domenica 28 luglio 2013

RECENSIONI DAL TEATRO: "LA STRANA COPPIA" BY THE KITCHEN COMPANY


"La strana coppia" è una... materia da maneggiare con estrema cura. Nel senso che si tratta, probabilmente, della commedia brillante più famosa e più rappresentata di tutti i tempi. Una autentica pietra miliare del teatro mondiale, alla quale non tutti possono accostarsi con la "sicumera" di poterne fornire una versione all'altezza dell'originale. Proprio per questo motivo, The Kitchen Company merita un plauso incondizionato. La compagnia stabile del Teatro della Gioventù di Genova ha infatti messo in scena una "Strana coppia" assolutamente credibile. Alle prese col capolavoro di Neil Simon, i giovani attori sono riusciti a regalare al pubblico uno spettacolo fresco, vivace, privo di cadute di tono. 
La recita targata TKC ha saputo intercettare lo spirito originario di quest'opera intramontabile, i suoi elementi base, restituendoli intatti alla platea: ironia e disincanto, attenzione alla contemporaneità (la contemporaneità dell'epoca, in fondo non tanto diversa da quella attuale, limitatamente ai temi trattati...) e crudo realismo nel tratteggiare un certo contesto sociale e determinate dinamiche relazionali. Già, perché "La strana coppia" è sì commedia pimpante e ridanciana, ma al contempo "multistrato", in quanto dietro il velo della leggerezza affronta pure tematiche di indubbio spessore: coppie che "scoppiano", il divorzio con tutte le criticità pratiche e psicologiche che si porta dietro, dallo sconvolgimento interiore causato dalla fine di un amore alla conseguente difficoltà di riallacciare i fili di un'esistenza normale, di ricominciare a vivere. Nella piéce di Simon c'è tutto questo, osservato e raccontato con una comicità non sguaiata ma sottile (proprio perché modulata su una storia dai risvolti financo drammatici), eppure sempre ben percepibile e godibile. 
I ragazzi della Kitchen, sotto la sapiente regia di Massimo Chiesa, hanno offerto una lettura rispettosa eppur non passiva di questa commedia cult, sviluppandola con sostanziale aderenza alla scrittura originale senza tuttavia risultare per questo eccessivamente scolastici, e anzi destreggiandosi con sufficiente brio e disinvoltura fra le pieghe di un'opera di indubbia complessità. Di buon livello la recitazione, con i picchi rappresentati dai due protagonisti, Nicola Nicchi nei panni del trasandato tombeur de femme Oscar, e Giovanni Prosperi - Felix, maniaco della pulizia e complessato, con una caratterizzazione del personaggio piuttosto marcata che raggiunge lo scopo di alleggerirne l'intricatissima situazione personale. Di rilievo anche la prova delle due presenze femminili del cast, le vicine di casa della "strana coppia", Guendalina e Cecilia, interpretate da Daria D'Aloia e Barbara Alesse, a loro agio nel doppio registro attoriale richiesto dalla personalità di due ragazze un po' frivole ma, al contempo, capaci di captare l'estrema sensibilità e fragilità umana di Felix. 
"La strana coppia" è lo spettacolo su cui ha puntato il Teatro della Gioventù per la sua sessione estiva: ripetendo infatti l'esperimento lanciato l'anno scorso, anche in questo 2013 il TKC diretto da Massimo Chiesa ed Eleonora D'Urso ha proseguito la sua attività anche nella stagione calda (si andrà avanti fino al 4 agosto, sempre con le repliche della commedia di Neil Simon), offrendo così un'alternativa innovativa e di qualità ai più classici svaghi di questi mesi. Nel 2012, l'estate "TKC - Gioventù" puntò sulla trilogia "Le conquiste di Norman" e raccolse oltre 5mila spettatori: per quest'anno non ci sono ancora dati ufficiali, ma se l'afflusso complessivo è stato dello stesso livello, ottimo, osservato la sera della nostra presenza, il successo di questa apertura "straordinaria" (che speriamo diventi presto ordinaria per tutti i teatri della penisola) dovrebbe essere notevolissimo. In quanto a innovazioni, comunque, il Teatro della Gioventù non si ferma qui, anzi: è allo studio l'allestimento di una vera e propria "sit-com" con protagonisti gli attori della "Kitchen", da registrare alla presenza del pubblico e da diffondere a una più vasta platea attraverso modalità attualmente allo studio: si potrebbe utilizzare il canale web (download et similia) e proporlo a emittenti televisive locali o, perché no, nazionali. Una sfida insolita e affascinante, un'altra ventata d'aria fresca nel panorama teatrale nostrano, e per questo meritevole di incondizionato appoggio. 

giovedì 25 luglio 2013

IL GENOA RIPARTE DA LODI E GILARDINO. FORSE

                                   Gilardino ai tempi della prima stagione in rossoblù

Francesco Lodi e Alberto Gilardino. Dovrebbero essere questi i due pilastri sui quali edificare il Genoa 2013/14. Il condizionale è purtroppo d'obbligo, e vedremo tra breve il perché. Andiamo con ordine: quello che sta prendendo forma è un Grifone diverso rispetto alle ultime due sciagurate stagioni. C'è meno improvvisazione, più equilibrio nella progettualità: certo, il mercato è ancora lungo, ma la sensazione è che quest'anno si stia davvero operando con maggior criterio. 
LIVERANI, LA NOVITA' - Emblema del desiderio di voltare radicalmente pagina dopo le burrasche degli ultimi tempi, la scelta totalmente controcorrente del "manico": sulla panchina rossoblù si è accomodato Fabio Liverani, il che rappresenta qualcosa di più di un semplice cambio di guida tecnica: l'ex centrocampista del Perugia è una novità assoluta per il calcio professionistico, anche se non certo un parvenu dell'allenamento, avendo maturato una cospicua e positiva esperienza nelle giovanili genoane. Personalmente, sulla questione trainer mi ero già espresso sul finire dell'ultimo campionato: avrei tenuto Ballardini, artefice di un autentico miracolo, una salvezza nella quale a un certo punto in pochi credevano. Meglio il tranquillo e un po' piatto tran tran garantito dal romagnolo rispetto all'ennesimo azzardo. E tuttavia, la scelta della società va capita e rispettata: se con Balla si poteva pensare a una navigazione a vista, a una sopravvivenza dignitosa ma pur sempre una sopravvivenza, con Liverani c'è quantomeno un tentativo di costruire un percorso più a lunga gittata e più propositivo. E' un rischio, certo: potremmo trovarci di fronte al nuovo Montella, ma anche no... Però è anche vero che il ricorso a mister di vaglia ultimamente non aveva sortito effetti positivi, anzi: vogliamo parlare delle esperienze di Malesani e, soprattutto, del referenziatissimo ex Juventus Delneri? 
LODI E UN CENTROCAMPO COI FIOCCHI - Poi, è chiaro, contano i giocatori, senza i quali, coach esperto o coach inesperto, di strada ne fai pochina. Da questo punto di vista le note positive non mancano. Dicevamo di Lodi: l'acquisto è oggettivamente sensazionale, e sorprende il basso profilo con cui i media lo hanno trattato. Siamo al cospetto di un centrocampista di altissimo spessore, un talento finissimo, un "Pirlo in miniatura" per il quale non molto tempo fa si ipotizzava persino un inserimento nel giro della Nazionale. Cervello e piedi buoni, autentico uomo squadra, carismatico, mortifero sulle punizioni. Un elemento che, da solo, può far compiere un salto di qualità impressionante a una compagine di livello medio come quella rossoblù. Se poi consideriamo che, attorno a lui, sta sorgendo un centrocampo coi controfiocchi, allora essere ottimisti diventa doveroso: perché i buoni campionati si costruiscono proprio nella zona nevralgica, e se a un califfo come Lodi aggiungi scudieri come Matuzalem, Biondini, Cofie, Bertolacci e Santana, ti ritrovi fra le mani un reparto scolpito nella roccia eppure capace anche di disegnare apprezzabili trame di gioco e rifornire adeguatamente chi sta davanti, ciò che è mancato al Genoa 2012/13 anche nella fase di risalita targata Ballardini. 
MEGLIO GILA DI BORRIELLO - Con un reparto centrale del genere, qualsiasi attacco farebbe faville. A maggior ragione una prima linea che avesse come punta di diamante un campione dello spessore di Gilardino. E qui ritorniamo al "condizionale" con cui avevo aperto il post. Perché Gila, una volta smaltite le tossine della Confederations Cup, si è messo a disposizione di Liverani ed è già a sgobbare nel ritiro di Neustift, però resta aperto lo spiraglio di un passaggio alla Roma, con conseguente rientro a Genova di Borriello. Ora, premesso che ci troviamo di fronte a due eccelsi cannonieri, è altresì innegabile che, basandosi su dati oggettivi e lasciando da parte le ragioni del cuore, non può ragionevolmente esserci paragone tra i due, a tutto vantaggio di Alberto. Il curriculum parla chiaro e non è liberamente interpretabile: per numero di gol fatti, per peso di questi gol, per incisività a livello internazionale, per militanza azzurra, per continuità di rendimento, il piemontese si fa ampiamente preferire. 
Gilardino è un campione autentico, Borriello "solo" un ottimo giocatore. Il fatto che quest'ultimo abbia reso decisamente di più del collega nella sua duplice militanza rossoblù conta fino a un certo punto. Il mezzo campionato in cui l'ex centravanti viola ha giocato a Marassi è stato uno dei periodi più disgraziati della recente storia del Grifo: eppure, pur in condizioni tattiche e ambientali tutt'altro che ottimali, prima dell'infortunio Gila fece bene. Un solo gol, d'accordo, ma una presenza "pesante" nella manovra, come sostegno e apripista per i compagni di linea e per gli inserimenti dalle retrovie, ciò che invece molti tifosi gli imputano di non saper fare, considerandolo solo un centravanti d'area: avessero almeno gettato un occhio alla partita di Confederations con la Spagna...
Ciò che voglio dire è che augurarsi (come alcuni supporters rossoblù stanno facendo) una partenza del Gila per il ritorno di Borriello, è francamente incomprensibile, per i motivi suddetti e perché il buon Alberto è tuttora un azzurro, con qualche speranza di poter agganciare il treno per Brasile 2014, e quindi stimolato a disputare una stagione di altissimo livello: stimolo che per Marco sarebbe solo puramente teorico, in quanto il giocatore è ormai da tempo fuori dal giro della Nazionale, dove è stato sporadica comparsa anche nel suo periodo migliore, quello della prima stagione genoana, ormai oltretutto assai lontano nel tempo; per lui le possibilità di conquistarsi un posto sull'aereo per il Sudamerica sono pressoché nulle, anche vista l'agguerritissima concorrenza: Balotelli, El Shaarawy, Borini, Destro, Osvaldo, Rossi, lo stesso Gila, Cerci, Giovinco vengono prima di lui, per meriti acquisiti e militanza recente: e considerando che i posti per gli attaccanti non saranno più di cinque o sei... Tornando alla prima linea rossoblù, c'è grande attesa attorno a Moussa Konatè, un giovane senegalese assai quotato a livello internazionale ma tutto da verificare nel nostro campionato. 

                                              Perin: è il momento del decollo? 

PERIN, TOCCA A TE! - A proposito, di giovani, probabile che a guardia della porta genoana troveremo, all'avvio del campionato, Mattia Perin. Un approdo inevitabile, per uno dei prospetti di maggior talento usciti negli ultimi anni dal vivaio del Genoa. Giusto così: l'annata per certi versi traumatica di Pescara l'avrà senz'altro rinforzato sul piano caratteriale, e del resto, se non ci si decide una buona volta a lanciarlo, la famosa esperienza non potrà mai farsela, rischiando di arrivare a 25 - 26 anni ancora con l'etichetta di "grande promessa", destino comune a molti giovani italiani bruciati di recente sull'altare della prudenza degli allenatori e della fiducia incondizionata concessa a stranieri mediocri e sopravvalutati. Se poi alle sue spalle arriverà una chioccia come Bizzarri, tanto meglio, ma il futuro è di Mattia. 
CONFERME, INCERTEZZE E LACUNE - Conferme importanti: quelle dei veterani Matuzalem, Manfredini e Portanova, il cui arrivo nel gennaio scorso fu fondamentale per tirare fuori il Genoa dalle secche del fondo classifica. Quella di Floro Flores, "genoano dentro" che dopo gli stenti fisici dell'ultimo campionato sta lavorando sodo per presentarsi tirato a lucido agli impegni che contano. E poi i "nazionali", lo stantuffo Antonelli e un Bertolacci in vorticosa crescita e atteso alla stagione della consacrazione. C'è ancora incertezza per la sorte di Granqvist e Kucka, pezzi pregiati con molti estimatori in Italia e all'estero, nonché, per altri motivi, per quella di capitan Marco Rossi, secondo alcune fonti vicino al ritiro ma, in ogni caso, pronto a inserirsi nella compagine tecnico - dirigenziale rossoblù. 
Ha salutato la compagnia senza grossi rimpianti Jankovic: al di là della commovente lettera d'addio ai tifosi, il suo apporto nelle ultime stagioni è stato limitatissimo, e non solo per i postumi dei gravi infortuni subiti. Tutta la sua carriera è stata fin qui caratterizzata da una eccessiva discontinuità di rendimento, e gli ultimi due campionati hanno visto in pratica due soli gol, da parte sua, autenticamente decisivi per le due salvezze del Grifo: col Cagliari sul neutro di Brescia nel 2012 e col Siena a Marassi pochi mesi fa. Puntare ancora su di lui sarebbe stato un salto nel buio... In ogni caso l'augurio che a Verona possa ritrovarsi completamente è doveroso e sentito. La rosa è comunque da completare: occorrono pedine alternative soprattutto in retroguardia, e occorre una copertura finalmente affidabile per la fascia destra difensiva, eterno "buco nero" genoano da troppi anni a questa parte: Vrsaljko, uno dei nuovi arrivati, è la solita incognita di fuorivia (ma potrebbe essere un boom inatteso, intendiamoci), Sampirisi dovrà lavorare molto per sanare le ferite tecniche e morali dell'ultima stagione. Ci vuole qualcosa di più sostanzioso. 

martedì 16 luglio 2013

STUDIO 5: E QUESTA SAREBBE LA CELEBRAZIONE DELLA STORIA DEL "BISCIONE"?


Analisi di "Studio 5", ovvero di una trasmissione "sbagliata" e approssimativa fin dalla sua mission. A leggere le varie schede di presentazione disseminate per il web, la confusione è grande sotto il cielo: questa sorta di show salottiero dovrebbe aver lo scopo di celebrare i 30 anni di Canale 5. O forse i 35, a sentire qualche altra campana. Boh, non ci risulta che l'ammiraglia Mediaset sia nata nel 1983, né tantomeno nel 1978. Non è un dettaglio per pedanti nozionisti della storia della tv: l'imprecisione e la superficialità persino nel chiarire le finalità di un programma non sono un buon punto di partenza, e lo... svolgimento del tema è in linea con le premesse. Del resto non c'è di che stupirsi: questo "Studio 5" è lo specchio fedele della profonda decadenza che sta attraversando in questi "anni Dieci" il palinsesto dell'emittente del "Biscione" (il logo originario della rete, lo ricordate?): un vuoto di idee che rattrista, se paragonato proprio all'epoca d'oro di Canale 5 che qui si vorrebbe festeggiare e rievocare, gli anni Ottanta del (meritato) boom catodico berlusconiano, delle Premiatissime e dei Dallas, dei Superflash e dei Grand Hotel. Vuoto di idee che traspare, perfino, dal titolo scelto per questo discutibile progetto estivo, visto che "Studio 5" è già esistito, andò in onda nella seconda metà degli eighties, era un contenitore di informazione e intrattenimento: nemmeno lo sforzo di concepire un marchio inedito... 
Fa rabbia quando la povertà di una trasmissione viene mascherata da annunci altisonanti: a "Studio 5", la storia di Canale 5 è solo un pallido pretesto per alimentare il solito teatrino di Alfonso Signorini, personaggio fra i più sopravvalutati fra i tanti partoriti negli ultimi anni dallo show business italiano (nonché direttore di uno dei più brutti "TV Sorrisi e Canzoni" che la mia memoria ricordi...), portabandiera del gossip sfrenato che ha occupato quasi militarmente i palinsesti della nostra tv generalista, come se fosse diventato un genere informativo fondamentale e irrinunciabile, altro che la Gabanelli e il giornalismo d'inchiesta. Laddove, in passato, i pomeriggi del piccolo schermo erano affollati da "Tv dei ragazzi", "Non è mai troppo tardi" e altri spazi divulgativi, nel tentativo di innalzare almeno un poco il livello culturale degli italiani, oggi si trascorrono ore a parlare di amorini e amorazzi (veri o presunti) di divi e divetti, oppure di delitti efferati consumati nelle più sperdute lande del Paese.
Ma torniamo a bomba. Ecco dunque Signorini sfruculiare i suoi ospiti in un contesto che non ha molto di diverso da un qualsiasi "Pomeriggio Cinque" o dal mai rimpianto "Kalispéra" del medesimo Alfonso. Ospiti il cui legame con la grande storia di Canale 5 francamente ci sfugge, come la pur brava Sabrina Ferilli; oppure ospiti "prezzemolini" come Maria De Filippi, che invece un ruolo preminente nella storia del canale lo ha avuto eccome, ma che (come l'inevitabile Belen Rodriguez che pare debba comparire in una delle prossime puntate) è pur sempre perfettamente organica al "mondo" prediletto dal conduttore, fatto di feuilleton rosa e di storie un po' maliziose e un po' strappalacrime in stile "C'è posta per te", passando per la presenza debordante dei talent che sembrano essere diventati una tassa fissa da pagare: ecco quindi, anche qui, sfilare a più riprese davanti alle telecamere l'immancabile Moreno Donadoni con la sua ultima hit, proposta ormai ovunque e in tutte le salse. Ma a me, spettatore che si attende un bel tuffo nella nostalgia catodica, del "mondo" di Alfonso, delle sue pur legittime predilezioni artistiche, giornalistiche e televisive, importa ben poco: se è giusto mettere un po' di se stessi in ogni trasmissione che si fa, non lo è piegare totalmente tali trasmissioni alla propria personalità, soprattutto per un progetto che dovrebbe avere un certo rigore documentaristico. 
E la storia di Canale 5? Ridotta a pochi filmati in quasi tre ore di trasmissione (piacevole, comunque, rivedere il debutto assoluto della stessa De Filippi o la prima volta di Rita Dalla Chiesa a "Forum"), nonché a un saccheggio imponente dell'archivio di "Scherzi a parte" (ma mostrare gli ospiti del programma ai tempi in cui caddero vittime di quei discutibili lazzi è davvero così rappresentativo del loro percorso professionale in quel di Mediaset?) e soprattutto a brevi spezzoni di sigle storiche utilizzate per introdurre i vari contributi video. Francamente davvero pochino. La storia come pretesto, si diceva; una foglia di fico a coprire l'inadeguatezza dell'ennesima trasmissione fondata sul chiacchiericcio fine a se stesso. 
Nel 1990, Canale 5 celebrò un anniversario importante e vero, il suo decimo compleanno, con uno show dignitosissimo e rigoroso, la cui conduzione venne affidata ai volti storici di quel primo, felice e irripetibile decennio, da Corrado a Vianello a Mike Bongiorno. Perché al giorno d'oggi è diventato un obbligo "contaminare" ogni esperimento televisivo con i format più in voga del momento, anche se questi non c'entrano alcunché con la mission dichiarata? In parole povere, e lo ripetiamo: che c'azzeccano Moreno, Belen, il gossip e... Signorini con i trent'anni (o giù di lì...) di Canale 5?  Meglio allora il buon Paolo Piccioli che, con assoluta discrezione, da tempo immemore lavora su Rete 4 a "Ieri e oggi in tv", mostrandoci davvero la storia di Canale 5 e delle reti Mediaset nella maniera più lineare, senza fronzoli: semplicemente, riproponendo nottetempo, più o meno integralmente, le trasmissioni di quegli anni. E' questo il vero rispetto per la Storia, che può essere con la "S" maiuscola anche quando riguarda un universo effimero come quello del piccolo schermo. 

mercoledì 10 luglio 2013

SETTE ANNI FA IN CIMA AL MONDO: RICORDIAMO IL TRIONFO AZZURRO DEL 2006


Sono già passati sette anni, questa è la vera notizia. Il 9 luglio del 2006, l'Italia del calcio tornava sul tetto del mondo, battendo la Francia ai rigori nella finale di Berlino. Mai come in questo caso è giusto dire: "Sembra ieri". Piccola digressione personale: estate 1989, erano trascorsi proprio sette anni dal nostro precedente trionfo iridato, quello del 1982, eppure a me, quindicenne che già attendeva con ansia il rito del Mondiale italiano di dodici mesi dopo, pareva un'eternità, un passato lontanissimo, quasi... preistoria. Sarà stato perché, e lo avevo già raccontato qui sul blog in occasione del trentennale dell'epopea azzurra in Spagna, ai tempi del successo della "banda Bearzot" ero ancora piccolo, avevo altri interessi, e al calcio non ci pensavo se non in minima parte. 
FREDDEZZA RIEVOCATIVA - L'impresa in terra tedesca mi appartiene invece in toto: l'ho vissuta con piena consapevolezza, minuto per minuto, da grandissimo appassionato di pallone e tifoso della Nazionale. Gli eroi di Berlino sono gli eroi azzurri della mia generazione, quella nata negli anni Settanta e che nel 1982 era ancora troppo imberbe per potersi godere appieno le gesta di Pablito Rossi e compagni. Per questo trovo un po' fastidioso il fatto che il quarto titolo mondiale del calcio italiano non sia stato ancora adeguatamente mitizzato, come invece accadde in tempi record per la "terza stella". Non credo che la causa sia la differenza fra le strade percorse nei due casi per giungere alla conquista della Coppa più bella: perché, è lapalissiano e del resto la storia lo dimostra, non sempre, anzi quasi mai, si può vincere un Mondiale battendo i due colossi del calcio sudamericano (Argentina e Brasile) e la massima potenza europea (Germania Ovest), e cionondimeno, ne parlerò fra breve, non è che il cammino verso il titolo della compagine di Lippi sia stato disseminato di petali di rose. 
IL CALCIOSCOMMESSE PRIMA DI CALCIOPOLI - Altri, per motivare la freddezza che in questi anni ha accompagnato la scarse rievocazioni dell'impresa del 2006, sostengono che il contesto in cui maturò fu quello di un football già inquinato dagli aspetti più deteriori della contemporaneità: si era in piena Calciopoli, questo è indubitabile, ma forse in molti dimenticano che il successo del 1982 giunse due anni dopo il  più grave scandalo (a quel momento) della storia del nostro movimento calcistico, quello delle scommesse clandestine e delle partite truccate che portò alla retrocessione in B di club di primissimo piano come Milan e Lazio, e a prolungate squalifiche per campioni assoluti come Albertosi, Savoldi, Giordano e soprattutto Paolo Rossi, sì, proprio quel Pablito che ritornò in campo, dopo aver scontato la "pena", proprio alla vigilia dei Mondiali spagnoli e che, dopo un breve ma sofferto rodaggio a suon di prestazioni modestissime, esplose e trascinò a suon di gol la squadra verso l'apoteosi del Bernabeu. Questo per dire che non è che nell'82 si vivesse in un calcio pulito ed esemplare: ogni epoca ha i suoi scheletri nell'armadio. 
IL CLUB ITALIA NON UNISCE PIU' - Forse alla base c'è dell'altro: in questi anni Duemila, rispetto agli Ottanta, campanilismo e divisioni fra tifoserie si sono radicalizzate, fino ad attingere vette di odio, livore e acredine che hanno depotenziato il valore della Nazionale come elemento di unità, come totem capace di far superare le rivalità locali, al punto che al giorno d'oggi, girando per il web, non è difficile incontrare tifosi che dicono di non avere alcun interesse per il Club Italia e, addirittura, di tifare contro gli azzurri. Roba che nel 1982 sarebbe stata inimmaginabile.
Un peccato (e un assurdo), ma resto convinto che, presto o tardi, si arriverà alla adeguata valorizzazione della vittoria di sette anni fa. Vittoria importantissima perché spezzò un digiuno di ventiquattro anni, inaccettabile per un calcio di grandissime tradizioni come il nostro. Vittoria analoga a quella spagnola perché prese forma in un clima di accerchiamento mediatico per via delle citate vicende giudiziarie, e che portò il Club Italia a fare blocco e a cementarsi graniticamente, all'insegna di quel "noi azzurri contro tutti" che, i precedenti lo insegnano, è sempre stato foriero di ottimi risultati agonistici. In più, l'ulteriore stimolo (del quale quei ragazzi avrebbero fatto volentieri a meno) rappresentato dal voler lottare per un ex compagno di squadra che, in Italia, stava vivendo un autentico e straziante dramma umano, e che per lunghi giorni rimase in bilico tra la vita e la morte: Gianluca Pessotto.
IL PERCORSO VERSO LA GLORIA - Sul piano più squisitamente calcistico, chi, ancora oggi, sostiene che quella vittoria fu immeritata e fortunata, ottenuta praticando un calcio brutto e povero, semplicemente mente sapendo di mentire. Perché è vero che il football è la più opinabile fra le materie di discussione, ma a tutto c'è un limite. L'Italia di Lippi giunse fra le prime quattro giocando tre buonissimi match contro Ghana, Repubblica Ceca e Ucraina. Deluse contro gli Stati Uniti alla seconda uscita (pareggiata comunque solo a causa di un autogol di Zaccardo), mentre l'ottavo contro l'Australia merita una trattazione a parte: c'è chi ancora oggi straparla di lezione di gioco impartita da Hiddink ai nostri, in realtà con un minimo di precisione in più sotto porta da parte di Toni e Gilardino si poteva andare all'intervallo con un rassicurante 2 a 0... Nella ripresa l'espulsione (esagerata) di Materazzi ci complicò le cose, ma i rischi furono limitati e i pochi pericoli impeccabilmente sventati da Buffon. Pur in una situazione di difficoltà per via dell'inferiorità numerica, nel finale fu ancora l'Italia a sprecare malamente un'occasionissima con Iaquinta, prima che l'affondo di Grosso venisse premiato con un generoso rigore trasformato da Totti a fil di sirena.

                                Fabio Grosso, inatteso protagonista del trionfo del 2006

CAPOLAVORO COI TEDESCHI, SOFFERENZA CON LA FRANCIA - Il capolavoro fu compiuto in semifinale, a Dortmund, nella tana della giovane e rampante Germania di Klinsmann, che pareva predestinata all'atto conclusivo. Con una prova eccezionale sul piano agonistico e pressoché perfetta su quello tattico, con personalità da compagine di autentica caratura internazionale, i nostri prima arginarono con efficacia le sfuriate teutoniche e poi esplosero nei supplementari, sfiorando ripetutamente il gol e trovando infine l'uno - due da leggenda giusto in chiusura, con le perle di Grosso e Del Piero. Un match che resterà nel libro d'oro del calcio azzurro, più della finale coi francesi.
Come andarono le cose, all'Olympiastadion berlinese? Un buonissimo primo tempo dei nostri, che reagirono brillantemente al fulmineo vantaggio siglato da Zidane su penalty e, dopo il pari di Materazzi, ebbero ancora qualche buona opportunità di passare; secondo tempo e primo supplementare in sofferenza contro avversari fisicamente più brillanti, poi gara di nuovo in equilibrio fino ai rigori, la consueta lotteria che altre volte ci aveva detto male e che invece quella volta girò dalla nostra parte, con una serie di trasformazioni impeccabili (l'ultima quella di Grosso, inatteso eroe della spedizione in terra tedesca) che fecero giustizia di un lungo digiuno e di tante occasioni ingiustamente mancate in diversi Mondiali ed Europei precedenti, l'ultima sei anni prima in Olanda proprio contro i francesi, che ci strapparono il sogno continentale all'ultimo secondo di recupero del secondo tempo, dopo essere stati per larghi tratti dominati. 
Tornando alla difficoltà della strada compiuta per giungere al titolo, per l'Italia di Lippi senz'altro più facile la fase intermedia rispetto a quella della banda Bearzot dell'82 (Australia  e Ucraina da una parte, Argentina e Brasile dall'altra...), più difficile invece il girone iniziale: il Ghana era, con la Costa d'Avorio di Drogba, la miglior rappresentante del vivace calcio africano, e non a caso superò il turno; Gli Usa erano reduci da un eccellente Mondiale 2002, la Repubblica Ceca era all'epoca una delle più valide espressioni del calcio del Vecchio Continente, e due anni prima avrebbe potuto vincere Euro 2004 se non si fosse imbattuta nell'incredibile Grecia.
ALLENATORI IN FASCE - E' di pochi giorni fa la notizia che alcuni degli eroi di Germania 2006 hanno superato il corso di Coverciano per il patentino da allenatori di Prima Categoria: due di loro, Zambrotta e Grosso, addirittura con lode. Il fatto offre però un altro spunto di riflessione: questi campioni stanno passando dal campo alla panchina quasi in silenzio, come anche Perrotta, pedina tatticamente fondamentale di quell'Italia, che ha annunciato con discrezione a fine giugno il suo ritiro dalle scene. Ben altri tributi vennero riservati ai protagonisti dell'impresa spagnola: ricordo l'Olimpico di Roma gremito all'inverosimile per la partita d'addio di Bruno Conti, ricordo giornali e tv che sguinzagliarono i loro inviati per seguire le ultime gesta agonistiche in terra svizzera di Tardelli e Antognoni... 
I PROTAGONISTI - Un peccato, ripeto, ma comunque nulla che possa scalfire il valore storico e calcistico di quel successo di sette anni fa, ottenuto magari senza eccezionali luminarie di gioco, ma con una compagine solida ed equilibrata, che subì solo due reti (un autogol e un rigore) e ne realizzò dodici, mandando a segno ben dieci (!) elementi diversi, una autentica cooperativa del gol che farebbe la gioia di qualsiasi allenatore. Un successo che consegnò Buffon alla leggenda come uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, che esaltò la rocciosità difensiva di Cannavaro e Materazzi, la continuità e i piedi buoni di Zambrotta, la grinta, i polmoni (ma anche il senso tattico, ebbene sì) di Gattuso, il genio calcistico lampeggiante di Pirlo e la verve e il coraggio di Fabio Grosso, il simbolo più autentico e genuino di quell'impresa: il suo sinistro vincente che trafisse la Germania rimane una delle emozioni calcistiche più intense che abbia mai provato, e non finirò mai di ringraziarlo per questo.

lunedì 8 luglio 2013

MUSIC SUMMER FESTIVAL: FESTIVALBAR IN VERSIONE 2.0?


Il caro, vecchio Festivalbar è improvvisamente rinato a nuova vita, resuscitando in... versione 2.0? Andiamo con ordine. La buona notizia è che dal grigiore dei palinsesti Mediaset degli ultimi anni è spuntata, come un fiore nel deserto, una kermesse canora che, nei suoi tratti essenziali, ricorda molto da vicino i "raduni canzonettistici" che affollavano i nostri canali televisivi nell'età dell'oro degli anni Ottanta e Novanta. Per il Music Summer Festival - Tezenis Live, rassegna in quattro puntate partita giovedì scorso su Canale 5, il termine di paragone più plausibile col passato, per come è strutturato l'evento, è proprio la gloriosa e mai abbastanza rimpianta creatura di Vittorio Salvetti. Diciamo subito che, in linea di massima, non si può non plaudire all'iniziativa: la musica italiana aveva disperatamente bisogno di una nuova vetrina promozionale sul piccolo schermo, laddove, fino all'anno scorso, una volta consumato il rito istituzional - celebrativo (io premio te, tu premi me e via così) dei Wind Music Awards, i nostri cantanti si trovavano... televisivamente appiedati, costretti a percorrere altre e certo più impervie vie per giungere al cuore del pubblico e dare visibilità alle loro più recenti produzioni anche durante la stagione calda.  
COME I FESTIVALBAR DEGLI OTTANTA - Oltretutto, anche se verosimilmente chi lo ha ideato non se ne è accorto, il Music Summer Festival è molto più vicino ai Festivalbar di vero culto, ossia quelli delle prime edizioni "berlusconiane" a cavallo della metà degli anni Ottanta, che non all'ultima versione della storica manifestazione, quella andata in pensione nel 2008 e che si caratterizzava per essere una semplice passerella di artisti italiani e stranieri, senza una competizione vera e propria e con vincitori decretati  dall'organizzazione senza classifiche e votazioni popolari. Al MSF, come a quei lontani Festivalbar targati eighties, invece la gara c'è, anche se riservata  ai giovani e ai DJ (come all'epoca c'erano il Discoverde, sezione nuove proposte, e la categoria Deejay-star, disfida fra artisti che proponevano musica dance e che lanciò personaggi come Carrara e Valerie Dore), e ci sono perfino gli intermezzi comici (nelle prime edizioni trasmesse su Canale 5, 1983 e 1984, facevano spesso capolino sul palco i vari cabarettisti di casa alla  Fininvest, da Gigi Sabani a Gigi e Andrea). 
FORMAT EFFICACE - Insomma, senza volerlo, chi ha ideato e organizzato il Music Summer Festival gli ha dato un sapore vintage assai più sostanzioso di quanto emerga a prima vista. E il buon impatto televisivo di un format vicino a certi schemi del passato dimostra che i discorsi sui tempi che sono cambiati, e con essi le modalità di fruizione del prodotto musicale sul piccolo schermo, lasciano un po' il tempo che trovano. E poi, quali sarebbero le nuove modalità di fruizione? Le noiose feste "governative" della discografia come i WMA (peraltro quest'anno salvati da un maggiore coraggio nell'allestimento del cast, cosa che avevo sottolineato sul blog)? E lasciamo fuori dal discorso il Festival di Sanremo, che ha un radicamento talmente forte e una... costituzione così sana e robusta da poter resistere a crisi, cambi generazionali, stravolgimenti dei gusti, ma che nella maniera in cui è  attualmente impostato non sempre aiuta la musica, riempito com'è di elementi extra che con la canzone c'entrano come i cavoli a merenda (nell'ultima edizione c'è stato un po' più di rigore in tal senso, per fortuna).
IL TRIBUTO AI TALENT - Il nuovo format di cui non si può non tener conto è di certo quello dei talent show: così, i giovani in gara al MSF vengono giudicati dai colleghi big, una sorta di supergiuria di qualità che dovrebbe risultare assai più affidabile di quelle allestite in anni recenti al Festivalone ligure, caratterizzate dalla presenza di vip che non potevano certo esser definiti sommi esperti delle sette note... Il tributo ai talent porta però anche alcune contraddizioni: vedere Antonio Maggio, trionfatore fra i giovani a Sanremo, ancora costretto a cimentarsi nella categoria degli esordienti, e per contro un "Amico di Maria", Moreno, essere introdotto sul palco di Roma fra fanfare e squilli di tromba e collocato fra i super divi fuori concorso, beh, stona un po', anche se dalla sua parte ci sono i riscontri di vendita, effettivamente notevoli.

                                      Moreno, protagonista al Music Summer Festival

LE SOLITE FACCE - Il vero tallone d'Achille del Music Summer Festival non è stato questo, a ben vedere, e nemmeno lo squilibrio di valori fra i due presentatori, con una Alessia Marcuzzi fin troppo gigioneggiante ma tutto sommato padrona della situazione (anche lei, del resto, rappresenta un trait d'union con un'altra epoca felice del Festivalbar e della musica tv, la seconda metà dei Novanta) alla quale ha fatto da contraltare un Simone Annichiarico totalmente pesce fuor d'acqua, privo di slancio e freddo come un ghiacciolo. No, il vero "buco nero" della manifestazione è rappresentato dalla solita ristrettezza di vedute nella composizione del cast dei big. Certo, fa sempre piacere vedere all'opera gente come Gianna Nannini ed Eros Ramazzotti, e del resto sono fondamentali per assicurare all'evento una adeguata audience. Però, gira che ti rigira, la sfilata catodica è riservata sempre ai soliti nomi (i due citati, Zucchero, Pino Daniele...): personaggi che non hanno certo bisogno di promozione, perché sono fra i pochi artisti italiani ancora in grado di fare sistematicamente il vuoto nelle hit parade. Voglio dire, giusto che ci siano per impreziosire lo spettacolo, ingiusto che si punti quasi tutto sulla loro presenza togliendo spazio ad altri che, invece, di promozione e passaggi tv avrebbero bisogno come il pane, al contrario dei "divi". 
I DIMENTICATI - Faccio alcuni esempi: nelle scorse settimane, hanno dato alle stampe le loro nuove opere cantanti di assoluto valore come Alexia, Marco Masini, i Velvet, Fabrizio Moro, Enrico Ruggeri, Paola e Chiara, Erica Mou (rivelazione di Sanremo 2012),  Niccolò Fabi, Antonella Lo Coco, Federica Camba, Anna Tatangelo. Veterani, giovani, big di fresco conio e qualche rappresentante di quella generazione di mezzo degli anni Novanta troppo presto accantonata, diciamo pure "pensionata" a livello mediatico ed esclusa dal grande giro dei passaggi tv. E' la classe media della nostra musica leggera, professionisti di talento e di discreto seguito che magari non sbancheranno le classifiche (però qualcuno di loro lo ha fatto, in passato) ma che meritano visibilità e necessitano di un sostegno maggiore rispetto a quello dato agli onnipresenti mostri sacri. Poiché il cartellone del Music Summer Festival è in evoluzione, magari qualcuno dei sopra citati comparirà nelle prossime tre serate, e sarò il primo ad esserne felice. Per il momento, non posso che registrare questo "strabismo" artistico degli organizzatori, che puntano a vincere facile con cantanti dall'appeal internazionale innegabile (ma che rischiano di inflazionarsi) e non hanno il coraggio di fare accomodare al tavolo anche il  resto della popolosa (e meritevole) fauna canzonettistica nostrana.
IL RAP E I SUOI NUOVI PROFETI - Di originale, nella serata romana andata in onda giovedì scorso, c'è stato l'ampio spazio riservato agli esponenti del mondo rap in tutte le sue sfaccettature e contaminazioni: una presenza financo sovrabbondante, ma anche qui c'è poco da scandalizzarsi. Se il criterio di scelta è stato quello... commerciale, non si poteva fare altro: dando un occhio alla classifica di Sorrisi e Canzoni della settimana scorsa, nella top ten dei cd più venduti ci sono quattro artisti catalogabili in questa categoria: Moreno, Fedez, Gué Pequeno e Coez, tutti presenti sul palco del Music Summer Festival. Queste rassegne canore devono avere la capacità di anticipare certe tendenze ma anche di registrare fedelmente quelle già sulla cresta dell'onda: e questo è il momento del rap, piaccia o no, anche se questa improvvisa deflagrazione di un genere non propriamente alla portata di tutte le orecchie, con conseguente sovraesposizione televisiva, porta con sé il rischio di una rapida saturazione. 

venerdì 5 luglio 2013

LE MIE RECENSIONI: "THE BAY"


Se c'è una cosa che trovo irritante, nelle strategie di marketing che dominano il mondo dello showbiz, è l'abbarbicarsi a un filone baciato dal successo spolpandolo fino all'osso, ripetendone all'infinito e pedissequamente gli schemi e gli elementi narrativi fino a... esaurimento della pazienza del pubblico, mandando in vacanza la creatività. E' accaduto, nella tv italiana, con i "reality - sopravvivenza", Isole, Fattorie e Talpe assortite, e la storia si sta ripetendo ora con i talent culinari. Nel cinema, siamo ormai da anni prigionieri del filone "mockumentary", cioè il falso documentario, che nell'horror trova un terreno di applicazione particolarmente fertile. Non fa eccezione "The bay", ultima opera del pluridecorato regista Barry Levinson. 
Nulla di particolarmente originale, per un prodotto che si inserisce a pieno titolo nel genere "animali assassini - virus mortali". Nel caso specifico, la serenità di una tranquilla cittadina americana viene totalmente sconvolta dalla comparsa di un parassita che, nel giro di poche ore, stermina letteralmente la popolazione. Tale parassita proviene dalle acque della vicina baia, nelle quali sono stati sversati per anni escrementi di polli d'allevamento nutriti con sostanze chimiche che acceleravano la crescita di codesti animali. Tali materiali di scarto hanno ovviamente provocato un inquinamento elevatissimo della baia, la cui prima conseguenza è una mutazione genetica di un parassita, che assume dimensioni enormi, si moltiplica a velocità supersonica e diventa vorace di carni umane: in particolare, penetra all'interno dell'organismo degli abitanti del posto e li divora da dentro, mostrandosi, si noti il tocco splatter, particolarmente ghiotto di.... lingue. 
A cavallo fra thriller e orrore, dunque, ma senza slanci particolari, nonostante la firma prestigiosa. E ad appesantire il tutto, lo si diceva, lo stile da falso documentario, una sorta di "Supervero tv" fuori tempo massimo, una sovrabbondanza di riprese finto - amatoriali, di telecamerine portatili e via dicendo. Ogni fase del dramma  raccontato è stata ripresa con queste modalità: passi per le immagini d'archivio girate da Donna Thompson, protagonista e voce narrante a posteriori, giovane giornalista - stagista che nelle ore della diffusione dell'epidemia mortale si trovava in giro per la cittadina assieme al suo operatore, col compito di realizzare un reportage sui festeggiamenti per il Giorno dell'Indipendenza; però a guardare questo film sembra che vi fossero videocamere ovunque: all'interno delle automobili, nelle stradine più sperdute, nelle piazze, nel porto, e tutte naturalmente collocate in posizione ideale per dettagliare ogni singolo episodio del dramma che si stava consumando... Manco ci si trovasse in una metropoli zeppa di aziende, uffici, palazzi del potere, ove, si sa, le telecamere di sorveglianza abbondano! 
Insomma, quando si esagera coi toni da "reality - documentario" l'effetto che si ottiene può toccare vette involontariamente comiche: comicità che, in un film costruito con ben altri intenti, non può che essere l'anticamera della  delusione. Delusione che si concretizza appieno nella soluzione finale della lotta al parassita assassino: di una banalità sconcertante, tale da far "implodere" il film; alla stessa maniera, non vengono fornite spiegazioni plausibili sul perché alcuni dei personaggi, pur avendo bevuto l'acqua inquinata della baia, non vengano contaminati dall'epidemia. E tenderei a non sopravvalutare neppure i pallidi intenti ambientalisti dell'opera: è vero, si parla di inquinamento, si vuole mettere in guardia sulle conseguenze che esso può avere in primis sul mondo in cui viviamo e poi sulla salute dell'essere umano. Ma ci si ferma qui, all'esposizione cruenta dei corpi dilaniati dal parassita un po' troppo cresciuto, di frattaglie che fuoriescono da toraci e addomi: e, parere personale, non è certo seminando terrore che si mette in guardia la popolazione del pianeta sui rischi derivanti dalle offese che si portano all'ambiente. Certo, per veicolare messaggi costruttivi ci sono i documentari, quelli veri, ci sono le istituzioni e le associazioni che di queste problematiche si occupano: vero ma fino a un certo punto, perché se anche il cinema decide di fiondarsi sulla tematica, è bene che cerchi di svilupparla in maniera un tantino più articolata, se non proprio in senso divulgativo - educativo. Nel caso di "The bay", sembra solo un espediente per dare la stura ai più triti stilemi horror, per terrorizzare il pubblico e adempiere così perfettamente alla mission di un banale film di genere. Tutto ok, ma non parliamo di impegno, per favore. 


lunedì 1 luglio 2013

CONFEDERATIONS CUP: AZZURRI, I PIU' E I MENO. LE COSE DA FARE DI QUI AI MONDIALI


                                               De Sciglio: promosso a pieni voti

Il bilancio azzurro della Confederations Cup tende decisamente più al chiaro che allo scuro. Eppure, Prandelli e i suoi ragazzi tornano a casa con una valigia zeppa di contraddizioni: perché se il terzo posto conclusivo può essere considerato il premio ideale, né troppo generoso né troppo avaro, alla luce dell'altalenante rendimento mostrato nelle cinque gare, è comunque un bronzo che lascia spazio a più di un rimpianto, guardando alle ultime tre uscite. Già, perché i nostri, le poche volte che si sono potuti avvalere di una discreta brillantezza atletica, hanno mostrato di essere molto vicini alle massime espressioni del football mondiale: l'ultima mezz'ora col Brasile giocata in lucido forcing e con piglio aggressivo e sbarazzino, la Spagna euromondiale presa a pallonate (mi si perdoni il gergo da bar sport...) per un tempo e poi controllata comunque agevolmente, prima del crollo fisico nei supplementari, e dulcis in fundo la prima frazione della finalina con l'Uruguay, giocata in maniera tatticamente impeccabile e con buona fluidità offensiva, tanto che un 2 a 0 all'intervallo ( si pensi alle occasioni mancate da Candreva ed El Shaarawy) non sarebbe stato bugiardo...
PREPARAZIONE DA RIVEDERE - Qui iniziano le dolenti note. Perché le eccellenti fasi di gioco prima descritte sono state quasi del tutto vanificate da troppo esigue riserve di energie. Ecco dunque l'interrogativo: dove saremmo potuti arrivare, con il serbatoio della benzina pieno? Sia la Spagna sia l'Uruguay si sono potute "riappropriare" di partite da cui l'Italia le aveva perentoriamente cacciate fuori solamente grazie al nostro netto calo nella seconda parte degli incontri. Il fatto che l'esito conclusivo sia stato diametralmente opposto nei due casi rientra nella...  logica illogica dei rigori di spareggio, che, lo ripeto, per me rimangono una colossale lotteria.
Il problema non è di poco conto: l'impressione è che la preparazione atletica azzurra di questa Confederations non sia stata condotta in maniera impeccabile, perché, parliamoci chiaro, il caldo torrido, l'umidità e la stagione fitta di impegni sono handicap che hanno accompagnato tutte le rappresentative più prestigiose chiamate a misurarsi in terra brasiliana, eppure parse tutte enormemente più pimpanti della nostra, la quale, parole del cittì, ieri pomeriggio a partita inoltrata avrebbe avuto necessità di sette - otto cambi: inaccettabile. Qualcosa non ha funzionato, dunque, e guai se la cosa si ripetesse fra dodici mesi. 
MANCA SEMPRE IL KILLER INSTINCT - Al di là di questo, anche nei periodi di maggiore brillantezza fisica ha fatto capolino un limite congenito della Nazionale di Prandelli, già emerso troppe volte in passato: la mancanza di killer instinct, l'incapacità di chiudere il conto nel momento in cui si è in vantaggio (Messico, Uruguay), o di trarre almeno una rete dell'enorme mole di lavoro offensivo costruita (Spagna). Senza cattiveria, senza praticità, non si può essere considerati una grande squadra, e questa Azzurra ancora non lo è. Per diventarlo, deve dunque abbattere quest'ultima barriera, e deve anche, come avevo anticipato nei giorni scorsi, rinfrescare un po' i suoi ranghi.
Per quanto le indicazioni del torneo brasiliano debbano essere prese col beneficio d'inventario sul piano della valutazione dei singoli, stante lo stato atletico deficitario di molti, ci sono però delle posizioni da analizzare con attenzione: Maggio e Chiellini, ad esempio, hanno chiuso in vistoso crescendo, ma in precedenza si sono mostrati spesso impacciati, approssimativi in giocate anche semplici, e tale palese discontinuità di rendimento, sinonimo di inaffidabilità sulla lunga distanza, non è propriamente il massimo su cui puntare per un torneo articolato e complesso come il Mondiale. Aquilani, che pure ieri è parso dignitoso in un contesto, quello italiano della parte conclusiva della finalina, assolutamente dimesso, continua ad essere troppo timido nell'approccio, un "né carne né pesce" tattico e tecnico, un uomo che non sposta equilibri e non aggiunge alcun quid, così come, davanti, un Giovinco sempre velleitario, sempre avulso dal gioco. Anche Montolivo ha raramente brillato, limitandosi a un lavoro di quantità con pochi spunti in fase creativa, ma per lui il discorso è diverso: la lunga e positiva militanza azzurra e la buonissima annata rossonera depongono a suo favore, però guai ad abbassare la guardia... 
LARGO AGLI UNDER - Ma occhio anche alle indicazioni positive: perché ad esempio per quel che si è visto in queste settimane Giaccherini e Candreva, a tratti letteralmente straripanti, dovrebbero avere un posto garantito fra i 23 per Brasile 2014, ma sono giocatori che, essendo giunti solo di recente ai vertici del rendimento, dovranno fornire importanti conferme nel corso della prossima stagione. Discorso diverso per gente come Barzagli, De Rossi (straordinario uomo ovunque anche ieri, prima che le energie gli mancassero definitivamente) o Pirlo, che da dimostrare hanno ben poco e che fra un anno, a meno di imprevisti, saranno nel gruppo, ma hanno bisogno di alternative già pronte, anche per il logorio dovuto all'età non più verdissima. Per questo continuo a pensare che almeno quattro o cinque degli Under di Mangia avrebbero dovuto essere in Sudamerica, e non in Israele, ma l'ingresso stabile in rosa di Verratti, Florenzi, Insigne, Borini, e, perché no, Donati, non è più rinviabile, così come saranno da tenere d'occhio alternative quali Ranocchia, Ogbonna, Poli, Bonaventura e Sau. Insomma, ampliare la rosa dei "titolari possibili" per evitare di cadere in certi pericolosi equivoci del passato, come quando, alla vigilia dei mondiali '74, si riteneva di avere un'Italia altamente competitiva, sulla scorta di alcuni illusori risultati conquistati nel 1973, mentre il declino degli eroi di Messico '70 era già in corso e non si provvide a rinfrescare drasticamente il telaio della formazione. 
BUFFON, EL SHAARAWY E... - Eccessiva la tempesta scatenatasi su Buffon, non impeccabile in alcuni interventi ma spesso decisivo nella stagione azzurra, per tacere dei tre penalty neutralizzati ieri. Però perché non dare spazio a Sirigu nemmeno nella finale per il terzo posto? Quando potranno fare minutaggio internazionale i successori designati di Gigi? De Sciglio ha confermato, al di là del rigore fallito che non fa testo, di avere acquisito personalità da veterano: difende con profitto e spinge con continuità, un pizzico di precisione in più sui cross e sarà quasi perfetto, fermo restando che col rientro di Criscito potrebbe essere dirottato a destra e formare una coppia di esterni bassi di assoluto valore.
Infine, El Shaarawy: inutile farsi domande su quale sia il suo effettivo problema, solo chi è all'interno degli staff di Milan e Nazionale può saperlo, le cose che si leggono in giro per il web sono solo squallide illazioni di gente che deve avere una vita ben triste.... Difficoltà di maturazione? Può succedere (come per Santon qualche anno fa, prima lanciatissimo e poi rientrato nei ranghi, salvo riemergere solo di recente), ma allora bisognerà lavorare di cesello soprattutto sul piano psicologico, perché il savonese è un talento dalle enormi potenzialità e va salvaguardato a qualsiasi costo. Contro l'Uruguay, ha mostrato inspiegabili deficit di concentrazione che gli hanno fatto sbagliare giocate elementari, ma anche qualche confortante ritorno di fiamma offensivo, con due occasionissime mancate di poco e il rigore conclusivo trasformato con freddezza. 

CONFEDERATIONS CUP: IL BRASILE E' GIA' UNA SQUADRA DA MONDIALE

                                   Neymar, protagonista assoluto della Confederations

Il Brasile si è tenuto l'abito buono per la recita più importante. Come la Spagna di Euro 2012, che arrivò all'atto conclusivo della kermesse quasi camminando, per poi deflagrare proprio a Kiev contro gli stremati azzurri, la Seleçao ha trovato la quadratura del cerchio solo sulla dirittura d'arrivo di questa tormentata (per motivi extrasportivi) Confederations Cup 2013. Quella che ha schiantato le Furie Rosse, completando il... lavoro ai fianchi operato dall'Italia di Prandelli, è una squadra diventata finalmente adulta, e che ha ora in sé le stimmate della grande favorita della Coppa del Mondo prossima ventura. 
UNA SQUADRA DA... MONDIALE - Ho scritto più volte, nei giorni scorsi, di Brasile buono ma non trascendentale, soprattutto in riferimento alla qualità del football proposto. Un undici che stava costruendo le sue fortune su una difesa scolpita nel granito eppure manovriera assai, tanto da prevalere, in fase di costruzione del gioco, su di un centrocampo assai povero di genio e di inventiva; quanto all'attacco, bastava che Neymar accendesse la luce del suo fiammeggiante talento per far saltare il banco, con accecanti prodezze individuali o con movenze, intuizioni, giocate in appoggio ai compagni di reparto. Così è stato, fino alla semifinale, ma al Maracanà, al cospetto degli iberici pluridecorati, si è visto un Brasile diverso: una "squadra" con tutti i crismi, per l'appunto. Un Brasile dinamico, dal palleggio agile ed essenziale, capace di travolgere, con avanzate in rapidità, prima il centrocampo del tiki taka e poi una terza linea solitamente impermeabile nelle competizioni ufficiali (due gol subiti al Mondiale 2010, uno all'Europeo dell'anno scorso, uno in Confederations prima di questa notte). Una compagine corta, compatta, che si difendeva in blocco ma poi sapeva scatenarsi in avanti con controffensive imbastite a velocità vertiginosa, senza che ciò andasse a scapito della precisione. Scolari ha costruito, in pochi mesi, una formazione che non sarà la quintessenza della spettacolarità, ma che nelle serate di vena, come quella che ha chiuso questo torneo, sa comunque esprimere un calcio gradevole, abbinandolo a una spietata efficacia. 
SENZA STORIA - Non è, lo giuro, per togliersi qualche sassolino dalla scarpa rispetto a dodici mesi fa, ma l'equilibrio delle forze in campo a Rio non è stato tanto diverso rispetto alla famigerata finale europea fra Spagna - Italia, eterno e ingiusto metro di misurazione dei limiti dell'Azzurra di Prandelli. Fred e compagni, ieri sera, potevano vincere con uno scarto anche maggiore, e dopo nemmeno un quarto di gara sarebbero potuti essere sul 3 a 0, se Oscar non avesse sfiorato il palo di destro e se Fred non avesse sciaguratamente calciato addosso a Casillas in uscita disperata. Poi, è vero, prima del raddoppio di Neymar David Luiz, straordinario giocatore universale, difensore di rara efficacia e abile costruttore di gioco, ha letteralmente tolto dalla porta il pallone del pari calciato da Pedro, ma rientra nella logica che una grande squadra, anche nella sua versione più dimessa, ogni tanto si accenda e rischi di fare l'immeritato colpaccio con l'unico guizzo degno di nota in novanta minuti. 
DECLINO IBERICO? FORSE SI', MA... - Non è accaduto, ed è stato giusto così, anche se ora non è il caso di farsi soverchie illusioni sulla fine del ciclo spagnolo. E tuttavia, attenzione... La Confederations non è né il Mondiale né l'Europeo, d'accordo, ma non se ne possono nemmeno minimizzare gli esiti: questa Seleccion, tre giorni prima, aveva rischiato seriamente la ghirba anche contro un'Italia in emergenza fisica e di uomini, e priva del suo più micidiale terminale offensivo. E' pur vero che dietro i colossi di ieri e di oggi premono gli Isco e gli Alcantara, ma occhio: non è scontato che le stelle del calcio giovanile possano essere trapiantate con efficacia immediata nel tessuto di una Nazionale adulta reduce, oltretutto, da un ciclo leggendario, quindi con equilibri e dinamiche interne consolidate e delicatissime; e, anche se fosse, attorno ai ragazzi che fioriscono ci sarebbero gli "anziani", o i meno giovani, che cominciano a declinare. Voglio dire che questa Spagna è ormai bloccata da anni sul medesimo gruppo storico, con poche new entry periodiche: il giorno che il calo diventasse acclarato, confermando i verdetti di queste ultime gare, occorrerebbe rifondare la squadra, non basterebbe modificarla con pochi innesti, sia pure di qualità sopraffina. E le rifondazioni si compiono con grande dispendio di tempo, e passando anche attraverso delusioni ed amarezze.