domenica 25 settembre 2011

CARLETTO PAROLA: UNA ROVESCIATA, UNA LEGGENDA

La rovesciata di Parola. Per chi mastica un po' di calcio al di là dei fatti (spesso non edificanti) suggeriti dalla stretta attualità, si tratta di qualcosa di più di un mero gesto tecnico di eccellenza. E' la vera e propria incarnazione fotografica di un mito, anzi di due miti: quello del calcio italiano, e quello  di una pubblicazione che, forse più di altre, ha contribuito alla diffusione e al consolidamento della passione per il football nel nostro Paese, a partire dagli anni Sessanta. Si parla della raccolta di figurine "Calciatori" edita annualmente dalla Panini, raccolta il cui logo è un giocatore stilizzato impegnato in una rovesciata. 
LA NASCITA DEL MITO - Quel marchio, inconfondibile e ormai riconoscibile in tutto il mondo, è la fedelissima riproduzione di una foto scattata nel freddo pomeriggio del 15 gennaio 1950. Al Comunale di Firenze, già stadio Berta, si giocava Fiorentina - Juventus, ventesima di campionato. Era il primo torneo dopo la sciagura di Superga che aveva cancellato il Grande Torino, la compagine granata che, forte di fuoriclasse quali Valentino Mazzola, Loik, Gabetto, Maroso, Grezar, Menti, Castigliano, aveva dominato la scena calcistica italiana degli anni Quaranta, dando il via alla propria leggenda con la conquista, nel '43, dell'ultimo scudetto ufficiale prima dell'interruzione bellica (nel '44 ci sarebbe stato il torneo di guerra dell'Alta Italia vinto dai Vigili del Fuoco della Spezia, ma fu tutta un'altra storia), e aggiudicandosene poi altri quattro, di seguito, fra il '46 e il '49. 
UNA PARTITA CON POCHE EMOZIONI - Dunque, nel vuoto tecnico creato dalla contemporanea, tragica scomparsa di tanti campioni, la Juve parve da subito la più pronta a raccogliere il testimone dei "leggendari". E in effetti, in quel gennaio occupava con sicurezza la prima posizione, con sei punti di vantaggio sul Milan, secondo, e alla fine avrebbe trionfato, grazie a un equilibrato mix di concretezza e spettacolarità. Era ben messa anche la Fiorentina, quarta: stava cominciando a prendere forma lo squadrone che, dopo tanti piazzamenti di rilievo, avrebbe alfine raggiunto il traguardo tricolore nel 1956, sotto la guida illuminata di quel grande uomo di calcio (in campo e fuori) che rispondeva al nome di Fulvio Bernardini. 
Insomma, scontro al vertice e parata di tante stelle del tempo: dalla parte dei padroni di casa Costagliola, Cervato, Chiappella, Magli, Pandolfini; fra i bianconeri, Viola, Mari, Manente, Parola, Piccinini, Boniperti, Hansen e Praest. Nonostante queste ottime premesse, la sfida deluse le aspettative, fu uno zero a zero con poche emozioni, eccezion fatta per un rigore fallito dal fiorentino Cervato, forse il primo terzino sinistro dalle spiccate propensioni offensive (con conseguente buona prolificità sotto porta) prodotto dalla scuola italiana. 
LA FOTO SUL "CALCIO ILLUSTRATO" - Ma torniamo da dove avevamo iniziato: quel match invernale non sarebbe mai passato alla storia, non fosse stato per una foto pubblicata pochi giorni dopo sul "Calcio illustrato" (se avrò modo, dedicherò un post a parte a questo storico settimanale) a corredo del commento alla gara: la foto ritraeva, per l'appunto, lo juventino Carlo Parola impegnato in una plastica rovesciata, sì, proprio quella rovesciata che sarebbe diventata emblema delle mitiche "figu". Scarna la didascalia: "Acrobazia di Parola", recitava. 
Il mito cominciò così, e non potete immaginare il mio stupore e l'emozione quando, sfogliando questo vecchio numero del "Calcio" che ho la fortuna di possedere, mi sono imbattuto in quello scatto. Un gesto atletico compiuto nell'ambito di una gara che, per il giocatore in questione, fu più che positiva; sentite infatti come la giudicò il grande Renzo De Vecchi, ex gloria azzurra e genoana e per lunghi anni firma di prestigio di quel giornale: "Parola, sempre calmo nel controllo delle situazioni, primeggia nella retroguardia, sempre all'altezza del suo valore". 
CHI ERA PAROLA - A questo punto, corre l'obbligo di spiegare in poche righe che calciatore fosse, il prode "Carletto". Perno della retroguardia, spiegava De Vecchi:  egli era infatti un centromediano, o centrosostegno, ruolo chiave nel calcio d'epoca, forse più in quello d'anteguerra, dominato in larga parte del mondo dal modulo tattico denominato "Metodo", in cui il centromediano era l'autentico fulcro del gioco, colui che, in soldoni, doveva interrompere le trame altrui e far ripartire l'azione, preferibilmente con lanci lunghi  e precisi. Per il ruolo, dunque, erano richieste doti tecniche, atletiche e di "cervello" a livelli di eccellenza. E lo juventino apparteneva all'élite dei migliori del ruolo, anche se il passaggio all'altro modulo in voga in quegli anni, il WM o Sistema, ne mortificò un pochino la  rilevanza tattica "a tutto tondo", limitandola agli aspetti più prettamente difensivi, il che non impediva comunque al "nostro" di spiccare per classe ed efficacia. In Nazionale fu uno dei pochi non granata a potersi ritagliare uno spazio nel periodo dell'apogeo del Torino. Fu poi allenatore di successo, tanto da conquistare uno scudetto, ovviamente alla guida dell'amata Vecchia Signora, nel 1975. 
Insomma, un fuoriclasse vero, che ha raccolto meno riconoscimenti di quanti il suo talento ne avrebbe meritati,  ma che nella leggenda del calcio azzurro c'è entrato comunque. Per la sua carriera e per quella rovesciata del 15 gennaio 1950. 

venerdì 16 settembre 2011

QUANDO ESTATE VOLEVA DIRE FESTIVALBAR

Metà settembre. Fino a quattro anni fa, era questo il periodo, giorno più giorno meno, in cui il Festivalbar celebrava il suo atto conclusivo, la finalissima all'Arena di Verona. Cosa sia stato il Festivalbar, credo siano in pochi a non saperlo: in termini "tecnici", una rassegna canora che attraversava tutta la stagione estiva, partendo a giugno e, dopo una vera e propria tournée che toccava diverse città italiane, chiudendosi nella maniera che abbiamo detto, quando già le giornate si accorciavano e l'autunno faceva capolino; in termini "emozionali", Festivalbar era, semplicemente, l'estate tout court, perlomeno come l'abbiamo intesa noi, ragazzi degli anni Settanta -Ottanta - Novanta: divertimento, spensieratezza e musica, tanta musica. 
I PRIMI ANNI - Festivalbar vide la luce negli anni Sessanta, 1964 per la precisione, grazie a una delle tante geniali intuizioni di quel grande impresario e profondo conoscitore dell'industria musicale (italiana e internazionale) che fu Vittorio Salvetti. A lui, per inciso, si deve anche la salvezza del Festival di Sanremo, che negli anni Settanta, sotto la sua guida, riuscì a risollevarsi dopo alcune edizioni disastrose che ne avevano messo a repentaglio l'esistenza. L'idea alla base di Festivalbar era semplice: mettere in concorso una selezione di canzoni che, a giudizio dell'ideatore e organizzatore, potevano diventare delle hit estive, e sottoporle a "referendum popolare" tramite la gettonatura nei juke box, all'epoca diffusissimi nelle spiagge e nei locali. 
Un'idea vincente: dopo un avvio in sordina (per alcuni anni non vi fu la ripresa televisiva della finalissima), l'esplosione e un successo crescente. Fino al 1982, quella inventata da Salvetti fu una manifestazione dalla struttura assai semplice, direi quasi scarna: presentazione, all'inizio dell'estate, dell'elenco dei partecipanti, poi votazioni per tutti i mesi caldi (con le cartoline voto pubblicate da Sorrisi e Canzoni TV che si aggiunsero alle gettonature) e un solo appuntamento televisivo (su Rai Due), quello con la finalissima, che approdò all'Arena di Verona dopo le prime edizioni divise fra Salice Terme e Asiago. 
IL "DISCOVERDE" - C'era un concorso "satellite", il Discoverde, in pratica la sezione giovani del Festivalbar vero e proprio, che per un tratto viveva di vita propria, anche con qualche passaggio televisivo (quello del 1982, ad esempio, andò in onda sulla Rete Tre  l'8 luglio, in contemporanea con la celeberrima semifinale del Mondiale di Spagna fra Germania Ovest e Francia!), e i primi classificati avevano poi l'onore di esibirsi nel corso della serata finale della kermesse "sorella maggiore". Già con questa formula "minimale" (al di là di qualche leggera variazione che avveniva di quando in quando, ad esempio la suddivisione dei cantanti in gironi di vario genere) il successo che il pubblico le decretò fu comunque enorme, pari al numero di canzoni e di artisti lanciati in orbita. 
IL BOOM TARGATO CANALE 5 - Ma il vero boom avvenne negli anni Ottanta e, benché pesi dirlo di questi tempi, grazie a Silvio Berlusconi e al suo network Canale 5, dove Festivalbar si trasferì nel 1983, cambiando radicalmente struttura (o format, come si dice oggi). Non più solo una serata, ma un vero e proprio tour attraverso l'Italia lungo un'intera estate ("La grande estate giovane di Canale 5", recitava lo slogan dell'epoca) con gran galà conclusivo secondo tradizione, ossia in terra scaligera, nello splendido anfiteatro romano. 
Il successo fu clamoroso: cantanti italiani e stranieri popolarissimi, giovani esordienti lanciati in orbita per carriere folgoranti, meteore da "one shot", un colpo e via per il quale però vieni ricordato ovunque e per tutta la vita, stranieri sconosciuti e destinati a rimanere tali: tutti, indistintamente, acclamati come degli dei in terra dal pubblico delle piazze. E sì, perché l'altro grande segreto del boom fu appunto il tour: portare il Festival in giro per la penisola (e anche fuori dei confini: ricordo ad esempio delle tappe ad Ibiza, sull'onda dei successi di Sandy Marton), riunire venti - trenta cantanti a sera e farli esibire praticamente sulla soglia di casa dei giovani, cioè dei grandi consumatori della musica pop, ragazzi che quei cantanti, prima, potevano solo ascoltarli alla radio, sui dischi o sui nastri, o vederli alla tv o anche ai concerti, ma mai così tanti tutti insieme. 
Se le basi storiche del successo del Festivalbar sono state gettate nella prima fase della sua esistenza, quella televisivamente targata Rai, la leggenda è dunque nata e si è consolidata negli Ottanta, soprattutto, e in misura minore nei Novanta. Era il Festivalbar dei tormentoni, dei Righeira e delle Tracy Spencer, canzoni leggere leggere ma che resistono ancora oggi nel cuore di chi quegli anni li ha vissuti da ragazzino adolescente. 
Il successivo passaggio a Italia Uno, la riduzione delle tappe (con la kermesse che si prendeva una pausa ad agosto) e il momentaneo sfratto dall'Arena di Verona (dove ritornò nel '98), con finali spostate a Villa Manin di Codroipo, Marostica e Napoli (autentiche adunate oceaniche in piazza del Plebiscito) non intaccarono inizialmente l'appeal della manifestazione, che anzi sembrò guadagnare popolarità col passare del tempo, sopravvivendo anche al fisiologico tramonto dei juke box. 
GARA CANORA "ANNACQUATA" - Per noi che ne abbiamo vissuto la fase di massimo splendore, l'appannamento della kermesse è cominciato quando, nel '95, Festivalbar ha perso la sua connotazione di concorso canoro tout court: niente più votazioni palesi, niente più classifiche. Beninteso, c'era sempre il vincitore, anzi i vincitori, trionfatori in categorie che si moltiplicarono progressivamente (miglior straniero, miglior performance, premio radio...), ma la sensazione di gara risultava essere assai annacquata. 
In pratica, una sorta di Grammy in versione italiana, colossale passerella di artisti con riconoscimenti finali. Erano gli anni dei trionfi a ripetizione dei grandi cantautori italiani: Vasco Rossi, Ramazzotti, Pino Daniele, Ligabue, Jovanotti, Zucchero. Ma qualcosa si stava rompendo: la formula senza più mordente (la gara canora è nel sangue degli italiani, e il successo intramontabile di Sanremo lo dimostra in maniera inequivocabile), vincitori largamente prevedibili, e poi l'eterna polemica sul playback, che per tanto tempo ha funzionato, quando  l'industria discografica immetteva sul mercato una mole enorme di prodotti e aveva bisogno di promuoverli massicciamente, e il playback era il mezzo tecnico più rapido e meno dispendioso per raggiungere l'obiettivo. Nel nuovo millennio, questo artifizio è diventato inaccettabile per larga parte degli artisti e per il pubblico: i primi preferiscono di gran lunga l'esibizione dal vivo, e i secondi gradiscono che un cantante dimostri "veramente" le proprie capacità, tanto più in una manifestazione di richiamo come il Festivalbar, che però ha impiegato troppo tempo prima di piegarsi alla logica del "live" (avvenne nel 2002).  
LA CRISI E LA FINE - Tutto questo, unito anche a conduzioni piuttosto infelici (il trio Forrest - Blasi - Canalis del 2006), portò al patatrac del 2008: sembrava tutto pronto ed uscirono addirittura le tradizionali compilation, ma la manifestazione non partì, e l'organizzatore Andrea Salvetti (figlio di Vittorio, prese in mano le redini della rassegna nel '99, dopo la morte del padre) è sempre stato piuttosto vago sui fattori che impedirono la realizzazione del progetto. Si parlò di un anno di pausa, ma Festivalbar non è più tornato. Morto, defunto, senza spiegazioni. Si attribuì la colpa al calo dell'audience (che tuttavia nel 2007 aveva fatto registrare una crescita rispetto all'anno precedente) e alla mancanza di sponsor, ma mai nulla è stato chiarito. 
Oggi, sempre all'Arena di Verona, ci sono i Wind Music Awards, ma, con tutto il rispetto, la magia del Festivalbar era tutta un'altra cosa. E, opinione personalissima, mai come in questo momento la musica italiana avrebbe bisogno di una rassegna del genere, meno celebrativa e più "dinamica" com'era il Festivalbar di patron Salvetti Senior.


Nel video sopra, l'ultima canzone vincitrice assoluta del Festivalbar, nel 2007: "Parlami d'amore" dei Negramaro.

martedì 13 settembre 2011

SERIE A: QUANTO VALGONO LE PRIME GIORNATE?

Sul piano delle emozioni personali, quand'ero ragazzino  la prima giornata di campionato aveva un sapore dolceamaro. Dolce, perché rappresentava l'inizio di un'avventura amatissima e tanto desiderata dopo quattro mesi di snervante attesa (escluso l'antipasto post ferragostano della Coppa Italia). Amaro, perché, ça va sans dire, segnava la fine della stagione estiva, e l'ozio più assoluto passava la mano all'inizio della scuola. 
Oggi che son più grandicello, questi sentimenti sono un po' più sfumati, per tutta una serie di motivi: le fervente attesa non c'è più, sia perché il campionato comincia tardi e inizia presto e in mezzo c'è una pletora di sopravvalutate amichevoli e tornei estivi e un mercato interminabile, sia perché, beh, la consapevolezza del brutto che ruota attorno al calcio, soprattutto al calcio italiano, ha spento un po' la gioia fanciullesca dell'evento. 
Rimane lo sguardo tecnico e critico, e anche da questo punto di vista le sensazioni non sono poi piacevolissime. Mi spiego meglio: dal mio punto di vista, queste prime giornate dovrebbero trascorrere il più in fretta in possibile.  Perché non è "vero" campionato. Sì, certo, l'avvio della nostra Serie A è stato fragoroso: 35 gol, spettacolo di buon livello, grandi emozioni quasi ovunque, protagonisti vecchi e nuovi alla ribalta. Che si poteva chiedere di più, oltretutto al culmine di un'attesa prolungata dall'affaire sciopero?
VERDETTI INATTENDIBILI - D'accordo, ma non è tutto oro quel che luccica. Per un mese almeno, siamo destinati ad assistere a un torneo "in maschera". Le prime giornate di campionato non sono altro che uno strascico del calcio estivo, che è quasi sempre ingannevole e inattendibile per antonomasia. I motivi sono tanti: squadre ancora imballate dalla preparazione fisica, e altre che invece volano oltre le loro effettive potenzialità grazie a una preparazione finalizzata a una partenza lanciata; squadre rivoluzionate dal mercato e quindi ancora alla ricerca del giusto amalgama, o meno rinnovate ma comunque chiamate ad assorbire innesti di giocatori giunti nelle ultimissime giornate (se non addirittura ore) della campagna acquisti, con tutti i problemi di assetto e di inquadratura che ciò comporta; la grande massa di stranieri che ogni anno giunge da noi e che, nella maggior parte dei casi, ha bisogno di tempo per capire il nostro Paese e il nostro calcio, e per integrarsi nella nuova squadra anche solo da un punto di vista sociale. E ancora, squadre che si trascinano problemi ed equivoci nati nei giorni del mercato e del ritiro, e altre che invece vivono sullo slancio di una stagione, quella precedente, conclusa a spron battuto. Tanti fattori il cui influsso dovrà enormemente diminuire, fin quasi a scomparire, col passare del torneo, ma che in questa prima fase rendono i verdetti del torneo di fragilissima attendibilità. 
LA STORIA INSEGNA... - E' la storia a dirlo, basta andare all'ultimo campionato: nella prima giornata il Genoa vinse sul difficile campo di Udine, e quella prodezza, seguita a una campagna acquisti faraonica, fece pensare a un Grifo lanciato verso vette proibite. Alla fine, fu un decimo posto piuttosto anonimo. La stessa Udinese, dopo quel ko ne inanellò altri tre consecutivi: zero punti dopo quattro gare, per poi chiudere il torneo in zona Champions. Zona Champions cui approdò trionfalmente pure il Napoli, che pure nel primo mese di campionato vinse una sola volta e incassò una pesante sconfitta casalinga dal Chievo. Il quale Chievo, a sua volta, in quelle  prime battute vinse anche a Genova col Genoa, oltreché al San Paolo, e dopo quattro giornate si trovò a nove punti come anche il Brescia: ma gli scaligeri si dovettero accontentare della salvezza, che invece sfuggì alle Rondinelle. Partirono di slancio pure Bari e Sampdoria, la cui fine è nota. 
Due anni fa, protagoniste di un avvio entusiasmante furono Juventus (quattro vittorie su quattro) e Genoa (tris di successi nelle prime tre gare), poi impantanatesi in zone di classifica piuttosto anonime. Viceversa, partì con due sconfitte la Roma, in seguito destinata a contendere fino all'ultimo lo scudetto all'Inter, e il Cagliari raccolse un punto in quattro match, salvo poi risollevarsi brillantemente. 
Pochi esempi che bastano a dimostrare come cercare di analizzare sul piano tecnico le prime giornate di Serie A sia difficilissimo e, a ben guardare, inutile, e ciò è tanto più vero da quando il brodo del campionato è stato scioccamente allungato, col passaggio da 18 a 20 partecipanti. Poi, chiaro, non tutto è ingannevole, e qualche segnale destinato a lunga vita qua e là fa capolino: per dire, non ci vuole un grande sforzo di fantasia per capire che questo Napoli, se non accadono cose... turche, è destinato a fare molta strada, così come, ad occhio e croce, lunga e irta di ostacoli sarà per il Lecce la strada verso la salvezza. Per il resto, fidatevi, è meglio aspettare. 
Un'altra considerazione: 35 gol, si diceva, e tutti contenti. Comprensibilissimo, però io continuo a rimpiangere le arcigne e attente difese del calcio italiano che fu. Domenica ho visto cose indegne della nostra tradizione, retroguardie altissime e costantemente prese d'infilata, o dalle maglie assurdamente larghe: ricordiamoci che tanti gol non sono sempre sinonimo di spettacolo e di qualità del gioco.
LO STADIO DELLA JUVE - Alla fine, l'unico, autentico motivo saliente di questa "prima" è arrivato dalla partita delle 12 e 30: e non solo per  l'urlo della Juve, che attendiamo al campionato della riscossa, ma per il teatro in cui questo urlo è stato lanciato: il nuovo stadio bianconero, terreno di gioco a parte, merita solo applausi, e come impatto visivo mi ha riportato alla mente gli impianti avveniristici ammirati a Germania 2006. Siccome ho sempre sostenuto che proprio il calcio tedesco, più di quello spagnolo, debba rappresentare per l'Italia il modello a cui ispirarsi per uscire dalla crisi, ecco, in questo importantissimo segnale lanciato dal club torinese mi piace leggere il primo passo verso una riscossa del nostro movimento. 
CARLO CALABRO' 

sabato 10 settembre 2011

SERIE A: GIOVANI ITALIANI ALLA RIBALTA?

Con Milan - Lazio, la Serie A è partita all'insegna dello spettacolo e dei gol. Ne siamo lieti. In questo clima di crisi ben più che strisciante, dopo le tante brutture che il football ci ha riservato nei mesi scorsi, era importante dare un primo segnale forte a un pubblico un po' disamorato e ulteriormente scosso dalla vicenda sciopero.
Se ne riparlerà.  Quello che ora mi preme è fornire una chiave di lettura diversa al campionato che consumerà in questo week end la sua prima giornata. Nulla di originale, per carità: però l'estate mediatica è trascorsa parlando di grandi colpi sul mercato straniero (rimasti perlopiù nel campo dei sogni e delle intenzioni, ma questo è un altro discorso), con paginate e articolesse dedicate alle celebrazioni di presunti fenomeni d'oltrefrontiera, che fino al giorno prima nessuno, probabilmente nemmeno gli autori dei pezzi, aveva mai sentito nominare. 
Questo andazzo non mi sta bene, poiché ritengo che nel calcio la componente "nazionale" sia fondamentale, e di conseguenza ritengo delittuosa, quali ne siano le ragioni, la politica adottata negli ultimi anni dalle nostre società, quella di riempire le nostre squadre di stranieri, perlopiù modesti, penalizzando sempre più il vivaio nostrano. 
E' per questo che, con questo post, mi propongo di evidenziare come il campionato nascente possa rappresentare un'opportunità anche per molti giovani e giovanissimi italiani. I nomi su cui puntare non mancano: certo, se poi finiranno in panchina alle prime défaillance per lasciare spazio all'argentino o al finlandese di turno, questo è un altro discorso...
PORTIERI - Qui, onestamente, non c'è molto. Da segnare sul taccuino il nome di Consigli, che rivede la Serie A con l'Atalanta. Lo ricordiamo nel gruppo dell'Under 21 di Casiraghi che disputò le Olimpiadi di Pechino. Dopo i promettenti esordi in A, andò incontro ad alcuni svarioni che ne frenarono l'ascesa. In B è tornato su buoni livelli e quest'anno avrà il suo bel da fare per opporsi  ai possenti attacchi della massima categoria. Non dimentichiamoci di Marchetti, che torna in pista con la Lazio dopo una anno di forzata inattività. Era arrivato a diventare il vice Buffon in Nazionale e a giocare da titolare lo sciagurato Mondiale sudafricano (dove non brillò per sicurezza, ma non si macchiò nemmeno di errori gravissimi): riuscirà a recuperare il terreno perduto? 
DIFENSORI - Il centrale del Cagliari Astori, già nel giro azzurro, è atteso alla definitiva consacrazione, mentre si attende una conferma dal fiorentino Camporese, gettato nella mischia l'anno scorso da Mihajlovic e talmente a suo agio fra i grandi da non uscire quasi più di squadra. Occhio ad Acerbi, che il Genoa ha preso dalla Reggina per girarlo al Chievo: forte in marcatura e sui palloni alti, è uno dei prospetti più interessanti per il futuro del calcio italiano. Nel Milan, l'anno scorso, è finalmente esploso Abate, che da cavallone un po' distratto nelle chiusure difensive si è trasformato in calciatore tatticamente disciplinato, pur non rinunciando alla sua efficacia nelle avanzate: deve ripetersi, per puntare dritto alla Nazionale. E, sull'altro versante del campo, il genoano Antonelli, che l'azzurro l'ha già assaggiato, ha i mezzi tecnici e fisici per non far rimpiangere Criscito, anche se è forse meno esplosivo negli inserimenti offensivi. Il Parma scommette sul terzino sinistro Rubin e tenta il recupero di Santacroce, ex Under 21 frenato dagli infortuni in una ascesa che pareva inarrestabile. Non va dimenticato, infine, il laziale Crescenzi, atletico difensore centrale, senso della posizione e personalità già spiccata.
CENTROCAMPISTI - Occhio ad Andrea Poli: nell'Inter non sarà facilissimo trovar spazio, ma è giocatore di classe, temperamento, gran catalizzatore della manovra grazie alla sua visione di gioco. Lo stesso dicasi di Luca Marrone, che ad occhio e croce potrà emergere nella Juve anche perché i vari Marchisio e Pirlo avranno spesso bisogno di rifiatare: incontrista e costruttore, spesso devastante al tiro. Bertolacci, centrocampista del Lecce dalla spiccata vocazione offensiva, l'anno scorso ha avuto un impatto devastante con la Serie A (se lo ricordano bene Juve e Udinese...): saprà ripetersi? 
Si spera riesca finalmente ad affermarsi, dopo anni di anticamera, il senese Bolzoni, che in mezzo al campo dà sostanza e raziocinio: se uscirà indenne dalla sfide infuocate per la salvezza, potrà definitivamente spiccare il volo verso lidi più prestigiosi. Dopo una stagione con più bassi che alti, l'italo - argentino Schelotto riparte da Bergamo, per movimentare un po' il fronte offensivo con le sue sgroppate sulla destra, e troverà valido appoggio nell'ottimo Bonaventura, sensazione dell'ultimo torneo cadetto, fantasia, dinamismo e intelligenza tattica al centro o all'esterno, sovente mortifero in zona gol. 
Ancora: riparte da Cesena Candreva, uno che in mezzo al campo sa faticare ma soprattutto costruire e rifinire: chiamato in azzurro prima degli ultimi Mondiali e poi accantonato abbastanza inspiegabilmente, ha tempo e doti per ritornarci. Un po' come il compagno di squadra a Cesena, Parolo, non più di primo pelo ma approdato tardi alla grande ribalta, eclettico e dinamico, completo, abilissimo nel tiro a rete: già testato da Prandelli, di fronte a un altro campionato da assoluto protagonista non ci stupiremmo di trovarlo nel listone per gli Europei. Con tutto il rispetto, in Romagna è sprecato. 
ATTACCANTI - Gruppone interessante, capitanato da El Shaarawy. Il gioiellino cresciuto in casa Genoa  ed esploso a Padova nell'ultima stagione si trova di fronte a un'annata decisamente impegnativa, al Milan, con una concorrenza terribile. Rischia di fare spesso da spettatore, ma ha già il coraggio e la sfrontatezza dei grandi, e colpi da campione assoluto che ne esaltano la tecnica eccelsa e l'ottima impostazione fisica. Variabile impazzita dell'attacco, può essere uno dei punti cardine del calcio italiano del futuro. Classe sopraffina anche per Fabbrini, jolly offensivo, ispiratore, rifinitore e finalizzatore della manovra. Guidolin crede nei giovani e a Udine dovrebbe trovargli il giusto spazio. 
L'Atalanta ripropone in massima serie Marilungo, protagonista due anni fa di un debutto folgorante con la Samp (subito due gol al Cagliari) e poi un po' intristitosi in cadetteria: ha scaltrezza e fiuto del gol, può far bene. Sempre da Bergamo si attendono buone notizie da Gabbiadini, giovanissimo e già punto fermo dell'Under 21 di Ciro Ferrara. A Lecce si punta molto su Pasquato, estroso tuttofare offensivo che può accendere la terza linea e far impennare le speranze salvezza dei salentini, mentre nella pletorica rosa della Roma dovranno sgomitare Borini, maturato dall'esperienza inglese, e la fantasiosa e ficcante ala Caprari, già al debutto in Champions League. Acquafresca cerca col Bologna di completare il rilancio già avviato a Cagliari,  a Verona dovrebbe facilmente trovar spazio Paloschi, tecnico, rapido, opportunista, concreto, stesso discorso, a Siena, per il talento di scuola interista Destro, che sa essere mortifero sotto porta. 

venerdì 9 settembre 2011

SERIE A: BILANCIO DEL MERCATO (TERZA PARTE)

NOVARA - Ci sarà da soffrire fino in fondo, e la squadra non pare essersi attrezzata adeguatamente per una simile prospettiva. Rimane la certezza Ujkani in porta, mentre la rinuncia al duo delle meraviglie Gonzalez - Bertani potrebbe risultare suicida.
Difesa innervata da Paci e Dellafiore, onesti mestieranti di categoria che però non rappresentano autentiche garanzie, a centrocampo il talento mai del tutto espresso di Pinardi e la promessa Mazzarani, bene l'anno scorso a Modena. Attacco pletorico, ma fra Granoche, Morimoto, Jeda e Meggiorini nessuno sembra in grado di "bollare" con continuità nella massima serie (a parte qualche exploit del brasiliano, risalente però a qualche campionato fa). La sicurezza è Tesser, tecnico pragmatico e voglioso di emergere: basterà?

PALERMO - Poche storie, Zamparini ha quasi rotto il giocattolo. Perdere in un colpo solo cinque pezzi da novanta, cinque colonne della squadra come Sirigu, Cassani, Bovo, Nocerino e Pastore può causare un contraccolpo terrificante anche a squadre di più alto lignaggio, soprattutto se queste colonne non vengono rimpiazzate in maniera dignitosa. A parte Silvestre e Della Rocca, il piatto del mercato piange. Aggiungiamoci l’incertezza societaria legata alla posizione di Sogliano e il benservito dato a Pioli: d’accordo la grave eliminazione in Coppa, ma si trattava di calcio d’estate e di una squadra appena all’inizio del suo percorso, oltretutto già turbata da gravi incertezze tecniche e da continui terremoti dirigenziali. Lavorare in certe condizioni è disumano anche per tecnici più scafati (vedasi Rossi), figuriamoci per un bravo emergente come Pioli.
In porta, fra Benussi e lo svalutato Rubinho, non c'è da stare molto allegri, a meno di sorprese da parte del greco Tzorvas. Meglio la difesa dove, a parte l'ex catanese, rimangono comunque Munoz e super Balzaretti, uno dei migliori atleti espressi dal calcio italiano negli ultimi dieci anni. Al centro le certezze sono Migliaccio e Della Rocca, Zahavi e Aguirregaray scommesse affascinanti, mentre Acquah, Bacinovic e soprattutto Ilicic dovranno bruciare le tappe della maturazione. Barreto porta buona tecnica e versatilità, anche se non è uno che possa farti fare il salto di qualità. In attacco si resta appesi  ai guizzi e alla velocità di Hernandez e alla classe di Miccoli, mentre Pinilla dovrà essere più concreto e continuo. Nessun allarmismo perché la squadra c'è comunque, ma al momento l'Europa League sembra un obiettivo tutt'altro che facile da raggiungere e il rischio è quello di rimanere intruppati nel gruppone di centroclassifica.

PARMA - Si riparte da Colomba, che è già una garanzia di assoluta affidabilità. In difesa, i punti di forza sono Mirante, ormai assestatosi su di un livello di buona continuità verso l'alto, e l'ottimo Zaccardo, difensore goleador. Occhio a Rubin, mentre l'operazione rilancio di Santacroce, ex (per ora?) grande promessa del nostro calcio, è affascinante ma anche rischiosa. Al centro, in bocca al lupo a Galloppa, che si spera abbia del tutto superato il gravissimo infortunio di un anno fa, mentre molto dipenderà dalla concretezza e dall'esperienza del combattente Blasi e dalle scorribande sulla fascia sinistra di Modesto. Ad occhio e croce, però, si avvertirà parecchio la mancanza di Candreva, cervello e ispiratore.
In attacco non c'è più Amauri, l'anno scorso spesso decisivo, però è arrivato Floccari, e ci si può stare. Crespo sparerà le ultime cartucce e ci si attende qualcosa in più da Palladino, gran talento ma fragilissimo sia fisicamente sia mentalmente, meno da Biabiany, confusionario e inconcludente nell'annus horribilis della Samp. Dove può arrivare questo Parma? Il termometro delle sue ambizioni sarà Giovinco: ormai stabilmente nel giro azzurro, se il traguardo dell'Europeo lo ispirerà al punto giusto potrebbe portare il Parma ben oltre una salvezza tranquilla, magari assegnandogli il ruolo di mina vagante.

ROMA - Le incertezze societarie hanno fatto passare in secondo piano un mercato assolutamente degno di nota. Il portiere della Nazionale vicecampione del mondo, Stekelenburg; uno dei giovani centrali difensivi più apprezzati a livello europeo, Kjaer; uno dei difensori di più alto rendimento al mondo negli ultimi anni, l'eclettico Heinze. E ancora, Gago e Lamela, giovani argentini cercati un po' da tutti, Bojan, gioiellino scuola Barcellona, Osvaldo, l'italo - argentino che si è fatto onore nella Liga, la speranza Borini... In più sono rimaste certezze come Cassetti, Burdisso, Perrotta, Pizarro, De Rossi, che se è quello delle ultime apparizioni in Nazionale, buon per i tifosi della Roma. Per non parlare di Borriello, che pure sembrava destinato alla partenza.
Sopra tutti c'è, come sempre, Totti: è in parabola discendente, d'accordo, ma l'anno scorso è stato ancora decisivo. Non credo sia un problema per la società giallorossa: deve sapersi gestire bene lui, con umiltà, e deve saperlo gestire bene Luis Enrique, la vera, autentica scommessa di Di Benedetto. Potenzialmente, se l'allenatore spagnolo saprà vederci chiaro nel bel mix a disposizione e se l'ambiente si calmerà, è una "Magica" da primissimi posti.

SIENA - Un anno di purgatorio e si riparte, con l'obiettivo di sempre: la permanenza in categoria. Sarà dura, ma i toscani sono abituati a lottare fino all'ultima giornata. Le frecce al loro arco non mancano: il punto di forza è il centrocampo, che ha trovato in D'Agostino uno potenzialmente in grado di sparigliare le carte sul grande tavolo della corsa alla salvezza. Se ne avrà voglia, l'ex Udinese può far girare l'attacco a mille, inventare e risolvere lui stesso più di una partita. Poi è arrivato Mannini: "sfiduciato" da Napoli e Sampdoria, porta in dote, a parte l'ovvia voglia di riscatto, corsa, polmoni, agonismo e inserimenti micidiali, ma anche una discontinuità che finora ne ha frenato l'ascesa verso livelli che pure sarebbero alla sua portata. Occhio al giovane Bolzoni, centrale d'ordine e di sostanza.
La difesa si avvale del rientro in Italia, dopo la discreta esperienza spagnola, di Contini, un'iniezione di qualità in un reparto che appare un po' fragilino, anche se i vari Terzi e Del Grosso garantiscono grinta e applicazione. In attacco il solito Calaiò, che deve dimostrarsi bomber da A e non solo da B, la scommessa Gonzalez, reduce dagli exploit novaresi, e il promettentissimo Destro, che alle prime apparizioni in massima serie col Genoa ha convinto (subito in gol al debutto col Chievo). Tre incognite per la categoria, un bel rischio.

UDINESE - I Pozzo hanno scelto l'anno sbagliato per monetizzare il tanto lavoro di crescita di talenti svolto negli ultimi anni. Via Zapata, Inler e Sanchez, tre pesanti menomazioni. Si può anche comprendere che in un calcio come il nostro, caratterizzato da una assurda disparità di risorse finanziarie fra le poche grandi e tutte le altre, le società medie e piccole non possano che seguire una politica di tale genere, ma, ecco, forse almeno uno dei magnifici tre lo si poteva tenere, cercando un importantissimo approdo ai gironi di Champions che, come si è visto, non era fuori portata.
Rimane comunque una signora squadra. Le certezze: il portiere pararigori Handanovic, la roccia difensiva Domizzi, i generosi terzini Pasquale e Armero, gli eclettici centrocampisti Pinzi e Isla, il tecnico e veloce Asamoah, un Floro Flores reduce da una mezza stagione, al Genoa, che è stata la migliore della carriera, e l'intramontabile Di Natale, fuoriclasse (almeno a livello nazionale) per il quale sono ormai finiti gli aggettivi. La scommessa è Fabbrini, giocatore che può svariare su tutto il fronte offensivo, suggeritore e finalizzatore, uno dei talenti più puri delle nostri bistrattate ultime leve. Guidolin può mantenere l'Udinese a livelli di tutto rispetto.
CARLO CALABRO'

SERIE A: BILANCIO DEL MERCATO (SECONDA PARTE)

GENOA - Ne abbiamo parlato diffusamente pochi giorni fa. In sintesi: difesa rinforzata col portierone Frey (dalla notte al giorno rispetto ad Eduardo) e Bovo, centrocampo di sostanza e qualità, se Kucka e Constant confermeranno quanto di buono mostrato l'anno scorso e se Veloso si adatterà finalmente al gioco e ai ritmi del nostro football. E poi c'è sempre il tuttofare Marco Rossi, autentica bandiera.
 L'attacco è un'incognita: si aspettava Gilardino, è arrivato Caracciolo, che non è proprio la stessa cosa. Però l'Airone (o il roccioso e misterioso argentino Pratto, con cui si giocherà il posto) avrà al fianco Palacio, sottratto ai desideri interisti, uno che segna e fa segnare. E ci si aspettano tanti lampi offensivi dallo sloveno Valter Birsa. Possibili sorprese: Antonelli, che ha le qualità per non far rimpiangere Criscito, e il centrocampista tuttofare cileno Seymour. Malesani ha per le mani una squadra di buone potenzialità: mal che vada, non dovrebbe essere difficile ripetere il decimo posto del 2011, ben che vada può arrivare qualcosa di più.

INTER - L'acquisto in extremis di Forlan (con figuraccia internazionale annessa) non può bilanciare la perdita del fuoriclasse Eto'o. Fossimo stati in Moratti, soldi o non soldi russi, avremmo resistito allo stremo per trattenerlo. Così, la squadra appare indebolita: troppi veterani in debito d'ossigeno e perdita complessiva di qualità, con l'aggiunta di uno Zarate che è l'inaffidabilità fatta calciatore. Le certezze, per una volta, sono anche italiane: Ranocchia e Pazzini, sempre più autorevoli e decisivi. Ma naturalmente  si può fare affidamento a occhi chiusi anche su Julio Cesar, Lucio, Cambiasso, Thiago Motta, Stankovic e Sneijder, e magari Milito ritornerà a segnare come ai bei tempi, dopo una stagione da incubo.
Non sottovaluterei l'arrivo di Poli: chi a Genova, sponda blucerchiata, l'ha visto crescere, ne parla come di un centrocampista dalle enormi potenzialità. Ottusa, assurda e incomprensibile la sfiducia preventiva a Gasperini, che non è stato certo messo nelle condizioni, tecniche e ambientali, per giocarsi al meglio la prima, meritatissima chance alla guida di una grande.

JUVENTUS - Troppo pessimismo aleggia attorno alla squadra bianconera. Nel va e vieni di giocatori, qualche granitica certezza c'è: la difesa ha ritrovato un Buffon su misure più che decorose e si è arricchita di un Lichtsteiner che fin qui in Italia la sua parte l'ha sempre fatta egregiamente. L'intesa fra Bonucci e Chiellini dovrebbe migliorare e, nel contesto di una terza linea più affidabile, crescere la loro sicurezza. Bene la cerniera centrale Marchisio - Pirlo (quest'ultimo autentico colpaccio, ma attenti a non spremerlo troppo), con Pazienza e soprattutto Vidal alternative di gran pregio, sperando che non ci si dimentichi del giovane Marrone, centrocampista completo, abile sia in interdizione che in rilancio , mentre il gioco sulle fasce tanto caro a Conte si avvarrà di una pletora di interpreti sostanzialmente affidabili: da Krasic a Elia a Giaccherini.
Tante frecce all'arco dell'attacco: si parte con Matri (che non ha avvertito il peso del passaggio da una provinciale a un grande del football mondiale) e Vucinic, ma dietro ci sono Quagliarella, un Del Piero pronto a spendere gli ultimi spiccioli di una straordinaria carriera, e Iaquinta, sorvolando su Toni (quasi un ex) e Amauri (quanto spazio avrà e quanto rimarrà?). In definitiva, difficile parlare di scudetto, ma la Champions è un obiettivo che si può centrare. Molto dipenderà anche dal modulo: il 4-2-4 promesso da conte pare improponibile nella nostra Serie A.

LAZIO - Squadra rinforzata poderosamente in avanti, mentre dietro ci si affida a uomini che nell'ultimo anno si sono forse espressi al di sopra delle loro possibilità. Se riusciranno a ripetere quella stagione - monstre, e non ci giureremmo, potrebbe essere possibile ritentare l'assalto a quel preliminare di Champions mancato di un soffio a maggio.
Ad ogni modo, Marchetti ha una voglia matta di recuperare il terreno perduto in un maledettissimo anno di inattività, e davanti a lui ha uomini poco reclamizzati ma efficacissimi come Biava e Dias. Mauri, Ledesma e Brocchi rappresentano certezze granitiche per il centrocampo, così come l'eclettico Konko, mentre se Hernanes ripetesse la sontuosa stagione 2010/11 le possibilità offensive del team di Reja sarebbero pressoché sconfinate, dal momento che si può contare su Klose e Cissè, uomini che hanno tecnica, concretezza ed esperienza internazionale, seppur non siano più di primo pelo: il tedesco, in particolare, è una forza della natura. Occhio al difensore Crescenzi, gioiellino in sboccio.

LECCE - Rosati, Munari e Jeda: quanto peseranno queste tre partenze? La società giallorossa si è comunque mossa bene sul mercato: in difesa ottima la conferma di Tomovic a destra, mentre al centro Esposito torna a casa sperando ritrovare l'ispirazione e il rendimento che l'avevano proiettato sino alla Nazionale. La roccia Carrozzieri cerca di ricrearsi una verginità calcistica, poi ci sono i due colpacci: Julio Sergio per la porta dovrebbe dare qualche garanzia in più di Rosati, mentre Oddo è un punto interrogativo: bollito o ancora in grado di dire la sua, specie nelle aspre battaglie del fondo classifica?
Qualche inquietudine per la zona nevralgica: ci si aspetta un'ulteriore crescita da Mesbah e Bertolacci, Strasser l'anno scorso ha fatto intravedere cose interessanti nel Milan ma è tutto da verificare sulla lunga distanza e nel clima infuocato dei bassifondi, per il resto il piatto piange: la prospettiva di doversi ancora affidare a Giacomazzi e Olivera non è esaltante. In attacco, ottimo l'investimento su Pasquato, jolly offensivo dai piedi buonissimi, che assieme a Corvia e all'eterno Di Michele potrebbe accendere la prima linea e lanciare i salentini verso una salvezza che, tuttavia, appare problematica.

MILAN - Pur nell'ambito di un mercato di basso profilo, i rossoneri si sono comunque rinforzati quel tanto che basta per rimanere nettamente favoriti nella corsa allo scudetto (allargando oltretutto il divario nei confronti dei cugini cittadini) e per fare un cammino un po' più lungo in Europa. Difesa ancora imperniata sui colossi Abbiati, Silva e Nesta, ma Mexès è un tassello di gran lusso mentre è lecito chiedere ad Abate la conferma del boom del campionato scorso.
L'incognita maggiore è il centrocampo, aggrappato al califfo Boateng ma con i vari Van Bommel, Ambrosini e Gattuso appesantiti dagli anni: in quest'ottica, intelligente il ricorso a Nocerino e Aquilani, ossia quantità e qualità, anche se l'ex romanista e juventino è chiamato una buona volta a sfoderare la personalità che le sue doti tecniche pretendono. Nell'anno dell'Europeo, e di fronte all'occasione della vita, o ci riesce o rimarrà per sempre nel limbo dei "poteva essere e non è stato". Attacco mostruoso: Ibra, Pato, Robinho, Cassano, col rischio che la gemma El Sharaawy faccia la muffa in panchina, mentre uno così, che ha piedi e testa per arrivare veramente in alto, dovrebbe giocare con assoluta continuità.

NAPOLI - Ormai è entrato stabilmente nel novero delle "grandi", e la parola scudetto non è più blasfema. Campagna di rafforzamento poderosa: Britos innalza la qualità complessiva della difesa, Donadel rimpiazza Pazienza, Inler è un centrale solido, dalla grande visione di gioco e dal tiro mortifero, in più c'è Dzemaili. In attacco, la freccia Pandev per far rifiatare i tre grandi.
A proposito di Lavezzi, Hamsik e Cavani, la vera forza del Napoli risiede nel fatto che la squadra di Mazzarri non è solo il magico trio offensivo, come molti commentatori anche illustri hanno sostenuto e sostengono tuttora: il terzo posto sarebbe rimasto un miraggio, senza le parate di De Sanctis, un Cannavaro sempre più sicuro a comandare la difesa e il portentoso lavoro sulle fasce di Maggio e Dossena. Ma sono italiani, e il prodotto indigeno ultimamente è considerato di quarta fascia, anche di fronte all'evidenza. Tornando al Napoli, due sono le incognite: riuscirà Cavani a ripetersi sui portentosi livelli del 2010/11? E quanto peserà l'impegno Champions? Fossimo nei partenopei, tenteremmo il tutto per tutto per allungare il cammino europeo, anche a costo di sacrificare qualcosa in campionato: in questo momento storico, è fondamentale accrescere l'esperienza europea dei nostri club e portare punti all'asfittica classifica Uefa dell'Italia.


SERIE A: BILANCIO DEL MERCATO (PRIMA PARTE)

Nemmeno io posso sfuggire alla tentazione di "pagellare" il mercato appena concluso, a poche ore dalla tanto sospirata partenza della Serie A. Ovviamente pronto ad essere smentito su tutta la linea, come del resto capita sistematicamente a tante firme assai più prestigiose della mia! Ecco la prima parte.

ATALANTA - Cigarini e Brighi, giocatori da media - alta classifica, accrescono in maniera esponenziale il valore del centrocampo orobico. Attesa la consacrazione di Consigli, dopo anni di gavetta. Lucchini e Masiello ottimi puntelli di categoria in terza linea, fasce intriganti con Schelotto e soprattutto con Bonaventura, a tratti devastante l'anno passato in B, piedi fatati, efficace sia sull'esterno che al centro.
Ampio ventaglio di soluzioni in attacco, dove l'assenza di Doni non dovrebbe pesare più di tanto: Denis potrebbe rendere al meglio in una dimensione più consona alle sue qualità (buone, ma non eccelse), mentre molto ci si aspetta da Gabbiadini, rivelazione cadetta, sempre che gli venga concesso il giusto spazio. In definitiva, squadra equilibrata e qualitativa, che non dovrebbe faticare ad approdare a posizioni tranquille e che, se annullasse in tempi rapidi l'handicap, potrebbe ambire anche a qualcosa di più.

BOLOGNA - Appare indebolito rispetto all'anno passato. Sono andati via tre pilastri autentici come Viviano, Britos e Della Rocca, e i rimpiazzi non paiono all'altezza. Di Vaio ha un anno in più, fra poco saranno 36, continuerà ad essere perennemente inesorabile sotto porta come un ragazzino? Portanova resta un baluardo difensivo, ma è un po' più solo, anche se, dietro a lui, Gillet, pur non essendo un fenomeno, è portiere di discreto affidamento e dovrebbe garantire qualche parata decisiva.
Centrocampo povero di qualità, Konè al posto di Della Rocca non pare un grande affare, per fortuna c'è sempre la roccia Mudingayi, mentre è attesa l'esplosione di Khrin. In attacco, ottimo l'affare Acquafresca, che vuol continuare a risalire la china e magari, perché no, avvicinarsi all'azzurro finora toccato solo con l'Under 21. L'ex genoano Rodriguez promette bene ma è un'incognita, mentre molto ruoterà intorno a Diamanti: tanto reclamizzato, ma assai poco decisivo finora in Serie A. Se riuscirà a dare continuità al suo talento, potrà caricarsi sulle spalle la squadra e condurla a una salvezza che, comunque, pare l'unico obiettivo plausibile per i petroniani.

CAGLIARI - Solo il campo potrà dire quanto valga effettivamente questa squadra, che sulla carta appare indebolita dalle cessioni di Acquafresca e Lazzari. Ekdal è un rinforzo di discreta sostanza, che però non rappresenta un autentico valore aggiunto, mentre c’è da sperare che fra i tanti carneadi arrivati qualcuno faccia il botto, soprattutto Ribeiro in attacco, e che Nené trovi quella continuità finora mai avuta.
Ci sono comunque diverse certezze, in primis nella zona nevralgica, che fra Nainngolan, Biondini, Conti e Cossu propone uno dei centrocampi più qualitativi dell’intera massima serie (“grandi” a parte). E anche la difesa, con le colonne Canini e Agostini e il nazionale Astori atteso alla consacrazione, non se la passa male. Chi farà i gol? E poi la liquidazione di Donadoni, che aveva fatto bene ma non ha mai la possibilità di lavorare con serenità a un progetto. Ficcadenti è una buona scelta, ma non un salto di qualità.

CATANIA - Sarà ancora lotta per la salvezza fino all’ultimo, ma la squadra etnea appare ben attrezzata. La perdita più grave è quella di Silvestre: Legrottaglie è un nome di grido ma al contempo un punto interrogativo, se l’età non si farà sentire più di tanto e se non peserà la stagione di quasi totale inattività, potrà non far rimpiangere l’argentino. Almiron al centro è un buon rinforzo, deve ritrovare voglia e fiducia nei propri mezzi, Lanzafame è una variabile impazzita per l’attacco, l’ideale per una formazione che da sempre è abituata a raccogliere punti preziosi anche con le grandi.
Si spera di rivedere un po’ più di Italia in formazione, dopo la sbornia argentina (francamente eccessiva) dell’ultimo campionato: in questo senso, meritano senz’altro spazio Capuano, il ritrovato Biagianti (uno da palcoscenici più prestigiosi) e il genietto Lodi, l’anno scorso decisivo. Altre certezze: il portiere Andujar, sempre più sicuro dei propri mezzi, il trequartista Gomez, positivo nell'ultimo campionato, e il bomber Maxi Lopez, abbastanza inspiegabilmente rimasto in Sicilia nonostante le numerose richieste.

CESENA - Bene, molto bene. Squadra rinforzata in tutti i reparti: Comotto in difesa (meglio del sopravvalutato Marco Rossi), al centro Candreva (che meriterebbe ben altri palcoscenici, ricordiamo che ha assaggiato la Nazionale), in attacco Mutu (che però è più incognita di quanto si creda, per età, carattere e motivazioni), l'affidabile Eder, l'incostante Ghezzal e Rennella, che potrebbe essere una delle sorprese del torneo. Se almeno una parte di questi troverà un rendimento decente, la perdita di Giaccherini dovrebbe venire assorbita senza troppi danni. E poi c’è sempre Parolo, centrocampista coi fiocchi: solo in Italia un elemento come lui può non trovare spazio in una grande.
 Altra certezza è il difensore Von Bergen, mentre le tante primavere di Antonioli e Colucci potrebbero cominciare a pesare. In ogni caso, compagine completa, solida ed equilibrata, in grado senz'altro di guadagnarsi la permanenza.

CHIEVO - Il vero colpo è la conferma di Sorrentino, da anni richiestissimo anche da compagini di medio - alto livello. Per il resto, campagna basata essenzialmente sui giovani: da tenere d'occhio Acerbi, uno dei difensori italiani più promettenti, che avrà al suo fianco garanzie autentiche come Sardo, Mandelli e Cesar. Qualche perplessità sul centrocampo: si farà sentire la perdita di Constant, Sammarco è solo un buon mestierante, dopo le sfavillanti promesse di inizio carriera, Hetemaj non può suscitare entusiasmi, qualche problema ci sarà in fase di construzione della manovra, a occhio e croce mancano fantasia e genio.
Davanti, aria di novità: Pellissier rimane il totem, Grandolfo, esploso nel finale di campionato a Bari, farà esperienza, mentre fossimo in Di Carlo punteremmo forte su Paloschi, uno che ha tutto per fare una carriera coi fiocchi e che merita piena fiducia. La sensazione, comunque, è che la corsa alla salvezza sarà quest'anno più difficile per i veronesi.

FIORENTINA - Si parlava di smobilitazione, invece alla fine i danni sono stati limitati egregiamente. Montolivo e Gilardino sono rimasti, magari malvolentieri, ma sulla loro professionalità non dovrebbero sussistere dubbi. La difesa ha perso Frey e la cosa peserà, perché Boruc non è il massimo dell'affidabilità, ma ha acquisito un Nazionale, Cassani, e scusate se è poco, e poi ci sono sempre Natali, Gamberini, Kroldrup, Camporese e Pasqual: reparto che dà sostanziale affidabilità.
E' rimasto anche Vargas, e al centro sono arrivati Munari e soprattutto il fantasista Lazzari, per tacere di Kharja, che ha buoni mezzi tecnici ma a Genova non ha certo brillato, tanto da finire nel mirino dei tifosi rossoblù, che lo hanno accusato di scarso impegno. Ampio ventaglio di scelte per l'attacco: accanto a Gila, il ritrovato Jovetic, pronto a riprendere il discorso drammaticamente interrotto dall'infortunio, un Liajic ancora in sboccio e un Cerci che ha dato vistosi segni di risveglio negli ultimi mesi della passata stagione. Se l'ambiente non sarà percorso da tensioni e malumori eccessivi, Europa League ampiamente alla portata. 

mercoledì 7 settembre 2011

IN FONDO AL TUNNEL, UNA LUCE AZZURRA

In una fase storica così delicata, diciamo pure critica, per il calcio italiano, è bello scoprire di potersi riaggrappare alla maglia azzurra. E' bello ritrovare, nella Nazionale, il simbolo più pulito e, vivaddio, vincente di un movimento che ha un disperato bisogno di risanarsi, ristrutturarsi, modernizzarsi, recuperare competitività e credibilità a livello internazionale. 
AZZURRI IN UN CANTUCCIO - Il nostro football, più che in altri Paesi, ha da tempo imboccato la via più biecamente commerciale, privilegiando l'attività di club con tutti gli introiti che essa è in grado di garantire (salvo, poi, ritrovarsi in rosso continuo, per non saper sfruttare le nuove fonti di guadagno offerte dal calcio del Duemila, non ultima il merchandising: ma questo è un altro discorso). La Nazionale viene da tempo vissuta più che altro come un fastidio, un intervallo noioso e mal sopportato fra una giornata di campionato e un turno di Champions. Ma quelle maglie color cielo, con la loro storia, la loro magia, le leggendarie imprese che hanno saputo realizzare, i valori autentici che da centouno anni portano in giro per il mondo, sanno sempre prendersi la rivincita. 
Lo scempio sudafricano sembrava destinato, nella generalità delle previsioni, ad aprire una lunga fase di grigiore per la nostra rappresentativa, seguendo a ruota il crollo di tutto il nostro carrozzone calcistico. 
E invece no: fra mille difficoltà e scetticismo quasi unanime, mister Cesare Prandelli si è messo di buzzo buono, ha lavorato con pazienza certosina sul materiale umano a disposizione (che non è eccezionale, ma nemmeno così scadente come viene dipinto da tantissimi, sia addetti ai lavori, sia, ed è la cosa più grave, tifosi, che pare godano nel dipingere il nostro football come uno dei peggiori del mondo), et voilà, in poco più di dodici mesi ci ha restituito una squadra decorosa e, cosa ancor più importante, una qualificazione europea conquistata con due turni d'anticipo. 
IL CAMMINO DI UN ANNO - Quelli di cui sopra, quelli che sminuiscono per professione, diranno che il girone non era granché. Sarà: c'era di peggio, ma Serbia, Slovenia e Irlanda del Nord non sono clienti comodi per quasi nessuno, senza contare che, al di là della diversa caratura tecnica delle tre, si tratta proprio del tipo di squadre che, agonisticamente e tatticamente, riesce maggiormente indigesto alla nostra Nazionale. 
Prandelli ha innovato dove poteva, lanciando con decisione tutti i giovani pronti a simili ribalte; ha dato fiducia a gente ignorata (Balzaretti) o sottoutilizzata (Maggio, Cassani, Pazzini) dall'illustre predecessore; ha ricaricato alcuni reduci del Mondiale che, in Sudafrica, erano parsi talmente brutti da non sembrare nemmeno calciatori di Serie A (Marchisio). Ha puntato con decisione sull'unico oriundo plausibile, Motta, dopo gli esperimenti abortiti di Amauri (inadatto a giocare in qualsiasi Nazionale di alto livello) e Ledesma (che forse è capitato nel momento peggiore, con la squadra ancora priva di una identità tattica). 
Certo, ha anche commesso degli errori: come quando, per la non - partita di Genova coi serbi, pensò bene di ripescare uno Zambrotta che ormai alla causa azzurra non poteva più dare granché; o come quando ha deciso, all'inizio del mandato, di fare di Cassano uno dei cardini del suo progetto di ricostruzione, quando è evidente, dimostrato dalla storia e dalla cronaca (vedasi partita di questa sera) che il pugliese non è assolutamente in grado di essere risolutivo, in campo internazionale, quando il livello degli avversari si alza. Ma rimane il grande merito di aver ridato un volto dignitoso a una squadra rasa al suolo. 
Si può dire che questa nuova Nazionale abbia cominciato a prendere forma a Dortmund, in febbraio. Quel pareggio con la Germania ha dato convinzione e fiducia in quantità, ma ha anche fatto capire al mondo che il gruppo così scarso non era.  Da allora, una confortante continuità di rendimento su livelli medio - alti, con alcuni sprazzi di gioco veramente notevoli (come nell'amichevole di Bari con la Spagna) e poche autentiche cadute di tono (con l'Eire in giugno, poco significativa amichevole di fine stagione, e con le Far Oer alcuni giorni fa). 
IL MATCH CON LA SLOVENIA - Questa sera, in una Firenze che alla fine è riuscita a portare allo stadio circa 20mila persone (meglio che niente, coi tempi che corrono), la conferma di un trend moderatamente positivo, quello di una compagine che sa superare immediatamente i momenti difficili e aggiungere qualcosina in più ad ogni uscita. La prova è stata più che sufficiente: mancano sovente continuità nell'azione,  ritmo e rapidità a sostenere la manovra di una squadra che troppo spesso si perde in una ragnatela di inconcludenti passaggi. Ma alla fine le palle gol arrivano: ne ha avute parecchie sui piedi un De Rossi su livelli di rendimento che dovrebbero confortare i tifosi della Roma: onnipresente in campo, non ha saputo sfruttare due sontuosi assist di Montolivo, il secondo a pochi centimetri dalla porta. Già, Montolivo: pure a lui manca la continuità, ma la sensazione è che si stia calando nella parte con una personalità via via più in rilievo, e che senta questa Nazionale sempre più sua (oltre agli assist, rapide verticalizzazioni a sveltire l'azione, da segnalare un colpo di testa con palla di poco a lato nella prima frazione). 
 Rossi il solito furetto, ma al solito troppe volte impreciso nelle conclusioni: un diagonale a lato nel primo tempo, una gran botta al volo da distanza ravvicinata alta di poco nel secondo, dopo che ancora De Rossi, in mischia sotto porta, aveva mancato altre due opportunità. Pochi lampi di Cassano (un insidioso tiro da lontano nel finale di primo tempo), come detto, mentre Pazzini ha fatto il suo dovere, segnando un gol da grande opportunista (rimpallo favorevole sfruttato e botta fulminea nel sette) e Balotelli ha mostrato finalmente voglia e cuore, sfiorando nel finale, con un gran destro dalla distanza, un gol che avrebbe meritato. 
Si è sofferto un po' dietro, perché la Slovenia ha qualità, sa difendersi e sfruttare i varchi che le si aprono davanti: una serie di conclusioni dalla distanza respinte da Buffon, pericolose quelle di Koren e Kirm, e un contropiede che, a metà ripresa, poteva avere conseguenze devastanti, se Ilicic, al momento di involarsi solitario verso il nostro portierone, non avesse ciccato malamente il pallone. In terza linea, Ranocchia sempre più disinvolto, classe e tempismo negli interventi con la giusta durezza,  Balzaretti a tratti devastante nelle sue discese (come anche all'andata), Cassani più "trattenuto" ma sempre propositivo. 
Insomma, l'Azzurra c'è, è migliorabile ma viva e vitale, e noi le affidiamo con piacere il compito di ridare dignità a un calcio malato e in crisi di immagine. 
CARLO CALABRO'

martedì 6 settembre 2011

ITALIA - SLOVENIA: I PRECEDENTI

Italia - Slovenia è, in chiave storica, un confronto "in fasce", ovvia conseguenza della giovane età della nazione ex jugoslava, per cui il romanzo dei precedenti è forzatamente ridotto all'osso. Rimanendo ai confronti disputati in casa azzurra, la prima volta fu nel settembre 1995, a Udine, ed era gara di qualificazione agli Europei come quella che andrà in scena stasera a Firenze. Vicecampioni del mondo contro una delle ultime rappresentative arrivate nel grande arengo internazionale: eppure si sapeva che non sarebbe stata sfida impari, perché già all'andata i nostri avevano sofferto le pene dell'inferno, rimediando un 1-1 con legittime proteste slovene per una rete non concessa dall'arbitro (tiro di Milanic, palla sulla traversa e poi oltre la linea bianca). In Friuli le cose andarono un po' meglio, sul piano del risultato: 1-0, decise Ravanelli con un bel sinistro dal basso verso l'alto nelle battute iniziali del confronto. Per il resto, gioco di livello modesto, come troppo spesso accadde durante la gestione Sacchi: pali di Albertini e Di Matteo a legittimare il successo, ma anche sbandate paurose di Tacchinardi, schierato come centrale difensivo, un ruolo chiaramente a lui non congeniale, e un paio di decisivi prodigi di Peruzzi, in quel periodo all'apice della carriera. 
Per il secondo appuntamento casalingo occorre fare un salto di sette anni, ed eccoci all'agosto 2002. Per il vernissage di una stagione che avrebbe proposto il girone di accesso a Euro 2004, si giocò in amichevole a Trieste: la Nazionale azzurra era ancora in piena crisi post Corea, il caos tecnico e tattico regnava sovrano, Trapattoni era stato confermato alla guida della squadra ma la sua panchina traballava più che mai. Aggiungiamoci la forma fisica veramente precaria (si inaugurava allora la consuetudine delle amichevoli agostane, fino ad allora per noi sconosciute) e il fatto che quella slovena fosse una rappresentativa nel frattempo cresciuta, cresciuta tanto in fretta da aver centrato, negli anni precedenti, una qualificazione europea e una mondiale. Il risultato fu che la stagione iniziò come si era concluso il Mondiale: con una sconfitta, un 1-0 firmato dal "leccese" Cimirotic. Sul campo, un'Italia involuta e poco ispirata, sfortunata in Doni (palo) e in Inzaghi (rigore negato), esordio senza tracce di Brighi, gioiellino bolognese, e poco altro. Animosità eccessiva in campo, con i nostri avversari pronti ad alzare fin troppo il tono agonistico e gli azzurri che alla lunga non si tirarono indietro, ma soprattutto scenario desolante sugli spalti, con incidenti provocati da ultras sloveni e gara a rischio sospensione. Una serataccia, con in più un'altra nota di tristezza: fu l'ultima telecronaca azzurra di Bruno Pizzul, che tuttavia, con l'umiltà che da sempre lo contraddistingue, sminuì la portata dell'evento: "Ringrazio tutti per gli attestati di stima - disse in diretta tv - ma non è la fine del mondo: a Dio piacendo, la vita continua...".  
L'ultimo rendez - vous è sicuramente il più significativo: ottobre 2005, Italia e Slovenia di fronte a Palermo, città che, in quel periodo, diciamo anni Novanta e primi Duemila, fu una delle sedi azzurre più gettonate dalla Federazione. Partita significativa, dicevamo, perché il successo per 1 a 0 (punteggio assai ricorrente, come si è visto, nei confronti fra i due Paesi) significò per noi la conquista con un turno di anticipo del pass per Germania 2006, dove poi accadde quel che sappiamo. Il match in sé non fu nulla di trascendentale, così come poco memorabile fu la cornice: una Palermo insolitamente fredda e stadio ben lontano dal tutto esaurito. La gara, dicevamo: azzurri col pallino costantemente in mano, ma a corto di idee e piuttosto prevedibili e monotoni nella loro azione offensiva. Nel primo tempo solo un gol annullato a Gilardino, per oscuri motivi, un bel destro di Totti e qualche errore di misura da parte di Toni. Nella ripresa, più brillantezza, ancora un'occasionissima di testa per Toni (appena passato dal Palermo alla Fiorentina e per questo accolto con freddezza alla Favorita) e infine il gol decisivo, siglato in mischia, di testa in tuffo e probabilmente non senza l'ausilio di una deviazione, da Zaccardo, da poco entrato in campo e non sempre fortunatissimo nelle sue apparizioni azzurre. 
CARLO CALABRO'

sabato 3 settembre 2011

LE GOLEADE NON FANNO PER NOI

Primo o poi qualcuno dovrà spiegarci quale sia la tara tattica o psicologica che impedisce alla Nazionale italiana  di fare ciò che riesce quasi sempre a tutte le grandi storiche, allorquando sono opposte a squadre modestissime: goleare, goleare senza pietà. Gli ultimi esempi sono di questa stessa sera: l'11 a 0 dell'Olanda contro San Marino, o il 4 a 0 (esterno) del Portogallo a Cipro, squadra che oltretutto, pur rimanendo su livelli qualitativi piuttosto bassi, non è più il materasso di qualche anno fa. La Germania, poi, ne ha fatti 6 (a 2) all'Austria, che è in gravissimo declino ma non può ancora considerarsi una delle Cenerentole d'Europa. 
NIENTE VENDEMMIATE - L'Italia fa storia a sé. L'Italia va a far visita ai dopolavoristi (non è considerazione spregiativa, ma semplice realtà dei fatti) delle Far Oer, che all'andata ha superato nettamente per 5 a 0 (chiamiamola una mini - goleada, comunque soddisfacente): è lanciata verso la qualificazione, è galvanizzata dal successo in amichevole sulla Spagna, dovrebbe fare un sol boccone degli avversari. Invece, dopo un avvio promettente, 1 a 0 e ringraziare, con scene di patetica sofferenza nel finale del match. Tutto già visto, già vissuto. Qui infatti non c'entra la delicata fase tecnica che sta attraversando il nostro movimento calcistico. Questa misteriosa "tara" è transgenerazionale, colpisce le rappresentative azzurre più qualitative come quelle un po' più povere di talento. Proprio contro le Far Oer, squadra da sempre fra le meno competitive del globo terracqueo, vide i sorci verdi addirittura l'ultima Italia campione del mondo, nel 2007, prima vincendo di misura a Torshavn (addirittura subendo un gol e rischiando il pari) e poi limitandosi, a Modena, a uno striminzito 3 a 1. 
UN FILM GIA' VISTO - Il copione è quasi sempre lo stesso: si comincia pieni di buone intenzioni, si fa gioco e si creano occasioni, ma i gol non arrivano, o ne arriva uno solo. Così, a lungo andare, la squadra si innervosisce, perde brillantezza, consente agli avversari di organizzarsi e di fare mucchio dietro, e, se le cose si mettono male, va addirittura in affanno. E' la sintesi del match di questa sera: gli azzurri sembravano voler riprendere il discorso da dove l'avevano interrotto con la Spagna, e hanno iniziato aggredendo in velocità, tante iniziative, tante conclusioni pericolose, il gol di Cassano (seppur con qualche dubbio sulla posizione del milanista) come giusto premio per una superiorità schiacciante. 
Era il viatico ideale verso la tanto sospirata vendemmiata. Macché: il copione sopra citato è stato fedelmente rispettato. In sintesi: il secondo gol non è arrivato, la squadra ha smarrito lo sprint iniziale, si è fatta lenta, prevedibile e imprecisa nei passaggi. Ora, sia detto senza offesa, formazioni come quella isolana, benché cresciute rispetto a dieci - quindici anni fa sul piano tattico, non possono permettersi di fare troppe sperimentazioni strategiche: per loro, lo schema ideale, e quasi sempre l'unico applicabile, non può che esser quello di chiudersi a riccio e tentare di sorprendere gli avversari in contropiede. Il segreto è di non lasciarglielo fare, di non dar loro respiro sul piano del ritmo e delle giocate. Certo, si potrà dire che ai primi di settembre, col campionato non ancora iniziato, non è propriamente facile mettere in atto tutto ciò. D'accordo, questa è forse l'unica attenuante accettabile per noi. Solo attenuante, però, perché la classe infinitamente superiore, la miglior preparazione atletica di base, l'esperienza agli alti livelli e la superiorità tattica dovrebbero comunque consentire a una compagine come la nostra di fare il vuoto in gare di questo tipo. 
I TRE PUNTI E POCO ALTRO - Invece, si è detto, la solita solfa: i nostri hanno continuato a tener pallino, ma senza brio, senza iniziative veramente ficcanti. Hanno provato, come del resto è saggio in partite che si fanno ispide, il tiro da fuori o dal limite (Criscito, De Rossi due volte, Montolivo) trovando un portiere obiettivamente in serata di grazia; Pazzini ha mancato un aggancio sotto misura, un paio di spunti in area sono sfumati per mancanza di precisione e lucidità in quegli spazi stretti e affollati. Insomma, le occasioni sono anche arrivate, ma troppo poche per un match del genere, e soprattutto non sono arrivati i tanti gol che si attendevano. Il tutto è stato accompagnato da una manovra faticosa, "involuta", come dicevano un tempo i critici: la flemma eccessiva in fase di costruzione ha consentito ai nordici di ammucchiarsi dietro rendendo ulteriormente difficoltoso il gioco azzurro, e gli errori in zona nevralgica hanno dato il là a più di una ripartenza pericolosa. Un solo gol all'attivo e due pali subìti a portiere impotente non sono un bel bilancio: rimane la quasi certezza dell'Europeo, ma a questo punto è d'obbligo chiedere a Prandelli e ai suoi di legittimare la qualificazione con un gran finale di girone, a partire dall'incontro di Firenze con la Slovenia. 
IN FONDO, MEGLIO COSI'... - Intendiamoci, nulla di male in tutto ciò che si è detto: non sono le goleade contro i dilettanti o i semiprofessionisti a fare la vera storia di una Nazionale. La nostra Italia ne è uno splendido esempio: così tante volte in difficoltà contro le deboli o debolissime, tante volte splendida contro le grandi nelle partite che contano. Altre squadre di alto lignaggio si divertono ad umiliare avversarie modeste,  salvo poi cadere di fronte agli ostacoli veri. Ricordo la Spagna di qualche anno fa, in particolare una edizione della Furie Rosse allenata da Camacho: nelle qualificazioni a Euro 2000, mise in fila un 9 a 0 e un 6 a 0 a San Marino, un 8 a 0 a Cipro e persino un 9 a 0 all'Austria. Ma, quando si trattò di far sul serio, nelle fasi finali, non cavò un ragno dal buco. Ergo, rinuncio decisamente a qualche vendemmiata in cambio di qualche coppa o di qualche piazzamento in più, ci mancherebbe. E tuttavia, di fronte a partite come quella di stasera, il senso di fastidio e l'amaro in bocca rimangono. 
CARLO CALABRO'

venerdì 2 settembre 2011

ECCO IL NUOVO GENOA: RIVOLUZIONE "INTERNAZIONALE"

Cambiare (tanto) per non morire. E' l'ormai consolidato modus operandi del Genoa targato Enrico Preziosi. Rivoluzionare la squadra ogni estate (e spesso anche d'inverno); vendere quasi tutti i migliori talenti per fare cassa e reinvestire in giocatori poco conosciuti e perlopiù giovani (meglio se stranieri), per valorizzarli e farne, un domani, nuovi "crack" del mercato. E' stato così anche quest'anno, in casa rossoblù: rosa rivoltata come un calzino, ma questa volta anche con fondate motivazioni tecniche, dopo una stagione che ha sostanzialmente lasciato con l'amaro in bocca il patron e larga parte della tifoseria. La soddisfazione per l'ormai riconquistata supremazia cittadina non può far passare in secondo piano gli stenti di un'annata che era partita fra fanfare e squilli di tromba, sulle ali di una campagna acquisti faraonica. 
IL CAMPIONATO SCORSO - Preziosi è stato sfortunato: dei tanti top player portati a casa dodici mesi fa, nessuno ha mantenuto le promesse. Tanti buchi nell'acqua, da Veloso a Rafinha per finire ai più fragorosi: un Toni ormai chiaramente sul viale del tramonto e la sciagura Eduardo, portiere della Nazionale portoghese, protagonista di un buonissimo Mondiale ma scioltosi come neve al sole sotto la Lanterna, fra papere sesquipedali, défaillance caratteriali e una disarmante dimostrazione di carenza assoluta in fasi tecniche fondamentali per un estremo difensore. 
LA STRATEGIA SOCIETARIA - Così, questa volta la rivoluzione è stata forse più accettabile, per i supporters. Se la rinuncia a Rafinha ed Eduardo (quest'ultimo, in verità, difeso a spada tratta oltre ogni evidenza da un fetta cospicua di tifosi) è stata mandata giù tutto sommato senza fiatare, hanno fatto storcere il naso quelle al Nazionale Criscito e soprattutto al gioiellino fatto in casa El Sharaawy, al quale moltissimi esperti pronosticano un avvenire luminosissimo. I critici dicono che con questo andirivieni di giocatori non si intravede il barlume di un progetto a lunga scadenza, e che non viene data la possibilità di affezionarsi ai campioni, di fidelizzarli alla causa rossoblù, facendo cadere uno degli aspetti più affascinanti e poetici del football. I difensori della causa presidenziale sostengono che tutto ciò va accettato, sia perché Preziosi i soldi che incassa li reinveste quasi sempre in maniera azzeccata, sia perché comunque l'irpino ha restituito al Genoa una dignità, sul piano dei risultati, che in quanto a continuità mancava da prima dell'ultima guerra. 
Ad entrambe le "fazioni" non mancano le ragioni: da parte nostra si può aggiungere, sempre per... dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, che in questo brutto calcio del Duemila, con un abisso profondissimo di potenzialità economiche fra l'élite delle grandi e il "resto del mondo", la strategia adottata dal club rossoblù è l'unica, o comunque una delle poche, percorribili per rimanere a galla dignitosamente in Serie A senza bagni di sangue finanziari. E' anche vero che cambiamenti d'organico così profondi di anno in anno mettono in seria difficoltà l'allenatore chiamato a dare un volto e un'anima alla squadra, e rendono il futuro un'incognita continua, perché quando ci si affida a tante scommesse tutte in una volta il rischio flop è più alto che mai. 
Ciò vale a maggior ragione quando, come quest'anno, si punta su tanti stranieri, perlopiù giovani e perlopiù mai visti all'opera in un campionato europeo. Un grosso rischio per Malesani, che dopo aver rivisto la luce a Bologna è chiamato al rilancio definitivo, dopo anni di stagnazione. Ce la farà? Ha in mano una patata bollente, ma durante il ritiro estivo si è mostrato carico, sereno e fiducioso, e del resto, scommesse a parte, la rosa messagli a disposizione ha tante certezze che dovrebbero bastare quantomeno a ripetere il torneo dell'anno passato. Vediamo nel dettaglio. 
PORTIERI - Qui il passo avanti è evidente: da Eduardo, che oltretutto coi suoi errori trasmetteva un enorme carico di paura e di incertezza a tutta la terza linea, si è passati a Frey, che se ha recuperato la forma è un estremo difensore da altissima classifica. Dietro di lui l'esperienza di Lupatelli, uno che fa spogliatoio ma che, se chiamato in campo, il suo lo può ancora fare. E poi c'è sempre Scarpi, altro collante del gruppo e ormai prossimo al ritiro.
DIFESA - Un po' in chiaroscuro. Bovo è rinforzo di lusso, perché al centro gli ottimi Dainelli e Kaladze, non di primo pelo, hanno un anno in più e avranno spesso necessità di rifiatare, e in più è giocatore eclettico. Poi c'è anche lo svedesone Granqvist, che in precampionato non sempre ha convinto ma che gode della fiducia dello staff tecnico. Sulla destra ci si affida ancora a Mesto, spesso contestato ma inappuntabile per continuità e dedizione alla causa, mentre a sinistra la pesante eredità di Criscito sarà raccolta da Antonelli, figlio d'arte (papà Dustin giocò nel Genoa nella prima metà degli anni Ottanta, da attaccante) e già provato da Prandelli in azzurro. In più Moretti, utilizzabile sia al centro sia (preferibilmente) a sinistra. Però, nel complesso, il reparto appare un po' a corto di alternative. 
CENTROCAMPO - Tante scommesse, qualche potenziale crack e un valore medio più che rispettabile, sulla carta. Ci si aspetta il riscatto di Veloso, centrocampista di qualità e quantità che ha completamente fallito l'approccio al calcio italiano.  Potrebbe essere uno degli stranieri rivelazione della Serie A lo sloveno Valter Birsa, forte fisicamente, rapido e fantasioso, con propensioni da trequartista, mentre è attesa la consacrazione di Constant: tecnico, versatile, costruttore di gioco e buon incursore, l'anno scorso col Chievo ha offerto lampi accecanti. Occhi puntati anche su Kucka, in bilico fra Genoa e Inter, anche lui molto versatile, centrocampista di sostanza  e con buone doti di inserimento. Se non penserà troppo al futuro nerazzurro, il rendimento è assicurato, dopo le buone cose mostrate nell'ultimo torneo. Merkel è un giovane di cui si dice un gran bene, poco si sa del cileno Seymour, sul quale peraltro in molti sono pronti a scommettere, mentre c'è sempre la garanzia rappresentata da capitan Marco Rossi, una delle poche bandiere rimaste nel nostro football: fisico, polmoni, classe non disprezzabile, attaccamento alla maglia, capacità di ricoprire più ruoli con efficacia. A proposito di bandiere, sull'estate genoana grava l'ombra del discusso (e a parer nostro incomprensibile) addio a Milanetto, in rotta con talune frange della tifoseria. Non è stato un bell'episodio: Mila ha dato tanto ai colori rossoblù, l'incidente (ingigantito) di fine derby doveva essere meglio metabolizzato, anche se non è dato sapere fino a che punto tale rottura abbia pesato sulla separazione. Il retrogusto amaro però resta. La brutta pagina è stata scritta, sul piano calcistico rimane l'auspicio che la sua assenza non si senta molto, visto che nell'ultimo anno il vecchio Omar ha messo molte pezze fondamentali alle lacune di gioco della squadra. Si spera trovi spazio il giovanissimo Sturaro, prodotto della "cantera" rossoblù. 
ATTACCO - Dopo un'estate trascorsa a inseguire Gilardino, chiudere il mercato con Caracciolo non è il massimo della vita. Con tutto il rispetto per l'Airone, dignitosissimo centravanti, il buon Alberto è un'altra cosa. Cionondimeno, inserito in un contesto più competitivo di quelli a cui è abituato, non è detto che l'ex bresciano non possa assicurare il bottino di reti necessario per garantire al suo nuovo club un piazzamento di rilievo. Si giocherà il posto con Pratto, ennesima incognita straniera (argentina, per l'esattezza), attaccante possente, non bellissimo a vedersi. La sicurezza è rappresentata da Palacio: Preziosi ha resistito alle sirene interiste, facendo tirare un sospiro di sollievo al popolo rossoblù. La perdita di Rodrigo sarebbe stata esiziale, privando la squadra dell'anima offensiva: classe di prim'ordine, Rodrigo segna e fa segnare, anche se la continuità non è il suo forte. Ci si attende molto da Zé Eduardo, fantasioso attaccante brasiliano peraltro subito frenato da un infortunio. Oggetto misterioso il cileno Jorquera, che viene descritto come elemento dal talento cristallino, giocatore rapido ed estroso, mentre rientra in gruppo Jankovic, dopo due gravissimi infortuni: se si è rimesso in sesto, un importante guastatore offensivo, un'arma in più per variare gli schemi d'attacco. Spiace per le rinunce a Floro Flores (dieci gol nel girone di ritorno del torneo appena concluso), ma l'Udinese pretendeva troppo, e a Paloschi, che ha tutto per diventare uno dei migliori attaccanti italiani. 
CARLO CALABRO'