venerdì 27 gennaio 2017

IL RITROVAMENTO DEI FESTIVAL DI SANREMO '67 E '73: UN CAPOLAVORO DI ARCHEOLOGIA TELEVISIVA FIRMATO RAI

                                       Un giovane Roberto Vecchioni a Sanremo '73

Stiamo vivendo, senza mezzi termini, giorni memorabili per la storia della televisione italiana. Grazie a un accurato e certosino lavoro di ricerca, svolto anche al di fuori dei confini nazionali, la Rai ha finalmente colmato due gravi lacune del proprio sconfinato archivio: sono "tornate a casa" le serate finali dei Festival di Sanremo 1967 e 1973, considerate ormai da tempo perdute e introvabili. I due preziosissimi reperti sono stati immediatamente messi a disposizione del pubblico, essendo da ieri visionabili integralmente sul portale web Rai Play. Un colpaccio autentico, la cui enorme portata risulta a maggior ragione percepibile da chi, come me, è un appassionato del Festivalone nonché cultore della storia della manifestazione (al punto da avervi dedicato un e-book giusto un anno fa, ora in fase di revisione, aggiornamento e ampliamento in vista di una sperabile pubblicazione cartacea). 
I MISTERI DEL '67 - Sull'edizione sanremese del '67 si è ricamato a lungo, anche in maniera sgradevole, essendo stato, quello, il Festival segnato dalla tragica scomparsa di Luigi Tenco, di cui proprio oggi ricorre il cinquantenario: il dramma si consumò infatti nella notte fra il 26 e il 27 gennaio. Dico scomparsa e non suicidio, perché sono uno di quelli assai poco convinti che le cose siano andate come certifica la storia ufficiale, ma non è questa la sede per parlarne. La morte del cantautore è stata però presa spesso a pretesto per giustificare la misteriosa scomparsa della registrazione video di quel Sanremo. 
Una forzatura, in quanto Tenco si esibì nella prima serata e, come è noto, venne bocciato dalle giurie; non avrebbe dunque avuto senso "far sparire" anche la finalissima, in cui lui non compariva. Pare invece, così dicono fonti attendibilissime, che all'epoca la Rai trasmettesse ma non registrasse le due serate eliminatorie della kermesse, e quindi non ne tenesse copia: in effetti, se ci fate caso, non si sono mai visti filmati né della prima né della seconda serata di quel '67, e lo stesso discorso può essere fatto quantomeno per le edizioni del '66 e del '65. Potrebbe invece esserci qualcosa per alcuni Festival precedenti: le prime due sere del '61 e del '63 e la prima del '64, ad esempio, furono trasmesse in versione di "cronaca registrata", e quindi non è da escludersi che siano state conservate dall'ente televisivo di Stato. Ampiamente smentita anche la leggenda metropolitana dell'incendio che avrebbe distrutto parte dell'archivio (e quindi anche certe bobine sanremesi), evento di cui non esiste alcun riscontro ma che, purtroppo, è stato proprio in questi giorni riportato alla ribalta da una voce autorevolissima (ci ritornerò in seguito).  
RICERCHE ALL'ESTERO - Insomma, tante favole e nessuna prova. Probabilmente per la finale del '67, come per quella del '73 e per altre ancora non riportate alla luce, di semplice smarrimento si è trattato, o di imprecisioni nella catalogazione che hanno reso irreperibile il materiale incriminato. Poiché però già all'epoca Sanremo veniva diffuso all'estero, era chiaro che la principale strada da percorrere per ritrovare i reperti, una volta rovistato da cima a fondo l'archivio nazionale, fosse quella che portava ad altri Paesi: la registrazione del Sanremo '67, a quanto pare, sarebbe di provenienza maltese, mentre il '73 arriva dalla tv della Repubblica Ceca. Fu, quest'ultimo, il primo Festivalone prodotto a colori dalla Rai, e proprio in questa scintillante versione è da ieri visibile su Rai Play; all'epoca, il pubblico italiano dovette invece vederlo in bianco e nero, perché la tv a colori ebbe il via libera in Italia solo dopo tempi biblici, a causa di ostacoli di natura eminentemente politica: se ne sarebbe riparlato soltanto all'alba del '77.
I SANREMO PERDUTI - Sanremo '73 a colori, dunque; e a colori sono visibili su varie piattaforme Internet, da qualche anno, numerosi spezzoni della finale di Sanremo '76, anch'essa a lungo mancante e ritrovata grazie a un'emittente spagnola che la replicò, non molto tempo fa, in versione "eurovisiva", cioè mancante della parte conclusiva comprendente gli ospiti stranieri e la premiazione. Forse è un caso, forse no, sta di fatto che la maggior parte dei "Sanremo perduti" sono proprio quelli del periodo di più acuta crisi della rassegna canora ligure... Riportati dunque alla luce il '76 prima e, con un colpo da maestro firmato Rai, il '73, pare sia  stata recuperata anche la finale del '74 in versione parziale (speriamo sia resa fruibile via web al più presto), mentre mancano ancora tristemente all'appello parti importanti del '71 (serata conclusiva compresa) e l'intera finalissima del '75, e anche in questo caso sembra un segno del destino: fu infatti, la numero 25, l'edizione più disgraziata, disertata dai grandi big dell'epoca e dalle principali case discografiche, con un cast formato da cantanti di popolarità medio - bassa se non sconosciuti, con una proposta musicale tutt'altro che malvagia ma che non fece breccia nel cuore dei consumatori, tanto che le vendite dei dischi rimasero a livelli miseri. 
TECHE RAI PIU' APERTE - Ma anche in questi ultimi casi, visti i risultati appena ottenuti, è doveroso essere ottimisti. Sanremo '75 c'è, da qualche parte nel mondo, e presto rivedrà la luce, ne son quasi convinto. E' comunque importante che, d'ora in poi e come è avvenuto per il '67 e il '73 (e l'anno scorso per il '66, altra edizione accidentata sul piano della conservazione), tali riscoperte passino attraverso il canale ufficiale per eccellenza, ossia la Rai, che sfruttando le potenzialità della nuova piattaforma Rai Play può renderle disponibili a tutto il pubblico. La speranza è che quanto avvenuto in questi giorni sia il preludio a una completa, progressiva apertura dell'archivio digitale delle Teche, finora consultabile, da noi utenti comuni, in maniera parziale solo presso le sedi regionali Rai e pochi altri enti distaccati. 
UN BRUTTO "PORTA A PORTA" - Dei preziosi ritrovamenti compiuti grazie al lavoro indefesso di Luca Rea e di altri brillanti uomini e donne Rai, ha parlato ieri "Uno Mattina" in maniera sobria ed elegante, grazie a Umberto Broccoli che, affiancato da Francesca Fialdini, ha sapientemente e delicatamente abbinato l'evento "archivistico" alla rievocazione del dramma di Tenco. Non altrettanto si può dire di "Porta a porta", andato in onda la sera prima. Una trasmissione che già di per sé soffre del format infelice adottato da qualche tempo: cioè non più puntate monografiche, ma con numerosi argomenti in scaletta. Nell'occasione citata, si è spaziato dalle discussioni sulla legge elettorale alla tragedia di Rigopiano, dai problemi del sindaco Raggi al caso Tenco. Quest'ultimo, confinato a notte fonda, è stato affrontato con una leggerezza francamente deludente: informazioni imprecise (come il citato incendio, o come la morte di Dalida collocata nel 1982), il conduttore parso a lungo convinto che Iva Zanicchi (ospite in studio, e vincitrice del Festival '67) avesse vinto il Sanremo successivo, i dubbi sulla dinamica della morte del cantante  appena sfiorati e non approfonditi nonostante la presenza di un autentico esperto come Aldo Colonna, tre quarti d'ora costantemente in bilico fra tentativi di inchiesta appena abbozzati e show puro, con esibizioni della stessa Zanicchi e di Attilio Fontana nei panni di Tenco. La memoria di Luigi merita di più, ma dopo cinquant'anni ormai appare difficile uscire da un cliché celebrativo che, quantomeno sui canali mainstream, non vuole rinunciare  a certi discutibili punti fermi.  

lunedì 23 gennaio 2017

GENOA: DOPO L'HARAKIRI COL PALERMO, IL BUIO ASSOLUTO. URGE FRENARE LA CADUTA


Il Genoa, il buon Genoa ammirato fin quasi al termine del girone di andata, si è volatilizzato. Sparito, inghiottito da quei venti minuti di follia nel finale del match col Palermo, ultimo in classifica, con un attacco asfittico, reduce da un filotto di sconfitte da record, eppure capace, quella sera a Marassi, di rimontare dall'1-3 al clamoroso 4-3 finale. Un episodio nefasto, a ben vedere, per entrambe le contendenti: sì, anche per i siciliani, che da quella vittoria avevano forse tratto favorevoli auspici per una marcia di avvicinamento al chimerico traguardo salvezza, e che invece da allora hanno ripreso a deludere, concedendo il pari casalingo a un'altra rivale malmessa in classifica (il Pescara) e poi totalizzando zero punti contro Empoli, Sassuolo e Inter. 
SERA... NERA COL PALERMO - Ma qui si parla del Grifone, e va detto che la gravità di quella battuta d'arresto mi era apparsa subito evidente. Perché per squadre medie e piccole crolli così imprevisti (sia prima sia in corso d'opera), così rocamboleschi, così assurdi, non possono esaurire i loro effetti nell'arco di poche ore, ma pesano, inevitabilmente, su buona parte del cammino successivo. Era accaduto, si ricorderà, anche dodici mesi prima: altro capitombolo clamoroso, in casa col Carpi, che diede il là a una catena di ben sei sconfitte consecutive (cinque in campionato e una in Coppitalia, la più inconcepibile e inaccettabile di tutte, contro l'Alessandra, squadra di terza serie). Questa volta però si è riusciti addirittura a fare peggio: un classico, del resto, nella storia rossoblù. I rosanero venivano da nove ko di seguito, non avevano mai segnato più di un gol a partita, e al Ferraris erano sotto di due a circa venti minuti dalla fine. Nessuna squadra tatticamente equilibrata, mentalmente solida, tecnicamente credibile potrebbe perdere una partita in tali favorevoli condizioni. Il Genoa c'è riuscito e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. 
GOL INUTILI - Da allora, di sconfitte ne sono arrivate altre tre (più quella di Roma in Coppa), e prima c'era stata l'onorevole resa di Milano contro l'Inter, che lì per lì parve indolore. La caduta a picco è stata parzialmente frenata ieri col Crotone, ma il 2-2 interno  è un mezzo passo falso e non risolve un bel niente, avendo anzi mostrato un gioco paurosamente involuto, a tratti inesistente, e amnesie difensive costanti, che rendono inutile qualsiasi sforzo in avanti, qualsiasi gol di vantaggio, perché è ormai evidente che agli avversari, anche a quelli di caratura modesta, basta poco per farsi largo nelle larghissime maglie rossoblù e trovare facili spiragli verso la porta del non eccezionale Lamanna. Proprio come era accaduto all'Olimpico pochi giorni prima: mezz'ora anche buona, due gol e un palo colpito da Ocampos, ma nel resto del match liguri in continua balia della Lazio e quattro reti sul groppone.
SPINA DORSALE DELLA SQUADRA CANCELLATA - Sembra tutto svanito: la squadra castiga - grandi, la compagine che praticava un gioco a tratti piacevole e quasi sempre redditizio, e che poteva vantare una retroguardia di discreta tenuta. E' ciò che si è visto fino al brillante recupero con la Fiorentina, senza arrivare a citare la splendida prova d'assieme fornita con la Juve, altro evento eccezionale e irripetibile che non poteva essere lo specchio fedele della dimensione del Grifone. Quel Genoa oggi non esiste più. Le ragioni sono tante e non tutte individuabili, al momento. Una balza agli occhi: la squadra ha perduto repentinamente, nell'arco di poche settimane, larghissima parte della sua spina dorsale, per sfortuna o per superficiali scelte di mercato: Perin bloccato da un nuovo grave infortunio, Veloso a lungo ai box e solo ora in procinto di rientrare, il califfo di centrocampo Rincon e l'ex idolo della Nord Pavoletti venduti, a quanto pare, con un buon ritorno economico. In pratica l'anima genoana, in campo e nello spogliatoio, spazzata via, e per il venezuelano era forse il caso di aspettare qualche giorno prima di lasciarlo partire, o quantomeno avere celermente a disposizione già un sostituto che ne avvicinasse le qualità tecniche e agonistiche. 
MERCATO INTERLOCUTORIO - Il mercato di gennaio di Preziosi ha regalato quasi sempre sorprese positive: persino due anni fa, quando il team gioiello creato in autunno da Gasperini era stato privato di numerosi elementi di spicco (via Antonelli, Sturaro, Matri, Pinilla), vi era stata comunque la quadratura del cerchio grazie all'arrivo di uomini validi e ansiosi di mettersi in mostra quali Niang e il citato Pavoletti. In questo inizio di 2017, finora, si naviga a vista: Cataldi, giunto in prestito dalla Lazio, è un centrocampista dai piedi buoni e propositivo, che però non porta sostanza e muscoli, non può cioè colmare il vuoto lasciato da Rincon; il cavallo di ritorno Pinilla verrà utile ma ha bisogno di adeguato sostegno tattico; i due investimenti più interessanti sono quelli su Beghetto e Morosini, due dei prospetti di maggior rilievo prodotti dalla Serie B di recente, ma ancora sono in naftalina, senza contare che è tutta da verificare la totale affidabilità di Lamanna come portiere titolare a lungo termine. Dubbi anche sull'operazione Taarabt, giunto con una condizione atletica del tutto approssimativa e quindi non utilizzabile da subito. Inoltre: possibile che nessuno pensi a qualche rinforzo per la terza linea, che sarà anche mal protetta dalla mediana (la lingua batte dove il Rincon duole...) ma che ieri, ad esempio, ha preso due reti su palla ferma, quindi con uomini schierati e pronti a marcare?
JURIC: QUALI COLPE? - In sintesi: la squadra risulta al momento fortemente indebolita sia sul piano della classe pura, sia su quello della personalità, priva di punti di riferimento carismatici (Burdisso a parte). E si è avvitata in una spirale di negatività da cui solo una vittoria potrebbe trarla fuori. Ma se non si riesce a battere nemmeno il Crotone, dopo essere stati due volte in vantaggio.... Il discorso su Juric, poi, è estremamente complesso. Perché ci sono le colpe di una società che, forse convinta erroneamente di aver già sportivamente archiviato la stagione, ha fatto cassa e impostato un lavoro di prospettiva, col rischio di sottovalutare le esigenze più immediate, come in effetti sembra; e ci sono i limiti di una rosa che più di tanto non poteva offrire prima, in termini di continuità (e l'avevo sottolineato in tempi non sospetti, ossia dopo il trionfo sulla Signora) e ancor meno può offrire adesso. Ma il giovane trainer ci sta mettendo del suo, almeno questa è la sensazione che traspare all'esterno: scarsa elasticità tattica, insistenza su elementi che avrebbero bisogno di rifiatare (Laxalt pare aver perso lucidità), eccessiva prudenza nei confronti di giovani (in primis i due sopra citati) che se inseriti gradualmente forse qualcosa potrebbero dare, perlomeno a livello di entusiasmo, esuberanza, soluzioni alternative soprattutto in fase di costruzione e di finalizzazione. 
Esonero? Prima occorrerebbe mettergli in mano quel paio di pedine che mancano (un puntello dietro, un "mini Gattuso" al centro), perché non è facile guidare un gruppo che, al di là delle difficoltà contingenti (calo fisico, morale sotto i tacchi) è stato così pesantemente depotenziato e privato di uomini chiave; ma finora, da parte sua, sembrano latitare sia la praticità sia la saldezza d'animo necessarie a sciogliere nodi che sono in primis psicologici. perché, al di là dell'indebolimento, rimane una rosa con valori di rilievo (Burdisso, Izzo, Laxalt, Cataldi, Rigoni, Veloso, Ninkovic, Simeone) che sulla carta non dovrebbe avere nulla a che spartire con la zona rossa della graduatoria.
CI SONO RISCHI DI CLASSIFICA? - Questo è l'ultimo punto dolente. Le preoccupazioni riguardo ai bassifondi possono sembrare esagerate. Non solo per i quattordici punti di vantaggio sulla terzultima (peraltro virtuali: mancano due partite all'appello), ma soprattutto per il rendimento di Crotone, Pescara e Palermo che continua ad essere fortemente deficitario. Raramente, a questo punto della stagione, i tre fanalini di coda avevano messo insieme una riserva così esigua di fieno in cascina. Anche se qualcuna di esse riuscisse a raddoppiare, di qui in poi, il proprio rendimento, arriverebbe attorno ai trenta punti o poco più, il che garantirebbe per tutte le altre una quota salvezza eccezionalmente bassa e, ora come ora, davvero a un tiro di schioppo. Poi tutto può essere: il Carpi dell'anno scorso, per dire, fece quattordici punti all'andata e ben ventiquattro al ritorno. Ma stavolta non vi sono segni plausibili di risveglio, e al momento risulta decisiva la caratura assolutamente modesta delle citate Cenerentole: solo il Pescara, per espressioni di gioco e quantità di talento (Biraghi, Campagnaro, Crescenzi, Verre, Caprari, mister Oddo in panca...), avrebbe i mezzi per togliersi dalle secche, ma continua ad imbarcare acqua, e allora... 
Il problema è tutto in casa genoana: nulla è impossibile, in negativo, se non si inverte al più presto il trend dell'ultimo mese e mezzo. La squadra al momento è fragile quanto le pericolanti, forse di più. Anche se le condizioni di classifica sono diverse rispetto ad allora, la lezione lasciata ai posteri dalla Sampdoria del 2011 deve'essere tenuta ben presente: ventisei punti all'andata, la miseria di dieci nel ritorno. Non significa essere pessimisti a tutti i costi: significa prendere atto di una situazione gravemente deteriorata e di un'emorragia di gioco, di fiducia, di risultati e di qualità che deve essere arginata al più presto. E certe cose è meglio scriverle adesso, in un momento in cui le critiche possono ancora mantenersi su toni sereni e c'è il margine per porre rimedio, che non quando i buoi sono già scappati dalla stalla.

mercoledì 11 gennaio 2017

LA FIFA ANNUNCIA: MONDIALE 2026 A 48 SQUADRE. TUTTI I LIMITI DEL GIGANTISMO CALCISTICO

                                          Gianni Infantino, presidente della FIFA

Il cambio di format del Mondiale di calcio è sempre un evento epocale, e sempre è destinato a suscitare perplessità, come puntualmente sta avvenendo anche in queste ore, dopo l'ufficializzazione, da parte del neo presidente FIFA Gianni Infantino, dell'allargamento del torneo a ben 48 squadre, a partire dall'edizione del 2026. Non è questione di voler essere costantemente ipercritici a prescindere: il fatto è che queste periodiche modifiche hanno come minimo comun denominatore il gigantismo, cosa fra l'altro riscontrabile anche nell'evoluzione che hanno avuto le strutture del Campionato europeo di football, della Champions League e dell'Europa League. 
QUANDO IL GIGANTISMO AVEVA UN SENSO - Questa manifesta voglia, da parte dei vertici del pallone mondiale, di allargare continuamente i confini del gioco, di aprire le porte a un sempre maggior numero di nazioni, in linea di principio non sarebbe negativa, a prescindere da tutte le considerazioni di carattere politico ed economico che spesso, si dice, stanno alla base di tali scelte. C'è però un limite a tutto: ampliare il campo dei partecipanti alla rassegna iridata poteva essere giusto, anzi sacrosanto, in un determinato periodo storico, quello in cui si superò la quota fissa, e apparentemente immutabile, di 16 finaliste, in vigore praticamente dal 1934 al 1978 (con un paio di eccezioni). Aveva un senso, perché il rischio era quello di ridurre la Coppa del Mondo a un torneo riservato a una ristrettissima élite, con i paesi calcisticamente più "depressi" a far da comparse o, nella maggior parte dei casi, da semplici spettatori. Si passò così alle 24 squadre, a partire da Spagna '82 (ma con uno squilibrio enorme fra le partecipanti, ben 14 europee e agli altri le briciole) e poi, nel '98, si arrivò a 32 (e da allora si assiste a uno squilibrio opposto, visto che alle ultime due edizioni hanno preso parte appena 13 rappresentanti del Vecchio Continente). Formula a 32 che aveva se non altro una discreta funzionalità, in quanto consentiva di evitare i ripescaggi delle terze alla fine della fase a gironi.
OGGI SERVE DAVVERO ALLARGARE? - Il fondamento sportivo di tali allargamenti era soprattutto il tentativo di favorire un progresso dei movimenti calcistici più arretrati, segnatamente quelli dei continenti africano, asiatico, oceanico e del nord - centro America. Lodevole, anche se si potrebbe dire che tale obiettivo sia minato da un vizio di fondo: il primo Mondiale a 24 squadre, infatti, vide una serie di rappresentative del cosiddetto "Terzo mondo" battersi con gagliardia e validissimi argomenti tecnici, pur essendo esordienti assolute sul massimo palcoscenico. Camerun e Algeria sfiorarono la qualificazione al secondo turno mettendo in gravi difficoltà alcune grandi storiche (o addirittura battendole, come i nordafricani fecero con la Germania Ovest), l'Honduras fermò sul pari la Spagna padrona di casa e l'Irlanda del Nord, il Kuwait fece 1-1 con la Cecoslovacchia mancando una vittoria che avrebbe meritato... Insomma, la nobiltà del calcio si accorse, di punto in bianco, che il resto del mondo non era rimasto fermo ed arretrato, ma aveva compiuto enormi progressi pur essendo stato lasciato ai margini e non avendo partecipato, se non sporadicamente, al grande summit del pallone mondiale.
LA CRESCITA DEL CALCIO "POVERO" PASSA DAI CLUB - In sintesi: la crescita dei paesi calcisticamente ancora "indietro" può avvenire anche a prescindere dalla loro inclusione fra le finaliste di un Mondiale, specie se questa inclusione è ottenuta tramite innaturali allargamenti del "tabellone". Avveniva all'epoca, lo abbiamo visto nel caso dell'82, e a maggior ragione può avvenire oggi. Perché tale crescita passa, prima di ogni altra cosa, dalla crescita dei singoli calciatori, e oggi i calciatori del "Terzo mondo" popolano in larga quantità i campionati delle varie nazioni europee. Ed è qui, nei club di Francia, Germania, Italia e via discorrendo, che "vanno a scuola", diventano calciatori veri, a tutto tondo, portando poi questo bagaglio di know how nelle loro rappresentative. 
UN RISCHIO: ABBASSAMENTO DEL LIVELLO TECNICO - Certo, anche i confronti fra selezioni nazionali servono a migliorare, eccome: ma le fasi finali di Mondiali ed Europei non possono diventare le palestre per la crescita di chi è ancora indietro. Anzi, qui tocchiamo un altro punto dolente: immettere innaturalmente nel gruppone della gran festa quadriennale squadre che, col format attuale, il Mondiale se lo sognerebbero, significa prima di tutto abbassare notevolmente il livello tecnico della kermesse. Cosa che, per dire, avvenne in occasione del passaggio da 24 a 32 finaliste, a Francia '98, secondo quanto scrissero alcuni commentatori dell'epoca. E anche l'ultimo Europeo dovrebbe rappresentare un segnale d'allarme, in tal senso: il nuovo format a 24 squadre ha prodotto spettacoli in linea di massima di qualità modesta, poche partite memorabili o prestazioni di alto spessore (fra queste, diciamolo con orgoglio, quelle azzurre contro Belgio e Spagna). Fra le "nuove arrivate", solo Islanda e Galles si son fatte autenticamente onore: ma erano comunque già nitidamente emerse nel biennio di qualificazione, guidando anche per diverse giornate le classifiche dei rispettivi gironi, e nel torneo finale in Francia non hanno fatto altro che confermare la loro acquisita caratura internazionale, casomai andando oltre le previsioni di partenza. 
TROPPE PARTITE, PROBLEMI LOGISTICI - Ecco perché oggi, quando mancano nove anni alla data fissata, una Coppa del mondo a 48 squadre pare un non senso tecnico, una forzatura. Si indora la pillola dicendo che chi arriverà fino in fondo dovrà comunque disputare sette partite, proprio come adesso, e va bene; e si sottolinea che il tutto si potrà svolgere in poco più di un mese, proprio come oggi, e questo va un po' meno bene, perché ci sarebbe un incremento notevole di partite, passando da 64 a 80, con tutti i problemi logistici del caso, anche legati alle potenzialità del Paese che si assumerà l'onere dell'organizzazione. La formula in alcuni dettagli deve ancora essere messa a punto: di certo ci sono i sedici gironi da tre nella prima fase, con qualificazione delle prime due di ogni gruppo; in pratica, 48 gare per mandare a casa appena 16 rappresentative. Poi eliminazione diretta dai sedicesimi di finale in avanti. 
I MONDIALI COME LE OLIMPIADI? - Fra le innovazioni proposte, si parla di cancellazione dei supplementari per passare subito ai rigori. Nelle quote di partecipazione assegnate ad ogni continente, all'Europa andrebbero solo sedici posti, ed è un assurdo (soprattutto se messi in relazione con i 9,5 per l'Africa e gli 8,5 per l'Asia), così come è assurdo che, a partire dal passaggio al format a 32, si sia progressivamente ridotto lo spazio riservato al Vecchio Continente, nonostante i risultati degli ultimi Mondiali abbiano dimostrato incontrovertibilmente l'assoluto dominio del football europeo sul resto del globo. Così diventa una Coppa del Mondo pericolosamente simile al torneo olimpico, dove non si tiene conto, o se ne tiene troppo poco, dei valori calcistici su scala planetaria, attenendosi più che altro a un criterio di equa distribuzione geografica dei posti disponibili.
DIFFICILE TORNARE INDIETRO - Vedremo. La contrarietà di fondo al progetto non significa che non si possa sperimentare il tutto. Così come sono curioso di vedere come sarà un Mondiale quasi "natalizio" come quello del '22 (con tutti i problemi legati alla sospensione dei campionati nazionali, che potrebbe gettare nel caos il calcio di club), sono altrettanto ansioso di vedere questo ipertrofico torneo '26. L'avranno comunque vinta loro, quelli della FIFA: perché nel calcio raramente si torna indietro (come per la nostra Serie A: sembra sempre più difficile poter vedere una riduzione dell'organico del massimo torneo, decaduto sotto tutti i punti di vista da quando si gioca fra venti squadre); perché gli introiti probabilmente aumenteranno, e perché, se qualche Nazionale rivelazione ci sarà, si potrà sempre dire che è stato merito del nuovo format, che ha dato tanto spazio ai "peones" del pallone. I quali però, Mondiali  od Europei che fossero, alla fine si son spesso fatti valere, magari non vincendo mai nulla ma compiendo imprese clamorose (dal Camerun al Ghana, dalla Nigeria alla Costarica). E lo hanno fatto, finora, dovendo superare grandissimi ostacoli, percorrendo strade più probanti e maturando nel tempo. Ora avranno forse vita più facile, ma arrivare più velocemente alla vetta non è detto che sia un bene, anzi. Il patrimonio delle grandi potenze calcistiche non si costruisce in quattro e quattr'otto e passando attraverso varchi fin troppo larghi.