sabato 30 agosto 2014

LE REPLICHE DI "CARI AMICI VICINI E LONTANI": AUTOGOL DELLA RAI. IL BELLO DI IERI A COPRIRE IL NULLA DI OGGI

                                       Ritaglio da "Tv Sorrisi e Canzoni" del 1984

Vai a capirla, la Rai. A volte sembra quasi voler farsi del male da sola. Nell'anno delle fantasmatiche celebrazioni dei sessant'anni della tv e dei novanta della radio, fantasmatiche perché sostanzialmente rimaste lettera morta, manda in onda nottetempo, nei venerdì d'agosto, "Cari amici vicini e lontani...", festa catodica allestita da Renzo Arbore nel 1984 per tributare uno sfarzoso e scanzonato omaggio alla radio italiana, che giusto trent'anni fa spegneva le sue prime sessanta candeline.
Un autogol clamoroso, plastica dimostrazione dell'inarrestabile declino dell'ente televisivo di Stato: che ripesca una trasmissione di oltre un quarto di secolo fa quasi a volere, con un po' di imbarazzo, tappare il buco di un vuoto celebrativo incomprensibile e inaccettabile, quello della doppia ricorrenza del 2014. Il tutto di ieri per mascherare il nulla di oggi: trent'anni fa uno show di altissimo livello per onorare una radio sessantenne, oggi lo zero assoluto o giù di lì, per una scadenza ancor più significativa. A meno che non si voglia tenere in considerazione lo stanco rito serale di "Techetechetè", in una delle sue versioni più noiose, dimesse, ripetitive. 
LEZIONE DI TV - Così siamo ridotti, e soprattutto è ridotta mamma Rai (ma mamma di chi, poi?): ha persino smarrito la cultura della memoria "attiva", intesa come uso in chiave moderna dell'immenso patrimonio delle Teche (poco e male sfruttate in linea generale), laddove una volta eccedeva persino, nella compiaciuta autocelebrazione. Si deve affidare a una replica in orario da vampiri, perché non è stata in grado di produrre alcunché in un'occasione in cui sarebbe stato doveroso mettere in piedi qualcosa di grandioso.
 Doppio autogol, il ritorno sul piccolo schermo di "Cari amici vicini e lontani...", perché ha riportato alla mente di noi "anziani", e fatto scoprire ai giovani che vi si siano imbattuti, un modo di fare tv leggero, gradevole, elegante, mai volgare neppure quando ad essere protagonisti erano personaggi notoriamente "caciaroni" come Arbore e tutta la sua banda, perché ci vuole classe anche nel fare "casino". E' una lezione per tutti quelli che fanno televisione oggi, "Cari amici vicini e lontani": una trasmissione perfetta perché raggiunge un mirabile equilibrio fra grandiosità e sobrietà. E' una celebrazione ricca, con un autentico parterre de roi di ospiti onusti di gloria, eppure non perde mai il senso della misura, rimanendo nella dimensioni di una festa fra amici e per amici (i telespettatori, che all'epoca erano indubbiamente trattati con più rispetto). 
RICORDI E IMPROVVISAZIONI - Uno struggente spaccato di un'età dell'oro, che Arbore pilota con brio, maestria, rispetto dei tempi tecnici e giuste concessioni ai "fuori programma": gli ospiti, un nugolo di "mostri sacri" (Dorelli, Corrado, Monica Vitti, Sandra e Raimondo...) e altri meno conosciuti, intervengono, ricordano il loro contributo alla crescita della radio nostrana, e sovente improvvisano: Severino Gazzelloni accenna un assolo di flauto, i cronisti di "Tutto il calcio", pilotati dal compianto Alfredo Provenzali (il mio prof), si lanciano in un'ardita esecuzione di "Ma se ghe pensu", i protagonisti di Alto Gradimento, da Giorgio Bracardi a Mario Marenco, ripropongono personaggi rimasti nell'immaginario collettivo, Elio Pandolfi regala una lunga e imperdibile performance fra aneddoti, canzoni e macchiette. Poi tanta musica, coi pout pourri live dei grandi interpreti degli anni Quaranta e Cinquanta, da Carla Boni al Duo Fasano a Giorgio Consolini, artisti che proprio attraverso la radio hanno costruito la loro enorme popolarità. 
VOLTI GIOVANI FRA IL PUBBLICO - C'erano proprio tutti, trent'anni fa, a "Cari amici vicini e lontani...": il telespettatore di oggi può divertirsi a sbirciare fra il pubblico assiso ai tavolini fra drink, sigarette e camerieri, come nei primi Festival di Sanremo, proprio quelli trasmessi solo alla radio: vi scorgerà facce che nel 1984 avranno detto poco o nulla ai telespettatori, ma che oggi una visibilità ce l'hanno, eccome: nella puntata della scorsa settimana ha fatto capolino una giovane Serena Dandini, mentre ieri notte le telecamere si sono giustamente soffermate più volte su una splendida ventenne romana dai capelli lunghi e scuri: Paola Turci il suo nome, ma all'epoca nessuno lo sapeva. 
LA BANDA ARBORE - In questa trasmissione gioiello, pur presenti, risultano mitigati alcuni caratteri tipici dello stile "arboriano", quell'ironia leggiadra, semplice e a volte un po' surreale, e il tipico caos organizzato. L'occasione era solenne, non si poteva deragliare più di tanto. Ma l'eclettico anchorman pugliese è comunque circondato da quelli che, col tempo, impareremo a conoscere come suoi fedelissimi: nell'orchestra "Senza vergogna" c'è il buon Massimo Catalano, ma compaiono anche un Gegé Telesforo con tanto di baffi anni Trenta e un giovanissimo Stefano Palatresi, mentre Marcello Cirillo non si era ancora convertito al fiacco e monocorde tran tran dell'universo Guardì, immutabile nello spazio e nel tempo, e portava avanti la coppia artistica, inizialmente fortunata, con Antonio. Uno show - tributo riuscitissimo, firmato da un maestro del genere, due ore di tv vecchia solo come dato anagrafico, in realtà freschissima, snella, di buon ritmo, piacevolmente scorrevole. E non ci si venga a dire che si tratta solo di nostalgia fine a se stessa: c'è una scuola che si sta perdendo, a forza di ricorrere a format esteri di dubbia qualità; forse oggi il solo Carlo Conti sa mettere in piedi "in proprio" spettacoli di buon gusto, mai sopra le righe e in grado di non annoiare. Per il resto, la Rai preferisce sorvolare sui suoi compleanni e, magari, mandare in onda il sabato in prima serata una soap opera, come accaduto qualche mese fa con "Legami". Contenti loro, scontenti noi. 

venerdì 22 agosto 2014

BALOTELLI AL LIVERPOOL: SCONFITTA PER IL MILAN, PER IL CALCIO ITALIANO, PER LUI. MARIO, E' L'ULTIMA CHANCE

                                Balotelli sbuffa: finisce male anche l'avventura al Milan

Balotelli è stato svenduto. Se prendiamo per buone le allucinanti, inaccettabili quotazioni che tengono banco nel calciomercato d'oggidì, cedere per una ventina di milioni (più o meno) un attaccante di 24 anni appena compiuti, di discreto curriculum anche internazionale, in un momento di notevole difficoltà (più umana che tecnica, anche se un aspetto influenza l'altro) ma potenzialmente in grado di rivalutarsi alla grande nel giro di un paio di stagioni, beh, non mi pare propriamente una genialata, al di là dei discorsi sulle plusvalenze favorevoli al Milan di cui leggevo stamattina. Del resto appena due mesi fa, prima del Mondiale, lo stesso atleta poteva essere dato via, per quel poco che me ne intendo, ricavandone diversi milioncini in più, diciamo almeno una decina. Insomma, il "Mario non più super" in volo verso Liverpool è una sconfitta per molti: per lui (e di questo parleremo più avanti), per il calcio italiano che perde uno dei primattori del suo già spoglio palcoscenico interno, un protagonista ancor giovane che, se inquadrato nella giusta maniera, potrebbe deflagrare a livelli al momento inimmaginabili (pur se in grosso ritardo rispetto alle attese), e per la società rossonera, che ha gettato la spugna preferendo una monetizzazione immediata alla sfida, ardua ma affascinante, di recuperarlo caratterialmente e rilanciarlo, facendone il fulcro delle speranze di risalita di un top club in declino. 
PERDE MARIO - Sconfitta anche per Mario, sì, nonostante le apparenze dicano l'esatto contrario. In fondo se ne va in un campionato di primissimo piano, con appeal nettamente superiore a quello nostrano, in una squadra di vertice, e continuerà a guadagnar bene (eufemismo). E' un ragazzo fortunato, il Balo: perché dopo l'ennesima occasione mancata per entrare nell'Olimpo dei più grandi, a giugno in Brasile, non era facile prevedere per lui la possibilità di giocarsi subito un'altra sfida ad altissimo livello, anzi, di andare a star meglio, lontano dalle tristezze di una Serie A sempre più modesta. 
La logica avrebbe detto: resterà al Milan perché nessuno vorrà accollarsi la patata bollente. E secondo me sarebbe stata una buona scelta per tutti: per il Diavolo, che comunque si sarebbe ritrovato in rosa uno che nell'ultimo torneo, giocato spesso con la luna di traverso e in un contesto tecnico dimesso, ha infilato in porta 14 palloni quasi passeggiando, quindi con margini di miglioramento sulla carta abissali; per Inzaghi, pungolato dalla necessità di inventarsi una strategia finalmente efficace, dopo i fallimenti di tanti "buoni padri di famiglia" (ultimo in ordine cronologico, Cesare Prandelli), per mettere in riga il ragazzo e tirare fuori l'ipotetico campione che è in lui; e per Mario stesso, che avrebbe avuto una serie di valide ragioni per mettere da parte la rabbia col mondo immotivata e l'indolenza in campo: ad esempio dimostrare di non essere solo un bad boy da copertine di rotocalchi, e riguadagnare a suon di prestazioni convincenti un posto in Nazionale che non può spettargli per diritto divino, il tutto nella consapevolezza che ormai il tempo stringe. E invece anche per lui, in fondo, si è trattato di una dorata fuga dalle proprie responsabilità. 
LE POTENZIALITA' DEL RAGAZZO - Chi mi segue sa che "Note d'azzurro" ha sempre avuto un occhio di riguardo per Balotelli, pur non mancando di deprecarne gli eccessi. Elencare le motivazioni di questa "linea editoriale" sarebbe forse una inutile ripetizione, per i miei pochi lettori. In sintesi, posso dire di aver da sempre visto in Mario potenzialità calcistiche enormi: classe nei piedi, strapotere fisico, tiro devastante, e quelli che al bar sport chiamano "colpi", fiammate improvvise, magari isolate, capaci di cambiare volto a una partita (tra le tante, ricordo un'incredibile prodezza dalla distanza col Bologna, nel campionato scorso); in più, nei (pochi) momenti di... luna buona, persino la capacità di giocare per la squadra, di sacrificarsi, di "sbattersi" facendo reparto da solo (pensiamo all'ultimo biennio in Nazionale, giocato spesso da unica punta autentica). Aggiungiamoci il fatto che ben pochi ragazzi del nostro vivaio, negli ultimi dieci anni, hanno avuto, all'esordio, un impatto così devastante col calcio "adulto": forse il solo El Shaarawy, ecco. E poi le statistiche: non molti attaccanti azzurri di primo piano son riusciti, nelle loro prime tre stagioni "vere" in maglia tricolore, a raggiungere quota 13 reti come lui; se pensiamo che alcuni bomber storici (Vieri e Inzaghi, ad esempio) si sono attestati, a fine percorso, poco oltre i venti gol, capiremo la portata dell'attuale score (parzialissimo) del neo Liverpool, per di più ottenuto giocando spesso ben al di sotto del 100 per 100 delle effettive capacità. 
O SI SBLOCCA, O SARA' "CASSANO II" - Credevo, e credo, talmente in lui da avergli dedicato una lettera aperta prima del Mundial. Poi, in Brasile le cose sono andate male, ma a ben vedere Mario, comunque insufficiente nel complesso delle prestazioni iridate, non è stato affatto peggiore di molti suoi compagni che, nella circostanza,  hanno davvero raschiato il fondo del barile della credibilità calcistica; e quello spogliatoio italiano, rivelatosi così profondamente minato dalle divisioni, non era certo il brodo di coltura ideale per permettere a un umorale, uno complicato come lui di esprimere al massimo la propria classe. 
Ciò non toglie che il ragazzo sia all'ultimo bivio della carriera: da qui in poi non può più sbagliare. Lo si era detto per l'avventura milanista, lo si è ripetuto per lo snodo cruciale di Brasile 2014, ma adesso ci siamo davvero: se anche Liverpool dirà no, Balotelli diventerà ufficialmente il nuovo Cassano, un talentissimo inespresso per limiti caratteriali destinato a recitare ruoli di primo piano soltanto ai margini dell'impero calcistico, in realtà di provincia dignitose ma certo non attendibili metri per misurare la caratura di un pedatore: e infatti abbiamo visto quali sfracelli ha combinato, il pugliese, una volta travasato dal Parma all'arengo della Coppa del Mondo... 
MA E' COSI' DIFFICILE DISCIPLINARLO? - Non essere riuscito a vincere questa sfida con se stesso in Italia, in un ambiente a lui sostanzialmente favorevole (nel club, in Nazionale, persino a livello di critica) è una sconfitta, lo ribadisco. Ma rimangono anche i dati di fatto di cui sopra, che attestano quali gioielli racchiuda l'impenetrabile scrigno... balotelliano, sol che qualcuno riesca finalmente a forzarlo. Il problema è tutto qui: la maggioranza di appassionati ed esperti ritiene che ormai questa operazione sia irrealizzabile, che il ragazzo sia entrato in un circolo vizioso da cui non potrà uscire, che la situazione sia cristallizzata in negativo. Questione di opinioni, e la mia è opposta. 
Certo, d'ora in poi occorrerà inflessibilità (magari a partire da una temporanea e salutare esclusione dalla Nazionale, come auspicavo in uno dei miei pezzi post disastro Mundial): verso il ragazzo per chi dovrà allenarlo ed "educarlo", e di Balotelli verso se stesso. Sensazione personale: fino ad ora, per cambiare questo stato di cose c'è stato poco impegno da ambo le parti: da parte di Mario, sul quale Prandelli ha espresso l'unica valutazione corretta (o una delle poche) del suo secondo biennio azzurro ("deve uscire dal suo mondo virtuale") e da parte di chi lo ha avuto "in cura" (allenatori e dirigenti), non riuscendo a trovare la chiave giusta per indirizzarlo correttamente e disciplinarlo, ciò che dovrebbe essere un loro compito, oltre a tracciar schemi tattici alla lavagna o a comprare e vendere calciatori; perché parliamoci chiaro, il siculo - bresciano sarà anche un ribelle difficile da domare, ma non penso proprio rappresenti un caso umano irrisolvibile, di fronte al quale alzare le braccia in segno di resa. Non scherziamo... Ecco, spero che a Liverpool l'impegno di tutti non manchi, perché il gioco continua a valere la candela: si parla del recupero di un calciatore di classe, e dello "svezzamento" di un uomo un po' bambino, il cui carattere, a 24 anni, può e deve essere ancora modificabile in meglio. Perché di modificare si parla, non di trasformare: ammorbidire e smussare gli angoli, semplicemente. Sarà la volta buona? 

mercoledì 20 agosto 2014

NAZIONALE ITALIANA: INIZIA L'ERA DI CONTE, CHE PUNTA SUL "BLOCCO JUVE". MA... ESISTE UN BLOCCO JUVE?


Con la conferenza stampa di ieri è dunque iniziata ufficialmente l'era azzurra targata Antonio Conte. Un Commissario Tecnico scelto in fretta e furia a venti giorni dalla prima uscita della "nuova" Nazionale (amichevole con l'Olanda a Bari), da parte di un neo presidente federale giunto al più alto scranno di via Allegri in un clima generalizzato di sfiducia e indignazione (fuori dal Palazzo: dentro, tutti contenti o quasi...). Un presidente inadeguato, debole, dalla credibilità internazionale pressoché nulla (ora è arrivata pure l'inchiesta dell'UEFA: era così difficile aspettarsi un caos del genere, ed era il caso di infilarcisi dentro con totale incoscienza?). Sinceramente mi attendevo una partenza diversa, per quello che, quasi sicuramente, sarà un passaggio storico decisivo, direi vitale, per il movimento calcistico nostrano. Un biennio che è anche un bivio: o si iniziano a risolvere gli enormi problemi che gravano sul pallone tricolore, o ci si avvia mestamente al definitivo ridimensionamento dello stesso. 
BATTAGLIA PERSA - Che questa nuova fase politica non sia propriamente iniziata col piede giusto lo dimostra anche il marasma che regna nel campionato di Serie B, con un organico ancora da completare quando mancano poco più di dieci giorni al via. Roba da quarto mondo, a voler essere generosi, non certo il miglior biglietto da visita per la nuova presidenza Figc. Riguardo all'opportunità dell'elezione di una figura discussa come quella di Tavecchio, è appurato che si tratta di una battaglia persa: gli appelli in tal senso si sono infranti contro il muro di gomma di un elettorato chiuso a riccio sulle proprie indifendibili posizioni, alcune delle quali, oltretutto, dimostratesi assai volatili, vista l'aleatorietà di quello che la stampa ha definito, con notevole sforzo di fantasia, "fronte no TAV". 
Acqua passata, purtroppo. Una volta compiuto quel passo, tutto ciò che ne deriva non riesce più a destar scandalo, nemmeno la nomina di un cittì  non "immacolato", sul piano della giustizia sportiva, vista la squalifica di un paio di anni fa. In Italia, in questo Paese senza più regole e senza più futuro, funziona così, si passa sopra a tutto, facendo spallucce di fronte a ogni stortura, e del resto gli esempi arrivano anche dagli ambienti politici e istituzionali. Già negli anni Settanta Indro Montanelli, uno che di brutture dello Stivale se ne intendeva, invitava a "votare DC turandosi il naso". I tempi non son cambiati, sono anzi peggiorati: è, quella che stiamo sfortunatamente vivendo, l'epoca del "turarsi il naso". Pare non ci sia altra via per sopportare ciò che ci accade intorno, se tutte le istanze di pulizia morale e di crescita culturale vengono neutralizzate dalla peggior classe dirigente possibile, in tutti i settori della vita civile, quindi anche in ambito calcistico. 
SCELTA AZZECCATA - Turiamoci il naso, dunque, e cerchiamo, con enorme sforzo e fatica, di scovare qualche aspetto positivo in questo rabbrividente dopo Mundial. Al netto di quanto scritto sopra, la scelta di Conte non presta il fianco a grosse critiche. I suoi meriti tecnici sono indiscutibili: ha riportato in alto una Juventus ancora impantanata nelle secche di Calciopoli, dandole tre scudetti consecutivi in un crescendo rossiniano che ha ben presto assunto le dimensioni di uno strapotere, per quanto facilitato dalla progressiva perdita di qualità del campo di battaglia interno (la Serie A); ha vinto battendo la strada di un football d'iniziativa, dispendioso, fatto di forcing e aggressività, nel segno dell'esaltazione di un collettivo capace di mandare in gol uomini di tutti i reparti (Bonucci e Chiellini, Vidal e Pogba, per tacere di Pirlo, hanno regalato punti pesanti, con le loro prodezze sotto rete). 
INCOGNITA INTERNAZIONALE - E' dunque una scelta di alto profilo, come lo furono quelle di Sacchi e di Lippi. Uomini dalla personalità spiccata, ispida, allenatori "martello" per la maniacale dedizione al lavoro. Rispetto ai due illustri predecessori, Conte cede diversi punti sul piano dello spessore internazionale (ma l'età gioca in favore del pugliese): in Europa la sua Juve è rimasta un'incompiuta, pur se non così disastrosa come l'ha dipinta qualcuno. La campagna di Champions 2012/13 fu assai più che dignitosa, con vittorie pesanti (Chelsea, Shakhtar, Celtic) e una onorevole resa nei quarti al super Bayern dell'epoca; meno bene è andata l'anno passato, anche se si potrebbe dire che, in un periodo di vacche così magre, non è proprio il caso di sputare sul raggiungimento di una semifinale di Europa League. In ogni caso, Conte era una delle prima scelte per il Club Italia, assieme a Mancini e a Spalletti (la candidatura di quest'ultimo è rimasta però solo su un piano ipotetico): grave che fra le alternative abbia fatto a lungo capolino il buon Zaccheroni, allenatore rispettabilissimo, ma per curriculum e profilo tecnico assolutamente inadeguato al colossale lavoro di ricostruzione di una Nazionale pluridecorata rasa al suolo dall'avventura brasiliana. 
QUALE BLOCCO JUVE? - La conferenza di ieri non ha detto granché. Affermare che nessuno verrà convocato a prescindere, o che la Nazionale dovrà diventare "una squadra" nel senso più pieno del termine, significa semplicemente scoprire l'acqua calda: dovrebbero essere i principi cardine nell'allestimento di ogni rappresentativa. Ottimo invece l'elegante accantonamento di quel non senso prandelliano pomposamente definito "codice etico", sovrastruttura retorica e moraleggiante mal concepita e ancor peggio applicata. 
Più inquietante il riferimento alla necessità, visti i tempi operativi assai ristretti (dopo l'Olanda a Bari si vola a Oslo per il debutto nelle qualificazioni europee), di ancorarsi a determinate certezze di squadra: ma "lavorare sul blocco juventino", in questo momento, significa affidarsi a un gruppo formato per metà da giocatori vicini alla conclusione della carriera (Buffon, Pirlo, Barzagli), più un elemento che troppo spesso, negli ultimi due anni, ha mostrato una sostanziale inadeguatezza ai grandi palcoscenici mondiali (Chiellini) e altri su cui si può puntare, ma che devono essere ricostruiti nel morale (Bonucci, Marchisio): insomma, una politica di basso profilo e dagli orizzonti limitati, così come l'imprescindibile necessità di "parlare con Pirlo", un 35enne visto ancora come potenziale punto fermo. Mai come in questo momento sarebbe fondamentale un taglio netto col passato, un pensionamento dei veterani spompati, ma evidentemente la temerarietà di Fulvio Bernardini (che nel '74 fece piazza pulita dei "messicani" e avviò la rinascita poi completata da Bearzot) è tuttora patrimonio di pochi. 
E SE PROVASSIMO UN'ITALIA "MOSAICO"? - La speranza è che sia una scelta di emergenza, per "scollinare" questi primi approcci e inserire poi gradualmente più giovani possibile, fidando sulle maglie larghe delle eliminatorie (Euro 2016 sarà a 24 squadre) e a prescindere dalla fiducia che alle nuove leve verrà data dai club (assai poca, a giudicare dalle strategie di mercato seguite dalle nostre "grandi", sempre a caccia di occasioni esotiche a basso prezzo e del tutto indifferenti al "prodotto interno"). Questo anno e mezzo di qualificazioni soft potrebbe rappresentare il brodo di coltura ideale per imbastire una Nazionale mosaico, da sempre vista come una iattura: perché è vero che uno zoccolo duro prelevato da una società di prima fascia rappresenta sovente la via più rapida per diventare squadra di statura internazionale, ma, per i motivi appena detti, in questo momento non esiste un gruppo indigeno totalmente affidabile da portare di peso nel Club Italia: il gruppo, invece, andrebbe formato direttamente in azzurro, come seppe mirabilmente fare Azeglio Vicini, che prese come base di partenza non il blocco di un top club, ma i ragazzi della sua bella Under. 

domenica 10 agosto 2014

VERSO SANREMO 2015: CONTI VUOLE UN FESTIVAL "SUL MERCATO", E PUNTA DEAR JACK, AMOROSO E DOLCENERA

                                      Alessandra Amoroso: in gara a Sanremo 2015? 

L'investitura di Carlo Conti a deus ex machina di Sanremo 2015 un primo effetto positivo l'ha già sortito: raramente, in passato, si era cominciato a parlare in termini concreti del Festivalone con tanto anticipo. Circolano addirittura i primi nomi dei candidati a entrare nel cast dei Big, discorsi che solitamente prendono quota ad autunno inoltrato, fra novembre e dicembre. Buon segno: significa che la macchina organizzativa è già in moto, e del resto non si è sempre detto che un Sanremo di pregio lo si possa realizzare solo iniziando a lavorarci molti mesi prima (qualcuno affermò addirittura "dal giorno successivo alla conclusione dell'edizione precedente")? Buon segno anche perché, dopo l'emorragia di spettatori della kermesse 2014, parrebbe essersi ricreato un discreto interesse mediatico e di pubblico attorno all'evento. 
DEAR JACK QUASI SICURI - I nomi, dicevamo. La band emergente dei Dear Jack viene già data per sicura, mentre elevatissime sono le percentuali di inserimento nel listone per Alessandra Amoroso e Dolcenera, la quale ha già affermato di avere un brano pronto, e giungerebbe all'Ariston sulle ali di una popolarità rinsaldata dal buon successo del singolo estivo "Niente al mondo". Se tali candidature si concretizzassero, sarebbero da accogliere con legittima soddisfazione: nelle prime dichiarazioni programmatiche sul Festival prossimo venturo, rilasciate di recente a "TV Sorrisi e canzoni", Conti ha sostenuto di voler mettere su "un Sanremo per tutti, che ospiti dal pop al rock al rap, a qualsiasi altro genere musicale. Un Sanremo in cui si ascolti la musica che va davvero per la maggiore in classifica, non uno spettacolo che mette in scena un mondo che non esiste nel mercato reale". E' sicuramente l'affermazione più concreta fra le tante, invero un po' generiche, dell'anchorman toscano sulla titanica impresa che l'attende nei prossimi mesi. Troppo spesso, in passato, la manifestazione ligure ha proposto personaggi sfiatati e ormai lontani dai gusti del pubblico, oppure, per converso, scelte troppo elitarie, di nicchia, soprattutto nell'ultimo biennio. Il cast del 2014, va detto, era stato più contemporaneo e leggero rispetto a quello di dodici mesi prima, ma si può e si deve far di meglio, entrare con entrambi i piedi nella galassia dei consumatori e "cooptare" i personaggi più gettonati, soprattutto quelli di recente affermazione (i "mostri sacri" lasciamoli perdere: non hanno bisogno del Sanremone, e di spazi mediatici per promuovere i loro prodotti ne hanno già fin troppi...). 
OLTRE MAZZI - Il modello più recente da avvicinare, e magari da migliorare, è quello dei Festival di Gianmarco Mazzi nelle sue varie declinazioni, da Bonolis alla Clerici a Morandi. Ho la sensazione che l'impresario veronese non sia troppo amato nell'ambiente discografico e in quello dello showbiz, eppure gli va ascritto il merito di aver allestito edizioni sanremesi di buon livello, certo non esenti da difetti (anzi) ma capaci di coniugare vivacità dello spettacolo, brillantezza della conduzione e buona qualità della proposta canora, con nomi giovani e sulla cresta dell'onda. Ecco, i tre artisti di cui si è detto in apertura, i primi "papabili" per la rassegna canora del prossimo febbraio, traducono alla perfezione la volontà di Conti di costruire una gara al passo coi tempi: il "complesso" (come si diceva una volta) dei Dear Jack, ennesima creatura dell'universo De Filippi, ha fatto registrare un boom magari prevedibile in linea generale, ma di certo inatteso per dimensioni quantitative: il loro primo album è ai vertici delle classifiche di vendita (secondo posto nella chart di Sorrisi della settimana in corso), e le apparizioni ai più recenti eventi pop televisivi, i Music Awards e il Coca Cola Summer Festival, si sono svolte in quel clima di "fanatismo" (nel senso di fans scatenate...) che ha sovente accompagnato, in passato, l'esplosione di celeberrime boy band d'oltrefrontiera. Se sia o meno un fenomeno passeggero lo potrà dire solo il tempo, ma al momento questi ragazzi sono a tutti gli effetti dei big del pop italico. Detto di Dolcenera, anche Alessandra Amoroso sarebbe un bel colpo: mai in gara in Riviera, dove ha però fatto passerella come ospite di colleghi in competizione (nel 2010 affiancò Valerio Scanu contribuendo non poco al suo trionfo), è per lei giunto il momento di mettersi in gioco: la sua popolarità è alle stelle e resiste ormai da diverso tempo, sicuramente una delle creature più "solide" del talent "Amici"; i recenti successi "Bellezza, incanto e nostalgia" e "Non devi perdermi" rappresentano un buon viatico. Come dire, o adesso o mai più. 
ADDIO DOPPIO BRANO - Per tutto il resto, Conti ha fornito alcune linee operative di massima, senza addentrarsi più di tanto nei dettagli. Si tornerà al brano unico in gara, l'esperimento della doppia canzone è fallito e del resto era abbastanza prevedibile: una soluzione del tutto estranea alla tradizione, direi al DNA dell'organismo festivaliero, e ulteriormente depotenziata dal modo in cui è stata proposta da Fazio e dal suo entourage. Personalmente, mi aveva dato la sensazione di rappresentare non una precisa e rigorosa scelta artistica, ma soltanto una trovata spettacolare con cui si delegava direttamente al pubblico la fase finale del lavoro di selezione delle opere, col conseguente rischio di andare incontro a scelte di basso profilo che potevano danneggiare la qualità complessiva della manifestazione; ma la carica di suspense dell'espediente si è rilevata ben misera: le serate dedicate alla scelta fra i due pezzi hanno rappresentato, in questi due anni, uno stanco antipasto del Festival propriamente detto, che è sempre iniziato "per davvero" il giovedì, nel momento in cui i cantanti "scendevano nell'arena" col brano sopravvissuto. Alle corte: Sanremo è sempre stato "una canzone a testa", si può (si deve) cambiare in tanti aspetti, deve essere progressivamente svecchiato, ma il brano unico rappresenta un punto fermo, un totem da non toccare.
PIU' BIG, MA... - Bene così, dunque, ed apprezzabile è pure il lieve innalzamento della quota partecipanti nella categoria regina: si passa da 14 a 16, che tuttavia considero sempre troppo pochi. Sarebbe più furbo, da parte di un direttore artistico, annunciare un numero minimo di concorrenti, numero eventualmente da incrementare sulla base della quantità e della pregevolezza delle proposte che giungono sul suo tavolo: era il modus operandi che adottavano Gianni Ravera e Pippo Baudo, i quali non a caso hanno firmato, come patron, alcune delle edizioni di maggior successo della kermesse. 
E' passato invece un po' sotto silenzio l'annuncio del ripristino del meccanismo dell'eliminazione anche per i "grandi", quello spietato torneo che, nelle edizioni targate Mazzi, decimava il cast dei Big di serata in serata: il rischio è quindi di tornare ad assistere a una finalissima con pochi artisti in lizza, una decina o poco più, e di dover riempire i lunghi tempi televisivi in qualche modo, con ospitate discutibili  che nulla hanno a che fare con lo spirito del Festivalone, oppure con colossali mega - promozioni dei futuri programmi Rai: scene tristi già viste troppe volte nel recente passato. Aspettiamo però di vedere come sarà effettivamente strutturata questa gara... Rimane ancora troppo ridotto, invece, lo spazio riservato alle nuove leve: dovrebbero essere otto, come sempre è avvenuto dal 2011 in poi. Aggiungerne un paio è proprio impossibile, anche alla luce dell'elevatissimo numero di richieste che giunge ogni anno? E in ogni caso, l'obiettivo da perseguire con ogni mezzo sarà quello di restituire centralità alla competizione dei giovani, negli ultimi tempi relegati a orari da "vampiri", quasi come una fastidiosa incombenza: perché, ad esempio, non arricchire la serata conclusiva spostando al sabato la tenzone decisiva fra le promesse della nostra canzone? 
RIPARTIRE DA QUESTA ESTATE CANORA - Di certo, come ho avuto modo di scrivere nelle settimane scorse, Carlo Conti ha il vantaggio di poter partire da una base solidissima, rappresentata da questa inattesa estate canora 2014 che, anche grazie al ritorno in grande stile di una rassegna "vacanziera" analoga al vecchio Festivalbar (il Coca Cola Summer Festival), ha portato alla ribalta la rinnovata vitalità dell'ambiente pop nostrano: sono ricomparse canzoni orecchiabili, di facile presa, ben costruite: Renga e Dolcenera, i Modà  e Killa, Nek e Noemi, Emma, Antonio Maggio, Gabry Ponte, gli "Amici di Maria" Amoroso, Dear Jack, Emma, Marco Carta e Deborah Jurato... C'è fermento, pare esser stata ritrovata la chiave per entrare nel cuore del grande pubblico: un terreno fertile dal quale il nuovo direttore artistico potrebbe cogliere frutti succosi, con la legittima speranza di trovare brani di forte e immediato impatto in grado di superare le forche caudine di classifiche sempre più esterofile. Altro asso nella manica che il conduttore di "Tale e quale show" dovrà giocarsi senza remore: la voglia generalizzata di ritrovare un Sanremo più pop, glamour, un pizzico nazionalpopolare, dopo la seriosità retorica che troppo spesso ha fatto capolino nelle ultime edizioni, indigeribili non tanto come proposta musicale (assolutamente dignitosa) ma come concezione globale dello spettacolo. In bocca al lupo.