domenica 14 febbraio 2016

SANREMO 2016: IL PAGELLONE DEL FESTIVALONE

                             Dolcenera: sua una delle migliori proposte del Festival 2016

Chiudiamo la settimana sanremese, consueto "momento caldo" nella vita di questo blog, con l'inevitabile e temuto (ma va'...) pagellone dei Campioni. L'ordine è quello della classifica ufficiale del Festival, dal primo posto in giù. Prevale una generosità di fondo nelle valutazioni, anche perché il livello complessivo è stato medio, con qualche picco verso l'alto e nessuna caduta a precipizio. 
STADIO - "Un giorno mi dirai": ballad in perfetto "Stadio style". Gli stilemi compositivi della band sono riconoscibilissimi, in una felice "fusion" fra elementi anni Ottanta e Novanta. Poetica ispirata ed emozionante, musica di notevole impatto. VOTO: 7,5. 
FRANCESCA MICHIELIN - "Nessun grado di separazione": l'ascesa continua, per lo scricciolo veneto, con un brano di taglio moderatamente moderno nel tessuto musicale e più marcatamente nel testo, in grado dunque di piacere ai giovani ma anche ad appassionati un po' più attempati. Dovrebbe percorrere un buon tratto di strada fuori dall'Ariston, nelle radio e sul mercato. VOTO: 7. 
GIOVANNI CACCAMO E DEBORAH IURATO - "Via da qui": duetto perfettamente inserito nel solco della tradizione sanremese, ma con un raffinato tocco autoriale grazie a Giuliano Sangiorgi, la cui mano si avverte, pur se non coraggiosa come altre volte. Eccellente l'interpretazione dei due, ma il ragazzo trasmette ancora poco sul piano emotivo; Deborah in questo senso pare più avanti. VOTO: 6,5. 
ENRICO RUGGERI - "Il primo amore non si scorda mai": un felicissimo ritorno a Sanremo per uno dei più prolifici cantautori nella storia della canzone italiana. Brano assai brioso, con qualche spruzzatina di rock, ma che brilla soprattutto per la riscoperta di sound e arrangiamenti prettamente legati al decennio ottantiano, che caratterizzarono la prima fase della carriera di Rouge. VOTO: 7. 
LORENZO FRAGOLA - "Infinite volte": piazzamento superiore al valore effettivo della proposta. Non ha ripetuto il buon esordio del 2015, presentando un pezzo dalla linea melodica un po' datata. Da lui ci aspettiamo ritmi più vivaci e contemporanei, nel solco di "#Fuori c'è il sole", la discreta hit estiva. VOTO:6--. 
PATTY PRAVO - "Cieli immensi": non si è ripetuta la magia di "E dimmi che non vuoi morire" ed era facile prevederlo. La voce ormai è quella che è, la presenza scenica sempre di gran fascino, la canzone tutto sommato gradevole e ben scritta, con struttura "alla vecchia maniera", costruita cioè attorno a un ritornello particolarmente efficace, che però non so quanto potrà lasciare il segno. Il premio della critica era prevedibilissimo, attribuito da un giornalismo specializzato che da decenni stravede per Patty, anche oltre i suoi innegabili meriti VOTO: 6,5. 
CLEMENTINO - "Quando sono lontano": nulla di eccezionale, un rappino all'acqua di rose, moderatamente retorico, il trionfo dei buoni sentimenti; comunque un prodotto accattivante il giusto, e tutto sommato sincero. Il ragazzo ha una maschera d'attore: potrebbe cimentarsi con successo nel teatro. Si tenga aperta questa strada. VOTO: 6. 
NOEMI - "La borsa di una donna": Marco Masini ha fatto centro con un'ispirata composizione, sommessa e poetica, con le solite intuizioni da acuto osservatore della quotidianità e lettore dell'interiorità umana. E' lo stile delle sue opere meno arrabbiate e più riflessive, quelle in cui da una decina d'anni a questa parte dà il meglio. Il tutto impreziosito dalla calda interpretazione della "rossa". VOTO: 7,5. 
ROCCO HUNT - "Wake up": passi avanti notevoli rispetto al vittorioso esordio di due anni fa. Nella canzone ci sono tante cose: il prorompente giovanilismo, la ribellione a istituzioni percepite come lontane, ma anche discreta ricerca musicale, col rap contaminato da quelle sonorità elaborate da Pino Daniele, Tullio De Piscopo e tutta la rivoluzionaria nouvelle vague napoletana di fine Settanta - primi Ottanta. Ritmo trascinante. VOTO: 6/7. 
ARISA - "Guardando il cielo": melodia gradevole nella struttura complessiva, ritornello non di impatto immediato, testo interessante sulla riscoperta di una dimensione più semplice della nostra esistenza, magari legata alla natura ("Se un giorno un'altra vita arriverà, mi sono già promessa di non viverla in città"). Canzone dolce, a tratti malinconica ma anche inneggiante alla speranza, dai toni morbidissimi, sostenuta dalla solita voce senza cedimenti di Rosalba. VOTO: 6,5. 
ANNALISA - "Il diluvio universale": pezzone d'amore di stampo classicheggiante, con possente sostegno orchestrale, un lento con crescendo ed esplosione nel refrain. Poteva essere l'ideale per Sanremo, e invece.... Però è canzone che verrà fuori alla distanza, magari non radiofonica ma che valorizza ulteriormente le doti interpretative della cantante ligure. VOTO: 6,5. 
ELIO E LE STORIE TESE - "Vincere l'odio": senza cadere nel trito ritornello della genialità, mi ripeto sulla stessa linea dei miei articoli sanremesi scritti in settimana. Divertissement puro e riuscito, dissacrante smontaggio dei canoni della canzone leggera: proprio per questo, giusto che non abbiano vinto, come qualcuno ventilava. A Sanremo devono vincere brani pop, melodici o ritmati, contemporanei o più orientati al passato, ma con un doveroso rigore strutturale. Rimane comunque un altro bel saggio della loro inesauribile creatività. VOTO: 7+. 

                                                     Valerio Scanu: promosso

VALERIO SCANU - "Finalmente piove": per me, promosso a pieni voti. Canzone dalla struttura tradizionale, ma con una buona tessitura sonora, un testo non banale e trovate "furbette" come quel "no, tu non hai, tu non hai, tu non hai capito" che si ficcano in testa senza uscire più. Buon lavoro di Fabrizio Moro, valorizzato da uno Scanu sul pezzo. VOTO: 7. 
ALESSIO BERNABEI - "Noi siamo infinito": dance pura, più ottantiana che novantiana, non particolarmente originale, ma che tutto sommato ha una buona forza penetrativa. Cosetta esile, che nel breve può funzionare, ma il ragazzo deve ancora trovare una propria dimensione artistica. VOTO: 6+. 
DOLCENERA - "Ora o mai più (le cose cambiano)": superba, e assicuro che non mi fa velo il fatto di essere un suo estimatore da tempi non sospetti. Come scritto stamane, pezzo troppo lontano dai canoni festivalieri, persino poco "italiano", per essere apprezzato in questa sede: pop, jazz, blues, musica e testo complessi ed elaborati, ormai Emanuela viaggia lontano dagli schemi della facile presa, e corre il rischio di non essere sempre compresa appieno dal pubblico. Ma sarebbe un peccato che un gioiellino simile non rimanesse nella memoria. VOTO: 8. 
IRENE FORNACIARI - "Blu": un altro episodio rimarchevole, nella carriera di un'artista che sta facendo una fatica terribile ad emergere, pur avendo all'attivo, prima di questa, altre canzoni degne di nota. "Blu" è dolente e intensa, lancia un messaggio importante ma senza attingere troppo alla retorica più scontata. Lei canta bene e la sua voce arriva al cuore. Almeno è stata ripescata. VOTO: 7. 


GLI ELIMINATI

ZERO ASSOLUTO - "Di me e di te": nonostante generali bocciature, ho ritrovato su buoni livelli il duo Thomas - Matteo, coi limiti di sempre (la voce, soprattutto) ma anche con gli stessi pregi, quelli di un easy listening al passo coi tempi, ancora fresco e vivace. VOTO: 6/7. 
NEFFA - "Sogni e nostalgia": anche lui ha raccolto meno di quanto meritasse, con il suo brano dalle atmosfere vagamente retrò, con buoni sperimentalismi strumentali. Il suo marchio di fabbrica è ben presente, poi certo ha fatto di meglio, ma questa composizione non è da buttare. 6+
DEAR JACK - "Mezzo respiro": ballata soft in stile anni Novanta, discreta ma non trascendentale. Tutto sommato positivo il debutto del nuovo cantante Leiner Riflessi, che se non altro dà un'identità vocale ben precisa al gruppo. Ma per la giovane band, come per l'ex Bernabei, c'è da lavorare per individuare un percorso ben preciso sul quale insistere. VOTO: 6-. 
BLUVERTIGO - "Semplicemente": un po' i classici Bluvertigo (ho ritrovato persino qualcosa di "L'assenzio", che presentarono a Sanremo 2001, nella costruzione delle strofe), un po' aperture, nel refrain, alla tradizione melodica più schietta. Una commistione che poteva funzionare, ma la voce di Morgan è rimasta in cantina e non ha fatto decollare una canzone di discreta fattura. VOTO: 6+. 

SANREMO 2016: IL TRIONFO DEGLI STADIO E' UN ATTO DI GIUSTIZIA. VINCONO I VETERANI MA IL FESTIVAL SI E' "SVECCHIATO"


Il trionfo sanremese degli Stadio è la felice conclusione di una lunga e paziente risalita, iniziata dai bassifondi di antiche e polverose classifiche. 1984 e 1986, tanto per rinfrescare la memoria: due ultimi posti all'Ariston decretati dai votanti del Totip, che all'epoca erano giudici supremi della manifestazione; e sì che "Allo stadio" e "Canzoni alla radio" tutto erano fuorché brutte canzoni destinate al dimenticatoio. La dimostrazione che un paio di fiaschi al Festivalone (e ai tempi c'erano i quasi contemporanei casi di Vasco Rossi e Zucchero a dimostrarlo) possono non lasciare il segno: un messaggio importante per i big della nostra musica, che devono imparare a guardare alla kermesse ligure per quello che è, ossia una colossale occasione promozionale, dando invece il giusto valore alla classifica della gara, che conta fino a un certo punto e non deve far paura. 
STADIO, QUALITA' E RAFFINATEZZA - Poi, certo, vincere è bello, e allora diciamo che per la band emiliana il verdetto di questa notte ha il dolce sapore della giustizia, in riferimento sia alle glorie passate del gruppo sia allo stretto presente, perché "Un giorno mi dirai" è composizione ispirata, poetica, di forte impatto emotivo e di grande efficacia all'ascolto. Passato e presente coincidono, per gli Stadio, perché il pezzo che si è imposto a Sanremo 2016 porta in ogni suo passo il loro inconfondibile marchio di fabbrica, la griffe di questo straordinario esempio di artigianato musicale made in Italy che mi piace accostare parzialmente, anche  correndo il rischio di blasfemia, al fenomeno Pooh: in fondo anche Gaetano Curreri e compagni hanno un dono raro, quello di riuscire ad attraversare diverse generazioni, diverse ere canore mantenendo una loro precisa identità, uno stile sempre riconoscibile, certo aggiornandosi ma senza mai arrendersi totalmente all'invasione delle nuove sonorità. 
Cantano da più di trent'anni l'amore e la quotidianità con ballad a volte soffuse, a volte trascinanti: hanno costellato la storia della canzone leggera italiana di hit che forse non sono tenute nella giusta considerazione. Hanno marchiato gli anni Ottanta con "Acqua e sapone", "Grande figlio di puttana", "Chiedi chi erano i Beatles", e nei tanto bistrattati Novanta hanno raggiunto il top, da "Generazione di fenomeni" a "Stabiliamo un contatto", da "Un disperato bisogno d'amore" a "Ballando al buio"; nel nuovo millennio, infine, "Sorprendimi" e "Guardami", fino a quest'ultimo gioiello senz'altro degno di figurare nell'empireo delle loro migliori creazioni. 
NOEMI E DOLCENERA, CLASSIFICA INGIUSTA - L'esito conclusivo del Festivalone numero 66 presta dunque il fianco a ben poche critiche, riguardo alle posizioni di vertice; il discorso va allargato infatti alla splendida Francesca Michielin, che ha raccolto i frutti di una popolarità di recente in crescendo (grazie anche all'eccellente duetto con Fedez in "Tutto è magnifico") e capace di issarsi fino al secondo posto con la moderna e ariosa "Nessun grado di separazione", che verrà premiata anche dalle radio. Più discutibili altre zone della graduatoria, perché ad esempio Noemi meritava qualcosa di più dell'anonimo ottavo posto finale. Riguardo all'undicesimo di Annalisa, in qualche modo si sono avverati i timori che avevo ventilato sommessamente in questi giorni, anche se mi aspettavo un piazzamento decisamente migliore: la rinuncia all'easy listening frizzante e contemporaneo di Kekko Silvestre e l'avvicinamento a un sound più classicheggiante l'hanno un po' penalizzata, ma rimane comunque un'interprete di grana finissima, il cui problema sarà d'ora in poi cercare una rotta artistica abbastanza precisa, E' un po' un colpo al cuore, ma non sorprende la 15esima posizione di Dolcenera: troppo complessa, troppo poco festivaliera e persino pochissimo "italiana", la sua "Ora o mai più", per incontrare il favore di qualsiasi giuria nostrana; già cara grazia che sia riuscita a evitare il rischio eliminazione, concreto dopo la prima esibizione. 
SCANU IN CRESCITA, FLOP ELIO - Nelle zone basse anche Valerio Scanu, che invece ho trovato più convincente quest'anno che non ai tempi della prematura vittoria di "Per tutte le volte che", e debbo dire che "Finalmente piove", onorevole compromesso fra tradizione sanremese e buona ricerca musicale e testuale, sa imprimersi nella memoria e potrebbe incontrare soddisfazioni insperate fuori dall'Ariston. Elio e Le Storie Tese mettono invece in bacheca il loro peggior piazzamento su tre partecipazioni, un dodicesimo posto di molto inferiore alle attese, se pensiamo ai tanti critici che ne avevano scritto note estasiate, dopo il pre - ascolto dei brani riservato agli addetti ai lavori. Per conto mio, ribadisco quanto già espresso nei giorni scorsi: una canzone così, ragionevolmente, non avrebbe potuto figurare nell'albo d'oro del Festivalone. Ci sta l'ironia, ci sta il divertissement, ci sta la dissacrazione, ma in una rassegna pop deve vincere una canzone pop rigorosa, con tutti i crismi. Come quella degli Stadio, o della Michielin.
UNA "SVEGLIA" PER IL PUBBLICO RAI - Che Sanremo 2016 non sia stato un inno all'orecchiabilità come il precedente l'ho detto ieri, e oggi lo confermo: le canzoni "arrivano", alla fine, ma lo fanno con un po' più di fatica. C'è però un altro aspetto importante da sottolineare: nonostante l'affermazione degli Stadio e l'inatteso quarto posto di Ruggeri potrebbero far pensare il contrario, in realtà si è trattato di un Festival che ha lanciato un messaggio ben preciso all'impigrita platea di Rai Uno. Questo ha detto Carlo Conti: la nostalgia va bene, ma ad un certo punto bisogna anche togliersi un po' di polvere di dosso, non rimanere sprofondati sul divano ad ascoltare sempre le stesse vecchie canzoni in un loop ipnotico, intonate dalla stesse vecchie facce e da voci sempre più appannate. La musica italiana sta cambiando, c'è un vorticoso ricambio generazionale in atto, nemmeno l'ammiraglia di viale Mazzini può ignorarlo, e non deve ignorarlo il pubblico più tradizionalista. Ecco perché il cast dei Big è stato imbottito di nuove leve, di freschi virgulti à la page: oggi sono le Michielin, le Noemi, le Annalisa, i Fragola e gli Hunt a fare mercato e cassetta; gli Al Bano e i Fausto Leali, con tutto il rispetto e la deferenza possibili per questi mostri sacri, si possono lasciare un attimo da parte.... Aprite la mente!
I TALENT NON DOMINANO PIU' - Non si può neanche più parlare di dittatura dei talent, che pure sono delle fucine di emergenti impossibili da snobbare, checché ne dicano certi puristi arroccati nelle loro torri d'avorio. Se andiamo a vedere, i Dear Jack non hanno raggiunto la finale, Alessio Bernabei è stato relegato nelle ultime posizioni, segno che le orde di fans adoranti non sono più massicciamente determinanti in sede di votazioni, certo anche grazie a più equilibrati meccanismi di giuria, ma pure, ritengo, per una "normalizzazione" del fenomeno, che sta mantenendo un ruolo significativo nel panorama discografico senza però essere più predominante, dopo aver sparigliato le carte del mercato negli anni del boom (fra il 2009 e il 2012, direi). Poi personaggi come Noemi, Annalisa e Scanu il cordone ombelicale con i vari "Amici" e "X Factor" l'hanno reciso da un bel po', e la stessa Francesca Michielin la sua esperienza in quel contesto l'ha fatta ormai cinque anni fa, e non si può dire che ne abbia beneficiato, visto che la sua ascesa è passata attraverso altre e più complesse strade.

                                        Cristina D'Avena, protagonista della finalissima

LA VERA VIRGINIA, L'EMOZIONANTE CRISTINA - Rimane da parlare di una finale godibile e a tratti persino austera, che ha riservato poco spazio alla comicità tanto da presentare in... abiti civili anche la mattatrice Virginia Raffaele, che nei panni di se stessa pareva una Cenerentola alle prese col sogno della sua vita. Ci sono stati, questo sì, gli antichi "compagni d'arte" di Conti, Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni, che non hanno deluso, regalando un siparietto tutto sommato gradevole, mettendo simpaticamente in mezzo l'anchorman e offrendo anche una punturina di spillo satirica all'indirizzo del premier Renzi, non scelto dal popolo. Madalina Ghenea e Gabriel Garko sulla stessa linea delle altre sere: inappuntabile, professionale ma tutto sommato freddina la prima, incerto in ogni fase della conduzione il secondo, al quale concediamo l'attenuante del terribile shock pre - Festival (l'incidente in cui se l'è vista veramente brutta, rischiando la vita) ma dal quale ci si poteva comunque attendere qualcosina di più. Cristina D'Avena ha avuto il meritato tributo: si è divertita e si è emozionata, ci ha divertito e ci ha emozionato: cos'altro si può chiedere a un'artista? Qualche sigla in più sarebbe stata gradita, ma fino a poco tempo fa non avrei mai immaginato di poter sentire echeggiare sul palco dell'Ariston i versi della "Canzone dei Puffi" e di "Occhi di gatto". E' successo e anche di questo va dato atto a Carlo Conti: le "canzoni per bambini" hanno una precisa dignità, a maggior ragione se questi brani si sono incisi a chiare lettere nell'immaginario di una generazione, diventando autentici evergreen. 
MARATONA - Nonostante un buon ritmo complessivo, alla fine la durata dello show ha sfiorato le cinque ore. Siamo dunque tornati alle maratone in stile anni Ottanta, o quasi; e, come accadeva all'epoca, gli ospiti stranieri, che non sono mancati a Sanremo 2016, sono parsi una realtà parallela, a sé stante, venivano per cantare la loro hit del momento per poi fuggire rapidamente dal palco, con la sola eccezione di Elton John che però è un monumento e ormai viaggia oltre il mero passaggio promozionale. La gestione Conti, riguardo alla "cornice" della gara, sembra ormai più decisamente orientata verso i superospiti italiani, sui quali il mio pensiero è noto: passi per le celebrazioni di certe vedettes planetarie o delle storiche réunion, ma in linea di massima nulla osterebbe a una loro partecipazione in concorso; l'anteprima del suo nuovo album, Renato Zero non poteva presentarla come brano in gara? Ma so che è una battaglia persa...
Il presentatore e direttore artistico ha avuto modo di omaggiare Pippo Baudo come inventore del Festival di Sanremo nella veste attuale: tributo doveroso, ma affermazione un po' azzardata. Poco dopo, Rocco Tanica ha invece inaspettatamente fatto cenno a Gianni Ravera, storico patron di numerose edizioni della kermesse, che curiosamente in quella sede viene rarissimamente menzionato: è forse lui il vero artefice del Sanremo moderno nei suoi tratti essenziali, poi il Pippo nazionale ci ha lavorato sopra, con modifiche significative ma senza stravolgimenti, ma sarebbe un discorso troppo lungo e articolato. In ogni caso, è giusto non far cadere nel dimenticatoio personaggi senza i quali Sanremo non sarebbe mai diventato il fenomeno musicale, televisivo e sociale che oggi è. 

sabato 13 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA QUARTA SERATA: DOLCENERA E NOEMI TORNANO IN GRUPPO, COM'E' GIUSTO CHE SIA

                                               Annalisa: può puntare alla vittoria

Sanremo 2016 non dovrebbe passare alla storia come il Festival dell'easy listening più schietto. Quando manca ormai solo una serata, la più importante, alla chiusura della kermesse, si può già ben dire che Carlo Conti non sia riuscito a ripetere la magia sonora di dodici mesi fa, quando si arrivò alla finale del sabato con buona parte dei ritornelli già discretamente impressi nella memoria. Quest'anno, almeno per quel che mi riguarda, il processo di assimilazione dei brani è più laborioso. Attenzione, si tratta di un discorso che viaggia su un binario diverso da quello della valutazione della qualità musicale complessiva, che invece non manca e, pur non attingendo vertici siderali, regala comunque alcuni esempi di raffinato valore compositivo. E tuttavia, in una rassegna come il Festivalone l'orecchiabilità rimane fondamentale: il fatto che sia stata intercettata solo parzialmente dagli autori potrebbe, come detto nei giorni scorsi, creare qualche problema sul mercato discografico, con le nuove canzoni che, pur meritevoli, dovranno sgomitare un po' di più per farsi largo tra le concorrenti più commerciali, soprattutto quelle di provenienza estera. 
RIENTRANO NOEMI E DOLCENERA - Perlomeno, la serata di semifinale ha sanato un paio di ingiustizie maturate in avvio di settimana, perché vedere Noemi e Dolcenera in zona pericolo era francamente inconcepibile: il secondo ascolto delle loro proposte ha confermato le ottime impressioni della "prima volta". "La borsa di una donna" è sostenuta dall'ispirata poetica del Masini più maturo e riflessivo già ammirato dalla bella e sottovalutata "Italia", da lui presentata in gara nel 2009, "Ora o mai più (Le cose cambiano)" è opera sofisticata, complessa, forse non da Festival nel senso che ho cercato di spiegare a inizio articolo, una mirabile fusion tra pop, jazz e blues che conferma la statura autoriale ormai raggiunta dall'artista pugliese. Spiace invece per gli Zero Assoluto, che con "Di me e di te" hanno saputo mantenere la semplice freschezza nei testi e nei suoni del loro periodo di maggior fulgore mainstream. Anche gli altri brani che fino a stasera... lotteranno per non retrocedere erano tutto sommato meritevoli di maggior fortuna: in particolare, Irene Fornaciari ha un pezzo intenso e dolente, Neffa è fedele al suo stile, senza guizzi particolari, ma "Sogni e nostalgia" ha un ritmo che si fa ricordare, e tutto sommato anche i Dear Jack hanno portato una canzone di discreto impatto, vagamente malinconica e interpretata con voce possente da Leiner Riflessi. 
TRADIZIONE SANREMESE - Se il compianto Vittorio Salvetti aveva definito l'ultimo Festival da lui organizzato, nel lontano 1978, "un Sanremo in blue jeans", con chiaro riferimento a una maggiore vivacità sonora, più vicina ai gusti dei giovani, quello di quest'anno può essere invece etichettato come "un Festival in abito da sera", perché sul piano della tessitura musicale sembra strizzare più convintamente l'occhio alla tradizione nostrana, alla melodia, pur se rivisitata e rielaborata con canoni attuali. E' il caso di "Il diluvio universale", con cui la splendida Annalisa, lo si è già scritto, si è un po' allontanata dall'immediatezza delle composizioni griffate Modà, ma emerge prepotentemente con una canzone che "straripa" d'amore e di parole, un classicone sanremese in crescendo, impreziosito da una superba interpretazione, che può tranquillamente puntare al bersaglio grosso; in parte, solo in parte, percorso simile a quello compiuto da Alexia fra il 2002 e il 2003, quando la spezzina tutta pepe abbandonò la radiofonicità per offrire un esercizio di stile molto impegnativo, ben scritto e cantato, che le consentì di vincere Sanremo ma che alla lunga non lasciò il segno; Annalisa è invece rimasta in una terra di mezzo, saggiamente, e ciò dovrebbe giovarle. Sguardo rivolto al passato anche per Lorenzo Fragola, mentre più moderna, sia nel testo sia nella struttura complessiva, pare "Nessun grado di separazione" di Francesca Michielin. 
RUGGERI E STADIO, BRIO E ANNI OTTANTA - La bandiera del brio è tenuta alta soprattutto da Alessio Bernabei, la cui "Noi siamo infinito" è iper commerciale ma per questo può fare breccia in radio e nelle discoteche, e poi da Rocco Hunt che ha riletto e contaminato col rap alcuni stilemi di quella nuova musica napoletana portata ai massimi vertici creativi da Pino Daniele, Tullio De Piscopo  e altri loro seguaci. Ma anche Enrico Ruggeri è tuttora in grado di trascinare la platea, con un rock che però presenta anche una interessante riscoperta delle origini, con arrangiamenti e trovate musicali che riconducono a certa sua produzione anni Ottanta. 
A proposito di veterani, nell'incertissima lotta per il primo posto dovrebbero inserirsi senza difficoltà gli Stadio, per i quali vale in parte il discorso fatto per Rouge: la loro ballata "Un giorno mi dirai" è un felice compromesso fra lo stile che ne ha decretato il grande successo dagli anni Novanta in poi e alcuni elementi distintivi dei loro esordi, ad esempio quella coralità che in certi passi richiama vagamente brani come "Chiedi chi erano i Beatles". Riguardo ad Elio e Le Storie Tese, ribadisco: divertissement da cabaret o addirittura da piéce teatrale, la loro "Vincere l'odio", ma sarebbe ingiusto che una tale opera sbancasse il Festival; avrebbe avuto più senso, nell'86, un trionfo di Arbore, la cui "Il clarinetto" era sì ridanciana, ma comunque una canzone con tutti i crismi, rispettosa degli schemi.
TRE OTTIME NUOVE PROPOSTE - La gara dei giovani è parsa di buon livello, ma, ahimé, ciò non è garanzia assoluta di successo nelle charts, come ha dimostrato l'edizione 2015. Il vincitore Francesco Gabbani, Chiara Dello Iacovo ed Ermal Meta sono artisti perfettamente al passo con il pop contemporaneo, che i tre declinano in forme diverse ma ugualmente efficaci: più immediato Gabbani, più cantautorale  e minimalista Chiara, più ricercato negli arrangiamenti Ermal. Meritano il meglio, mentre per il "pasticciaccio votazioni" della sera precedente è stata adottata la soluzione più logica, fare esibire fuori concorso Miele, che ragionevolmente non poteva essere riammessa in gara, dal momento che la sua effimera qualificazione era stata causata da un malfunzionamento delle giurie, quindi di fatto non esisteva.
ARRIVA CRISTINA! - Sarò forse insensibile (ma... no, non credo di esserlo, suvvia!), e tuttavia il monologo di Enrico Brignano  sulla paternità non mi ha particolarmente colpito, l'ho trovato piuttosto banale e retorico; dell'attore romano preferisco, al momento, il registro comico. Virginia Raffaele ha ripescato Belen Rodriguez, uno dei suoi tormentoni, e l'ha cavalcato con perizia, con la consueta ciliegina sulla torta, rappresentata stavolta dal "paparazzo portatile". Chapeau. Eccellente la performance di Elisa, per la quale sono tuttavia costretto a ripetermi: i superbig come lei devono, prima o poi, tornare in concorso, basterebbero anche solo due vip di quel livello ogni anno per far salire di tono la gara. 
Visto che siamo in tema di superospiti, stasera ci sarà Cristina D'Avena, alla quale invece quel ruolo calza a pennello, anche perché difficilmente potrebbe essere inserita come concorrente in una tenzone di canzoni "adulte". Non so ancora cosa canterà: ognuno di noi, bambini degli anni Ottanta, vorrebbe sentire risuonare all'Ariston le proprie sigle preferite, nel mio caso sarebbe da sogno un poker "Canzone dei Puffi - Pollon - Piccole donne - L'incantevole Creamy", ma la sua produzione è sconfinata, moltissimi amano anche i pezzi che ha inciso nella seconda fase della sua carriera. Insomma, stasera forse molti di noi rimarranno delusi nel non poter ascoltare la sigla a cui più siamo affezionati, ma l'importante è che Cristina sia lì, perché lo merita e perché comunque ci emozionerà. 
PRONOSTICO IMPOSSIBILE - Stasera, dunque, finale thrilling, perché non si sa come l'Auditel parerà il colpo di Juventus - Napoli (ripeto: scelta sciagurata, quella della contemporaneità), e perché, soprattutto, c'è massima incertezza sull'esito della gara. Mi limito a un sestetto di papabili, in ordine sparso: Annalisa, Stadio, Arisa, Iurato - Caccamo, Patty Pravo, Elio. Outsider, in seconda fila: Noemi, Dolcenera, Fragola, Michielin, Hunt, Scanu. Come si vede, le nebbie non si sono diradate rispetto a quanto avevo scritto alla vigilia, il gruppone dei favoriti è sempre folto: ulteriore conferma del fatto che nessuno sia riuscito a emergere prepotentemente sui rivali. 

venerdì 12 febbraio 2016

SANREMO 2016: LA TERZA SERATA, FRA COVER CHE NON PASSERANNO ALLA STORIA E IL PASTICCIO DELLE NUOVE PROPOSTE

                                                   Stadio: cover vincente

La serata delle cover, ovvero la serata più "carlocontiana" della settimana sanremese. Una derivazione diretta, se vogliamo, di trasmissioni cult come "I migliori anni" o anche "Tale e quale show", con abiti più scintillanti e glamour, ma pur sempre sul filo della nostalgia canora, l'elegante rievocazione dei bei tempi andati che, per un consistente periodo di tempo, ha fatto la fortuna catodica dell'anchorman toscano. Non amo particolarmente i  rifacimenti di vecchi successi: le cover che ho apprezzato, e parlo di tutta la storia recente della musica leggera, si possono contare davvero sulle dita di due mani, non oltre. Tuttavia era doveroso ripetere l'evento dopo l'imprevisto boom del 2015, quando la proposta griffata Nek, "Se telefonando", prese incredibilmente il volo dall'Ariston fino a diventare uno dei successi dell'estate. 
GOLDRAKE, OCCASIONE MANCATA - Escluse sporadiche eccezioni, come la citata hit di Mina rinata a nuova vita, in genere commentare una serata come quella di ieri è difficile, perché animata da performance che nascono e muoiono nel breve volgere di poche ore, utili per un happening di cui verrà conservata scarsa memoria. Il giudizio complessivo viaggia su due binari diversi: quello della qualità delle interpretazioni, che mi è parsa ampiamente accettabile con diversi picchi degni di nota, e quello dell'originalità nella rilettura delle canzoni, che ha invece brillato per una generale latitanza. Lampanti, in tal senso, gli esempi forniti dai primi due artisti in scaletta: Noemi è stata ispiratissima ed energica in "Dedicato", di cui però già la "titolare", Loredana Bertè, aveva fornito una versione più rockeggiante rispetto all'originale, esattamente come quella ascoltata ieri; e gli Zero Assoluto hanno perso una grossa occasione: "Goldrake", sigla finale della seconda serie italiana del mitico cartone jap (la prima fu "Shooting star"), era stata riscoperta e trasformata in brano soft dal giovane Alessio Caraturo, all'inizio di questo millennio: il vero atto di coraggio, per Thomas e Matteo, sarebbe stato invece il ritorno alla natura primaria del brano, con quel morbido ritmo vagamente danzereccio e quelle sonorità in stile anni Settanta al tramonto. 
CLEMENTINO CORAGGIOSO - Più intraprendenti, ebbene sì, i Dear Jack, che hanno dato una veste sonora più fresca a "Un bacio a mezzanotte", senza tuttavia operare netti stravolgimenti, così come Alessio Bernabei, convincente in "A mano a mano" di Cocciante grazie anche alla felice accoppiata con gli emergenti Benji & Fede, inappuntabili e particolarmente a loro agio. Clementino va elogiato perché era alle prese con una composizione assai complessa come "Don Raffaè" di Fabrizio De Andrè, e se l'è cavata più che dignitosamente, supplendo a qualche pecca tecnica con l'intensità e il trasporto nell'interpretazione. Notevole l'arrangiamento vagamente disco - settantiano di "Io vivrò (senza te)" offerto da Valerio Scanu, di ancora maggior impatto quello etereo, a tratti perfino celtico, che ha fatto crescere ulteriormente le quotazioni di Francesca Michielin, al top in "Il mio canto libero". 
ELII, GENIALI SENZA SPECCHIARSI - Gli azzardi maggior sono arrivati da chi agli azzardi ormai ci ha abituati: Dolcenera ha rivoltato come un calzino "Amore disperato", convertendola in un pezzone dance; io rimango fedelissimo al 45 giri che sottolineò quotidianamente la mia estate 1983, ma non mi sento di escludere che questo esperimento possa ottenere riscontri insperati, persino avvicinandosi ai livelli del Nek citato in apertura. E poi, Elio con Le Storie Tese di nuovo al completo, per una sera (c'era Rocco Tanica, che in gara non può comparire in quanto, essendo fra gli autori del Festival e componente del cast, sarebbe in conflitto di interessi): al bando gli esercizi di stile, "Quinto ripensamento" è una libera, godibile rilettura di un "classicone" della colonna sonora di "La febbre del sabato sera", ("A fifth of Beethoven" di Walter Murphy, che era a sua volta rielaborazione dell'opera del grande compositore), costruita con la solita, ironica verve narrativa e linguistica della geniale band. Alla fine, e tutto sommato giustamente, ha comunque prevalso l'emozione più genuina, quella regalataci dagli Stadio in versione "mista", col rientro di alcuni ex fra cui il grande chitarrista Ricky Portera, per un omaggio senza fronzoli a Lucio Dalla e a una delle sue poesie più intense e colme di sentimenti, "La sera dei miracoli". 
POOH INTERNAZIONALI - Nel complesso, comunque, mi è parsa una serata sanremese destinata a non restare negli annali, se non per l'attesa réunion dei Pooh, che si avviano a vivere alla grande l'ultimo anno di carriera. Sbaglierò, ma nonostante la loro popolarità oceanica ho comunque la sensazione che non siano valutati per quel che realmente sono, ossia una band - fenomeno che meriterebbe di stare nell'empireo dei colossi del pop internazionale del Novecento, capaci di attraversare diverse epoche musicali senza mai stravolgere il loro stile, se non con opportuni aggiornamenti dovuti al mutare delle sonorità, e una vena creativa easy listening ma mai banale che ha conosciuto ben pochi cedimenti. 
Nelle oltre quattro ore di spettacolo, agli altri son rimaste le briciole: comunque di rilievo, e insolito per il Festivalone, l'omaggio al cinema muto da parte del mimo Marciel, mentre Virginia Raffaele, pur non raggiungendo le vette inarrivabili toccate con Carla Fracci, ha comunque fatto centro modellando la caricatura di Donatella Versace sul canovaccio del celebre film "La morte ti fa bella". Una doverosa e sentita sottolineatura per l'atleta down Nicole Orlando: intelligente, sensibile, ma soprattutto dotata di talento in tanti campi. Splendida. Stando a contatto con tanti ragazzi e ragazze come lei, in una mia ormai lontana e poco felice esperienza lavorativa in un ente che si occupa di assistere persone con handicap, mi resi conto che spesso, da un confronto fra loro e le persone cosiddette "sane", queste ultime escono sovente a pezzi sul piano umano. 
PASTICCIO GIOVANI - Rimane da parlare del pasticciaccio della votazione delle Nuove proposte: eleggere un vincitore e poi capovolgere il verdetto per problemi tecnici è una delle cose peggiori che possano capitare, e che un evento come quello ligure non dovrebbe permettersi. Miele, vittima dell'inconveniente (comunque giusto che sia passato l'ottimo Francesco Gabbani al suo posto) dovrebbe cantare stasera fuori concorso, ma non è escluso che possa essere addirittura riammessa in gara: visto che la votazione effettuata correttamente ha dato un altro esito, come "risarcimento" potrebbe forse bastare il regalo di un'altra performance in Eurovisione, per attenuare la comprensibile amarezza. 

giovedì 11 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA SECONDA SERATA: SHOW QUASI PERFETTO, MA LA GARA E' ENIGMATICA. NESSUN FAVORITO

     
                                            Francesca Michielin: buon esordio

L'enigma Sanremo si infittisce. Chiusa la seconda serata, ascoltati almeno una volta tutti i brani in concorso, le nebbie non si sono diradate. Così come il cast non presentava, lo si era detto già a dicembre, nessun nome davvero in grado di sovrastare tutti gli altri, lo stesso può dirsi ora delle canzoni: non c'è quella di impatto così possente da poter fare il vuoto in graduatoria, o comunque da poter assumere il ruolo di battistrada nella corsa al titolo. Meglio così per la suspense della tenzone (e quindi per il gradimento televisivo dell'evento), ma sul piano discografico è da mettere forse in preventivo una maggiore difficoltà, per queste nuove composizioni, a far breccia presso il pubblico, necessitando tutte di più ascolti per essere assimilate e valutate appieno. Ci ritorneremo fra breve, non prima di aver sottolineato come lo show di poche ore fa, per quelli che sono i miei parametri, ha rasentato la perfezione, offrendo tutto ciò che lo spettatore medio di una buona tv generalista può pretendere: registri alti e meno alti, momenti di ilarità e altri di commozione, buon ritmo grazie alla guida sicura di Carlo Conti, ma a dominare tutto, sempre e comunque, la musica, anche questa declinata in varie forme, in tutti quei sapori a cui il direttore artistico ha più volte fatto riferimento nelle sue dichiarazioni di intenti: il pop più leggero, ma anche la classica, la nuova dance, il rap, e persino pennellate di jazz e blues. 
OSPITI INUTILI - Onestamente, pretendere di più è difficile. Certo, gli incidenti di percorso non sono mancati: mi risulta incomprensibile, ad esempio, l'insistenza della dirigenza Rai, e di ogni "patron" del Festivalone, nel voler riproporre ogni volta il divo hollywoodiano, un'abitudine inaugurata nel 2001 con Russel Crowe e Antonio Banderas e purtroppo ormai radicatasi nel tessuto della kermesse. Nicole Kidman è brava e bella, parla persino un po' d'italiano, ma la presenza sua, come dei tanti che l'hanno preceduta, è stata superflua; andrei invece oltre per definire il passaggio di Antonino Cannavacciuolo: del tutto inutile, perché ha tolto minutaggio al Dopofestival e il ragazzo poteva tranquillamente restarsene fra i suoi amati fornelli. Come se di cucina non si parlasse già abbastanza, nella sventurata tv di oggi. 
EMOZIONI - Rimangono le emozioni forti. Quelle attese, fornite dal fuoriclasse Ezio Bosso, che onestamente non conoscevo e il cui talento, sostenuto da un'incrollabile forza di volontà, è ora alla portata di una platea sconfinata proprio grazie al Sanremo e all'intuizione di Conti. Quelle inattese, regalateci a notte inoltrata da un insospettabile Nino Frassica, che ha prima colto nel segno comico col suo tentativo di battere il record di cambi di giacca in una sola sera ed è poi salito in cattedra con uno splendido brano recitato, dedicato ai bambini vittime del dramma dei migranti, una poetica "Al mare si gioca" che in certi accenti accorati e dolenti mi ha ricordato "Signor tenente" del compianto Faletti, che pure affrontava una tematica diversa. 
Emozioni che invece sono arrivate in misura minore da un Ramazzotti tutto sommato da compitino e che, nella riproposizione riveduta e corretta dei suoi tre successi sanremesi anni Ottanta, ha acceso in me il rimpianto per le benedette versioni originali, che per certi brani storici non dovrebbero mai essere toccate e modificate. Di Virginia Raffaele, beh, che dire? Se con Sabrinona Ferilli aveva sì convinto, ma con qualche caduta di tono, proponendo la caricatura di Carla Fracci ha invece toccato vette forse inarrivabili: una performance che dovrebbe essere proiettata a ciclo continuo nelle scuole per giovani attori e comici; ci sono stati momenti di genialità assoluta, come il balletto classico sulle note di "La notte vola", ma è stato solo uno dei picchi. Sarebbe un peccato se l'imitazione (termine limitativo) dell'étoile rimanesse confinata a questo singolo episodio: c'è già una voglia matta di rivederla quanto prima. 
CLASSIFICA SORPRENDENTE - Le canzoni, adesso, con votazioni un po' birichine, che hanno relegato in... zona retrocessione alcune delle proposte secondo me più meritevoli. Ad esempio gli Zero Assoluto, che nei pre - ascolti dei brani in gara riservati agli addetti ai lavori avevano fatto quasi il pieno di bocciature, si sono invece resi protagonisti di un ottimo ritorno, nove anni dopo l'ultima volta all'Ariston, con una "Di me e di te" perfettamente in linea con il loro stile ancora oggi attuale e moderno, una produzione ritmata e orecchiabile. Lo stesso dicasi per Neffa, che non ha rischiato molto inserendosi parzialmente  nel solco della hit estiva "Sigarette", ma ha comunque offerto una notevole "Sogni e nostalgia", marcetta vagamente retrò, con la consueta ricercatezza sonora che rifugge da schemi banali. Sperimentalismo che è ormai marchio di fabbrica anche di Dolcenera, chi ne ha ascoltato gli ultimi lavori discografici lo sa bene: Emanuela è ormai un'artista completa, che ha accettato l'azzardo di portare in Riviera un pezzo complesso come "Ora o mai più (le cose cambiano)", un pop ricchissimo  e variegato, con venature blues e jazz, splendidamente composto ma che non "arriva" subito, e questo può averla penalizzata ieri sera; forse lei stessa ne è rimasta sorpresa, visto che al Dopofestival, informata dei risultati, ha esclamato: "Il mondo si è capovolto", non si è capito se ironicamente o seriamente. 
BRAVA FRANCESCA - Fra i momentanei promossi, bene, a parte qualche incertezza vocale, lo scricciolo Francesca Michielin con una "Nessun grado di separazione" che è forse la proposta più contemporanea fra quelle dei Campioni, da risentire Annalisa che, del resto, sapeva bene di andare incontro a orizzonti ignoti separandosi dall'easy listening griffato Kekko Silvestre: "Diluvio universale" pare il pezzone classicamente sanremese, ben congegnato e cantato a voce spiegata, anche questo però non di impatto immediatissimo, ma che potrebbe avere diverse chance di inserirsi nella lotta per il titolo. Stesso discorso per Valerio Scanu, che ha interpretato impeccabilmente "Finalmente piove", un'opera di buona qualità testuale e musicale di Fabrizio Moro. Per Elio e Le Storie Tese va fatto un discorso a parte: con "Vincere l'odio" siamo oltre la canzone ironica e dissacrante, come tante ce ne sono state in passato su quel palco; qui siamo al divertissement puro, al cabaret canoro più raffinato. Trovo che una composizione del genere non possa ambire alla vittoria, ma avremo tempo e modo di riparlarne. 
CECILE FUORI, PECCATO - Patty Pravo non ripeterà l'exploit di "E dimmi che non vuoi morire", ma con "Cieli immensi" fa comunque passi avanti rispetto alle ultime, non memorabili apparizioni all'Ariston, mentre onestamente mi sfugge il motivo del successo raccolto da Clementino, che pare il Rocco Hunt esordiente di due anni fa, con un rappino all'acqua di rose piuttosto retorico. Bernabei tenta, dodici mesi dopo, un'operazione Nek, con una dance di marca ottantiana - novantiana riveduta e corretta: una cosa davvero leggerina, ma che in radio potrebbe funzionare. Fra i giovani bene Chiara Dello Iacovo ed Ermal Meta, spiace per Cécile, penalizzata da un sorteggio crudele: fosse stata in gara questa sera, credo che avrebbe avuto ben poche difficoltà ad accedere alla finale di venerdì. Un peccato, perché, al di là dei contenuti forti, "N.E.G.R.A." è una delle canzoni più in sintonia con i gusti delle nuove generazioni, fra quelle sentite quest'anno in Liguria. 

mercoledì 10 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA PRIMA SERATA: CONTI BAUDIANO, VIRGINIA SUPER, ELTON E LAURA EMOZIONANTI, ROCCO HUNT IN POLE POSITION

                                                    Rocco Hunt: ha convinto 

Non basta certo il solo, primo ascolto per valutare la bontà o la mediocrità delle canzoni sanremesi. E' bastata invece la sola prima serata del Festivalone per capire quanto sia stata azzeccata la scelta della Rai di confermare Carlo Conti sulla tolda di comando. I buonissimi ascolti del debutto, certo, ma non è solo una questione di meri dati numerici, perché la settimana è lunga e potrà benissimo esserci un calo fisiologico, così come è da tenere in considerazione il "pericolo" Juventus - Napoli per la finale di sabato. Ma per una volta andiamo oltre l'Auditel: la Rai ha fatto centro perché Carlo Conti è ormai padrone assoluto della kermesse. In senso buono, ovviamente: nessuna "dittatura", ma semplicemente la capacità di gestire con mano ferma e senza cedimenti la più complessa e delicata macchina spettacolare della tv italiana. E' alla seconda esperienza, l'anchorman toscano, ma pare un veterano, pare essere nato su quel palco: il paragone con Pippo Baudo, numero uno degli anfitrioni rivieraschi, ormai ci sta a pieno titolo, fatte salve le differenze di personalità fra i due. 
VIRGINIA E ANNA - L'impronta di Conti è visibilissima: lo show scorre via con buon ritmo, si arriva oltre la mezzanotte senza avvertire quella stanchezza dovuta a pause e tempi morti eccessivi, che invece abbondavano in tante edizioni precedenti. Show godibile e di buon gusto, con sana alternanza fra concorrenti e ospiti e un solo siparietto gratuito e dimenticabile, quello a notte fonda con Kasia Smutniak e Anna Foglietta in promozione del nuovo film: peraltro la mia personale adorazione per la Foglietta fa passare la cosa in secondo piano, tanto più che abbiamo anche potuto scoprire la notevoli doti canore della ragazza, alle prese con la sua canzone di Sanremo preferita, "Un'emozione da poco"... A proposito di miti personali, Virginia Raffaele potrebbe anche recitare l'elenco telefonico (un po' come si diceva qualche anno fa di Giorgia) ma risulterebbe ugualmente bravissima e sul pezzo: quella di Sabrina Ferilli è un'altra caricatura riuscita, l'ennesima della sua ormai lunga collezione, con qualche alto e basso nelle battute (non è facile tenere il palco per un'intera serata con un unico personaggio) ma nel complesso di buon livello. 
NOEMI, STADIO, RUGGERI E ARISA: NON MALE - Sulle canzoni in gara, come accennato in apertura, è opportuno sospendere il giudizio. Non so se l'organizzazione del Festival si muova come accadeva in passato, quando, a quel che si racconta, spesso le composizioni migliori venivano gettate in pista nella seconda serata per mantenere vivo l'interesse del pubblico, dal momento che l'ouverture, in automatico, convoglia sempre davanti al video milioni di spettatori a prescindere dai contenuti. Non che quanto ascoltato ieri sia da buttare, anzi: al primo impatto non ho avvertito la sensazione di trovarmi davanti a qualche potenziale evergreen, ma diversi pezzi mi hanno favorevolmente colpito. Ad esempio Noemi, con "La borsa di una donna", ha portato all'Ariston un Marco Masini dalla poetica particolarmente felice, ma non sorprende del tutto il piazzamento dell'artista in "zona pericolo" (ossia nelle ultime quattro posizioni), perché il brano non è immediatissimo e perché forse la brava "rossa" era un po' emozionata e non ha reso al cento per cento. I veterani Stadio e Ruggeri sono ancora in piena ispirazione: si son presentati con proposte più moderne e al passo coi tempi, per dire, di quella del ventenne Lorenzo Fragola, che mi è parso attestarsi su una prudenziale linea melodica in perfetto stile sanremese. Abbastanza orecchiabili pur se non innovativi i Dear Jack col nuovo vocalist Leiner Riflessi, mentre Arisa non sorprende più con la sua voce limpida, cristallina, senza sbavature: "Guardando il cielo" ha un testo interessante e un sound piacevole, anche se, di primo acchito, sembra mancare di un ritornello di grandissima efficacia. 
ROCCO HUNT PUNTA AL COLPACCIO - "Semplicemente" dei Bluvertigo è canzone di discreta fattura, ma ha scontato l'afonia di Morgan, di cui in effetti ricordavo alcune difficoltà vocali in certe recenti apparizioni: la speranza è che possa risolvere la situazione come avvenne per Grignani l'anno scorso, partito male e poi risollevatosi strada facendo; il contrario sarebbe un peccato perché, ripetiamo, l'opera proposta ha una sua dignità, pur non attingendo vette particolari di genio. Giuliano Sangiorgi ha saputo dare una veste non troppo banale e piuttosto elegante a "Via di qui", che comunque porta Deborah Iurato e Giovanni Caccamo nel solco dei classici duetti in stile festivaliero. Spiace per Irene Fornaciari, che continua a incontrare strane difficoltà nel far breccia presso il grande pubblico: anche stavolta parte ad handicap (anche lei è fra le ultime quattro), nonostante un brano teso ed emozionante come "Blu", nello stile di una precedente apparizione sanremese, quella del 2010 con "Il mondo piange". Gira che ti rigira, il più autorevole candidato al successo finale messo in mostra dalla prima serata potrebbe essere Rocco Hunt, che ho trovato enormemente maturato rispetto al retorico esordio di due anni fa: ancora impegno sociale, ma messo in musica con maggior perizia tecnica, e un ritmo trascinante. Altri "papabili" espressi dalla soirée d'apertura sono di certo gli Stadio, con la loro classe infinita. 
SULLE ALI DELLA NOSTALGIA - Per il resto, i picchi emozionali della serata sono stati tre: in primis l'ouverture nel segno della nostalgia, con la carrellata di tutti i vincitori sanremesi, un'emozione che non tutti possono comprendere. Personalmente, dai primi anni Ottanta in poi ogni filmato mi ha riportato alla memoria precisi momenti della mia vita, perché Sanremo può essere anche questo, può ravvivare ricordi, farli riaffiorare, sottolineare eventi belli e meno belli della nostra esistenza. Peccato che alcune clip non fossero di provenienza sanremese, come quelle del 1967, 1973 e 1976: chi si occupa del Festivalone sa che le registrazioni di quelle edizioni sono al momento irreperibili nell'archivio Rai, speriamo che la cosa venga sanata al più presto. Identiche sensazioni avrà senz'altro suscitato in molti miei coetanei il breve recital di Laura Pausini: perché noi quarantenni l'abbiam vista nascere artisticamente, e chiunque capisse un po' di musica si era reso ben conto, già nel '93, che non sarebbe stato un fuoco di paglia, anche se il sottoscritto di certo mai avrebbe pronosticato per lei successi planetari. 
SOLO MUSICA PER ELTON - Di grande efficacia la performance di Elton John, con un Conti bravo a tenere rigorosamente la conversazione su tematiche strettamente musicali: le polemiche e le discussioni senza fine lasciamole ai politicanti e ai giornalisti a caccia di effimeri scoop. Caspita, solo in Italia accade di avere sul palco un fuoriclasse di prima grandezza come Elton rischiando di buttare tutto in vacca parlando di faccende private: all'Ariston, per fortuna, non è accaduto. Menzione d'onore per Rocco Tanica, momentaneamente fuori dagli Elii per regalarci un'edicola certo più briosa di quella di Gianni Ippoliti, un classico dei Sanremo baudeschi, mentre speriamo che la divertente coppia di sposini "in Salamoia" Marta Zoboli - Gianluca De Angelis, già ammirata fugacemente l'anno scorso in chiusura di Festival, possa avere più spazio nelle prossime serate. Meglio loro, sicuramente, di Aldo, Giovanni e Giacomo, che potevan proporre qualcosa di nuovo invece della solita solfa di "Pdor figlio di Kmer". 

martedì 9 febbraio 2016

SANREMO 2016: AL VIA UN FESTIVAL "OPEN" E LIVELLATO, CON UN GRUPPONE DI PAPABILI PER IL SUCCESSO FINALE


A poche ore dal via, la domanda più banale eppure inevitabile: che Festival sarà, il 66esimo della serie? Sarà un Sanremo "open", la prima cosa che mi viene da dire. "Open" in quanto la porta verso la gloria, verso il trionfo finale, è teoricamente aperta a un numero elevatissimo di pretendenti, come raramente è accaduto in passato. Appena dodici mesi fa ci trovavamo a fare la cronaca di una vittoria annunciatissima (su "Note d'azzurro" l'avevo prevista fin da dicembre, senza fare supremi sforzi di fantasia), quella del Volo che, in extremis, dovette vedersela con l'imprevedibile colpo di coda di Nek, ormai però troppo attardato per puntare al bersaglio grosso. Altre volte, i "papabili" avevano formato gruppi un tantino più numerosi ma comunque ristretti (due anni fa si parlava di Arisa, Renga, Gualazzi e pochi altri). 
PIU' DI DIECI POSSONO SOGNARE - Quest'anno no. Quest'anno almeno la metà dei Campioni in concorso possono legittimamente ambire a fare il colpaccio. Questo sulla carta, intendiamoci, perché il primo ascolto dei brani potrà diradare molte nubi e fare una prima, consistente scrematura. Sta di fatto che, in mancanza del nome "che spacca" (poteva essere Alessandra Amoroso, che ha invece deciso di far uscire il nuovo album poco prima della kermesse, tenendosi ancora una volta alla larga dalla Riviera dei Fiori), il patron Carlo Conti ha puntato su quello che in termini sportivi viene definito "livellamento": un campionato della canzone equilibrato, senza assi pigliatutto, e ciò gioverà assai al pathos della tenzone; che poi tale livellamento sia verso l'alto o verso il basso, sarà il pentagramma a dircelo. Alla vigilia, possono essere considerate da podio Dolcenera, Arisa, Noemi e Annalisa, la nouvelle vague rosa della nostra canzone leggera, con le ultime due ormai affrancatesi da tempo dai loro esordi in ambito talent; poi i tre veterani Patty Pravo, Enrico Ruggeri e Stadio, e quel Lorenzo Fragola che cerca la consacrazione dopo la prima, convincente apparizione all'Ariston e il buon esito del disco d'esordio. 
LA FORZA DEL DUETTO? - Ancora: Rocco Hunt pare molto quotato, e non è detto che non si possa assistere al definitivo sdoganamento festivaliero del genere rap hip-hop. Neffa ed Elio e le Storie Tese rappresentano le schegge impazzite, ma il pezzo proposto dagli Elii ha fatto il pieno di consensi fra gli addetti ai lavori che han potuto ascoltare in anteprima le canzoni, e una loro affermazione dopo due secondi posti non stupirebbe. Nelle ultime ore, poi, sono date in poderoso crescendo le chance della coppia Deborah Iurato - Giovanni Caccamo, e la cosa per dire la verità mi lascia un tantino perplesso, a meno che non si sia in presenza di una composizione di struggente bellezza e possente impatto: chi dice che le coppie han sempre fatto centro presso la platea sanremese racconta una verità parziale, perché ai trionfi di Al Bano & Romina o di Anna Oxa e Fausto Leali, per citare due esempi, hanno fatto da contraltare tonfi clamorosi, come i duetti Minghi - Nava del 2000 o Tatangelo - Stragà del 2003, e pure quello fra lo stesso Leali e Luisa Corna nel 2002 (che funzionò sul momento ma alla lunga lasciò poche tracce); l'abbinamento fra i due giovani siciliani, oltretutto, sconta in partenza una certa debolezza, in fatto di curriculum e popolarità. Vedremo. 
BRIO ALLA CONDUZIONE - Sul Festival nel suo complesso, sulla struttura del carrozzone, ho già scritto molto nei mesi scorsi: avendo individuato una formula semplice ma vincente, e forse in grado di reggere per diverso tempo, Conti ha giustamente limitato al minimo le innovazioni. Però l'inserimento nel cast dei conduttori di un "valletto", Gabriel Garko, e di una battitrice libera di immenso e poliedrico talento come Virginia Raffaele, che da anni meritava tale traguardo, dovrebbero dare al tutto la giusta dose di brio, magari avvicinando la frizzante squadra che pilotò la fragile nave di Sanremo 2004 (Simona Ventura, Gene Gnocchi, Paola Cortellesi e Maurizio Crozza, ricordate?). 
SUPEROSPITI, ELITE ACCETTABILE - Riguardo agli ospiti, si insiste ormai con pervicacia sulla suddivisione fra italiani in gara e italiani a far passerella, ma se nelle ultime edizioni si è assistito spesso a presenze ingiustificate (su tutte quelle di Ligabue e Tiziano Ferro), quest'anno almeno esistono valide ragioni per celebrare la grandezza euromondiale di Laura Pausini ed Eros Ramazzotti o la réunion pre - scioglimento dei Pooh con Riccardo Fogli, mentre magari Elisa canterà in inglese, cosa che al momento ai concorrenti non è concessa (in passato si poteva) ed è un'artista che, per modalità espressive, definire "italiana" è perfino riduttivo. L'unica ospitata di cui mi sfugge il significato è quella di Renato Zero, che poteva comparire tranquillamente fra i big in competizione. Quanto a Cristina D'Avena, che vedremo sabato sera, va tenuta fuori da tutti questi discorsi: è una grandissima a tutto tondo, che ha fatto cantare e sognare generazioni di bambini e ragazzi, ma che ha sempre battuto un territorio sonoro lontano anni luce da quelli tipici della gara sanremese, e mai si è cimentata in brani, diciamo così, "adulti": la sua presenza fuori concorso ci sta, ed è anzi un doveroso tributo. 
POLEMICHE FUORI LUOGO - Le polemiche su Elton John e il marito sono incommentabili, se non dicendo che fanno bene certi Paesi esteri più avanzati, ma forse sarebbe meglio dire solo più civili, a canzonarci e prenderci per i fondelli. O meglio, a prendere per i fondelli chi alimenta certe discussioni, perché io me ne chiamo fuori e mi sento, in questo senso, pochissimo italiano. Allo stesso modo, non trovo normale che, durante la prima conferenza stampa sanremese della settimana, un giornalista ritenga "inevitabile" fare a un membro del cast (Gabriel Garko) una domanda sul ddl Cirinnà. Fermo restando che ognuno è assolutamente libero di porre i quesiti che più ritiene opportuni, mi sembra francamente fuori contesto e anche piuttosto triste andare a Sanremo per chiedere a uno dei presentatori, come prima curiosità, l'opinione su un disegno di legge che non ha alcun legame diretto con l'evento specifico.Voglio dire: ci sono tempi e luoghi per parlare di tutto (e anzi, di spazi di discussione in tv ne esistono fin troppi...), al Festival sarebbe bello, confermando la positiva tendenza dell'anno scorso, tornare a concentrarsi esclusivamente sulla musica, che negli ultimi tempi, grazie anche alla nascita di nuove rassegne canore (su tutte il Summer Festival di Canale 5) ha dimostrato di aver riconquistato una certa appetibilità anche sul piano catodico. 
INUTILE SFIDA CALCIO VS. MUSICA - A tal proposito, sarà interessante la sfida del sabato sera fra la finale rivierasca e il match scudetto Juve - Napoli: scontro assurdo (con lo spezzatino ormai abituale per la nostra Serie A, non si poteva proprio trovare un'altra collocazione oraria, magari la cara vecchia domenica pomeriggio?), ma che perlomeno pone un po' di sale sulla coda del carrozzone ligure, da anni adagiatosi sugli allori di una contro-programmazione soft da parte dei concorrenti. Conti e compagnia non dovrebbero comunque subire troppi danni da una rivale, benché prestigiosissima, confinata su una piattaforma a pagamento. 

"SANREMO ALL'INFERNO E RITORNO", IL MIO PRIMO LIBRO: LA CRISI DEL FESTIVAL NEGLI ANNI SETTANTA E IL RITORNO IN AUGE


L'inizio del 66esimo Festival di Sanremo coincide per me con un momento particolarmente importante. Nulla di eclatante, per carità, ma comunque la realizzazione di un progetto a cui tenevo e al quale ho lavorato per circa un anno, quasi segretamente (lo sapevano in pochi), nelle poche ore (spesso notturne) concesse dagli impegni lavorativi e dalle problematiche di tipo familiare che mi hanno afflitto; sottraendo tempo anche al blog, ve ne sarete accorti e ne ho parlato nel pezzo di inizio 2016. Oggi comincia dunque l'ennesimo Festivalone, e, per una coincidenza del tutto casuale ma assai gradita, vede la luce quello che io definisco "il mio primo esperimento letterario". Si tratta di un e-book (il cartaceo arriverà forse in seguito, se ci saranno riscontri almeno discreti) dal titolo "Sanremo all'inferno e ritorno: quando il Festival entrò in crisi"; il sottotitolo è "1973 - 1986: gli anni più bui della rassegna e il luccicante rilancio". Non sono necessarie troppe spiegazioni, credo: si tratta di un saggio - racconto dedicato al cupo tunnel imboccato dalla kermesse negli anni Settanta; un excursus storico per capire le ragioni di quella caduta verticale, o almeno provarci, e per illustrare come avvenne, passo dopo passo, la faticosa risalita fino alla ritrovata grandeur riconquistata nel decennio successivo. 
PROSPETTIVA DIVERSA - Un'impresa un po' folle, la mia, che partì da una simpatica sfida con un amico, anch'egli appassionato "sanremofilo", il quale mi disse: ormai sulla storia del Festival è stato scritto di tutto e di più, non c'è nulla da scoprire. Ecco, io invece pensavo che qualcosa di nuovo si potesse scrivere, ma a un patto: trovare una prospettiva diversa, inedita, dalla quale narrare il passato della manifestazione. La prospettiva diversa era molto semplice: concentrarsi su un periodo storico ristretto ma particolarmente significativo, e cercare di approfondirlo. E' quello che ho fatto: del resto, gli anni più "sfortunati" del Sanremo mi hanno sempre incuriosito enormemente, tanto che già quand'ero studente universitario mi capitò di trascorrere diversi pomeriggi in biblioteca a sfogliare quotidiani d'epoca nel tentativo di reperire notizie su quelle travagliate edizioni. 
VIDEO INTROVABILI - Sono edizioni anche misteriose, quelle in analisi, soprattutto perché, relativamente al periodo dal 1973 al 1975, manca documentazione video: la Rai pare non aver conservato copia delle trasmissioni, o quantomeno le registrazioni non sono state ancora rinvenute nel suo immenso archivio; Sanremo 1976, invece, è stato alfine recuperato tramite un'emittente spagnola, che l'ha messo in onda di recente, ma solo nella versione per l'Eurovisione (mancante cioè di tutta la parte finale, fra ospiti stranieri e proclamazione dei vincitori). Non restavano dunque che i giornali, peraltro non sempre prodighi di informazioni, anche perché, calando il prestigio del Festival, calava pure lo spazio informativo ad esso dedicato. 
COSA C'E' NEL LIBRO - Alla fine, comunque, qualcosa di buono credo di essere riuscito a metterlo insieme. Cosa c'è di nuovo, in "Sanremo all'inferno e ritorno", rispetto ad altri volumi dedicati alla storia della kermesse? Beh, diverse cose: innanzitutto, per ciascuna delle quattordici edizioni prese in esame, ho dedicato ampio spazio alla fase organizzativa delle stesse. Le aspre battaglie fra gli impresari in lotta per aggiudicarsi la gestione della gara canora (che faceva ancora gola, nonostante fosse in ribasso), i progetti da loro presentati... Ho anche gettato un occhio sul "contesto canoro" extra festivaliero di ogni anno, con uno sguardo particolare sulle altre rassegne che precedevano e seguivano il Festivalone ligure, alcune popolarissime, altre oggi dimenticate e durate lo spazio di poche stagioni. 
Poi, per ogni Sanremo preso in considerazione, il racconto dell'evento, nel quale ho cercato di inserire il maggior numero di dettagli inediti, ossia finora mai comparsi in altri libri sul tema, o comunque mai approfonditi: per fare un esempio, uno solo dei tanti, la gara per eleggere la giovane collaboratrice di Claudio Cecchetto sul palco di Sanremo '82, gara che mise in lizza tante esordienti poi destinate a carriere assai prestigiose. E ancora, per ciascun Festival ho provato a tratteggiare una sorta di "Sanremo virtuale", il Sanremo che poteva essere e che non fu: ospiti che non intervennero, presentatori che... non presentarono, e soprattutto consistenti liste di cantanti esclusi dal cast nella fase di selezione, cosa che spero non offenda nessuno; del resto non è assolutamente motivo di vergogna non essere ammessi al Festival, e in ogni caso si tratta di nomi che ebbero ampio rilievo sulla stampa dell'epoca. Riguardo invece a cantanti e canzoni effettivamente ammessi in concorso, non mancano annotazioni critiche, positive e negative, ma tutte comunque scritte nel pieno rispetto della dignità professionale degli artisti, almeno spero.
ATTO D'AMORE - Questo è quanto: mi auguro solo che le imprecisioni siano ridotte al lumicino. Nonostante le numerose riletture, mi sono accorto che qualcosa può sempre sfuggire, errori che si annidano malignamente fra le righe rendendosi invisibili, per poi spuntare fuori all'improvviso, come in un perfido nascondino. Del resto, per me è il primo libro, e posso assicurare che scrivere un volume intero (le pagine sono 195) non è assolutamente facile, soprattutto se l'editing lo si fa autonomamente. In ogni caso, "Sanremo all'inferno e ritorno" è principalmente un atto d'amore per il Festivalone: ne racconta la discesa agli inferi ma anche la resurrezione, evidenziando dunque le armi, i mezzi, le carte vincenti alle quali attinsero gli impresari dell'epoca (soprattutto Vittorio Salvetti e Gianni Ravera) per ridare vigore a un colosso esangue. L'opera è edita da Youcanprint, e nei prossimi giorni sarà in vendita nei principali store digitali, al prezzo di 3,99 euro.