irriducibile lotta per salvarla; una parte centrale di quiete e serenità ad Hyarbor, in cui i due ragazzini cominciano persino a fare progetti sul domani, sul "loro" futuro e su quello del mondo; la  terza e più drammatica fase della lotta contro Indastria, i cui soldati invadono Hyarbor per accelerare i tempi del progetto di conquista del pianeta attraverso l'energia solare; e un breve ma intenso epilogo, col ritorno di Conan e della nuova comunità da lui formata (Lana in testa, ovviamente) all'Isola perduta (nel frattempo divenuta sommità di un continente riemerso dalle acque), per ripopolarla e ridarle vita. 
PACE, NATURA E ARMONIA FRA LE GENTI - Il nonno di Lana, poco prima di spirare, lo dice chiaramente ai due giovani: "Non esiste altra possibilità, per l'uomo, che quella di vivere in mezzo alla natura". Un monito che si collega idealmente a quello sussurrato in avvio di serie dal nonno di Conan, anch'egli morente, al giovane nipote: "Conan, vattene da quest'isola... Un uomo non può stare solo.... Cercati degli amici e vivi per loro, Conan...". Ecco il messaggio che rende questa serie un vero e proprio gioiello: un inno alla pace, alla fratellanza fra i popoli, al ritorno alla natura in contrapposizione alle nefaste derive della scienza e della modernità; un invito all'amicizia incondizionata, alla vita da condurre in piena solidarietà, collaborazione e unione d'intenti.
Hayao Miyazaki, colui che ideò questa serie traendo ispirazione dal romanzo (a lungo introvabile in Italia) "The incredible Tide" di Alexander Key, si spinge fino all'estremo di questa scelta di campo, teorizzando una nuova civiltà esclusivamente votata alla vita di campagna, mettendo al bando tutto ciò che è tecnologico. Chiaro che l'optimum sarebbe la classica via di mezzo: una società in grado di riscoprire il valore dei beni offerti da madre natura ma, nel contempo, dotata della saggezza adeguata a valorizzare positivamente le risorse più avanzate dei tempi nuovi, abbandonando invece la suicida corsa agli armamenti. Un compromesso del genere si ravvisa solo in uno degli snodi decisivi del cartone: senza l'energia solare, usata però in modo costruttivo, gli abitanti di Indastria liberati dal giogo di Lepka non avrebbero mai potuto abbandonare la loro città prigione... 
SCONFITTA INEVITABILE - E' un tema che non tramonta mai, si diceva: anche oggidì, quando alfine un minimo di distensione mondiale sembra raggiunta, ecco spuntare il dittatorello di turno a gettare benzina sul fuoco, turbando equilibri di pace già precari per via dei tanti focolai bellici nel mondo, ma qui il discorso sarebbe troppo lungo, e comunque ne stiamo avendo un assaggio proprio in queste settimane... Il pacifismo di "Conan" è a suo modo integralista: mentre altri anime coevi, in particolar modo quelli robotici, inseguivano l'obiettivo della pace attraverso la guerra (stesso paradosso che riscontriamo nel mondo reale...), Miyazaki giunge alla sconfitta dei "cattivi" limitando allo strettissimo indispensabile il ricorso alle armi (vedasi la distruzione finale dell'aereo Gigante).
E' una vittoria morale prima ancora che concreta, sul campo. Del resto, fin dall'inizio della serie si intuiva come Indastria fosse in fondo già un corpo estraneo sulla nuova Terra: città ultramoderna solo nella sua Torre (peraltro ridotta a un vuoto simulacro, se privata dell'energia solare), che era però circondata da baracche cadenti; organizzata in maniera oltremodo classista, piramidale, col potere nelle mani di pochi (anzi, di uno solo) e con centinaia di cittadini sfruttati, umiliati, costretti a vivere in situazione di semi-schiavitù. Una concezione di struttura sociale che non aveva senso nel nuovo ordine mondiale improntato alla serena convivenza (quello che da Hyarbor si sarebbe espanso all'Isola perduta e poi oltre), ma che con la tecnologia bellica e con la prepotenza del capo poteva ancora mettere paura, e andava neutralizzata.
LE ALTRE LEZIONI DELL'ANIME - Non ci sono solo questi grandi temi mondiali, in "Conan". Ci sono massimi sistemi e piccoli - grandi sistemi. C'è ad esempio la forte spinta verso l'eguaglianza e l'equilibrio sociale, quello che si realizza ad Hyarbor, dove tutti lavorano per il bene della comunità, dove non ci sono gerarchie rigide; c'è l'esaltazione del motto "l'unione la forza", perché i grandi obiettivi si raggiungono uniti, e lo stesso Conan, per quanto dotato di infinite risorse fisiche e caratteriali, spesso non uscirebbe vivo da determinati pericoli senza l'aiuto di Lana. C'è la maturazione delle nuove leve, che crescono apprendendo progressivamente valori sani come l'amicizia, il prodigarsi per il prossimo, l'impegno quotidiano per il bene collettivo.
IL RAPPORTO FRA CONAN E LANA - C'è, soprattutto, la delicatezza con cui viene tratteggiato il rapporto fra Conan e Lana. Sono ragazzini, certo, e sono amici: ma la dedizione fra i due è reciproca, lui salva lei e lei salva lui da situazioni critiche più volte, nel corso della serie. In questo è un cartone contemporaneo e avanti rispetto ai suoi tempi, perché mette l'uomo e la donna su un sacrosanto piano di perfetta parità: non c'è più, cioè, l'eroe maschietto senza il quale la fragile fanciulla sarebbe perduta, e anzi Lana dà più volte dimostrazione di incrollabile tempra morale.
E' un rapporto che va al di là dell'affetto puro e semplice: certo non si fa mai esplicito riferimento all'amore, ma i due andranno a rifondare la civiltà sull'Isola di Conan, insieme, ed è dunque chiaro il tipo di futuro che l'autore ha prospettato per loro, un "detto - non detto" che però, fin dal 1983, da spettatore bambino mi è piaciuto intuire e che mi ha consentito di congedarmi dal cartone con animo gioioso e appagato, oltreché col cuore gonfio di emozione. E poi, più prosaicamente, c'è la grazia del tratto grafico; c'è una sigla italiana splendida, evocativa, carica di passione, cantata da Georgia Lepore; ci sono brani di sottofondo (background music) deliziosi, cesellati su misura per ciascun momento dell'anime, da quello drammatico a quello più gioioso, da quello carico di tensione a quello triste tour court, fino a quello bizzarro e divertente. 
UN CARTONE DA MOSTRARE AI BAMBINI DI OGGI - Passeranno gli anni, diventerò vecchio (almeno spero), ma non dimenticherò mai "Conan". Periodicamente mi piace rivederlo, direi anzi che è quasi una necessità (fortunatamente la serie è stata pubblicata su dvd, l'ultima versione è quella edita da Dynit): e ogni volta si scopre qualcosa di nuovo, è una fonte perenne di insegnamenti, di lezioni di vita, di positività. Lo stile dell'animazione giapponese è nel frattempo profondamente cambiato, così come sono mutati i gusti delle nuove generazioni; eppure, Conan andrebbe fatto vedere ai bambini di oggi. Perché se lo si guarda con attenzione, se non lo si rimuove e lo si tiene invece nel cuore, è un cartone che ha la forza per formare adulti migliori di quelli del passato e del presente. Viva Conan e viva Lana, per sempre. 

mercoledì 6 settembre 2017

ITALIA - ISRAELE 1-0: CANDREVA PERNO DEL GIOCO, ZAPPACOSTA E IMMOBILE PROMOSSI, IL PUBBLICO BOCCIATO

                                          Candreva: migliore in campo a Reggio Emilia

La disfatta del Bernabeu ha lasciato il segno, ed era ovvio. L'ampiezza del risultato, ma soprattutto il divario abissale sul piano del gioco, non potevano non minare profondamente le certezze di una squadra, quella azzurra, in fase di formazione e di crescita. Ci vorrà del tempo per assorbire il colpo e rimettersi in carreggiata, e nel frattempo non resta che limitare i danni vincendo, in un modo o nell'altro. Considerazioni lapalissiane che anche il pubblico di uno stadio dovrebbe comprendere: magari provvedendo prima a riempirlo, codesto stadio (affollare l'impianto di Reggio Emilia non mi pare sia impresa titanica...), e poi evitando di fischiare la squadra di casa dopo appena dieci - quindici minuti balbettanti. Perché i milioni, quelli del conto in banca dei calciatori, in campo scompaiono, contano invece le emozioni, la tensione, la paura di sbagliare, che ieri erano al diapason dopo l'infernale notte madrilena. 
LA MATURITA' DEL PUBBLICO - Un pubblico maturo lo capisce, e il bell'inizio dell'Italia, con quell'azione in velocità Insigne - Darmian e il tiro di Belotti a lato di un soffio, avrebbe dovuto rappresentare un ulteriore stimolo a fornire un sostegno inesausto alla spaurita truppa di Ventura. Non è accaduto, e se dopo i primi errori e i primi impacci ti rendi conto di giostrare in un ambiente freddo quando non ostile, tutto diventa più difficile. Insomma, so bene che i problemi del calcio italiano e della rappresentativa sono altri, ma ogni tanto prendersela coi tifosi, col loro modo di approcciare l'evento, ha un suo perché: chi sta sugli spalti dovrebbe forse immedesimarsi maggiormente con chi sta in campo, invece di bearsi di cori idioti come quello che, ormai da anni, accompagna dalle nostre parti i rilanci dei portieri avversari. Passiamo oltre. 
PRIMO TEMPO... A LUCI ROSSE - La prestazione del Club Italia è stata... quel che è stata. Primo tempo inguardabile, si diceva, al netto dell'occasione iniziale di Belotti e di quella finale di Insigne, che ha calciato sul portiere da distanza ravvicinata. Fra le due palle gol, meglio Israele, in un paio di ripartenze fulminanti e un tiro dalla distanza di Cohen sventato in angolo da Buffon. Un buon saggio di calcio all'italiana in versione modernizzata, quello dei ragazzi di Levy: difesa chiusa a doppia mandata, persino troppo in certe fasi del match, ma non del tutto passiva, con veloci contropiede che hanno mandato in affanno i nostri. Una tattica che è risultata redditizia anche perché l'Italia l'ha facilitata, con la sua esasperante lentezza nella tessitura della manovra, e certi squilibri che portavano la squadra ad essere troppo schiacciata in avanti, facendo mucchio nella metà campo avversaria e lasciando zone scoperte dietro. 
TANTE OCCASIONI - Un disastro, insomma, del quale non aveva alcuna colpa la precaria condizione fisica settembrina, tanto strombazzata. Lo ha dimostrato il secondo tempo, quando è bastato alzare un tantino il ritmo e cominciare a giostrare con discreta rapidità per mettere in ambasce gli orientali. Pur senza miracol mostrare, sono scaturite palle gol in quantità apprezzabile: Immobile il più incisivo, con un'inzuccata fuori di poco e un tiro angolatissimo deviato in corner. Giusto quindi che fosse il laziale, del resto protagonista di un ottimo avvio di stagione in maglia Lazio, a siglare il punto decisivo, con un perfetto colpo di testa su traversone di Candreva. Poi ci hanno provato Zappacosta e Verratti da fuori, Belotti due volte (la prima di testa con prodezza del portiere Harush, la seconda con un destro di prima intenzione su assist di Candreva ribattuto dall'estremo ospite), e persino Barzagli con un tocco sotto misura. Qualche altro rischio, sulle controffensve israeliane sempre più sporadiche, ma sullo scatenato Ben Chaim salvavano prima Zappacosta con un prodigioso recupero, e poi Buffon neutralizzandone il tentativo di pallonetto. 
CONTI, ZAPPACOSTA E DARMIAN - La ripresa, insomma, dava un po' di colore alla pallida prestazione azzurra, tanto che alla fine l'1-0 poteva perfino considerarsi troppo avaro per i nostri colori. Restituito tono alla manovra, rimanevano però imprecisione e precipitazione al momento conclusivo a spegnere ulteriori sogni di gloria. Ventura ha riproposto, incrollabile, il contestatissimo 4-2-4. Di certo ha avuto più senso farlo con Israele che non con la Spagna, e se non ha funzionato, nel primo tempo, è stato soprattutto per la scarsità di idee e il minimo apporto fornito da alcuni elementi tatticamente importanti. Astori, ad esempio, ha provato a fare il Bonucci, avanzando e tentando di dire la sua in impostazione, ma non è proprio cosa, mentre dalle fasce non è arrivato l'atteso contributo in fase di spinta. Fra Conti e Darmian meglio comunque il primo, più propositivo e utilissimo in ripiegamento, in particolare con una chiusura in extremis su Kabha a un passo da Buffon. L'ingresso di Zappacosta ha portato maggior brio, col neo acquisto del Chelsea che ha saputo far bene sia in copertura che nelle proiezioni offensive, cercando anche il tiro in porta. E Candreva ha confermato il suo buon feeling con l'azzurro, conquistando la palma di migliore in campo: oltre a quello decisivo per Immobile, una serie di altri assist al bacio non sfruttati da Insigne e Belotti (due volte) e una presenza costante al cross: è stato alla fine il più cercato dai compagni, un approdo sicuro per il pallone, l'unico vero ispiratore delle nostre iniziative d'attacco. 
IMMOBILE E BELOTTI, SERVE PIU' EFFICACIA - Questo ha dunque detto la serata emiliana. Che l'Italia di Ventura pende... a destra, ben coperta da Zappacosta e Conti dietro e da Candreva in avanti. Che al centro della difesa ci vogliono alternative più affidabili di Astori (Rugani e Romagnoli sono pronti); che Insigne è ancora troppo fumoso e impreciso in azzurro; che Immobile - Belotti è la coppia gol ideale, ma i due devono affinare la mira; che, infine, Verratti in un contesto simile fatica a prendere in mano le redini del gioco e a imprimere la sua firma sul centrocampo, affiancato da un De Rossi non più fulmine di guerra e da incursori non sempre attenti al lavoro di filtro. Si deve così limitare a compiti di interdizione riservandosi pochi lampi al momento di costruire. Storia vecchia, alla quale bisognerà prima o poi porre rimedio. Lo si potrà fare in discreta tranquillità nelle prossime due gare, con la qualificazione ai playoff ormai ipotecata, anche se occorre continuare a far punti per evitare brutti (ma improbabili) scherzi in tema di classifica delle migliori seconde. 

domenica 3 settembre 2017

SPAGNA - ITALIA 3-0: GLI ERRORI DI VENTURA ALLARGANO UN SOLCO CHE NON E' COSI' AMPIO. DOV'E' FINITO LO SPIRITO DI SAINT DENIS?



Da Saint Denis a Madrid, poco più di un anno per ritrovarsi al punto di partenza; anzi, persino qualche metro più indietro, fino a scoprire di essere tornati... a Kiev. Il trionfo sulla Spagna a Euro 2016, quell'impresa meritata e indiscutibile firmata da Chiellini e da Pellè (ma soprattutto da Antonio Conte) ci aveva fatto credere che il calcio azzurro avesse recuperato classe, mentalità e  personalità in dosi utili a ridurre o annullare, perlomeno in gara secca, il gap tecnico fra noi e la Roja. Ahimè, è stata una crudele illusione. Il Santiago Bernabeu ci ha restituito un Club Italia ridotto ai minimi termini come quello che era affondato nella finale continentale del 2012, a Kiev, per l'appunto. 
INDIETRO DI CINQUE ANNI - Ricordate? Fu un 4-0 dipinto come umiliante, in realtà una punizione eccessiva per una squadra stanca, con troppi elementi in condizioni precarie, e che comunque qualche cosa era riuscita a creare, fin quando le gambe e il fiato avevano retto. Sul piano della prestazione, è assai più inquietante il rovescio di ieri sera; "solo" tre gol sul groppone, ma una disperante dimostrazione di impotenza, una inferiorità a tratti imbarazzante sotto tutti i profili: talento (e si sapeva, ma non fino a questo punto), brillantezza atletica, organizzazione di gioco... Inutile tornare sulla mancanza di idee, sull'inconsistenza in tutte le zone del campo, sull'imprecisione assoluta nel tocco e nel passaggio: la gara in sé non si presta a commenti e analisi approfondite, è stato un semplice monologo, e quando ci si riduce a fare da sparring partner a una rivale storica, in una gara ufficiale e decisiva, qualche domanda è lecito porsela, al di là dei contratti rinnovati fino a lontane e improbabili scadenze. 
K.O. TARGATO VENTURA - Poche ore fa, come nella sfida d'andata a Torino, il fallimento (perché quell'1-1 fu una mezza sconfitta) porta l'indelebile firma del cittì Ventura. Che all'Olimpico piemontese sbagliò clamorosamente formazione di partenza (se ne avete voglia, andate a rileggervi cosa scrissi all'epoca, qui), mentre in terra iberica ha optato per una scelta tattica suicida. Suicida, perché un 4-2-4 in casa di una delle rappresentative più forti al mondo, che gioca oltretutto con due risultati su tre a disposizione, lo puoi fare solo se hai interpreti tecnicamente all'altezza, abituati a tale modulo da una lunga pratica e, soprattutto, sorretti da una straripante condizione fisica, trattandosi di un modulo che richiede grande dispendio di energie per risultare efficace in avanti senza tralasciare l'adeguata copertura. E invece, ci siamo ritrovati con un centrocampo in cui Verratti e De Rossi, presi in mezzo dai fini dicitori spagnoli, sono naufragati senza possibilità di riscatto, anche perché poco o nulla supportati dai vari Candreva, Insigne e compagnia. Sì, d'accordo, la vecchia storia della Nazionale che in settembre fatica: ma proprio perché lo si sa da anni, non era opportuno pararsi le spalle infoltendo la zona nevralgica (là dove le partite si vincono e si perdono), sciogliendo le briglie al solo fantasista napoletano come suggeritore delle due punte? O tornare al nostro 3-5-2 vecchia maniera, che spesso gli iberici hanno patito? Si sarebbe perso ugualmente? A parte che non è detto, alla luce dei freschi precedenti, ma persino una sconfitta di misura ed onorevole sarebbe servita per il morale e per i delicati equilibri psicologici di un gruppo in fase di formazione e crescita. 
ELASTICITA' TATTICA - Non è una questione di coerenza col discorso tattico intrapreso negli ultimi mesi. La coerenza del progetto la si vede da altri elementi: il gruppo azzurro consolidatosi nella scorsa stagione, il lavoro in prospettiva sui giovani con l'inserimento di tanti volti nuovi... Il discorso sulla strategia da adottare in campo viene dopo, è secondario, e deve sempre tenere conto sia dell'avversario, sia della situazione contingente, ossia degli uomini a disposizione in quel momento e del loro stato di forma. Con una rosa al 40 per cento (e stiamo larghi) delle proprie effettive potenzialità, non è peccato mortale adottare un atteggiamento più prudente: oltretutto il 3-5-2 o il 4-3-3 non sono sinonimi di attendismo, così come il 4-2-4 non lo è di spregiudicatezza, e la serata madrilena lo ha ampiamente dimostrato... Si chiama elasticità, uno dei fattori in grado di far la differenza fra un buono e un ottimo allenatore. 
DIVARIO IRREALE - La Spagna ci è superiore in questo momento, è vero. Ma ciò che si è visto ieri è stato un divario tecnico simile a quello che può esserci fra Italia e Lichtenstein, e questo è inaccettabile, perché le cose non stanno così, e basterebbe il nostro buon Europeo francese, o la graduale affermazione di tanti nostri ragazzi in sboccio, a dimostrare che, pur inferiori, potremmo comunque giocarcela. Torniamo a quel pomeriggio magnifico di Saint Denis 2016: lo sto citando a ogni piè sospinto perché è un termine di riferimento imprescindibile, mentre molti sembrano averlo già dimenticato. Per una Nazionale che deve ricostruire la credibilità internazionale cancellata dal disastroso Mondiale brasiliano, le piccole conquiste intermedie vanno difese strenuamente, e quel 2-0 fu una piccola grande conquista che avrebbe dovuto incrementare la nostra autostima, la nostra personalità, e spingerci a lavorare ancor di più per affinare i nostri mezzi di "offesa" in vista dei successivi confronti con le Furie Rosse; un traguardo che doveva essere valorizzato, facendo tesoro delle modalità adottate per ottenerlo. Invece quel patrimonio è andato sprecato, per inseguire improbabili chimere di gioco, per la voglia di strafare, per immaturità agli alti livelli di un trainer che ha ricevuto, probabilmente, la più sonora lezione di calcio della sua carriera. 
AVANTI CON MENO FIDUCIA - La situazione è meno semplice di quel che sembra: perché non è il massimo della vita avviarsi a concludere il girone con la consapevolezza di dover poi passare attraverso un playoff, con tutti i rischi connessi. Barrage peraltro ancora tutto da conquistare. Sarà un autunno di fuoco, per la nostra ridimensionatissima Azzurra, e lo si affronterà partendo da uno 0-3 che ha incrinato certezze precoci e fiducia eccessiva. Ormai il danno è fatto: perso il terreno che si era recuperato sulla Spagna, tornata a distanza siderale, e persa la possibilità di conquistare un primo posto che, nonostante tutto, era alla portata, bisogna concentrarsi sulle modeste esigenze del momento. Ossia coniugare il lavoro in prospettiva con i risultati. A Ventura si chiede solo un atteggiamento maggiormente camaleontico: più che nei moduli, il coraggio lo dovrà dimostrare nella scelta di uomini che possano adeguatamente surrogare giovani e meno giovani troppo spesso balbettanti, alcuni forse sopravvalutati, altri non più all'altezza di certe ribalte, per naturale esaurimento. Fare nomi riguardo al match madrileno sarebbe ingeneroso, perché nessuno ha avvicinato la sufficienza. Ma le forze fresche ci sono, sia pure in ridotta quantità. Il calcio italiano non è quella "cosa" senza capo né coda che, ridicolizzata dagli assi di Lopetegui, ci ha fatto provare momenti di notevole imbarazzo. Ora, sotto con Israele, senza melodrammi. 

domenica 27 agosto 2017

GENOA: IL PUNTO PRIMA DELLA SOSTA. QUANTO VALE DAVVERO IL NUOVO GRIFONE?


Più che di punto della situazione dopo le prime tre uscite ufficiali (due in campionato e una in Coppa Italia), sarebbe opportuno parlare di bilancio complessivo dell'estate genoana, ma ditemi voi come si fa... La stagione calda 2017 è stata fra le più movimentate di sempre della storia del club, e sì che in casa rossoblu c'è da tempo l'abitudine alle "hot summers" (in tal senso, si spera rimanga insuperabile quella sportivamente drammatica del 2005, con la promozione in A trasformata in retrocessione in C). Gli avvenimenti epocali sono per ora rimasti sulla carta, ma è evidente che qualcosa di grosso si stia muovendo a livello societario. 
QUATTRO RIFLESSIONI - Tuttavia, da questo punto di vista, c'è poco da dire: il passaggio di consegne sembra imminente (ma alcuni giornali genovesi, tre anni fa, avevano parlato di "questione di ore" per l'addio di Preziosi), quindi ne riparleremo quando tutte le carte saranno state scoperte. Solo qualche riflessione: 1) Il joker ha tutto l'interesse a lasciare il club in ottime mani, perché in caso contrario la sua futura credibilità di imprenditore ne risulterebbe gravemente compromessa. 2) Il joker è uno che sa ben navigare nel mondo degli affari, quindi auspico che passi la mano dopo aver ben valutato la solidità finanziaria degli aspiranti acquirenti, soprattutto in prospettiva. 3) Per mantenere a galla, stabilizzare e rilanciare il Genoa, ovviamente senza voli pindarici, occorrono robuste risorse economiche, ergo gli investitori dietro la Sri Group di Giulio Gallazzi dovranno avere contorni ben più definiti di quelli, assai sfuggenti, emersi dalle cronache giornalistiche delle ultime settimane. 4) In ogni caso, fossi stato in Gallazzi avrei evitato questo presenzialismo sui media e vicino al Genoa, visto che la trattativa non è ancora andata a buon fine: in certe circostanze, il basso profilo è sempre preferibile.  
PERIN IL VERO RINFORZO - Rimanendo dunque in attesa di sviluppi positivi o negativi, parliamo del campo. Il calciomercato ancora in corso e la prima sosta per la Nazionale ci hanno consegnato un Grifone  indecifrabile. Le iniziali luminarie in fase di campagna acquisti si sono ben presto spente, in linea con le difficoltà del club, e gira che ti rigira il miglior "rinforzo" è Perin, che dopo l'ennesimo infortunio si è ripresentato in campo tirato a lucido. Contro la Juve, ieri al Ferraris, ha regalato alcune prodezze strepitose, che non sono bastate a salvare la baracca sia perché il confronto coi bianconeri è al momento improponibile, sia perché il Genoa attuale è sì superiore, ma non di molto, a quello che nel maggio scorso ha ottenuto una salvezza risicata, grigia e sofferta al culmine di un girone di ritorno inguardabile, raggiunta con una quota punti bassissima e grazie al fondamentale apporto di rivali specializzate nel giocare a ciapanò. 
Perin è uno dei pochi portieri su piazza a garantire, con le sue sole prestazioni, un discreto gruzzolo di punti supplementari alla squadra di appartenenza: come Buffon, fatte le debite proporzioni, e non come Donnarumma, del quale non ho ancora rilevato la capacità di incidere che sarebbe logico pretendere dall'erede designato del più grande "arquero" degli ultimi vent'anni. Erede dello juventino sarebbe peraltro dovuto essere proprio il rossoblu, prima della catena di infortuni che ne hanno ritardato l'affermazione, ma pazienza, di tempo per recuperare ce n'è... Davanti a lui, come detto, c'è un Genoa che ha visto incrementare il suo tasso di classe rispetto all'ultimo disgraziato campionato, ma non al punto di poter aspirare a una placida navigazione fra centro classifica e "parte sinistra", allo stato attuale. 
UN CAGNACCIO PER PROTEGGERE DIFESA E CENTROCAMPO - La difesa ha perso un leader come Burdisso, per quanto l'ultima versione dell'argentino non fosse delle più scintillanti, ha trovato Rossettini, Zukanovic e Spolli che sono onesti mestieranti della categoria ma non fanno dormire sonni tranquillissimi. Biraschi è promettente ma deve crescere, e nel frattempo è logico metterne in preventivo alcuni black out, mentre Izzo, il vero califfo del reparto, tornerà in campo solo ad ottobre. Nel caso non arrivasse un ulteriore puntello (non sembra essere nei piani societari), per proteggere una difesa di valore medio aumenterebbe vieppiù l'esigenza di un "cagnaccio" di centrocampo, senza il quale oltretutto i "piedi buoni" Bertolacci e Veloso rischiano di andare in apnea e venire travolti. E' una necessità evidente da tempo, lo stesso Juric ha più volte sottolineato l'incompletezza della rosa, ed è sconsolante che ci si debba ridurre agli ultimi giorni di mercato per tamponare falle tecniche che potrebbero risultare esiziali. Così come è rischioso concentrarsi eccessivamente sull'inseguimento di un obiettivo, Sturaro, che pare di difficile raggiungimento. 
BERTOLACCI, VELOSO E FORSE ANSALDI: QUALITA', MA... - Sulle fasce, dovesse partire Laxalt per fare posto al cavallo di ritorno Ansaldi è chiaro che la squadra non ci rimetterebbe, anzi, ma siamo ancora alla teoria pura. Con l'argentino ex Inter (ma anche ex Genoa...), e con Bertolacci e Veloso nel mezzo ci sarebbe comunque una discreta dose di qualità pedatoria a far impennare le quotazioni del Grifo, là dove nasce e si sviluppa il gioco (con in più l'interessantissimo prospetto Brlek in anticamera). Ammesso e non concesso che il "Berto" possa tornare quello dell'era gasperiniana, talmente efficace e travolgente da essersi guadagnato la convocazione in azzurro, mentre la sensazione è che si continui a sovrastimare l'apporto di Miguel, il quale nei suoi anni sotto la Lanterna ha mostrato solo in minima parte le sue reclamizzate doti di perno della zona nevralgica e di buon tiratore della distanza. 
LAPADULA DIPENDENTI? - In avanti, ha salutato la compagnia Simeone che doveva rappresentare il punto di partenza della nuova era genoana, oltretutto per una cifra che, se son veri i 18 milioni sbandierati dai giornali, è assolutamente incomprensibile, paragonata ad esempio agli oltre 30 di quotazione attribuiti a Schick. Il rischio è di diventare Lapadula dipendenti: le prime gare giocate senza l'ex milanista (comparso solo sul finire del match con Madama) hanno mostrato, relativamente al campionato, un team in grado di produrre un buon volume di gioco offensivo, ma scarsamente concreto nei sedici metri finali: ieri, a Marassi, i gol sono arrivati su un'autorete e su un rigore via Var. La speranza è che il celebrato fromboliere sia completamente guarito dalla fascite plantare che gli ha fatto saltare una parte di preparazione, altrimenti ci si dovrebbe affidare a un Palladino in chiara fase discendente, a un Pandev che ormai solo a sprazzi sa regalare i guizzi d'attacco del tempo che fu, e a un Galabinov che arriva in A alla soglia dei trent'anni, ha mostrato buon dinamismo e coraggio ma è tutto da verificare sulla lunga distanza.
CENTURION E TAARABT: ORA O MAI PIU' - Riguardo a Pellegri e Salcedo, caricare di eccessive responsabilità due sedicenni sarebbe un grave errore, per loro e per il Genoa. Per tacere dell'oggetto misterioso Centurion, di cui si dicono mirabilie in tema di fantasia, doti balistiche e capacità di saltare l'uomo, ma che tali qualità deve finalmente dimostrarle sul campo, in Italia, smussando magari certe spigolosità di carattere. La sensazione è comunque che Roby Baggio abbia esagerato col suo endorsement nei suoi confronti (anche se alla fine ha solo detto che "gli piace" Centurion, senza investirlo a proprio erede come qualcuno ha azzardato scrivere). E Taarabt? Ha migliorato la forma fisica, ma la sua carriera dimostra che si tratta comunque di una scommessa ad alto rischio. Poteva tornare utile Morosini, e ancora non mi spiego per quale motivo Juric abbia così poco creduto in lui e nell'altro prospetto su cui si era investito l'anno passato, il laterale Beghetto. 
IN BILICO FRA TRANQUILLITA' E SOFFERENZA - Emerge un quadro per nulla definito, in balia di troppe variabili esterne (mercato, cambio di proprietà) ed interne (pregi e limiti della rosa). Se Perin, Izzo quando tornerà, Zukanovic, Bertolacci, Veloso, Centurion e Lapadula si esprimeranno ai massimi livelli, la Nord potrà comunque sorridere ma limitando le proprie ambizioni; se arriveranno Ansaldi e il fondamentale mastino nel mezzo, ogni ipotesi di sofferenza nei bassifondi dovrebbe essere bandita. In caso contrario, rimane una squadra in grado, come ha fatto contro i Campioni d'Italia, di battersi se non altro con furore, intraprendenza e discreta aggressività anche al cospetto di rivali eccelsi, almeno fin quando il fiato regge. Ma, come già scrissi molto tempo fa, occorre diffidare delle "gloriose sconfitte", perché non è detto che certe buone prestazioni siano garanzia di uguale rendimento anche in sfide più abbordabili, come del resto ha plasticamente dimostrato la stagione passata, coi tanti punti persi con le varie Empoli, Palermo e Pescara. 
I DUBBI DI JURIC - E' stato dunque assurdo attaccare Ivan Juric per aver detto che, allo stato delle cose, "la salvezza è tanta roba". Avrebbe forse dovuto innalzare l'asticella, salvo poi trovarsi ugualmente contestato per aver promesso ciò che non poteva mantenere? Ripetiamo: è un Genoa che, pur con qualche puntello in più, non è stato rivoluzionato come il disastro 2016/17 avrebbe richiesto, e parte dunque con l'anima della squadra che tante brutte figure ha inanellato pochi mesi fa, con tutte le riserve del caso soprattutto sul piano caratteriale e psicologico. E parte con lo stesso manico, il quale si spera abbia fatto tesoro dei tanti errori commessi e posto rimedio ad alcuni dei limiti emersi prima dell'esonero. Una seconda possibilità come questa non viene concessa a chiunque: ne faccia tesoro. Ha comunque in gruppo un Perin nuovamente attivo e più carismatico che mai. Non è poco. 

martedì 15 agosto 2017

SANREMO 2018: VERSO UN FESTIVAL DI TRANSIZIONE? BUIO ASSOLUTO SU CONDUZIONE E DIREZIONE ARTISTICA



Sanremo 2018 si farà in ogni caso, ma la sensazione, al momento, è che si tratterà di un Festival di passaggio, di transizione. Riflessione inevitabile, una volta constatato che, doppiata la boa di Ferragosto, ancora nessuna notizia utile è giunta da Mamma Rai sull'edizione 68 della kermesse. Si brancola nel buio quasi assoluto, e anche l'unico barlume di luce giunto in queste settimane, ossia la pubblicazione del regolamento della categoria Giovani, ha destato più sconcerto che sollievo: stupisce infatti che sia stato compiuto un passo così importante in assenza di un direttore artistico designato. A meno che un direttore artistico "ombra" già non ci sia... 
Il fatto è che tale regolamento ricalca, a grandi linee, quello dell'anno passato, tanto da aver fatto sospettare una riconferma, nel ruolo di deus ex machina dietro le quinte, del mattatore degli ultimi tre Festival, Carlo Conti. Difficile pensarlo, dopo aver letto una sua recente intervista rilasciata a Sorrisi & Canzoni, nella quale ha parlato in lungo e in largo degli impegni che lo attendono nella stagione tv 2017/18 (da Tale e Quale allo Zecchino d'oro passando per uno special su Pavarotti, fino al sogno di riportare la Corrida sul piccolo schermo) senza fare riferimento al Festivalone, se non dicendo, appunto, che sta passando un'estate più rilassata rispetto alle ultime tre, in cui pesava su di lui la responsabilità di Sanremo. E poi, che senso avrebbe l'aver già scelto un direttore artistico, anzi averlo confermato, senza annunciarlo? 
GIOVANI: COME L'ANNO SCORSO - La stranezza però rimane, perché con questo primo passo si è in pratica già fissata una continuità regolamentare col passato recente di Sanremo Giovani: e se la nuova "guida tecnica" della manifestazione avesse invece voluto cambiarne il meccanismo? Una modifica della gara delle Nuove proposte sarebbe stata auspicabile, oltretutto, visto che negli ultimi anni la categoria si è appiattita sul modello talent (giuria vip con promozioni e bocciature decretate in diretta) e ha faticato a lanciare e consacrare con continuità verdi talenti (lodevole ma isolata l'eccezione del 2016 con Gabbani e Meta, mentre Lele, vincitore pochi mesi fa, finora non ha lasciato grosse tracce). In sintesi: la questione "Nuove proposte" porta nella direzione di un Conti quarto, le dichiarazioni ufficiali e il silenzio della Rai indirizzano su strade radicalmente diverse. 
RITARDO - E' un Festival misterioso, dunque, dai contorni ancora molto, troppo vaghi. Per quanto mi riguarda, siamo davanti a un ritardo grave e incomprensibile. I cari vecchi patron del tempo che fu, dico gente come Vittorio Salvetti (che a Techetechetè chiamano Enzo, ma vabbè...), Gianni Ravera e Adriano Aragozzini, dicevano spesso che per fare un bel Sanremo occorrerebbe cominciare a lavorarci dal giorno dopo la fine dell'edizione precedente. Forse esageravano (ma anche no: chi meglio di loro conosceva le difficoltà di allestimento dell'evento?), e tuttavia non si può nemmeno esagerare nel senso opposto. Negli ultimi anni, in piena estate, le linee guida del Sanremo successivo erano già definite: si conosceva il nome del direttore artistico-padrone di casa, si conoscevano perlomeno i tratti salienti del meccanismo di gara. Bisogna risalire alla doppia gestione Gianmarco Mazzi - Gianni Morandi (2011-2012) per trovare una designazione effettuata dopo l'estate: in entrambi in casi l'ufficializzazione arrivò nel mese di ottobre. 
Questo per dire che siamo ancora in tempo ad evitare un'organizzazione trafelata, ma occhio, perché le settimane volano e sfogliare la margherita troppo a lungo potrebbe essere dannoso; non sta certo a me ricordare quanto complessa sia la macchina Festival: non si tratta solo di scegliere canzoni, ma occorre scrivere una "sceneggiatura" per chi sarà chiamato a condurlo, invitare ospiti di prestigio che siano in qualche modo emblematici della "linea editoriale" stabilita per l'evento, e vedettes internazionali che vanno prenotate per tempo. 
I GROSSI CALIBRI - Eccoci dunque al tema dei temi: chi avrà in mano le redini del Sanremone, nel febbraio prossimo? Febbraio oppure marzo, beninteso, perché se i tempi organizzativi si allungano uno slittamento dell'evento sarebbe eventualità da non scartare. Al di là delle dichiarazioni di facciata, teniamoci come parzialmente plausibile l'ipotesi di Conti gran manovratore lontano dalle luci di scena, forte di un triennio sanremese di altissimo profilo. Riguardo al nodo - presentatori, l'idea del duo Mika - Virginia Raffaele rimane al momento la più affascinante, in quanto foriera di un Festival diverso, originale, controcorrente, di impronta marcatamente giovanile. Lo showman libanese ha dichiarato che non ci sarà, ma anche in questo caso è opportuno aspettare: si fa presto a cambiare idea. Fra i due grossi calibri tv ancora proponibili per la kermesse ligure ci sono ovviamente Paolo Bonolis e Fabio Fazio. Più probabile il secondo (fresco di contestato passaggio a Rai 1) del primo, che è legato a filo doppio alla concorrenza e ha comunque detto che gli piacerebbe guidare un Festival più innovativo e spiazzante, magari lontano dall'Ariston, in un'arena più ampia e con maggiori potenzialità spettacolari. 
NO A GILETTI - Il passaggio di Massimo Giletti a La7 ha evitato il rischio di una sua conduzione con Piero Chiambretti, "rumor" rivelato da Alessandra Comazzi della Stampa: deo gratias. Trovo che le caratteristiche del Giletti anchorman siano del tutto incompatibili con il Dna dell'evento Sanremo, mentre Chiambretti di Festival ne ha fatti fin troppi (contando anche i Dopofestival) senza mai innalzare il livello qualitativo di quegli show. Sempre da tenere d'occhio l'opzione Maria De Filippi: già "in prestito" da Canale 5 l'anno scorso, potrebbe ripetersi stavolta come "primadonna", chissà... Vanno tenuti in debita considerazione i giovani rampanti: pochi, purtroppo. Il vivaio italiano dei presentatori sembra essersi inaridito. In Rai l'unico nome spendibile è quello di Federico Russo, dall'esterno potrebbe arrivare Alessandro Cattelan: si tratterebbe di scommesse come quella che fece Ravera a suo tempo su Claudio Cecchetto. Al momento, peraltro, paiono candidature meno forti di altre. 
I "NON PRESENTATORI" - Dopodiché, rimangono due bacini in cui pescare: quello dei presentatori estemporanei e non convenzionali e quello degli "aziendalisti" Rai, per usare due definizioni di grana grossa. Nel primo gruppo figurano quelle candidature di nomi d'eccezione che ogni tanto fanno capolino ma raramente si concretizzano: dai fratelli Fiorello a Laura Pausini, fino a Massimo Ranieri, proposto nei giorni scorsi da Marino Bartoletti, uno che di canzoni e di Sanremo se ne intende. Personaggi che non nascono  o che non sono solo presentatori, ma che in tali vesti si sono più volte messi alla prova con successo notevole quando non travolgente (ricordiamo in particolare il sabato sera di Rosario Fiorello,"Stasera pago io", a inizio secolo). 
GLI "AZIENDALISTI" - Il secondo gruppo è formato dai grandi professionisti targati Rai, quelli a cui non è mai stata data una chance all'Ariston e che forse la meriterebbero: Facciamo tre nomi e non ci sbagliamo: Milly Carlucci, che ha in curriculum la lunghissima esperienza alla guida di "Ballando con le stelle"; Fabrizio Frizzi, umile, mai troppo appariscente, mai invadente, ma sempre impeccabile in tutte le sue conduzioni, e negli ultimi tempi anche più sciolto davanti alle telecamere rispetto alla prima fase della carriera; dulcis in fundo, Amadeus, di questo trio il più papabile: nel 2017 iper-utilizzato dalla rete, vanta anche una notevole competenza in ambito discografico, e poi di rassegne canore se ne intende (chi ha la mia età lo ricorda sul palco del Festivalbar). 
Quest'ultimo potrebbe dire la sua anche in tema di direzione artistica, mentre per altri, fra quelli qui citati, si porrebbe il problema della nomina di un esperto che sovrintenda in primis alla selezione dei Big (il Mauro Pagani della situazione, già al fianco di Fazio) e poi all'allestimento dello spettacolo televisivo nel suo complesso (come quel Gianmarco Mazzi che dal 2004 al 2012 ha firmato a vario titolo diverse edizioni di Sanremo, il più delle volte con pieno successo). Non mi pronuncio su Pippo Baudo, nome che periodicamente ritorna, soprattutto in queste fasi di "trono vacante": ribadisco di non ritenerlo più in grado di guidare il Sanremone, sia per impegno organizzativo (troppo oneroso per un ultraottantenne) sia per comprensibili difficoltà nel restare in linea con un gusto musicale che è profondamente cambiato dalle sue ultime apparizioni all'Ariston. 
TRANSIZIONE FISIOLOGICA? - Insomma, come si vede la confusione è grande sotto il cielo, ed è  inquietante che ancora a fine giugno, in sede di presentazione dei palinsesti autunnali, il direttore generale Rai Mario Orfeo abbia dichiarato: "Su Sanremo stiamo cominciando a lavorare adesso". Capisco benissimo che la successione di una grande figura come Conti sia problematica, ma proprio per questo la faccenda andava affrontata da subito con piglio deciso, per pervenire a una soluzione entro l'inizio dell'estate.
Ecco perché allo stato attuale (poi può sempre comparire il "big name" che mette tutti d'accordo) penso a un probabile Festival di passaggio; ogni tanto succede, la storia della kermesse dimostra che è fisiologico, soprattutto dopo periodi contrassegnati da conduzioni e direzioni artistiche in qualche modo epocali. Ricordate le due edizioni seguite al primo triennio targato Baudo (1994 - 1996), quelle con Mike Bongiorno e Vianello? Due edizioni rassicuranti, da navigazione a vista, senza fremiti di novità (a meno di non voler considerare tale il Chiambretti vestito da angelo). Ecco, nessuna sorpresa se dovesse accadere qualcosa del genere nel 2018. Fa parte del gioco. E poi vuol dire poco: bastano una manciata di buone canzoni, una rivelazione di prospettiva, una conduzione comunque brillante, qualche ospite che lascia il segno, e Sanremo porta comunque la pagnotta a casa... 

giovedì 27 luglio 2017

BILANCIO DEL WIND SUMMER FESTIVAL 2017: FORMULA SEMPRE PIU' DISCUTIBILE PER UNA RASSEGNA IN CERCA DI IDENTITA'



Ormai il Summer Festival (quest'anno targato Wind e Radio 105) ci ha abituati ai verdetti più o meno spiazzanti. Alvaro Soler a parte, nell'albo d'oro figurano due medaglie d'oro come "Liar liar" di Cris Cab (trionfatore nel 2014) e "This girl" di Kungs (premiato l'anno passato), non propriamente due stratosferici successi estivi passati alla storia. Sorprende relativamente, dunque, la fresca affermazione di Fabri Fibra in collaborazione con TheGiornalisti (feat., come si dice oggi...), che anzi è più comprensibile rispetto a quelle citate. "Pamplona" è un brano che sta avendo buonissimi riscontri commerciali, e comunque la classifica dell'evento romano è stata stilata tramite le rilevazioni EarOne, ossia l'ente che, fra le altre cose, certifica quali sono i brani più trasmessi dalle radio. Ma è proprio questo il punto: c'era bisogno di una rassegna canora televisiva per attribuire un premio che riguarda l'heavy rotation radiofonica dei pezzi in concorso? 
GARA ANNACQUATA - Visto da questa angolazione, il Summer Festival sta facendo lo stesso, non entusiasmante percorso all'indietro del Festivalbar targato Fininvest - Mediaset, e lo sta facendo in tempi drasticamente più brevi rispetto all'illustre predecessore. Come la kermesse creata da Vittorio Salvetti negli ultimi anni di vita aveva lasciato da parte gettonature nei juke box (per ovvi motivi di... obsolescenza dell'attrezzo) e cartoline voto, affidando alle valutazioni dell'organizzazione la designazione dei vincitori nelle varie categorie, così il Summer ha visto in questo 2017 una gara assai annacquata, priva di pathos, di votazioni in diretta e di classifiche provvisorie (si parla della categoria "Big"), coi vincitori assoluti, oltretutto, non presenti all'atto della premiazione. In parole povere, zero suspense e zero sacralità nel momento della proclamazione dei campioni, che doveva essere il fatto clou di tutte le quattro serate.  
Peccato. Peccato davvero, perché l'estate della musica in tv ha comunque bisogno di eventi come questo. Ed è francamente assurdo che questo "passo del gambero" sia stato compiuto proprio nell'anno in cui, dando uno sguardo a certe tendenze dei social network, è emersa più nettamente la nostalgia del Festivalbar che fu. 
FESTIVAL SHOW, TEMIBILE CONCORRENTE - Insomma, tutte le negatività già sottolineate sul blog negli anni scorsi (aggiungiamoci anche la drammatica assenza della diretta, visto che l'evento è stato registrato a fine giugno: cosa difficile da accettare nel 2017) sono rimaste, e in più se ne sono aggiunte di nuove. Giova qui ricordare che il Summer Festival ha un competitor di tutto rispetto, il Festival Show, che oltretutto proprio al Festivalbar somiglia spiccatamente nella struttura, snodandosi in tour per tutta l'estate (otto tappe previste quest'anno) e concludendosi all'Arena di Verona. Sul piano... catodico, quest'ultima manifestazione è seguita da Real Time del gruppo Discovery, ed anch'essa viene purtroppo trasmessa in differita. Ne riparleremo, se ci sarà tempo. 
CHI E' EMERSO AL SUMMER - In un quadro del genere, discutere della legittimità del successo di Fabri Fibra con Thegiornalisti non ha molto senso, ma proviamo a farlo. Nulla da dire, lo ripetiamo, sull'aspetto "tecnico" del verdetto, sancito da EarOne che è società serissima. Ma va ribadito che da una rassegna come il Summer Festival, che ha ormai acquisito una propria credibilità e solidità, mi aspetterei una gara più "indipendente", che sondasse i gusti del pubblico in tema di hit estive svincolandosi da classifiche esterne, come quelle di vendita o degli airplay. Un po' di coraggio in più, insomma. Perché ad esempio, assistendo alle quattro serate su Canale 5, più dei vincitori si sono messi in evidenza altri artisti e altre canzoni. 
Nella mia personalissima playlist dell'estate 2017, un posto di primo piano avranno sicuramente "Partiti adesso" di Giusy Ferreri, la martellante "Caduto dalle stelle" del redivivo Mario Venuti, che ha ritrovato l'ispirazione di una quindicina di anni fa, "Mi hai fatto fare tardi" di una Nina Zilli nuovamente convincente, l'allegrotta "L'esercito del selfie" di Takagi e Ketra con Arisa e Lorenzo Fragola, cadenzato pezzo dalle atmosfere vintage, "Riccione" dei Thegiornalisti, in un mix fra sonorità eighties e nineties, l'immancabile coppia J-Ax e Fedez con "Senza pagare" (pur meno efficace di "Vorrei ma non posto"), "Tutto per una ragione", pop contemporaneo  a cura dell'eccellente abbinata Benji & Fede - Annalisa, e ovviamente "Tra le granite e le granate" di Gabbani, che ha il dono di non fallire mai l'obiettivo dell'orecchiabilità senza mai scadere nel banale. 
MENZIONI SPECIALI - Tutti pezzi coi crismi del tormentone, come, fra gli stranieri, Jax Jones e la sua "You don't know me". Certo meno estive, ma assolutamente meritevoli di menzione, l'intensa "La vita che ho deciso" di Paola Turci, "Ragazza paradiso" di Ermal Meta, "Mind if I stay" dei Kadebostany, il morbido pop rock "Be mine" degli Ofenbach,"La statua della mia libertà" di Samuel, "Dove tutto è a metà" dei Tiromancino, sempre fedelissimi al loro stile,  Arisa questa volta in versione romantica con "Ho perso il mio amore", "Io, te, Francesca e Davide" di Syria e Ambra, curioso repechage di un singolo anni Novanta dell'ex ragazza di "Non è la Rai", il brillante ritorno di Alexia che in "Beata gioventù" mostra di non aver perso la sua freschezza.  
IL RITORNO DI MAIELLO - Sul piano quantitativo, di presenza nel cast, si è un po' attenuata l'ondata rap, anche se alla fine in entrambe le categorie han trionfato proprio due brani ascrivibili a questo genere: detto di "Pamplona", nella gara dei giovani, svoltasi invece con le medesime modalità del passato, hanno avuto la meglio I Desideri con "Uagliò", prevalendo fra l'altro sulla più efficace e ironica "Bene ma non benissimo" di Shade. Da registrare, in questa sezione, l'ennesima prova sfortunata di Amara e la clamorosa presenza di Tony Maiello, tornato ad affrontare una competizione fra volti poco noti ben sette anni dopo essersi imposto fra le Nuove proposte di Sanremo 2010. Quasi un declassamento, e sinceramente fatico a comprendere certe scelte, sia da parte dell'artista (e di chi lo gestisce) sia da parte dell'organizzazione: non era proprio possibile schierarlo fra gli ospiti della manifestazione, invece di intrupparlo, visto il suo curriculum e vista l'età, in un'altra sfida fra emergenti? Misteri dei festival italiani. 

sabato 1 luglio 2017

EURO UNDER 21, BILANCIO AZZURRO: E' STATO DAVVERO RILANCIATO IL CALCIO ITALIANO?


Germania campione continentale Under 21. L'Europeo più cervellotico di sempre, che nell'ultima giornata del primo turno ha richiesto calcoli da... emicrania per stabilire la miglior seconda classificata da ammettere alle semifinali, non poteva che emettere il verdetto matematicamente più bizzarro: ha trionfato l'unica squadra a non aver vinto il proprio girone eliminatorio, essendo finita dietro l'Italia. E' una pura curiosità statistica, intendiamoci, perché sul campo, nelle ultime due gare, la Mannschaft ha ampiamente legittimato il proprio successo. La finale contro la favoritissima Spagna ha visto i ragazzini di Kuntz disputare un gran primo tempo e un inizio di ripresa sulla stessa linea; avendo concretizzato una sola delle tante palle gol create, i teutonici si sono poi trovati esposti alla reazione iberica, che in venti minuti di fuoco avrebbero potuto centrare legittimamente il pareggio; ma i bianchi hanno superato indenni la breve tempesta, e pur chiudendo all'insegna della prudenza sono andati in porto senza più correre grossi rischi. Giusto così, dunque, e del resto anche nella semifinale contro i tradizionali rivali inglesi Arnold e compagni erano parsi complessivamente più in palla, soprattutto in un secondo tempo di grana finissima e giocato a tratti all'arrembaggio. 
TROPPE ASPETTATIVE ATTORNO AI NOSTRI - Ma ciò che più mi preme, in questa sede, è tracciare un sintetico bilancio dell'esperienza azzurra. Attorno alla spedizione italiana in Polonia si era creata un'aspettativa esagerata, e la colpa, va detto senza mezzi termini, è stata di mass media sempre meno inclini all'analisi pacata e all'approfondimento, con la pessima abitudine di puntare tutto o quasi su notizie urlate ed amplificate. Così qualcuno ha straparlato, inserendo questa Under fra le più forti mai espresse dal nostro calcio. A troppi addetti ai lavori fanno difetto memoria e cultura specifica: non basta citare le cinque vincenti in passato (1992, '94, '96, 2000, 2004), ma anche splendide "piazzate" come le due di Vicini '84 (semifinalista) e '86 (finalista sconfitta ai rigori), o quella di Mangia che nel 2013 si arrese nell'atto conclusivo a una Spagna veramente imbattibile, al contrario di quella attuale. 
La giovane Italia versione 2017 era sicuramente una squadra di buonissimo livello, ma non siderale. Il fatto è che tutti si sono lasciati un po' abbagliare da questo pallido ritorno di fiamma del vivaio azzurro: è bastata una stagione in cui una manciata di nostri virgulti sono tornati ad essere titolari con continuità in alcuni club di Serie A, per far gridare a una rinnovata grandeur. Beh, ragazzi, calma e gesso: e l'invito è rivolto anche al buon Di Biagio, cittì non irreprensibile di questa armata sbarazzina, il quale ha concluso la trasferta polacca dicendo che "l'obiettivo era rilanciare il calcio italiano, ed è stato centrato". 
IL VIVAIO ERA GIA' RINATO...  - In realtà, il rilancio del football made in Italy è ancora tutto da dimostrare. E poi sono passati appena quattro anni da quando, in Israele, mandammo un'Under vincente, spettacolare, votata all'offensiva. Ricordate? Era l'Italia dell'ex trio pescarese delle meraviglie Verratti - Insigne - Immobile, di Florenzi, Borini, Gabbiadini, Bertolacci... Non male, a rileggerne l'organico a distanza di tempo. Quella squadra si spinse, lo si è detto, fino alla finale del torneo israeliano. Due anni dopo le cose andarono peggio, ma la selezione estromessa al primo turno in Repubblica Ceca fu vittima più che altro di una sola partita sbagliata (la prima, con la Svezia) e delle reciproche convenienze di Portoghesi e svedesi nell'ultima gara del girone; e quella compagine espresse comunque gente come Zappacosta, Romagnoli e soprattutto Belotti, che da tempo vestono ormai l'azzurro della Maggiore, oltre a elementi rivisti nel torneo appena finito come Benassi, Rugani, Berardi e Bernardeschi.  Tutto questo per dire che i nostri settori giovanili e la vetrina dell'Under hanno lavorato piuttosto bene anche nei bienni precedenti a questo, nonostante le difficoltà, e quindi fare di quest'ultima Italia il simbolo di chissà quale rinascimento è una forzatura, tout court. 
RINASCITA A META' - Che poi, quale rinascimento? Come ho scritto fino alla nausea su questo blog, al rinnovamento dei ranghi, all'entrata in circolo di freschi prodotti del vivaio locale, saremmo arrivati per sfinimento, per inevitabile necessità, una volta usciti di scena i longevi vecchi draghi degli anni zero e una volta constatata l'inarrivabile mediocrità di tanti stranieri, fatti giungere nella Penisola solo perché acquistabili a prezzo ridotto. E' successo, alla fine, e tuttavia il rilancio del "prodotto interno lordo" è passato, nella stagione 2016/17, attraverso un ridotto gruppuscolo di club: diciamo Sassuolo, Milan, Torino e soprattutto Atalanta, e non ci sbagliamo. Riguardo agli orobici, ringraziamo mago Gasperini, ma se fosse arrivato il prevedibile esonero dopo quel terribile inizio di torneo, che ne sarebbe stato dei vari Conti, Caldara, Gagliardini e Petagna? Insomma, non mi pare di notare un'inversione di tendenza dovuta a un cambio di politica, a una progettualità sul lungo termine, come avviene in Germania (dove sui giovani si è cominciato a lavorare seriamente dopo la disfatta ad Euro 2000) e in Spagna. Si tratta di un fenomeno che ha tratti di estemporaneità ed è a macchia d'olio, non generalizzato: alcune fra le principali realtà del nostro calcio di club, penso a Roma, Napoli e Fiorentina, continuano a puntare con decisione sul mercato estero, mentre è già cara grazia che l'Inter abbia dato spazio al citato Gagliardini....
IL LAVORO DI VENTURA - Il parziale rilancio del calcio di casa nostra, sul piano della valorizzazione delle nuove leve, sta passando invece soprattutto dalle mani di Giampiero Ventura, che al contrario di alcuni suoi predecessori non solo recepisce in pieno le indicazioni dell'Under e del campionato in tema di giovani, ma è riuscito a dare un senso ai mal tollerati stages, facendone palestra per gli emergenti, una palestra talmente funzionale da avergli consentito di ripristinare la Nazionale sperimentale, retaggio del tempo che fu (per la quale, peraltro, si poteva trovare un test più probante del San Marino asfaltato poche settimane fa). Ecco, sul piano della rappresentativa maggiore sì che si può parlare di inversione di rotta decisa e convinta: ma se non ci sarà la collaborazione continuativa dei club, questa nuova tendenza rischia di afflosciarsi nel giro di pochi anni. 
IL BUONO DELL'UNDER - Torniamo all'ultima Under. Sono quasi tutti ragazzi che valgono, quelli messi insieme da Di Biagio: non c'è il fuoriclasse in grado di trascinare le folle (potrebbe diventarlo forse Bernardeschi, ma dovrà eliminare gli sbalzi di rendimento anche nell'ambito dello stesso match), ma un drappello di buonissimi giocatori che, se lasciati crescere con calma, potranno dare tanto al campionato e alla Selezione dei grandi. Penso ai centrali difensivi Caldara e Rugani (la futura terza linea juventina, e a Torino non avranno di che pentirsene, soprattutto il secondo ha classe da vendere), ai laterali Conti e Barreca, che sono stati spesso la marcia in più della squadra (e l'assenza del primo ha pesato tantissimo in semifinale), ai centrocampisti Benassi e Pellegrini (ma anche Gagliardini, se ritroverà le misure atalantine), al guizzante figlio d'arte Chiesa, peraltro in Polonia spentosi dopo un avvio promettente. Berardi lo attendiamo da anni e deve decidersi a uscire dal bozzolo, perché le qualità le ha ma finora sono andate troppo spesso "in sonno", mentre Petagna è al momento indecifrabile: ha delle giocate da campione vero, ma sbaglia troppo davanti alla porta e a volte si estranea dal gioco, come accaduto con la Spagna. In ogni caso, a tutti manca un cospicuo minutaggio internazionale, e non è poco, in rapporto alle esperienze già maturate da pari età di altre nazioni. 
SQUADRA NON AL MASSIMO - L'Italia non è mai stata al meglio fisicamente, e nella seconda gara con la Repubblica Ceca ha pagato certe scelte incomprensibili del cittì Di Biagio, che ha dato la stura a un massiccio turnover senza che ve ne fosse reale necessità, problemi di Caldara a parte. E, spiace dirlo, non è la prima volta che il nostro trainer accusa simili défaillance nella fase finale. Rimane però il fatto che i nostri hanno giocato una gara volitiva e brillante per un'ora contro la Germania poi campione, e un ottimo primo tempo contro una Spagna fortissima ma non inarrivabile. Solida, compatta, abile a chiudere i varchi e a riproporsi secondo la miglior tradizione nostrana, l'armata azzurra ha pagato, al cospetto degli iberici, una scarsa consistenza offensiva (mancava Berardi e Petagna era un pesce fuor d'acqua); nella ripresa, dopo aver subito lo 0-1 e l'espulsione di Gagliardini, aveva anche rimesso in carreggiata la gara con Bernardeschi, poi il fiato, l'inferiorità numerica e il superiore palleggio dei rossi hanno avuto la meglio. La squadra si è espressa complessivamente al 70 - 80 per cento del proprio effettivo valore: avesse dispiegato al massimo le proprie potenzialità, non avrebbe "ciccato" il secondo match, sarebbe magari arrivata in finale e poi chissà... Non ce n'erano di imbattibili, in questo torneo, e la Spagna, da qualche anno a questa parte, lo è solo a parole. 

domenica 4 giugno 2017

CHAMPIONS LEAGUE: JUVE TRAVOLTA DA UN REAL QUASI PERFETTO. GENERAZIONE BIANCONERA DI "INCOMPIUTI DI SUCCESSO"


La speranza, adesso, è che nessuno tiri fuori la tiritera dei "Galacticos" e dello "squadrone invincibile". In una finale di Champions League (torneo che nelle battute conclusive è da tempo terreno di caccia esclusivo dell'élite del continente) nessun gap tecnico potrà mai giustificare uno scarto di tre reti nel punteggio e, soprattutto, un abisso nelle espressioni di gioco come quello visto ieri sera a Cardiff. Ergo, quando si perde come ha perso la Juventus col Real Madrid, ossia nettamente sotto tutti i punti di vista, i demeriti degli sconfitti sono almeno sullo stesso livello dei meriti di chi si (ri)porta a casa la Coppa.
E' un ko pesante, che origina in primis dallo spogliatoio della Juve, da come è stata preparata e affrontata la sfida dell'anno, e forse affonda le radici ancor più in profondità, nel DNA di una generazione bianconera che si avvicina al tramonto agonistico senza aver saputo acquisire il quid per accostarsi ai colossi europei più vincenti. Ma la débacle coinvolge anche tutto l'ambiente-calcio italiano in molte sue componenti, soprattutto quella mediatica. L'esperienza mi dice: diffidare sempre delle vigilie un po' troppo inebrianti e ottimistiche, perché sono quasi costantemente foriere di cocenti delusioni. Non è una questione di scaramanzia, argomento che nemmeno mi sfiora: è semplicemente il rischio di avvicinarsi all'appuntamento con convinzione e carica eccessiva, finendo per sgonfiarsi come un palloncino al primo stormir di vento contrario. 
ERA UN SUPER REAL, MA NON TUTTI L'AVEVANO CAPITO - Non dico vi fosse aria di predestinazione, ma insomma... Il motto della settimana pareva essere: "Ci siamo, dai che è la volta buona". Il confine fra ottimismo e spavalderia è quasi sempre sottile, ci vuole un attimo a superarlo, con tutte le controindicazioni del caso. Certo è che la latente sottovalutazione del Real Madrid targato Zidane è stata palese. Eppure mai come in questa stagione europea le Merengues mi sono parse aver raggiunto la quadratura del cerchio, la fase di quasi assoluta perfezione di questa loro ennesima età dell'oro. Il doppio confronto col bel Napoli di Sarri è stato illuminante, in tal senso: poteva anche subire per un tempo intero, la "Casa blanca", ma limitava i danni  per poi uscire alla distanza e affondare l'avversario con colpi ripetuti e implacabili. Scena poi rivista anche nel turno successivo col Bayern Monaco. Insomma, un "equipo" che al pieno di classe aggiungeva una solidità tattica, fisica e psicologica tale da fargli superare tempeste autenticamente terribili. 
JUVE SUBITO DISINNESCATA - E' un copione che, tutto sommato e pur con qualche variazione, si è ripetuto pure al Millennium Stadium. Come tutte le compagini consapevoli di una certa inferiorità sul piano del talento complessivo, dell'esperienza e dell'abitudine alla vittoria, la Juventus è partita forte, cercando, se non di colpire a freddo, quantomeno di indurre i rivali a più miti consigli. Non c'è riuscita (grazie anche a una bella deviazione di Navas su staffilata di Pjianic), ha anzi preso gol sul primo affondo subìto, e già lì si è capito che i piani iniziali erano saltati. C'è stata una reazione puramente nervosa, che ha portato a un pareggio tutto sommato meritato, frutto peraltro di una estemporanea prodezza di Mandzukic. Ma già da qualche minuto molti ingranaggi torinesi parevano fuori fase: Higuain e Dybala davanti non avevano un briciolo dell'ispirazione dei giorni migliori, la difesa faticava a contenere certe incursioni in velocità dei detentori del trofeo. Prima dell'intervallo ha ceduto di schianto la cerniera di centrocampo Khedira - Pjianic, col tedesco che, semplicemente, non era in condizione di giocare una gara così importante e complessa, e il bosniaco che è scivolato fuori dal match quando avrebbe far dovuto sentire il peso dei suoi piedi buoni e del suo fosforo; sulle fasce, Alex Sandro si dannava, mentre Dani Alves, l'uomo chiave degli ultimi due mesi, palesava timidezze inusitate: un cross trasformato in un debole appoggio per la difesa avversaria, episodio in apparenza di scarso rilievo, era in realtà l'ultimo campanello d'allarme. 
CROLLO FISICO E MENTALE - Nella ripresa il crollo è stato completo: è parso prima di tutto un crollo fisico, l'handicap che troppe volte, in questi ultimi anni, ha frenato club italiani anche validi nelle loro campagne europee, cioè un palese deficit di condizione atletica rispetto ai competitors più quotati, una scarsa capacità di tenuta alla distanza. I ragazzi di Allegri nel secondo tempo non sono in pratica scesi in campo, l'acuto dell'1-1 li ha prosciugati. L'1-4 di chiusura è una fotografia crudele ma onesta della loro serata da incubo sportivo. E se le gambe non rispondevano più, anche il cervello è andato in black out, cosa ancor più clamorosa perché, se può non sorprendere un giovane Dybala schiacciato dal peso mentale della prima finale Champions in carriera, gli imbarazzi da debuttanti dei vari Barzagli, Bonucci e Chiellini paiono senza una spiegazione logica. Proprio loro, che desideravano quella Coppa più di ogni altra cosa. 
OSSESSIONE FATALE - Era diventata un'ossessione, un eccesso, ci si è pensato forse troppo, ma le ossessioni possono anche essere gestite in maniera positiva e dare i frutti sperati. In casa Juve non ci sono riusciti, perciò, spiace dirlo, occorre parlare di mezzo fallimento: perché la campagna acquisti estiva, per come si era sviluppata, aveva proprio la massima competizione europea come obiettivo. Poi certo, in finale bisogna arrivarci e dopo diventa un terno al lotto, perché in partita secca tutto può accadere, ma c'è modo e modo di perdere, e Buffon e compagni hanno scelto quello peggiore. 
ULTIMA OCCASIONE? - Già, Buffon:  ha visto sfumare una delle ultimissime occasioni per coronare il sogno di una vita in bianconero. E' questo un altro degli aspetti che portano  il bilancio ad assumere una tonalità rossa: il portierone, la B-B-C prima citata, ma anche Alves, Khedira, Higuain e Mandzukic non sono più di primo pelo, per loro ogni stagione diventa una scommessa: saranno ancora quelli dell'anno prima? Ecco perché, per "questa" Juventus, la Juventus dei sei scudetti consecutivi, la Coppacampioni 2016/17 doveva essere quella buona; non nel senso di una predestinazione, come detto prima: certe cose non esistono, nel football. Nel senso, invece, che il match doveva essere preparato meglio, con convinzione ma anche con la serenità di chi sa di poter gettare sul tavolo carte comunque importanti. Come due anni fa all'Olympiastadion, e anche peggio, rimane il dubbio che non si sia fatto di tutto per opporsi a rivali forti ma non inavvicinabili: gli imbattibili raramente esistono, nel calcio.
Che si potesse far di più lo dimostra la troppo stridente differenza fra Cardiff e le prestazioni fornite nei precedenti quattro match con Barcellona e Monaco, quando, in alcuni momenti, il team bianconero ha mostrato le stimmate del meccanismo perfetto, per organizzazione in campo, intelligenza e soprattutto approccio alle gare; c'erano queste cose, e c'erano anche i top player, il Dybala pulcino bagnato di ieri era lo stesso che qualche settimana fa aveva asfaltato il grande Barça... Nulla di tutto ciò è bastato, e la Signora, nella versione attuale, non ha saputo saltare il fosso, rimanendo una splendida piazzata, una "incompiuta di successo" (in campo internazionale). 
MARCELO, ISCO E UN SUPER CR7 - Tutto è sfumato a un passo dal traguardo, quando invece le armi in precedenza sfoderate dovevano risultare ancor più affilate. Poi, ripeto, il Real ci ha messo del suo per disinnescare una Juve che però, a parte due fiammate (l'avvio e la reazione al primo svantaggio) era caricata a salve. I picchi spagnoli? Un Marcelo indemoniato  e sgusciante come ai bei tempi, là sulla sinistra; un Modric che, oltre a confezionare l'assist dell'1 a 3, ha retto con ordine le fila della manovra ben coadiuvato da un Casemiro che ha sommato quantità, qualità e intraprendenza nelle due fasi; un Isco che ha più volte mandato a carte quarantotto le linee difensive italiane con micidiali incursioni e accelerazioni palla al piede, con quella proprietà di palleggio che rimane marchio di fabbrica della splendida scuola iberica anni Duemila.
Dulcis in fundo, beh, Cristiano Ronaldo. Fino a qualche tempo fa c'era ancora qualcuno talmente ardimentoso da sostenere che non segnasse mai gol importanti. Affermazione così surreale da non aver bisogno di smentite, tuttavia i due gol nei momenti topici del match (il primo a freddare i prematuri entusiasmi torinesi, il terzo a piazzare il ko), il peso offensivo, la concretezza, il piglio da conquistatore con cui il superbomber portoghese ha affrontato questo ennesimo, personale appuntamento con la storia, marcano la differenza fra i fuoriclasse assoluti come lui e i grandi campioni incompleti come Higuain. La stessa differenza fra il Real e la Juve dei sei anni, che da Berlino a Cardiff è cresciuta in talento ma non ha saputo acquisire la completezza e la maturità delle grandi europee. E ora tutto diventa difficile, perché si deve ripartire con gente fresca e uomini nuovi, presumibilmente a corto di esperienza internazionale. Auguri.
P.S.: A Torino, in piazza San Carlo, la foto delle scarpe rimaste sul terreno mi ha ricordato alcune drammatiche immagini dell'Heysel, senza mezzi termini. Il panico ha rischiato di creare un altro disastro di proporzioni inimmaginabili, e il numero abnorme di feriti lo dimostra in maniera inequivocabile. 

domenica 21 maggio 2017

CARO GENOA, MAI PIU' UNA STAGIONE COSI'. SALVEZZA RAGGIUNTA, MA IL FUTURO E' GRAVIDO DI INCOGNITE


Crederci era diventato difficilissimo. Troppi segnali negativi disseminati lungo un girone di ritorno terrificante, troppe inquietanti analogie con certe clamorose retrocessioni passate (in primis quella sampdoriana del 2011, che rimane dunque un fatto più unico che raro). Ma al di di questo, al di là dei corsi e ricorsi storici che lasciano un po' il tempo che trovano, a indurre al pessimismo era soprattutto il Genoa attuale, squadra che da mesi trasmetteva una costante sensazione di pochezza tecnica, tattica e soprattutto psicologica. Partite "facili", comunque abbordabili, che diventavano improvvisamente montagne impossibili da scalare, occasioni per fare punti gettate al vento con sistematica pervicacia, quasi un'incomprensibile ostinazione nel correre a perdifiato verso il baratro. 
TORO ONESTO E SENZA ACRIMONIA - Il Vecchio Balordo, bontà sua, ha saputo ribadire la sua unicità e imprevedibilità cambiando pelle nel giro di sette giorni, trovando, non si sa dove, le risorse per invertire la rotta e ribellarsi a un destino che pareva doverlo ghermire senza pietà. Quando tutto sembrava perduto, quando il trend negativo sembrava francamente impossibile da interrompere soprattutto dopo l'incommentabile suicidio di Palermo, l'undici di Juric ha scritto un finale diverso per questa temporada horror, ha ritrovato quantomeno lo spirito pugnace di chi sa battersi con onore nei bassifondi, e ha colto con merito la vittoria-sopravvivenza.
Toro privo di motivazioni, dite? Certo, come il Chievo che ha vinto a Marassi quasi senza forzare, come i rosanero ai quali è bastata la paperissima di Lamanna per fare bottino pieno. Era questo il problema: non c'è calendario favorevole che tenga, quando l'encefalogramma della squadra tende al piatto. I granata hanno fatto la stessa gara dei veronesi e dei siculi: nessuna porta spalancata, nessun "prego, si accomodi", ma un onestissimo impegno, senza acrimonia né bava alla bocca, come è normale aspettarsi da chi non si gioca più alcunché. Siamo in Italia, non in Inghilterra dove tutti combattono alla morte fino alla fine, e a me va benissimo così. 
LA SCONFITTA DEI POLEMISTI DA TASTIERA - Preferisco chi, in questo finale di torneo, si è battuto con generosità pur non avendo più obiettivi, a tutti coloro che hanno caricato il duello del Ferraris straparlando di vendette per torti passati del tutto inesistenti. Alle corte: nel 2009 i rossoblù non condannarono alla B i granata vincendo in Piemonte un match che per loro non aveva più significati di classifica; Milito e compagni si giocavano, pur se con poche speranze, i preliminari Champions, scusate se è poco. Questo vizio di interpretare arbitrariamente fatti acclarati per dare sostanza alle proprie teorie complottistiche sta cominciando a diventare stucchevole, nonché pericoloso per il futuro del giornalismo e del web.
E' BASTATO POCO - Il Vecchio Balordo si è svegliato in tempo, ci ha messo tanto cuore attutendo l'effetto degli errori di tocco e degli insormontabili limiti nella costruzione del gioco, ha azzeccato tatticamente il match, è stato cattivo sotto porta finalizzando due delle poche occasioni create. Tutto ciò è bastato anche perché le inseguitrici hanno dato a lungo il peggio, molto più di Simeone e compagni, prima del risveglio degli ultimi due mesi. Ma, riguardo al Crotone, ritengo più attendibili i 14 punti racimolati nelle prime 29 giornate, ossia nel pieno del torneo, rispetto ai 17 messi in cassaforte nelle successive 8 (prima dell'ovvio crollo allo Stadium) contro avversarie lontane da ogni traguardo.
In breve: se il team di Juric avesse affrontato Chievo e Palermo con lo stesso piglio sciorinato dai calabresi al cospetto delle varie Udinese, Sampdoria, Pescara, ecc., la paura della B sarebbe svanita con un anticipo ben più largo. Di certo c'è che un'annata così verrà a lungo ricordata con imbarazzo, da queste parti. Non per la salvezza affannosa, ci mancherebbe, un evento che in fondo fa parte del DNA del Grifo, e nemmeno per i due derby persi (il Genoa ne aveva vinti due su due nel 2008/09 e nel 2010/11, e addirittura tre di seguito fra il 2008 e il 2009...), quanto per il modo in cui si è spenta la luce, producendo momenti autenticamente mortificanti.
INCOGNITE SOCIETARIE - Mantenere la categoria era fondamentale. Perché una retrocessione non è un dramma, sportivamente parlando, e in tempi recenti ci sono passate quasi tutte le compagini di fascia media (eccezion fatta per i bianconeri friulani); ma poteva diventarlo per il club rossoblù, alle prese con una situazione societaria problematica. In questi lunghi mesi di crisi i vertici dirigenziali sono parsi troppo spesso assenti e distanti, non si è vista una strategia, il progetto tecnico ha perso consistenza; il tempo di Preziosi sotto la Lanterna è probabilmente giunto agli sgoccioli, l'intenzione di passare la mano è ormai stata palesata e la stampa parla di trattative in corso senza tuttavia fornire ulteriori dettagli. Con il Grifo in Serie A, con introiti ben superiori al contentino del famigerato paracadute, in definitiva con maggior appeal, l'arrivo di un nuovo proprietario dovrebbe risultare relativamente più semplice, o un tantino meno complicato... Se poi non si profilasse all'orizzonte nessuna alternativa attendibile, allora lunga vita al re dei giocattoli, che dovrà però cambiare decisamente registro.
GLI ERRORI DELLA STAGIONE HORROR - Questa stagione da incubo, per certi versi la peggiore che io ricordi da quando seguo il calcio e il Genoa (una trentina d'anni), è nata anche da un vistoso sbandamento societario, la sensazione di una struttura quasi in smobilitazione, scollata dalla realtà della piazza e da quella specifica della squadra, un netto calo di tensione che ha causato una sequela impressionante di errori. La gestione del mercato invernale rimane inaccettabile, non tanto per le inevitabili cessioni di Rincon e Pavoletti, quanto per altri due motivi: 1) Non aver trovato sostituti più o meno testuali dei due illustri partenti, lasciando scoperti ruoli esiziali; 2) non aver saputo cogliere le vere debolezze della rosa e agire di conseguenza. Fra dicembre e gennaio, la squadra aveva già perso la sua efficienza difensiva e imbarcava acqua a ogni piè sospinto, precarietà aggravata anche dagli infortuni di Perin (uno che conferiva sicurezza a tutto il reparto, parate miracolose a parte) e di Veloso (poco appariscente, ma fondamentale equilibratore della manovra).
 Ebbene, non si è preso un nuovo portiere titolare, virando su un Rubinho più che arrugginito e caricando tutte le responsabilità sul non eccezionale Lamanna, non si è rimpolpato il roster degli uomini di retroguardia (ricordiamo anche la spada di Damocle che pendeva sulla testa di Izzo, minaccia poi concretizzatasi), non si sono inseriti elementi di tempra e quantità nel mezzo affollando la zona nevralgica di trequartisti, incursori, "ragionatori", fantasisti leggerini e incostanti. Insomma, si è sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare, e anche di più. 
L'uscita di scena di Perin e Veloso, unici elementi autenticamente carismatici dello spogliatoio, ha fatto definitivamente perdere la bussola a un gruppo rivelatosi fragilissimo sul piano mentale. Perché precisiamo che questo Genoa non è tecnicamente scarso: gente come Burdisso, Laxalt, Cataldi, Rigoni, Pandev, Palladino, Simeone sa trattare il pallone, ha classe in discrete doti, sono uomini che avrebbero fatto assai comodo a Empoli e Crotone; ciò che mancava era la solidità "di testa", la "garra", lo spessore agonistico che consentono di venire fuori dai momenti più neri. E' parsa troppo spesso un'armata senza cuore né anima, quella ligure. E ci ha messo del suo anche Juric, che dopo l'avvio promettente ha sbandato mostrando tutti i suoi limiti di trainer all'esordio nel massimo campionato, dalla scarsa elasticità tattica a una gestione spesso discutibile degli uomini a disposizione, con scelte di formazione incomprensibili (il Pinilla del Barbera, i giovani confinati in un cantuccio). 
PIAZZA PULITA O QUASI - Senza lasciarsi prendere dall'entusiasmo per un traguardo minimo che di entusiasmante ha poco e che doveva arrivare assai prima, occorre entrare nell'ordine delle idee che del Genoa 2016/17 non c'è molto da salvare: un team costruito male e che ha reso ancor peggio. Sarà necessario attuare una campagna acquisti-cessioni molto movimentata, proprio come una neopromossa che ha bisogno di pesanti iniezioni di tonificante tecnico e caratteriale per restare a galla. E tutto questo avverrà, ripeto, in un contesto societario oltremodo incerto. Il timore è che senza cambi nella stanza dei bottoni, senza una svolta in senso finanziario, serviranno ancora imponenti sacrifici (leggasi: cessione dei nomi illustri, ridotti peraltro a una sparuta pattuglia dal progressivo depauperamento degli anni recenti) non compensati da rinforzi all'altezza. A meno che il Joker non ritrovi d'incanto lo spirito dei tempi belli e risorse fresche per ricostruire la sua avventura rossoblù su nuove basi, ma allo stato delle cose è ipotesi che non ha molte possibilità di concretizzarsi...
Si dovrebbe ripartire dai "ragazzi italiani" quest'anno un po' trascurati come Biraschi (emerso infine nelle ultime settimane), Beghetto e Morosini, da Izzo con squalifica ridotta, da Veloso se potrà rimanere, da Rigoni, da Ninkovic che tanto bene ha fatto nel girone di andata, e persino da Hiljemark, giusto per garantire un minimo di continuità perché non sarebbe né giusto né saggio buttare tutti a mare; ma poi? E come si potrà riuscire a trattenere Perin, Laxalt e Simeone jr? 
POVERA DS... - Sarà un'estate lunga, molto lunga, con lo sguardo rivolto più a Villa Rostan (sede del sodalizio) che alle trattative del calciomercato. Per il momento, prendiamo atto di questa salvezza senza gloria e dedichiamo un deferente pensiero alla Domenica Sportiva, che giusto una settimana fa ha lanciato dai teleschermi Rai, per bocca di Marco Tardelli, un sentito "Forza Crotone", cancellando definitivamente una storia, quella della trasmissione-mito della tv italiana, fatta di equilibrio e pacatezza. C'è poco da commentare, se non che una risata li seppellirà. Oppure potrei fare come fece Luca Goldoni sul Corriere della Sera del 1974 scrivendo del Festival di Sanremo, chiedendo l'abolizione della DS "d'autorità, senza bisogno di dispendiosi referendum". Un programma ormai fuori dal tempo, ma che per mantenere un minimo di credibilità dovrebbe affidarsi perlomeno a commentatori più equidistanti di quanto si sia dimostrato nella circostanza l'ex Schizzo mundial. Nella DS di Alfredo Pigna, di De Zan padre, di Ciotti e di Tito Stagno, nessuno avrebbe mai osato esporsi così per una squadra, dimenticando il rispetto per le altre. Del resto, opinionisti (curioso mestiere del ventunesimo secolo) non si diventa dall'oggi al domani, mentre nella tv del 2017 in troppi credono di esserlo, e perfino autorevoli. O meglio, sono i responsabili delle televisioni a farglielo credere, ed è ancora più triste.