domenica 23 febbraio 2014

SANREMO 2014: IL PAGELLONE DELLE CANZONI FINALISTE, MA NON SOLO...

                                Gualazzi e Bloody Beetroots: fra i migliori di Sanremo 64

Eccoci dunque, a chiusura dell'intensa settimana sanremese, al rituale pagellone dei brani portati in finale dai Campioni (con qualche postilla in calce...), nel tentativo di mettere ordine, approfondendole, fra le considerazioni che ho sparso nei giorni scorsi nei vari post di commento alle serate. Le canzoni sono elencate di seguito secondo la classifica definitiva del Festival.
CONTROVENTO - ARISA: fedelissima alla più tradizionale linea melodica sanremese, arrangiamento semplice ma con la gradevole raffinatezza degli inserimenti dell'oboe, testo banale, quasi elementare, da"temino" scolastico, ma buona cantabilità. Pezzo furbo, impreziosito da una voce limpida e costantemente priva di incrinature,  ai limiti della perfezione: però "La notte" di due anni fa, pur anch'esso tradizionale, aveva altro spessore. VOTO: 6,5. 
LIBERI O NO - RAPHAEL GUALAZZI AND THE BLOODY BEETROOTS: potevano essere vincitori più meritevoli di Arisa. Azzeccata contaminazione fra generi distanti fra loro, ottima fusione fra blues - jazz e discomusic di stampo "settantesco". Alla fine della fiera, l'abbinamento, per quanto ardito, non è stato spiazzante e rivoluzionario come lo si descriveva alla vigilia. Quindi meno arduo, per l'ascoltatore, da assorbire nei tempi serrati della kermesse. Meglio così. VOTO: 7,5. 
ORA - RENZO RUBINO: cantautorato di stampo moderno, canzone dal ritmo incalzante, interpretazione energica, da consumato "animale da palcoscenico". Buone trovate testuali (la chiusa "Dammi un voto, un voto, un voto, un volto") e vocalità eclettica, che in certi passaggi mi ha ricordato il Rodolfo Santandrea di Sanremo '84, talento genialoide tuttora in pista ma mai adeguatamente valorizzato. VOTO: 7. 
VIVENDO ADESSO - FRANCESCO RENGA: una medaglia la meritava tutta, e quella d'oro non sarebbe stata scandalosa. Pop assolutamente contemporaneo, testo ben scritto e al passo coi tempi, che affronta con realismo e delicatezza un tema spinoso come quello del tradimento; impianto musicale raffinato e variegato. Un'Elisa in gran forma, "letta" da Renga cercando di dare più equilibrio del solito alla sua potenza vocale, che però non è mancata. Unica pecca, la canzone esce troppo alla distanza, come accadde per "La tua bellezza", presentata a Sanremo 2012. Ma avercene, di pezzi così. Sul podio doveva starci. E' stata buttata giù dalla Giuria di qualità, che ha issato Arisa in paradiso. De gustibus. VOTO: 7,5. 
BAGNATI DAL SOLE - NOEMI: la "summa" della canzone da airplay radiofonico e da I-Pod, essenziale, quasi scarna nella struttura, strofa breve che cede presto il campo a un refrain lungo e martellante. Nessuna ricercatezza. Voce sempre calda e avvolgente (ma a volte la sensazione è che, con le sue doti, potrebbe osare di più), e ad accrescere l'appeal un coretto trascinante, costruito su misura per coinvolgere il pubblico nei live prossimi venturi. VOTO: 7. 
L'UNICA - PERTURBAZIONE: hanno azzeccato l'ingresso nel giro della musica "commerciale", con un pezzo ben congegnato, dal testo ironico, di notevole impatto e capace di ficcarsi subito in testa. Sonorità elettroniche un po' vintage ma veste sonora comunque attualissima. Insomma, in quanto  esponenti del mondo "indie" non hanno fatto gli "strani", pur rimanendo sostanzialmente fedeli al loro stile. VOTO: 7,5. 
IL CIELO E' VUOTO - CRISTIANO DE ANDRE': vado controcorrente e dico che è meglio questa rispetto alla pluridecorata (dalla critica) "Invisibili", esclusa dal pubblico televotante dopo la prima esecuzione. Se non altro è più originale, anche se nella sua architettura complessiva non si può definire cantautoriale in senso stretto. Risulta perfino di facile presa. Azzeccata la soluzione delle parti in "recitato", refrain coinvolgente. VOTO: 6,5. 
PEDALA - FRANKIE HI-NRG: buon ritorno all'Ariston per Di Gesù. Altro brano da iscrivere nella categoria "tormentoni", almeno potenzialmente. Il ritornello sembra costruito apposta per accompagnarti in ogni momento della giornata, da canticchiare soprattutto "sotto la doccia" o "facendosi la barba", come si diceva un tempo a proposito dei migliori prodotti festivalieri. Il ciclismo e la bicicletta come metafore delle asprezze della vita non rappresentano soluzioni narrative uniche e geniali, ma Frankie le sviluppa con un racconto persino sovrabbondante, ricco di immagini suggestive e di gran concretezza, di accostamenti e di paragoni centratissimi. VOTO: 6,5.
TI PORTO A CENA CON ME - GIUSY FERRERI: ha azzardato il cambiamento di stile, e la prima prova mi è parsa confortante. Perfettamente a suo agio con un pezzo soft di stampo classico, dagli accenti sommessamente malinconici, secondo la miglior tradizione della melodia all'italiana. Più coinvolgente la strofa del ritornello, ma nel complesso la sufficienza è ampiamente raggiunta. VOTO: 6,5. 

                                          Sarcina: senza squilli, ma sufficiente

NEL TUO SORRISO - FRANCESCO SARCINA: un tuffo nel passato recente, nel periodo d'oro delle Vibrazioni, che all'inizio di questo secolo avevano impresso a chiare lettere la loro firma sulla nouvelle vague del pop rock italico. Quasi dieci anni dopo, o giù di lì, nulla è cambiato: Sarcina è andato sul sicuro e ha riproposto in maniera fedele lo stile della sua band, virando anzi verso una ancor maggiore semplificazione e "popolarizzazione": la canzone è di impianto tradizionalissimo, con l'apertura a voce spiegata di un refrain fatto apposta per trascinare la platea. Non eccelsa, ma tutt'altro che da buttare. VOTO: 6+. 
COSI' LONTANO - GIULIANO PALMA: nessuno, nel panorama canoro italiano, sarebbe in grado di interpretare  meglio di lui una canzone di Nina Zilli, il cui stile si sposa alla perfezione con quello dell'artista milanese. Ma non era una Zilli particolarmente ispirata e originale, quella che ha confezionato questo brano, un po' troppo appiattito su altre sue precedenti produzioni. Insomma, per Palma un esordio sanremese un po' sottotono, e non solo per colpa sua. VOTO: 5,5. 
DA LONTANO - ANTONELLA RUGGIERO: fra le finaliste, è sicuramente la proposta più complessa e articolata. Forse troppi virtuosismi interpretativi per una vocalità che mantiene comunque intatta la sua suggestione. Arrangiamento corposo, in particolare di grande effetto l'uso del piano e dell'organo, le cose migliori di quest'opera. VOTO: 6+. 
SING IN THE RAIN - RON: l'esclusa "Un abbraccio unico" rappresentava il vero Ron, una melodia avvolgente e incalzante , ricca e piena, uno splendido inno all'amore del tutto nelle sue corde, persino con un coretto in stile "Joe temerario". Meglio dell'allegra "Sing in the rain", una leggerina folk song senza eccessive pretese. VOTO: 5,5. 
PRIMA DI ANDARE VIA - RICCARDO SINIGALLIA (squalificata - fuori concorso): splendida immersione nel miglior sound targato Tiromancino, quello che portò una ventata di novità nel panorama pop italico a inizio Duemila. Testo ispirato, sognante e al contempo realistico, arrangiamento essenziale su un tappeto di chitarre, inserimenti misurati della voce di Laura Arzilli, con la quale Riccardo ha una splendida intesa sul palco. VOTO: 7.

                             Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, discussi padroni di casa

Per finire, alcune pagelle "supplementari", a partire dai due padroni di casa.
FABIO FAZIO: delle pecche in fase di costruzione dello spettacolo, e di definizione della linea "editoriale", già si è detto. Sul palco ha fatto il suo, senza strafare ma nemmeno demeritare. Del resto non è mai stato un "one man show", casomai dà il massimo quando sente di nuotare nel suo ambiente, in un progetto che ha voluto e che percepisce come fortemente condiviso da chi ne fruisce: ecco, quest'anno la condivisione, da parte di pubblico e critica, in larga parte non c'è stata, e quindi la sua presenza nelle pieghe dello show è risultata fatalmente attutita. Ottimo comunque il sangue freddo mostrato nella gestione della protesta degli operai, e di assoluta genialità l'entrata in scena, in una delle prime serate, in vestaglia da camera, per sottolineare (con una sana autocritica) il protrarsi della trasmissione fino alle ore piccole. Di discreta fattura anche l'imitazione di Pippo Baudo (bravo Fabio a incentrarla su un particolare gesto della mano che il presentatore siciliano fa spesso, ma non è facilissimo da cogliere). Liberatoria la "coreografia danzante" fornita ad Arisa, insieme a Lucianina, durante la riesecuzione del brano vincente. VOTO: 6 come presentatore, 5 come principale deus ex machina della manifestazione. 
LUCIANA LITTIZZETTO: per quanto mi riguarda, promossa a pieni voti, o giù di lì. Ha avuto la verve per vivacizzare una ribalta che troppo spesso è parsa ripiegata su se stessa. Divertente l'entrata in scena, la sera d'apertura, con le Blue Belles, azzeccata la caricaturizzazione di Raffaella Carrà, rispettoso l'inserimento nel monologo di Franca Valeri, convincente e sentito, per quanto non privo di qualche argomentazione debole, il monologo su bellezza e diversità. Poi la battuta sempre pronta per ogni artista, e il giochetto della liaison col maestro Vessicchio, insistito ma mai noioso. Certo, il turpiloquio, a volte senz'altro eccessivo, ma concentrarsi solo su questo aspetto vuol dire ricollegarsi al vecchio discorso del dito e della luna, fissarsi su particolari importanti ma non decisivi perdendo di vista la sostanza. VOTO: 7+. 
LA SCENOGRAFIA: non ho le competenze specifiche per giudicarla su un piano tecnico ed estetico, mi limito quindi a dire di averla trovata anonima, senza alcun elemento che possa farla ricordare, e ricordare positivamente, negli anni a venire. E' un problema, per la verità, che ha caratterizzato molte edizioni recenti. Nostalgia dei palchi elettronico - discotecari dei primi anni Ottanta... VOTO: 5-. 
I VERSI PIU' BELLI: "Credo in noi come se fossimo di un'altra generazione, di quella del bene sopra la ragione, di quelle che aspetto anche tutta la vita per vederti tornare dalla guerra mondiale": Zibba, in "Senza di te". 

SANREMO 2014: ARISA, VITTORIA CHE NON ENTUSIASMA. MA IL PODIO E' UN TRIONFO DEL VIVAIO FESTIVALIERO


Il podio di Sanremo 2014, con Arisa a prevalere nel rush finale sull'accoppiata Gualazzi - Bloody Beetroots e su Renzo Rubino, mette a nudo in maniera crudele una delle più colossali contraddizioni dell'elefantiaco carrozzone festivaliero. Sono arrivati a giocarsi il trionfo, escludendo addirittura dal "giro che contava" uno dei superfavoriti della vigilia (Francesco Renga), tre dei più pregiati "prodotti" sfornati nel precedente lustro dal vivaio della rassegna rivierasca, quella categoria "Nuove proposte" che invece, da troppo tempo a questa parte, non riesce più a trovare adeguata valorizzazione e viene, anzi, bistrattata oltre ogni logica: prima la riduzione di organico (solo otto concorrenti ammessi a partire dal 2011) e poi la collocazione televisiva a orari da sonnambuli, con l'unica, e tardiva, eccezione di venerdì, quando la gara degli esordienti è stata inserita a metà spettacolo. La conclusione della finalissima ha fotografato come meglio non si poteva l'inaccettabilità di questo trattamento: è uno dei principali punti deboli della manifestazione, un "buco nero" che dovranno affrontare di petto i futuri responsabili artistici: magari ricordando cosa riuscirono a fare Bonolis e Gianmarco Mazzi nel 2009, mettendo al centro dell'attenzione il concorso delle "voci nuove" con una serata dedicata, in cui i ragazzi furono "illuminati" dalla partecipazione di superbig della canzone nostrana, presenti al loro fianco nelle vesti di padrini e madrine. 
NON HA VINTO IL MIGLIOR PEZZO - 2009: l'anno dell'esplosione di Arisa, che ieri notte ha dunque completato il suo rapido processo di consacrazione. Un'affermazione che non desta scandalo ma che nemmeno entusiasma: "Controvento" è un brano furbo perché semplice e di impatto immediato, costruito con mestiere, quasi con un profilo basso, seguendo fedelmente la più tipica linea melodica festivaliera. Non è una delle cose migliori del repertorio della cantante genovese, soprattutto per ciò che concerne il testo, di una banalità quasi sconcertante: in questo senso, il confronto con "L'essenziale", la vincitrice di dodici mesi fa, è impietoso. Dei tre arrivati in fondo, sarebbe stata più meritata, e decisamente più significativa per l'albo d'oro e per il futuro del Festival, una vittoria di Raphael Gualazzi e del misterioso Bloody Beetroots, che hanno fornito un bell'esempio di... moderata contaminazione fra generi distanti anni luce. "Liberi o no" al primo posto sarebbe stato un emblema dello "svecchiamento" del Festival, e avrebbe avuto, storicamente, lo stesso peso della medaglia d'oro di Ruggeri nel '93 con "Mistero", una rottura della tradizione sanremese, un ampliamento degli orizzonti sonori. E anche un successo di Renzo Rubino avrebbe lasciato un segno più profondo, andando a premiare un esempio di cantautorato moderno, estroso ed ispirato. 
RENGA: DA PAPA A CARDINALE - Si diceva di Francesco Renga: quando Fabio Fazio, ieri sera, ha cominciato a parlare di "sorprese anche clamorose" in vista, ho pensato subito a una uscita dalla zona podio dell'ex Timoria. Si dica ciò che si vuole, ma "Vivendo adesso" fra le prime tre ci stava benissimo, sicuramente meglio di "Controvento"; anzi, senza mezzi termini, ci "doveva" stare: un pop contemporaneo, sorretto da un testo non banale e da un impianto musicale raffinato. Una canzone nel segno dei tempi come lo era stata quella di Mengoni nel 2013, forse un tantino meno immediata, e alla lunga soprattutto questo può averla penalizzata. Non se la prenda, il fascinoso Renga: non è certo il primo che entra in una finalissima da Papa per uscirne cardinale. Si prenderà la rivincita in altri ambiti, così come "Bagnati dal sole" di Noemi, che ha le stimmate del tormentone e il cui piazzamento (quinto, ma mai veramente in lizza per i primissimi posti) dà modo di annotare un'altra contraddizione di questo Sanremo 64: molti dei pezzi più "fischiettabili", il suo come quelli dei Perturbazione o di Giusy Ferreri, sono rimasti alla fine ai margini. Strano, per una rassegna canora alla quale si chiedono, da sempre, soprattutto canzoni di facile presa, e in cui persino la cosiddetta giuria di qualità ha preferito puntare sul classico sanremese piuttosto che su opere più elaborate.
LIVELLO NON DISPREZZABILE - In generale, comunque, la sensazione è che il tempo darà ragione, sul piano della proposta musicale, alle scelte di Fazio e di Mauro Pagani. "Pazienza e aspettiamo", avevo scritto commentando il faticoso vernissage di martedì in riferimento alle canzoni. E in effetti, molte di esse alla fine sono uscite bene: quelle orecchiabili, radiofoniche e da hit parade sono un bel mucchietto, una percentuale persino inusuale se si pensa ad altre edizioni recenti, e i prodotti di pregio non mancano. Si è forse ecceduto, ecco, con la messe di premi attribuiti a "Invisibili", il brano eliminato di Cristiano De Andrè: la somiglianza del ritornello con il pezzo di James Taylor "Only a dream in Rio" (sottolineata con grande evidenza anche sul sito del "Corriere della sera", che non è propriamente un giornale parrocchiale) è stata frettolosamente messa da parte, laddove in passato certi giornalisti rigirarono oltremisura il coltello nella piaga in altri casi di "atmosfere musicali analoghe". D'accordo, l'intensità dell'interpretazione e il carattere fortemente autobiografico, ma che il pezzo non brilli particolarmente per originalità lo si può dire senza essere accusati di lesa maestà? 

                                                Renzo Rubino: ora è un vero big

CROZZA, LOW PROFILE - La serata finale è filata via sostanzialmente senza picchi particolari, nel solco di un'edizione fiacca, le cui debolezze sul versante spettacolare abbiamo già sufficientemente passato in rassegna nei giorni scorsi. A meno che non si voglia considerare "picco emozionale" la performance di Ligabue: la speranza, lo ripeto per l'ennesima volta, è che mai più venga concesso a un cantante italiano sulla cresta dell'onda di andare all'Ariston a cantare, fuori concorso, due canzoni tratte dal proprio recente e vendutissimo album; è stata, semplicemente, un'ospitata senza senso, poco rispettosa dei canoni festivalieri e degli altri artisti in gara. E non c'è stato da spellarsi le mani nemmeno per Maurizio Crozza. Deludente, perché se accetti la sfida di tornare a Sanremo dopo la tempestosa esperienza del 2013 devi correre il rischio fino in fondo: invece l'entrata in scena con uno scudo (per parare eventuali nuove contestazioni) non è stata solo autoironia, bensì l'annuncio di ciò che sarebbe effettivamente accaduto dopo: un monologo col freno a mano tirato, costruito su una difesa a spada tratta del genio italiano in confronto a quanto prodotto dalla cultura di altri Paesi: non molto elegante, e nemmeno troppo innovativo. Gli unici personaggi politici sfiorati dalla satira sono stati Giovanardi e Razzi, bersagli fin troppo facili, oltre alla piccola parentesi dedicata a Renzi, peraltro l'uomo del giorno, trattato senza affondare i colpi; meglio la performance conclusiva che ha esaltato le notevoli qualità tenorili del comico genovese, da lui sfruttate sempre con eccessiva parsimonia. 
BRAVO STROMAE, MA LA GARA SU TUTTO - Del tutto superflui i passaggi di Claudia Cardinale e Terence Hill (perché non si è tenuto per l'Ariston il divertente sketch del duello in stile "Mezzogiorno di fuoco", messo in scena con Fazio a "Che tempo che fa"?), il migliore fra le guest stars è stato decisamente il belga Stromae, un autentico animale da palcoscenico, uno che ha saputo rielaborare in chiave modernissima un classico genere musicale alla francese. Ma il vero sale, nella finalissima, lo ha portato proprio la gara, a dispetto di chi vorrebbe eliminarla e di chi si ostina, con scelte artistiche discutibili, a metterla in secondo piano rispetto alla cornice di ospiti più o meno prestigiosi: una gara emozionante, impreziosita da performance sempre all'altezza (tutti i cantanti sono parsi molto in palla, pochissime le sbavature di esecuzione) e resa avvincente da un'incertezza che non si vedeva da anni: nelle ultime edizioni, alla sfida conclusiva era arrivata sempre una canzone più accreditata di altre, anche se di poco. E quando il pathos della tenzone aumenta, ne guadagna in godibilità lo spettacolo. Spettacolo da rivedere profondamente in futuro, nelle sue linee generali: in conferenza stampa, ieri, il direttore di Rai Uno Giancarlo Leone ha "abbozzato" alla domanda di un giornalista che metteva sul tappeto la possibilità di un Fazio ter, ma credo che ripartire dall'anchorman savonese dopo un'edizione così tormentata sia un rischio che né l'ente televisivo di Stato, né lo stesso presentatore possono permettersi di prendere. Ne riparleremo. 

sabato 22 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014, QUARTA SERATA: GIOVANI, NON VINCE IL MIGLIORE. QUALCHE BUON DUETTO E UN GRANDE GINO PAOLI

                                            Gino Paoli: splendida performance

Miracolo a Sanremo! Fabio Fazio e il suo staff, in una delle prime conferenze stampa della settimana festivaliera, avevano difeso a spada tratta l'indifendibile, ossia l'assurda collocazione oraria riservata alla gara delle Nuove Proposte, costrette a esibirsi, nelle due fasi eliminatorie, fra mezzanotte e l'una. Evidentemente, le loro certezze non erano poi così granitiche, visto che ieri sera i quattro giovani finalisti sono stati incredibilmente collocati a metà spettacolo, intorno alle 22 e 30. L'entusiasmo e lo stupore iniziali sono stati poi mitigati dalla constatazione che, come da me già evidenziato nei giorni scorsi, ci sono stati anni in cui la categoria esordienti apriva addirittura la serata conclusiva, senza che la cosa venisse considerata sconveniente o nefasta in funzione Auditel. Il format migliore fu quello adottato da Adriano Aragozzini durante i suoi tre anni di gestione della rassegna canora (1989 - 1991), coi giovani che si esibivano alternati ai Campioni, e sarebbe bene ripristinare quella benemerita usanza, senza arrivare agli estremi in cui invece "pulcini" e veterani gareggiavano insieme, uno contro l'altro: i big forse non gradirebbero, e non do loro tutti i torti. 
VITTORIA DISCUTIBILE- Comunque, per il momento accontentiamoci: vivaio sanremese finalmente in rilievo, e finale di grana buonissima. Peccato che ad aggiudicarsi la medaglia d'oro sia stata la proposta meno convincente del lotto. "Nu juorno buono" di Rocco Hunt è un rap - hip hop molto all'acqua di rose, quasi inconsistente, costruito su di un testo retorico ed elementare: da un giovanissimo ci si aspetterebbe un modo più brillante e fresco di mettere in musica il disagio e la voglia di rinascita della martoriata "terra dei fuochi". Decisiva, com'era prevedibile, la possente spinta del televoto, che raramente, nella storia di Sanremo, ha condotto a verdetti ineccepibili (vogliamo ricordare i "trionfi" di Marco Carta e Alessandro Casillo?); a spianare ulteriormente la strada ad Hunt, una giuria di qualità (ehm) che ha avuto la pensata di piazzare Zibba al terzo posto. 
ZIBBA NON VALORIZZATO - Zibba, lo ribadiamo, è uno con un curriculum da big, ha fatto dischi e tiene concerti, e ha uno spessore artistico da fare invidia a diversi colleghi affermati: la sua cadenzata "Senza di te", raffinata nell'arrangiamento e ricca di vivide e commoventi immagini poetiche, è un gioiellino. Anche The Niro è un artista già noto, la sensazione è che sul palco dell'Ariston non abbia reso al massimo (meglio la seconda esibizione della prima, comunque), con quel falsetto faticoso e sofferto, ma "1969" è un pop assolutamente contemporaneo, l'avventura della conquista della Luna (con tutte le sue implicazioni umane, sociali e storiche)  raccontata per flash e pensieri brevi e ficcanti, senza fronzoli. Bravo anche Diodato, che invece è stato sempre impeccabile nell'interpretazione di "Babilonia", altro esempio di musica al passo coi tempi ed estremamente orecchiabile. 
SERATA RELAX - La quarta serata, finale giovani a parte, era quella dedicata al... relax dei big in concorso: penso infatti che esibirsi nella personale rielaborazione di grandi evergreen, con in più il sostegno di colleghi artisti, sia per i cantanti uno dei passaggi più gratificanti, emozionanti e al contempo distensivi della loro professione, perché possono dare libero sfogo alla loro "voglia di palco" senza assili e pressioni. La serata dei duetti, introdotta da Paolo Bonolis e Gianmarco Mazzi nel 2005 e da allora sempre presente a Sanremo, sia pur declinata in versioni differenti nelle varie edizioni, è più che altro, sia detto senza offesa, un riempitivo, quasi inevitabile quando si devono studiare sistemi per rendere interessanti ben cinque giorni di show di una kermesse che, parere mio, acquisirebbe maggior slancio se venisse snellita e portata a quattro serate. 
COVER NON BANALI - Comunque, nel corso del tempo questo "gala d'intermezzo" della gara canora ha spesso riservato autentiche perle, fra tanti duetti superflui. Il pregio della serata di ieri è stato quello di offrire un repertorio non banale e più coraggioso. Perché si sa come vanno queste cose sulle reti generaliste: quando si parla di cover, ci si butta a pesce sul sicuro, sullo stra-suonato e stra-sentito. E invece, piuttosto che proporci, per Ivano Fossati, Paolo Conte e Giorgio Gaber, "La mia banda suona il rock", "Vieni via con me" e "Porta romana", in scaletta c'erano "La costruzione di un amore", "Boogie" e "Non arrossire", pezzi famosi ma non ultrapopolari come i primi citati. 
Meritati applausi ha conquistato l'ensemble Sinigallia - Marina Rei - Paola Turci - Laura Arzilli con "Ho visto anche degli zingari felici" di Claudio Lolli, mentre di grandissima suggestione è stata la versione di "Cara" di Lucio Dalla offerta da Ron, che l'ha declinata in chiave minimalista ed intimista. Fedele all'originale, ma molto vigorosa, "Diavolo in me" coverizzata da Francesco Sarcina, con l'ininfluente apporto da Riccardo Scamarcio, mentre è risultato incerto il sostegno vocale di Violante Placido ai  Perturbazione per "La donna cannone". 

                                        Zibba: meritava la vittoria più di Rocco Hunt

LA STRAORDINARIETA' DI "VOLARE" - Ha stupito la fortissima emozione di Alessandro Haber, che pure sa cantare e tenere il palco (al punto che, in passato, più di una volta si era proposto per partecipare in gara al Festival): nell'esecuzione di "Il mare d'inverno" con Giusy Ferreri è andato spesso fuori tempo, costringendo l'orchestra ad affannose rincorse. Ottima interpretazione di Arisa in "Cuccuruccucu" di Battiato, col valido apporto dei danesi Who made who, soliti virtuosismi vocali ma sostanziale rispetto dell'originale per Antonella Ruggiero, alle prese con "Una miniera" dei New Trolls assieme ai DiGi Ensemble Berlin e la loro novità dei tablet usati come strumenti musicali. Renga e Kekko dei Modà hanno gigioneggiato troppo nell'interpretazione di "Un giorno credi" di Edoardo Bennato, Noemi non mi è parsa impeccabile nel gestire la comunque complessa "La costruzione di un amore" di Fossati, mentre l'ennesima versione di "Nel blu dipinto di blu", offerta questa volta da Gualazzi e Bloody beetroots (con Tommy Lee), ha dato comunque una veste sonora intrigante, ammantata di jazz, al classicissimo di Modugno, dimostrando, casomai ve ne fosse bisogno, che la straordinarietà di "Volare" risiede anche nel fatto di poter essere adattata, riletta e modellata secondo le più svariate sonorità e i generi musicali più disparati, ma riesce ugualmente a mantenere intatta la propria brillantezza. 
PAOLI E POI IL VUOTO - Dopo Renzo Arbore, un'altra performance di altissimo spessore da parte di Gino Paoli, che con l'accompagnamento di Danilo Rea ha offerto alla platea un delicato e personale ricordo di tre amici ed esponenti di spicco della scuola cantautoriale genovese del tempo che fu, ossia De Andrè, Tenco e Umberto Bindi. Momento di spettacolo vero, mentre la stessa cosa non si può dire dei siparietti delle altre guest stars della serata: di un Paolo Nutini che poteva tranquillamente risparmiarci la sua brutta rilettura di "Caruso" di Dalla (se devi cantare in italiano, almeno studiati le parole della canzone, il succo è questo); di un Silvan che è stato anche divertente, ma la prestidigitazione a Sanremo non si vedeva dal 1981, con il carneade Dany Adam's, e sinceramente in tutto questo tempo nessuno ne aveva avvertito l'insopprimibile bisogno; di Luca Zingaretti e di Enrico Brignano, passati essenzialmente a promuovere i loro prossimi prodotti televisivi (gli spot negli intervalli del Festival non bastavano?) aggiungendo al tutto due brevi e dimenticabili performance, la lettura di un articolo di Peppino Impastato (che meritava ben altro trattamento e ben altro pathos) e un rapido e poco sentito omaggio ad Aldo Fabrizi. 
LA FINALISSIMA E IL CASO SINIGALLIA - Due parole sulla gara di stasera: come scritto ieri, sarà corsa a cinque fra Renga, Arisa, Rubino, Gualazzi e Perturbazione, con scarse possibilità di inserimento di altri cantanti. Visto però che l'ex Timoria gode di un buon seguito presso il pubblico dei televotanti, e visto anche il modus operandi adottato per i giovani dalla giuria di qualità (ripetiamo: Zibba al terzo posto su quattro finalisti), difficile che a "Vivendo adesso" possa sfuggire la vittoria. E la cosa, lo dico sinceramente, non mi dispiacerebbe. 
Del caso Riccardo Sinigallia ho scritto ampiamente ieri, credo fotografando in maniera abbastanza azzeccata l'aspetto giuridico della questione, pur da quasi ignorante in materia di diritto: grave leggerezza la sua, grande dignità nel rinunciare al ricorso (ieri sera sul palco mi ha fatto tenerezza, sembrava avere, come si dice dalle mie parti, "il cuoricino piccolo piccolo", ma si rilassi: le cose gravi della vita sono altre), e alla fine non gli andrà poi malissimo: il suo pregevole brano, "Prima di andare via", non avrebbe potuto risalire più di tanto la china vista la posizione nella classifica provvisoria, e stasera avrà comunque la possibilità di passare in Eurovisione fuori concorso, come accadde a Bobby Solo con "Una lacrima sul viso" nel 1964 (ma per altri motivi): sarà una bella vetrina promozionale. Della necessità di rivedere la "legge" dell'obbligatorietà dell'inedito si parlerà nei prossimi mesi, ma io rimango sulle mie posizioni: senza canzoni nuove, Sanremo perde il 60 - 70 per cento delle proprie potenzialità, del proprio appeal. E' un punto del regolamento che si può mitigare e rendere più elastico, ma sopprimerlo no, proprio no. E ora, buona finale a tutti. 

venerdì 21 febbraio 2014

SANREMO 2014: IL CASO SINIGALLIA, I MEANDRI DEL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL E LA REGOLA FERREA DELL'INEDITO


A Sanremo, dunque, è esploso il caso Riccardo Sinigallia. Il cantautore romano, musicmaker di valore e, per anni, elemento cardine del progetto Tiromancino, rischia la squalifica dal Festival: il brano con cui è rimasto in gara, "Prima di andare via", è stato eseguito in pubblico nel giugno dell'anno scorso, nel corso di una rassegna musicale in quel di Cremona. Non uso il condizionale perché la cosa è certa, documentata da una ripresa video presente sul sito del quotidiano "La provincia di Cremona", prima misteriosamente sparita e poi rimessa online, stamane, nel giro di poche ore. L'organizzazione di Sanremo numero 64 si riunisce in questi momenti per decidere la sorte dell'artista, e, da quel che si è percepito dalle dichiarazioni rilasciate durante l'odierna conferenza stampa, il direttore di Rai Uno Giancarlo Leone e gli altri membri dello staff non hanno per nulla preso alla leggera la questione, anzi... 
COSA DICE IL REGOLAMENTO - Precisazione personale: la mia speranza è che Sinigallia rimanga in concorso, perché la sua, l'ho scritto nel post di stamattina, è una delle canzoni a maggior tasso qualitativo di questa edizione della kermesse, anche se ritenevo ancor più valida "Una rigenerazione", esclusa invece al televoto nel ballottaggio di mercoledì; lo spero nonostante l'evidenza, perché credo che, così come è concepito, il regolamento sanremese conceda qualche margine di manovra e di "mano morbida" agli organizzatori. Vediamolo, il regolamento, che sulla fattispecie in analisi recita, testualmente, quanto segue:  "L’eventuale mancanza del requisito di canzone nuova potrà essere rilevata, oltre che dall’Organizzazione in qualsiasi momento, su denuncia degli Artisti e/o Case/Etichette discografiche in competizione. La denuncia, da formularsi a pena di inammissibilità in forma scritta, dovrà pervenire all’Organizzazione non oltre la ventiquattresima ora successiva all’esecuzione della prima prova ufficiale resa dal relativo Artista e realmente effettuata a Sanremo". Per quanto mi riguarda, ma sono tutt'altro che un esperto di diritto, la situazione non è chiarissima. Le previste 24 ore dalla prima prova ufficiale a Sanremo sono abbondantemente passate e nessuno ha sporto denuncia, però, se tutto si esaurisse su questo punto, il busillis sarebbe già stato liquidato nel corso della conferenza stampa di oggi, quando è stato sollevato il caso, il che non è invece avvenuto. 
CAVILLOSITA' - La questione è in realtà assai più complicata: il riferimento alla facoltà di denuncia potrebbe infatti riguardare soltanto "gli artisti e/o case/etichette discografiche in competizione", mentre nelle righe precedenti è scritto che la mancanza del requisito dell'inedito può essere rilevata "dall'Organizzazione in qualsiasi momento", quindi anche oggi, a prescindere dal suddetto termine delle 24 ore. L'amico Eddy Anselmi, autore nel 2009 del pregevole "Almanacco della canzone italiana" dedicato alla storia del Festival di Sanremo, mi fa invece notare che il principale punto chiave è rappresentato dall'uso del verbo "potrà" invece di "dovrà", a sottolineare la discrezionalità dell'Organizzazione. Di certo, si tratta di due cavilli che farebbero la gioia di tanti principi del Foro nostrani. 
I PRECEDENTI - Purtroppo il passato non aiuta a vederci chiaro. Ci sono stati tanti, tantissimi casi simili, e sono stati spesso risolti in maniera diametralmente opposta: quello con più clamore mediatico riguardò Loredana Bertè, squalificata nel 2008 per aver presentato un pezzo, "Musica e parole", addirittura pubblicato vent'anni prima da un'altra cantante, con titolo e testo diversi. In maniera opposta, ossia con notevole indulgenza, venne trattata Chiara Civello, fra i Big nel 2012: "Al posto del mondo" rimase in concorso, ma era un brano che già da tempo circolava su Internet, in quanto era stato presentato da un debuttante (Daniele Magro) alle selezioni per la sezione giovani di Sanremo 2010. Severità eccessiva, invece, per Ornella Vanoni: la melodia della sua "Bello amore", che sarebbe dovuta essere in lizza nel 1996, era già stata eseguita durante una trasmissione radiofonica Rai da un'altra, sconosciuta interprete, e Pippo Baudo la escluse dalla lista, sostituendola con "L'amore è un attimo" di Enrico Ruggeri. Caso accostabile all'affaire Sinigallia potrebbe essere considerato quello di Andrea Mingardi: "Canto per te" restò in gara a Sanremo '98 nonostante lo scoop di Striscia la notizia, che mostrò il filmato dell'esecuzione pubblica del pezzo nel corso di una serata di festa a bordo di una nave da crociera (fonte Corriere della sera)... 
INEDITO, REQUISITO FONDAMENTALE - Casi simili, spesso uguali, ed esiti diversi. Segno che il regolamento, che muta negli anni ma che mantiene nel requisito dell'inedito un suo caposaldo, non è sempre chiarissimo, e interpretabile con una certa elasticità. Si può poi discutere su quanto sia al passo coi tempi l'obbligo di presentare canzoni nuove, nell'epoca del web e delle tante piattaforme comunicative, ma la "multimedialità" c'entra poco col caso in questione e, comunque, su questo punto sono particolarmente intransigente. Uno degli elementi di maggior fascino, alla base della magia di Sanremo, risiede proprio nella possibilità di poter apprezzare in una volta sola, in un unico evento televisivo e canoro, una notevole quantità di proposte musicali nuove di zecca. L'eccezionalità del Festivalone risiede anche in questo. 
Ci sta lo strappo alla regola degli ultimi anni in favore delle Nuove proposte, i cui brani vengono messi online con qualche settimana di anticipo sullo svolgimento della kermesse: ma va bene perché i giovani hanno bisogno di maggior promozione, ancor più nell'ambito di un Festival che oggi li tratta veramente male, relegandoli, nel corso delle dirette delle serate, a orari impossibili. Ma per i big no, assolutamente: senza inediti, sanremo diventa un altro Festival, un Festivalbar o cosa simile, e invece la rassegna rivierasca ha una sua unicità che va difesa ad ogni costo. Casomai si possono fare riflessioni nel senso di dare maggiore elasticità al concetto di "inedito", ma mi pare che già il regolamento di quest'anno conceda più di un distinguo. Però un'esecuzione pubblica come quella cremonese di Sinigallia no, non va bene: e francamente mi domando cosa spinga, anno dopo anno, più di un cantante (e relativi entourage) a sfidare la sorte con queste uscite pre festivaliere: il regolamento di Sanremo, su questo punto, è noto da anni, e se non lo si conosce lo si dovrebbe studiare. Mah! 

FESTIVAL DI SANREMO 2014, LA TERZA SERATA: SORPRESA, LE CANZONI CI SONO E NON SONO NIENTE MALE...

                                         Francesco Renga è scattato subito in testa

La sapete una cosa? Non è poi malaccio, questo Sanremo numero 64. Il riferimento è alla proposta musicale offerta dalla rassegna, perché dello show si è già detto quasi tutto nei giorni scorsi. Certo, ci sono stati (e ci mancava pure) degli aggiustamenti in corsa, il ritmo si è un po' innalzato, i cantanti e la gara hanno riconquistato un minimo di centralità, che peraltro al Festival un tempo era cosa scontata, anzi doverosa. Però i limiti rimangono, e, come previsto nel post di ieri, i telespettatori fuggiti dopo la quasi insopportabile prima serata non sono tornati, e forse, forse, ricompariranno giusto in tempo per la finalissima. Un solo concetto: che un direttore artistico - presentatore voglia lasciare la propria impronta, il proprio credo artistico su Sanremo allorquando viene chiamato a gestirlo, è sacrosanto: ma lasciarvi un'impronta non vuol dire plasmarlo totalmente a propria immagine e somiglianza, fin quasi a stravolgerlo. 
SANREMO O "CHE TEMPO CHE FA"? - Questo Festival sembra una succursale in scala ridotta di "Che tempo che fa": per la scelta fin troppo elitaria e fuori contesto di certi ospiti, e per la presenza di volti già inflazionatissimi nel contenitore di Rai Tre: dopo esserci sorbiti, nel vernissage di martedì, la solita tirata retorica di Gramellini, ieri c'è stata la comparsata dell'esperto d'arte Flavio Caroli. Bravissimo, per carità, ma non è questo il punto: nel calcio si criticano, giustamente, quegli allenatori che, quando cambiano squadra, si portano costantemente dietro alcuni giocatori "fedelissimi", quasi non riuscissero a ripartire da zero senza il loro fondamentale sostegno in campo e nello spogliatoio: per questo vezzo, sono considerati trainer non completi. Ecco, Fazio si comporta alla stessa maniera, mentre un vero grande, un fuoriclasse autentico del piccolo schermo dovrebbe saper modellare l'evento Sanremo anche senza certi appigli. 
IL VERO INIZIO DEL FESTIVAL - E allora, parliamo di musica. Come detto in apertura, lo possiamo fare finalmente in maniera più dettagliata. Nel Sanremo versione Fazio - Pagani, la terza serata rappresenta il vero inizio della kermesse: le prime due, l'ho scritto più volte, non sono altro che una coda della fase di selezione delle canzoni, che viene così democraticamente affidata al pubblico del televoto: una coda superflua, perché il format dei due brani per artista non ha sfondato, non emoziona, toglie fascino alla gara, rende tutto più annacquato. Quando invece i Big possono scendere in campo tutti insieme, proponendo finalmente la sola composizione veramente in concorso, la resa spettacolare è del tutto diversa, e si riesce ad avere una panoramica più completa del livello qualitativo delle opere. 
RENGA IN POLE, MA... - Livello che, si diceva, non è affatto malvagio. Rimane inspiegabile la distribuzione dei Campioni fra le prime due sere, con le proposte più complesse (alcune delle quali, lo diciamo sottovoce, tutt'altro che eccezionali) concentrate nel gala d'apertura, e anche questo ha contribuito alla "fuga del telespettatore". Comunque: che Renga balzasse da subito in testa era prevedibile, e non solo per il curriculum e la presenza scenica: "Vivendo adesso" è un brano assolutamente in linea con gli standard  del pop più contemporaneo, ha una costruzione non banale, e la griffe di lusso di Elisa si sente tutta; se ha un limite, il pezzo, è quello di limitare un tantino la potenza vocale dell'ex Timoria, che però riesce comunque a dispiegarsi notevolmente. Siamo più o meno sui livelli di "L'essenziale", la trionfatrice dell'anno scorso (a proposito, stasera Mengoni torna per un omaggio a Sergio Endrigo), che era forse un po' più immediata. Il vincitore del 2013, tuttavia, alla lunga ebbe come unici, veri ostacoli gli Elio e le Storie tese della "Canzone mononota"; questa volta, invece, per Renga nulla è scontato: sarà almeno una lotta a cinque, con Arisa, Rubino, Gualazzi e la sorpresissima Perturbazione. 
TORMENTONI - Di Arisa si era detto: il brano "Controvento" è costruito con mestiere, senza grandi novità, senza strafare, ma è orecchiabilissimo e ha tutti gli elementi che si richiedono al classico "pezzo festivaliero". Rubino, come previsto, si candida a "scheggia impazzita" della classifica finale: la sua incalzante ed energica "Ora" ha le stimmate del tormentone, caratteristica che l'accomuna ad almeno altre tre canzoni della categoria, che come media non è male, per un Festival di Sanremo: "Pedala" di Frankie Hi-NRG, al momento relegato in coda, "Bagnati dal sole" di Noemi, stranamente penalizzata in sede di votazioni sms ma, lo ribadiamo, sicura candidata a posti di rilievo negli airplay radiofonici e nelle classifiche dei download, e "L'unica" dei Perturbazione, ficcatasi in testa fin dal primo ascolto, il che, per la musica leggera talvolta troppo complessa d'oggidì, è sicuramente un merito. La band piemontese, oltretutto, ha conquistato un quarto posto provvisorio che ha dell'incredibile, vista la relativa popolarità presso il grande pubblico: una posizione da cui sabato, col sostegno della giuria di qualità, potrebbe addirittura tentare un colpaccio in stile Avion Travel 2000 (ma con maggior merito). 

                                    Convince l'accoppiata Gualazzi - Bloody beetroots

LA NUOVA FERRERI - La giuria di qualità farà sicuramente salire anche Gualazzi e The Bloody beetroots: al secondo ascolto di "Liberi o no", si apprezza maggiormente l'insolita fusion fra il soffuso jazz di Raphael e l'elaborata discomusic del bizzarro "uomo mascherato". Nei miei voti è anche un recupero di terreno da parte di Riccardo Sinigallia, la cui "Prima di andare via" è canzone raffinata, costruita su uno splendido tappeto di chitarre, per un insieme di notevole impatto. "Nel tuo sorriso" di Sarcina è un pezzo in stile sanremese vestito con un abito moderno, mentre Giusy Ferreri riscuote discreti consensi in questa nuova veste soft melodica, per un "Ti porto a cena con me" che mi pare più convincente nella strofa che nel refrain. Coinvolgente il folk di Ron, tuttavia in certe sonorità non del tutto estraneo al suo repertorio standard, mentre le proposte di De André e, soprattutto, Antonella Ruggiero si confermano le più ostiche: la sensazione è che l'ex Matia Bazar, questa volta, in "Da lontano" stia un po' esagerando coi virtuosismi vocali, ma la sua canzone è se non altro sostenuta da un arrangiamento ricco e coinvolgente. Infine, Giuliano Palma: il pezzo della Zilli, per quanto non brilli per originalità (anzi), gli calza a pennello: nessun altro artista italiano potrebbe interpretare meglio lo stile della cantante piacentina. 
GIOVANI, BELLA GARA - Questa sera, si annuncia di gran livello la gara fra le quattro Nuove proposte superstiti: ieri The Niro, nonostante una prestazione vocale non all'altezza dei suoi mezzi, è riuscito a varcare la soglia della semifinale, e per un favorito della vigilia non è mai facile tener fede ai pronostici. La finalissima propone quasi il meglio, eccezion fatta per Filippo Graziani, vittima, l'altroieri, non tanto di una performance leggermente sottotono, quanto dell'essere stato infilato in un "girone di ferro" con gli ottimi Diodato e Zibba. Nel secondo gruppo, invece, c'era un posto già occupato da Rocco Hunt, che si prevedeva spinto in massa dai televotanti ma il cui rap ha scarsissimo spessore, in particolare per il testo banale e retorico: sul palco dell'Ariston non ci doveva nemmeno arrivare, ma tant'è. 
ARBORE COME ARMSTRONG - Riguardo al contorno, alle "sovrastrutture" della terza serata, il meglio l'ha offerto Renzo Arbore, che tuttavia ad un certo punto pareva voler replicare il Louis Armstrong dell'edizione 1968: cioè non voleva più andarsene dal palco, pronto ad imbastire una sorta di "live in Sanremo". Certo, ai tempi di Satchmo i tempi televisivi erano ancor più ristretti e rigorosi, ma anche ieri Fazio ha sudato freddo, perché l'intervento del brillantissimo showman ha causato un forte slittamento della scaletta, costringendo i presentatori a stringere oltremodo i tempi nelle fasi successive: altro difetto dei conduttori d'oggi, non avere consapevolezza dei tempi e dei ritmi di trasmissione, dilungandosi troppo prima per correre a perdifiato dopo. 
Arbore è stato comunque il più convincente degli ospiti esibitisi finora; bene la Littizzetto nel suo monologo sulla bellezza (anche se non mi ha convinto del tutto il generico riferimento finale ai cartoni animati come "cattivo esempio" per i bambini: già che se ne parla, bisognerebbe allora capire a quali cartoni ci si riferisce di preciso, perché alcuni possono essere davvero educativi, e molto). L'improvvisato flashmob (mascherato da seconda imprevista interruzione, dopo quella degli operai napoletani) del folto gruppo di Shai Fishman, che a cappella ha accennato a diversi classici della musica mondiale, è stato il momento più "frizzantino" della terza serata, mentre per Luca Parmitano vale quanto detto in apertura sullo stile "faziano" di questa edizione: intervento sentito, intenso, persino poetico, ma cosa c'entra col Festivalone? No, non è una posizione da "talebano sanremese", la mia: sono aperto, anzi apertissimo, a ogni tentativo di svecchiamento dell'evento, ma rimango del parere che la modernizzazione di Sanremo debba passare attraverso altre strade, più in linea con la mission originaria della manifestazione ligure. 

giovedì 20 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014: SECONDA SERATA IN CRESCITA, NONOSTANTE GLI ASCOLTI. RENGA E RUBINO DA PODIO

                                           Noemi: suo uno dei brani più radiofonici

E' sembrato un altro Festival di Sanremo. Non era cosa da Fazio, in effetti, il magma indefinibile, e ai limiti del sopportabile, andato in scena martedì, fra mancanza di ritmo, lungaggini inenarrabili e la gara fra cantanti messa in un cantuccio, nonché appesantita da brani difficilissimi da digerire al primo ascolto. Ieri sera altra musica, in tutti i sensi: fatte le debite proporzioni, qualcosa di maggiormente avvicinabile agli stilemi delle più brillanti edizioni anni Ottanta della rassegna. Uno spettacolo più snello e più brioso nella sua architettura generale, e canzoni che sono parse di almeno una spanna superiore, sul piano dell'immediatezza, rispetto a quelle presentate ventiquattr'ore prima. O sarà che la mancanza di elementi di tensione, e di altri estranei alla linea editoriale sanremese, hanno permesso di concentrarsi maggiormente sul fulcro della kermesse, ossia sul concorso canoro? 
AUDITEL NOTA DOLENTE - Poiché, però, gli errori si pagano, ecco piombare sul Festival, a metà mattinata, la notizia di un crollo di ascolti come da diverso tempo non si registrava (forse dal 2008, ultima stanca tappa dell'era Baudo). Sì, certo, la partita del Milan e il calo fisiologico della seconda serata, ma ridurre tutto a questi due elementi sarebbe poco onesto: la verità è che, dopo aver assistito a un vernissage fra i meno convincenti di sempre, una consistente fetta di pubblico ha abbandonato la baracca, e la si riuscirà a recuperare in toto, forse, solo per l'appuntamento conclusivo di sabato. Mi spiace, ma una prima serata di Sanremo, a parte gli imprevisti causati dagli aspiranti suicidi, non può essere considerata un "rodaggio": ogni dettaglio deve essere perfettamente a punto già dal martedì, altrimenti tutto il prosieguo dello show ne risente. Ed è un peccato, perché chi è stato assente ieri si è perso un gala di grana buona. 
LO SCANDALO GIOVANI - Il salto di qualità più evidente, si diceva, lo si è avuto grazie al sale della kermesse, ossia a cantanti e canzoni in lizza. E, si badi bene, non solo per quel che riguarda i Big: i primi quattro giovani, infatti, hanno proposto brani di gran sostanza, estremamente convincenti. Avendoli ascoltati con qualche settimana di anticipo sul sito della Rai, ne avevo già parlato in questo post gettonatissimo, ma vale la pena ribadirlo. Diodato e Zibba, qualificati secondo previsioni, hanno sicuro avvenire (anzi, il secondo ha già un notevolissimo curriculum da sfoggiare), Fillippo Graziani è stato forse penalizzato da un'orchestra che in certi momenti dell'esecuzione è parso sovrastarlo, Bianca ha sposato una linea melodica tradizionale ma ha talento e il pezzo si fa ascoltare. 
Rimane un punto dolente: tutti e quattro sono andati in scena ben oltre la mezzanotte, quasi a ridosso dell'una. Non è un Paese per giovani, l'Italia, e il Festival, invece di capovolgere l'assunto, lo segue e lo accentua, altro che rinnovamento faziano. Che non ci siano giustificazioni a questo indegno trattamento lo scrivo da anni, e anche la scusa dell'Auditel viene a cadere, dopo i risultati di oggi: voglio ricordare che, per lungo tempo, le Nuove Proposte a Sanremo hanno spesso aperto lo spettacolo, e i dati di ascolto non ne hanno quasi mai risentito, anzi. Bella trovata davvero, relegarli a notte inoltrata per dare spazio al maxi show di Baglioni, più o meno inaccettabile come l'ospitata di Ligabue (a favore del cantautore romano, come scritto nei giorni scorsi, solo un percorso artistico più lungo e onusto di gloria, ma la sostanza è la stessa, ossia: perché non in gara come gli altri?). 
IL FESTIVAL INIZIA STASERA - Per quanto riguarda i Big o Campioni, come detto, la seconda serata ha snudato un altro errore compiuto dall'organizzazione: artisti mal distribuiti, col meglio, perlomeno in fatto di "easy listening", concentrato ieri sera, al punto che, contrariamente a quanto successo per la prima tornata di concorrenti, mi è stato spesso difficile scegliere quale delle due proposte avrei voluto mandare avanti. Anche oggi ne parlerò in estrema sintesi: facendo quasi un copia e incolla di quanto scritto l'anno scorso, giova ribadire che la vera gara inizierà questa sera, quando sul palco dell'Ariston sfileranno, uno dopo l'altro (si fa per dire, fra un'ospitata, un amarcord e un astronauta...) i quattordici pezzi finalisti. Le due eliminatorie sono state solo uno stanco preliminare, che piace ai cantanti (i quali possono dare vita a una performance più sostanziosa) e al loro management (che può promuovere ben due estratti del nuovo disco), ma che cozza sonoramente contro la tradizione della manifestazione rivierasca, contro i suoi meccanismi consolidati attraverso i decenni, e rende lo spettacolo difficilmente digeribile. 

                                   Riccardo Sinigallia: si conferma musicista di vaglia

RENGA IN POLE POSITION - Comunque: l'accoppiata Francesco Renga - Elisa ha prodotto una "Vivendo adesso" che sembra avere addosso le stimmate della vincitrice, mentre "Bagnati dal sole" di Noemi, comunque destinata ad un buon piazzamento, ha tutte le carte in regola per sbancare gli airplay radiofonici e le classifiche di vendita. Giuliano Palma porta avanti "Così lontano": la canzone è griffata Nina Zilli e si sente, perché gli echi di precedenti produzioni della cantante piacentina si avvertono fin troppo. Avrei preferito la frizzante "Un bacio crudele", così come per Riccardo Sinigallia sarei stato più contento del passaggio del turno di "Una rigenerazione", dal sound insolito e avvolgente, arrangiamento da music maker di larghissime vedute, ma va detto che "Prima di andare via" rappresenta la summa della miglior produzione dei Tiromancino (di cui lui fu non a caso l'eminenza grigia, elemento fondamentale nella strutturazione dei brani), quelli a cavallo fra i due secoli. 
SORPRESA RUBINO - Di certo, Sinigallia ha portato sul palco una ventata di freschezza, come anche Renzo Rubino, per il quale alla vigilia avevo eccepito sulla qualifica di big (e, da questo punto di vista, rimango sulle medesime posizioni) ma che è giunto in concorso con due opere di ottimo livello e che con l'incalzante "Ora" si candida a possibile outsider della finalissima. Ron ha perso per strada la delicata (e più festivaliera) "Un abbraccio unico", mentre l'allegra e... campagnola "Sing in the rain" ne mette a fuoco la volontà di non fossilizzarsi in unico stile e di cercare di battere vie nuove. Infine, Francesco Sarcina, ma dire "Vibrazioni" sarebbe lo stesso: visto che la band non si è sciolta, avrebbe potuto tranquillamente andare a Sanremo coi vecchi compagni, perché lo stile è il medesimo, quel "melody rock" vagamente malinconico che, all'inizio degli anni Duemila, diede al gruppo enorme popolarità: passa "Nel tuo sorriso", dedicata al figlioletto e impreziosita dagli energici slanci vocali dell'interprete. 
RAI ONNIPRESENTE - Poco da dire sul resto dello spettacolo: la grande dignità di Franca Valeri, ben spalleggiata e omaggiata da Luciana Littizzetto (anche se sono convinto che ci sia un tempo per tutto, nella vita, ma rispetto la scelta della grande attrice di rimanere in campo fino a tarda età e nonostante i gravi acciacchi, però la resa sul palco è quella che è), un Rufus Wainwright che ha zittito l'assurda protesta dei Papaboys con una performance elegante e composta, quasi sotto traccia, e ha parlato con naturalezza (come dovrebbe esser sempre in un Paese moderno e civile, quale peraltro non è l'Italia) del suo esser gay, e poi l'amarcord, dalle Kessler al Santamaria in formato maestro Manzi: la Rai celebra il suo passato e tenta di lanciare il suo futuro (la fiction dedicata all'insegnante di "Non è mai troppo tardi"). Per il passato, continuo a pensare fosse meglio allestire un palinsesto ad hoc fuori dall'evento Sanremo (i 60 anni di tv, un compleanno quasi dimenticato, incredibile), per il futuro dovrebbero bastare i martellanti spot pubblicitari, mentre l'Ariston dovrebbe servire ad altro, ossia servire la musica italiana, e l'ente televisivo di Stato, pur essendo il "patron" della kermesse, dovrebbe evitare di cannibalizzarla in tal guisa. Ma questo è un discorso vecchio... 

mercoledì 19 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014, LA PRIMA SERATA: SHOW POCO "CONTEMPORANEO" E PER NULLA "LEGGERO"

                                Una Giusy Ferreri più soft e melodica a Sanremo 2014

Deve esserci un malefico diavoletto ben nascosto sotto il teatro Ariston. Un diavoletto che, ogniqualvolta il Festival di Sanremo sembra definitivamente avviato sulla strada della "contemporaneizzazione", si mette di traverso e arresta il processo. Sì perché, nell'architettura della prima serata di ieri, di contemporaneo s'è visto veramente poco (il riferimento è allo show televisivo, delle canzoni parleremo poi). Sono anzi ricomparsi alcuni tratti distintivi dei più stanchi festival baudiani, elementi che credevamo archiviati per sempre: ritmi blandi e i poveri cantanti in gara quasi dispersi e sommersi in un mare di ospitate e interruzioni pubblicitarie, con l'ultima concorrente, Giusy Ferreri, costretta a esibirsi dopo la mezzanotte. E dal passato dei Sanremi made in Baudo è emersa anche la protesta clamorosa degli aspiranti suicidi: nel 1995 fu tal Pino Pagano, "salvato" da un Superpippo in stato di grazia, poche ore fa due operai napoletani. Non mi permetto di giudicare il gesto di questi signori, e la loro lettera, letta da Fabio Fazio, pareva autentica e sincera: ma trovo che ci siano altre sedi e altri modi per manifestare il proprio disagio, e certe piazzate non giovano assolutamente (anzi...) alla causa di questi sventurati, dopodiché ci sarebbe da discutere sul funzionamento dei dispositivi di sicurezza attorno alla manifestazione, ma andremmo troppo lontano... 
BRAVA LUCIANINA - Il fuori programma (ci si aspettava Beppe Grillo, e invece...) ha "regalato" alla rassegna canora la partenza più raggelante di tutta la sua storia, e ha chiaramente condizionato almeno la prima parte dello spettacolo, gravata da un palpabile senso di imbarazzo. Più di Fazio, Luciana Littizzetto è riuscita a smuovere il clima fiacco con una prestazione tutto sommato brillante, ma, al tirar delle somme, il risultato del vernissage non è stato esaltante. Peccato, perché in fondo gli elementi per costruire una serata di grana buona c'erano tutti: l'ottimo e disponibile Yusuf Cat Stevens meritava una collocazione oraria più consona, l'esibizione della Carrà è stata impreziosita da una Lucianina clone perfetto della Raffa nazionale, la cui presenza si sarebbe peraltro dovuta limitare alla celebrazione di una storica icona dei sessant'anni Rai, mentre la promozione di una canzone nuova, non mi stancherò mai di ripeterlo, dovrebbe essere vietata agli artisti italiani, è un "figli e figliastri" inaccettabile. Lungo e indigeribile il siparietto con Laetitia Casta, mentre Ligabue, alle prese con "Creuza de ma'", va perlomeno elogiato per essersi messo alla prova col dialetto genovese, che è uno dei più complessi in assoluto. 
QUALE LEGGEREZZA? - Parola d'ordine leggerezza, avevano detto e ridetto alla vigilia, ma sinceramente non ne ho vista nemmeno l'ombra. Dalla partenza di Fazio dedicata al treno deragliato sulla Genova - Ventimiglia, un monologo interrotto dalla protesta degli operai e mai più ripreso, ai timori per Grillo (che ha solo improvvisato un comizio fuori dall'Ariston, e a chi si scandalizza ricordo che in passato è accaduto di peggio: un dibattito politico durante la serata finale di Sanremo 2010 con Bersani e Scajola, moderato da Maurizio Costanzo: orrore all'ennesima potenza), dall'appello della Carrà per i  marò trattenuti in India (triste che una gara canora debba dare una mano a una diplomazia italiana ed europea mostratasi straordinariamente debole) all'ennesima pillola di retorica regalataci da Massimo Gramellini (ma averlo tutte le settimane a "Che tempo che fa" non è già più che sufficiente?). E' vero che Sanremo deve svecchiarsi e adeguarsi ai tempi, ma, lo ripeto, la contemporaneità di uno spettacolo musicale è un'altra cosa e, pur con tutti i suoi difetti, l'aveva raggiunta Gianmarco Mazzi nel suo quadriennio di direzione artistica. 
SORPRESA FERRERI - Le canzoni, adesso. Mi astengo da qualsiasi pagella ai brani, sia perché il vero Festival inizierà giovedì, quando i big scenderanno in campo presentando solo le loro canzoni finaliste, sia perché tutti i pezzi, quest'anno più che in passato, hanno assoluta necessità di più ascolti prima di poter essere valutati. Non so se questo sia lo scotto da pagare alla "contemporaneità", personalmente continuo ad avere grande nostalgia di certe canzoni che ti si infilavano subito nel cervello e nel cuore, però, in tutta onestà, avendo già vissuto "in diretta" un  numero cospicuo di Festival, debbo dire che anche in passato ho assistito al primo passaggio televisivo di brani che poi ho adorato e che sono diventati evergreen, ma che sul momento non mi avevano trasmesso alcunché. Quindi, pazienza e aspettiamo. Lascia intuire sviluppi promettenti la svolta verso il melodico tradizionale di Giusy Ferreri, che con "Ti porto a cena con me" tenta forse di ripercorrere le recenti orme di Arisa; la quale Arisa non ha brillato per originalità ma ha mostrato parecchio mestiere con una "Controvento" che pare costruita piuttosto furbescamente: e comunque non mi stancherò mai di sottolineare la straordinarietà della sua voce, una voce limpida e cristallina, che non tradisce mai alcuna incrinatura e però è ben lungi dal risultare fredda e priva di emozioni. 
PERTURBAZIONE ORECCHIABILI - Intriga l'incalzante rap "Pedala" di Frankie Hi-NRG, di gran classe ma estrema complessità le due proposte della Ruggiero, ispiratissimo in entrambi i pezzi un Cristiano De Andrè intenso anche nelle sue imperfezioni di esecuzione: concordo con lui, sarebbe stato bello portare avanti "Invisibili", uno dei brani più autobiografici della storia del Festival. La performance migliore è stata senz'altro quella di Raphael Gualazzi: blues - jazz d'atmosfera e di spessore finissimo, come raramente si ha modo di sentire in Italia, quello di "Tanto ci sei", mentre la presenza di The Bloody Beetroots si è avvertita maggiormente nella vincente "Liberi o no", in una insolita commistione di generi però, alla fine, non così spiazzante come si pensava alla vigilia. La canzone di maggior impatto è stata sicuramente, a sorpresa, "L'unica" dei Perturbazione, la sola proposta autenticamente immediata della prima serata, fortunatamente salvata a beneficio di una "L'Italia vista da un bar" il cui testo sembra una summa di alcune opere di Cutugno e di Reitano, cioè non proprio ciò che ci si aspetterebbe da una band indie. 

martedì 18 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014: AL VIA CON UN FAZIO PIU' "BAUDIANO" CHE MAI. POKER DI FAVORITISSIMI

                             Fabio Fazio e Luciana Littizzetto al Festival dello scorso anno

"L'ultimo valzer" era il titolo di una trasmissione Rai di fine Novecento, ormai dimenticata dai più. Fu l'unico autentico flop, in termini di audience, della dorata (in tutti i sensi) parabola televisiva di Fabio Fazio. "L'ultimo valzer sanremese" sarà invece quello che, verosimilmente, l'anchorman ligure inizierà a ballare questa sera. Del tutto improbabile, infatti, una sua quinta firma sul Festival fra dodici mesi. A Sanremo 2014, Fazio arriva da colosso assoluto, totem intoccabile dell'ente televisivo di Stato. Consensi di pubblico e di critica, stima pressoché unanime nell'ambiente lo hanno messo in una botte di ferro impermeabile alle critiche, che pure nell'ultimo autunno - inverno non sono mancate al suo indirizzo, e non senza ragioni: hanno fatto discutere alcune interviste decisamente infelici a "Che tempo che fa", da Maradona con gesto dell'ombrello incorporato a Enrico Letta non adeguatamente sollecitato su alcuni argomenti spinosi, fino alla coppia di telecronisti Caressa - Bergomi, fiori all'occhiello di Sky, invitati proprio nell'anno in cui, per la terza volta consecutiva, l'emittente satellitare a pagamento trasmetterà interamente i Mondiali di calcio, di cui invece la Rai proporrà solo una manciata di partite... Tutto questo, sorvolando sugli attacchi di Brunetta e sull'accusa, poi rientrata, di aver violato la par condicio nella scelta degli ospiti della trasmissione. 
FAZIO NOVELLO PIPPO... - Fazio ha fatto spallucce, ha abbozzato ed è andato avanti. Novello Pippo Baudo, meno irruente e ruspante ma ugualmente determinato in sede di scelte artistiche, si è nuovamente preso il Festivalone e lo ha plasmato a sua immagine e somiglianza: la differenza, rispetto a Superpippo, è che il suo format sanremese... piace alla gente che piace. E' lo stesso format dell'anno passato, con poche variazioni, sempre su una linea editoriale "ricercata" ma, forse, con una maggiore concessione al glamour, alla leggerezza. "Leggerezza" e "contemporaneità" sono, del resto, le parole d'ordine che Fabio e Mauro Pagani hanno adottato per questa edizione numero 64 della kermesse canora (assieme a "bellezza", che in tempi di trionfi servilliani va tanto di moda): in realtà dovrebbero essere sempre le parole d'ordine del Festival, e fa specie notare che invece le si debba sottolineare con tanta forza e che vengano addirittura presentate come novità clamorose. 
UN PO' PIU' DI GLAMOUR - Leggerezza e glamour, si diceva, ma senza esagerare. Però è un fatto che sia il cast dei Big in gara, sia quello degli ospiti sembrino avere un'impronta un po' più pop rispetto a dodici mesi fa: ci sono cantanti di vasta notorietà, da classifica, "commerciali" nel senso più positivo del termine (ossia venditori di dischi, il che al giorno d'oggi è quasi impresa eroica), cantanti dell'ultima o penultima leva e quindi all'apice della carriera: sono Francesco Renga, Noemi, Gualazzi (nell'insolita accoppiata con Bloody Bethroots) e Arisa, che designo fin da ora come i miei quattro superfavoriti per il trionfo di sabato; Arisa, fra l'altro, aprirà il Festival com'era capitato, nel 2013, ad un altro favorito della vigilia, quel Mengoni che poi giunse primo al traguardo e, con la bellissima "L'essenziale", spiccò un volo autenticamente "europeo"... La schiera "nazionalpopolare" è completata da Giusy Ferreri e Francesco Sarcina, entrambi in cerca di un rilancio dopo anni di oblio. 
Ci sono Ron, De Andrè junior e Antonella Ruggiero, veterani non inflazionatissimi come potevano essere gli Al Bano e le Patty Pravo, fin troppo presenti fino a pochi anni fa. Il taglio alto, sofisticato e alternativo della gara è garantito dalla presenza di musicisti raffinati come Giuliano Palma e Riccardo Sinigallia, dall'originale cantautore Renzo Rubino, dal veterano rap Frankie Hi-NRG e dai Perturbazione, direttamente dalla galassia indie. Il tutto, mentre fra le vedettes fuori concorso sfileranno stranieri non certo gettonatissimi come Stromae e Rufus Wainwright, ma anche volti amatissimi del nostro piccolo schermo, da Renzo Arbore a Raffaella Carrà, per cercare di celebrare i 60 anni di tv più degnamente di quanto non sia stato fatto finora sulle grandi reti generaliste (un paio di puntate di Porta a porta, capirai...).

                                        Arisa: sarà lei, stasera, a dare inizio alla gara

CROZZA E LIGABUE, DUE FORZATURE - Talmente sicuro di sé, Fazio, in questa sua quarta avventura sanremese, da arrivare anche a forzare un po' troppo la mano, in alcune scelte artistiche. E' il caso,  in primis, di Maurizio Crozza, che sarà una delle attrazioni della finalissima di sabato e che torna "sul luogo del delitto", sul palco ove un anno fa era stato fatto oggetto di una contestazione strumentale e minoritaria fin che si vuole, ma pur sempre spiacevole e clamorosa. Un rischio colossale riproporlo in tempi in cui l'atmosfera politica nel Paese si è ulteriormente avvelenata. Allo stesso modo, decisamente inopportuna è parsa la mossa Ligabue: ossia un divo del rock italiano, più che mai sulla cresta della onda, invitato a far bella mostra di sé fuori gara, nella stessa sera in cui i suoi colleghi, big validissimi anche se meno referenziati, si contenderanno la vittoria finale (ma ci sarà anche stasera, bruciando quindi l'effetto "evento eccezionale" che avrebbe dato maggior fascino al gala di sabato): la questione è già stata analizzata nel dettaglio in questo mio post dei giorni scorsi, inutile tornarci sopra, se non, appunto, per sottolineare come questo e altri tasselli del Sanremo numero 64 testimonino, se non altro, di una guida artistica forte e decisa a lasciare un segno.  
I PIU' E I MENO DEL "FAZIOSANREMO" - "Penso che sarebbe bene continuare sulla scelta musicale di questi ultimi due anni, avere il coraggio di farlo", ha dichiarato in effetti il conduttore di "Che tempo che fa" al Radiocorriere TV, messaggio consegnato al suo ancora ignoto successore (Bonolis? Carlo Conti? Avremo tempo di parlarne...). Segno che Fazio sa di aver attuato l'anno scorso un certo stravolgimento della liturgia festivaliera, anche se, non mi stancherò mai di ripeterlo, la vera svolta, il vero svecchiamento del carrozzone è stato avviato e portato avanti con decisione da Gianmarco Mazzi nel quadriennio 2009 - 2012: senza quella rivoluzione, Fabio e Pagani avrebbero trovato molte più difficoltà a incidere ulteriormente sul tessuto della rassegna rivierasca. Che "indietro non si torni", come spesso si dice davanti a questi cambiamenti, è tutto da vedere: quante volte lo si è affermato in seguito a un Sanremo "nuovo", salvo poi assistere a puntuali restaurazioni? Però qualcosa di questo biennio dovrà restare: al di là della più coraggiosa selezione di canzoni e cantanti, della filosofia "faziana" mi piace proprio il concetto di leggerezza, che deve significare anche, per i cantanti in lizza, vivere la gara con minore tensione e ansia: il che, però, dovrebbe facilitare l'approdo all'Ariston come concorrenti dei mostri sacri della canzone nostrana, solo che se poi si concede loro di venire come superospiti... 
WEB E GRILLO - Di positivo c'è anche un'attenzione finalmente autentica al mondo web, dal quale Sanremo e la musica non potranno più prescindere: i brani degli esordienti on line da settimane, e il ritorno del Dopofestival in versione 2.0, ossia con diretta solo sul sito Rai. Dovrà cambiare, invece, il trattamento riservato ai giovani: interrogato in proposito ieri in conferenza stampa, Fazio ha confermato che anche quest'anno le Nuove proposte avranno una collocazione oraria non certo privilegiata, senza fornire in proposito spiegazioni veramente convincenti. Però almeno torneranno sabato, quando la loro gara si sarà già conclusa, per riproporre un frammento delle loro canzoni.
Questo è quanto, per il momento. Tuffiamoci dunque in questa grande festa musicalpopolare, molto più di una sagra kitsch, come in molti stizzosamente la dipingono: in realtà, un appuntamento oggi più che mai fondamentale per dare ossigeno all'asfittico panorama discografico nostrano. E che.... Beppe Grillo ce la mandi buona: non è certo questa la sede per entrare nel merito delle sue istanze, ma abbia rispetto per una kermesse che ha fatto la sua fortuna di comico, dandogli una popolarità che, senza di essa, forse non avrebbe mai raggiunto. La politica dovrebbe rimanere fuori dall'Ariston. Buon Sanremo a tutti!

domenica 16 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO - I GRANDI ESCLUSI, VOLUME TERZO


Apriamo l'intensa settimana sanremese con il terzo capitolo di una serie di post che, nei due anni precedenti, ha convogliato qui sul blog una notevole schiera di curiosi. Tornano, dunque, "i grandi esclusi", i cantanti che sono stati "vittime" delle varie commissioni di selezione e direzioni artistiche della kermesse rivierasca, vedendosi negare il pass per presentare le loro opere sul più prestigioso palcoscenico della canzone nostrana. Qui i due precedenti "volumi": 2012 e 2013. Questa volta ci concentreremo sui tempi più recenti, partendo dagli anni Ottanta e dedicando particolare attenzione ad alcune bocciature clamorose dell'ultimo decennio. 
Iniziamo col 1983, dunque. Fra i tanti in corsa per l'Ariston (ben 135 artisti, secondo le cronache) c'è Anna Rusticano. Nome che oggi, probabilmente, dirà poco o nulla ai più, ma che ai tempi, pur non essendo una vedette di prima grandezza, godeva di discreta popolarità. "Tutto è musica" e "Sto con te" i singoli che l'avevano fatta conoscere al grande pubblico. Tenta la strada del Festival con "Strano", ma il patron Gianni Ravera e il suo staff la pensano diversamente. Il brano, orecchiabilissimo come, del resto, gran parte della produzione di musica leggera del periodo, non brilla in realtà per originalità: un melodico moderno e ritmato  che ricorda un po' lo stile della Loretta Goggi allora protagonista del mercato discografico. 



Nel 1985, una volta completata la scelta dei 22 big in concorso, vengono rese note anche le quattro canzoni di "riserva": fra queste, quella "Spaccami il cuore" di Mia Martini, di cui si è parlato l'anno scorso, e anche la sofisticata "E' già domani" di un Sergio Caputo che, dopo gli exploit degli anni precedenti con "Sabato italiano" e "Italiani mambo", sembra maturo per la grande ribalta rivierasca, e invece deve attendere ancora un paio di anni per entrare in gara: nell'87 farà discutere con "Il Garibaldi innamorato". 



1987: cinque anni dopo il trionfo di "Storie di tutti i giorni" e a due di distanza dalla parziale delusione di "Sulla buona strada" (pezzo di grana buona ma che non incontrò grossi consensi sul mercato discografico), Riccardo Fogli tenta di rientrare nelle grazie del pubblico con "Che notte è", che va a un passo dall'ammissione ma rimane fuori all'ultimo tuffo. Un'opera che si può definire "di passaggio", stilisticamente parlando, già vicina alle sonorità che decretarono la seconda giovinezza di Fogli a partire dal buon esito del Sanremo targa 1989, sonorità più soft rispetto a quelle del boom dei primi anni Ottanta; e c'è anche qualcosa degli esordi, pensiamo a "Mondo". Canzone gradevole, tutto sommato, anche se Fogli ha cantato di meglio, almeno sul piano dell'impatto immediato dei brani. 



Nel 1993 l'organizzazione del Festival (già in carico alla Rai, che tuttavia si avvale, nelle vesti di produttori esecutivi, della collaborazione di manager esterni quali Adriano Aragozzini, Carlo Bixio e Marco Ravera) diffonde nel mese di gennaio una lista di 36 big (allora si chiamavano "campioni") fra i quali vengono poi scelti i 24 da far sfilare all'Ariston. In molti storcono la bocca: con quell'iniziativa, affermano, vengono esposti al "pubblico ludibrio" i cantanti che nei giorni successivi saranno poi esclusi in extremis. Baudo, quell'anno conduttore della kermesse, pone in parte rimedio riservando ad alcuni degli eliminati un passaggio televisivo nella sua trasmissione "Partita doppia": fra questi anche Al Bano e Romina Power, la cui "Il mondo degli angeli", per la verità, non è riuscita a entrare nemmeno nel suddetto maxi listone dei 36.



Facciamo un bel salto e arriviamo nel secolo in corso. Il 2004 è un anno difficilissimo per il Festival: il boicottaggio delle major discografiche crea non pochi problemi al direttore artistico Tony Renis nell'allestimento del cast, e tuttavia le proposte di partecipazione arrivano numerose, anche da parte di artisti di notevole popolarità, scongiurando il pericolo di un secondo "Sanremo degli sconosciuti", dopo quello del 1975. Ci sono, dunque, molte bocciature illustri, fra le quali quella dei Jalisse, del cui contrastato rapporto con la rassegna ligure abbiamo già parlato in questo post. La canzone non ammessa è "6 desiderio". 



Grandi polemiche, nel 2006, attorno all'esclusione di Annalisa Minetti. Si vocifera, addirittura, che Giorgio Panariello, quell'anno direttore artistico e deus ex machina del Festival, si sia detto contrario alla partecipazione della vincitrice di Sanremo 1998 per via del suo handicap. L'attore toscano smentisce sdegnato e, in effetti, pare difficile che possa essersi espresso in tali termini. Più probabile pensare  a un giudizio meramente "tecnico" sulla qualità della proposta presentata: "Stelle sulla terra" è un pezzo dignitoso, ma senza guizzi particolari, che non aggiunge nulla di significativo al percorso artistico della bella cantante. 



2008, ultima volta di Pippo Baudo alla guida del carrozzone festivaliero. C'è la coda per entrare fra i big, e di conseguenza i delusi, a selezioni concluse, sono in quantità industriale. Fra questi, la coppia Povia - Francesco Baccini, il primo reduce dal contestato successo di due anni prima con "Vorrei avere il becco", il secondo mai troppo fortunato nel suo rapporto con Sanremo: prima la sigla di chiusura dell'edizione 1988, firmata non con il suo nome ma come "Espressione musica" e in onda a orari da vampiri, poi tante delusioni e un'unica partecipazione con un brano decisamente dimenticabile, "Senzatù". Ci provano in coppia con "Uniti", gli va male e reagiscono organizzando, sempre a Sanremo, l'Indipendent music day, un'iniziativa "a sostegno della musica indipendente italiana contro lo strapotere delle major". 



Nello stesso anno va registrato, purtroppo, l'ultimo tentativo di partecipazione di Valentina Giovagnini, prima della tragica scomparsa in un incidente stradale all'inizio dell'anno successivo. Valentina era stata la rivelazione dell'edizione 2002, "Il passo silenzioso della neve", brano contemporaneo e lontano dalla tradizione sanremese, di spessore internazionale, avrebbe meritato il trionfo, sfumato sul filo di lana a favore di Anna Tatangelo. Nonostante la critica ne abbia riconosciuto fin dall'inizio il valore, da quel momento le porte della kermesse, e più in generale del successo, per lei si sono chiuse inspiegabilmente. Questa delicata ed eterea "Sonnambula" ne rappresenta il canto del cigno artistico: che il suo talento rimanga eterno rimorso e rimpianto per chi non l'ha capito e non è stato in grado di valorizzarlo. 



Saltiamo fino al 2010: fra le proposte giunte al direttore artistico Gianmarco Mazzi una coppia insolita: l'attrice Asia Argento e Roberto Kunstler, cantautore che aveva esordito a Sanremo 1985 e poi era tornato dietro le quinte, facendosi apprezzare soprattutto come autore per Sergio Cammariere. Il brano è "Mentre": il pezzo non viene accettato perché, secondo quanto scrive TV Sorrisi e canzoni, Kunstler sarebbe stato considerato artista di notorietà non sufficiente per figurare fra i big.  



Nello stesso anno, grandissima delusione per i Modà, la cui prima fase artistica non è stata tutta rose e fiori: prima la partecipazione incolore a Sanremo 2005, poi tanto sudore e una lenta risalita fino, appunto, al 2010. "Sono già solo" non entra fra le prescelte per il Festival, ed è un autogol, perché sarà uno dei successi dell'estate e segnerà l'esplosione definitiva della band. Kekko Silvestre e i compagni non si danno pace: noi fuori, dicono ai giornali, e in gara Emanuele Filiberto. Come dar loro torto? 



giovedì 13 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014: LIGABUE ALL'ARISTON E L'ANOMALIA DEI SUPEROSPITI ITALIANI


"Superospiti: brutta categoria". Così scriveva Dario Salvatori in un suo libro dedicato alla storia del Festival di Sanremo, uscito in occasione del cinquantenario della rassegna, nel 2000. Il riferimento del popolare giornalista era a uno dei capisaldi del Festivalone, ossia la presenza di ospiti cantanti fuori concorso, in particolare quelli italiani. La sua secca affermazione mi è tornata in mente oggi, dopo aver appreso dell'ultimo "colpaccio" della direzione artistica di Sanremo 2014: Luciano Ligabue per la prima volta sul palco dell'Ariston. Il rocker emiliano sarà la vedette della serata finale, quella in cui i quattordici big in gara si sfideranno per contendersi la vittoria: loro in competizione, l'illustre collega a far passerella. 
I PRECEDENTI - Ecco, scusatemi, ma io non ci sto. Speravo che la parentesi dei superospiti italiani si fosse chiusa con l'ultima gestione Baudo, uno che fra l'altro, fino a pochi anni prima, si era sempre detto totalmente contrario alla presenza di artisti tricolori non in gara, e il suo modus operandi era sempre stato in linea con quella dichiarazione di intenti, fino appunto alla sua terza e ultima direzione artistica, nel biennio 2007 - 2008: forse cedendo alla ragion di Stato (leggasi: richieste delle case discografiche e necessità da parte della Rai di far impennare l'Auditel con qualche nome ad effetto), il Pippo nazionale "abbassò la guardia" e lasciò sfilare, all'Ariston, Elisa e Battiato, D'Alessio e Jovanotti, Morandi e Giorgia, Tiziano Ferro e Gianna Nannini, fra gli altri. Era stato comunque Fazio, ai tempi dei suoi esordi rivieraschi, a puntare forte su questa particolare categoria: doveva essere un elemento cardine del Festival che non fece, quello del '98, lo fu nei due anni successivi, da lui gestiti, e anche nel 2001, il non fortunatissimo Sanremo targato Carrà. 
E' una categoria odiosa, perché fa figli e figliastri: ci sono gli eroi delle classifiche che vengono a fare passerella senza rischi, prendendosi la standing ovation e, soprattutto, un preziosissimo passaggio televisivo dall'incalcolabile valore promozionale, e ci sono i cantanti "normali", ossia validissimi talenti che però spesso (non sempre, attenzione) non possono vantare il curriculum degli illustri colleghi, che invece devono sottoporsi al rito della gara. E' una distinzione particolarmente odiosa, che diventa inaccettabile quando a indossare le vesti di "superospiti" arrivano artisti (in particolare cantautori) che in precedenza Sanremo, per usare un linguaggio terra terra ma che rende l'idea, "non se l'erano filato nemmeno di striscio". 
ECCEZIONI - Ligabue è uno di questi, così come lo furono, in passato, personaggi come Pino Daniele e Antonello Venditti (a parte un paio di brani scritti per altri cantanti). Poi, certo, ci possono essere le eccezioni. Nel 2009 e nel 2010, ad esempio, ci furono tanti grandissimi della musica italiana fuori gara, ma le motivazioni erano solide: nel primo caso fecero da padrini alle Nuove proposte, e la trovata funzionò alla grande, regalando alla categoria più "bistrattata" della kermesse una visibilità che in seguito non ha più avuto; nel 2010, invece, i superbig giunsero a festeggiare il sessantesimo compleanno del Festival. Potrei continuare: Vasco Rossi, nel 2005, tornò dopo anni per "chiudere il cerchio" aperto nell'82 e nell'83, visto che proprio con quella doppia esperienza Sanremo gli diede la spinta definitiva verso una popolarità che, nonostante la lunga e intensa gavetta, faticava ad arrivare. E poi Celentano, un mostro sacro che sarebbe riduttivo definire esclusivamente come un colosso della musica nostrana, per finire, quest'anno, con la presenza nel cast di Gino Paoli, che ha una carriera da campionissimo e che comunque, più di una volta, ha accettato di sottoporsi alle forche caudine della competizione (l'ultima nel 2002, quando Baudo spinse molto per averlo fra i concorrenti). Già diverso il discorso per un altro superospite di quest'anno, quel Baglioni che invece a Sanremo in gara non c'è mai stato: lo assolve parzialmente il fatto di avere alle spalle oltre quarant'anni di un cammino costellato da popolarità sterminata e vendite di dischi stratosferiche. 
ITALIANI SOLO IN GARA - Ho citato queste eccezioni per chiarire che non sono un "integralista" della gara per tutti, ma il concetto di fondo rimane valido: il cantante italiano, se vuole venire a Sanremo, deve accettare i rischi della competizione, altrimenti se ne stia tranquillamente a casa. Ma poi, quali sarebbero questi fantomatici rischi? I problemi ci sono senz'altro per i debuttanti: essere subito esclusi, o anche solo non piazzarsi bene nella corsa dei giovani, potrebbe frenare se non compromettere l'ascesa, anche in presenza di doti tutt'altro che trascurabili. Ma i big non hanno, davvero, nulla da perdere gareggiando: fin troppo facile citare personaggi come Vasco Rossi, Zucchero o gli Stadio, che negli anni Ottanta fecero incetta di penultimi e ultimi posti senza che questo li ostacolasse nel mettere in piedi una carriera di altissimo livello. 
SENZA COMPETIZIONE, NON ESISTE SANREMO - Dovrebbero, tutti, prendere la gara con più leggerezza, come un diversivo di un percorso artistico altrimenti troppo autoreferenziale, un momento in cui ci si può confrontare in maniera insolita e diretta coi colleghi, traendo dalla competizione anche spunti per migliorarsi. Per tutto il resto, piazzati bene o piazzati male, Sanremo è una vetrina che dà enorme visibilità, un'occasione per promuovere i propri nuovi dischi davanti a una platea colossale: dovrebbe bastare questo a convincere gli scettici e a far dimenticare i "contro" della kermesse. Dopodiché, come mi diceva oggi un'amica controbattendo alle mie perplessità sulla presenza di Ligabue, a Sanremo si potrebbe togliere la gara e farne una passerella "open", in cui i cantanti italiani, senza distinzione di censo e di età, vengono a presentare la loro più recente produzione. Si può fare, certo, ma non a Sanremo e non con il nome "Festival della canzone italiana". Se togli la gara a Sanremo, semplicemente Sanremo non esiste più. Il Festivalone "è" la gara, senza sarebbe inconcepibile. Se i "colossi" della canzone nostrana non lo accettano, vadano altrove a proporre la loro buona musica. Superospiti, brutta categoria.