giovedì 29 gennaio 2015

CONTE CHIAMA CONTI: IL CITTI' AL FESTIVAL DI SANREMO PER RICREARE AMORE ATTORNO AL CLUB ITALIA


Conte chiama Conti. Proprio così: il cittì della nostra Nazionale sarà uno dei "superospiti" dell'ormai imminente Festival di Sanremo. Non è il primo condottiero azzurro a salire sul palco dell'Ariston: lo aveva già fatto Marcello Lippi, nel 2010, per una comparsata tristanzuola che, probabilmente, gli italiani davanti alla tv si sarebbero volentieri risparmiata. Fece da insolito "padrino", nella classica serata dei duetti, all'improbabile trio Pupo - Emanuele Filiberto - Luca Canonici, che rischiò addirittura di vincere quell'edizione, pericolo fortunatamente scongiurato in extremis. La sua infelice performance, non particolarmente gradita (eufemismo) dal pubblico in teatro, fu solo un innocuo anticipo del tonfo ben più fragoroso di cui lui e i suoi spompati pedatori si resero protagonisti pochi mesi dopo, al Mondiale sudafricano. 
CT A TEMPO? - Per Conte le cose dovrebbero andare diversamente, e non solo perché figura nel cast con un ruolo del tutto diverso e più "neutro" rispetto a quello che venne affidato al decadente predecessore. L'attuale Commissario tecnico approda a Sanremo in un momento fra i più delicati nella storia del Club Italia. Personalmente, temo addirittura che il suo mandato biennale possa non conoscere la naturale scadenza, e non certo per mancanza di risultati, che finora sono tutto sommato arrivati, pur senza squilli di tromba.  L'investitura dell'ex Juve a "grande capo" azzurro era stata accompagnata da precise speranze: recupero della centralità della Nazionale, collaborazione fra lo staff tecnico federale e gli allenatori dei club  di A, ritorno alla valorizzazione del vivaio nostrano, per rilanciare la scuola calcistica tricolore e aumentare il "bacino d'utenza" della massima rappresentativa. Ebbene, è solare che tali speranze siano rimaste lettera morta, anzi: la situazione del nostro football, in questi mesi, è ulteriormente peggiorata. 
NAZIONALE ISOLATA - Campionato dai contenuti tecnici sempre più modesti, giovani virgulti  "made in Italy" del tutto ignorati, con pochi club a fare da sparute eccezioni (del resto, l'andamento del tristissimo mercato di riparazione è emblematico, in tal senso: si è mosso un solo azzurrabile di rilievo, Gabbiadini, peraltro andato a scaldar la panca a Napoli). E, amara ciliegina sulla torta, un ostracismo sempre più marcato alla Nazionale e alle sue esigenze: nessuna partita in calendario da novembre a marzo, stage invernali a ranghi ridotti, anche se Tavecchio ha detto che terrà conto di chi manderà i giocatori e di chi non li manderà, pur non potendo prendere alcun provvedimento nei confronti delle società "reticenti": il che, quindi, non vuol dire assolutamente nulla, un nulla travestito da "pugno di ferro", e del resto l'incidenza, l'autorevolezza, il decisionismo e il peso politico del nuovo presidente federale erano evidenti già prima della sua elezione. 
SE SI DIMETTESSE... - E' una corsa all'inaridimento forzoso del vivaio nostrano: di questo passo, nel giro di tre - quattro stagioni calcistiche ci troveremo con squadre di club formate al 99 per cento da stranieri, e con rappresentative azzurre ridotte a fare da comparse nelle grandi competizioni internazionali, col rischio di percorrere l'identico cammino del gambero dell'Ungheria, pallido ricordo della "culla del football" che fu. In tale clima da basso impero, chiaro che Conte sia quantomai inquieto: sicuramente non accadrà, ma quasi quasi sarebbe auspicabile che utilizzasse il palco di Sanremo per annunciare le sue dimissioni. Quella sì che sarebbe una sberla a un calcio ripiegato su se stesso, fiaccato da strategie inqualificabili, intento a scavare industriosamente il fondo già da tempo toccato. Un cittì che, dal palco dello show più popolare e discusso, e seguito non solo nel nostro Paese, griderebbe "il re è nudo", alzando il velo sulle vergogne che stanno mettendo a repentaglio la sopravvivenza del pallone tricolore. Sarebbe un trauma e del resto sono sempre più convinto che solo un evento traumatico potrebbe scuotere il calcio - Titanic tricolore. 
STRINGIAMCI A COORTE - Ma non accadrà, dicevamo, e allora non resta che auspicare che il fumantino coach pugliese utilizzi quel prestigioso pulpito per ricreare amore e interesse attorno al Club Italia: un sentito appello a rinserrare le file, a "stringersi a coorte" attorno a Verratti, Zaza e compagni. La storia lo insegna: la Nazionale è il più formidabile volano per qualsiasi movimento calcistico. Se gioca bene, schiera buoni giocatori, valorizza le nuove leve, ottiene risultati e fornisce esempi di moralità sportiva, ne beneficia tutto il carrozzone; ciò varrà a maggior ragione nei prossimi anni, quando le rappresentative saranno sempre più ultimi baluardi dell'identità nazionale calcistica, non più riconoscibile in club diventati accozzaglie di giocatori provenienti da ogni parte del globo. In parole povere, non potrà essere un trionfo in Europa League di Inter, Napoli o Fiorentina, squadre italiane solo sulla carta, a restituire orgoglio e dignità al nostro malmesso pallone, mentre "una selezione" in salute può generare un circolo virtuoso.
UN CONTI PER CONTE - E allora, si diceva, che Conte chiami a raccolta tutti attorno alla sua fragile Italia. Sanremo è il luogo ideale, il palcoscenico più nazionalpopolare che ci sia: se "L'italiano" di Cutugno", e persino la brutta "Italia" di Reitano, hanno coagulato attorno all'Ariston una sorta di amor patrio comunque da non sottovalutare, il medesimo risultato potrebbe ottenerlo un accorato atto d'amore per le nostre maglie color cielo. Dunque, se Tavecchio è l'immobilismo fatto persona, per rilanciare la nostra stinta "azzurra" non resta che affidarsi a... Carlo Conti. A questo siamo ridotti, ma le canzoni fanno miracoli, e a maggior ragione può farli San.... Remo. Generare affetto, entusiasmo ed interesse, questo basterebbe: perché un calcio che non ama la propria Nazionale è un calcio che ha imboccato la via dell'autodistruzione. 

mercoledì 28 gennaio 2015

DOPO NAPOLI - GENOA: L'ETERNA MEDIOCRITA' ARBITRALE E UN CALCIO ITALIANO A CUI NON SI PUO' PIU' CREDERE


Aspettare più di ventiquattr'ore non è bastato a far sbollire la rabbia. Sapevo che questa volta sarebbe andata così, perché non si può sempre passare sopra alle cose e cercare giustificazioni alternative, posticce, a ciò che è ingiustificabile. Non amo parlare delle castronerie commesse, sempre più spesso, dai nostri arbitri professionisti, e il blog me ne è testimone: da quando "Note d'azzurro" ha visto la luce, nella tarda estate del 2011, tre soli post sono stati dedicati al tema, e di questi uno solo ha coinvolto il Genoa: le eccezioni alla regola hanno riguardato, per la precisione, una imbarazzante (per chi la diresse e per tutto il calcio italiano) Supercoppa "cinese" fra Juventus e Napoli, nel 2012; un derby d'Italia Juventus - Inter pochi mesi dopo; la celebre farsa di Genoa - Milan, nel 2013. Non amo scriverne, dicevo, perché il rischio è sempre quello di passare per vittimista, piangina, tifoso con le fette di prosciutto sugli occhi, ma quando è troppo è troppo. 
CREDIBILITA' SOTTO ZERO - Lunedì sera, al San Paolo, il limite della vergogna è stato abbondantemente superato. E sia chiaro che non ce l'ho col Napoli: il team azzurro si è trovato servito su un piatto d'argento un gol irregolare e un rigore farlocco e ne ha approfittato. Mi tocca invece ripetere ciò che sostengo da tempo: l'inadeguatezza da allarme rosso della classe arbitrale non è il male assoluto, ma uno dei tanti mali del nostro movimento calcistico, non il più grave ma nemmeno tanto trascurabile. Perché in una palude fatta di gestioni finanziarie allegre, regresso tecnico costante, disinteresse totale per i vivai di casa nostra e importazione selvaggia di stranieri perlopiù mediocri, stadi fatiscenti e semivuoti, Nazionale azzurra trattata come un fastidioso ingombro, una Coppa Italia odiosamente antidemocratica nella formula, beh, sarebbe almeno necessario che la competizione calcistica di Serie A mantenesse un barlume di credibilità, e questa credibilità dovrebbero garantirla le giacchette gialle. 
L'INSOSTENIBILE "LEGGEREZZA" DEGLI OFFSIDE - Invece, e lo dico a malincuore, la sensazione è che a troppe squadre non venga concesso di battersi ad armi pari. Non per malafede, di cui non voglio nemmeno sentir parlare, ma per semplice povertà di talento: modesti tecnicamente, a corto di personalità, vittime di una debordante sudditanza psicologica, a disagio quando si tratta di applicare il regolamento con uniformità, persino in imbarazzo nel decifrare situazioni di gioco che, per chi ha "studiato" la materia, dovrebbero invece essere semplicissime. Un fuorigioco netto come quello di Higuain (altro che "leggero", che poi non vuol dire niente: un offside è sempre offside, che sia di un centimetro o di un metro, e quello di Napoli era sicuramente meno "leggero" di quello di Rincon che aveva consentito al Genoa di pareggiare la partita con la Roma, la madre di tutte le recenti disgrazie rossoblù), e un non - rigore come quello che ha deciso il match dovrebbero essere il minimo sindacale per direttori di gara di prima fascia. Lo stesso dicasi per l'ammonizione di Bertolacci, da commedia dell'assurdo. 
PEROTTI E ALTRI SCANDALI - No, non mi piace snocciolare episodi a sfavore, ho persino deriso spesso e volentieri quei dirigenti che compilano dossier sui torti subiti, minacciando di presentarli in Federazione (che poi lo facciano davvero, è tutto da verificare). Però, dopo quel tragico confronto coi giallorossi, al Grifone è francamente successo di tutto, e chi nega l'evidenza danneggia sia il Grifo sia il calcio italiano tutto. Certo, c'è stato un calo di rendimento; certo, la manovra si sviluppa con minore fluidità, la concentrazione è meno ferrea, con black out esiziali; la difesa non è più impermeabile, anzi; mancano e continueranno a mancare elementi chiave, e qui però si torna al discorso di partenza: perché se il buco in attacco se l'è assurdamente voluto la società, lasciando partire Pinilla prima di trovare un'alternativa al buon Matri (che ovviamente si è subito infortunato, e seriamente: sono le classiche "cose da Genoa" che chi lavora a Pegli da qualche anno dovrebbe ormai conoscere a menadito...), è innegabile che le quattro giornate di squalifica a Perotti, il faro di questa squadra, siano state una punizione abnorme e sproporzionata, a maggior ragione se paragonata alla sanzione, oltremodo clemente, toccata ieri all'inqualificabile Mexes "ammirato" in Lazio - Milan. 
PUNTI PERSI SENZA COLPA - Fra gol irregolari, rigori solari negati  e penalty fantasiosi concessi agli avversari, i conti non tornano, né mai torneranno: non io, ma testate autorevoli sia cartacee che web, parlano del Genoa come della squadra più tartassata di A, con una valutazione oscillante fra gli 8 e i 10 punti sottratti da mostruosità arbitrali. Vittimismo? Sarà, forse i punti mancanti sono meno, ma gli episodi sono lì, solari, e in una classifica corta come quella di quest'anno sono episodi che spostano moltissimo, quasi tutto: possono decidere di un piazzamento europeo o di uno da testa di serie per la Coppa Italia (che proprio per il suo inaccettabile format può risultare utile solo se la si affronta partendo da posizione privilegiata). Perché a questo siamo arrivati: sono i fischietti che decidono il campionato, con la loro messe di errori, le loro valutazioni diverse da partita a partita sugli stessi episodi, la tolleranza e l'inflessibilità alternate senza logica. La moviola in campo non sarebbe la panacea di tutti i mali, ma risolverebbe forse un 20 - 30 per cento di casi controversi. Poco? Sì, ma sarebbe comunque un miglioramento, e arbitri di questo livello non possono assolutamente più fare a meno di un supporto tecnologico.
SERIE A DA NON SEGUIRE - La rabbia mi porterebbe forse ancora più lontano, voglio fermarmi qui, ma, ripeto, sto parlando di dati di fatto, non di suggestioni tifoidee, di cui non mi interessa. Il Genoa società, certo, merita tante critiche, perché ingiustizia su ingiustizia, da Ljajic a Perotti, da Missiroli a Higuain, tace o abbozza soltanto, mentre altri mimano sviolinate o fanno battute sarcastiche, fra l'altro non sempre con fondati motivi. Per loro, sì, torti e ragioni si compensano sempre, per altri no. Ma se Preziosi senior non può nemmeno permettersi di parlare perché sennò gli rispondono "Zitto tu, che sei quello della valigetta" (altro bell'esempio di democrazia, laddove gli immacolati di Calciopoli 2006 possono invece continuare a pontificare e a dettar legge), il figlio Fabrizio è figura che avrebbe l'autorevolezza per dire una parola chiara, netta, inequivocabile. Della serie: diteci a che gioco stiamo giocando, perché così ci regoliamo di conseguenza. Personalmente, mi rifiuto di continuare a seguire un torneo in cui gli arbitri si ergono a protagonisti assoluti, incidendo sui risultati più di una parata o di una papera del portiere, più di un gol fatto o di uno sbagliato. E ciò che ho detto avrà delle conseguenze anche sui contenuti prossimi venturi di questo blog. 
GENOA DA 50 PUNTI, NONOSTANTE TUTTO - A tempo indeterminato non parlerò più di Serie A, di questa orrenda, disgustosa Serie A. Nelle prossime settimane, del resto, altri e più piacevoli argomenti non mancheranno. Prima, però, un segnale di speranza per il Genoa bistrattato: che deve risolvere alcuni problemi interni, ma che si trova di fronte  a un girone di ritorno invitante assai, soprattutto in riferimento alle gare che giocherà a Marassi. Bisogna cercare di limitare i danni in questo tremendo avvio, che dopo le prime quattro - cinque giornate potrebbe addirittura veder scivolare Antonelli e compagni nella parte destra, ma poi il calendario, guardarlo per credere, offre infinite chances per inseguire quota cinquanta punti e inserirsi fra le prime dieci squadre della classifica, al momento unici obiettivi plausibili per un Grifone che avrà anche sbagliato qualcosa, ma a cui sono state vistosamente tarpate le ali proprio nel momento del decollo, dopo il capolavoro di Genoa - Milan. 

martedì 13 gennaio 2015

DOPO LA DOPPIETTA NEL DERBY: EVVIVA TOTTI, MALGRADO IL SELFIE


Ma sì, viva Totti! Chi se ne frega se dopo aver deciso un derby corre sotto la curva Sud, si fa consegnare il suo iphone, si scatta un selfie davanti alla sua tifoseria per immortalare l'ennesimo magic moment di una carriera infinita, e in tutto questo l'arbitro Orsato si astiene dall'estrarre un cartellino giallo che, in passato, non è stato risparmiato ad altre esultanze assai meno sopra le righe? No, non c'è ironia in quel che dico, davvero. La mia opinione sul Pupone è spesso emersa da alcuni articoli scritti su questo blog, ed è un'opinione a metà del guado: impossibile, cioè, non riconoscerne la grandezza tecnica, lo spessore indiscusso di simbolo sportivo; altrettanto impossibile dimenticarne le lacune caratteriali, intese sia come inadeguatezza sostanziale ai grandi confronti internazionali, sia come eccessi consumati sul terreno di gioco (dallo sputo a Poulsen, Euro 2004, al fallaccio su Balotelli nella finale 2010 di Coppitalia). 
SIPARIETTI - Però, questa volta, forse non è il caso di cercare troppo il pelo nell'uovo. E' vero, a Totti è stato concesso un vistoso strappo alle regole (non il primo: dopo un altro gol in un altro derby, andò a sostituirsi a un cameraman a bordo campo per riprendere la sua curva....), e poi in quello stadio certi episodi bislacchi non sono una novità: che dire di Florenzi che va a baciare la nonna in tribuna? Tutto molto bello, affettuoso e commovente, per carità, ma un minimo di rigore e morigeratezza in più a partita in corso non guasterebbero, al di là di quanto scritto nei regolamenti. Dire che in passato certe cose non accadevano, che il massimo della trasgressione post - gol poteva essere l'urlo madrileno di Tardelli, non è nostalgia fine a se stessa, ma un dato di fatto, e tuttavia non è forse vero che oggi il pallone non è più sport ma soprattutto show, e come tale deve nutrirsi anche di certi siparietti che fanno schizzare alle stelle audience tv e contatti web? 
INDULGENZA - Tutto ciò precisato, ecco, oggi si può essere un po' più indulgenti: Totti ha 38 anni suonati, alla sua età molti celebrati campioni sono già in pensione agonistica da un po'. Lui, invece, è salito in cattedra in una stracittadina fra le più difficili: perché vedeva confrontarsi due compagini insediate stabilmente nei quartieri altissimi della classifica; perché la sua Roma, da un po' di settimane a questa parte, non è propriamente una corazzata inaffondabile e ha tenuto la linea di galleggiamento anche grazie a più di un episodio fortunato; perché, infine, i giallorossi si erano venuti a trovare sotto di due reti, il che in un derby è sempre un fardello pesantissimo. 
VETERANO DA ELOGIARE - Il numero dieci della Lupa ha preso per mano compagni in debito d'ossigeno ed è diventato l'hombre del partido, per usare la definizione che venne dedicata a Pablito Rossi ai tempi di Spagna '82: due gol decisivi, da bomber consumato, il secondo con una splendida mezza girata sotto misura. Di calciatori longevi, in tempi recenti, ne abbiamo visti parecchi, sopratutto nelle nostre desolate lande pallonare, ma nessuno, forse neanche il Del Piero delle ultime stagioni juventine, ha saputo essere così incisivo e decisivo anche in età avanzata, e anche nei match più impegnativi e delicati. Per questo, stavolta Totti merita l'elogio pieno. Del resto, che sia impastato di classe pura e di personalità non è scoperta di oggi: e non può valere per lui, o può valere solo in parte, ciò che ho più volte scritto a proposito di altri bomber stagionati che animano la Serie A di questi sventurati anni Dieci. Se, infatti, gente come Toni e Di Natale può continuare ad essere risolutiva anche grazie all'enorme regresso qualitativo fatto registrare dal nostro massimo campionato, il discorso - Pupone è del tutto diverso: rispetto ai veterani appena citati, rispettabilissimi campioni, il romanista sta diverse spanne sopra. 
INCOMPIUTO - Mi piace sottolinearlo, dopo non avergli risparmiato critiche: Totti è un patrimonio del nostro football, per quanto detto finora e perché rimane davvero l'ultima bandiera in un calcio in cui i colori, il campanile, il senso di appartenenza, il legame con la piazza hanno perso importanza, e si va a giocare per il club che offre di più, anche se si chiama, chessò, Anzhi. Certo, rimane anche la sensazione di un patrimonio che non ha dato tutti i frutti che poteva: grandissimo sul territorio nazionale, poche volte il giallorosso ha saputo davvero ergersi a protagonista fuori dei confini. A parte il sontuoso Europeo del 2000, la generosa ma limitata partecipazione al trionfo mondiale azzurro del 2006 (complice però il grave infortunio patito pochi mesi prima contro l'Empoli) e qualche luminaria in Champions (gol al Real, recente prodezza a Manchester), il resto è stato un corollario di occasioni mancate. Anche per questo, Francesco mi ha spesso fatto arrabbiare: perché poteva essere il nostro Cristiano Ronaldo di inizio secolo, poteva regalare alla sua Roma e all'Italia trofei di prestigio, e invece si è limitato spesso a un piccolo cabotaggio dorato. Ma oggi non è tempo di critiche. Sì, viva Totti senza ironie (non troppe, almeno...), e pazienza per quel selfie e per quel cartellino mancato. 

RECENSIONI DAL TEATRO: "FRANCO CERUTTI, SARTO PER BRUTTI", CAPODANNO CON BERUSCHI E CON LA SPLENDIDA MARIA OCCHIOGROSSO


Flashback sulla recente notte di San Silvestro, vissuta lontano dal freddo e dalla confusione delle piazze, nonché dall'orribile frastuono delle discoteche (rispetto per chi le frequenta, ma non le sopporto). Meglio, decisamente meglio il tepore del teatro Manzoni di Monza, per salutare il nuovo anno in leggerezza con lo spettacolo "Franco Cerutti, sarto per brutti". Un "buona fine e buon inizio" all'insegna del più assoluto disimpegno, ma "d'autore", visto che il cast della commedia annovera nomi che han fatto la storia della comicità all'italiana, pur con diverse gradazioni: Franco Neri e, soprattutto, la coppia Enrico Beruschi - Margherita Fumero, talmente affiatati da essere considerati davvero, nell'immaginario di molti, marito e moglie, come in tanti sketch che ci hanno regalato a Drive In e dintorni. 
La piéce ha radici nobili: nasce infatti come ideale continuazione di "Carlin Cerutti sarto per tutti", allestimento messo in scena nel lontano 1974 e che vide sul palco mostri sacri quali Erminio Macario e Sandra Mondaini. Nel 2014, il vecchio Carlin è ormai passato a miglior vita, ma la sua bottega tiene ancora il mercato, orgogliosamente e faticosamente, gestita dalla figlia Emerenziana (Margherita Fumero) e dall'ultima rampolla della dinastia, la giovane e timida Asola (Maria Occhiogrosso): un nome, un destino, una missione, è proprio il caso di dire! Accade che un ladruncolo, Franco Verace, interpretato da Franco Neri, per sfuggire alla polizia trovi rifugio proprio nella sartoria, dove, guarda il caso, sono alla ricerca di un nuovo sarto d'alta scuola per far riprendere a girare gli affari, ultimamente un po' stagnanti: l'uomo coglie l'occasione al volo e si spaccia per stilista di gran classe riuscendo a farsi assumere, unica soluzione per aggirare le attenzioni di un sempre più sospettoso ispettore (Cristian Messina, anche regista dello show). Non può che venirne fuori la più classica commedia degli equivoci, alimentata dal altri personaggi che gravitano attorno alla bottega: su tutti, ovviamente, il veterano Beruschi, nei panni di un vecchio conoscente di Emerenziana nonché antico avventore della sartoria (che, fra l'altro, funge anche da alberghetto). 
L'idea, per quanto semplice, si prestava però a una scrittura più sostanziosa ed elaborata di quella che "Franco Cerutti sarto per brutti" offre agli spettatori: un canovaccio tutto sommato prevedibile, per quanto la commistione fra comicità, romanticismo e giusto una punta di thrilling riesca comunque a tenere alta l'attenzione fino alla fine. Il punto debole della costruzione è forse proprio il sedicente sarto: Franco Neri ha ormai da anni tradito la tv per il teatro, ma la scelta, a giudicare da questa prova, non pare esser stata delle più felici. Servito da battute non riuscitissime e spesso a disagio coi tempi lunghi e la complessità narrativa della rappresentazione teatrale, l'attore calabrese rimane forse più adatto a un contesto "mordi e fuggi" da piccolo schermo, quello dei monologhi brevi, dei tormentoni e delle freddure "one shot". Le stesse modalità recitative trapiantate in un'opera teatrale, per quanto d'evasione, mostrano invece la corda. Decisamente meglio, ma senza toccare vette d'eccellenza, la coppia di fatto Fumero - Beruschi, col "ragioniere" penalizzato da un minutaggio troppo ridotto e da una parte tutto sommato marginale: un peccato, perché la verve pare ancora intatta e un più consistente impiego avrebbe senz'altro fatto prendere quota allo spettacolo. 
Gira che ti rigira, e forse è un bene, il meglio lo danno gli attori giovani (o comunque meno conosciuti), solo apparentemente comprimari: perché, ad esempio, la splendida Maria Occhiogrosso fa di Asola una piccola eroina della piéce: questa fanciulla alta, bionda e fascinosa (vista nel foyer a fine recita, avvolta in un abito da sera, emanava un'eleganza strepitosa), sul palco cambia volto e fornisce un'interpretazione estremamente convincente della giovane figlia di Emerenziana, una ragazzona timida, impacciata e occhialuta che suscita tanta tenerezza. Ma non le sono da meno Alessandro Marrapodi, assiduo frequentatore della sartoria, dalla voce stentorea (benché balbuziente in scena) e dal piglio da veterano, e il bizzarro Antonio Sarasso, un adorabile e macchiettistico pettegolo che ricorda un po', nelle fattezze, lo scienziato della saga di "Ritorno al futuro". Insomma, un buon lavoro che però, dopo la chiusura del sipario, lascia dietro di sé una sensazione di incompiutezza. Ma a Capodanno si può perdonare tutto, suvvia: la possibilità di complimentarsi in prima persona con Maria Occhiogrosso, vera primadonna e rivelazione della serata, e di fare una foto assieme al mitico Beruscao, eroe della tv della mia giovinezza, hanno comunque reso indimenticabile la notte del Manzoni...