martedì 28 giugno 2016

EURO 2016: RIECCO L'ITALIA DELLE IMPRESE EPICHE. SPAGNA ANNICHILITA, AZZURRI FRA LE PRIME OTTO, BRASILE 2014 LONTANO ANNI LUCE...


Quattro anni dopo Varsavia, il calcio italiano si scopre ancora capace di regalarsi, e regalarci, epiche imprese da tramandare ai posteri. In Polonia fu la semifinale di Euro 2012 a restare scolpita nei libri di storia: la più bella Azzurra targata Prandelli annichilì la favoritissima Germania, la sera in cui Balotelli parve davvero a un passo dal diventare uno dei campionissimi dell'era contemporanea. Da allora, il buio: quattro anni di crisi, di miserie, di declino di tutto un movimento, col punto più basso toccato nella breve e nefasta spedizione brasiliana, e con una Nazionale che, anche dopo quel ko, è sempre parsa tollerata e mal sopportata dai club, invece di esser vista come fondamentale volano per il rilancio del nostro pallone. Un tunnel dal quale sembrava impossibile potessero sortire favole così belle come quelle che Conte e i suoi ragazzi ci stanno raccontando in questo assolato giugno. Già ci aveva inebriati il colpaccio messo a segno al debutto col Belgio, la squadra del futuro, una delle papabili per il titolo, e che in seguito ha dimostrato di non essere un bluff, al punto di trovarsi ormai un solo, non irresistibile ostacolo davanti prima di approdare alla semifinale. 
VITTORIA DEL GIOCO - Quello contro i Diavoli Rossi fu un capolavoro di football all'italiana riveduto e corretto in versione moderna, ossia difesa attiva  e propositiva. Ma ieri, a Saint Denis, si è visto tutt'altro. Proprio come quattro anni fa, ma anche come nell'82 col Brasile al Sarrià (ebbene sì, il paragone ci sta tutto), i nostri hanno sfidato i favoritissimi spagnoli sul loro stesso terreno, il terreno del gioco, dell'iniziativa, dell'aggressività, e si sono (ri)scoperti intraprendenti e coraggiosi. Hanno affrontato il match con lo stesso spirito positivo del duello in Confederations di tre anni fa, che avevo evocato nel mio ultimo post: ma allora ci spegnemmo a gioco lungo, questa volta ci sono state più intensità, più resistenza fisica e morale, più incisività, più cattiveria. Hanno spazzato via la Roja, talmente stranita da cotanto affronto al punto di non riuscire, per almeno settanta minuti, ad imbastire una risposta degna di tal nome, e della fama che accompagna Iniesta e compagni da quasi dieci anni. Da tempo non si vedeva la nostra selezione attaccare con tale continuità, e con tanta precisione nella costruzione delle proprie manovre. Prima e dopo il gol sblocca - punteggio di Chiellini, in un difficile tap-in su punizione di Eder non trattenuta da De Gea, si sono registrati i tentativi di Pellè, Giaccherini in splendida rovesciata, Parolo, ancora Giaccherini con una fiondata di destro alzata in corner dall'erede di Casillas. E nella ripresa di nuovo Eder ha mancato il raddoppio dopo una bella fuga palla al piede. 
BRILLANTI E POCO CONCRETI DAVANTI - L'han gridato tutti: bisognava chiuderla prima, dannazione; occorreva essere più concreti. Ma non si diceva, fino a poche ore fa, che il più grosso limite di questa Italia fosse rappresentato dalla mancanza di efficaci terminali offensivi? Ebbene, è ancora così, un Vieri, un Del Piero o un Toni non si inventano dall'oggi al domani, e con uno solo di questi tre la Spagna avrebbe probabilmente incassato, ieri, una delle lezioni più umilianti della sua storia. I ripetuti errori sotto porta hanno inevitabilmente esposto i nostri a un finale di gara in piena sofferenza, perché le leggende al tramonto non si arrendono senza combattere. Si incattiviscono, menano fendenti a ripetizione, magari lo fanno in maniera disordinata, ma sanno comunque portar scompiglio. Lì, e solo lì, si è rivista l'Italia della tradizione, quella da trincea, di super Gigi e della BBC (Barzagli - Bonucci - Chiellini), la sola su cui alla vigilia si puntava per uscire indenni da un confronto che pareva impari. Ed è stata invece un'Italia completa, a tutto campo, capace di coprirsi ma ancor prima di produrre un calcio bello ed essenziale, di andare al tiro e di fare paura, di tenere sotto pressione rivali fra i più reputati. 
GIACCHERINI, DE SCIGLIO E BUFFON: SUPER - E' stata prima di tutto la vittoria del collettivo, dell'organizzazione, dei movimenti perfettamente sincronizzati e, finalmente, degli errori di tocco e di misura ridotti al minimo. Tutti su livelli di eccellenza, con pochi picchi autentici, direi lo straripante Giaccherini del primo tempo, esaltatosi nella funzione che più gli è congeniale, quella di micidiale incursore dal palleggio sovente letale. E poi un De Sciglio ripropostosi sulle misure azzurre che aveva lasciato intuire ai tempi degli esordi in Confederations Cup 2013, preciso e pulito negli interventi difensivi  e sempre ben disposto a sganciarsi, per quanto nella gara di Parigi sia rimasto più che altro fedele alle consegne di copertura. Rivisto anche un Eder magari non lucidissimo ma sempre vivo e pronto a infilarsi nelle maglie della difesa iberica, un Bonucci talmente sicuro di sé da proporsi in frequenti avanzamenti, un Buffon che, inoperoso per due terzi di gara, ha saputo ergersi a baluardo nel momento più difficile, con almeno due deviazioni da urlo su Iniesta e Piquè e altri interventi impeccabili.

                                              Chiellini: ha sbloccato il risultato

DIFESA PULITA E ARMONICA - Il fatto che, alla fine, nessuno dei nostri più importanti diffidati (il trio della terza linea) abbia raccolto il secondo giallo non è un dato da poco: significa che non c'è stato bisogno di affannosi recuperi, di falli più o meno scaltri, o di scorrettezze "tattiche" per troncare sul nascere pericolose offensive di David Silva e compagni; la copertura è stata perfetta e armonica, al punto da consentire ai tre dietro di giostrare in totale serenità, senza mai forzare un intervento. L'unico "cartellinato" ad andare in squalifica è stato alla fine Thiago Motta, la cui utilità nel meccanismo azzurro francamente continua a sfuggirmi. Non arrivo a dire che i patemi di ieri siano iniziati col suo ingresso in campo al posto di De Rossi, ma è persistente la lentezza sia nei movimenti sia nella lettura delle situazioni tattiche, nonché errori che da parte di uno coi suoi piedi sono assolutamente inaccettabili. Credo che in prospettiva sia più utile Sturaro, il quale anche ieri avrebbe portato più grinta, dinamismo e qualche idea. E, già che si parla di "riserve", menzione per Insigne, che nel suo solito part time ha sfiorato un gol anticipando troppo la conclusione (avrebbe potuto avvicinarsi un po' di più a De Gea) e ha dato il là all'azione del sospirato raddoppio, perfezionata dall'affondo di Darmian e conclusa dalla "consueta" girata sotto porta di Pellè, il nostro Ciccio Graziani 2.0, punta generosa e votata al sacrificio ma spesso pronta quando si tratta di far male in area. 
FINE CICLO IBERICO? SI', MA... - I giornali spagnoli, in queste ore, parlano di fine di un ciclo. Sicuramente è così. Avevamo detto che la Spagna era ancora forte, ma non più ai livelli di quella che ha dominato l'Europa e il mondo fra il 2008 e il 2012. Il tonfo brasiliano era stato talmente fragoroso da non poter essere frutto di un momento di appannamento; il fatto che, poi, Del Bosque sia caduto nell'errore di tanti commissari tecnici vincenti di ogni parte del mondo (i nostri Bearzot e Lippi, il francese Lemerre), continuando a puntare sui "leggendari" dei primi trionfi e prolungando l'anticamera dei giovani rampanti (che sono forse... meno rampanti di come i media li dipingono) non poteva che produrre i frutti che abbiamo visto: ossia una rappresentativa ancora qualitativa, ancora in grado di sciorinare football di grana fina e di stendere avversari non irresistibili (cechi e turchi, in questo Europeo), ma più vulnerabile non appena si alza il livello dello scontro. Comunque i conti non sono ancora chiusi, per noi: nel prossimo biennio incroceremo gli iberici altre due volte, e non potrà che essere una Spagna nuova, forse ancora con tre o quattro totem, ma soprattutto con i vari Koke, Alcantara e Morata a dettar legge. Contenderemo loro la qualificazione mondiale, lo faremo sgravati dal peso di una serie negativa spezzata nell'umidità dello Stade de France, ma anche noi dovremo immettere linfa nuova nelle nostre vene, perché gli eroi di questi giorni francesi non saranno eterni.
BILANCIO GIA' IN ATTIVO - Il domani porta la Germania, che invece pare ben lungi dal chiudere il suo ciclo vincente. Dopo le brutture offerte con la Polonia nella seconda giornata, è andata in crescita lenta ma costante, pur se le avversarie affrontate non hanno certo rappresentato banchi di prova da far tremare i polsi. Impenetrabile dietro, forse l'unica difesa al mondo all'altezza, nei singoli, del nostro blocco arretrato juventino, dalla trequarti in su sta recuperando la freschezza e la forza penetrativa del Mondiale di Rio. Tuttavia, e non è per mettere le mani avanti, l'Italia questo Euro 2016 l'ha già abbondantemente onorato, vincendo quando doveva vincere, rovesciando pronostici avversi ed eliminando con pieno merito i campioni in carica: essere fra le prime otto del Continente è un progresso enorme, innegabile, rispetto al fondo toccato due anni fa. E aver raggiunto questo traguardo nel periodo di più acuta difficoltà mai attraversato dal pallone tricolore va vieppiù a titolo d'onore per gli azzurri e per il loro strano cittì "dimezzato". Sabato, a Bordeaux, que sera, sera...  

giovedì 23 giugno 2016

EURO 2016: CONTRO l'IRLANDA L'ITALIA NON ERA UNA SQUADRA, IMPOSSIBILE FARE RISULTATO. E CON LA SPAGNA...



Solo il più ingenuo dei tifosi poteva credere in una vittoria sull'Eire (ripeto la domanda del precedente post: perché quasi nessuno la chiama più così?), o comunque in un risultato positivo, magari accompagnato da una brillante prestazione dei nostri. Ieri sera non esistevano le condizioni perché tali auspici si avverassero. Per far bene a livelli così alti, dicasi la fase finale di un campionato d'Europa, bisogna essere innanzitutto una squadra nel senso più pieno del termine, e l'Italia di Lille non lo era, né lo poteva essere. Non puoi cambiare otto undicesimi della formazione - tipo e farla franca, sperando che sul campo, come d'incanto, si creino in pochi minuti amalgama, intesa, organizzazione, automatismi. Difficile che avvenga in un club, coi suoi tempi di lavoro più dilatati, figuriamoci in una rappresentativa, ricostruita da zero in pochi giorni. 
RIVOLUZIONE ECCESSIVA - Proprio per questo, nel pezzo di commento alla stentata vittoria sulla Svezia, avevo auspicato quattro - cinque cambi, non una rivoluzione: un mix tra titolari e "riserve" (anche se nel calcio di oggi, votato al buonismo, è vietato chiamarle così), il "brodo di coltura" ideale per consentire ai nuovi di esprimersi al meglio delle loro potenzialità, venendo inseriti in un meccanismo già collaudato. In una squadra, per l'appunto. Conte ha invece costruito, per la pleonastica terza uscita azzurra a Euro 2016, una formazione raccogliticcia, composta da elementi che mai avevano giocato assieme.
Una cosa del genere la fece Lippi durante il suo secondo mandato, nel 2009: titolarissimi in campo a Dublino, nell'autunno 2009, per strappare proprio agli irlandesi il punto necessario per la qualificazione a Sudafrica 2010, e squadra totalmente rinnovata per l'impegno di pochi giorni dopo con Cipro a Parma, scaduto a livello di amichevole. Risultato: Italia in bambola per un'ora e addirittura sotto di due gol contro i modesti isolani, fino al risveglio finale, con assalto all'arma bianca e risultato capovolto da un Gilardino scatenato, autore di una tripletta. Ecco: ieri, giusto qualche guizzo dei singoli più dotati avrebbe potuto evitarci la figuraccia, quantomeno sul piano del punteggio. Ci stava quasi riuscendo Insigne, che ha chiuso con un palo schioccante un'azione personale simile a quella che aveva portato in gol Eder pochi giorni fa. Ma non sarebbe stato un premio meritato, ed è infine giunto un ko poco meno che inevitabile, con Brady e compagni che avrebbero potuto passare anche prima. 
NON ERA IL VERO BERNARDESCHI - Compagine raccogliticcia e improvvisata, si diceva, fatta apposta per mettere tutti nella condizione di dare il peggio. Avete visto Bernardeschi? E' uno dei talenti più fulgidi dell'ultima generazione nostrana, ma ieri ha giocato una partita francamente imbarazzante: timido, confusionario, impreciso persino nel tocco di palla, che dovrebbe essere una delle sue doti più cristalline. Lo stesso giocatore, visto a Udine in una squadra vera, aveva invece portato brio, freschezza, imprevedibilità in fase offensiva. E anche Sturaro non è certo il cieco cursore messosi in mostra ieri.. Nulla di sorprendente, invece, negli errori di Thiago Motta, che da due anni è un corpo estraneo alla Nazionale eppure continua a godere di credito largamente superiore ai meriti acquisiti. Hai un bel dire che ha esperienza internazionale, gioca in una big del calcio europeo e amenità simili, ma poi questa caratura va dimostrata sul campo, e l'ultimo Thiago di livello, in azzurro, lo si è visto forse ai tempi della rassegna continentale 2012. 
BONUCCI IN CAMPO, PERCHE'? - Partita difficile da analizzare tecnicamente e tatticamente, quella di poche ore fa: l'Italia non è stata in grado di togliere l'iniziativa a un avversario aggressivo ma modesto, ha da subito lasciato il pallino ai verdi, rattrappendosi in una difesa esclusivamente passiva, che si limitava a chiudere o a respingere di testa (molto efficace in questo senso Ogbonna, un'alternativa che potrebbe tornare utile se l'Europeo si allungasse e se qualche diffida si tramutasse in squalifica, come temo prima o poi avverrà), senza però far ripartire l'azione. Cosa di cui di solito si occupa Bonucci, sul quale bisognerebbe aprire un capitolo a parte: per quanto ci si sforzi, non si riesce a trovare una giustificazione alla sua presenza in campo. Già gravato da un'ammonizione, un altro cartellino può essere dietro l'angolo in qualunque partita, può arrivare anche in modo casuale, o per una svista dell'arbitro: non è successo, ma il cittì si è preso un rischio veramente assurdo, mettendo a repentaglio la presenza di uno dei nostri uomini cardine nel durissimo match contro la Spagna. La formazione era talmente improbabile, talmente slegata e priva di equilibri, che un giocatore  nuovo in più in aggiunta agli otto già schierati non avrebbe spostato alcunché. E allora, perché? 

                                             Da Insigne gli unici lampi di Lille

RANKING FIFA E SCARSA FORZA PENETRATIVA - E' stata una delle gare più inutili nella storia degli azzurri alle grandi manifestazioni, sullo stesso piano di Italia - Paraguay (Mondiale 1950) e Italia - Svizzera (Mondiale 1962), due confronti che i nostri affrontarono sapendo già di essere eliminati. Comunque un peccato: spezzare una serie positiva, addirittura perdendo, insinua pur sempre qualche dubbio, qualche incertezza in un morale fino al giorno prima granitico. E poi la nostra rappresentativa non si trova nelle condizioni di negarsi la possibilità di provare a vincere anche quando la posta in palio immediata non è altissima, come ha fatto questa volta per un mero eccesso di sperimentalismo: accumulare vittorie è necessario, molto banalmente, anche per il ranking FIFA, e certi punti persi nel recente passato in partite abbordabilissime ci sono costati cari, negandoci il titolo di testa di serie nei sorteggi per la fase finale di Brasile 2014 e per le eliminatorie di Russia 2018. Senza dimenticare che, fra Svezia ed Eire, con due undici diversi abbiamo mostrato gli stessi difetti: incapacità di praticare un gioco di iniziativa, assurdo attendismo al cospetto di rivali non eccezionali, clamorosa sterilità offensiva. Sentivo ieri in tv che questa è l'Italia che crea meno, in avanti, dai tempi di Euro '80, e non mi sorprende: ricordo selezioni azzurre, anche in versioni non particolarmente scintillanti, che sapevano premere, concludere, impegnare le difese avversarie, come quella del biennio 2010 - 2012, che affrontava senza paura anche "squadroni" certamente più dotati. Questa lo fa molto raramente, troppo raramente. 
SERVE UN'ITALIA MIGLIORE DI QUELLA DI LIONE - Certo, contro gli iberici il problema non dovrebbe porsi. Il copione in apparenza è scritto: i magnifici di Del Bosque a fare la partita, noi a rispondere con difesa ferrea ma propositiva e ripartenze a tambur battente. In parole povere, potremmo sfangarla ripetendo la medesima impostazione di gara che ci ha premiati col Belgio, solo che questa volta dovranno essere davvero tutti sul pezzo, dovranno rasentare la perfezione, cosa che al debutto di Lione non si verificò, con qualche prestazione singola non all'altezza del collettivo. Poi può essere pure che invece, come avvenne nella semifinale di Confederations Cup 2013, il team di Conte sorprenda tutti e prenda pallino: quel giorno l'Azzurra di Prandelli, in una delle sue ultime versioni di grana buona, tenne in scacco le Furie Rosse e minacciò ripetutamente Casillas, per poi cedere ingiustamente ai calci di rigore. Ma per avere autentica vivacità dalla trequarti in su bisognerebbe dare più fiducia ai nostri ragazzini terribili, Insigne ed El Shaarawy in primis, che finora invece hanno visto il campo col contagocce. 
NON PIU' EXTRATERRESTRI, MA FORTISSIMI - Non è per fare gli schizzinosi, ma la sfida contro i campioni in carica sarebbe stato meglio averla più avanti. La Roja non è più, in senso assoluto, la macchina perfetta che passò come un rullo compressore su Euro 2008. Sudafrica 2010 ed Euro 2012. Due anni fa in Brasile fu bruscamente ridimensionata, ma era evidente che, con l'organico a disposizione, non fosse giunta al capolinea. Era semplicemente divenuta più "umana", ecco tutto. E la Spagna di oggi è una squadra umana, che nei momenti migliori palleggia che è un piacere (ma il tiqui taca esasperante del passato si è attenuato, a vantaggio di un gioco spesso più verticale), avvolge gli avversari e li "mata" grazie alla precisione nel tocco, nei passaggi, nelle conclusioni dei suoi campioni. Ma ha anche qualche momentanea défaillance e presa in velocità può andare in crisi. Speriamo... 
BENTORNATA, UNGHERIA! - Rimane comunque una delle realtà migliori espresse da un primo turno molto equilibrato e raramente spettacolare (fragorosa eccezione, il 3 a 3 di ieri fra Ungheria e Portogallo). Come da tradizione di questi grandi tornei, alcune fra le squadre più attese hanno steccato totalmente (vedi Austria, la delusione più clamorosa) o parzialmente (lo stesso Portogallo, che non è andato al di là di tre pareggi, l'ultimo soffertissimo). Francia e Germania hanno lasciato intravedere solo in minima parte le loro grandi potenzialità (ma i tedeschi sono parsi in netta crescita nel terzo match coi nordirlandesi). L'Islanda ha confermato l'eccellente trend delle qualificazioni, dove aveva fatto fuori nientemeno che l'Olanda terza nel mondo, il Galles ha sorpreso solo i superficiali, visto che attorno al fuoriclasse Bale, pienamente all'altezza del compito, ha costruito una compagine solida e di discreto talento. A destare clamore è soprattutto l'exploit dell'Ungheria, poco considerata, forse poco dotata tecnicamente, ma scaltra e motivata. I magiari erano in debito con tutti gli amanti del calcio: trent'anni di assenza totale dai grandi palcoscenici (mancavano da Mexico '86) sono imperdonabili per quella che è stata una delle migliori scuole di football di sempre, ma si è in tempo per rimediare, e questo boom è già un primo passo per riassaporare scampoli di gloria.  

venerdì 17 giugno 2016

EURO 2016: ITALIA BRUTTA, VINCENTE E QUALIFICATA. CON LA SVEZIA ABBIAMO SOFFERTO PERCHE'...


Nulla di sorprendente, nei mille stenti attraverso cui è passata un'Italia imbolsita per venire a capo della Svezia e conquistare un'anticipata qualificazione agli ottavi di finale, risultato impensabile fino a una settimana fa e anche meno. No, non è stata la "sindrome da seconda partita" che avevo paventato nel mio precedente post, e che è stata infine esorcizzata: certo, in alcuni momenti del primo tempo qualche timore di un terribile deja vu si è manifestato, visto che i nostri prodi parevano in difficoltà anche sul piano fisico (quasi sempre secondi sul pallone, scarsamente mobili, lenti a smarcarsi), ma va detto che non si sono raggiunti gli abissi di non gioco di due anni fa contro Costarica e Uruguay, che peraltro ritengo difficilmente eguagliabili anche da rappresentative italiane meno valide di quella attuale. 
QUELLE SQUADRE CHE PROPRIO NON DIGERIAMO... - Altri fattori hanno inciso sulla assoluta mediocrità della prestazione, solo in parte riscattata da un avvio di ripresa promettente e dal finale arrembante. In primis, la Svezia appartiene a quella categoria di squadre che, da sempre, la nostra Nazionale soffre: Bulgaria, Norvegia, Repubblica Ceca, solo per pensare a selezioni affrontate in anni recenti. Squadre, cioè, senza grossi picchi di classe (fra i nordici di questo Euro 2016 c'è giusto Ibrahimovic, che peraltro è stato disinnescato quasi senza colpo ferire, e pochissimo altro), ma solide, organizzate, tatticamente accorte e atleticamente sempre svettanti, tese più a distruggere e a coprirsi che ad aggredire. Rivali ispidi che ci mettevano in difficoltà già quando eravamo ricchi di risorse tecniche, figuriamoci in questa fase di involuzione del prodotto calcistico nostrano: senza stelle in grado di dominare là dove nasce la manovra, senza elementi di grande fantasia capaci di saltare l'uomo e scardinare il dispositivo difensivo avversario, e per di più senza la brillantezza e l'ordine sciorinati contro il Belgio, abbiam finito persino per lasciare agli svedesi l'iniziativa. Data la loro evidente modestia, non hanno saputo approfittare di questo regalo, finendo più o meno sistematicamente nelle maglie della nostra terza linea. Che però aveva un Bonucci maggiormente sulle sue rispetto alla straripante versione di Lione, mai sul pezzo quando si trattava di ribaltare con rapidità e precisione il fronte del gioco, e men che meno sapevano farlo i suoi compagni che operavano nella zona nevralgica, dove Giaccherini correva a vuoto e De Rossi non riusciva ad andare oltre un lavoro di interdizione. 
MURAGLIA GIALLA SCARDINATA DA UN SOLISTA - Le poche volte che trovavamo la qualità di palleggio per spingerci in zona di potenziale pericolo, la nostra carenza di inventiva ci portava a impantanarci in una muraglia gialla, con spazi intasati all'inverosimile, con passaggi che non potevano arrivare a destinazione, se non sporadicamente. Ripeto, un tipo di partita che ho visto e rivisto più volte, grosso modo uguale, soprattutto nei vari bienni, nelle gare di qualificazione europea e mondiale; incontri in cui chi ha il... coltello del talento dalla parte del manico deve approfittare delle poche occasioni e dei pochi momenti in cui riesce a esprimersi al meglio; e se non lo fa, come non l'ha fatto l'Italia di Tolosa, deve sperare in un'alzata di ingegno di uno dei suoi uomini più dotati. Così è accaduto, con Eder che, sfruttando la puntuale torre di Zaza, si è letteralmente inventato dal nulla un ubriacante assolo da numero dieci vecchia maniera, chiuso con un destro chirurgico. 
BRUTTI MA GIUSTAMENTE VINCENTI - Poco prima, Parolo aveva scosso la traversa di testa, e poco dopo Candreva, in uno dei suoi numerosi affondo sulla destra, aveva chiamato Isaksson a una difficile respinta, ignorando a centro area il liberissimo Sturaro; altre occasioni propizie erano rimaste a livello di pia intenzione, sbagliando l'ultimo passaggio o difettando in velocità di esecuzione o di lettura dell'azione, ma gli spiccioli di cronaca prima elencati bastano a evidenziare come il successo azzurro, per quanto bruttarello assai, sia nella sostanza meritato. La Svezia, come detto, è stata tutto fumo e niente arrosto: l'occasione migliore, a metà ripresa, l'ha avuta... in fuorigioco, con Ibra che ha mancato un gol a porta vuota su lungo traversone da sinistra, e nel primo tempo lo stesso fuoriclasse (per me un po' sopravvalutato, ma son pareri personali) ha sfiorato l'incornata vincente contrato all'ultimo da Chiellini; aggiungiamo una pericolosa mischia a fine gara, ben oltre i tre minuti di recupero segnalati dall'arbitro, con Granqvist che ha reclamato un inesistente rigore, e per il resto, da parte dei poveri eredi di Liedholm e Nordahl, solo uno sterile possesso palla e tentativi offensivi del tutto velleitari. 
I POCHI DA SALVARE E I TANTI DA BOCCIARE - Vittoria che ci sta, dunque. Questa Italia non è una grande squadra, e quindi difficilmente avrebbe potuto ripetere la super prestazione dell'esordio, a maggior ragione per le oggettive difficoltà prima esposte, mentre è più facile che, in condizioni di particolare concentrazione e freschezza, possa fare il botto contro formazioni chiaramente superiori. Da salvare la tenuta stagna di una retroguardia che ha sofferto il giusto, la discreta vivacità di Giaccherini e Candreva (ma quest'ultimo ancora troppo discontinuo, dovrebbe essere un martello sulla sua fascia), l'intensità di un Florenzi però spesso confusionario, e l'acuto di Eder, che ha fiutato con l'istinto del campione il momento più propizio per scrollarsi di dosso le ruggini di sei mesi di buio interista. Il resto è stato una delusione totale, dal Bonucci che ha tradito i suoi compiti di primo costruttore del gioco, alla mancanza di gente capace di produrre idee efficaci  nel mezzo (ma rinunciare in un colpo solo a Verratti e Marchisio e riuscire a fare sei punti in due gare è quasi un miracolo), dall'inconsistenza offensiva di Pellè e del subentrato Zaza (ottimo assist gol, ma nient'altro di rilevante) alla conferma della scarsa utilità di Motta, che quando è entrato non ha portato alcun contributo ed ha anzi incontrato grosse difficoltà al cospetto dei giganti svedesi.

                 Ibra perplesso: ancora una volta ai margini in una grande competizione per Nazionali

CON L'EIRE TURN OVER MASSICCIO - Qualcosa da cambiare c'è, senza dubbio, e il terzo match con l'Eire (ma perché nessuno la chiama più così?) offrirà l'opportunità di fare un saggio turn over. Credo sia necessario sperimentare almeno quattro - cinque nuovi titolari e dare fiato ad almeno uno dei due difensori titolari gravati da diffida (direi Bonucci, molto più importante per l'economia complessiva del gioco rispetto a un Chiellini che comunque, lo ribadisco, mi pare più pulito e meno ruvido del solito nei suoi interventi). Da provare a tempo pieno Zaza, i fantasisti - velocisti Insigne ed El Shaarawy, uno Sturaro che potrebbe portare nuovo fiato e nuove intuizioni a un centrocampo che ha bisogno di trovare geometrie e soluzioni in fase di costruzione e di spinta, magari anche con l'accentramento di Florenzi. 
SCHERZI DEL TABELLONE PRE CONFEZIONATO - Insomma, visto che in ogni caso andrà meglio rispetto al tonfo brasiliano, tanto vale cercare di allargare il mazzo di alternative per giocarci tutte le carte possibili in un Euro 2016 fin qui equilibrato ma anche di scarso appeal spettacolare, un torneo in cui hanno tradito quasi tutte le grandi, basti vedere le seconde performance di una Francia opaca, incostante, prevedibile e priva di idee che si è fatta irretire dalla non irresistibile Albania, e di una Germania stranamente depotenziata dalla trequarti in su, con Muller che sembra il parente povero del fuoriclasse ammirato negli ultimi due Mondiali. Poi, certo, in queste manifestazioni hanno un grosso peso anche i tabelloni preconfezionati in fase di sorteggio dicembrino: il nostro girone e quello del Portogallo sono gli unici i cui vincitori dovranno affrontare, nel turno successivo, una seconda classificata, e a noi, se ci aggiudicassimo il gruppo E, toccherebbe una fra Spagna, Croazia e, meno probabilmente, Rep. Ceca o Turchia. Ma non siamo nelle condizioni di fare calcoli, (e comunque raramente ne abbiamo fatti in queste competizioni,  checché se ne dica, verificare per credere), e quindi prendiamoci tutto ciò che arriva. 

mercoledì 15 giugno 2016

EURO 2016: DOPO IL TRIONFO SUL BELGIO, L'ITALIA PUO' SFUGGIRE ALLA MALEDIZIONE DEL SECONDO MATCH


E adesso riusciranno, i nostri eroi, a non rovinare tutto? Dopo il più imprevedibile trionfo della storia recente del calcio azzurro, si staglia nitido all'orizzonte il fantasma della "sindrome della seconda partita", quell'improvviso black out che spesso ha colto la nostra Nazionale nei grandi tornei, vanificando con inopinati scivoloni partenze belle e promettenti. I casi più eclatanti? Euro 1996, con vittoria all'esordio sulla Russia, poi assurdo turn over di Sacchi che cambia mezza formazione rivoluzionando difesa e attacco, sconfitta con la Repubblica Ceca e successiva uscita al primo turno dopo il pari con la Germania; per non parlare di Brasile 2014: inglesi castigati al vernissage, e il nostro Mondiale finisce praticamente lì, la squadra si sfalda in mano a Prandelli (il più colpevole di tutti), cammina in campo senza birra e senza idee, e si fa infilare in scioltezza da Costarica e Uruguay, salutando la compagnia iridata dopo soli tre match. 
TRIONFO DI SPESSORE - Certo, la situazione che sta vivendo il Club Italia di oggi pare decisamente diversa rispetto a quei due inquietanti precedenti. Il cittì Conte è un "martello", sul piano psicologico, e cali di tensione non dovrebbero essercene. Preferiamo allora pensare che il sensazionale debutto contro il Belgio rappresenti l'apertura di una porta di cui pensavamo di non possedere le chiavi, perché è un trionfo di ben altro spessore rispetto a tante illusorie vittorie iniziali del passato: due anni fa crocifiggemmo un'Inghilterra tutto sommato modesta, questa volta abbiam fatto fuori un concentrato di classe pura, gioventù ruggente ed esperienza ai massimi livelli, la squadra del futuro e forse anche del presente, nonostante il passo falso. E magari, chissà, il paragone più calzante potrebbe essere per noi quello con il '78, quando il team di Bearzot era destinato, secondo i sedicenti esperti, a finire stritolato nel girone di Francia, Ungheria ed Argentina e invece infilò un successo dopo l'altro, brillando anche sul piano del gioco. I tempi sono cambiati, l'Italia che ha bocciato il Belgio, uno degli acclamati "primi della classe" di questo Europeo, non ha regalato spettacolo, né una manovra scintillante e aggressiva. Ha vinto all'italiana, ma nel senso più nobile del termine, nel segno di una parte del nostro DNA calcistico che ci insegna a saper soffrire in trincea, a difendere con puntiglio ma senza mai rinunciare alla controffensiva, sganciandoci spesso e volentieri per micidiali puntate nell'area avversaria. Tutt'altra cosa rispetto al catenaccio che ancora molti miopi osservatori ci attribuiscono. 
VINCITORI IMPERFETTI - I ragazzi di Conte hanno vinto con pieno merito, grazie a una compattezza, un ordine tattico, un'organizzazione che ha consentito loro di venire fuori anche dai momenti più infelici della gara. Ce ne sono stati, di questi momenti, e ciò rende ancora più incredibile il 2 a 0 rifilato ai Diavoli Rossi; si pensava tutti, me compreso, che per fare la festa ad Hazard e compagni ci sarebbe voluta una prestazione da dieci e lode, invece ne è bastata una da... sette e mezzo, con più di un lato oscuro: gli errori di palleggio che ormai, purtroppo, sono consueti alle nostre latitudini, e la conseguente abnorme quantità di palloni persi anche ingenuamente, in situazioni di assoluta tranquillità, senza forcing avversario; le tante palle gol sprecate che ci avrebbero consentito di chiudere prima il match; i quattro ammoniti, troppi decisamente in una sola partita, con la speranza che questi cartellini vengano adeguatamente gestiti per non perdere uomini chiave al momento topico. Del resto, che sia un'Azzurra colma di difetti lo si sa da tempo, ma si sapeva anche, e qui lo si è sempre scritto, che non è proprio l'ultima della schiera, che ha pochi ma notevoli mezzi per poter compiere un cammino dignitoso. 
E' SEMPRE UN GRAN BEL BELGIO - Pur subendo per lunghi tratti la pressione del Belgio, i nostri hanno alla fine creato più occasioni di quelle concesse ai rivali; e pur lamentando la défaillance di diversi uomini chiave, il timido Darmian in primis, han gettato il cuore oltre l'ostacolo, colmando i vuoti di gioco grazie alla corsa e all'abnegazione di tutti: sintomatico di questo strano e un po' illogico sviluppo della gara il fatto che, a sbloccare il risultato, sia stato Giaccherini, fino a quel momento fra i peggiori in campo. Una vittoria di un italico calcio che si riscopre più artigiano e meno ricco (di classe), ma che sa far girare in folle reputate macchine da football. A proposito, non credete a chi dice che il grande Belgio sia un bluff. Il talento infinito dei suoi verdi astri emerge ogni singola settimana della stagione calcistica di club; e questa Nazionale, alla sua prima vera esperienza di rilievo sulla ribalta internazionale, due anni fa in Brasile, si è spinta fino ai quarti di finale, estromessa a fatica dall'Argentina di Messi e Higuain, lasciando la sensazione di aver espresso solo in parte il suo valore. Poi, insomma, c'è un ranking FIFA che parla chiaro, sulla potenza di fuoco e sul rendimento della rappresentativa guidata da Wilmots: può darsi che resti un'eterna incompiuta, ma è avversario terribile, che anche in una serata storta come quella di  Lione ha comunque mostrato in diversi frangenti la sua statura tecnica senz'altro superiore a quella  dei nostri baldi rappresentanti.

                                                   Il monumentale Bonucci

NON SOLO DIFESA - Ciononostante, lo ripetiamo, la vittoria di Buffon e compagni è stata limpida: i nostri le hanno prese e le hanno date, soffrendo come da copione e uscendo indenni da ogni tempesta. Si è concluso molto verso la porta, dopo una prima mezz'ora sterile, e questo è confortante; Pellè ha sfiorato il bersaglio due volte di testa prima di cogliere il meritato successo in chiusura di partita, Immobile nel finale è stato continuo e incisivo, Candreva non sempre ha mostrato lucidità ma si ascrive comunque una gran botta respinta da Courtois e l'assist del 2-0. Di Giaccherini si è detto: nella prima frazione a lungo fuori gara, confusionario e impreciso, è risorto siglando con uno splendido destro la rete che ha segnato la riscossa di questa selezione finora pallida, e  ha fornito la conferma che la sua utilità risiede nel mortifero talento da incursore, mentre nel cuore del gioco altri potrebbero fare meglio di lui.
L'ENORME BONUCCI - L'hombre del partido è stato Bonucci, a cui riconosciamo da tempo uno spessore internazionale che molti si ostinano a non vedere, ma questa partita dovrebbe aver fatto cadere ogni dubbio, lanciandolo definitivamente nell'arengo dei big continentali: non ha sbagliato un colpo in difesa (e al suo fianco Chiellini è parso persino più nitido e meno "spiccio" del solito nel chiudere ogni varco), è stato ancora una volta il vero regista della formazione, una sorta di centromediano metodista anni Trenta, abile a spezzare le trame altrui e a impostare la manovra con lanci secchi, potenti, lunghi e precisi, come quello che ha mandato in porta il buon Giack. Insomma, c'è da lavorare ma il materiale è migliore di come era stato dipinto. E c'è al nostro attivo un successo che vale oro per i motivi detti in apertura, uno di quei successi che, in genere, fanno crescere autostima, personalità, capacità di reggere le grandi ribalte. A occhio e croce, non è una rondine che non farà primavera, a patto che Conte tenga ben salde le briglie al gruppo.
LA PRIMA GIORNATA - Il passo falso del Belgio, in fondo, si inquadra nell'andazzo generale della prima tornata di gare di Euro 2016. L'allargamento a 24 squadre non sembra, per il momento, aver abbassato il livello tecnico della competizione e allargato la forbice fra grandi e medie. C'è un equilibrio esasperato, solo Germania, Italia e Ungheria sono riuscite a vincere con più di due gol di scarto, e fa piacere sottolineare il fragoroso ritorno dei magiari, che dopo un'inaccettabile assenza di trent'anni dai massimi palcoscenici (Mondiali ed Europei visti solo in tv dopo Mexico '86) si sono ripresentati imponendosi nel derby danubiano sui favoritissimi cugini austriaci. La Francia, altra big designata non solo in qualità di anfitriona, non è parsa al momento una grande squadra, esprimendosi a strappi e cogliendo il successo nell'ouverture grazie a un'isolata prodezza di Payet; gli stessi tedeschi hanno corso più rischi del previsto contro la non trascendentale Ucraina, il Portogallo è apparso fin troppo compassato e ha mostrato un Ronaldo simile a quello che sferragliò a vuoto nella recente finale Champions milanese, pasticcione (ahi, quel destro al volo ciccato nel primo tempo davanti al portiere...) e inconcludente: incredibile la segnalazione Rai di CR7 fra i tre migliori del match. L'undici ammazza torneo, insomma, non sembra esserci, ma questo avvio all'insegna del livellamento promette se non altro un prosieguo del primo turno sul filo delle emozioni.

giovedì 9 giugno 2016

VERSO EURO 2016: LO STRANO CASO DELL'ITALIA CON LA PANCHINA A DUE PIAZZE. VENTURA E' UN SALTO NEL BUIO, A MENO CHE...

                                      Ventura: il cittì più "dimesso" della storia azzurra

Un Europeo carico di incognite e di difficoltà alle porte, un Commissario Tecnico già allenatore in pectore del Chelsea e il suo sostituto in azzurro di fatto già nominato (manca solo la presentazione in pompa magna, che avverrà in occasione del Consiglio federale di luglio). Sarò ripetitivo, ma non si sottolineerà mai abbastanza come, per il Club Italia, questa sia una situazione del tutto inedita e straniante. La nostra rappresentativa ha affrontato ogni grande appuntamento internazionale con il trainer di turno saldamente in sella, e le scelte sulle successive guide tecniche son sempre avvenute, ufficialmente, a giochi fatti, a tornei conclusi, a trionfi o, più spesso, fallimenti compiuti. Abbiamo dunque, in questa vigilia di Euro 2016, quasi una panchina a due piazze, un caso talmente unico e bizzarro che potrebbe addirittura fungere da stimolo e volano per le nostre ambizioni. Altrimenti, non ci resterebbe che aggrapparci alle pallide speranze suscitate dall'ultimo provino veronese con la Finlandia, un galoppo appena dignitoso esaltato oltre ogni pudore da una stampa che sembra aver definitivamente smarrito qualsivoglia senso critico. 
PIU' FUMO CHE ARROSTO A VERONA - Per carità, non è stata una prestazione da dimenticare, ma mi ha trasmesso la sensazione del "tanto fumo e poco arrosto": cioè buonissima volontà, gran movimento dalla trequarti in avanti, ma, al tirar delle somme, a parte i due gol (Candreva su rigore e De Rossi) quante volte si è concluso pericolosamente verso la porta avversaria? Per tacer dell'esasperante lentezza in fase di impostazione, zavorra inevitabile del resto, per chi ancora decide di affidarsi, nella zona nevralgica, a un Thiago Motta in riserva di energie fisiche e mentali. Troppe incognite, troppe scommesse davvero, in questa Azzurra che pure non sarebbe affatto da buttare: bisogna sperare che l'italo - brasiliano del PSG recuperi brillantezza atletica, che Eder torni l'inesorabile cecchino della prima parte di stagione, che Zaza, oltre a correre e fare "caos organizzato" in prima linea, impari finalmente a inquadrare il bersaglio con continuità, che Immobile si ricordi di essere stato "pichichi" in Serie A, nel 2014... Siamo nelle condizioni di permetterceli, tutti questi azzardi? Ho già scritto negli ultimi post delle certezze a cui invece possiamo aggrapparci, e non posso che ribadirle: i magnifici quattro della difesa juventina, che Iddio ce li conservi sani, e la batteria di incursori laterali, il rivitalizzato Candreva visto al Bentegodi e soprattutto i furetti Insigne ed El Shaarawy che potrebbero portare imprevedibilità e quel pizzico di lucida follia, più che mai fondamentale per provare a superare i nostri attuali limiti di produttività offensiva. 
VENTURA: SCELTA DI BASSO PROFILO - Dopodiché, in questo assurdo limbo in cui si è cacciato il Club Italia, mentre il Belgio delle stelle già si staglia all'orizzonte c'è un ingombrante "convitato di pietra" a incombere sull'imperturbabile Conte: il nuovo cittì Giampiero Ventura. Oddio, ingombrante neanche tanto, a ben vedere: si stratta forse della scelta più di basso profilo mai compiuta dalla nostra Federazione, in materia di selezionatori della massima rappresentativa. L'unico precedente in qualche misura paragonabile è quello, ebbene sì, di Enzo Bearzot, che arrivò sulla panchina più importante con un curriculum scarno, quasi inesistente come allenatore di club, diciamo pure peggiore di quello dell'ex coach granata. Il grande Vecio, peraltro, una volta entrato nei ranghi azzurri incrementò in pochi anni il suo bagaglio di cultura calcistica, girando per il mondo, osservando e studiando squadre, atleti, metodi di preparazione, diventando uno dei trainer più preparati del globo, come tutta la stampa estera gli riconosceva, mentre in Italia veniva trattato a pesci in faccia, quasi come un minus habens (ah, il grande giornalismo di casa nostra...). 
CURRICULUM INQUIETANTE - I paragoni, peraltro, si fermano qui. Bearzot giunse a guidare l'Italia attorno ai cinquant'anni, il trainer di Genova Cornigliano va per i settanta e sciorina un "albo d'oro" che desta non poca inquietudine. Esperienza internazionale al di sotto del minimo sindacale (poco da segnalare, al di là di una storica vittoria a Bilbao in Europa League col suo Toro), e, fra i patrii confini, buone prestazioni con squadre medio piccole, promozioni in A con Lecce e Cagliari (che peraltro si perdono nella notte dei tempi, risalendo all'ultima decade del secolo scorso), ma anche un ritorno nella massima serie fallito clamorosamente alla guida della corazzata Sampdoria nel torneo cadetto 1999/2000. A seguire, il bel Bari di Ranocchia e Bonucci del 2009/10 e l'ultimo lustro a Torino, con piazzamenti onorevolissimi ma non esaltanti, a parte la qualificazione europea del 2014 (giunta però anche grazie ai gravissimi problemi del Parma, che lo aveva preceduto in classifica), e però, soprattutto, un buon lavoro come talent scout: il rilancio di un Cerci che pareva bruciato, un Immobile elevato in vetta alla classifica dei cannonieri, la scoperta di Darmian e il lancio coraggioso di tanti giovani nostrani altrimenti destinati a intristirsi nelle serie inferiori o, nella migliore delle ipotesi, a fare tribuna o panchina nei grandi club: Baselli, Benassi, Zappacosta, tutti in rampa di lancio azzurra. 
FINALMENTE LINEA VERDE? - Ecco, la speranza è che questa scelta così minimalista sia proprio legata al particolare feeling di Ventura con la linea verde: uno dei pochi allenatori di Serie A a puntare ancora sul "prodotto italiano", meglio se di fresco conio. Il nostro movimento calcistico ha un disperato bisogno di ridare spazio e fiducia ai ragazzi emergenti, altrimenti rischia di bruciare un'intera generazione di calciatori potenzialmente validissimi (perché non è vero, non ancora perlomeno, che sulla Penisola di buoni pedatori non ne nascano più). Certo. bisognava pensarci ben prima: negli ultimi quattro anni il calendario internazionale, gli avversari nelle qualificazioni mondiali ed europee avrebbero consentito ampi spazi di sperimentazione a Prandelli e Conte, i quali, dopo gli inizi spavaldi, sono rientrati nei ranghi mettendo da parte il coraggio nelle convocazioni. Ventura, invece, da settembre si troverà di fronte a un'impresa titanica: contendere l'accesso a Russia 2018 alla Spagna (spareggi di salvataggio a parte). Eppure non ha alternative, se non quella di spremere fino all'inverosimile determinati veterani (ma, Buffon a parte, chi fra i vari Barzagli, De Rossi, Motta e compagnia potrà reggere dopo l'avventura in Francia?) e imbottire la selezione di nuovi oriundi, Dio ce ne scampi, e comunque sono discretamente sicuro che non accadrà. 
VENTURA COME FUFFO? - Ecco allora un altro paragone solo all'apparenza irriverente: Ventura potrebbe essere il Fulvio Bernardini del 21esimo secolo. Coach ormai in età avanzata ma ancora vispo, brillante, lucido, scritturato per fare piazza pulita dei colossi del passato e per portare una ventata d'aria fresca, come fece il mitico Fuffo allorché, dopo il Mondiale del 1974, si incaricò di congedare i mostri sacri di Mexico '70, i Mazzola e i Rivera, i Burgnich e i Riva, lanciando, in collaborazione con Bearzot, i vari Gentile, Tardelli, Scirea, Antognoni, Bettega, Rocca, Sala, Pecci, Zaccarelli, Graziani, gente che avrebbe segnato un'epoca del pallone tricolore. Oggi, forse, certi fenomeni non li abbiamo più, ma se a Rugani, Romagnoli, Baselli, Benassi, Sturaro, Bernardeschi, Belotti non diamo qualche chance, non consentiamo loro di accumulare minutaggio, di sbagliare e di imparare dai loro errori, di migliorare giocando, non sapremo mai se possono essere fenomeni, campioni o solo normali atleti di medio livello. Ventura potrebbe aiutarci a capirlo.