venerdì 28 giugno 2013

UN SALUTO A BORGONOVO, PICCOLO GRANDE EROE DELLA MIA GIOVENTU', ESEMPIO VERO DA NON DIMENTICARE


Accade a volte che la scomparsa di un personaggio famoso, e in quanto tale quasi certamente non conosciuto direttamente, generi in noi dolore profondo e sincero, come se a mancare sia stato un parente stretto, un amico, comunque una persona cara. Mi è successo più volte in passato, di fronte alla morte prematura di protagonisti di un mondo a me caro, quello del calcio: mi rivedo attonito davanti alla tv, quando Sandro Ciotti alla Domenica Sportiva informò l'Italia della tragica scomparsa, in Polonia, di Gaetano Scirea. Ricordo lo shock di fronte al volto terreo di Massimo De Luca che, con la voce rotta dalla lacrime, annunciò il decesso di Andrea Fortunato. E poi ancora le tragedie di Carmelo Imbriani e, andando più indietro nel tempo, di Gianluca Signorini, il "capitano" del Genoa per eccellenza. Ecco: le stesse sensazioni le ho provate ieri, apprendendo della partenza di Stefano Borgonovo per l'ultimo viaggio. 
Parliamoci chiaro, senza troppi giri di parole: la notizia era nell'aria, si trattava solo di capire quando sarebbe accaduto, se fosse questione di pochi anni, di mesi, di settimane o di giorni. La Sclerosi Laterale Amiotrofica non perdona, al momento. Non saprei spiegare il motivo del mio immenso dispiacere, della costernazione autentica di fronte a tale evento; o meglio, i motivi sono tanti e non tutti razionalizzabili, alcuni forse più legati all'istintività dei sentimenti che alla conoscenza effettiva dell'uomo Borgonovo. Gioca anche la nostalgia del bel tempo che fu, della gioventù che non tornerà: Stefano fu uno dei tanti giovani calciatori italiani (bei tempi davvero, quelli, per il nostro pallone) che emersero prepotentemente ad alti livelli subito dopo la fine dell'epopea degli "spagnoli" di Bearzot, sancita dalla precoce eliminazione della nostra Nazionale al Mundial messicano del 1986. C'erano gli indimenticabili azzurrini di Vicini, e fra questi, timidamente, si affacciava anche Borgonovo. 
Non so perché, forse per le immagini viste in tv, forse per le belle cose che i giornali scrivevano di lui, pensavo potesse diventare uno degli eroi del calcio italiano anni Novanta: nei miei giochi di ragazzino, nel silenzio della mia cameretta, mi divertivo a inserirlo nelle formazioni ideali dell'Italia che scrivevo e riscrivevo in vista dei Mondiali del 1990, ponendolo accanto al super Vialli dell'epoca. Poi, le cose sono andate un po' diversamente, ma Borgonovo la Nazionale maggiore l'ha assaggiata comunque, e si è ugualmente costruito una bella carriera nel football che conta, nonostante qualche guaio fisico di troppo che ne ha rallentato e frenato l'ascesa. Rimarrà nella storia la memorabile coppia - gol con Roby Baggio nella Fiorentina 1988/89. Roby Baggio: uno dei colleghi che più gli è stato vicino nei terribili anni della malattia. 
Al di là dei ricordi, Borgonovo mi ha sempre dato la sensazione di rappresentare uno dei volti puliti del calcio (tanti? Pochi? Secondo me ce ne sono, ma non fanno notizia, tutto lì...): sempre sulle sue senza per questo apparire scostante, corretto nei rapporti con gli addetti ai lavori, mai sopra le righe, sereno nell'accettare situazioni tecniche che lo penalizzarono, togliendogli spazi in campo (come ai tempi delle rose pletoriche del Milan) e negandogli traguardi personali che avrebbe meritato. Grande serenità, inoltre, nell'accettare gli infortuni anche gravi che, come accennato sopra, gli misero i bastoni fra le ruote proprio quando pareva sul punto di esplodere. Serenità che ho ritrovato nel suo approccio alla malattia.


Certo, poi bisogna intendersi sul concetto di "serenità". Questa "stronza", come lui chiamava la Sclerosi Laterale Amiotrofica, è una patologia talmente crudele che convivervi con stato d'animo sereno penso sia pressoché impossibile. Però lui dava questa impressione: era sempre sorridente, Stefano, anche quando la malattia si era impadronita del suo corpo rendendolo praticamente immobile, bloccato su un lettino, schiavo di macchinari all'avanguardia. Aveva ragione: bisogna essere proprio stronzi per aggredire in questa maniera il fisico di una persona, togliergli forza e autonomia, lasciando però vivi e vitali animo e cervello, e rendendoli quindi testimoni di questo scempio progressivo. 
Eppure il bomber ha saputo volgere a proprio favore questo tocco di autentica crudeltà della SLA: la sua vitalità intellettuale e di spirito l'ha esternata in quello che si può definire un approccio positivo ed entusiasta alla vita. Ha continuato a nutrirsi virtualmente di calcio, del suo mondo, Borgonovo, fino alla fine: scriveva articoli per la Gazzetta dello Sport, e qualche anno fa collaborava via Internet con la Domenica Sportiva di De Luca, con analisi e pensieri sempre puntuali e costruttivi, mai gratuitamente polemici. Ma si è impegnato anche nel campo sanitario, in modo concreto, dando vita a una associazione (Fondazione Stefano Borgonovo Onlus, qui il sito) che opera, e continuerà a farlo, per promuovere la ricerca scientifica su questa malattia, che ancora non ha trovato una cura efficace. 
Ecco: alla luce di quanto scritto, quando ci si riferisce a Stefano Borgonovo parlare di esempio per tutti, di dignità nell'affrontare il proprio calvario, di forza di volontà e attaccamento alla vita anche quando la vita ti mostra il suo lato peggiore, beh, non sono parole vuote, non è retorica, è una verità sotto gli occhi di tutti. Il resto, e soprattutto i tanti perché che si affollano nella mente degli appassionati di questo bello e tormentatissimo sport, sono al momento fuori luogo, perché, piaccia o no, non esistono riscontri autentici che dimostrino la connessione fra l'attività calcistica e la SLA. 
Rimane il fatto che Stefano, volto buono e pulito del pallone, la "stronza" moralmente l'ha sconfitta: non dandole la soddisfazione di vederlo arrendersi spiritualmente, e "sfruttandola" per fare del bene e per combatterla. E il suo viaggio attraverso il dolore ha in fondo insegnato che nascondere le proprie debolezze, i problemi di salute più gravi, non aiuta né se stessi né gli altri, una lezione di tremenda efficacia in una società in cui star male pare essere diventato vietato, in cui devi sempre esporre un volto di salute totale e di floridezza apparente, perché sennò rischi di essere emarginato umanamente e professionalmente. Tutto questo, certo, non basterà a restituirlo ai suoi cari e a chi lo ha apprezzato; basterà però come punto di riferimento futuro per tanti: per chi si imbatte nella malattia (qualsiasi malattia, non solo quella che lo ha ucciso), per chi dà troppo peso alle frivolezze della vita senza rendersi conto che le priorità sono ben altre, per chi, più concretamente, studia, lotta e lavora affinché questi "mostri", queste patologie, trovino antidoti efficaci e non seminino più dolore. 

CONFEDERATIONS CUP: ABBIAMO UNA NAZIONALE. DAGLI AZZURRI UN MESSAGGIO: LA SPAGNA NON E' IMBATTIBILE!

                                 Iniesta: fenomenale anche ieri, in una Spagna "minore"

Spagna - Italia 2013, al di là dell'amarezza per il verdetto della giostra dei penalty che premia gli iberici ben oltre i loro meriti, è un'altra gemma che va ad aggiungersi allo speciale "scrigno azzurro" di Cesare Prandelli. Uno scrigno piccolo, contenente giusto una manciata di partite: non perché questa Nazionale ne abbia giocate così poche in maniera decente, anzi; qui si sta semplicemente parlando di quelle sfide che, fra qualche anno, saranno più che sufficienti allorché, a ciclo concluso, si vorrà tracciare un ritratto a tutto tondo dell'Italia concepita e modellata dall'ex trainer della Fiorentina. Sette match: le amichevoli con Germania e Spagna del 2011, le sfide di Euro 2012 ancora con la Spagna (gara d'esordio), con l'Inghilterra e coi tedeschi, il "gala" svizzero col Brasile nel marzo scorso e, infine, questo ennesimo rendez - vous con le Furie Rosse. Sette tappe fondamentali nel processo di crescita della squadra, sette esami di maturità superati a pieni voti; sette incontri che bastano a dare la dimensione del progetto griffato Prandelli. Riguardandoli, questi incontri, vi si ritrovano tutti gli elementi che sono diventati tratti distintivi della  rappresentativa nata dalle ceneri sudafricane.  
IL GUSTO DEL GIOCO - L'ho scritto talmente tante volte sul blog, fin dal primo post in assoluto, che rischio di diventare pedante. Ma questa Italia, l'Azzurra degli anni Dieci, è una compagine con un'anima tecnica ben precisa, un'idea di football moderna e sbarazzina: una squadra che ha restituito al calcio italiano il gusto del gioco, che cerca sempre di tenere pallino, di essere propositiva e aggressiva, che rifugge gli attendismi, le speculazioni, la mentalità sparagnina. Lo ha sempre fatto, beninteso quando aveva le risorse fisiche necessarie a reggere un copione così impegnativo; per questo, la bella prova contro la Spagna euromondiale non mi ha sorpreso che in parte: nel post di ieri, scritto in gran parte di getto, avevo sottolineato come i nostri ragazzi avessero già dimostrato, in due dei tre precedenti incroci con gli iberici, di potere tener loro bellamente testa, a patto di poter avvalersi di una condizione atletica ottimale. 
Così è stato: forse qualcuno dovrà ammettere di aver ecceduto nel considerare Kiev 2012 come il più attendibile metro per misurare il divario fra le due selezioni, dimenticando che i nostri vi arrivarono in totale riserva di benzina (aggiungendovi gli errori di formazione del cittì, che non diede lo spazio necessario a  gente fresca per puntare sugli stanchi eroi spremuti nelle gare precedenti). Perché l'Italia rimane, al momento, uno (e forse due) gradini sotto la Spagna, ma non è a distanza siderale come in molti la considerano, lasciandosi traviare dall'impressione dell'ultimo momento, dagli inciampi con haitiani e giapponesi. E' vero, i nostri nell'ultimo mese hanno offerto alcune prove imbarazzanti, ma già nell'ultima parte del confronto col Brasile si erano mostrati in netta crescita. 
CAPOLAVORO INCOMPIUTO - L'incontro di ieri sera è uno di quelli che marchiano a fuoco il Dna di una squadra, che ne fanno la storia in positivo pur non essendo stati vinti. Un capolavoro tattico, tecnico e agonistico... incompiuto, nel senso che gli è mancata "solo" la pennellata del gol. Pazienza, davvero: è stata un'Italia, lo si è detto, che non ha rinnegato se stessa, la propria filosofia, e il percorso fin qui compiuto, nonostante le tentazioni, giunte da più parti (anche dall'autorevole Gazzetta) di predisporre una gara di puro contenimento per scongiurare una nuova goleada che qualcuno, alla vigilia, riteneva assai probabile. 
Sulle ali di una interpretazione impeccabile del disegno strategico e grazie a prestazioni individuali di altissimo livello, i nostri  hanno dimostrato che gli spagnoli non sono rimasti gli unici depositari del saper giocare a calcio. Hanno attaccato con ritmo e baldanza, gli azzurri, soprattutto in un primo tempo scintillante, con una manovra ariosa che sfruttava alla perfezione le fasce laterali, con un Gilardino che si prodigava a fare ciò che, per poche settimane, fece nel Genoa l'anno scorso, mostrandosi cioè attaccante in grado di giocare per il collettivo, di creare varchi, di lavorare in appoggio ai compagni, e liberando in tal modo alla conclusione elementi provenienti dalle retrovie: ci hanno provato Maggio, con due occasionissime di testa sventate da un super Casillas, e Marchisio, anche lui di testa, così come con un'inzuccata, sugli sviluppi di una punizione di Pirlo, ha sfiorato il vantaggio De Rossi.

                                                  De Rossi: pilastro azzurro
                                                     
PRIMA DOMINIO, POI IN TRINCEA - Un'Italia che agiva in velocità ma che sapeva anche dosare gli sforzi con un palleggio a centrocampo quasi... spagnoleggiante. La percentuale di palle perse e di passaggi sbagliati, rispetto alle precedenti partite, è scesa drasticamente, in tutti i reparti: sì, non ci eravamo imbrocchiti, era la gamba che mancava. Non a caso il team di Del Bosque ha cominciato a prendere piede, a riavvicinarsi in parte ai suoi standard di gioco, quando la fatica ha cominciato a fare capolino nelle nostre file, e del resto giova ricordare che gli iberici sono arrivati a questo incontro avendo, di fatto, giocato una partita in meno, visto che tale non può essere considerata il galop di allenamento con Tahiti.
LOTTERIA E NULLA PIU' - In quei momenti è venuta fuori la nostra capacità di soffrire in trincea, che rappresenta un retaggio storico del calcio azzurro e di cui non bisogna quindi vergognarsi (salvo non se ne faccia un abuso, come l'Italia maldiniana di Francia '98...), ma che questa squadra non annovera fra i suoi assi nella manica abituali, facendovi ricorso solo in casi di estrema necessità. Il divino Iniesta e i suoi han preso il largo nei supplementari (aperti peraltro da uno schioccante palo di  Giaccherini), avventandosi senza concretizzare su un'Italia stanca, ma nei novanta canonici il verdetto ai punti era stato chiaramente dalla nostra parte. Sulla giostra finale dei penalty poco da dire: la considero da sempre una lotteria tecnicamente poco attendibile e affidata in larga parte a fattori psicologici e di tenuta fisica, altrimenti la storia del calcio non annovererebbe, in tale fase di gioco, gli errori illustri di gente come Platini, Maradona e Roberto Baggio...  Comunque ha deciso, per noi, un solo errore su sette tiri, ci può stare, e anche questa è in fondo la conferma di un aspetto positivo, ossia gli italiani si sono scrollati di dosso i tremori e i blocchi mentali degli anni Novanta e hanno imparato a tirare i rigori di spareggio. Casomai ci sarebbe da discutere sulla... imperturbabilità di un Buffon che non ha battuto chiodo (come del resto Casillas), ma il buon Gigi, salvo alcune prodezze isolate, non è mai stato un drago sui tiri finali dagli undici metri, è bene farsene una ragione... 
MAGGIO E CANDREVA SU, AQUILANI E GIOVINCO GIU' - Sul piano dei singoli, svettanti Maggio e Candreva, straripanti per continuità, dinamismo, incisività (e per il laziale la chicca del cucchiaio, patente di maturità internazionale). Retroguardia da promuovere in blocco come reparto, perfetta nei sincronismi e tempista nel rimediare con efficacia ai rari momenti di défaillance. De Rossi, come previsto, ha giostrato sopratutto in copertura, come recupera - palloni e diga, per poi retrocedere definitivamente in terza linea dopo il forfait di Barzagli, ma ha anche trovato il modo di sfiorare la rete in apertura, confermandosi fondamentale "uomo - ovunque" di questa formazione. Giaccherini meno appariscente del solito eppure ugualmente prezioso nel tenere alta la squadra garantendo un ulteriore sbocco offensivo alla manovra.
Della gara di sacrificio di Gila si è detto, anche se ha pagato il suo lavoro con una certa lentezza di riflessi nei sedici metri finali che gli ha fatto perdere un paio di occasioni potenzialmente pericolosissime. Pirlo non al meglio e non ispiratissimo nella tessitura del gioco, che peraltro ieri sera ha percorso altre vie tattiche, mentre la delusione è arrivata, a parer mio, dai tre innesti in corsa, che non hanno rinfrescato la verve offensiva mostrata dai nostri nella prima parte. Soprattutto Aquilani e Giovinco, al di là dei rigori impeccabilmente segnati, continuano a non convincere: il primo si limita al compitino in una zona che richiederebbe ben altre presenza e personalità, il secondo non sembra proprio avere la statura per incidere sul serio a livello internazionale (il gol a porta vuota col Giappone, parliamoci chiaro, non può far testo).
LA SUERTE SPAGNOLA - Certo, al di là di tutto, non si può negare la rabbia per un esito che, ancora una volta, ha premiato chi vince ininterrottamente da anni. Ma bisogna farsi una ragione del fatto che le grandi squadre, nei loro percorsi di gloria, sono sempre scortate da una massiccia dose di fortuna. Cosa sarebbe accaduto, nel 2010, se Robben non avesse fallito un paio di clamorose palle gol a tu per tu con Iker? E cosa sarebbe accaduto, l'anno scorso, se il Portogallo avesse giocato la semifinale con un pizzico di coraggio in più e si fosse comunque imposto ai rigori, cosa possibilissima?  Di certo, mai nessuno, da quando è nato il mito spagnolo, era andato così vicino a superare l'Invincibile Armada, per punteggio e qualità di gioco, come l'Italia di Prandelli. I pessimisti si chiederanno: ma se non ci si è riusciti nemmeno stavolta che si è giocato così bene, quando potrà accadere? Occhio: l'Italia che ha sfiorato il colpaccio non era affatto la migliore Italia: condizione non al top, diversi elementi chiave fuori fase o addirittura indisponibili, la nostra arma letale, Balotelli, costretta a tornare a casa in anticipo. Eppure siamo arrivati a un passo dal sogno: no, non siamo davvero così scarsi. Ma ora, per favore, andiamo a prenderci la medaglia di bronzo. 

giovedì 27 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: IL CAVANI TERZINO E I TREMORI DELL'ITALIA

                                            Cavani, uomo ovunque dell'Uruguay

Cosa resterà di questo Brasile - Uruguay 2013, introdotto da un'attesa francamente sopra le righe, alimentata più dalle sue implicazioni storiche che dall'attualità legata alla Confederations Cup? Non di certo il gioco, che ha attinto livelli degni soltanto dopo una prima mezz'ora di memorabile bruttezza. L'istantanea che consegnerà agli annali la gara di Belo Horizonte sarà invece quella dell'impagabile Cavani, uno dei bomber più prolifici del globo, impegnato a giocare da terzino - stopper, scudo davanti alla propria area o addirittura all'interno della stessa, alle prese con chiusure, anticipi, tackles terrificanti ma corretti ed efficaci; il tutto, per poi andare a siglare la rete del provvisorio (e meritato, a quel momento) 1-1. Personalmente non conoscevo questa dimensione da "universale" del centravanti del Napoli (fino a quando?): un po' troppo universale, se devo dire la mia, perché costringere un giocatore letale nei sedici metri finali a sgobbare in ogni settore del terreno di gioco non mi pare, onestamente, una grandissima alzata di ingegno.
QUALE DISEGNO TATTICO? - Cosa è accaduto perché Cavani si trovasse a giostrare a tutto campo, finendo così per limitare il suo apporto alla prima linea? Quando si assiste a certe... bizzarrie, le cose sono due: o c'è una certa confusione tattica, con giocatori costretti a sbattersi anche ben oltre i limiti del proprio ruolo per andare a coprire certe lacune di schema, e non crediamo sia stato così per l'Uruguay di ieri sera, perché Tabarez è un trainer che non sa cosa sia l'improvvisazione; oppure il disegno strategico è chiarissimo ed è votato a un pragmatico "difendiamoci in massa e cerchiamo lo spiraglio per ripartire". Alla fine, credo sia andata così, e ciò non torna comunque ad onore della Celeste, che ha i mezzi, e lo ha dimostrato sporadicamente anche nella circostanza, per fare male, molto male agli avversari: alla fine della fiera, le sue occasioni da gol sono state, per quantità e pericolosità, sullo stesso livello di quelle dei brasiliani.
BRASILE TROPPO TESO - Gli "orientales" hanno invece preferito un approccio sparagnino, forse ulteriormente frenati dal rigore tirato malissimo dal decadente Forlan in avvio di gara; così, invece di ammirare le luminarie offensive di Suarez e del Matador, ci siamo dovuti limitare ad applaudire gli impeccabili, per tempismo e pulizia, interventi difensivi di Diego Lugano e di Godin, oltre a quelli già celebrati del buon Edinson. Una grande occasione persa, in definitiva, per gli ospiti, al cospetto di un Brasile di certo assai concreto ma ancora una volta non trascendentale, e per lunghi tratti inspiegabilmente frenato dalla tensione.
Possibile che tutto questo ricamare sulla tragedia del Maracanà del 1950 abbia creato negli auriverdes una sorta di inconscio blocco psicologico? Eppure, dopo di allora la Seleçao ha avuto modo di vendicare ripetutamente quell'affronto, e in contesti di certo più importanti della Confederations: penso in primis alla semifinale mondiale del 1970, o alla gara decisiva per l'assegnazione della Copa America 1989, che oltretutto si svolse proprio nel medesimo Maracanà, il teatro della precedente disfatta... Fatto sta che il team di Felipe Scolari, a livello offensivo, continua a vivere solo degli accecanti sprazzi di Neymar (da una sua giocata di folgorante bellezza è scaturito il gol dell'opportunista Fred) e a farsi forte di una indiscutibilmente buona organizzazione difensiva, mentre a livello propositivo non ci siamo ancora, la manovra in fase di costruzione continua ad essere troppo scarna e alterna, e si vedono qua e là delle lacune persino nel tocco di palla, che pure per i brasiliani dovrebbe essere qualcosa di scontato.

                               El Shaarawy: lo vedremo finalmente in campo dall'inizio? 

RISCHIO GOLEADA? - Intanto, la vigilia azzurra sta trascorrendo tra poche speranze e tanti, troppi, tremori. C'è chi avverte addirittura aria di goleada. Vista la disparità di rendimento fra Italia e Spagna in questa Confederations, visto soprattutto il divario atletico che va ad aggiungersi a quello di gioco, verrebbe quasi voglia di non dar torto ai disfattisti, che del resto hanno dalla loro solide argomentazioni. Prandelli e i suoi sono però consapevoli di non potersi permettere un'altra batosta, dodici mesi dopo Kiev, e si regoleranno di conseguenza. Altre volte, in passato, è capitato alla nostra rappresentativa di accostarsi a sfide di alto livello in posizione di chiara soggezione: si potrebbe citare l'epica gara col Brasile del 1982, ma mi sembra troppo banale; preferisco tornare con la mente a due semifinali europee, quella del 2000 in casa dell'Olanda e quella dell'anno scorso, contro una Germania che marciava a ritmi da rullo compressore. In entrambi i casi l'Italia partiva largamente dietro, nei pronostici, ma poi riuscì a venirne fuori alla grande, seppure attraverso modalità diametralmente opposte. 
Certo, il match di questa sera presenta caratteristiche diverse da quelle di quei trionfali precedenti, e, ahinoi, in gran parte sfavorevoli a Buffon e soci. L'esordio ad Euro 2012, e volendo anche l'amichevole dell'agosto precedente a Bari, hanno dimostrato che l'Italia può giocarsela, contro l'Invincibile Armada spagnola di questi anni, ma a una condizione: godere di una condizione atletica buona se non ottimale. E' questa la grande incognita, perché del serbatoio di benzina in riserva dei nostri prodi abbiamo parlato diffusamente nei giorni scorsi. E' anche vero, però, che l'ultima mezz'ora del match col Brasile ha mostrato un'Azzurra in progresso fisico, un po' più pimpante, il necessario per riprendere baldanza e piglio aggressivo, per alzare il baricentro del gioco e mettere in difficoltà i padroni di casa. Se il trend di crescita verrà confermato, pensando che magari la preparazione sia stata calibrata proprio in previsione di un lungo percorso in Confederations, c'è la possibilità di tenere testa agli uomini di Del Bosque, che per un tempo hanno visto i sorci verdi contro i dinamici nigeriani. 
DIFESA A TRE? - Conterà, e molto, anche la tattica. L'1 a 1 all'Europeo giunse adottando la difesa a tre che, tuttavia, non convinse appieno, soprattutto nel match successivo con la Croazia, e che non a caso Prandelli ben presto abbandonò, tornando ad affidarsi al modulo a quattro dietro che, in effetti, è stato quello che maggiori soddisfazioni gli ha dato in azzurro. Possibile che si torni a quell'esperimento, ma sarebbe una variante strategica delicata, un cambiamento strutturale dell'impianto di gioco, forse non la formula ideale da azzardare in un'occasione così impegnativa. Personalmente, resterei ancorato alla tradizione, schierando davanti a Buffon una linea Maggio - Barzagli - Bonucci - De Sciglio, casomai dandole protezione ulteriore con un De Rossi più... rintanato del solito, in posizione da centromediano all'antica, diga di un centrocampo che dovrà tessere gioco  e verticalizzare con rapidità sull'asse Pirlo - Montolivo.
ATTACCO SENZA RIFERIMENTI CENTRALI: FOLLIA? - Le novità le riserverei semmai alla prima linea, ove mi affiderei a un trittico di sguscianti e leggeri folletti, senza dare agli spagnoli il riferimento fisso di una punta centrale, come potrebbe esserlo Gilardino. Ad esempio, Giaccherini e Cerci a svariare con El Shaarawy, il quale avrebbe il compito di accentrarsi, ogni volta che ve ne fosse la possibilità, per diventare centravanti atipico, non essendolo di ruolo e di vocazione ma avendo l'intelligenza tattica, la duttilità, la classe e la forza penetrativa per andare a riempire sia pure estemporaneamente tale... casella sul terreno di gioco.  Il Faraone, del resto, è stato l'inesorabile terminale offensivo del Milan prima dell'avvento di Balotelli: che, per l'appunto, questa sera non ci sarà, il che potrebbe in parte ricreare l'assetto rossonero nel quale emerse prepotentemente il giovane savonese. Assenza pesantissima, forse determinante, quella di Balo, ma anche una grande occasione in termini di progettualità, perché troppo rischioso sarebbe ancorare i futuri destini offensivi della Nazionale ai soli estri di Supermario ed è necessario varare soluzioni alternative.
Audaci fantasie, le mie, in ogni caso: probabile che il cittì adotti uno schieramento più abbottonato e assai meno "rivoluzionario". Certo, per lui il dilemma è di quelli non da poco: badare al sodo oltre ogni limite, cercando cioè non solo di puntare alla vittoria, ma anche, nel caso le cose volgessero al peggio, di scongiurare punteggi troppo penalizzanti come quello dell'anno scorso, o giocarsela fino in fondo senza sconfessare lo spirito della squadra, uno spirito, come detto più e più volte, da sempre propositivo e votato all'offesa più che alla difesa? 

martedì 25 giugno 2013

LE MIE RECENSIONI: "NIENTE PUO' FERMARCI"


Siamo ormai entrati nella stagione della canicola, brodo di coltura ideale per il cinema "giovanilistico". Ecco dunque, servita fresca fresca, "Niente può fermarci", commedia pop adolescenziale leggera ma non troppo. Guai, però, a fermarsi alle apparenze: non siamo di fronte alla solita, trita e ritrita storia di un gruppo di ragazzini un po' imbranati alle porte della loro prima estate "da maturi", con tutte le problematiche (indipendenza dai genitori, approcci con le ragazze, eccetera eccetera) ampiamente sviscerate da miriadi di italici film fin dalla notte dei tempi. In realtà, questa pellicola ha una scorza un tantino più consistente, e il tentativo di offrire una chiave di lettura meno scontata per questa delicata fase di passaggio all'età adulta (o quasi) della vita di ogni uomo. 
Il fatto è che, ebbene sì, esistono anche dei giovani con problemi di salute che ne minano le dinamiche relazionali. I quattro protagonisti della pellicola diretta da Luigi Cecinelli, nella fattispecie, sonno tutti affetti da disturbi di natura psicotica. Niente di tragico, ma di invalidante sì, eccome: narcolessia (Mattia), fobia dello sporco e conseguente ossessione per la pulizia (Leonardo), saturazione da uso di Internet (Augusto) e sindrome di Tourette (Guglielmo), che personalmente non conoscevo e che sul sito www.tourette.it viene così descritta: "I sintomi includono movimenti involontari, sopprimibili transitoriamente dalla volontà, che variano nel tempo per intensità e caratteristiche, e produzione di suoni in forma svariata. Alcune persone colpite da tale malattia, che si presenta alla pubertà, possono pronunciare parole oscene, bestemmie, ecc., involontariamente". Questi sfortunati giovani si ritrovano ospiti di una bizzarra clinica, per un ricovero che dovrebbe aiutarli a superare i loro guai e che in realtà non risolve proprio nulla, visto che per Mattia, Augusto e Leonardo, oltretutto, non si tratta della prima degenza e, nonostante ciò, i disturbi paiono ben lungi dallo scomparire. Vista l'acclarata inutilità della permanenza in quel luogo, i quattro decidono di darsi la classica "botta di vita":  fuggire per inseguire una delle "terre promesse" dei giovanissimi, Ibiza, dove cercare di trascorrere una vacanza "normale", con gli svaghi, le esperienze, le "pazzie" e le emozioni che vivono buona parte dei loro coetanei e che loro ancora non hanno potuto sperimentare. 
Argomento, dunque, non banale, e da maneggiare con estrema delicatezza: Cecinelli tutto sommato ci riesce, sdrammatizzando con misura senza valicare i confini del buon gusto e del rispetto. Si sorride quando i tic e le manie dei giovanotti presentano risvolti oggettivamente divertenti, ma in linea di massima non c'è una messa in ridicolo dei loro problemi, se è vero che il viaggio e poi la permanenza a Ibiza assumono anche i contorni di una autentica terapia di gruppo, un percorso, irto di ostacoli ma tutto sommato appagante, verso il superamento, parziale o totale, di tali handicap. 
Che poi tale "guarigione" debba avvenire giocoforza attraverso una serata ultra - scatenata in discoteca nell'isola degli eccessi per eccellenza, e naturalmente con i primi approcci sessuali, è magari una forzatura funzionale allo sviluppo delle sceneggiatura; più in generale, il messaggio parrebbe il seguente: occorre liberare le emozioni positive che, tenute nascoste e represse dentro, rischiano poi di produrre personalità incomplete, problematiche, complessate. E' evidente come non basti tutto ciò per cancellare  problemi che rappresentano, invece, patologie autentiche, e sotto questo aspetto il film risolve una questione spinosissima, di carattere prettamente clinico, in maniera fin troppo semplicistica, ma forse è stato giusto non avventurarsi troppo su strade "mediche" che sarebbero apparse stonate in un contesto comunque fondamentalmente gioioso e di evasione. Certo, qua e là un tentativo di approfondimento tecnico si ravvisa: si sottolinea il fatto, ad esempio, che la fobia dello sporco che affligge il bel Leonardo mette radici in una mamma corresponsabile, se è vero che costei alimenta le manie del figlio riempiendolo di confezioni di gel disinfettanti per mani. Ma l'analisi si ferma qui, e, lo ripetiamo, in fondo non è troppo sbagliato. 
La mamma sopra citata è interpretata da Serena Autieri. E già, perché se i protagonisti sono i quattro ragazzi interpretati dai giovanissimi Emanuele Propizio, Federico Costantini, Vincenzo Alfieri e Guglielmo Amendola, dietro di loro c'è un "parterre de roi" formato dalla bellissima napoletana e da Massimo Ghini, Gianmarco Tognazzi, Paolo Calabresi (i genitori dei quattro), e ancora Eva Riccobono, Carolina Crescentini, Lucia Ocone e, persino, Gérard Dépardieu. Coprotagonisti ma non comparse, in quanto tutti i loro personaggi sono sviluppati in maniera corposa e, pur nell'ambito di un minutaggio contingentato, assumono un ruolo tutt'altro che marginale nell'evoluzione della storia: stanno sullo sfondo, lasciano la scena principale ai giovani, ma portano comunque un arricchimento al canovaccio. Un cenno particolare per la Ocone, figura emblematica della clinica da cui tutto inizia: clinica che è una sorta di parodia di quella in cui uno dei primi Fantozzi si ritrovò nel vano tentativo di dimagrire, prima di fiondarsi sulle mitiche polpettine. Anche qui, come nella commedia cult di Villaggio, medici "nazisti", e in più la brava Lucia assetata di sesso, spesso sorpresa in abiti e atteggiamenti provocanti.
In definitiva, un "giovanilistico" (ma potremmo anche definirlo... acquatico, visto il numero delle volte in cui i protagonisti si ritrovano immersi in piscine o acque marine...) ben elaborato ma abile nel "fermarsi" un attimo prima di diventare troppo pretenzioso. E con quattro giovani attori che promettono bene: Propizio e Alfieri brillano soprattutto per l'espressività, Costantini e Amendola per il fascino estetico, comunque ben sorretto dalle doti recitative. 

domenica 23 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: ITALIA CANTIERE APERTO, BRASILE BUONO MA NON ECCELSO

                                      Fred segna di potenza il terzo gol brasiliano

Il secondo tempo di Brasile - Italia ha confermato un dato che dovrebbe essere lapalissiano per chi mastica calcio da anni, e che però molti addetti ai lavori, anche referenziati, tendono a dimenticare quando sono chiamati ad analizzare prestazioni di squadre e singoli, lasciandosi travolgere dall'impressione dell'ultimo momento: la condizione fisica è talmente vitale, nel football d'oggidì, da poter letteralmente trasfigurare il volto di un team, a seconda che essa manchi o meno. Quella di Prandelli non è (ancora) una grande Nazionale; è però una buonissima Nazionale, eppure in almeno tre delle sue più recenti uscite (Repubblica Ceca, Haiti, Giappone) è parsa un'accozzaglia di elementi men che mediocri, una rappresentativa di seconda fascia europea o forse peggio: palleggio approssimativo, errori elementari di tocco, passaggi sbagliati, idee di gioco latitanti, mobilità nulla e smagliature tattiche in ogni zona del campo. Ma si vedeva lontano un miglio che era una squadra sulle gambe, in riserva di energie; nella mezz'ora finale del match di ieri a Salvador de Bahia,  recuperata come d'incanto un minimo di brillantezza atletica, ecco i nostri prodi riavvicinarsi al livello cui ci avevano abituati negli ultimi tre anni, ecco di nuovo quella voglia di fare gioco, di spingere, di prendere l'iniziativa, di cercare il gol (trovandolo anche, e non è cosa da poco). 
BRASILE PIU' FORTE, MA NON DI MOLTO... - Così, per un terzo di partita e contro l'avversario più difficile fra quelli fin qui incontrati, si è vista la migliore Italia di questa sua Confederations Cup ad handicap. Non è stata sufficiente, per tutta una serie di motivi, che vedremo di analizzare brevemente. Innanzitutto, il Brasile attuale è più forte dei nostri: non di molto, attenzione, ma lo stretto necessario per prevalere in un confronto giocato, oltretutto, sul terreno amico. La Seleçao in versione 2013 è una compagine collaudata, con un progetto tecnico già sufficientemente delineato pur se, diciamola tutta, non trascendentale. Come scritto nel mio precedente post, è una formazione "europea" ma nel senso deteriore del termine, perché ha una manovra fin troppo scarna, fondata su una difesa solida ma capace anche di far ripartire l'azione (soprattutto in David Luiz), su un centrocampo a corto di inventiva autenticamente brasiliana e su una trequarti - prima linea in cui ci si affida in gran parte alle luminarie di un Neymar che, peraltro, mostra ancora una certa fragilità caratteriale (leggasi falli in serie) quando, come ieri, si trova a doversi confrontare con difensori un po' più ruvidi di quelli con cui, evidentemente, ha avuto a che fare fino ad oggi nel campionato locale. 
CANTIERE AZZURRO - E' però bastato questo Brasile, buono ma non eccelso, per avere la meglio sull'Italia. Italia che, a differenza del gruppo di  Scolari, in questo 2013 si trova ad essere un cantiere aperto. La squadra che ci ha condotti quasi sul tetto d'Europa è ben lungi dall'aver esaurito il suo ciclo, ma, lo ribadiamo, ha bisogno di alcuni innesti rivitalizzanti, di forze fresche; e ha sopratutto necessità di sposare un'idea tattica chiara e definitiva, a cui ancorarsi  e sulla quale fare eventualmente variazioni sul tema a seconda delle situazioni e degli avversari. Per questa avventura in Sudamerica, Prandelli ha deciso di sperimentare la formula a un'unica punta che continua a lasciarmi perplesso, e i motivi li ho ampiamente illustrati nei miei precedenti interventi. Avere il solo Balotelli davanti, per quanto in efficienza sia il buon Mario, mortifica e limita la vocazione offensiva di una Nazionale nata, lo si è detto, per praticare gioco d'iniziativa e non per speculare. 
GIACCHERINI NON BASTA - Tale modulo, per rendere al massimo, necessiterebbe di una batteria di incursori fra le linee brillanti, continui, dall'altissimo rendimento, ciò che in questa Confederations non si è visto, con la sola, sorprendente e luminosa eccezione di un indiavolato Giaccherini, verso il quale non ho mai nascosto le mie perplessità e sul quale ora non ho alcun problema a ricredermi: se si dovesse giudicare solo sulla base di questo torneo, lo juventino avrebbe un posto assicurato per Brasile 2014, in realtà sarà decisiva la prossima stagione di club; l'impressione è, tuttavia, che si tratti di uno di quegli elementi mai troppo tollerati da critica e tifosi e però ritenuti fondamentali dal cittì di turno, penso al Giampiero Marini di Bearzot, come esempio fra i più eclatanti. Tornando al modulo, si è visto ieri sera che, se la squadra non è mentalmente, fisicamente e tatticamente pronta a sostenerlo in pieno, rischia di crearsi l'effetto "coperta corta", anche nei momenti in cui il complesso riesce a esprimersi su buoni livelli dalla trequarti in su: con buona parte degli azzurri furiosamente protesi alla ricerca del pareggio, infatti, il Brasile è potuto andare a nozze negli spazi larghi, come la più banale delle squadre contropiediste, e chiudere il match con uno scarto di gol che, francamente, non meritava. 
CENTROCAMPO A CORTO DI ALTERNATIVE - Fragilità, ecco: è la sensazione che ha fornito la nostra rappresentativa, e le motivazioni sono tutte racchiuse nei ragionamenti sopra esposti. Identità tattica non ancora definita, forma fisica tutt'altro che eccezionale pur se in leggera crescita, e soprattutto necessità di nomi nuovi: se si concedono così tante chances agli avversari, e una così alta percentuale di realizzazione, non è solo colpa della difesa (che, comunque, non può assolutamente prescindere dal miglior Barzagli): il centrocampo senza De Rossi e Pirlo scade enormemente di tono, sia in fase di filtro che di impostazione, nella capacità di rallentare il gioco come in quella di renderlo più rapido e di verticalizzare; e, accertato che soprattutto il bianconero non è eterno, mai come ieri si è avvertita la mancanza di alternative valide per la nostra cerniera centrale, alcune delle quali sono peraltro state dirottate in Israele per un torneo che non ha aggiunto nulla alla loro caratura internazionale, ma è un discorso già fatto... 
DE SCIGLIO SUPER, BUFFON... MENO - Scendendo nel dettaglio delle prestazioni dei singoli, si è rivisto il De Sciglio a tratti debordante della gara d'esordio, che mi aveva indotto al paragone col Cabrini debuttante ad Argentina '78, di cui non mi pento: un De Sciglio sempre disponibile alla discesa e alla percussione, ma stavolta enormemente attento in fase difensiva, quasi senza sbavature. Buone cose, sul piano del coraggio e dell'intraprendenza, ha mostrato Candreva, e si è mosso bene El Shaarawy nello scarso minutaggio avuto a disposizione. Fra i bocciati, piazzerei l'inconsistente Aquilani, al di là di una dignitosa opera di contenimento, un Diamanti dal quale ci si aspetterebbero ben altre iniziative per vivacizzare la prima linea, e, ebbene sì, un Buffon tutt'altro che esente da colpe sul secondo e sul quarto gol brasiliani. Anche in questo caso, come per la défaillance... messicana di Barzagli, tenderei a non drammatizzare e a non urlare al declino incipiente del portierone, che ha disputato una stagione azzurra pressoché perfetta, togliendoci in più di un'occasione (a Malta, a Praga e mercoledì scorso col Giappone, per fare tre esempi) le castagne dal fuoco. Una serata storta può capitare a tutti. 

giovedì 20 giugno 2013

ITALIA - GIAPPONE 4-3: SI VA AVANTI, MA IL CALCIO AZZURRO NON PUO' PERMETTERSI FIGURE SIMILI

                                       Giovinco: suo il gol decisivo al Giappone

Non è scandaloso che la Nazionale italiana vada in sofferenza contro quella giapponese, perché siamo nel 2013, e negli ultimi dieci - quindici anni le espressioni di vertice del football asiatico (direi, per l'appunto, nipponici e sudcoreani) hanno drasticamente ridotto le distanze nei confronti dei massimi esponenti dei continenti calcisticamente più avanzati. E' invece inaccettabile che gli azzurri, vicecampioni d'Europa, dagli atleti del Sol Levante si vedano impartire per mezz'ora abbondante una autentica lezione di gioco, e che nel quarto d'ora finale si lascino schiacciare nella propria area, salvo poi sgraffignare il gol vittoria in una delle rare sortite in avanti, complice anche un errore della retroguardia avversaria. 
C'è a chi piace vincere così. Non a me, soprattutto non quando in campo c'è la nostra rappresentativa. E però, paradossalmente, la prestazione di questa notte, imbarazzante sotto molti punti di vista, ha schiarito l'orizzonte azzurro dalle inquietanti nubi che vi si erano addensate nelle ultime settimane, a partire dalla prova all'insegna dell'impotenza, e ugualmente fortunata, in quel di Praga: non c'è stato alcun.... imbrocchimento improvviso dei nostri calciatori, né un improvviso logorio del progetto tecnico di Prandelli. Il problema è, principalmente anche se non unicamente, fisico. 
CONDIZIONE FISICA DISASTROSA - I nostri prodi sono al lumicino, le gambe non rispondono: al netto delle difficoltà climatiche denunciate ieri da De Rossi a fine gara ("Mai giocato in condizioni ambientali simili, al 70esimo minuto mi sembrava di essere in campo da tre ore...."), che comunque esistono anche per gli altri, affermo sommessamente che questa Confederations non è stata preparata alla perfezione, sul piano atletico. E' vero, c'è il logorio di una stagione stressante: è innegabile, in questo periodo i giocatori italiani spesso non si esprimono al meglio. Però va anche detto che siamo a giugno, e a giugno solitamente si giocano Mondiali ed Europei, e qualche volta (come capitato quest'anno con la Repubblica Ceca) anche importanti match di qualificazione. Insomma, era opportuno presentarsi  in Brasile in condizioni perlomeno dignitose: ora però, visto che ci siamo guadagnati altri due incontri sicuri oltre a quello di sabato con la Seleçao, è doveroso cercare di limare il deficit e di portare questi ragazzi a una maggiore brillantezza. 
SPETTACOLO IMBARAZZANTE - Sì, doveroso, perché la Nazionale italiana di calcio, oltre a dover ottenere risultati in linea col suo status passato e presente, o almeno provarci con tutte le sue forze, ha anche un'immagine storica da difendere, e non può permettersi di fornire "spettacoli" come quello di questa notte. Il Giappone è una squadra in crescita e che continua a progredire a vista d'occhio, grazie anche al lavoro di Zaccheroni: è compagine agile, scattante, ben organizzata, coraggiosa, con un palleggio che molte rappresentative europee si sognano. Però, contro gli azzurri, a tratti i nipponici sono parsi... spagnoli, per rapidità di esecuzione, precisione nel far girare la palla e capacità di mandare in tilt gli avversari. 
In casi come questo, e fatta la tara all'effettiva caratura del team che si affronta (buono, non stratosferico), è evidente come vi sia una corresponsabilità di chi questo gioco lo subisce. Alle corte: un'Italia "vera", o quantomeno al 70 per cento delle proprie potenzialità, non avrebbe incassato quasi passivamente una lezione di football come quella di Recife. Perché il nostro calcio non ha la perfezione tecnica di quello iberico, ma non è nemmeno un calcio fatto di passaggi sbagliati, di tocchi approssimativi, di idee latitanti, ossia tutto ciò che si è visto ieri per settanta minuti su novanta. Un assist perfetto per i tanti superficiali che già stanno bollando la nostra Nazionale sulla base della gara di poche ore fa, e che forse dovrebbero ricordarsi di almeno una decina di prestazioni azzurre, negli ultimi tre anni, andate in direzione diametralmente opposta, una direzione all'insegna di un atteggiamento aggressivo e propositivo che, nonostante le recenti défaillance, continua a rappresentare il marchio di fabbrica di questa nostra squadra. 
LE COSE DA SALVARE - L'imperativo, dunque, è ora ritrovare quella strada. Di buono, nel rocambolesco e immeritato 4 a 3 sul Giappone, solo due cose: in primis la grande capacità di reazione psicologica, dopo un uno - due che avrebbe abbattuto un toro, anche perché giunto inaspettato: e, si badi bene, non è cosa da poco, perché in passato ho avuto modo di vedere all'opera Nazionali azzurre anche più dotate di questa, sul piano della classe pura, andare in bambola dopo aver subito anche un solo gol. Secondo aspetto da salvare, la grande praticità: aver realizzato quattro reti e averle fatte ben fruttare, in una serataccia come quella di ieri, significa che si sta acquisendo la spietatezza delle grandi squadre. 
UOMINI E TATTICA DA RIVEDERE - Dopodiché, lo si accennava prima, mi pare che il problema fisico, seppure preminente, non sia l'unico a minare le certezze dell'Italia. Al di là di come andrà a finire questa Confederations, è evidente come il team abbia bisogno di una iniezione di freschezza in tutti i reparti, che le può arrivare solo dalla splendida Under di Devis Mangia: perché in difesa, per dire, da troppo tempo Chiellini alterna qualche prova buona a troppe deludenti, mentre Maggio non sa più garantire la spinta dei bei tempi, al centro Pirlo ha bisogno ogni tanto di tirare il fiato e in avanti.... Ecco, la situazione della prima linea dimostra come il quadro tattico si stia ingarbugliando un poco: lo si era scritto dopo l'esordio col Messico, lo schema a una sola punta può funzionare solo con Balotelli al cento per cento e con una batteria di incursori in piena forma  e in grado, per visione di gioco, sincronismi, tempismo negli inserimenti, precisione, dinamismo, di assecondare gli estri di Supermario: ciò che si è visto solo in parte con i nordamericani, e che non si è visto affatto contro gli asiatici. E' dunque una formula assai rischiosa, perché se una sola rotella non gira a pieno regime, tutto il meccanismo rischia di saltare, lasciandoci a secco di soluzioni offensive: meglio, allora, il classico schieramento con due attaccanti, perché El Shaarawy in primis, e  poi anche Cerci, sono carte in più che è un peccato non potersi giocare fin dall'inizio, e in prospettiva si veda di trovare un posto a Insigne, ma di questo ci sarà modo di riparlare. 
E SABATO? - L'Italia di Recife, a occhio e croce, ha poche possibilità di procurar danni al Brasile, ma mai dire mai: perché in queste competizioni con impegni ravvicinati tutto può cambiare da una gara all'altra, e perché il team di Scolari visto all'opera col Messico non è parso davvero al massimo dello splendore. Ha fatto tutto uno strepitoso Neymar, per il resto si è vista una Seleçao "europea" nel senso deteriore del termine:  spettacolare solo per brevi tratti di gara e dalla manovra assai poco ariosa, addirittura costretta a impostare il gioco dalla difesa (molto bene David Luiz e Marcelo) scavalcando un centrocampo scarsamente costruttivo. Servirà un'Italia in palla e concentrata, e sarà utile vedere all'opera qualche elemento più fresco, senza però rivoluzionare lo schieramento. 

mercoledì 19 giugno 2013

DA KIEV A GERUSALEMME, SPAGNA SEMPRE TROPPO FORTE. MA CHE BELLA LA GIOVANE ITALIA DI MANGIA!

                                            Borini: gol all'Olanda e alla Spagna

Una dolcissima maledizione. E' quella che ha perseguitato il calcio azzurro negli ultimi due anni: essere sempre l'ultimo ostacolo a frapporsi fra la Spagna e un trofeo. Essere gli ultimi a cedere, gli ultimi irriducibili avversari delle Furie Rosse... più furiose che mai: essere i più bravi in Europa, dopo di loro, sia fra i giovani sia fra gli... adulti. Da Kiev 2012 a Gerusalemme 2013 la musica, in buona sostanza, non è cambiata: il problema è che quando arrivi fino in fondo, e ti guadagni il diritto a sfidare gli "stratosferici", è altissimo il rischio di incorrere in piccole grandi figuracce.
L'anno scorso, per i ragazzi di Prandelli, la figuraccia fu soprattutto nel punteggio, per una squadra che aveva già fatto più di quanto ci si potesse aspettare arrampicandosi fino alla finale continentale, e che però si approcciò male a quel fascinoso impegno, e lo gestì ancor peggio in corso d'opera (ai tempi, ne scrissi così). Oggi, lo smacco per la nostra Under 21 è stato più che altro sul piano del gioco, e a tal proposito non devono... esaltare più di tanto i soli due gol di differenza maturati alla fine fra le due rappresentative, visto che nelle battute conclusive i fenomeni di Lopetegui han rallentato il ritmo e sposato una sterile accademia, consentendo ai nostri di farsi sotto e di chiudere comunque con sommo onore la loro avventura. 
DUE ARGENTI ONOREVOLI - Vicecampioni: c'è chi, in passato, ha deriso questa espressione ("Chi sarebbero i vicecampioni? Quelli che fanno gli onori di casa quando i campioni vanno in bagno?", scrisse un bel dì un celeberrimo opinionista). La realtà è chiaramente diversa: in certi tornei, raggiungere la semifinale è un grossissimo successo, e tutto ciò che viene in più, dopo, è tanto di guadagnato. Una medaglia d'argento vale tantissimo, perché in finale ci si è comunque arrivati, e una finale può essere decisa anche da eventi aleatori, che c'entrano solo in parte con i meriti e i valori tecnici. I due argenti azzurri 2012 - 2013, poi, valgono ancora di più: i nostri rappresentanti di ieri e di oggi hanno ceduto contro due compagini che sono espressione del momento in assoluto più felice, prospero, efficace di sempre del football spagnolo. Non è una questione di sistemi di gioco, di modo di stare in campo, di ragnatele di passaggi e di tiki taka: è il materiale umano che è di prim'ordine. Classe sopraffina, palleggio ai limiti della perfezione, intelligenza tattica, velocità, capacità di far correre il pallone. Un esempio di cosa voglia dire plasmare con sapienza i campioni  del domani. Certo, poi ci vuole anche fortuna, perché i grandi cicli, nello sport, li fanno i fuoriclasse: ma se è vero che gli Iniesta e gli Xavi non nascono tutti i giorni, forse il calcio spagnolo rappresenterà un'eccezione anche in questo, visto che i Thiago Alcantara e gli Isco che stanno emergendo sembrano avviati a ripercorrere le orme degli illustri e pluridecorati colleghi. 
UNA DELLE PIU' BELLE UNDER AZZURRE - Recriminazioni per l'Italia, dunque? Beh, la sensazione, al di là delle piccole défaillance contingenti, degli errori difensivi, dei cali atletici e via dicendo,  è che, a Gerusalemme come a Kiev, fosse impossibile capovolgere il rapporto di forza. La Nazionale di Mangia, come un anno fa quella di Prandelli, aveva, questo sì, i mezzi per rendere meno netta la sconfitta (il 2 a 4, lo ripetiamo, è comunque dignitosissimo), meno evidente la differenza di valori, ma sempre sconfitta sarebbe stata. L'unico rimpianto è, semmai, di carattere storico: questa Under azzurra, lo dico senza tema di smentite, è una delle più forti di tutti i tempi. Forse solo la splendida compagine del grande Azeglio Vicini, biennio 1984 - '86, si può considerare superiore a questa, sul piano del tasso di classe, della personalità, della quantità di elementi di valore assoluto. E' una squadra, questa, che avrebbe stravinto buona parte degli Europei di categoria disputatisi fino al 2009, ossia prima della deflagrazione di questa generazione di fenomeni in maglia rossa, con la quale ha avuto la sfortuna di condividere la sua traiettoria agonistica. 
Il team impostato da Ciro Ferrara (che errore abbandonare il lavoro coi giovani!) e perfezionato dall'ex tecnico del Palermo ha comunque segnato una cesura importante, nell'accidentato percorso recente del calcio italiano: perché ha imposto ai nostri club di prima fascia una parziale inversione di tendenza, dopo anni di ostracismo ai prodotti del nostro vivaio in favore dell'esperienza di ultratrentenni imbolsiti o del dubbio talento di stranieri improbabili. Sono talmente validi, questi ragazzi, che alcuni di loro sono riusciti a ritagliarsi, pur fra mille diffidenze, posti da titolare in Serie A (per non parlare degli "emigranti di lusso" Verratti e Borini). Hanno giocato molto, nelle ultime due stagioni, ma ancora non abbastanza, se si pensa invece all'esperienza addirittura internazionale già maturata da diversi elementi delle Furie Rosse. Ma nella prossima stagione, ad esempio, come potrà Insigne non diventare un uomo cardine del nuovo Napoli di Benitez?

                                      Mangia: ottimo lavoro alla guida dell'Under 21 

BARDI, BIANCHETTI, VERRATTI E... - La classe pura, il dinamismo, l'estro messo al servizio della squadra: doti che il folletto napoletano ha nitidamente fatto balenare nel corso della spedizione israeliana, fin quando le condizione fisica lo ha sorretto. E l'Euro Under 21 ci ha fatto scoprire anche un Bardi reattivo e capace di decisive prodezze (soprattutto contro l'Inghilterra e poi ieri, a limitare il passivo). La difesa, che veniva considerata la parte debole della fuoriserie azzurra, ha mostrato ieri un Bianchetti inesauribile, tempista, sempre presente a coprire le falle che la manovra spagnola inevitabilmente apriva nel tessuto della nostra squadra, mentre nelle gare precedenti Donati e Caldirola avevano sfoderato puntualità e autorevolezza nelle due fasi. Nel mezzo, per un Florenzi onnipresente (anche ieri, prima di cedere alla fatica, è stato fra i più continui e aggressivi, tanto da ritrovarsi sui piedi due palle gol) e un Marrone visto sciorinare visione di gioco, precisione e predisposizione al sacrificio prima di essere cancellato da un infortunio nel match iniziale, qualche perplessità ha destato Verratti: intendiamoci, Europeo sufficiente, ma lo si è visto sempre troppo "rintanato" a ridosso della difesa, troppo preso a fare filtro, mentre lui è un centrocampista completo che dovrebbe caricarsi sulle spalle il peso della manovra anche in fase di impostazione. Per un lavoro di pura quantità bastano anche elementi con piedi meno "nobili". 
Rimango del parere che per il campioncino del Paris Saint Germain, come per Florenzi, come per lo stesso Insigne, avrebbe avuto più logica la partecipazione alla spedizione della Maggiore per la Confederations: un'esperienza essenziale per cominciare a inserirsi nel gruppo dei grandi, e vivere atmosfere, problematiche  e situazioni tecniche simili a quelle di un Mondiale, osservando da vicino campioni fatti e finiti e cominciando a ritagliarsi spazi preziosi sul terreno di gioco. Comunque per loro è solo questione di settimane, così come dovrebbe presto rientrare nel giro prandelliano quel Borini già parte della rosa azzurra a Euro 2012 e in lenta risalita dopo i tanti infortuni: per lui, due gol nelle ultime due gare in Israele, pur con un'autonomia ridotta. Altri seguiranno: occhio a quelli già citati e anche al guizzante e fantasioso Saponara, che avrà l'occasione Milan, e a Gabbiadini, dalla sventola mancina potente e mortifera. 
SPAGNA, DITTATURA DEL GIOCO - In definitiva, un'Italia che trova nel secondo posto continentale la sua collocazione ideale, al momento il massimo a cui potesse aspirare. Per capire come fosse impossibile salire sul gradino più alto, una semplice riflessione: il team di Devis Mangia ha quasi sempre giocato, in questo biennio, un calcio frizzante, gradevole, di iniziativa, ha attaccato e creato occasioni (emblematica la sfida con l'Inghilterra in questa fase finale della competizione, o, andando indietro, i due spareggi con la Svezia o la trionfale amichevole in Olanda). Ebbene, contro la Spagna è stato costretto a disporsi secondo l'antica tradizione italiana, lavorando in copertura e cercando di ripartire con fulminei contropiede, gioco riuscito pienamente solo due volte e che ha fruttato il gol di Immobile e l'occasionissima di Florenzi. Nulla di disdicevole, anzi, ma comunque una forzatura, la necessità di adattarsi al tipo di partita imposta da avversari superiori, contro i quali fare calcio aggressivo e d'attacco è pressoché impossibile, per il semplice fatto che lo attuano loro ed eseguono lo spartito in modo tale da prendersi in toto la scena, tenendo salde in mano le redini e lasciando ai dirimpettai pochi spiragli, limitati nel tempo e nello spazio d'azione, per imbastire frettolosamente una qualche manovra diversiva. Avidi di gioco e di gol, gli iberici, desiderosi di occupare quasi... militarmente il campo, di menare le danze dall'inizio alla fine. Per disinnescarli occorre essere perfetti, e sperare che, per una volta, loro non lo siano. Ma verrà il tempo. 

lunedì 17 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: L'ITALIA IMPERFETTA DI BALOTELLI E LA SPAGNA A NOZZE CONTRO IL FANTASMA DELL'URUGUAY

                                                 Balotelli: in gol col Messico

Un'Italia imperfetta come il suo alfiere, quel Balotelli che segna, di classe e di potenza, il gol della vittoria sul Messico e poi non trova di meglio che beccarsi l'ennesima ammonizione gratuita per la solita, inutile, esultanza a petto nudo. Un'Italia imperfetta e però capace di andare oltre i propri limiti e di trarre il massimo dai propri attuali punti di forza. Una squadra matura e cinica, dunque, base di partenza essenziale per compiere il non facile tragitto da "buona compagine" a "grande compagine". L'importante era "scollinare" questo primo impegno in Confederations: e ciò che conta, nelle gare di esordio di questi tornei a media e lunga gittata, non è tanto il giocar bene, quanto fare risultato (possibilmente pieno) e lasciare intravedere segnali incoraggianti in vista del prosieguo del cammino. 
GRAN LAVORO NEL MEZZO - Bene, è quanto accaduto ieri: aspettarsi una Nazionale scintillante e in palla dopo le strascicate prestazioni con cechi e haitiani era utopia, ma il salto di qualità c'è stato, eccome. Per un tempo si è vista un'Italia dinamica, propositiva, aggressiva. Impressionante, in particolare, la mole di lavoro svolta dal centrocampo: se De Rossi si è limitato a una prestazione di puro sacrificio, facendo diga davanti alla difesa e centellinando gli sganciamenti, Pirlo e Montolivo hanno lavorato un'infinità di palloni, quasi sempre con profitto, e Giaccherini ha sfoderato la sua miglior prova in azzurro, con una serie di devastanti inserimenti che, benché non sempre accompagnati dalla necessaria lucidità, hanno comunque fatto più volte saltare il dispositivo difensivo messicano. Nella zona nevralgica, il solo Marchisio è apparso sottotono, confermando di attraversare un delicato momento atletico: più in generale, in Nazionale raramente si è visto il Marchisio che ha fatto le fortune della Juve negli ultimi anni, il centrocampista tutto sostanza e mortifero nei sui blitz in prima linea, eppure l'innovativa formula adottata ieri da Prandelli ben si sarebbe prestata a sciogliere le briglie alle fregole offensive del bianconero.
ATTACCO A UNA PUNTA: SE C'E' MARIO... - Uno schema, quello dell'unico attaccante sostenuto da una batteria di incursori, che può rivelarsi pienamente funzionale solo a due condizioni: che gli incursori siano fisicamente brillanti e continui nella loro azione, e che la punta unica sia... Balotelli. Già, perché solo un uomo con la classe, la straripanza atletica, la visione di gioco e la varietà di soluzioni offensive di Supermario può reggere il peso di un modulo tattico che, in prima linea, dipende soprattutto da lui, dal suo stato di forma, dai suoi movimenti, dalle sue intuizioni. Altrimenti, credo rimanga sempre preferibile il format a due punte che tante soddisfazioni ha portato all'Italia prandelliana  in questi primi tre anni, sia sul piano dei risultati sia su quello della qualità della manovra. 
DE SCIGLIO COME IL CABRINI ARGENTINO - Tornando all'esordio del Maracanà, si è visto, ed eravamo stati facili profeti, un De Sciglio a tratti incontenibile, attento (e a volte fin troppo disinvolto...) in copertura, puntuale negli sganciamenti, ficcante nelle discese: una gara che, per certi versi, ha ricordato gli entusiasmanti primi vagiti azzurri di un suo illustre predecessore, il Cabrini di Argentina '78, buttato nella mischia all'ultimo momento e subito decisivo per rendere più fresco e imprevedibile il gioco della Nazionale di Bearzot. La promozione (credo definitiva, a rigor di logica) del giovanissimo milanista ha riportato al centro Chiellini, e i risultati si sono visti: lo juventino si è espresso su livelli che, con la maglia della rappresentativa, da tempo non toccava, quasi sempre puntuale nelle chiusure e negli anticipi, ruvido il giusto, punto fermo di una retroguardia che ha invece conosciuto l'imprevedibile giornata nera di Barzagli, responsabile numero uno del penalty che ha portato al momentaneo pari messicano di Chicharito Hernandez. I latini dicevano "Semel in anno, licet insanire": il toscano ha disputato, in bianconero e in azzurro, una stagione monstre, praticamente priva di sbavature, si è trattato del primo svarione dopo mesi e mesi, credo sia giusto perdonarglielo, nella quasi assoluta sicurezza che la cosa non si ripeterà. 
PIRLO NEL TEMPIO DEL CALCIO - Chiusura per Pirlo: è proprio vero che i fuoriclasse trovano motivazioni supplementari quando sono chiamati a esibirsi su palcoscenici di primo piano. Lo si è detto in un recente post, il nuovo Maracanà ha perso il fascino dello storico "stadio dei 200mila", ma rimane pur sempre, seppur "snaturato", uno dei templi del football mondiale. Abbiamo visto dunque Andrea calarsi nell'impegno col piglio del leader, sciorinare palleggi d'alta scuola, tessere calibratissime trame offensive e, soprattutto, scatenarsi in un florilegio di tiri, su azione e  da fermo. Il primo di questi, una delle sue punizioni a effetto, giunto mentre il pubblico brasiliano ne invocava a gran voce il nome, quasi a pregustarne la prodezza, ha fruttato la rete dell'uno a zero. Pirlo, fra un anno al Mondiale, sarà trentacinquenne: è vero che i tempi sono cambiati, che la... vita media del calciatore si è allungata, ma tremano i polsi al solo pensiero che questo genio del calcio possa cominciare il proprio declino nel momento meno propizio. Lo so, può sembrare fuori luogo e antipatico fare questi ragionamenti dopo aver assistito a una prestazione come quella di ieri sera, ma è un timore che è giusto avere, soprattutto se un progetto importante e complesso come quello di Brasile 2014 vede proprio in Pirlo uno degli uomini cardine, elemento imprescindibile per la buona riuscita della spedizione. 
SPAGNA: FU VERA GLORIA? - Ci sarà modo di tornare sull'argomento. Di certo, e torniamo al punto di partenza, Andrea ha rappresentato la perfezione in un'Italia, lo si è detto, imperfetta. Un'Italia il cui successo non deve indurre a troppo ottimistici vaticini (da mettere in conto anche la forma del tutto precaria di un Messico fiaccato da una serie di recenti impegni a distanza ravvicinata), ma che consentirà di certo di lavorare con maggiore serenità. Certo, vista la Spagna schienare nottetempo l'Uruguay, la distanza dagli iberici rimane ancora notevole. 
Nulla di nuovo dalle parti delle Furie Rosse: la solita ragnatela straniante e stordente gli avversari (e, debbo dirlo, a volte anche il pubblico, specie a quell'ora tarda...), ma anche una qualità tecnica sopraffina, un tocco di palla e una precisione nei passaggi che rimarranno nella leggenda di questo sport. Sussiste qualche dubbio: un Uruguay troppo brutto per essere vero, talmente brutto che non meritava nemmeno il gol della bandiera, trovato nel finale da Suarez con una deliziosa punizione. La Nazionale quarta nel mondo nel 2010 e campione del Sudamerica in carica non si è vista, in quel di Recife: il dubbio, dicevo, è dunque che molte squadre giochino contro la Spagna partendo già mentalmente battute, e assumendo atteggiamenti consequenziali sul piano tattico e agonistico, perché sulla superiorità iberica siamo d'accordo, ma la differenza fra i due team non è così abissale come visto nei novanta minuti di ieri. L'Italia di Prandelli, per dire, un anno fa all'esordio Europeo affrontò i supercampioni  con ben altro piglio, e i risultati alla fine si videro. Anche per Iniesta e compagnia, insomma, prima di trarre conclusioni sulla loro permanente invincibilità sarà il caso di aspettare altri più probanti test: se ne riparlerà in semifinale, visto che i prossimi ostacoli si chiamano, con tutto il rispetto, Tahiti e Nigeria. 

mercoledì 12 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: ECCO PERCHE' E' UN TORNEO IMPORTANTE E "VERO"


La Confederations Cup, che prenderà il via domani con la sfida Brasile - Giappone, è un torneo che, dopo gli albori incerti e quasi... semi - clandestini (correvano i primi anni Novanta), si è ormai conquistato dignità e rilievo internazionale. Certo, non ha, e mai potrà assumere, l'importanza e il prestigio di un Mondiale o di un Europeo, ineguagliabili per valore tecnico, tradizione, contenuti storici e fascino anche extracalcistico. Però è una competizione che ha sostanza e spessore autentici, tutt'altra cosa rispetto a quei tornei "semi - amichevoli" fra Nazionali che spesso venivano disputati in passato per riempire gli anni dispari, quelli orfani di grandi manifestazioni: gli esempi più noti sono la Copa de Oro del 1981 in Uruguay (il famigerato Mundialito) e il Tournoi de France del 1997. 
No, qui siamo davanti a un torneo con tutti i crismi, e non solo perché si svolge sotto l'egida della Fifa, quindi con carattere assolutamente ufficiale. E' l'idea stessa alla base della Confederations ad essere vincente e ricca di appeal: mettere di fronte le rappresentative migliori di ogni Confederazione calcistica del pianeta, sulla inoppugnabile base dei risultati espressi dai vari tornei continentali dell'ultimo quadriennio o biennio, opponendole nel contempo alla Nazionale "campione dei campioni", ossia alla detentrice del titolo iridato; una manifestazione, quindi, estremamente selettiva, in quanto per prendervi parte occorre avere vinto qualcosa (a meno che non si sia il Paese ospitante). Con qualche eccezione, certo, come l'Italia che si schiera in questa edizione 2013 senza portare con sé alcun trofeo. Ma è un'eccezione legittima e giustificata, in quanto i nostri sono arrivati secondi all'ultimo Europeo dietro una Spagna che, in Brasile, aveva già un posto prenotato grazie al trionfo di Sudafrica 2010. 
Di grande significato anche la funzione di questa kermesse come "prova generale" in vista del Mondiale dell'anno successivo: test di carattere logistico, in quanto si gioca nello stesso Paese che ospiterà la Coppa del Mondo, e vi è quindi l'occasione di fare il punto sullo stato di avanzamento dei lavori per impiantistica, infrastrutture, capacità ricettive, e sull'efficienza della struttura organizzativa nel suo complesso; test, anche, prettamente calcistico: le Nazionali in lizza, buona parte delle quali saranno presenti anche a Brasile 2014, saggeranno il clima, l'ambiente, i terreni di gioco, e soprattutto sperimenteranno condizioni tecniche simili a quelle che troveranno fra dodici mesi, ossia la permanenza in loco di una rosa ampia di giocatori per un periodo prolungato e le partite da disputare a distanza ravvicinata l'una dall'altra: verranno quindi verificate le risposte, fisiche e mentali, dei calciatori a queste tipiche situazioni "da torneo", e gli staff tecnici valuteranno eventuali modifiche nelle composizione delle loro rose da attuare nel corso dell'ultima stagione pre Mondiale. Ciò che, ad esempio, non fece Lippi dopo il disastroso esito della Confederations edizione 2009: a partire dall'agosto successivo, nonostante l'evidente logorio del gruppo "mundialista" del 2006, fu assai parsimonioso nel rinfrescare la formazione (dentro Criscito,  Marchisio e pochi altri) e andò incontro alla disfatta sudafricana contro Nuova Zelanda e Slovacchia. Un precedente da non sottovalutare e che rappresenta un altro indicatore dell'attendibilità e utilità di questa competizione. 
Certo, nel contempo ciò non vuol dire che gli esiti di tale torneo vadano presi per oro colato al cento per cento, perché in un anno di calcio, particolarmente nell'anno che precede un Mondiale, succedono tante cose e gerarchie apparentemente immutabili possono cambiare, così come certezze granitiche sull'affidabilità di una squadra o di un giocatore. Ma è certo che si tratti di indicazioni da tenere nel debito conto, in quanto maturate in un contesto tecnico e agonistico che è, oggi, assolutamente di primo piano. La Confederations Cup, parere personale, è diventata adulta nel 2001, dopo anni di ovvio "apprendistato" (e di faticosa ricerca di una degna visibilità mediatica): fu la prova generale per la Coppa del Mondo organizzativamente più complessa di sempre, quella che, per la prima volta, sarebbe stata ospitata da due nazioni, Corea del Sud e Giappone; sul piano meramente sportivo, fu impreziosita dalla presenza della Francia euromondiale, che in quella circostanza alimentò ulteriormente il suo mito aggiudicandosi anche quel torneo, oltretutto superando in semifinale il Brasile. 
Ecco, quella fu una affermazione di certo non fallace, perché fotografava il momento di strapotere del football transalpino, però portò a trarre troppo affrettate conclusioni all'allora CT del Bleus Roger Lemerre: la Francia pareva addirittura più forte di quella che vinse il Mondial 1998, sembrava destinata a concedere un clamoroso bis iridato e invece, nel 2002, si sciolse come neve al sole. Ma intanto aveva dato una spinta importante alla crescita della credibilità di questa giovane kermesse. Kermesse che non va quindi snobbata, considerandola come un'esibizione fine a se stessa. E' una cosa seria e lo sarà, ritengo, sempre di più in futuro. Forse non riempirà di orgoglio il petto dei tifosi come una Coppa del Mondo, ma fa albo d'oro, eccome.
Messaggio che vale soprattutto per gli azzurri, i quali devono riscattare il loro unico, amarissimo precedente sopra ricordato, e che, stando all'attualità più stringente, sono chiamati a dimostrare che le ultime, incolori uscite sono solo frutto di una precarietà contingente, e non piuttosto la spia del logorio di una formula di squadra faticosamente messa a punto da Prandelli in questi primi tre anni di brillante gestione tecnica. Pericolo, quest'ultimo, che non credo sia effettivamente concreto, ma è sempre meglio tenere le antenne drizzate... 

ITALIA - HAITI, GLI AZZURRI AL LUMICINO E LA DOMANDA DI SEMPRE: E' GIUSTO PREOCCUPARSI?

                                    Giaccherini: Contro Haiti gol a tempo di record

Mettiamola così: al di là del lodevolissimo intento benefico (il terremoto di tre anni fa ha lasciato ferite che chissà quando si rimargineranno), l'amichevole di ieri sera fra Italia e Haiti valeva soprattutto per il suo significato "vintage". Un remake, a 39 anni di distanza, del primo e unico confronto fra le due rappresentative: correva l'anno 1974, gli azzurri debuttarono nel primo dei due Mondiali disputati in terra tedesca proprio contro i caraibici, vinsero solo 3 a 1 e la mancata goleada (che avrebbero potuto realizzare tranquillamente, se Chinaglia e compagni non avessero troppo scialacquato sotto porta) di fatto precluse loro il passaggio del primo turno (eliminati dall'Argentina per differenza reti), in un torneo al quale si erano invece presentati come una delle squadre da battere. Mettiamola così, dicevo, perché se dovessimo analizzare la sfida di Rio de Janeiro sul piano prettamente tecnico cadrebbero le braccia, al di là del rilievo sul gol record di Giaccherini, il più veloce nella storia del calcio azzurro. 
TEST ATTENDIBILE? - Sia chiaro, è sempre arduo attribuire una patente di attendibilità a partite come questa: la sensazione è di aver assistito a uno di quei galoppi amichevoli  che precedono i tornei importanti (e la Confederations Cup che si aprirà sabato lo è, se ne parlerà a breve su questo blog), partite senza sugo, disputate senza voglia e col freno a mano tirato: esempio classico, quello Sporting Braga - Italia di pochi giorni antecedente il Mundial del 1982, gara che l'Italia di Bearzot giocò talmente male da far esclamare all'allora presidente federale Federico Sordillo: "Se la nostra Nazionale è questa è inutile andare alla kermesse iridata, meglio tornare subito a casa". Però non è neanche giusto minimizzare totalmente, e del resto anche il cittì Prandelli ha ammesso che la figura non è stata di quelle da tramandare ai posteri con orgoglio. Di certo, Haiti ha rappresentato un banco di prova un tantino più probante di quel San Marino che rimane, spiace dirlo, una realtà inconsistente a livello internazionale, e che poche settimane fa a Bologna i nostri travolsero, oltre che con quattro reti, con un florilegio di tiri e occasioni da gol (ne contai una quindicina abbondante). 
ITALIA (ANCORA) SVUOTATA - Per questo, le preoccupazioni sono lecite. Sono cambiati gli uomini, ma nessun miglioramento vi è stato rispetto alla dimessa recita di Praga: Si è vista un'Italia svuotata fisicamente e mentalmente, senza ritmo, dinamismo, agilità, terribilmente lenta di gambe e di testa, priva di  apprezzabili idee di gioco; si è vista, soprattutto, una certa abulia, un impegno ridotto al minimo sindacale e forse anche meno, ma questa, pur se discutibile sul piano sportivo, è la cosa che inquieta meno, perché si sa che le motivazioni rifioriscono per incanto quando un calciatore italiano si trova di fronte agli impegni che contano. 
Casomai, va detto che dell'approccio della nostra massima rappresentativa a certi confronti ritenuti abbordabili avevo già severamente parlato pochi mesi fa, ai tempi della prestazione in quel di Malta, una prestazione indecorosa sul piano della qualità del gioco, con rischi assurdi (rigore neutralizzato da Buffon) e col risultato salvato soltanto da un Balotelli all'epoca in gran vena. Scrissi così:  "Sappiano, gli azzurri, che non sempre ti gira bene, non sempre i rigori si riescono a neutralizzare anche se ci si chiama Buffon e non sempre ci sarà un Balotelli in stato di grazia, capace di trasformare in gol la quasi totalità dei pochi palloni che gli capitano sui piedi". Ecco, è infine capitato che certi acuti personali non siano più stati sufficienti a mascherare le magagne del collettivo, e che Davide abbia fatto il colpaccio contro Golia: per fortuna era solo un'amichevole, ma si spera che questo 2-2, una figuraccia "da almanacco", abbia smosso qualcosa nell'animo dei nostri prodi azzurri, convincendoli che ogni sfida vada affrontata col piglio del killer instinct, senza pensare che in ogni caso la superiore caratura consentirà di portare a casa il risultato. 
PREOCCUPANTE O NO? - Ecco, l'analisi della partita di ieri sera potrebbe terminare qui. Andare oltre significherebbe addentrarsi in un terreno minato. La domanda, da decenni, è sempre la stessa: quanto vanno prese per oro colato le indicazioni, inquietanti o meno, di certi collaudi pre Mondiali, pre Europei o, in questo caso, pre Confederations? Non esiste risposta univoca. Prima abbiamo citato l'allenamento col Braga del 1982, ma l'esempio più fresco rimane la disfatta con la Russia che precedette il nostro "quasi trionfale" Europeo polacco - ucraino: nell'uno e nell'altro caso, sembravano non esservi speranze per gli azzurri, che invece in pochi giorni risorsero e disputarono dei tornei da incorniciare. Altre volte, però, le negative prestazioni della vigilia trovarono conferma negli impegni ufficiali: l'Italia del Trap perse male, al di là dello 0 a 1 finale, contro la Repubblica Ceca nel 2002, prima di partire per il Mondiale nippo - coreano che, lo sappiamo, regalò solo amarezze; e la seconda, pallida "Azzurra" di Lippi si avviò al disastro sudafricano sulle ali di una mortificante sconfitta col Messico, nell'ex Heysel di Bruxelles. 
L'IMPORTANZA DEL RITIRO - E allora, come distinguere fra indicazioni fallaci e segnali attendibili? L'unica certezza è che un buono o un cattivo torneo si costruiscono nel ritiro di preparazione, nel quale lo staff tecnico si trova a dover gestire situazioni delicatissime, equilibri precari, problematiche molteplici: in quella sede, occorre si cementi alla perfezione, se già non è presente, la coesione del gruppo, occorre che vengano smaltite nel più breve tempo possibile le scorie psico- fisiche lasciate dalla stagione di club, e che i giocatori recuperino una condizione atletica e mentale almeno discreta, da far poi ulteriormente lievitare man  mano che ci si avvicina agli impegni decisivi. E' poi necessario che il cittì azzecchi sia le scelte tecniche (convocazioni prima, formazioni poi) sia quelle tattiche, e che gli uomini a sua disposizione sposino senza perplessità e mugugni sia le une sia le altre. Conta poi anche la fortuna: perché se i giocatori, soprattutto quelli decisivi, proprio nelle settimane del torneo incocciano nel loro periodo d'oro, nessun traguardo è precluso, se invece (per condizioni di forma, bioritmi e quant'altro) cadono nel momento peggiore dell'anno, allora non c'è verso di dare una svolta alla situazione. 
Ecco perché non bisogna né drammatizzare, né nascondere la testa sotto la sabbia. I cinque giorni che mancano al debutto potrebbero bastare a rimettere in piedi i nostri stanchi e corrucciati eroi, ma anche no. Di certo, va detto, non è lecito attendersi prestazioni debordanti da formazioni, come quella messa in campo ieri sera da Prandelli, che potremmo definire benevolmente "raffazzonate", ossia formate da elementi che solitamente non sono titolari e che insieme non avevano mai giocato: manca l'amalgama, manca l'idea di squadra, d'accordo, ma, lo si è detto, i problemi emersi contro Haiti sono stati di altra natura. Nell'auspicio che il gruppo azzurro recuperi brillantezza, una rinfrescata all'undici cristallizzatosi come titolare non guasterebbe in ogni caso: si trovi, se possibile, un angolino a De Sciglio e a Cerci, e si valuti l'apporto che un Diamanti e un Aquilani finalmente integro potrebbero dare, in termini di dinamismo e idee,  a un centrocampo e a una trequarti ultimamente a corto di fiato e di inventiva. 

martedì 11 giugno 2013

PAOLA TURCI IN CONCERTO A GENOVA PER IL "LILITH FESTIVAL": EMOZIONI IN CHITARRA E VOCE



Un'artista "a nudo". Solo lei, la sua voce, la sua chitarra, compagna di mille scorribande attraverso l'Italia, per calcare i palchi più prestigiosi, scintillanti, glamour, e quelli più genuini, paesani, intimi, tutti "serviti" sempre con la medesima dedizione. Paola Turci in versione "unplugged" è un'emozione che va provata: senza sovrastrutture ritmiche o arrangiamenti debordanti, deflagra il talento purissimo di una cantautrice non sempre compresa e apprezzata fino in fondo. 
Paoletta si è esibita a Genova, davanti al Palazzo Ducale, sabato scorso, nell'ambito di "Lilith", festival della musica d'autrice giunto alla terza edizione. Tre serate, e per ognuna di esse un grande nome al femminile: Cristina Donà, la Turci e Marina Rei. Attorno alle tre... giovani veterane della nostra canzone, un agguerritissimo drappello di esponenti della nuovelle vague in rosa: sabato, ad esempio, si sono alternate sul palco l'hawaiana Kiana Luna, dallo stile molto Irish, diciamo in salsa "Cranberries", e le italiane Sara Velardo e Cristina Nicoletta, due rocker, più in punta di piedi la prima, più ruspante e "allo stato brado" la seconda: personaggi non banali, soprattutto l'ultima citata, dalle proposte interessanti sia sul piano dell'impianto musicale che su quello testuale. La kermesse, presentata dalla bella attrice Lisa Galantini e da Andrea Podestà, ha avuto anche un carattere benefico, per la raccolta di fondi da destinare al centro anti violenza  Mascherona, a Genova.  
Dicevamo di Paola Turci: quella "acustica" è forse la sua dimensione migliore. La cantante romana da sempre costruisce i suoi brani con stile musicalmente essenziale e semplice, affinché questi possano trovare efficacia, possano "comunicare" senza bisogno di ricorrere ad eccessivi artifizi ritmici o melodici, a trovatine sonore. Musica nuda e cruda, scarna eppure capace di arrivare al cuore. Personalmente, sono convinto che la Turci sia uno dei migliori "prodotti" della musica italiana degli ultimi trent'anni. Ha lasciato un segno tangibile, in particolare, come interprete di punta del più raffinato pop d'autore anni Novanta: e come tanti artisti venuti alla ribalta in quel decennio, è stata frettolosamente e colpevolmente esclusa dal circuito che conta, quello dei grandi media, della radio, delle tv e delle manifestazioni nazionalpopolari, pur avendo ancora non poco da dire e da dare. 
Così, persone come lei, o come la citata Marina Rei, dobbiamo accontentarci di vederle live, nelle piazze e nei  teatri: non è poco comunque e forse, in fondo, a loro nemmeno dispiace del tutto, trattandosi di artisti che non possono definirsi certo commerciali a tutto tondo, pur gravitando nel mondo della musica leggera. Sta di fatto però che un po' di visibilità in più gioverebbe. La performance genovese è  filata via in un'oretta, una dozzina di canzoni a rappresentare una sintesi tutto sommato efficace della carriera di Paola. Esauriente no, questo va detto: certo, ognuno ha le sue preferenze, ma in un concerto della Turci dovrebbero starci sempre piccoli gioielli come "L'uomo di ieri", che ne segnò il debutto nel lontano Sanremo del 1986, così come "Ringrazio Dio", l'originale "Saluto l'inverno" nella quale riuscì a rendere al meglio l'impronta autoriale di Carmen Consoli, oppure, ancora, un altro pezzo delizioso pur se non conosciutissimo come "Dove andranno mai i bambini come noi?". Poco male: l'apertura è stata affidata a "Volo così", uno dei picchi di massima ispirazione della cantante: eravamo nel '96, sempre a Sanremo, manifestazione alla quale Paola Turci ha dato tanto ma dalla quale tanto ha pure ricevuto: il Festivalone, ricordiamolo, ne attese pazientemente un'esplosione che tardava ad arrivare, ammettendola per ben tre volte nella categoria Giovani e una quarta, quella decisiva, nella sezione "Emergenti", che visse solo per una edizione, quella 1989. Sanremo, insomma, puntò forte su questa giovane: la speranza è che la riaccolga presto sul suo palco. 
Nel 1989, si diceva, Paola spiccò il volo dall'Ariston con "Bambini", che rimane la sua canzone manifesto e che nella sera di Genova ha coinvolto ed emozionato il pubblico, così come l'intensa "Stato di calma apparente", altro suo passaggio rivierasco. Grande atmosfera per la delicata, dolcissima "Attraversami il cuore", ma la Turci è anche artista poliedrica che non ha mai disdegnato i registri più vivaci e movimentati, per cui eccola alle prese con "Questione di sguardi" e "Sai che è un attimo", cover ottimamente confezionate, soprattutto quest'ultima un autentico classico estivo anni Novanta. E non sono mancati nemmeno gli omaggi, a due miti che di certo rappresentano più di un esempio per l'universo creativo della cantante romana: d'obbligo ma sentito quello a De Andrè, con una struggente "Preghiera in gennaio", brillante e originale quello a Modugno, la cui "Dio come ti amo", a parer mio canzone fra le meno convincenti del repertorio del Mimmo nazionale, è stata "svecchiata" e trasfigurata in un pop rock morbido ma al contempo sostenuto, di sicura presa.
Questa è Paola Turci: un talento di grande essenzialità artistica, dotato di una raffinatezza compositiva che sa abbinare immediatezza e capacità di non toccare mai le corde della banalità, che la rende capace di narrare storie e amori di tutti i giorni con linguaggio "metropolitano", di grande impatto ma non privo di ricercatezza; una cantante fedele a un suo preciso stile ma che mai ha disdegnato di sperimentare, pur senza tradirsi e snaturarsi. Brava "Paolè": ti aspettiamo protagonista anche in questo secolo, non molto generoso con la musica italiana. Te lo meriti.
PS: ringrazio anche qui Paola Turci, che su Twitter ha manifestato apprezzamento per questa mia recensione.   https://twitter.com/CarloCalabr

sabato 8 giugno 2013

A PRAGA L'ITALIA PIU' BRUTTA. NON FUNZIONA QUASI NULLA, MONDIALE ANCORA DA CONQUISTARE

                                       Buffon: intramontabile. Se non c'era lui... 

Raramente, in passato, avevo visto la Nazionale azzurra approcciarsi a un impegno importante con la spavalderia e la sicumera verbali mostrate nei giorni scorsi. Prandelli voleva i tre punti a Praga per mettere in fresco la qualificazione ai Mondiali, e voleva una squadra che stazionasse nella metà campo avversaria, tenendo costantemente in mano il pallino del gioco. Ma nello sport la spavalderia gratuita e il parlarsi addosso non portano risultati concreti, e francamente mi aveva anche un po' stupito questa scarsa considerazione per una Repubblica Ceca che sarà pure attardata nella classifica del girone, che non sarà una banda di fenomeni del pallone, che starà vivendo un momento di declino dopo un decennio di cospicue soddisfazioni, ma rimane una onesta e discreta squadra di medio livello europeo, come ha mostrato lo scorso anno alla kermesse continentale e come ha confermato nella sfortunata prova di ieri sera. 
PARTITA - DISASTRO - Parole, parole, parole. Forse un espediente per mascherare i deficit psicofisici che il cittì non poteva non aver visto nel suo gruppo, e per caricare mentalmente giocatori che erano scarichi più di quanto egli potesse prevedere. Ma sono giochetti che non portano lontano, quando manca la sostanza  agonistica. Così, nella Mitteleuropa, l'Italia ha regalato la prova più avvilente dell'intera era Prandelli, se si escludono le prime timide gare del dopo Sudafrica 2010. Dire che cosa abbia funzionato è arduo. Volendo essere cinici, solo due cose: un Buffon al solito monumentale (come già scritto ripetutamente su questo blog: che Iddio lo conservi ancora a lungo in condizioni di piena efficienza), e quel fattore C che, ogni tanto, non guasta mai. I cechi, questi sottostimatissimi cechi, si sono visti tre conclusioni a colpo sicuro ribattute dall'immarcescibile Gigi, hanno colpito un palo, reclamato un rigore e mancato altre due occasioni di pochi centimetri. Meritavano la vittoria, senza se e senza ma, anche perché, dall'altra parte, l'Italia ha fatto poco o nulla per giustificare la conquista di questo 0 a 0 che è, davvero, tutto grasso che cola: in difficoltà in tutti i reparti, presa spesso di infilata in difesa, macchinosa a centrocampo, evanescente in prima linea. Lentezza di pensiero e di esecuzione in ogni fase del gioco, errori nella misura dei passaggi che sarebbero stati inaccettabili anche per una nostra compagine di bassa Serie B. 
MARCHISIO E PIRLO, CHI LI HA VISTI? - Una squadra in evidentissimo disagio atletico e che ha via via smarrito anche la bussola tattica, senza che, peraltro, dalla panchina giungessero correttivi apprezzabili in tal senso. Chiaro che il calendario di questo giugno, insolitamente pieno per essere il giugno di un anno dispari, un anno di attesa del "big event" dell'anno prossimo, non ha aiutato lo staff della Nazionale, in particolare con questo fondamentale impegno sulla strada di Brasile 2014 posto a ridosso della Confederations. Personalmente, non ho dedicato nemmeno una riga alla amichevole esibizione della settimana scorsa con San Marino, trattandosi di gara di palese inattendibilità tecnica per via della assoluta inconsistenza dell'avversario, però forse una qualche indicazione da essa poteva essere tratta, perlomeno in rapporto alla salute di alcuni giocatori che avrebbero meritato una chance a Praga. 
Ma in seno alla Nazionale vale sempre, da decenni, la sacralità del gruppo titolare: quando si fa sul serio, quando ci si gioca qualcosa di concreto, guai a cambiare la formazione tipo cristallizzatasi nel tempo, e pazienza se alcuni di questi intoccabili sono passati di cottura. Quanto questo atteggiamento sia produttivo, lo abbiamo purtroppo constatato  in occasione della finale europea persa con la Spagna; e ieri sera, solo io ho visto Marchisio camminare per il campo senza costrutto e Pirlo giochicchiare  a ritmi da ex? Nel poco tempo in cui è stato in campo, Aquilani ha perlomeno mostrato un pizzico di brio in più degli altri, mentre forse gli indemoniati Cerci e Diamanti degli ultimi tempi sarebbero serviti a tenere un po' più sul chi va là il team di Bilek che invece, non avendo nulla di cui preoccuparsi nelle retrovie, si è potuto distendere a discrezione, soprattutto avvalendosi delle sgroppate di un Jiracek che si è confermato imprendibile movimentatore del gioco d'attacco, nella stessa versione ammirata a Euro 2012. 

                         Jiracek (il 19, qui con Limbersky agli ultimi Europei): migliore in campo

BARZAGLI SU, CHIELLINI GIU' - Parlare di gioco, per l'Italia, sarebbe eccessivo. Gioco non se ne è visto, solo improvvisazione, sofferenza continua e qualche prova personale un po' più... saporita di altre: detto di Buffon, Barzagli ha confermato di essere ormai un califfo imprescindibile per la nostra retroguardia, tempista e inappuntabile nelle chiusure e nel tappare le tante falle in area, mentre Bonucci ha tentato costantemente di dare respiro alla manovra cercando di farla ripartire, ma ha pagato questa sua generosità con qualche affanno e ritardo di troppo in copertura. Chiellini, infine, ha mostrato ciò che già si sapeva: a sinistra non ha più l'efficacia degli esordi, ha spinto con scarsa convinzione e in maniera del tutto prevedibile, è un centrale e tale deve rimanere. 
NON SPARATE SU MARIO. E NEMMENO SUL FARAONE... - Al centro il solo Montolivo, a sprazzi, ha cercato di accendere la luce, mentre in avanti Balotelli ha avuto un assaggio di ciò che lo aspetterà in Confederations e al Mondiale, se ci arriveremo: il controllo nei suoi confronti diverrà sempre più asfissiante, e da tale controllo sarà difficile affrancarsi se non si troverà in condizione ottimale sia sul piano fisico sia su quello mentale. Il Mario di ieri, come del resto tutti i compagni, era in difficoltà su entrambi i versanti: come spiegare altrimenti l'atto di egoismo sul finale del primo tempo, quando si è intestardito in un gratuito dribbling evitando di servire il liberissimo Montolivo a centro area? 
Sorvolerei invece sui due gialli che gli son costati l'espulsione, entrambi decisamente eccessivi, ma che fotografano comunque un certo nervosismo del ragazzo, direi peraltro comprensibile per un fuoriclasse che  sente di non essere al massimo e di non riuscire a fare la partita che desiderava. Insomma, per il... tiro al Balo direi di ripassare, la sua uscita di scena non è stata sicuramente una di quelle sue alzate di ingegno che l'hanno reso tristemente famoso. E non è nemmeno il caso di insistere troppo nel sottolineare il momento delicato di El Shaarawy, il primo ad essere bocciato dalla panchina in una serata in cui, francamente, tutta la squadra avrebbe dovuto essere rivoltata come un calzino nell'intervallo. Ma il Faraone ha regalato l'unico spunto in velocità del nostro attacco in tutto il primo tempo, con una incursione sul versante sinistro dell'area chiusa con un cross al centro non sfruttato da nessuno; nella ripresa, si è preferito dare spazio a Giovinco, con esiti che, nonostante l'impegno e l'intraprendenza,  non era difficile prevedere, sia per la nota "efficacia" dello scricciolo juventino a livello internazionale, sia per il suo disagio nel confrontarsi con difese un tantino muscolari. Per lui, un bell'assolo con cross sbagliato e nulla più.
INIZIO GIUGNO? SI SOFFRE SPESSO... - Rimane il punticino, gran cosa. Rimarrà nel gruppo azzurro, si spera, l'imbarazzo per lo spettacolo offerto, indegno di una squadra vicecampione d'Europa con la non nascosta ambizione di crescere ulteriormente nelle gerarchie del calcio mondiale. Rimarrà anche, è l'auspicio, l'insegnamento che è inutile straparlare alla vigilia di gloriose conquiste e di ferrea volontà di vittoria se non esistono i presupposti per esercitare una tale, assoluta, sicurezza nei propri mezzi: l'umiltà è la via migliore per andare lontano, nello sport come nella vita. 
Rimane anche la considerazione che, comunque, nel giudicare con severità eccessiva prove così avvilenti occorre andare coi piedi di piombo, perché la storia, recente e meno recente, insegna che questo è il periodo dell'anno meno indicato per epiche imprese dell'italica Nazionale di football: dodici mesi fa la disfatta con la Russia fu il preludio a un ottimo Europeo, nel 2005 il team di Lippi faticò terribilmente in Norvegia, cogliendo un pari in bianco per molti versi simile a questo (forse un po' meno stentato), e, allora come oggi, mancava un anno al Mondiale e lo sconforto dilagava; lo stesso dicasi per l'azzurra di Bearzot che, nel giugno 1981, andò incontro a una secca sconfitta senza attenuanti in Danimarca, dodici mesi prima che Zoff alzasse la Coppa del Mondo al cielo di Madrid. 
OCCHIO ALLE ALTERNATIVE - Insomma, se tanto mi dà tanto, ci attende quantomeno una Confederations Cup di primo piano... Possibile, ma occhio: certi segnali di allarme non vanno sottovalutati, così come non va sottovalutato il non indifferente potenziale tecnico che staziona dietro gli "intoccabili" e che lo stesso Prandelli ha scovato, dando a queste "riserve" dignità di calciatori internazionali. Fermo restando che almeno un paio di ragazzi lasciati a disposizione di Devis Mangia, nel gruppo della Maggiore dovevano starci: che senso ha relegare all'Euro Under 21 giovanotti come Verratti e Florenzi, che in Nazionale A ci hanno già giocato con discreto profitto, che avrebbero potuto trovare nella trasferta brasiliana l'opportunità per integrarsi in un gruppo di cui verosimilmente diventeranno a breve dei cardini e che, anche nella contingenza di Praga, avrebbero potuto portare fiato e freschezza di idee in un centrocampo boccheggiante?