mercoledì 29 febbraio 2012

AMARCORD - GLI AZZURRI A GENOVA: L'ADDIO DI BAGGIO E LE FIRME D'AUTORE DI PIRLO E GROSSO

La Nazionale italiana di calcio torna dunque a Genova, un anno e quattro mesi dopo la sciagurata partita non giocata (se non per pochi minuti) con la Serbia, e anzi a mo' di risarcimento per ciò che lo stadio e la città avevano dovuto sopportare in quella triste serata. Fatti arcinoti, sui quali vorrei non soffermarmi più di tanto, se non per sommari flash: le intemperanze dei tifosi ex jugoslavi capitanati da "Ivan il terribile", la gara iniziata e poi sospesa dopo pochi giri di lancette, la guerriglia scatenata dai teppisti, gli arresti in piena notte. Vien la nausea solo a pensarci, e allora concentriamoci sulle cose positive. Nella fattispecie, sul fatto che, per gli azzurri, il test del Ferraris con gli Stati Uniti rappresenti la prima tappa dell'abbrivio che condurrà a Euro 2012, l'evento calcistico dell'anno.
In attesa della sfida di questa sera, torniamo indietro di qualche anno per rivisitare le ultime uscite azzurre allo stadio di Genova, esclusa ovviamente la "non - partita" dell'ottobre 2010. Prendiamo in esame due precedenti, entrambi a loro modo assai significativi. Cominciamo dall'aprile 2004: l'Italia di Trapattoni sta preparando l'Europeo del 2004 in Portogallo, dove, tanto per cambiare, è attesa come una delle favorite. C'è da riscattare la magra figura al Mondiale di due anni prima, maturata non solo per demeriti della nostra rappresentativa, ma anche per un atteggiamento arbitrale sostanzialmente ostile ai colori italiani. Rimasto in sella più che altro per mancanza di alternative nell'immediato, il buon Trap, dopo una falsa partenza, è riuscito a riprendere saldamente in mano il timone e a strappare la qualificazione alla fase finale grazie anche all'innesto nel gruppo di forze fresche, pescate nelle file dei protagonisti "silenziosi" e delle squadre di seconda schiera del campionato: la scelta creò una "concorrenza interna" che rivitalizzò i mostri sacri della formazione azzurra, a lungo sotto i loro standard (ne avevo parlato in questo articolo:  amarcord-serbia-italia-del-2003 ).
Il ciclo di amichevoli preparatorie è assai impegnativo: dopo un pari interno con la Repubblica Ceca (all'epoca una delle squadra più competitive del continente), con battesimo del gol per Totò Di Natale, e una insperata vittoria proprio in casa del Portogallo, futuro anfitrione del torneo (altro battesimo del gol "d'autore", questa volta tocca a Miccoli, direttamente dalla bandierina!), si va a Genova per affrontare la giovane e tecnicissima Spagna di Inaki Saez. Ma è più di un test di preparazione: l'occasione viene colta per offrire al grande Roby Baggio l'ultima esibizione in maglia azzurra. Il Divin Codino non è mai entrato, incomprensibilmente, nei piani del Trap, e nemmeno vi entrerà per Euro 2004: però, vuoi per la sua strepitosa carriera, a lungo uomo simbolo della Nazionale e del calcio italiano in tutto il mondo, vuoi perché comunque in Serie A sta continuando a fare mirabilie col Brescia, merita eccome quest'ultima passerella. Così è, anche se la sua recita risulta forzatamente accademica e priva di giocate di autentica sostanza: normale, perché Roby è, in quel gruppo, un corpo estraneo. Non va al di là di qualche sapiente tocco di palla e di una punizione senza esito, ma basta la sua presenza a mandare in visibilio il pubblico di un Ferraris gremito, che, al momento dell'uscita dal terreno, all'87', gli tributa l'ovvia ma sacrosanta standing ovation. Riguardo al match, l'Italia non convince più di tanto, pochi lampi al cospetto di una Spagna che pare più squadra nell'organizzazione e dotata di maggior classe. I nostri avversari passano per primi grazie a un diagonale di Fernando Torres, poi Peruzzi evita il raddoppio su pallonetto dello stesso giocatore e un'inzuccata di Vieri da distanza ravvicinata, su cross di Fiore,  fissa l'1 a 1 finale.
Balzo in avanti di tre anni e mezzo: siamo nell'ottobre 2007, la Nazionale è campione del mondo in carica ma non è ancora sicura di poter acciuffare il pass per l'Europeo del 2008. Sconta un inizio al rallentatore, con pari interno con la Lituania e sconfitta in Francia. Poi, il nuovo CT Donadoni ha rimesso la squadra in carreggiata, ma, quando mancano tre gare alla fine del girone eliminatorio, non sono ammessi sconti: bisogna vincere sempre, a cominciare dalla sfida di Genova con la Georgia. Che è tutt'altro che proibitiva, ma, come quasi sempre accade, proprio contro squadre non propriamente "d'acciaio" gli azzurri offrono prove sottotono: gli avversari, ovvio, giocano al primo non prenderle, intasano gli spazi e i nostri, privi di guizzi autentici di fantasia e scarsamente rapidi, non riescono a creare gli spazi per far male. C'è ancora un Toni in forma splendida (In quella stagione sarà devastante in Bundesliga nelle file del Bayern Monaco): è lui a creare gli unici pericoli, sempre di testa, prima un palo su traversone di Di Natale, poi incornata alta di poco su punizione di Pirlo. Già, Pirlo: è necessario uno dei suoi tiri piazzati per sbloccare il risultato nel finale del primo tempo, ma la parabola è centrale e il portiere avversario Lomaia oppone una goffa e inefficace risposta. Il vantaggio non mette le ali ai piedi dei nostri, che continuano a giocare senza troppa cattiveria e convinzione e limitandosi a controllare la situazione: la ripresa, di basso profilo, è impreziosita da una firma d'autore, quella di Fabio Grosso che, in uno dei suoi rari inserimenti offensivi, raddoppia con un liftato pallonetto di sinistro. Finisce lì, dopodiché gli azzurri coglieranno la qualificazione grazie a uno storico successo in Scozia, bissato dall'inevitabile vittoria nell'ormai inutile match con le Far Oer.  E ora, sotto con gli States!




lunedì 27 febbraio 2012

RECENSIONI DAL TEATRO: "LA CAGE AUX FOLLES - IL VIZIETTO"

Divertono e convincono, Massimo Ghini e Cesare Bocci, nella versione de "Il vizietto" in scena in questi giorni al teatro Politeama di Genova. "La cage aux folles", questo il titolo originale della celeberrima commedia scritta negli anni Settanta da Jean Poiret, e diventata autentico cult sul grande schermo grazie alla presenza di due "mostri sacri" quali Ugo Tognazzi e Michel Serrault, si presenta in questa circostanza con un allestimento assai "corposo", piacevolmente ridondante, ricco di atmosfere, suggestioni, colori. 
E' un "Vizietto" che concede tantissimo all'anima "musical" dell'opera, ed è per questo piuttosto spiazzante rispetto alla sua versione cinematografica. La vicenda narrata si alterna sul palco ad ampi scorci cantati, con larghissimo spazio alle canzoni e ai balletti messi in scena nel locale, "La cage aux folles" appunto, attorno al quale ruota la storia. Che ricordiamo qui in breve: i protagonisti sono Renato e Albin, una coppia omosessuale che gestisce e anima il suddetto, frequentatissimo locale, con spettacoli "en travesti" che hanno proprio in Albin, al secolo "Zazà", la vedette più luminosa e applaudita. Renato ha un figlio, Laurent, nato da una precedente relazione etero e allevato con amore insieme al suo attuale compagno: ma Laurent un bel giorno annuncia di essersi fidanzato, e di voler convolare  a nozze, con la graziosissima figlia di un influente uomo politico noto per le sue posizioni fortemente contrarie all'omosessualità, e in generale fautore di una mentalità fortemente retriva e conservatrice. Ben presto giunge il momento, per i genitori della ragazza, di conoscere Renato ed Albin, delle cui propensioni sessuali sono essi totalmente all'oscuro, e allora ecco prendere il via una commedia degli equivoci gradevole quando non esilarante, ma anche capace di stimolare nello spettatore riflessioni più serie su un certo bigottismo ottuso della società. Riflessioni che erano in una certa misura comprensibili all'epoca dell'uscita di questa commedia, in un mondo ancora immaturo e non attrezzato moralmente e culturalmente per accettare le persone e le situazioni descritte nella piéce, ma che oggi inducono invece all'amarezza, nel constatare come a ventunesimo secolo ampiamente iniziato certi pregiudizi siano terribilmente duri a morire. Ma non è certo questa la sede adatta  per inoltrarsi ulteriormente in tale spinoso argomento. 
Dicevamo dello spettacolo, e del fatto che, a impreziosire il tutto, ci sia la superba prestazione dei due protagonisti. Impeccabili nella recitazione e perfettamente a loro agio nei panni di scena, Cesare Bocci (reso popolarissimo, negli ultimi anni, dal ruolo di fedele compagno di indagini e amico fraterno del Montalbano televisivo) e Massimo Ghini formano una coppia affiatatissima e dai tempi comici pressoché perfetti. Del resto, siamo di fronte a due professionisti esemplari: entrambi calati mirabilmente nei panni della macchietta dell'omosessuale forse un po' datata ma sicuramente funzionale al tema dello spettacolo, e resa con passione e credibilità. Fra i due, un voto in più per Ghini, che tratteggia una versione deliziosamente naif, caricaturale nei momenti di puro divertissement, delicata e sensibile in quelli più seri, del personaggio reso immortale dalla rappresentazione che ne fece Serrault, che giustamente l'attore romano non tradisce né snatura e anzi cita e omaggia in più passaggi, e in particolare nella scelta dell'abbigliamento "in borghese". 
A proposito di costumi, è questo un altro punto di forza dello spettacolo: sfarzosi, un'esplosione cromatica che trasmette fedelmente la natura un po' gioiosa, un po' sensuale, un po' ambigua dell'atmosfera che si respira alla "Cage aux folles". Tra i personaggi, a parte i due "colossi" che fanno gara a sé stante, la caricatura più riuscita (e applaudita dal pubblico del Politeama) è quella dell'effeminato domestico di colore di Renato e Albin, il cui sogno di comparire almeno una volta, per pochi minuti, in uno dei numeri  di ballo previsti dal cartellone del locale viene infine esaudito. Forse troppo rigoroso, freddo e privo di slanci di "pazzia", invece, il Laurent la cui "ordinarietà", seppur ben recitata, risulta un po' stonata in una piéce così fragorosamente anticonvenzionale e fuori degli schemi. In ogni caso tutti, ma proprio tutti, da premiare anche per la voce da cantanti consumati, di cui viene fatto ampio sfoggio in uno spettacolo che, indulgendo più al musical che alla commedia, risulta un tantinello "appesantito" nella struttura complessiva (fa fede la durata: tre ore sono un po' troppe anche per la più godibile delle rappresentazioni): ma le parti cantate e ballate sono così suggestive, travolgenti e ben interpretate che si può perdonare questo innocente "eccesso autoriale". 

venerdì 24 febbraio 2012

LE MIE RECENSIONI - "BENVENUTI AL NORD"

Il cinema italiano ha spesso preso di mira, certo con intento ironico e per strappare qualche sorriso, tic e luoghi comuni legati al costume e ai modi di vivere e di essere del nostro "Mezzogiorno", da Totò in poi, ma non altrettanta cura, in termini quantitativi, ha dedicato a similari caratteristiche della "gente del settentrione", almeno a memoria di un "non espertissimo" come il sottoscritto. Ebbene, la pellicola "Benvenuti al nord", uscita nelle scorse settimane, cerca di attuare una sorta di par condicio, mettendo a nudo vizi comportamentali legati a una certa visione di vita "lumbard". Esasperandoli, certo, come del resto è naturale per un'opera con intenti comici. Una caricaturizzazione che rappresenta uno degli aspetti più riusciti di questo film, una commedia brillante di stampo tradizionale senza troppe pretese, che tutto sommato riesce nell'intento di regalare allo spettatore un'ora e mezza di spensieratezza, pur senza attingere vette sublimi e senza riuscire a eguagliare per freschezza talune produzioni di genere similare della nouvelle vague italiana. 
In fondo ci si può accontentare, perché, parere personalissimo, ritengo che la fotografia divertita e dissacratoria di certi stereotipi "regionali", ancorché operazione non originalissima, non sia da bocciare, se condotta riuscendo a trovare chiavi comiche non scontate. Del resto, il cinema ha da sempre certi tormentoni, certi argomenti più frequentati di altri (come nella musica leggera, con l'amore sempre in vetta alle preferenze degli autori). In breve la storia: un impiegato precario delle poste di un paesino della Campania, Mattia (Alessandro Siani), viene trasferito in un ufficio di Milano, dove ritrova l'amico Alberto (Claudio Bisio), il quale a sua volta, nel precedente "Benvenuti al sud", aveva dovuto fare i conti con un trasferimento "dall'altra parte dell'Italia". Da qui, la vicenda si snoda attraverso un canovaccio tutto sommato prevedibile, privo di guizzi di originalità. Il fatto però che il filo conduttore sia più o meno lo stesso di tante altre opere analoghe non implica in automatico che non si riesca a lavorare sul copione rendendolo gradevole e funzionale all'obiettivo finale che, nel caso specifico, è quello di far ridere. 
I tic "nordisti", si diceva: la sceneggiatura mette impietosamente a nudo, con amabile ironia, gli eccessi dell'operosità lavorativa "made in Brianza": iper attivismo sul posto di lavoro, con necessità di ridurre al minimo, se non a zero, i tempi morti. C'è il lato divertente, con il controllo dei dirigenti persino sul momento più intimo, quello della "ritirata" (non più di pochissimi minuti, forse secondi, da trascorrere... a tu per tu col water), e quello, diciamo con una iperbole, di "denuncia", rintracciabile nella mancanza di calore umano che tale laboriosità spinta al limite produce; si generalizza, di certo, ma questa "fotografia comportamentale" ha un suo senso all'interno di una pellicola di gran semplicità creativa, e pazienza se si indugia su un tentativo di analisi sociologica di grana grossa. Personalmente, ancor più divertente ho trovato la "messa a fuoco" di una certa incomprimibile necessità, da parte del milanese - tipo, di programmare al secondo ogni momento del proprio tempo libero anche con settimane di anticipo (non appena lo spaesato Siani propone ai nuovi colleghi una serata a cena insieme, questi tirano fuori all'unisono, e in un nanosecondo, le loro agende per verificare compulsivamente i giorni disponibili alla bisogna).  
Per il resto, dicevamo, pur risultando nel complesso dignitoso e in grado di centrare il bersaglio, "Benvenuti al Nord" non brilla per inventiva, anche se ogni cosa può essere variamente interpretata: il napoletano che si reca al Nord munito (dai parenti) di un improbabile giubbotto "fendinebbia" (ossia dotato di luminosissimi fari) non può non richiamare alla mente Totò e Peppino che giungono alla stazione di Milano bardati come fossero nella steppa russa, nonostante un'afa opprimente, con il secondo che si lamenta per l'elevata temperatura e il Principe che ribatte, piccato: "Impossibile, a Milano non può fare caldo!". C'è chi la chiama mancanza di idee, chi ispirazione o citazione, ma è inutile lambiccarsi troppo il cervello sul tema. 
Fondamentale, per la discreta riuscita del film, la buona ispirazione del protagonista, Alessandro Siani, che sta certo vivendo un particolare stato di grazia, evidenziato pure dall'eccellente performance al Festival di Sanremo. A chi volta il capo schifato per certi paragoni azzardati con Massimo Troisi, diciamo che è senza'altro una forzatura, ma personalmente non ricordo tutta questa unanimità di favore critico nei confronti del povero Massimo quando era ancora in vita. Più in generale, paragonare pur bravi attori di oggi con fuoriclasse autentici del passato è ingiusto e ingeneroso: i mostri sacri lasciamoli da parte e valutiamo caso per caso. 
Siani ha spigliatezza, simpatia e una vis recitativa che, tutto sommato, cerca di inserirsi nel solco della più classica tradizione comica napoletana, senza azzardare sperimentazioni. Nulla di paragonabile, per dire, alle cifre stilistiche di altri comici o personaggi brillanti sulla cresta dell'onda (e anch'essi presenti a Sanremo) come i Soliti Idioti e Geppi Cucciari, portatori invece di nuovi "format della risata". Di Siani, nel film, funziona anche l'intesa con Bisio, il quale dal canto suo offre una prova dignitosa ma senza particolari guizzi. Caricate all'inverosimile, sempre in stile commedia Cinquanta - Sessanta, le maschere partenopee dei compaesani del protagonista, fra cui un Nando Paone che per la sua espressività e mimica meriterebbe qualche "finestra" cinematografica in più. 
Di buon livello il Paolo Rossi paradigma del moderno dirigente d'azienda, tutto proteso a migliorare situazioni che forse andrebbero bene già come sono, perdendo di vista il benessere interiore e relazionale dei dipendenti, mentre Valentina Lodovini, che interpreta la fidanzata del protagonista, diventa prototipo e anche un po' stereotipo, questo sì un po' troppo abusato, della bellezza formosa mediterraneo - campana, che nel finale non manca di... strabordare con un "vedo non vedo" che è... più vedo che non vedo. 
Anche la costruzione filmica  del rapporto fra i due giovani, a ben vedere, parte con le migliori intenzioni per poi banalizzarsi un po': tutto sommato interessante, visti i tempi, lo "story board" della coppia una cui metà è  costretta al trasferimento lontano da casa per motivi di lavoro (e per mostrare all'altra metà una raggiunta maturità, la voglia di impegnarsi e di superare le crisi, costruendo un rapporto duraturo), più sottotono lo sviluppo, con un finale troppo scontato che non può prescindere dall'inevitabile ritorno al sud del buon Matteo, perché le radici son sempre le radici: ben più coraggioso sarebbe stato il mostrare una coppia emancipata e moderna, con lei che decideva alfine di seguire l'amato nell'avventura in Brianza: il che, attenzione, non è detto sia  la cosa più giusta "in assoluto" nella vita vera, ma forse la meno semplicistica sul piano della creazione filmica. 

giovedì 23 febbraio 2012

GENOA, DOVE VAI?

Non c'è proprio pace per il Genoa, quest'anno. Neanche il tempo di godersi un mercato di riparazione di tutto rispetto, impreziosito da acquisti di livello assoluto come Gilardino (soprattutto) e Biondini, dal ritorno del figliol prodigo Sculli e dall'arrivo di un argentino di sicuro valore, Belluschi, oltre all'ingaggio di un tecnico (Marino) fautore di un gioco propositivo e fantasioso. E nemmeno il tempo di stropicciarsi gli occhi di fronte a tre partite casalinghe superlative, tre vittorie contro tre grossi calibri del campionato (Udinese, Napoli e Lazio) condite di gioco e gol. Tutto troppo bello per essere vero: e infatti, un febbraio maledetto ha portato prima l'infortunio di Gila (niente di grave, ma nemmeno poca roba: un mese di stop) e, a seguire, tre sconfitte consecutive, in tre gare (Catania, Atalanta e Chievo) che chiunque, al di là del rispetto che si deve ad ogni avversario,  avrebbe giustamente considerato accessibili. 
L'INDISPENSABILE GILA - Partiamo proprio da qui, ossia dal forfait forzato del bomber ex viola e dall'inopinata sequenza di k.o. Le due cose, ça va sans dire, sono intimamente collegate, anche se la prima non è la sola causa della seconda. Qui, fra l'altro, si entra nello spinosissimo territorio del modo di pensare di certi tifosi genoani: così come quest'estate molti avevano avuto l'ardire di affermare, senza alcuno sprezzo del ridicolo, che in fondo Caracciolo valesse grosso modo Gilardino e che con Palacio al fianco l'Airone avrebbe realizzato un numero di gol del tutto soddisfacente, così pochi giorni fa, dopo l'infortunio, c'è chi ha sostenuto che tutto sommato si potesse fare a meno anche del Gila, perché la macchina da gol rossoblù aveva preso a girare egregiamente e, in fondo, Alberto un solo gol aveva messo a segno. 
Che Iddio li perdoni (il Dio del calcio, ovviamente!). Tutta gente, ovviamente, che si vanta di andare allo stadio e di seguire la squadra dal vivo, non comodamente seduta in poltrona. Strano, perché andando allo stadio sarebbe dovuto essere assai semplice capire come Gilardino fosse diventato non solo importante, ma addirittura "vitale" per il gioco d'attacco del Grifo. Un centravanti di classe sopraffina, capace di fare movimenti che solo l'astuzia, l'intelligenza e il talento di un campione del mondo possono consentire; un giocatore che, per fama acquisita e pericolosità conclamata, è in grado di catalizzare l'attenzione delle difese avversarie, lasciando giocoforza più libertà di azione ai compagni di linea; uno che detta i passaggi e indirizza il gioco con gli spostamenti più opportuni in ogni circostanza; uno che riesce anche a inventarsi sublime uomo - assist; insomma, qualcosa in più di un semplice centrattacco-boa buono solo a sbattere la palla dentro; e qualche ingenuotto forse pensava che Jankovic si fosse messo improvvisamente a sfondare reti perché aveva capito, dopo tanti dubbi, di essere un fuoriclasse.  
Non a caso, una volta fuori il piemontese, la luce si è spenta per tutti, per Janko, ovviamente, e persino per Palacio, che quando ancora il bomber giocava a Firenze era riuscito a tirare egregiamente la carretta; ma anche l'argentino aveva guadagnato assai dall'arrivo di Gila: più ampi margini di manovra, possibilità di dialogare con un compagno di pari classe, e di conseguenza gol importanti e di squisita fattura (i gioielli con Napoli e Lazio, roba da incorniciare). E una volta azzerato l'attacco (nessun gol nelle ultime tre uscite), sono venute impietosamente a galla le contraddizioni di un mercato invernale che, lo si è detto inizialmente, è stato scintillante in attacco e buono a centrocampo, ma ha incredibilmente lasciato esposto alle intemperie il reparto più disastrato della squadra, quello arretrato. 
MERCATO A META' - Certo, a gennaio la società ha fatto molto, questo va detto: ma l'ha fatto per porre rimedio a un mercato estivo che ha trapanato l'acqua in maniera oltremodo vistosa, va detto anche questo. Secondo fallimento consecutivo, riguardo alle grandi manovre di luglio e agosto: ma se nel 2010 fu soprattutto sfortuna (compri Eduardo, Rafinha, Veloso e Toni, e non puoi certo aspettarti che quattro big falliscano tutti insieme, e così fragorosamente), nel 2011 si sono commessi errori di valutazione incredibili, per una società di medio - alto livello come il Genoa: eccessivo, da azzardo totale, il ricorso a stranieri giovani e che per la prima volta erano chiamati a operare sulla scena calcistica italiana, se non addirittura europea; da brividi il reparto d'attacco "innervato", Palacio a parte, da Caracciolo, Pratto, Ribas e Zè Eduardo, e oggi totalmente cancellato, a mo' di implicita ammissione di colpa da parte della società (è rimasto il brasiliano, che però inizialmente sembrava il primo della lista a dover lasciare la Liguria, tanto che lo stesso Preziosi si era espresso pubblicamente su di lui in termini non proprio lusinghieri). Gli unici colpi, a conti fatti, sono stati quelli di Frey (prevedibile: uno dei migliori numeri uno del torneo da anni) e di Granqvist (a sorpresa: lo sconosciuto difensore svedese non aveva neppure convinto appieno durante il ritiro estivo). 
E dunque, in inverno, rinforzi poderosi per seconda e prima linea, ma la terza pressoché abbandonata a se stessa: arrivato il solo brasiliano Carvalho, tutto da valutare all'impatto con la nostra Serie A, in un reparto costretto a fare i conti con lungodegenze alternate (la più duratura, quella del laterale Antonelli), assenze varie per squalifiche, cali bruschi di rendimento (Kaladze e Dainelli, quest'ultimo infine partito in direzione Chievo); e poi il caso Bovo, ex difensore del Palermo, ex Nazionale, e anche ex Genoa (stagione 2007/08), protagonista di una prima parte di campionato fallimentare e poi anch'egli cancellato da un lunghissimo infortunio. In più, l'incomprensibile gestione della fascia destra di difesa: lasciati partire negli anni i vari Tomovic, Sokratis e Rafinha, è rimasto il solo Mesto, per di più incappato in una delle sue peggiori stagioni. In pratica, una retroguardia che ha fatto affidamento per lungo tempo solo sulle strepitose parate di Frey. 
COPERTA TROPPO CORTA - Con una difesa così male in arnese, non puoi che puntare tutte le tue fiches su un gioco d'attacco asfissiante e produttivo: qualcosa di molto simile ai concetti zemaniani, insomma. Marino ci stava riuscendo: già predisposto per mentalità a un approccio tattico di questo genere, trovandosi tra le mani un'arma micidiale come Gila ha potuto dare libero sfogo alla sua fantasia e i risultati, perlomeno tra le mura amiche, si sono visti eccome, anche grazie a una condizione atletica rimessa a punto dopo gli stenti dell'epoca "malesaniana". Ma anche quei trionfi nascondevano la... polvere sotto il tappeto: nel senso che tre partite stradominate sono finite 3-2, con sofferenza incredibile nel finale. Ma, appunto, finché c'era il fuoriclasse d'attacco a sostenere questo atteggiamento spregiudicato, le cose più o meno filavano: dopo il crack di Alberto, come detto, buio totale.
PERSONALITA' - Chiaro, non è tutto qui. Fuori casa, ad esempio, si perde pressoché sempre. Da quando c'è Marino, quattro sconfitte (due con Gila, due senza). E, nella grigia domenica trascorsa, è arrivato, puntuale e ormai "maturo, pure il capitombolo casalingo, benché secondo alcuni "illuminati" al Ferraris si potesse tranquillamente porre rimedio sistematicamente alle figuracce esterne, come se stessimo parlando di Playstation e non di football. Manca la personalità: la devono dare elementi da campo e da spogliatoio come capitan Rossi e come i nuovi arrivati Biondini, Sculli e, decisivo anche in questo caso, Gilardino. Ma ci vuole tempo a lavorare sullo spirito e sugli attributi di una squadra che viene smontata e rimontata ogni sei mesi al di là delle esigenze tecniche e, parere personalissimo, economiche. Non si può creare un gruppo consolidato e duraturo, c'è un continuo viavai, i giocatori si sentono costantemente dei "precari" (di lusso, ci mancherebbe), e molti di quelli che arrivano sono giovanotti di fuorivia privi di esperienza e di malizia: avrebbero bisogno di stabilità per inserirsi, e invece attorno a loro tutto muta troppo rapidamente. 
LA SOCIETA' - E' una critica alla società? Sì, spiace dirlo. E lo dico qui perché farlo altrove, in spazi "ufficiali", è assai dura, in quanto, di default, le risposte sono grosso modo sempre le stesse: "Vai a seguire il Doria", "Trovami un altro presidente che sia meglio di Preziosi", "Ricordati sempre dei tempi della C1 e di Pizzighettone", "Sei un disfattista" e amenità simili. Molti tifosi hanno il difetto di ragionare per schematismi eccessivi, e senza mezze misure: se non è bianco, deve essere per forza nero. 
Non è così, ovviamente. Per l'ennesima volta, ripetiamo che la gratitudine verso Prez non verrà mai meno. Come potrebbe essere altrimenti, nei confronti di un uomo che ha riportato il Grifone in  Serie A e lo ha mantenuto stabilmente fra le prime dieci, sfiorando una volta la qualificazione alla Champions e portando a esibirsi a Marassi campioni di altissimo livello qualitativo? Ma l'apertura di credito non può durare in eterno, e non può impedire di stigmatizzare una maniera non sempre tecnicamente plausibile di allestire la squadra. 
Ci vogliono maggior linearità ed equilibrio nelle scelte: chi più spende meno spende, meglio investire su pochi giocatori affermati già esperti del nostro campionato (come si è fatto in gennaio, dopo le avventure estive) e su giovani italiani di prospettiva, piuttosto che dedicarsi ai consueti tourbillon di giocatori (troppe volte esteri, mai mi stancherò dibattere su questo tasto) che fanno perdere la bussola tattica, privano il gruppo di un'anima e che magari, se sul momento paiono convenienti, alla lunga vengono a costare di più, perché portano con loro il surplus di spesa indotto dal dover rimediare agli errori compiuti, ormai decisamente troppi. Senza contare che con questi continui stravolgimenti è pressoché impossibile operare una programmazione tecnica che vada al di là del tranquillo mantenimento della categoria: che è importante, ma gli appassionati hanno bisogno di sognare, di poter puntare a un traguardo più alto di quello dell'anno prima, e anche i calciatori, per moltiplicare il loro rendimento, necessiterebbero di vedersi alzare ogni tanto l'asticella, altrimenti rischiano di sedersi, e di avvitarsi in una routine che nello sport è alla lunga dannosa.  

mercoledì 22 febbraio 2012

PICCOLO AVVISO AI "NAVIGANTI"

Un brevissimo post innanzitutto per ringraziare i tantissimi che, nella settimana del Festival di Sanremo, sono venuti a dare un'occhiata da queste parti. Non cito dati, perché in fondo si tratta di numeri risibili se paragonati a quelli dei più grandi e popolari blog della rete, ma l'incremento rispetto ai mesi e alle settimane precedenti è stato enorme, esponenziale, e sono cifre che comunque mi riscaldano il cuore e mi fanno piacere, se penso che il mio è uno spazio nato da poco, che non è inserito in alcuna piattaforma blogosferica professionale e che quindi non può godere di grande visibilità e promozione, al di là di quella che cerco di creare io (ad esempio tramite Facebook). L'interesse con cui sono stato seguito mi ha causato positive scariche di adrenalina e mi ha spinto a dare il meglio. Grazie, grazie a tutti davvero!! 
Ora la full immersion sanremese, con uno o anche due articoli al giorno, è finita: ogni tanto ritornerò sull'argomento, nei prossimi mesi, sia per valutare l'impatto dei brani in gara sulle classifiche di vendita, sia per ipotizzare scenari futuri relativi al dopo - Mazzi; mi piacerebbe inoltre recensire almeno un paio di album degli artisti visti all'Ariston (non di più, perché i dischi non mi arrivano gratis e li debbo acquistare, e i tempi, economicamente parlando, sono quello che sono, ahimè). Per il resto, cercherò di fare altre recensioni, su quello che vedrò, leggerò e ascolterò: cinema, teatro (ogni tanto frequento), concerti e libri. 
Sanremo era uno degli eventi clou su cui avevo deciso di puntare per l'anno 2012: direi che sono riuscito nell'intento. Sono soddisfatto, e in questo momento così difficile per me è una piccola - grande gioia che comunque mi porterò dentro. Poi, questo blog era nato per parlare anche di calcio, di Nazionale italiana  soprattutto: tornerò a farlo, già la settimana prossima gli azzurri giocheranno nella mia città e vedrò di scrivere qualcosa sul match con gli USA. L'altro evento clou dell'anno sono gli Europei, sui quali vorrei poter fare tanti post sia prima sia in corso di torneo. 
Occhio, però: tutto dipende dalla piega che prenderà nei prossimi mesi la mia vita. E siccome sono in vena di confidenze, ribadisco che per me non è una fase semplice: cerco un lavoro, per il momento mi arrabatto tra poche precarietà momentanee e periodi di inattività. Posso così dedicarmi maggiormente al blog ma se, un bel giorno, dovesse arrivarmi una sistemazione professionale, allora il tempo da riservare a questo mio progetto web potrebbe diminuire. Lo dico perché mi piace essere onesto con tutti, ma in ogni caso per il momento non pensiamoci. Ci rileggiamo prestissimo, già nei prossimi giorni.  

martedì 21 febbraio 2012

FESTIVAL DI SANREMO: ANALISI DELLA GESTIONE MAZZI (SECONDA PARTE)

Quello esposto nel precedente post (a grandissime linee, perché non basterebbe un voluminoso libro per analizzare il tutto) era il quadro che si presentò davanti a Gianmarco Mazzi, richiamato al capezzale del "grande malato" assieme a Paolo Bonolis per allestire il Sanremo 2009. Il manager veronese, come un perfetto surfista, riuscì a intercettare e a cavalcare tutte le onde che segnalavano, a chi le avesse volute cogliere, la direzione da far prendere alla rivoluzione. Sì, perché il Festival doveva cambiare, e cambiare radicalmente, se non voleva morire. Così fu, passo dopo passo, atto rivoluzionario dopo atto rivoluzionario, nonostante l'iniziale freddezza della grande discografia (che vedeva malissimo soprattutto il mantenimento delle cinque serate). Il nuovo format messo a punto, a conti fatti, è quanto di più lontano dalla liturgia della "messa cantata" sanremese a cui Baudo mai avrebbe rinunciato. 
Quali gli elementi chiave di questo corso veramente nuovo? Vediamo di schematizzare: 1) La gara ritorna veramente tale: basta privilegi per i Big, tutti sono sottoposti a crudeli eliminatorie, con votazioni ed esclusioni praticamente tutte le sere; 2) All'interno dello spettacolo si moltiplicano i momenti extra - canori, con numeri di arte varia: ci sono balletti, l'alta moda, interviste ad attori e personaggi glamour (come la principessa Rania di Giordania, nel 2010), persino pillole di letteratura; 3) Eventi sbanca Auditel: per due volte, nel 2009 e nel 2011, interviene Roberto Benigni, nel 2012 Adriano Celentano; 4) Allestimento di serate a tema in onore della musica italiana: nel 2010 si festeggia il 60esimo compleanno del Festival con un galà a cui partecipano dieci superstar della nostra canzone (dei quali uno "acquisito", Miguel Bosè), l'anno dopo è tempo di celebrare il 150esimo dell'Unità d'Italia, per cui ecco tutti gli artisti in gara fra i Big proporre una loro versione di grandi classici della musica nostrana di questo secolo e mezzo; la settimana scorsa, infine, "Viva l'Italia nel mondo" serata happening in cui grossi calibri del panorama mondiale di oggi e di ieri arrivano all'Ariston per interpretare evergreen del repertorio italico che hanno avuto successo anche all'estero; 5) Introdotta proprio da Mazzi e Bonolis nel 2005 e mantenuta persino da Baudo, si consolida la tradizione della serata dei duetti, in cui i Big in gara si fanno accompagnare sul palco da altri esponenti del mondo musicale (soprattutto italiani, con qualche sporadica incursione fuori confine) per offrire una versione più o meno diversa dei pezzi in concorso; 6) Ci si apre ai due fenomeni musical - televisivi del momento: i talent show, i cui esponenti sbarcano in massa all'Ariston, e il televoto via sms, che finisce col premiare quasi sempre proprio i suddetti ragazzi, i cui fans, lo si è detto prima, hanno parecchia dimestichezza con questo sistema di votazione. 
Da tutto ciò è scaturito un evento decisamente svecchiato e quindi più appetibile per diverse fasce di pubblico televisivo. Perlomeno nelle prime due edizioni, affidate non a caso a presentatori brillanti come il duo Bonolis - Laurenti prima e Antonella Clerici poi, crebbe il ritmo dello show e diminuirono le lungaggini dovute a rallentamenti e tempi morti. E' aumentato l'appeal delle canzoni in gara, che paiono costruite secondo linee di maggiore orecchiabilità e "radiofonicità" (in linea generale), pur non mancando proposte più elaborate e ricercate. E' cambiato anche il metodo di selezione dei brani in gara nella categoria principe: niente più commissione di selezione che sceglie fra le tante proposte avanzate, i Big sono "invitati" secondo criteri  a discrezione della direzione artistica, la quale quindi sostiene a più riprese che non esistano più "esclusi": ciò che aveva fatto Baudo nel '95 e nel '96, più o meno. Il discorso degli inviti è in realtà molto aleatorio: ogni anno c'è sempre e comunque un cospicuo numero di cantanti che invia brani per partecipare (quest'anno, ad esempio, fra gli altri Marcella, Fausto Leali, Syria, Iacchetti) e che vengono "respinti": che siano "esclusi" o "non invitati", la sostanza non cambia poi molto... 
Il ruolo dei giovani cantanti in questo quadriennio sanremese merita una trattazione un po' più approfondita. Sulla categoria "del futuro" si è puntato massicciamente in occasione della prima delle quattro edizioni: in quel 2009, fece discutere il cast dei Big, ancora imbottito di cantanti jurassici senza più mercato, ma per le le "nuove proposte" si fece un lavoro eccellente: quell'annata ha sfornato nomi come Arisa, Malika Ayane, Simona Molinari, Irene Fornaciari, più "farfalle ancora nel bozzolo" ma di indubbio valore come Karima e Chiara Canzian. La gara fra i debuttanti venne valorizzata al massimo anche dal punto di vista televisivo, con l'allestimento di una serata dedicata in cui dieci veterani della musica italiana, da Ornella Vanoni a Pino Daniele, da Gino Paoli e Lucio Dalla e a Lelio Luttazzi, vennero a far da padrini ai dieci concorrenti in erba, esibendosi assieme a loro sia col pezzo in concorso sia con celebri brani del loro repertorio. 
Gli anni successivi sono arrivati Nina Zilli e Raphael Gualazzi, però la gara è stata un po' penalizzata, con la collocazione ad orario troppo tardo per poter garantire adeguata visibilità mediatica a questi volti nuovi. In ogni caso, questo lavoro sul vivaio sanremese, abbinato al ricorso, a volte massiccio e altre meno, ai "figli dei talent", ha portato al tanto sospirato "ricambio generazionale" dei cantanti del Festival. Una prima ondata di gioventù si era avuta nel 2010, con un cast nel quale comparivano Fabrizio Moro, Arisa, Malika, Sonhora, Mengoni, Noemi, Povia, Scanu, la Fornaciari (coi Nomadi); meno marcata la linea verde nel 2011, con la ricomparsa di alcuni jurassici ma la presenza comunque rassicurante di Giusy Ferreri, Nathalie, Modà con Emma; e quest'anno, abbiamo avuto un "listone dei big" coi ritorni di Emma, Arisa, Irene e Noemi, e in più Dolcenera, Carone e Chiara Civello. Sì, finalmente Sanremo si è aperto all'aria nuova della musica italiana, che è molto più profumata e inebriante di quanto qualche "nostalgico a prescindere" voglia credere e far credere: è chiaro che, da questo punto di vista, indietro non si possa più tornare. 
Questo, dunque, è stato il Sanremo made in Mazzi. La successione non si presenta facile, e l'invito alla Rai è di non caricare tutto il peso dell'organizzazione sulle risorse interne, come invece pare si voglia fare. Si vada a pescare un altro manager di esperienza nel settore discografico, e ci si affidi a fuoriclasse autentici della musica, che so, un Dalla, oppure un Mauro Pagani. Non si sa se l'addio del veronese comporterà anche quello di Lucio Presta, negli ultimi anni eminenza grigia del Festival, importante elemento di raccordo, equilibrio e genio. Sui cambiamenti della formula, è chiaro che molto di questi quattro anni andrà conservato: ci sarà casomai da pescare con maggior coraggio selettivo dai talent, guardando cioè a chi può davvero dare di più in prospettiva alla musica italiana e non al divetto usa e getta del momento, ma si tratta di una realtà che non può comunque essere ignorata. Così come non si può rinunciare al televoto, ma andranno adottati sistemi per renderlo meno decisivo nell'esito finale della gara. Occorrerà restituire ancor più centralità alla musica (che però alla fine, celentanate a parte, in quest'ultimo Festival il suo posto al sole se lo è ritagliato eccome) e lavorare ancora sul rapporto col web e coi social network, assolutamente imprescindibile per la musica e quindi per il Festival del futuro: finora si sono fatti solo timidi tentativi, non in altra maniera riuscirei a definire il concorso parallelo online per giovani cantanti del 2009, finito nel dimenticatoio, e anche il Sanremosocial di quest'anno, poiché una selezione di nuovi talenti attraverso le votazioni su Facebook non mi sembra proprio la via migliore per portare alla ribalta ragazzi veramente dotati e promettenti. Ma di Sanremo 2013 (ed oltre) ci sarà modo di riparlare ampiamente.  (2 - FINE). 

FESTIVAL DI SANREMO: ANALISI DELLA GESTIONE MAZZI (PRIMA PARTE)

E così, a Sanremo è finita un'epoca. Sabato notte, col trionfo di Emma, si è ufficialmente chiusa l'era di Gianmarco Mazzi, il direttore artistico delle ultime quattro edizioni del Festival, che ha deciso, proprio alla vigilia della finalissima, di passare la mano. Diciamo subito che non è cosa da poco. Il fatto non può essere liquidato come un semplice avvicendamento: si apre una fase difficile, come sempre quando si lascia un porto sicuro per avventurarsi in un mare inesplorato e procelloso.
Un'analisi del quadriennio "mazziano" non può che partire da... Pippo Baudo, il suo predecessore nel ruolo; o più precisamente, dal suo ultimo Festival, quello del 2008. Facciamo un veloce flashback: il popolarissimo anchorman siciliano, nel 2007, era ritornato per la terza volta alla guida della kermesse, dopo i fasti di metà anni Novanta e una prima fase "restaurativa" da lui pilotata nel biennio 2002 - 2003. Ed era andato tutto bene, fin troppo: si era reduci da due edizioni che già avevano visto Mazzi ricoprire il ruolo di "direttore artistico musicale" e dividere la responsabilità dell'allestimento dello spettacolo con grossi calibri televisivi, Bonolis prima e Panariello poi. In estrema sintesi, trionfale il 2005, deludente il 2006 (soprattutto sul piano degli ascolti), comunque due Festival dal format rivoluzionario, soprattutto per il ripristino di una selettivissima gara a eliminazione anche per i Big. Dopo due anni di sperimentazione, si decise quindi di tornare alla "formula Baudo", che è poi anche la "formula Gianni Ravera", quella più tradizionale, e per lungo tempo vincente, della rassegna: divisione fra big e giovani, con finale assicurata per i primi,  tanti artisti in gara, ospiti stranieri cantanti e pochi altri elementi di contorno. 
Nel 2007, si diceva, vi era stato un ottimo riscontro di pubblico e di critica, forse per la scelta di un cast variegato nella categoria principe, per la presenza di debuttanti promettentissimi e dalle proposte non banali, di comici sulla cresta dell'onda e di vedettes internazionali in testa alle preferenze dei giovani e giovanissimi. Ci si avviò dunque con fiducia e serenità verso il Festival 2008, costruito grosso modo sullo stesso canovaccio, e che invece si rivelò un flop pauroso, con ascolti televisivi a picco. In quel momento, il "Sanremo" fu addirittura a rischio sopravvivenza. Il disastro era stato frutto, certo, di scelte artistiche non sempre felici nell'allestimento del cast dei concorrenti e degli ospiti, ma anche di una formula che, improvvisamente,  aveva mostrato tutto in un colpo la propria inadeguatezza ai tempi in vorticosa evoluzione. 
Era, quello, un momento di profondissimo cambiamento dei due mondi entro cui la kermesse si muove, quello della musica leggera e quello della tv. Nel primo stava manifestandosi in maniera sempre più acuta il crollo del mercato discografico, con la progressiva affermazione della modalità digitale di consumare i prodotti musicali, il secondo vedeva emergere, fra le altre cose, un autentico stravolgimento della concezione stessa di show televisivo (lontana anni luce dall'estetica e dalle modalità espressive Settanta - Ottanta - Novanta), l'instaurarsi di una vera e propria dittatura Auditel e mutamenti radicali nei gusti del pubblico, che han portato al tramonto di format televisivi un tempo inaffondabili e all'affermazione, anche qui, di modalità nuove di fruizione dell'offerta, da Internet ai canali satellitari, al digitale terrestre. 
A cavallo fra i due mondi si collocò il crollo della musica in formato "catodico": proprio in quel 2008 saltava all'ultimo momento il Festivalbar, che mai più avrebbe fatto la sua comparsa: una di quelle trasmissioni storiche improvvisamente diventate vecchie e demodé, di cui si accennava poco sopra; più in generale, perdevano appeal contenitori musicali strutturati in maniera tradizionale, sullo stile del vecchio Discoring, tanto che perfino un'istituzione internazionale come Top of the pops sembrava non avere più la solidità di un tempo. La musica in tv, a parte il Sanremo boccheggiante, diventava sempre più quella dei cosiddetti talent show, trasmissioni - fucine di lancio di giovani cantanti attraverso modalità da reality show. Uno scouting artistico molto discutibile nell'impostazione, nello stile e negli esiti, ma che ben presto si scoprì essere fondamentale, in quanto nuova via alla scoperta di nuovi talenti, laddove  i vivai delle case discografiche cominciavano a segnare il passo e le rassegne canore per debuttanti, un tempo in numero financo eccessivo, erano quasi del tutto scomparse.
Attorno a questi show, e ai personaggi da essi creati, prese forma un autentico delirio collettivo che dura ancora oggi: questi cantanti in erba diventano autentiche divinità per stuoli di ragazzini letteralmente impazziti, che inondano forum e blog di messaggi, coalizzandosi in massa contro chi osa anche solo avanzare dei dubbi sulle qualità artistiche dei loro idoli, e votano compatti tramite sms ogni volta che "scatta il televoto" e che occorre spingere il proprio beniamino verso il trionfo nella puntata di turno di "Amici" o "X Factor". Il televoto: altro fenomeno che sconvolge il rapporto fra chi fa musica e televisione e chi la fruisce. (1-CONTINUA).


domenica 19 febbraio 2012

SANREMO 2012: BILANCIO FINALE

Nel lungo romanzo del Festival di Sanremo, il capitolo dedicato al "quadriennio Mazzi" (il direttore artistico dimessosi ieri alla vigilia della finale) sarà probabilmente intitolato "Dittatura talent". Sbrigativo e non certo rappresentativo in toto della complessa realtà sviluppatasi all'Ariston e dintorni dal 2009 al 2012, ma certo ineccepibile sul piano puramente statistico, perché l'albo d'oro non mente: in quattro edizioni, tre vittorie di "Amici di Maria", alle quali possiamo aggiungere quelle, fra i Giovani, di Tony Maiello nel 2010 (passato da X Factor) e , a buon peso, di Alessandro Casillo l'altroieri (reduce da "Io canto"). 
EMMA, PERCHE' NO? - Ora però bisogna intendersi: generalizzare è sempre sbagliato, ogni caso va analizzato nella sua unicità, e, in soldoni, faccio estrema fatica a mettere sullo stesso piano i trionfi di Marco Carta (soprattutto) e Valerio Scanu e quello, fresco fresco, di Emma. I primi due erano stati per diversi aspetti scandalosi: quello di Carta per il dubbio talento, la scarsa preparazione tecnica e la bassa qualità del brano presentato, quello di Scanu perché in concorso c'erano almeno cinque - sei canzoni superiori. Per Emma, sinceramente, non me la sentirei di gridare allo scandalo: dei tanti prodigi o presunti tali usciti da questi benedetti talent, lei è sicuramente uno dei più "solidi", sia nell'attualità sia come prospetto. Personalità e doti interpretative non le mancano, e "Non è l'inferno", l'ho già scritto nel pagellone di ieri, era modellata su misura per puntare al primo posto, una canzone di stampo festivaliero aggiornata secondo i crismi degli anni Duemila.
Allo stesso modo, non trovo inopportuno il richiamo, nel testo, alla drammatica realtà italiana: c'è chi ha parlato di paraculismo e ruffianeria, e posso anche capire, ma sinceramente io trovo sufficientemente credibile una giovane donna, da poco arrivata al successo, che canta del lavoro che manca e delle difficoltà ad arrivare a fine mese, e ricordo che quella che stiamo vivendo non è una crisi come tante altre che questo sventurato Paese ci ha "regalato": è una tragedia sociale che sta praticamente cancellando sogni e prospettive di vita di una generazione, e, se è vero che Sanremo è in parte specchio della nazione, credo sia persino doveroso che non rimanga chiuso in una bolla di vetro e che, anzi, amplifichi anzi tutto questo disagio. 
DOLCENERA IN... ZONA UEFA -  Questo in linea generale. Poi ci sono le valutazioni sulla qualità dei brani, che però a caldo sono in larga parte personali e solo sul lungo periodo potranno diventare più oggettive e tecniche: secondo me, ad esempio, Dolcenera ha portato quest'anno il miglior pezzo della sua carriera, e uno dei migliori in assoluto della rassegna: il solito brano che può godere di vasti consensi a Festival concluso, ma che nella gara canora, di solito, si ferma a ridosso del podio o poco più indietro, come è avvenuto. Così come non può sorprendere l'esclusione dal sestetto finale delle elaborate proposte di Bersani e Finardi, pur così diverse fra di loro. Riguardo ai primi tre, la sorpresa non è tanto Arisa, la cui canzone è assolutamente in linea con la tradizione melodica italiana e sanremese ed è stata impreziosita da una interpretazione di mostruosa perfezione e oltremodo sentita, ma Noemi, della quale del resto avevo già sottolineato lo straordinario talento vocale e la pregevolezza di un brano orecchiabile ma al contempo non banale, una disincantata ballad sulle pene d'amore con un ritornello quasi ossessivo che non può non farsi ricordare. 
TALENT E TELEVOTO ANCHE IN FUTURO - Già, Noemi: anche lei figlia di un talent, l'X Factor targato Rai. Ed è bene sia chiaro fin da ora che, nonostante la gestione di Gianmarco Mazzi sia giunta al termine (ma mai dire mai, nel mondo dello spettacolo: probabile che fra qualche anno ritorni), continuerà l'influsso sul Festival di questi particolarissimi (e per certi versi discutibili) show per aspiranti cantanti: è una realtà che, piaccia o meno, non è possibile ignorare nel mercato musicale odierno, alla luce delle crescenti difficoltà nel fare scouting che le case discografiche incontrano. Allo stesso modo, per lungo tempo non si potrà fare a meno del televoto, per tanti motivi.
Ciò che si può fare, come ha sottolineato anche l'esperto sanremese Eddy Anselmi, è trovare un sistema per ammorbidirne l'influenza sull'esito finale: se la superfinale a tre viene decisa solo dagli sms, e se fra questi tre c'è Emma o un altro "talent", il verdetto è scontato e purtroppo questa è stata una triste costante del quadriennio in oggetto (se ieri, magari, fosse arrivato all'ultimo rush un Francesco Renga, che al televoto vinse nel 2005, tutto sarebbe stato più incerto). Perché, ma è solo il primo esempio che mi viene, non inserire un voto di qualità anche per la sfida conclusiva (ma di esperti veri, però, non attricette improbabili che di musica ne sanno meno di me)? 
SANREMO O TELEPROMOZIONE? - La finalissima (che viene vista in ogni caso in misura oceanica, l'Auditel lo dimostra) si è in effetti retta in questi anni quasi esclusivamente sul pathos presunto della gara, che però anche ieri sera è risultato assai annacquato, per le ragioni suddette. Lo schema della serata conclusiva ha ricalcato in effetti quello, non troppo esaltante, di dodici mesi prima. Subito le dieci finaliste, con ritmi piuttosto sostenuti, poi una lunga attesa dei risultati da riempire con elementi di spettacolo non sempre convincenti. Gradevole ma non di grandissimo impatto Geppi Cucciari (che del resto non è artista da "far venire giù  il teatro", come aveva fatto la sera precedente Alessandro Siani, a proposito del quale si può ben dire: è nata una stella), che però guadagna punti grazie all'appello per la liberazione di Rossella Urru, sempre suggestiva la presenza dei Cranberries (da loro una lezione su come si possa sempre rimanere fedeli a un proprio stile musicale riuscendo però a non essere ripetitivi, e pazienza se Dolores ha dichiarato di non conoscere quasi nulla del repertorio musicale sanremese, glielo perdono volentieri!).
Dopodiché mi è venuto il sospetto di aver sbagliato canale, e di essere su una colossale telepromozione dei programmi Rai prossimi venturi, tipo "ApriRai" o il vecchio "Sette giorni tv": da Max Giusti a Lorella Cuccarini, fino al cast della fiction su Walter Chiari (e il venerdì era stata la volta del "giovane Montalbano" e dei protagonisti di "Ballando con le stelle"), mi è parso non mancasse proprio nessuno: forse un po' di buon gusto non guasterebbe: gli spot proposti a manetta negli intermezzi pubblicitari dello stesso Festival non erano sufficienti? Allungare meno il brodo delle serate precedenti e riservando per la finalissima qualcuno degli ospiti fatti sfilare da martedì a venerdì magari a tarda notte non sarebbe stato più funzionale alla buona riuscita dello show? E perché non aumentare il numero dei Big finalisti o, in alternativa, riservare all'apertura del Galà del sabato l'ultima sfida dei Giovani, che cosi ne guadagnerebbero in visibilità? Tutte domande che rimarrano senza risposta, grazie al pollice in su di Re Auditel.
IL PREVEDIBILE CELENTANO - Beh, certo, poi c'era Celentano, ma è stato tutto molto prevedibile: qualcuno pensava davvero che sarebbe tornato sui suoi passi chiedendo scusa? Qualcuno pensava che le giustificazioni per la  battuta - disastro sulla chiusura dei giornali sarebbero state convincenti (si è appellato all'uso del dovrebbero", ma non mi pare fosse il condizionale il nocciolo del problema)? Qualcuno pensava che non ci sarebbe stata qualche contestazione in sala, prontamente rintuzzata da applausi scroscianti non appena il molleggiato si fosse messo a cantare (promuovendo ovviamente il suo disco, anche questo prevedibile ma assolutamente legittimo, non vedo perché non avrebbe dovuto farlo e perché la cosa, per Aldo grasso, fosse così "triste")? Suvvia...
RICAMBIO GENERAZIONALE - E' stato un Festival con un buon livello musicale, pur senza picchi particolari, in linea grosso modo con gli ultimi due. Rispetto al 2011, si è forse puntato su una maggiore semplicità nella costruzione musicale, e quindi sull'orecchiabilità Ci sarà modo di ritornare sulla fine dell'era Mazzi (e conto di farlo già nei prossimi giorni), tuttavia già qui mi preme di sottolineare come l'ormai ex Direttore Artistico, fra i tanti meriti, si sia ascritto quello di aver svecchiato, gradualmente e in punta di piedi, la rosa dei partecipanti. Si era partiti, nel 2009, con una gara che schierava Al Bano, Fausto Leali, Patty Pravo e Iva Zanicchi; l'anno dopo, l'edizione da me preferita, una "violenta" ondata di gioventù, mitigata nel 2011 col ripescaggio di qualche grande vecchio e habituè della kermesse. Siamo arrivati nel 2012, e il cast dei Big ha presentato Dolcenera, Arisa, Irene Fornaciari, Nina Zilli (prodotti del vivaio sanremese negli anni Duemila),  Emma, Pierdavide Carone (da Amici) e Noemi (X Factor). In più una ragazza ancora sconosciuta al grande pubblico italiano, Chiara Civello, stella del jazz. Bersani e Renga, così come d'Alessio e i Marlene Kuntz, non sono più di primo pelo ma neanche "vecchi", e sempre più o meno sulla cresta dell'onda. Fra i veterani, Dalla (che non veniva in gara da quarant'anni, giova ricordarlo) ha solo fatto da discreto accompagnatore a Carone, i Matia erano assenti dal 2005, Finardi dal '99 e solo alla terza partecipazione, l'unica vera assidua  presente è stata la Berté, peraltro in un "format" particolare con D'Alessio. Sì, il ricambio alla fine c'è stato: almeno al "Sanremofestival", l'Italia non è un Paese per vecchi. 
I CONDUTTORI - Due parole infine sulla squadra dei presentatori. Mi perdonerà Morandi, ma non mi ha convinto l'anno passato e tantomeno lo ha fatto questa settimana. Però in parte lo assolvo, per due motivi: 1) nonostante le esperienze ormai non più sporadiche sul piccolo schermo, non è un anchcor man; 2) la colpa è degli autori: non un guizzo, non un piacevole imprevisto nei loro testi. Certo, poi il Gianni è parso spesso poco reattivo nel non raccogliere certe battute. Stanchezza, lo posso capire. Capisco meno la presenza di Ivana Mrazova, la valletta (termine che le donne di spettacolo non gradiscono molto, ma in questo caso altro non era) meno incisiva di tutta la storia recente della kermesse. Di Rocco Papaleo ho scritto forse troppo poco in questi giorni, ma quel poco l'ho fatto col cuore: è un grande e poliedrico attore, il suo stralunato e ingenuo distacco, un po' recitato un po' autentico, ha reso più umana tutta la macchina Festival e più sopportabili le lunghe pause fra una canzone e un'altra, fra un ospite e un balletto. Io preferisco sempre mettere in primo piano i cantanti, ma, al di fuori della gara, auspico che Sanremo 2012 venga ricordato col volto beffardo, amico e comunicativo di Rocco, piuttosto che con quello di Celentano. 



SANREMO 2012: LE PAGELLE DEI BIG E DEI GIOVANI

I BIG
"La notte" - Arisa: smessi in panni della semplicità e dell'ingenuità un po' da "bambina fra le nuvole", su cui aveva costruito un'immagine fresca e vincente, si è gettata fra le braccia della più tradizionale melodia all'italiana, in un format che avrebbe letteralmente spopolato nei Festival anni Ottanta e Novanta. Il pezzo è gradevole, intenso, splendidamente interpretato, ma convenzionale, e con questo stile parecchio inflazionato non sarà facile per lei restare protagonista ai massimi livelli. VOTO: 7. 
"Un pallone" - Samuele Bersani: dopo le incertezze della prima serata, il cantautore ha ripreso quota e ha fatto "arrivare" agli ascoltatori il suo brano dalla costruzione insolita e dal ritmo cadenzato e coinvolgente. Testo a tratti ermetico ma tutto sommato accessibile, sempre sospeso fra fantasia, metafore e realtà, unite infine da un ideale fil rouge. VOTO: 7.
"Nanì" - Pierdavide Carone e Lucio Dalla: poetica veramente di stampo "dalliano", delicata, evocativa ma al contempo estremamente cruda nella lettura della vita quotidiana. Limitato ma di gran sostanza l'apporto del grande cantautore bolognese, con dei controcanti che evidenziano la suggestione intatta della sua voce. Un peccato non si sia "dato" di più al pubblico e alla canzone presentata. VOTO: 7
"Al posto del mondo" - Chiara Civello: come già detto in altri post, e sorvolando sul fatto che comunque questo brano è "vecchio" di due anni e già noto al popolo del web, ci si aspettava qualcosa di più. Presentata come eccellenza jazz di livello internazionale, di jazz non ne ha invero portato sul palco dell'Ariston, puntando su una classica melodia di stampo festivaliero, certo interpretata con garbo, ma non era questo che le si chiedeva. Altre artiste di nicchia che in passato hanno tentato la carta sanremese erano state più coraggiose, penso a Nicky Nicolai e ad Amalia Grè. VOTO: 6
"Respirare" - Gigi D'Alessio e Loredana Bertè: ribadisco quanto già scritto nel commento alla quarta serata: il remix in chiave dance avrebbe funzionato di più e meglio se fosse strato proposto come versione originale per la gara, spiazzante e ben confezionato. Giudicando invece la canzone nella sua forma primaria, il ritmo fonde il "neomelodismo dalessiano" con un arrangiamento "eighties" e vaghe reminiscenze disco settantiane. Piacevole, insomma, ma un po' demodé. Testo semplice ma che va dritto al cuore, una dichiarazione di affetto fraterno e protettivo che pare rivolta proprio all'interprete femminile del pezzo. Più dignitose di qualche anno fa, ma sempre pericolosamente altalenanti le prestazioni al microfono di Loredana.VOTO: 6. 
"Ci vediamo a casa" - Dolcenera: il ritornello meglio strutturato e più orecchiabile del Festival. La cantante pugliese prosegue la sua marcia verso sonorità pop più elaborate ed "europee", accompagnate da testi più complessi. Dei due pezzi maggiormente impegnati "socialmente" (l'altro è quello di Emma), questo mi è parso più toccante e azzeccato, perché descrive in maniera meno diretta e rabbiosa, e più soffusa ed evocativa, una situazione che coinvolge molti di noi, riportando alfine l'attenzione sull'amore che, anche in un quadro così fosco e scoraggiante, rappresenta una delle ancore di salvezza, forse la principale, a cui aggrapparsi per resistere. VOTO: 9. 
"Non è l'inferno" - Emma: costruita per vincere. Qui, come detto, lo sguardo sulla realtà è diretto, aggressivo, senza mediazioni e mezzi termini. Va comunque bene così, purché se ne parli, perché di fronte a questo sfascio non si può tacere. Nel merito musicale, trattasi di pop puro e senza arzigogoli, e la costruzione in crescendo enfatizza il tutto rendendo il pezzo di forte impatto. VOTO: 7. 
"E tu lo chiami Dio" - Eugenio Finardi: intensa e ispirata, questa composizione, ben servita dalla voce matura e dal carisma scenico del cantautore. Il testo non è immediatissimo, non tanto nel linguaggio quanto nei concetti espressi, la spiritualità e la ricerca di una entità superiore anche da parte di chi non si considera un credente a tutto tondo, un percorso che avviene per tutti attraverso esperienze di amore e di dolore. Azzardo e dico che potrebbe avere persino appeal radiofonico. VOTO: 7,5. 
"Grande mistero" - Irene Fornaciari: in questi giorni sono probabilmente stato l'unico a trovare che il brano pittoresco e favolistico di Van De Sfroos le sia stato cucito addosso alla perfezione (e forse rientra pure nelle corde del padre Zucchero, detto incidentalmente), e che lei vi si sia dedicata anima e corpo restituendolo al pubblico con convinzione e credibilità. Evidentemente deve ancora essere abbattuto un diaframma di empatia fra questa giovane artista e la grande massa. VOTO: 6/7. 
"Canzone per un figlio" - Marlene Kuntz: queste presenze musicalmente "aliene" per il Festival fanno sempre piacere perché accrescono lo spettro di generi da mettere alla portata del pubblico televisivo. Rock all'italiana (non particolarmente aspro) di discreta fattura e impreziosito da una voce graffiante, ma forse un po' troppo annacquato da un arrangiamento live che dà eccessivo spazio all'orchestra, soprattutto ai fiati. Anche loro, insomma, hanno optato per un compromesso e si sono banalizzati, ma non ai livelli della Civello. VOTO: 6 +. 
"Sei tu" - Matia Bazar: ritorno dignitosissimo dopo una lunga assenza. Mezzanotte ai limiti della perfezione, ritornello acchiappa applausi di quelli che si facevano una volta a Sanremo. Forse più convincente questa proposta rispetto a quella vincitrice nel 2002 ("Messaggio d'amore"). La parte iniziale dell'inciso evoca "Gente come noi" di Spagna, ma in maniera molto vaga, non si può parlare di scopiazzatura come qualcuno ha fatto. VOTO: 6,5. 
"Sono solo parole" - Noemi: il buon Fabrizio Moro è assai poliedrico e passa dai pezzi sociali al rap duro e puro e alle ballad con l'amore in primo piano: è il caso, quest'ultimo, della canzone confezionata per Noemi, la cui voce "nera" calda e affascinante l'ha colorata con le giuste tonalità, prima soffuse e poi grintose. Lei è un talento vero e il brano, pur non banale nella struttura, è furbo e orecchiabile, più di facile presa rispetto all'intensa "Per tutta la vita" di due anni fa. VOTO: 8. 
"La tua bellezza" - Francesco Renga: la miglior voce maschile del pop italiano si conferma, anche se la sua canzone (almeno per le mie orecchie) non è immediatissima e ha necessitato di più ascolti. Esce alla distanza, anche se di impatto minore rispetto a quella che gli regalò l'unico trionfo sanremese, "Angelo" del 2005. Arrangiamento di squisita fattura, specie con gli arricchimenti corali e strumentali nel finale.  VOTO: 7,5. 
"Per sempre" - Nina Zilli: una delle voci più complete ed eclettiche della canzone italiana anni Duemila, ha scelto il suo stile "vagamente retrò", come dicevano i Matia Bazar in "Souvenir" (Sanremo 1985), e sofisticato assai, con pennellate di jazz e blues, e lo persegue con convinzione. E' evidente il richiamo a Mina, che rende non originalissima nell'impostazione ma comunque di grande effetto la sua canzone. Può però fare di meglio. VOTO: 6,5. 

I GIOVANI
"E' vero" - Alessandro Casillo: la sua vittoria è quella della filosofia da "talent show": canzone che è l'essenza dell'easy listening, bella presenza e schiere di ragazzine adoranti. Più che la qualità del pezzo e il talento del giovanotto, ha deciso la sua provenienza artistica. Gli auguro comunque un bel futuro, ma non si illuda perché non sarà sempre tutto così facile come questo trionfo annunciatissimo. VOTO: 6.
"Nella vasca da bagno del tempo" - Erica Mou: ecco, a proposito di talento vero... Lei era la migliore, con uno stile scarno ma efficace, pensieri di una ragazza di fronte al futuro cesellati con finezza poetica ma anche concretezza e immediatezza. Ispirazione cantautoriale abbinata a un'immagine di grande serenità e semplicità. Non sprecate questa gemma, cari discografici. VOTO: 8.
"Guasto" - Marco Guazzone: lui è invece più convenzionale nel linguaggio, lo stile è maggiormente commerciale ma di stampo contemporaneo e internazionale. Brano di forte impatto. VOTO: 7,5.
"Incredibile" - IoHoSempreVoglia: ritmo incalzante per una "soft rock ballad" che richiama sonorità di alcuni gruppi dell'underground italiano anni Novanta, che parte in maniera promettente ma poi si sviluppa seguendo linee standard e prevedibili della musica leggera. Non impeccabile la voce solista. VOTO: 6. 
"Carlo" - Celeste Gaia: la canzone forse più insolita di tutto il Festival, per il testo stralunato e ricco, un linguaggio nuovo carico di suggestioni, di pennellate immaginifiche e sognanti ma anche di concreto realismo. E la musica non può non rapire l'orecchio, così come non può non rapire lo sguardo la sua bellezza particolare. Altro gioiello da non sciupare con scelte discografiche poco coraggiose. VOTO: 8. 
"Sono un errore" - Bidiel: svolazzi di rock and roll, qua e là, in un brano magari non originalissimo nell'impostazione ( addirittura con echi degli A-ha di "Take on me" nel refrain) ma tutto sommato di discreta fattura. Voci già sufficientemente graffianti. VOTO: 6. 
"La mail che non ti ho scritto" - Giulia Anania: sottotono. Canzone piuttosto banale e che sa un po' di vecchio e di già sentito.  La parola moderna inserita nel titolo non basta a dare al tutto un alone di contemporaneità.  VOTO: 5. 
"Incognita poesia" - Giordana Angi: brano pretenzioso e non facile, per una debuttante che ha feeling nella voce ma che, nella circostanza, ha voluto strafare, con virtuosismi ed arabeschi spesso fini a loro stessi e dannosi per la buona riuscita dell'esecuzione. Deve essere più moderata nella performance, poi se ne può riparlare, perché la stoffa c'è. VOTO: 5,5. 

sabato 18 febbraio 2012

SANREMO 2012, QUARTA SERATA: NON TUTTI SFRUTTANO I DUETTI

Se questo Festival numero 62 fosse una schedina del vecchio Totocalcio, il compianto Paolo Valenti avrebbe pronunciato la classica frase: "Le quote sono popolari", ossia risultati facili da pronosticare e pochi soldi da distribuire ai tanti vincitori. Così, dopo gli scontati ripescaggi del giovedì, verdetti prevedibili quando non annunciatissimi anche ieri sera: nessuno è stato in grado di frenare la corsa di Alessandro Casillo verso il trionfo fra i Giovani, troppo poderosa la spinta dell'oceanico popolo di fans che già stravede per il ragazzino di "Io canto", nonostante tra i finalisti ci fossero almeno due proposte più mature, talentuose e meritevoli. E fra i Big, hanno salutato la compagnia prima della sfida conclusiva di oggi i quattro nomi che erano da considerare gli "anelli deboli" del cast, per motivi diversi (Civello e Matia, dopo Marlene e Fornaciari). 
Sotto quest'ultimo aspetto, qualcosa di positivo c'è: la finalissima presenterà ai nastri di partenza la "griglia" migliore, e la partita si annuncia equilibrata, certo più dell'anno scorso, quando niente e nessuno pareva poter interferire nel duello fra Vecchioni e la coppia Modà - Emma, come poi accadde. Proprio Emma è, ad oggi, l'unica vera favorita, colei che distanzia un po' tutti gli altri nelle quote, ma la sua figura e la sua canzone non si stagliano nettamente sopra tutte le altre, anche se le carte in regola per sbancare l'Ariston ci sono tutte.
DUETTI NON SFRUTTATI - Intanto, "in questa notte di venerdì", come cantava proprio Morandi nel 1987 con Ruggeri e Tozzi, i Big hanno scaldato i motori  e cercato di guadagnare considerazione con l'arma dei duetti, ormai una istituzione del "sanremone". Però, c'è duetto e duetto. Ce ne eravamo già accorti giovedì, quando a eventi di assoluta eccellenza si erano affiancate due o tre performance davvero.. dimenticabili, e la conferma è arrivata a 24 ore di distanza. Questa serata era nata, nel 2005, con l'intento originario di colorare in maniera diversa i brani in concorso, di fornirne versioni alternative, ma dobbiamo constatare che col trascorrere del tempo questa spinta alla "rilettura" si è un po' annacquata. La mia interpretazione di questa involuzione è che molti cantanti si fidino ciecamente delle loro canzoni nel "format" originale e cerchino di rischiare il meno possibile, in chiave gara ed eliminazioni, apportando solo il minimo sindacale di modifiche. 
Così, molte accoppiate si esauriscono nella soddisfazione, per  lo spettatore, di vedere sul palco popolari volti della canzone oltre a quelli già in competizione, senza però che la loro presenza incida più di tanto. Presenza che, in altri casi, risulta addirittura del tutto pleonastica. E' ciò che è avvenuto con Paolo Rossi, che non è praticamente esistito a coadiuvare Bersani, al di là di qualche rotolamento sul palcoscenico, da clown di terza categoria: era davvero necessario? E nessuno si era accorto dell'inutilità dell'attore in quel contesto, per fermarlo in tempo? Per fortuna, il pezzo di Samuele è sufficientemente forte da poter... cavarsela da solo, così come brilla di luce propria "Nanì" di Dalla - Carone, anche se Gianluca Grignani ci ha messo voce e grinta ma senza lasciare più di tanto il segno. Discreto ma sostanzioso l'apporto di Gaetano Curreri a Noemi, due voci poliedriche, particolari, dolci e potenti allo stesso tempo, che si sono ben amalgamate pur senza guizzi particolari.  
D'ALESSIO DANCE: GIU' IL CAPPELLO! - Debbo invece levarmi il cappello di fronte a D'Alessio e alla compagna d'arte Bertè: ecco, loro sì che hanno compreso appieno lo spirito della serata. Hanno preso la loro "Respirare", ritmata e trascinante ma un po' datata nell'arrangiamento, e l'hanno rivoltata come un calzino, trasformandola, grazie alla consulenza "sul campo" di Fargetta, in un pezzo dance ultramoderno che ha fatto esplodere il teatro. Bravi. E bravo anche Finardi a scegliere l'accompagnamento di Peppe Servillo: due voci così ispirate e ricche di sfumature e di registri, dall'intensità di stampo cantautorale, non potevano che esaltare una canzone di forte impatto emotivo come "E tu lo chiami Dio". Lo stesso discorso può applicarsi ad Arisa, la cui solenne melodia ad ampio respiro è stata resa ancor più d'atmosfera dalla raffinatissima voce di Mauro Giovanardi e dal violino leggendario di Mauro Pagani. 
RENGA "SOTTOVOCE" - Una rilettura in minore quella de "La tua bellezza" da parte di Francesco Renga, che ha approfittato del coro Scala & Kolacny Brothers per una interpretazione meno d'impeto e più sottovoce: scelta intelligente che ha saputo fornire una visione più completa del brano e che, per quanto mi riguarda, me lo ha fatto apprezzare e capire maggiormente anche nella versione originale. Promossa anche Dolcenera con Max Gazzè, il quale, pur non incidendo in modo profondissimo sulla canzone, ne ha cantato una parte in modo del tutto convincente, l'ha fatta sua, tanto da non far sembrare astrusa l'ipotesi che "Ci vediamo a casa" potesse essere presentata in gara direttamente da questo inedito duo. Un'abbinata fin dal primo giorno avrebbe forse potuto giovare anche a Nina Zilli,  eccellente nella interpretazione a due voci con Giuliano Palma, che ha esaltato le venature soul e Rythm and blues di entrambi. 
PLATINETTE SORPRENDENTE - Sempre impeccabile (e bellissima) Alessandra Amoroso, che forse era stata più incisiva nel duetto di due anni fa con Valerio Scanu (da molti considerato decisivo per la vittoria del sardo): ma non era il caso di strafare, in quanto Emma il suo pezzo lo valorizza abilmente anche da sola. Coraggiosa e fuori dagli schemi la scelta dei Matia Bazar di farsi accompagnare sul palco da una Platinette che, per una volta, si è spogliato della sua maschera di scena, e ha dato vita a un recitato che ha reso la canzone "Sei tu" molto simile, per impostazione, a una certa "La paura di morire", splendida composizione presentata da una certa Annagloria al Festival di Sanremo 1975. Per Chiara Civello, l'idea della versione "da pianoforte", anzi doppio piano, poteva essere azzeccata, purtroppo l'artista jazz non è stata supportata con efficacia da una Francesca Michielin forse ancora acerba per il palco di Sanremo. Chiara, per avere qualche chance in più di arrivare in fondo a questa gara, avrebbe dovuto scegliere due duetti (straniero e italiano) assolutamente impeccabili e "da urlo", li ha invece sbagliati entrambi e ne è stata ingiustamente penalizzata, pur cercando di reggere la baracca da par suo: bocciato in toto Shaggy, solo "rimandata", con le attenuanti dell'età (verdissima) e delle innegabili capacità la ragazza di X Factor.  
I GIOVANI E TUTTO IL RESTO- Di Casillo si è detto, e casomai sorprende che l'orchestra, la quale aveva la possibilità di operare una scelta fondata sulla qualità, non ne abbia in qualche modo "ostacolato" il cammino: ha vinto il pezzo di facilissima presa, ma il talento vero era nel sound internazionale di Marco Guazzone e nella fresca, essenziale, innovativa e ispirata vena autoriale di Erica Mou. Per il resto, la serata ha offerto un'apertura magica, con la danza elegante e gioiosa della splendida Simona Atzori, un esempio per tutti, una forza della natura animata da una serenità interiore veramente invidiabile. Performance in crescendo per un Alessandro Siani che ha via via trascinato il pubblico dell'Ariston con una comicità semplice, in qualche modo di classica matrice napoletana, ma il cui stampo si sta perdendo ed è giusto che i pochi difensori di tale cultura vengano valorizzati. Senza guizzi l'ospitata di Sabrina Ferilli, mentre Rocco Papaleo continua, in punta di piedi, a regalare "svolazzi" della sua comunicativa teatrale e saggi di scarna e fantasiosa poetica. Sottovalutato. 

venerdì 17 febbraio 2012

RIDATECI IL DOPOFESTIVAL! (provocazione)

Ridateci il Dopofestival! E già, perché il Dopofestival non esiste più, si sa, da ben quattro anni (l'edizione conclusiva coincise con l'ultimo Sanremo targato Baudo, nel 2008), nonostante qualcuno, in questi giorni, abbia tentato di "spacciare" come tale lo "speciale Sottovoce" che Gigi Marzullo sta quotidianamente conducendo a notte inoltrata su Rai 1, dedicandolo proprio alla kermesse rivierasca. Siamo su due pianeti distanti anni luce, diciamolo subito. E intendiamoci, qui non si vuole fare una riflessione sulla qualità intrinseca delle due trasmissioni. Personalmente, da anni auspico una tv che metta da parte i pollai trash in cui tutti urlano e alla fine non si capisce alcunché, in favore di più talk show in cui si possa ragionare e confrontarsi civilmente. 
SOTTOVOCE - Per questo motivo, trasmissioni come quella di Marzullo dovrebbero incontrare il mio gradimento. L'ho un po' seguita, in differita, grazie al servizio Internet Rai Replay, e, per carità, non tutto è da buttare. Certo non manca la pacatezza, ma chi segue anche solo marginalmente da un po' di anni il popolare giornalista non può esserne sorpreso. Quello che manca è un dibattito sì tranquillo, ma ricco di contenuti, di scambi di vedute, di pareri non convenzionali, cosa che fra l'altro sarebbe pure possibile andando in onda a orari da insonni e senza l'obbligo del conformismo che permea tanta televisione diurna. E la scelta di alcuni ospiti raramente o mai sfruttati da altre trasmissioni, penso al mitico Nico Fidenco, potrebbe essere propedeutica a uno sviluppo del genere. Invece, niente: solite opinioni trite e ritrite, standardizzate, fotocopiate e mandate a memoria di default, come le dichiarazioni dei calciatori prima e dopo le partite: si spazia da "Sanremo oggi non è più rappresentativo dell'attuale realtà musicale italiana" a "non so se le canzoni di questa edizione si ricorderanno fra qualche mese", da "ai miei tempi si vendevano milioni di dischi" a "i brani di quest'anno non mi hanno emozionato". La fantasia al potere, insomma. Da salvare, una maggiore attenzione all'analisi dell'aspetto prettamente musicale della rassegna (grazie ad esperti veri come Gian Maurizio Foderaro), con chicche come l'intervista a Bruno Santori, direttore artistico della Sanremo Festival Orchestra. 
IL VERO "DIBATTITO" - Ma il Dopofestival autentico, lo ripeto, era un'altra cosa. La nostalgia non è tanto per il format, ma per l'istituzione. Sì, perché quella trasmissione spesso scombiccherata, caotica, con scalette aleatorie e variabili, era diventata un must autentico, faceva ormai parte del sistema Festival, ne era stata eletta  "sfogatoio" ufficiale, per cantanti delusi e giornalisti inaciditi dal tempo ma pur sempre alla ricerca del quarto d'ora annuale di popolarità da piccolo schermo. Gli artisti impegnati nella gara inizialmente non vi partecipavano volentieri, proprio perché sapevano che sarebbero finiti nel mirino di critici spesso ansiosi solo di sparare a zero a prescindere. Col tempo le nostre "ugole d'oro" si erano ammorbidite, avendo forse imparato una lezione elementare ma preziosa: firma prestigiosa o meno, quelle dei rappresentanti della stampa erano solo opinioni e nulla più, non inappellabili giudizi di Dio. 
Così, al termine di ogni serata festivaliera (finale esclusa) andava in scena il consueto teatrino, sopra descritto per sommi capi. Negli anni cambiavano i presentatori (e i nomi erano spesso di grido, da Mara Venier a Serena Dandini a Piero Chiambretti) e, meno frequentemente, il format, e spesso l'efficacia ne risentiva. Si ricorda ad esempio una edizione invero assai fiacca guidata da Bruno Vespa nel '97, con i ritmi non certo stuzzicanti del suo "Porta a porta"; l'ultima andata in scena, nel 2008, è stata invece fra le meglio costruite, originali e frizzanti, grazie alla presenza di Elio e le storie tese e della rivelazione Lucilla Agosti. Eppure, proprio in quest'ultima circostanza si sviluppò uno dei momenti più trash dell'intera storia del programma, la rissa sfiorata fra Zampaglione dei Tiromancino e Frankie Hi Energy. 
Essendo il Dopofestival, dopo un paio di tumultuose sperimentazioni nell'87 e nell'88, andato a pieno regime negli anni Novanta, chiaro che Pippo Baudo, ai tempi e anche successivamente deus ex machina della manifestazione, ne sia stato il principale animatore, anche se quasi mai, mi pare, ne figurò come conduttore vero e proprio. Nel periodo del suo personale "apogeo", a metà del decennio, se ne videro delle belle, e nel '96 il Pippo nazionale strabordò letteralmente, fra vivaci polemiche coi giornalisti e attacchi a telespettatori (sì, c'erano anche le telefonate da casa) che cercavano sommessamente di avanzare qualche critica sulle canzoni da lui scelte per la competizione. Questo per dire che spesso si finiva in caciara, non si riusciva quasi mai a operare approfondimenti di carattere tecnico e artistico e forse non importava nemmeno, ciò che contava era fare colore e creare movimento e attenzione attorno a un evento sempre più mediatico e sempre meno musicale (purtroppo). Però un abbozzo di dibattito si creava, e difficilmente si raggiungevano abissi da Processo del Lunedì. Ci si divertiva e ci si infervorava anche da casa (quando si riusciva a rimanere alzati) schierandosi quasi sempre a favore dei cantanti e contro i critici (le stesse facce da mezzo secolo), i quali tra l'altro spesso, non per dire, avevano torto: ricordo Fabrizio Moro massacrato per la canzone presentata al suo debutto tra i Big ("Eppure mi hai cambiato la vita", a me graditissima), e poi arrivata terza e gratificata di un buon successo dopo Sanremo (tiè). E che dire della rassegna stampa di Gianni Ippoliti, negli anni sempre molto simile a se stessa e che, però, un sorriso riusciva sempre a strapparcelo? 
Insomma, il Dopofestival non era propriamente un esempio di bon ton televisivo e di trasmissione rigorosa ed elegante, ma rispetto a ciò che si vede oggi era una boccata d'aria pura (o quasi), roba da educande. Un "defatigante" dopo lo "stress da spettatore" accumulato nella lunghe serate canzonettistiche. Per cui, lo ripeto e lo grido a gran voce: ridateci (anzi, arridatece) il Dopofestival!
A seguire, uno spezzone tratto dal Dopofestival 1994.


SANREMO 2012, TERZA SERATA: SILENZIO, CANTANO I MITI ROCK

Certo, si può dire tutto il male possibile di Sanremo (e difatti sono in molti a farlo, a volte con argomenti solidi, altre volte senza averlo mai visto veramente se non a spizzichi e mozzichi, ancora più spesso solo perché sparlarne fa tanto trendy e "gggiovane"). Però poi vedi spuntare sul quel palco la sagoma minuta e il volto spigoloso di Patti Smith, che ti regala un'interpretazione da brividi di "Impressioni di settembre" (col fondamentale apporto dei sottovalutati Marlene Kuntz) aggiungendovi a buon peso una delle canzoni simbolo della storia del rock, "Because the night". E poco prima avevi ricevuto una scarica di adrenalina da un certo Brian May, la cui simbiosi perfetta con la sua chitarra è ancora in grado di sprigionare sensazioni e vibrazioni che fanno bene al cuore e all'anima. E allora pensi che pur con tutti i suoi difetti, pur nella necessità innegabile di migliorarla, sarebbe folle colui che, un giorno, decidesse di mandare in pensione questa rassegna. Perché si parla fin troppo di celentanate, Ivanke e farfalline (non qui, peraltro), ma poi si scopre che la musica al Festival c'è, sa ancora conquistarsi a forza un ruolo da protagonista e costruire serate - evento da brivido. Senza trovate di dubbio gusto quando non proprio trash, ma solo con la forza dell'arte e del talento. 
LEGGENDE ROCK - In un happening come quello di ieri sera, costruito sull'apporto di cantanti stranieri chiamati a cimentarsi su un repertorio italiano, il rischio dell'infortunio, della caduta di tono, dell'approssimazione figlia dell'improvvisazione (causa limitato tempo a disposizione per le prove) è sempre dietro l'angolo. Qualcosa è successo di "storto", ma alla fine il bilancio è chiaramente in attivo. Patti Smith, dicevamo: il carisma è sempre magnetico, la voce è limpida e potente come quella di una ragazzina, "Because the night" è più di un evergreen, è una leggenda.  E che dire di quella "Impressioni di settembre" sapientemente cesellata col corposo supporto dei Marlene, finalmente liberi dal peso della gara e in grado di riappropriarsi compiutamente della loro anima rock? 
Rock vuol dire anche Brian May, mister Queen, i cui assolo alla chitarra, nella loro perfezione geometrica e devastante esplosività, hanno sprigionato energia ma anche tanta nostalgia per ciò che è stato e non è più. Sono stati i due picchi della serata, ma personalmente ho trovato di grande suggestione l'abbiamento tra i Matia Bazar (della cui solista, Silvia Mezzanotte, non si ricordano né stecche né minime incertezze a memoria d'uomo: è davvero impeccabile e molto meno "fredda" nell'interpretazione di quanto si dica) e un Al Jarreau forse un po' invecchiato, ma ancora in grado di sprigionare tutta la qualità del suo eclettismo vocale e di una mimica da consumato performer.
VOCI EMOZIONANTI E SUGGESTIVE - Efficace ed equilibrato l'impasto creatosi, in "Never never never" (Grande grande grande) tra la voce potente e ricca di arabeschi di Nina Zilli e quella morbida di Skie dei Morcheeba, di cui ricordo un altro vellutato duetto italiano con Alice in "Open your eyes", alla fine dei Novanta. Feeling in quantità, con leggere pennellate di blues e jazz, nell'accoppiata Sarah Jane Morris - Noemi in "Amarti un po'" nella doppia versione italo - inglese, con la "bonus track" della citazione di un successo di Tracy Chapman, che persolamente adoro. Quanto a Noa, beh, se non ha già la cittadinanza onoraria qualcuno gliela dia, per favore: emoziona e quasi commuove il genuino entusiasmo che manifesta ogni volta che è chiamata a interpretare brani della nostra tradizione; ama il nostro Paese e la nostra musica, tanto che alcuni anni fa accettò perfino di venire a Sanremo in gara (ho ricordato l'evento in un mio post amarcord di qualche giorno fa): allora, era il 2006, suoi compagni di avventura furono Carlo Fava e i Solist String Quartet, e questi ultimi erano di nuovo con lei ieri sera: assieme a Eugenio Finardi, hanno regalato una rilettura originale di "Torna a Surriento", lei sulla dolce melodia italiana, lui sulle note scatenate della versione "presleyiana".
I NUOVI DIVI - Non particolarmente svettanti, ma comunque gradevoli, nel segno del più tradizionale pop da classifica, le abbinate fra Dolcenera (sempre più sicura di sé) e il rapper Professor Green in "Vita spericolata" (fra i due un'intesa frutto di una collaborazione già in corso da alcuni mesi), e  fra Emma e uno degli artisti più gettonati del momento, il Gary Go di "Wonderful". Dalla Spagna, Francesco Renga ha portato una voce in grado di rinverdire una tradizione iberica di stampo melodico che, dalle nostre parti, stava un po' appassendo, dopo gli exploit ormai datati dei vari Julio Iglesias, Bertin Osborne ed El Puma (tutti transitati dal Festival in tempi diversi): tra la voce "tonante" dell'italiano e quella alla Fausto Leali di Sergio Dalma, classica performance da mandare in sollucchero un pubblico tradizionalista come quello dell'Ariston, e c'è da dire che il brano scelto, "Il mondo" di Jimmy Fontana, ben si prestava alla bisogna.
GLI ALTRI - Non ha perso smalto Josè Feliciano, peccato che venga periodicamente richiamato in Italia sempre e solo per reinterpretare "Che sarà" (mi pare l'avesse già fatto al Sanremo del 1998): eppure è un artista pluridecorato per diverse opere, nel suo continente. Spiazzante la versione di "Romagna mia" dell'orchestra di Goran Bregovic, ricca come sempre di suggestioni tzigane ed etno - folk, mentre non troppo convincente è apparso il danese Mads Langer: "Anima e core" è pane per i denti di Lucio Dalla, ma non pareva proprio nelle corde del giovane nordico. Una considerazione che ci introduce ai veri e propri flop della serata: l'ouverture era stata affidata a Shaggy, la cui performance è stata a tratti irritante. Sfiatato, alle prese con una canzone decisamente fuori target rispetto al suo stile, "Io che non vivo", ma di certo lui non ha fatto molto per adattarvisi, e ha preferito puntare sull'ennesima riproposizione del suo ormai fiacco tormentone "Mr. Boombastic".
Deludente anche Macy Gray col duo D'Alessio - Bertè: fermo restando che un gioiellino come "Almeno tu nell'universo" è una di quelle canzoni che non dovrebbero mai essere "coverate", in quanto cucite su misura per l'interprete originale (avevo trovato parecchio deludente anche la versione di Elisa di qualche anno fa, pur baciata da buon successo), mi è parso che Loredana abbia voluto strafare e appropriarsene, e del resto era per lei la prima vera occasione di omaggiare in musica su quel palco la sorella scomparsa, Mia Martini: la Gray ha preso atto e si è ritrovata confinata a una parte marginale della performance, che peraltro non ha certo onorato, mostrando scarsa ispirazione ed eccessivo distacco. Dopodiché D'Alessio non ha perso occasione per promuovere un suo nuovo brano cantato assieme alla stessa artista americana: non mi è parso un gesto opportuno ed elegante, e sinceramente non ricordo se sia mai successo che un cantante in gara abbia lanciato, nel corso della manifestazione, un altro suo pezzo inedito.
PRESENTATORI IN DIFFICOLTA' - Il discorso sulle delusioni ci introduce a una lettura critica dell'andamento generale della serata. Che, appunto, sul piano del contorno all'happening musicale ha mostrato la corda, e non poco: Morandi è parso stanco e a corto di idee, schiavo del gobbo elettronico e di testi certo poco esaltanti, che però lui non è mai in grado di vivacizzare con guizzi di fantasia e improvvisazioni. Ciò che invece non manca a Rocco Papaleo, sapientemente stralunato, sinceramente entusiasta ma anche in grado di regalare sporadici sprazzi della sua preparazione attoriale. Dovrebbe avere un ruolo meno marginale nella conduzione. Tornando al "Gianni nazionale", è riuscito perlomeno ad evocare sul palco più nazionalpopolare che ci sia un artista di nicchia e forse dimenticato dai più come Goran Kuzminac: l'ha fatto involontariamente, in quanto doveva presentare Goran Bregovic, ma vuoi mettere la soddisfazione per noi nostalgici della musica Settanta - Ottanta? E' pressoché di nuovo sparita Ivana Mrazova: poche incerte presentazioni e una lunghissima assenza dal palco nel corso della serata. Saranno i postumi del malanno, ma rimane la sensazione che i soldi si potessero spendere meglio (e in quantità minore). Viceversa, era da sfruttare di più la presenza di Federica Pellegrini, che, vista la sua disinvoltura, poteva fare da autentica "copresentatrice aggiunta" e si è invece limitata alla classica ospitata sanremese.
RIPESCAGGI - Infine, il répechage dei Big: anche qui, tutto secondo copione. Quando decide solo il televoto e in gara ci sono un ragazzo di "Amici" e uno dei più popolari divi pop del momento, non può esserci speranza per gli "alternativi" come i Marlene Kuntz, che, probabilmente consci delle loro residue chances, si son subito giocati il duetto del venerdì (peccato per la collocazione oltre l'una di notte, anche se Samuel dei Subsonica non è che abbia aggiunto quel quid in più capace di stravolgere e innalzare la canzone). Ci credeva invece Irene Fornaciari, contestata da più parti e che forse solo a me, in queste tre sere, è parsa calata appieno nel pezzo che le ha cucito addosso Davide Van de Sfroos, da lei ben reso con una interpretazione trascinante. Peccato.

giovedì 16 febbraio 2012

FESTIVAL DI SANREMO: I GIOIELLI NASCOSTI DEGLI ANNI DUEMILA - I GIOVANI

Terza puntata del nostro amarcord sanremese dedicato ai "gioielli" musicali nascosti o dimenticati dei festival targati Duemila. Questa volta ci dedichiamo ai giovani, a quelle Nuove Proposte che rappresentano da anni la categoria più bistrattata in una kermesse che,  già di per sé, sempre più sacrifica la musica, e che i debuttanti spesso li penalizza relegandone le esibizioni ad orari impossibili. Meritano più attenzione, e noi nel nostro "ultrapiccolissimo" cerchiamo di dargliela, anche a... posteriori. 
Partiamo dunque dal Duemila, annata sanremese contraddistinta da un livello qualitativo piuttosto alto e dalla presenza di composizioni non banali e non tutte di facile presa, sia fra i Big che fra i Giovani. In quest'ultima categoria, che mai più sarebbe stata così affollata (ben diciotto in concorso), emerge una Marjorie Biondo che pare avanti di un decennio rispetto tanta produzione italiana del'epoca. Sonorità underground, testo originalissimo, echi di Alanis Morissette. Artisti così andrebbero salvaguardati, e invece... 



Sempre nel primo festival del secolo, ecco la proposta di Alessio Bonomo, una delle più insolite nella storia della manifestazione. Un brano spiazzante, straniante, crudo nel sound e nel testo, impossibile da non notare. 






Saltiamo al 2002: la citazione è d'obbligo per Valentina Giovagnini, un talento autentico, una potenziale fuoriclasse della canzone italiana. "Il passo silenzioso della neve" è fatto di atmosfere soffuse e avvolgenti, celtiche, e sviluppa una vera e propria ricerca sonora in corso d'opera. La voce, morbida eppure potente a suo modo, fa il resto. La ragazza verrà incredibilmente privata della vittoria di categoria, a beneficio di Anna Tatangelo, tenterà ancora di tornare a Sanremo ma senza fortuna, e a inizio 2009 scomparirà tragicamente in un incidente stradale. 




Nella stessa edizione, in mezzo a tante proposte sottotono o standardizzate si distinguono i Botero con "Siamo treni", brano non convenzionale a metà strada fra tradizione e modernità, con arrangiamento variegato e buon impasto vocale. 







Anche nel 2003 la categoria dei debuttanti lascia a desiderare: ancora poche idee e scopiazzature di artisti affermati. Tuttavia qualcosa di dignitoso emerge: come Patrizia Laquidara, con un pop sofisticato, elaborato nella struttura musicale e nella vocalità, con vaghe reminiscenze folk ed etniche. 






Molto più di facile presa "Chiaraluna" di Daniele Stefani, un brano tuttavia orecchiabile e ben scritto. Stefani era stato una delle rivelazioni del 2002, ma esibirsi in un Festival non premiato dagli ascolti non lo aiutò di certo a spiccare il volo. 




Saltiamo al 2006, altro anno non felicissimo per il Sanremone. Eppure, il gruppo dei Giovani vede emergere figure di assoluto talento e destinate a lasciare un segno nel panorama pop italiano. C'è Simone Cristicchi, e c'è L'Aura, esplosa l'anno precedente con "Radio star" e capace di ben figurare anche all'Ariston, con una "Irraggiungibile" non facilissima, ricca di virtuosismi vocali e di modalità sonore non convenzionali. Due anni più tardi, L'Aura sarà tra i Big con la meno complessa "Basta!", un buon pezzo. Dispiace non sia ancora riuscita ad affermarsi del tutto, anche se l'inverno scorso le ha portato buona popolarità grazie al duetto con Nek nella cover di "Total Eclypse of the heart". 




Sempre nel 2006 ecco Ivan Segreto, musicista a tutto tondo e ispirato, portatore di un genere forse troppo "alto" e complesso per fare breccia immediata nel pubblico. 



Nel 2007 rimangono subito al palo i Grandi Animali Marini, che pure propongono un pezzo originale, moderno e di respiro internazionale. 





Stesso anno, dietro all'asso pigliatutto Fabrizio Moro si piazza Stefano Centomo, con una canzone melodica tradizionale ben costruita e interpretata con trasporto. 



2008, ultimo anno dell'era Baudo, e le giurie hanno il torto di lasciare al palo la ligure, già pluridecorata in vari concorsi musicali, Maria Pierantoni Giua, con un talento che sarebbe stato in grado di rinverdire un scuola cantautoriale sempre ispirata e mai scontata. Stile scarno e testo originale. Giua continua a cantare, ma ad oggi la sua popolarità non supera i confini della sua regione, purtroppo. 





Fermiamoci al 2009, anno particolarmente propizio per i debuttanti festivalieri. Esplodono Arisa, Malika Ayane, Simona Molinari e Irene Fornaciari, scusate se è poco. In tale abbondanza, rimangono confinate in un cono d'ombra due proposte interessantissime. La prima è quella di Karima, una "Amica di Maria De Filippi" il cui talento non ha ancora trovato piena valorizzazione. Voce avvolgente e, come si suol dire, piena di feeling, canzone straordinariamente elegante e raffinata. Pazzesco il duetto con Mario Biondi, per non parlare di Burt Bacharach al piano. 






Per chiudere, la figlia d'arte Chiara Canzian. Anche per lei, una voce convincente e un brano orecchiabile ma che, con lo zampino di Sangiorgi dei Negramaro, era strutturato in maniera assolutamente insolita soprattutto nella parte testuale, in particolare con quei versi finali giocati sul nome di battesimo della cantante.