mercoledì 30 marzo 2016

L'ITALIA VERSO L'EUROPEO: ANALISI DELLA DISFATTA TEDESCA. LA RINASCITA PASSA DAVVERO ATTRAVERSO THIAGO MOTTA?

                              Verratti: urge un suo recupero per rivitalizzare il gioco azzurro

Due anni per cercare di lasciarsi alle spalle lo scempio del Mondiale brasiliano, ed ecco che a due mesi e mezzo dall'Europeo, appuntamento chiave per cominciare a ricostruire la credibilità del nostro football, Antonio Conte non trova di meglio che ripescare Thiago Motta, uno dei principali responsabili di quel fallimento (molto più del bistrattato Balotelli, per dire), e piazzarlo addirittura in mezzo al campo a dirigere il traffico, titolare nei due test - maturità contro Spagna e Germania. Se queste sono le conclusioni a cui il nostro CT in scadenza è giunto dopo quasi due stagioni di sperimentazioni, è poi perfettamente inutile sorprendersi di un cappotto come l'1 a 4 incassato ieri sera all'Allianz Arena. Perché già, al momento, il confronto coi campioni iridati per noi è improponibile, ma per ridurre il divario bisognerebbe almeno mettersi nelle migliori condizioni tecniche, tattiche e fisiche. 
IL CASO MOTTA - Esagero, naturalmente, perché l'italo - brasiliano non è certo la causa unica del disastro in terra tedesca, ma il suo utilizzo è comunque la spia di un certo disagio nella gestione di questa fase d'approccio alla kermesse continentale: nel momento decisivo, sta forse mancando il coraggio di voltare pagina, di guardare al futuro, per tornare invece ad ancorarsi ad antiche certezze che peraltro, come nel caso dell'ex Genoa e Inter, certezze non sono affatto. Mi si potrà obiettare che Thiago era in campo anche a Udine, quando al cospetto della Roja l'orchestra azzurra suonò una musica ben diversa: ma giovedì scorso la Nazionale ha cambiato veramente passo soltanto con l'ingresso in campo di Insigne e Bernardeschi. La squadra scaturita dal biennio "contiano" ha bisogno di ben altro, che non i placidi ritmi e lo scarso spirito d'iniziativa del centrocampista del Paris Saint Germain,  e viene fra l'altro da chiedersi perché a giocatori tutt'altro che fondamentali vengano date ripetute chances anche dopo conclamate delusioni, mentre a certi giovani virgulti le porte vengano sbarrate dopo le prime incertezze: modus operandi che, beninteso, riguarda tutto il calcio tricolore, non solo la rappresentativa, la quale del resto può solo raccogliere i magri frutti del campionato. 
VERRATTI, TI ASPETTIAMO - Fortunatamente, in Francia i titolari nella zona mediana dovrebbero essere Verratti (se supererà bene la pubalgia da cui è afflitto) e Marchisio, e le alternative non mancheranno, dal Montolivo che nei primi venti minuti di Monaco pareva ritrovato a buoni livelli, dinamismo ed efficacia nelle due fasi, ad elementi duttili come Soriano e Bonaventura, oppure all'altro oriundo Jorginho. Speriamo dunque, almeno in questo caso, in un sollecito ravvedimento del trainer, dopodiché sottolineiamo per l'ennesima volta che i problemi del Club Italia non sono tanto di classe complessiva, quanto di squilibri qualitativi. Perché fra centrocampisti, trequartisti, laterali di spinta e incursori le pedine valide sono numerose, mentre in difesa andiamo in sistematica sofferenza non appena dobbiamo rinunciare a qualche pilastro, come Chiellini (che pure ha i suoi grossi limiti): ieri sera, in posizione centrale, Darmian ha pur regalato qualche giocata di spessore in copertura, ma è stato il reparto a fallire nel suo insieme, come tenuta e come collettivo. Il 3-4-3 è un modulo che, in queste condizioni, l'Italia attuale non può permettersi, la difesa a quattro rimane la prima scelta, con la possibilità poi di variare gli schemi di approccio alla fase offensiva; in un quadro del genere, potrebbe avere meno spazio Giaccherini, altro ripescaggio dal passato motivato da un rendimento eccezionale col Bologna, e i cui esiti sono stati però poco convincenti, in questa settimana azzurra: molto movimento, grande intraprendenza, ma risultati pratici zero.
ATTACCO SOTTOZERO - Ma il vero dramma tecnico, si sa, è in attacco. Spagna e Germania sono state due "esaminatrici" toste e attendibili, e hanno certificato l'assoluta mancanza di spessore internazionale delle nostre punte: Eder e Pellè inesistenti a Udine, tanto fumo e poco arrosto per Zaza poche ore fa. Le alternative sulla carta più credibili, Pavoletti e Gabbiadini, sono quasi fuori dai giochi per ragioni già evidenziate in questo mio post; rimane da provare Okaka con più convinzione, oppure insistere su Immobile che nelle ultime settimane pare un po' rivitalizzato, ma che in tutte le sue esperienze di alto livello, fra club e Nazionale (Siviglia, Borussia Dortmund, Mondiali), ha finora sistematicamente trapanato l'acqua. La sensazione è che, chiunque verrà piazzato al centro della prima linea, difficilmente farà la differenza. Le nostre uniche possibilità di percorrere un po' di strada in terra francese sono dunque legate alla batteria di "guastatori", questa sì veramente ricca: Candreva, Insigne, Bernardeschi e soprattutto l'ultimo esplosivo El Shaarawy potrebbero fare impazzire le difese avversarie, se verranno messi nelle condizioni di pungere da un centrocampo mobile e propositivo. Ma per risultare veramente decisivi dovranno incrementare, e di molto, la loro efficacia nei sedici metri finali: altrimenti, anche nelle sue migliori espressioni di gioco, questa rappresentativa non potrà andare oltre la "vittoria ai punti", come accaduto la settimana scorsa contro la Spagna. 
GAP FISICO - Poi, certo, c'è dell'altro, come ad esempio la sistematica sofferenza atletica che affligge i nostri calciatori nei confronti internazionali. Prandelli aveva già denunciato questa nostra deficienza due anni fa, alla vigilia di Brasile 2014, dopo un'altra amichevole di lusso con le Furie Rosse, che fu sconfortante nel livello di prestazione assai più che nel punteggio (0 a 1); e altri campanelli d'allarme giungono ripetutamente dai continui tonfi dei club italiani nelle coppe europee. La Germania, che era reduce da una poco fortunata amichevole con gli inglesi giocata due giorni dopo la nostra in Friuli, ieri andava a doppia velocità rispetto agli azzurri, per tacere della precisione assoluta nel palleggio, cosa che nella Penisola, ormai, è merce sempre più rara. Insomma, parlare di approccio mentale sbagliato, come hanno fatto in molti, è riduttivo ed estremamente pericoloso: credo che nessun calciatore nostrano sia mai sceso in campo contro i tedeschi senza la dovuta concentrazione, e del resto l'inizio di gara era parso assolutamente promettente. I difetti, dunque, sono strutturali, ma chi legge questo blog lo sa da tempo, così come sa che con un assetto più razionale e con gli uomini giusti questa "Azzurra" può puntare a qualcosina in più del semplice passaggio del primo turno a Euro 2016. 

mercoledì 23 marzo 2016

CLUB ITALIA: ALLA VIGILIA DI SPAGNA E GERMANIA, RIFLESSIONI SULLO STATO DI SALUTE DEL CALCIO AZZURRO

                             Conte corrucciato: immaginava un'esperienza azzurra diversa

Il mondo del calcio cerca di rimanere disperatamente aggrappato alle proprie certezze. Euro 2016 si farà, dicono le ultime notizie provenienti dalla Francia. Il fatto stesso che si debba fornire una rassicurazione del genere,  a tre mesi dall'evento, la dice lunga sullo stato di tragica tensione che sta scuotendo il Vecchio Continente. Da quando seguo il football, e saranno ormai trent'anni e anche più, mai nessuna grande manifestazione era stata avvolta da una così densa nube di precarietà, al punto di metterne in dubbio lo svolgimento; e ci dovranno comunque essere, probabilmente, partite a porte chiuse, cosa mai avvenuta in questi appuntamenti sportivi che sono, storicamente, occasione di riconciliazione e tregua, presa di distanza dai conflitti politici, sociali, religiosi. Verosimilmente ridotta, dopo gli attacchi terroristici a Bruxelles, anche la sessione di test match internazionali previsti a cavallo della Pasqua. Vien da piangere. 
IL TRAINER IN SCADENZA - L'Italia dovrebbe riuscire a scendere in campo, anche se nessun posto in Europa può considerarsi sicuro, e quindi dovranno esserci stringenti controlli anche per i prestigiosi appuntamenti di Udine (contro la Spagna) e di Monaco di Baviera (contro i campioni del mondo tedeschi). Proviamo dunque a parlare di calcio, per rilevare l'atmosfera triste e dimessa di questa lunga antivigilia europea degli azzurri. La Nazionale affronta il grande appuntamento con un cittì dichiaratamente in scadenza, fatto senza precedenti nella storia, visto che il passato racconta semmai di improvvidi rinnovi di contratti poco prima di rassegne iridate e continentali, rinnovi spesso seguiti da frettolose dimissioni conseguenti a fallimenti sul campo. Quali conseguenze possano esserci sulla tenuta morale del gruppo è pressoché impossibile saperlo ora: non è detto che siano negative, ma rimane comunque un senso di sostanziale precarietà. Antonio Conte non le ha mandate a dire, nelle sue ultime dichiarazioni: fatta salva la battuta infelice sulla "Nazionale garage" (ma credo sia stata una voluta provocazione, un ultimo tentativo di smuovere acque stagnanti: l'ex centrocampista Juve sa usare la dialettica, e difficilmente spara frasi a caso, anche a costo dell'impopolarità), per tutto il resto non si può non dargli ragione. 
NAZIONALE BISTRATTATA - Il suo biennio azzurro è stato tempestoso, il classico percorso a ostacoli. Il secondo fallimento mondiale consecutivo della rappresentativa, Brasile 2014 dopo Sudafrica 2010, aveva scatenato la solita corsa alle dichiarazioni programmatiche: ma chi conosce bene questo sventurato Paese, Paese della retorica a buon mercato, dei buoni propositi distribuiti a parole per tenere a bada un popolo di boccaloni, sapeva benissimo che di fatti ne sarebbero seguiti ben pochi. Troppi stranieri nei club italiani? E troppi sono rimasti, mentre il bacino d'utenza per le Nazionali nostrane si restringe sempre di più; i giovani italiani di valore continuano a esserci, nonostante tutto, e lo dimostra la buona caratura tecnica delle ultime selezioni Under 21 (a prescindere dai risultati, non esaltanti ma comunque dignitosi), ma fanno anticamere interminabili, si intristiscono fra panchina, tribuna e prestiti in serie inferiori, non maturano esperienze ad alto livello e restano dei sostanziali incompiuti, salvo esplodere, chi ci riesce, in età non più verdissima. Poco spazio per gli impegni delle Nazionali? Poco è rimasto, anzi, forse ancor meno rispetto ai bienni precedenti: stage mal tollerati dai grandi club e annullati, amichevoli di preparazione ridotte al lumicino (qui la colpa non è solo locale, ma di un calendario internazionale sempre più penalizzante), finale di Coppa Italia piazzata il 21 maggio, con conseguenti tempi ridottissimi per la fase conclusiva di preparazione a Euro 2016. 
CRISI DI SISTEMA - La Federazione è in chiara posizione di sofferenza rispetto alla Lega. Non ha una leadership forte, non può quindi imporsi: eppure, da sempre, la Nazionale rappresenta l'unica credibile cartina di tornasole dello stato di salute di un movimento calcistico, con particolare riferimento al suo vivaio, a maggior ragione oggi in cui i club sono imbottiti di elementi di fuorivia; una Nazionale forte e competitiva rispecchia un calcio solido, capace di andare a testa alta in giro per il mondo; e, fatto non trascurabile, una Nazionale forte incrementa il valore dei calciatori che ne fanno parte, con benefici economici per le società di appartenenza e per tutto l'indotto. Non credo sia casuale che questo ridimensionamento dell'attività azzurra coincida con la fase di più acuta crisi del nostro pallone relativamente al rendimento internazionale dei club, che ormai da tempo non battono chiodo nelle competizioni europee. Dopo l'illusorio risveglio dell'anno passato (Napoli e Fiorentina semifinaliste di Europa League, Juve sconfitta con onore dal Barcellona nella finale di Champions) siamo tornati al vuoto assoluto, una regola delle ultime stagioni, con tutte le nostre rappresentanti cancellate già a marzo, negli ottavi di finale, quando cioè i giochi veri devono ancora cominciare. 
EURO 2016 E QUALIFICAZIONI MONDIALI, SNODI DECISIVI - Di questa situazione, delle cause, dei possibili rimedi, ho parlato su Note d'Azzurro un'infinità di volte da quando il blog esiste, e sinceramente comincio a stancarmi: perché le soluzioni sono sotto gli occhi di tutti, ma nulla è stato fatto e, ormai lo abbiamo capito, nulla si farà. Il nostro football pare davvero senza speranza. Come detto prima, qualche elemento di spessore l'asfittico vivaio tricolore riesce ancora a produrlo, tanto che, nonostante lo scetticismo diffuso, al prossimo Europeo potremmo persino recitare il ruolo della mina vagante: perché gente come Buffon, Bonucci, Verratti sono elementi di statura internazionale, Darmian, Marchisio, Bonaventura, Candreva giocatori di elevato rendimento, Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy giovani di talento e in forma smagliante. Perché negarsi qualche piccolo sogno di gloria? Però la pacchia non durerà a lungo: da settembre avremo un nuovo Commissario tecnico e la corsa al Mondiale russo che sarà una salita ripidissima, essendo capitati nello stesso girone della Spagna. Per la prima volta dopo decenni toccheremo con mano il rischio di non partecipare alla fase finale di una kermesse iridata: forse sarebbe questo il terribile shock di cui avrebbe bisogno il calcio italiano per scuotersi dal torpore e adottare finalmente misure drastiche di ristrutturazione, ma rimanere fuori dal palcoscenico mondiale è una iattura che non mi sento di augurare neppure al peggior nemico calcistico. 

domenica 13 marzo 2016

IL NUOVO GUERIN SPORTIVO: COSA VA E COSA NON VA



Settimane di cambiamenti radicali, in casa Guerin Sportivo. Il primo, autenticamente epocale, è stato il ripristino, a partire dal numero attualmente in edicola, della testata storica: Guerin Sportivo, per l'appunto, con tanto di guerriero armato di penna - staffile. Da fine 2009, da quando cioè la rivista aveva dovuto affrontare il traumatico ma obbligato passaggio da settimanale a mensile, il marchio che appariva in copertina era un freddo e asettico "GS", con la scritta per esteso "Guerin Sportivo" visibile a malapena sotto. L'altro cambiamento è avvenuto nella stanza dei bottoni: c'è un nuovo direttore, con Alessandro Vocalelli che è subentrato a Matteo Marani. Evento non di poco conto: il giovane Marani era in sella dall'inizio del 2008, nientemeno; una reggenza lunga in generale, ma un autentico record per il giornale in questione, quantomeno relativamente al periodo dal 1975 in poi, ossia da quando il "vecchio guerriero" ha assunto il formato magazine moderno: da allora, solo Italo Cucci ebbe una "resistenza" analoga, sette anni abbondanti, dal '75 all'82. 
Una svolta doppiamente significativa, dunque, che merita un'analisi articolata, con focus sui più e i meno. Perché è vero che solo sulla lunga distanza si potranno apprezzare appieno le caratteristiche della nuova linea editoriale, ma qualcosa emerge già fin da ora, e sono convinto, forte di un'esperienza quasi trentennale da lettore del Guerin, che gli aggiustamenti di rotta, se ci saranno, saranno minimi. Volendo cominciare con qualche "puntura di spillo", si potrebbe partire proprio dal ritorno della testata storica. Intendiamoci: sono felicissimo, strafelice, di rivedere in prima pagina, a caratteri pieni, la scritta "Guerin Sportivo", e sarei proprio curioso di sapere se esiste qualche lettore che abbia apprezzato la dicitura "GS", perché in questi sette anni io non ne ho conosciuti, né dal vivo né sul web, eppure gli scambi di idee fra noi guerinetti non sono mancati... 
TESTATA STORICA: ANDATA E RITORNO - Però non capisco una cosa, ed è senz'altro colpa mia. Quando si attuano innovazioni così radicali, direi traumatiche, come fu il cambiamento di testata nel 2009, alla base ci sono senz'altro ragioni di marketing: forse il "vecchio nome" era considerato troppo legato al passato, nella fattispecie a un passato che stava probabilmente portando alla scomparsa della rivista (il cambio di periodicità, per quel poco che ci è dato sapere, andrebbe considerato alla stregua di un salvataggio, che scongiurò il peggio e allungò la vita del periodico). Ebbene, cos'è cambiato, in questi ultimi mesi, al punto di poter tornare a quel passato? La testata "GS" non è mai stata troppo amata, ma per quali motivazioni il nome storico oggi avrebbe riconquistato il prestigio che nel 2009 non gli veniva più riconosciuto? Mistero. La mia opinione è che il Guerino poteva tranquillamente conservare la sua... identità anagrafica, e con essa in questo settennato avrebbe anche guadagnato qualche lettore in più, facendo leva sulla tradizione. Ma io di marketing non so nulla.
IL "GS" ERA UN BEL GIORNALE - Ho trovato un tantino inelegante il saluto di Italo Cucci su Facebook, segnalatomi dall'amico Paolo, altro guerinetto DOC: "Il GS è andato in pensione, è tornato il Guerin Sportivo". In realtà il GS è sempre rimasto il Guerin Sportivo, nella forma e nella sostanza: Marani l'ha diretto con mano ferma, gestendo il delicato passaggio da settimanale a mensile, e l'ha riempito di contenuti interessantissimi, confermandone e rafforzandone la dimensione di miglior pubblicazione calcistica attualmente sul mercato italiano, con diverse lunghezze di vantaggio sulle concorrenti. Spazio al vintage ma senza nostalgismo fine a se stesso, e un viaggio continuo nei meandri del pallone moderno, con inchieste mai banali: gli ultimi due numeri completi, usciti a novembre e dicembre 2015 (i primi due del 2016 erano in versione ridotta, per via di alcuni allegati che da sempre portano a una riduzione tecnica della foliazione del giornale) presentavano, fra gli altri servizi, un'analisi tattica delle venti di A, un'inchiesta sui vivai italiani e un reportage sullo spinoso caso Nocerina. Il tutto all'insegna di un elevato livello qualitativo. Dimenticarlo sarebbe ingeneroso. 
IL PASSATO VISTO DA CUCCI - Proprio il ritorno di Cucci è uno degli elementi che destano maggiori perplessità. La premessa, ovviamente, è il rispetto assoluto per questo personaggio totem della storia del Guerin, giornale che rinnovò e rivoltò come un calzino nella seconda metà dei Settanta portandolo a livelli di diffusione sensazionali. Gli è stata affidata la rubrica della posta, che in questo primo numero affronta attingendo ampiamente ai suoi trascorsi nel mondo del calcio. Bello, ma forse sarebbe meglio non abusarne, perché alla lunga la figura del "decano saggio", del "padre nobile", può stancare: "Il Mancini che ho visto nascere a Bologna e crescere a Genova", "rammento cosa successe a Sivori quando attaccò Heriberto Herrera in un'intervista rilasciatami per 'Stadio' " e addirittura un Boskov che fece esordire Totti "anche per farmi un piacere". Un modo un po' egocentrico di guardare al bel tempo che fu: il Guerino è specialista nella riscoperta e valorizzazione del passato, e lo sa fare in maniera decisamente più stimolante, ad esempio attraverso la meravigliosa storia del calcio italiano di Carlo F. Chiesa, le interviste di Nicola Calzaretta (questo mese a Mario Corso) e le retrospettive di Alec Cordolcini (in questo numero l'ultima URSS di alto livello, quella di Lobanovski), tre pilastri che non dovranno assolutamente venir meno nel Guerin del futuro prossimo. 
COSA VA - Per il resto, in linea generale, non c'è da strapparsi i capelli come avevano paventato molti lettori, a giudicare dai messaggi allarmati letti in questi giorni sulla pagina Facebook del Guerin e sul sito - blog ufficiale. La grafica risulta più moderna e brillante, c'è un interessante servizio sugli stipendi della nostra Serie A (mentre forse si poteva approfondire un po' meglio il discorso sui migliori Under 20 del globo),  i ritratti di Pogba e Hamsik sono sostanzialmente ben fatti, la cosa più riuscita è forse l'intervista a Giampaolo. A proposito del fuoriclasse francese della Juve: c'è anche un suo poster allegato. Ritorniamo ai misteri del marketing: nel 2016 ci sono ancora ragazzini che appendono in camera il "manifesto" (così si diceva una volta)  dei campioni preferiti? E' una domanda, chiariamo, perché io la risposta non la posseggo, ma qualche dubbio ce l'ho. Comunque ci può stare, il poster, finché non toglie pagine alla rivista (come a volte avviene per iniziative del genere). Discreta nel contenuto testuale, ma povera di foto, la presentazione del campionato argentino. In tema di foto, da segnalare che le immagini delle partite di Serie A inserite nelle "Pagine gialle", la sezione dedicata al riepilogo dei risultati dei campionati, paiono scelte con maggior cura e soprattutto sono più grandi rispetto ai "francobolli" della gestione Marani. 
COSA NON VA: TROPPE... CURVE - Inconcepibili, invece, le otto pagine dedicate a Melissa Satta, con tanto di richiamo in copertina della fanciulla a figura piena. L'unico "merito" sportivo di costei sarebbe quello di essere compagna di Boateng. C'è chi, anche in questo, ha ravvisato un piacevole ritorno ai fasti del passato: le belle figliole furono protagoniste assolute, in prima pagina e all'interno, proprio dei Guerin diretti da Cucci, soprattutto il primo (1975 - 1982) e l'ultimo (1996 - 1998). Oserei dire che i tempi sono cambiati, e il ricorso alla beltà femminile per incrementare l'appeal di un giornale di sport lo trovo ben poco glamour e un tantino triste, figlio di concezioni obsolete, fuori dal tempo. Del resto, persino nel bel libro del compianto Paolo Facchinetti "Un secolo di Guerino", uscito nel 2012 in occasione del centenario della rivista, si sottolineava tale aspetto con qualche perplessità: "Le donne di Cucci. Aveva sempre pensato che potessero essere il condimento giusto per dare sapore allo sport, e nella sua terza direzione esasperò questa convinzione. Forse, con ciò che mostrava Internet ormai a portata di molti, le 'guerinette' sembravano come i vecchi calendarietti regalati dai barbieri, e non avevano più tanta presa sui lettori smaliziati... E a chi a un certo punto aveva qualcosa da obiettare, Cucci rispondeva sbrigativamente: 'Ho spiegato mille volte che un tocco di bellezza femminile, in questo giornale pieno di uomini in mutande, ci sta bene. C'è sempre stato. Con le solite proteste dei moralisti' ". 
VIVA FEDE, VIVA "GLI ALTRI SPORT" - Ebbene, mi iscrivo anch'io al partito dei "moralisti" (termine spesso abusato, per uscire da contrasti di opinione che sarebbe invece interessante approfondire): il tocco femminile, in questo numero del Guerino, c'è già, ed è rappresentato dal bel servizio dedicato a Federica Pellegrini. Ecco, viva le donne sul Guerin, se sono le donne che tengono alto il nome dello sport, e non solo di quello italiano. Oltretutto, lo spazio dedicato a Fede segna anche una riapertura del vecchio guerriero alle discipline extracalcistiche, che nel mensile erano di recente sparite ma che sul Guerino ci sono quasi sempre state, anche se in misura sempre più ridotta dagli anni Novanta in poi, e che sarebbe bello tornare a rivedere costantemente, magari con servizi mirati su personaggi, squadre ed eventi. Mentre le pagine oggi dedicate alla Satta potrebbero essere un domani sfruttate per approfondimenti sul calcio estero, che era un cardine del giornale di Marani e che risulta invece un po' ridimensionato, a parte il duello Messi - Cristiano Ronaldo che, per carità, è anche ben sviluppato, ma il football mondiale propone una miriade di spunti assai meno banali. E Il Guerino è sempre stato nemico della banalità. 
COSA SI PUO' FARE - Questo è quanto. Fermo restando che ogni tanto un cambio di timone ci vuole, perché anche le migliori direzioni di giornale finiscono con il logorarsi e appiattirsi (in effetti di recente le novità latitavano), confido in qualche aggiustamento di rotta (del resto lo stesso Cucci iniziò la sua ultima avventura da direttore dedicando uno sproposito di pagine ai suggerimenti per i pronostici sportivi, e poi tornò saggiamente sui propri passi), nel recupero di qualche collaboratore che ha illustrato il GS di Marani con servizi di ottimo spessore (Gardon, Del Bianco), nell'imprescindibile ripristino della rubrica sulle novità librarie (la cui eliminazione definitiva rappresenterebbe un neo gravissimo), nel potenziamento del sito, che negli ultimi mesi è migliorato ma, parere mio, continua a languire, soprattutto con la comparsa sporadica di pezzi non in linea con la tradizione del periodico, per spirito, contenuti, qualità (l'ultimo, quello sulla "maledizione del Palermo": meglio stendere un pietoso velo). Io, poi, vorrei più esteri, più approfondimenti tecnico - tattici, più attenzione ai giovani nostrani, ma ogni lettore ha un suo giornale ideale e mettere d'accordo tutti non è semplice. Un auspicio: recuperare appieno Carlo F. Chiesa, confinato alla pur impegnativa storia del calcio italiano. Chi, come me, legge il Guerin da tempo immemore, sa quale importanza abbia avuto il suo apporto nel periodo 1986 - 1996. 

venerdì 4 marzo 2016

VERSO EURO 2016: IL PUNTO SUGLI AZZURRABILI. CHE ITALIA SARA'? CERCASI ATTACCO DISPERATAMENTE

                                       Bernardeschi: nome nuovo per l'Italia di Conte? 

48 ore fa è scattato il "-100" a Euro 2016. Mancano cioè poco più di tre mesi alla rassegna continentale in Francia, un torneo che si annuncia blindatissimo e avvolto da inquietudini e tensioni, per via dell'allarme terrorismo: le ultime notizie raccontano della possibilità di giocare alcune gare a porte chiuse e di cambi di sede in extremis per certe partite particolarmente a rischio, ipotesi mai nemmeno paventate in tante edizioni passate di Mondiali ed Europei. Avremo modo di riparlarne, ma un altro più modesto countdown è nel frattempo partito in casa nostra: meno di tre settimane al ritorno in campo dell'Italia di Antonio Conte, oltre quattro mesi dopo l'ultima uscita, il pari di Bologna con la Romania. Un letargo lunghissimo, frutto di un calendario internazionale malamente concepito, perché in questo lasso di tempo si sarebbero potute tranquillamente inserire un paio di date per qualche test match. 
TEST PROBANTI - Gli impegni contro Spagna (a Udine) e Germania (a Monaco di Baviera) sono se non altro il non plus ultra, in questa fase di preparazione al grande appuntamento: due esami durissimi, che affrontare con spirito "amichevole" sarebbe delittuoso. Ricordiamo come il 4-1 rifilato ai tedeschi a Firenze, giusto una decina d'anni fa, diede sicurezza e consapevolezza al gruppo di Lippi, che da team comprimario si trasformò progressivamente in protagonista, ensemble concreto e "tripallico", fino a cogliere un inatteso ma meritato alloro iridato in quel di Berlino. E, in misura minore, non dimentichiamoci neanche del 2-1 inflitto alla Spagna (allora campione del mondo in carica) a Bari nel 2011, exploit che fece definitivamente decollare la giovane Italia di Prandelli sul piano del gioco e della personalità. Questo per dire che certi appuntamenti sono occasioni imperdibili, se le si sanno sfruttare in tutte le loro sfaccettature: occasione di confronto con realtà più competitive, occasione per sbagliare e per migliorarsi, e quindi per crescere, occasione per sperimentare ma anche per acquisire la mentalità necessaria nei confronti internazionali, per imparare a giocare con carattere e senza timori reverenziali. 
I due big match serviranno anche a tirare le somme sul listone dei 23 per la spedizione in Francia. Certo, poi ci sarà lo scorcio finale della stagione di club, ma provocherà minimi spostamenti, le valutazioni principali si fanno in queste settimane. Il girone eliminatorio ha partorito un'idea di squadra, un abbozzo plausibile che però al momento non risulta totalmente plasmato: ci sono ancora dei punti interrogativi, delle caselle da riempire, delle rivalità da dirimere, perché il materiale umano è scarso solo in alcuni settori, soprattutto al centro della difesa e in attacco, mentre ad esempio fra centrocampo, fasce e trequarti c'è una discreta ressa. Scelte che sembravano cristallizzate sono ora da rimettere in discussione. 
PORTIERI: IL CASO SIRIGU - Pensiamo ai portieri: al momento l'unica sicurezza, e ci mancherebbe, si chiama Buffon, ma dietro di lui? Perin quasi certamente sarà della partita, anche se, nella Serie A in corso, sta pagando l'inaffidabilità della retroguardia genoana e qualche pecca ha finito per mostrarla pure lui, pur mantenendo il suo rendimento su livelli di assoluto decoro. Però è scoppiato un caso Sirigu. Era il secondo designato di Gigi, poi a Parigi si è imbattuto nella feroce concorrenza di Trapp ed è finito ai margini, giocando pochissimo, quasi nulla: avrebbe senso portarlo in Francia, carico di ruggine com'è? Certo le alternative dotate d'esperienza non sono il massimo: Padelli, più volte convocato, non ha la statura tecnica idonea per reggere sfide di così alto spessore come quelle di un Europeo, Marchetti potrebbe averla ma è soggetto a troppi alti e bassi. Un atto di coraggio potrebbe spingere Conte a lanciare, come terzo della lista, il valente giovanotto del Milan Donnarumma: non sarebbe uno scandalo, se poi pensiamo che un paio d'anni fa qualche buontempone propose addirittura, per i Mondiali in Brasile, il ragazzino dell'Udinese Scuffet, dopo solo qualche partita ben giocata in campionato. 
LA DIFESA IN MANO AI VETERANI - Nel cuore della terza linea, come detto, il piatto piange. Che il dio del pallone conservi a lungo Bonucci (elemento chiave di tutto il complesso, visto anche il contributo che sa dare in impostazione e perfino in fase conclusiva) e Chiellini, mentre non dovrebbe mancare uno spazio per Barzagli, chioccia nello spogliatoio ma, ci scommettiamo, utile anche in campo. Il resto non solleva entusiasmi: Astori dovrebbe riuscire a timbrare il cartellino, meno probabile che ce la faccia Ranocchia, invischiato in una stagione da incubo, fra l'addio all'Inter e troppe incertezze in maglia Samp. Come sicurezze "di scorta" si potrebbe puntare su Acerbi e Moretti, un azzardo calcolato sarebbe rappresentato da Romagnoli, che sta uscendo dal guscio parallelamente alla crescita del Milan, mentre è ancora presto per l'ottimo Rugani, che gioca poco e ha bisogno di accumulare minutaggio, di temprarsi al calor bianco delle grandi partite in Italia e all'estero. 
LATERALI BASSI: FLORENZI "INTRUSO"? - Maggiori carte da giocare in tema di laterali bassi: sicurissimi Darmian e De Sciglio, oltretutto intercambiabili, Antonelli sta ben figurando nel ringalluzzito team rossonero anche se con la rappresentativa raramente ha convinto, c'è sempre la carta Criscito da giocare, mentre a destra paiono momentaneamente in ribasso le azioni di Zappacosta, coinvolto nell'involuzione complessiva del Torino ma comunque pur sempre prospetto su cui contare; da non dimenticare Abate, altro "miracolato" dalla cura Mihajlovic. Ad ogni modo, c'è un Florenzi buono per tutti gli usi, un eclettico e dinamico tuttofare dai piedi pregiati che può adattarsi anche a operare da terzino, sia pur con caratteristiche particolarmente offensive. Convocarlo in quel ruolo aprirebbe una casella in più a centrocampo, dove, come detto, la concorrenza è notevole. 
FOLLA NEL MEZZO - Nella zona nevralgica il "caso" degli ultimi giorni è rappresentato dalla ventilata giubilazione di Pirlo e De Rossi. Caso fino a un certo punto: perché l'ex Juve va per i 37 ed è ormai ai margini del calcio che conta, mentre il romanista, anche lui non più di primo pelo, sta vivendo la prima stagione da comprimario in maglia giallorossa; per lui potrebbe comunque esserci spazio, essendo riciclabile anche da centrale difensivo, come avvenuto a volte durante la gestione Prandelli. Ma Conte dovrebbe partire da un terzetto ben definito: Verratti, Marchisio, e quel Bonaventura ormai leader milanista. Un altro quasi certo della chiamata è Soriano, fra i pochi a brillare nella tormentata "temporada" blucerchiata, mentre Bertolacci, elemento di indubbio spessore e già protagonista di buone prove in azzurro, non sta mostrando mirabilie a Milano, forse gravato da eccessive responsabilità. Qualche chances anche per Parolo, sempre utile per la sua duttilità e l'efficacia negli inserimenti, nonché per i rampanti Cataldi e Sturaro, un po' più indietro Baselli e Benassi, che entreranno verosimilmente in lizza dopo l'avventura francese. 
INCURSORI DI CLASSE - Poi c'è la pattuglia dei trequartisti - incursori - laterali d'attacco, sempre più decisivi nel calcio d'oggidì, a maggior ragione per una squadra come la nostra, a corto di elementi di autentica caratura europea in prima linea. Bernardeschi, Insigne e il ritrovato (finalmente!) El Shaarawy stan facendo un campionato monstre e mi sorprenderei molto se non comparissero nell'elenco definitivo; ci sarà di sicuro un posto per Candreva, che non vive la sua annata migliore ma in azzurro è sempre stato una garanzia. Da tenere in considerazione Giaccherini, indemoniata anima tuttofare del bel Bologna di Donadoni, e per di più già con un discreto bagaglio di presenze in Nazionale (partì titolare nell'ultimo Europeo), e Berardi, che ha numeri sensazionali ma deve trovare continuità e stabilità di carattere. Un'occhiata la meriterebbe anche il vispo Saponara. Però, ripetiamo, il bacino in cui pescare è ampio e di buon livello. 
PRIMA LINEA SGUARNITA - Altre dolenti note, invece: problemi nel cuore della difesa, si diceva, e problemi grossi anche in attacco. Il biennio era partito con la coppia Immobile - Zaza: il primo, ritornato a Torino dopo la doppia infelice parentesi tedesco - spagnola, è ancora lontanissimo dai fasti del titolo di capocannoniere 2014, e difficilmente farà parte del gruppo; il secondo, invece, dopo tanta anticamera e qualche passaggio a vuoto si sta pazientemente ritagliando scampoli di gloria juventina (nella semifinale di ritorno di Coppitalia ha giocato una mezz'oretta di grana finissima per caparbietà e presenza nel vivo dell'azione, anche se il gol non è arrivato); potrebbe entrare nei 23, anche se partirebbe in svantaggio rispetto ai due punti fermi: Eder, l'unico oriundo, peraltro con le polveri bagnate da quando ha lasciato Genova, e Pellè, imprescindibile per grinta e capacità di far reparto da solo, anche se deve incrementare la sua prolificità sotto porta. Come tutti, del resto, visto che la media gol della gestione Conte è piuttosto modesta (nemmeno una rete e mezza a partita). 
OKAKA E PALOSCHI, EMIGRANTI DI LUSSO - Per il resto, il convento non passa granché: Gabbiadini sarebbe in potenza una discreta carta da giocare, ma quest'anno nel Napoli Sarri l'ha visto pochissimo, infortuni a parte; Pavoletti è l'ultimo grido degli attaccanti nostrani, media reti / presenze sensazionale, ma al Genoa sta vivendo un'esperienza strana, fra giornate in cui sembra toccato dalla grazia e tante, troppe, vissute da spettatore (ricordiamo la lunga squalifica dopo l'espulsione col Carpi e l'attuale sosta ai box per guai muscolari); portarlo potrebbe essere un azzardo, anche perché è tutto da scoprire ai massimi livelli. La candidatura Destro ha perso autorevolezza da tempo, rimangono due espatriati di lusso, Okaka, che sta facendo molto bene all'Anderlecht, e Paloschi, appena emigrato allo Swansea, da anni puntualissimo all'appuntamento con la porta avversaria ma sempre poco considerato a livello di Nazionale. Altro "straniero" da non dimenticare è Giovinco, che agisce in un torneo non particolarmente "allenante" ma che nelle ultime apparizioni in rappresentativa non era dispiaciuto.
Questo è il quadro. Come già avevo detto spesso per l'Azzurra di Prandelli, anche quella attuale non è certamente una delle migliori versioni dell'Italia, ma è squadra che ha buoni numeri, qualche elemento di classe sicura e altri che hanno le carte in regola per scalare ancora gradini nelle gerarchie europee. I margini di miglioramento esistono, pur se non enormi: bisognerà soprattutto vedere se dalle retrovie dello schieramento arriverà il necessario apporto per rinvigorire un attacco asfittico, perché se là davanti sei evanescente non c'è domani contro i colossi del Continente; urge più che mai una "cooperativa del gol", tipo quella che Lippi approntò nel 2006. Spagna e Germania forniranno le prime risposte. 

mercoledì 2 marzo 2016

LE MIE RECENSIONI: "CREED - NATO PER COMBATTERE", OSCAR MORALE PER STALLONE



Niente Oscar per Sylvester Stallone. Non sono così esperto di cinema da poter valutare la correttezza della decisione dell'Academy. Mi limito a sottolineare che in "Creed - Nato per combattere", il buon vecchio Sly ha offerto una prova d'attore di notevole caratura. Ma è "Creed" nel suo complesso ad essere opera riuscita, solida, senza cedimenti. Sorprendente, verrebbe da dire, perché il filone Rocky pareva esser stato spremuto fino all'ultima goccia: l'episodio numero sei, il "Rocky Balboa" di ormai dieci anni fa, ci aveva già mostrato il fuoriclasse del ring in versione invecchiata, alle prese con la caparbia volontà di non arrendersi al tempo che passa fino a tornare a combattere in maniera perfino credibile. 
"Creed" (regia di Ryan Coogler) non è tecnicamente il settimo capitolo della saga dello "stallone italiano": è uno spin-off, si direbbe in gergo, una storia ritagliata attorno a un coprotagonista della serie (Apollo Creed, prima augusto avversario e poi allenatore di Rocky). Però racchiude tutte le atmosfere, i sapori, le malinconie e le impennate epiche del filone principale. E' la vicenda di Creed junior (Michael B. Jordan), figlio naturale del popolarissimo pugile morto inopinatamente nel combattimento - esibizione contro Ivan Drago (Rocky IV, 1986): non ha mai conosciuto il padre, vuole ripercorrerne le orme agonistiche ma tenendo accuratamente nascoste, fin quando possibile, le sue "nobili" origini, per arrivare in alto da solo, senza la spinta del cognome famoso (in Italia sarebbe una mosca bianca, anzi, verrebbe trattato alla stregua di un pazzo...). La sua identità la rivela però al vecchio Rocky, ormai attempato gestore di un ristorante italiano, il quale, dopo non poche esitazioni, accetta di prenderlo sotto la sua ala protettiva. 
Starà allo spettatore pagante scoprire come andrà a finire. Certo, in apparenza il canovaccio narrativo, nella sua struttura principale, non si discosta granché da quello tipico di tutta la saga, e molto sommariamente si potrebbe sintetizzare così: lancio della sfida, evento drammatico, allenamento sfiancante, scontro finale. Ma sarebbe ingeneroso ridurre "Creed" a questo: come già era avvenuto in "Rocky Balboa", la pellicola recupera alcuni degli stilemi più genuini e meno commerciali dei primi episodi. C'è quell'atmosfera decadente di glorie sportive ormai lontane e non adeguatamente tesorizzate, c'è il ritorno alle origini popolane di Rocky, i quartieri della periferia più problematica, le vecchie palestre impregnate dell'acre odore del sudore e frequentate da giovanotti provvidenzialmente tolti dalla strada. C'è un'umanità di fondo che negli episodi centrali, il terzo (soprattutto) e il quarto, aveva fatto posto a una narrazione più di grana grossa, più fondata sulla retorica a buon mercato (per quanto tutto sommato centrata) e sulla spettacolarizzazione di combattimenti coinvolgenti oltremisura ma dallo svolgimento improbabile, con colpi che nella realtà avrebbero verosimilmente causato fulminei decessi dei contendenti. 
"Creed" segna un ritorno a una dimensione più realistica della boxe e del mondo non sempre dorato che la circonda. E riporta definitivamente Rocky sulla terra, impietosamente di fronte a un passato disseminato di troppi lutti e a un presente che lo costringerà ad affrontare il nemico più insidioso, quello che si fa largo nel tuo corpo e che emerge dai referti delle analisi cliniche, roba che al confronto Clubber Lang e Drago erano passeggiate di salute. Proprio questo dramma personale porta la vecchia gloria Sly a ricalibrare la propria vita, a scoprire nuovi orizzonti, a capire, dopo l'ovvio scoramento iniziale, che ci sono sempre nuove sfide da lanciare e nuovi affetti da coltivare anche quando tutto sembra perduto: senza abbassare la guardia, proprio come sul ring. Ecco: questo Rocky mai così fragile, mai così uomo, dimesso eppure sempre fiero di ciò che ha rappresentato e rappresenta, è uno dei punti di forza del film: lo è perché Stallone ne riproduce mirabilmente, sul grande schermo, tutte queste sfumature dell'animo e del carattere, confermando la perfetta simbiosi col personaggio che più ne ha segnato la carriera, e col quale forse proprio in questa occasione ha raggiunto la totale identificazione. 
In questo senso, l'Oscar non sarebbe stato immeritato, ma i trofei, in certi casi, poco contano. Agli spettatori rimarrà una pellicola che sa trasmettere emozioni vere, sia per la vicenda del vecchio campione sia per la spigolosa caparbietà del giovane rampante. E' un film riuscito perché, comunque, la mozione dei sentimenti non va a detrimento di altri aspetti più prettamente cinematografici: non può mancare la storia d'amore per Creed junior, anche questa però non banale, visto il problema di salute che affligge la fanciulla (problema vissuto peraltro con rassegnata serenità), mentre l'avversario finale, l'inglese Ricky Conlan, è senz'altro il più odioso e antipatico fra quelli proposti dalla saga, una figura lontana dalla simpatica arroganza di Apollo, dal chiassoso e verboso rodomonte Clubber Lang - Mister T e dalla feroce, metodica freddezza di Drago. Da lacrimuccia il répechage, nel ruolo di madre del giovane Adonis Creed, di Phylicia Rashad, ossia la signora Robinson della popolarissima serie tv anni Ottanta. L'unico elemento kolossal di una pellicola che ha scelto il basso profilo è forse la lussuosa cornice dell'incontro finale, che si svolge davanti a decine di migliaia di spettatori nello stadio dell'Everton a Liverpool. Un piccolo cedimento alla voglia hollywoodiana di grandeur che possiamo tutto sommato perdonare.