domenica 24 maggio 2015

EUROVISION SONG CONTEST 2015: A VIENNA IL VOLO CONVINCE MA E' "SOLO" TERZO, IN UN'EDIZIONE DI BASSO LIVELLO QUALITATIVO


Una volta evaporata l'euforia un po' buonista delle prime ore, quella che qualifica il terzo posto del Volo come un trionfo o qualcosa di molto simile, l'Eurovision Song Contest 2015 rimarrà negli annali come una colossale occasione perduta per la canzone italiana. Opinione minoritaria, la mia, me ne sto rendendo conto "annusando" l'atmosfera in giro per i social network e sul web in generale, ma è questa la sensazione che mi è rimasta addosso, dopo aver ascoltato le ventisette finaliste della rassegna continentale. 
RIMPIANTI - Occasione perduta, intendiamoci, non per colpa dei tre vincitori di Sanremo, che sul palco viennese hanno dato il meglio, senza sovrastrutture coreografiche e artifizi spettacolari, puntando sulla forza di un pezzo che nella Penisola ha già fatto centro da mesi, confermando nelle classifiche di vendita il verdetto della Riviera dei Fiori, e che nella circostanza ha mostrato di possedere un certo respiro internazionale, facendo breccia nelle preferenze di buona parte delle giurie continentali. Ma in fondo lo si sapeva, e proprio per questo "Grande amore" era stato inserito, alla vigilia, nel ristretto novero delle favorite: una canzone in linea con una certa tradizione classicheggiante nostrana, quel pop lirico che ha conquistato il mondo con Bocelli e che adesso sembra aver trovato degni continuatori del genere. Lo si sapeva, dicevamo, e allora proprio per questo rimane un po' di amaro in bocca: le carte in regola per portare a casa la medaglia d'oro c'erano tutte, anche tenendo conto dell'ipotetico orientamento generale del pubblico europeo, per la verità risultato più "fluttuante" e meno prevedibile di quanto si credesse. L'Italia che piace all'estero è questa, si pensava, non quella dalle sonorità contemporanee di Nina Zilli, Mengoni ed Emma, scelte artistiche che negli ultimi anni hanno portato qualche discreto piazzamento senza però farci partecipare ai giochi che contano, quelli per il successo finale.
LIVELLO BASSO - Ma la mia è anche una considerazione di natura qualitativa: la vittoria pareva alla portata perché il livello generale della proposta musicale è parso quest'anno particolarmente basso. Difficile, molto difficile che anche solo uno dei brani finalisti resti nella memoria collettiva (ma quante volte è accaduto davvero, nella storia di questo evento?). Già negli anni passati avevo scritto di una tendenza all'appiattimento stilistico, e a Vienna 2015 si è forse raggiunto il punto di non ritorno, in questo senso. Pochissimi i guizzi di originalità, in un'ondata pop di grana grossa che rimastica stancamente sounds più o meno recenti, attingendo, come e più del solito, a quelle atmosfere epiche e solenni, declamate a voce spiegata preferibilmente da dotate fanciulle, che continuano misteriosamente a catturare l'udito dei fans dell'ESC. Stili non dissimili da quello portato da Lara Fabian all'ultimo Sanremone, e implacabilmente bocciato dalle giurie liguri. In Europa invece funziona, e così ecco la prevedibile e pomposa "A million voices" della russa Polina Gagarina issarsi fino a un'incredibile medaglia d'argento, dopo essere stata a lungo in corsa per il metallo più nobile. Meglio, allora, che a trionfare sia stato lo svedese Mans Zelmerlow, con una "Heroes" non particolarmente innovativa ma tutto sommato contemporanea e dall'arrangiamento piuttosto elaborato. 
Ma poi? Inspiegabile il (discreto) entusiasmo che ha circondato la performance della serba Bojana Stamenov, che in "Beauty never dies" ha attinto discretamente a certa dance anni Novanta in salsa "Alexiana", altro vizio dell'Eurofestival che ogni anno rispunta fuori, in dosi più o meno massicce. Anche l'attesa Elhaida Dani, vincitrice del primo "The Voice of Italy" e rappresentante dell'Albania, ha tentato la fortuna con una melodia leggera leggera, senza squilli, che scivola via senza lasciare tracce, oltretutto non sostenuta, nella circostanza, da una prestazione vocale impeccabile. Fra i paesi nordici, tradizionali assi pigliatutto della kermesse, da salvare la proposta norvegese di Morland e Debrah Scarlett, una "Monster like me" carica d'atmosfera e ricca si variegate sfaccettature sonore; nota di merito anche per la ballata, orecchiabile, giocosa e non pretenziosa, dei lituani Monika Linkytè e Vaidas Baumila ("This time"). 
ORIGINALITA' NON COMPRESA - Le proposte più moderne, ricercate e meno banali sono state tenute accuratamente alla larga dai giochi per la vittoria. Penso ad esempio a Belgio, Australia e Lettonia, che hanno chiuso a immediato ridosso del podio ma non sono mai stati autenticamente in lizza per il colpo grosso. La trovatina di ammettere in gara l'ospite oceanico è discutibile e senza motivazioni valide, un po' come il Giappone che partecipa alla Coppa America di calcio (è accaduto in passato), o come se il Brasile venisse invitato a una edizione degli Europei... Detto questo, Guy Sebastian è un signor professionista e un eccellente performer, che con "Tonight again" ha portato a Vienna una ventata di ritmi soul e funky di livello assoluto: un pezzo da classifica, uno dei pochi che questo ESC lascia in eredità. "Love Injected" della lettone Aminata è una canzone che riflette in parte lo stile lanciato da alcune delle popstar maggiormente à la page (come Katy Perry), dance al passo coi tempi e dal possente sostegno vocale, "Rhythm inside" del belga Loic Nottet ha una tessitura ardita, non facile, moderna ma con vaghi richiami agli anni Ottanta, in una riuscita fusion. Scandaloso il piazzamento sui bassifondi riservato ai britannici Electro Velvet, che con "Still in love with you" hanno ripescato stilemi sonori anni Trenta - Quaranta rielaborati in chiave attuale. Scelta troppo raffinata?

                                          Mans Zelmerlow: il vincitore di ESC 2015

UNGHERIA, POLONIA E ROMANIA DA SALVARE - Per il resto, è forse ingeneroso parlare di veli pietosi da stendere, ma la realtà è quella di un piattume generale destinato a entrare da un orecchio e uscire dall'altro dopo pochi minuti. Da salvare il pezzo minimalista e delicato dell'ungherese Boggie ("Wars for nothing"), una essenziale chitarra ad accompagnare un soffuso inno alla pace, la convincente melodia di "In the name of love" con cui la polacca Monika Kuszynska ha portato sul palco la sua forza d'animo e la sua voglia di normalità, cioè quella di una ragazza destinata, da qualche anno, a vivere su una sedia a rotelle a causa di un incidente. Interessante l'impasto vocale degli armeni Genealogy, sostenuto solo in parte da una "Face the shadow" di scarsa originalità e che sa un po' di già sentito. Meritano generale benevolenza quei pochi artisti che hanno scelto di esprimersi nella lingua madre, in primis i romeni Voltaj ("De la capat") con un pop simil - Modà (un po' alla lontana), anche se ci sarebbe da eccepire sulla qualità di talune proposte, ad esempio quella della spagnola Edurne, una "Amanecer" convenzionale e inconsistente, al di là del buon impatto visivo della performance dell'artista. 
TROPPO INGLESE - Proprio il ricorso massiccio alla lingua inglese rappresenta ormai da anni uno dei tasti dolenti dell'Eurovision Song Contest: canzoni prodotte in serie che potrebbero arrivare genericamente dalla Norvegia, dall'Estonia, dalla Danimarca o dalla Svizzera, un tentativo di riprodurre il modello originale senza aggiungervi farina del proprio sacco, mentre scompare quasi del tutto il sale dello scontro fra stili e tradizioni canore diverse, che dovrebbe essere l'essenza di una competizione come questa. L'Italia, su tale fronte, continua a resistere orgogliosamente (e giustamente) nella sua roccaforte, ma anche quest'anno è servito a poco. Tornando a bomba: il bronzo del Volo è traguardo di assoluto rilievo, il consenso è stato generalizzato (i tre ragazzi di "Ti lascio una canzone" hanno ricevuto voti da tutti i Paesi), eppure il sorriso non può non rimanere a metà: a far data dal nostro ritorno nell'arengo della gara continentale, questa era la canzone che, sulla carta, sembrava aver azzeccato il mix giusto di ingredienti per vincere, e molti esperti lo avevano più o meno implicitamente lasciato intendere, manifestando larga soddisfazione per la "qualificazione" all'ESC di "Grande amore" in seguito al trionfo sanremese. 
QUAL E' LA FORMULA VINCENTE? - Ma allora, qual è la ricetta ideale per trionfare in tale consesso? La risposta sembra non esserci, o sembra quantomeno essere mutevole e sfuggente. E poi all'Eurofestival entrano in gioco troppi fattori che con lo spessore musicale hanno poco a che fare, in primis i discutibili incroci di alleanze e votazioni fra Paesi più o meno amici. Forse, si tratta solo di azzeccare la formula giusta nell'anno giusto, saper "leggere" in anticipo le oscillazioni dei gusti del pubblico: sentita la canzone vincitrice, forse questo poteva essere l'anno ad hoc per l'ultimo Nek, chissà... Parole al vento, e comunque non è il caso di farsene un cruccio eccessivo: come albo d'oro, una vittoria all'ESC fa curriculum ma forse non innalza il prestigio di un artista a livelli siderali; come popolarità, invece, di certo incide, e in questo senso Il Volo, nella settimana europea, ha senz'altro ampliato notevolmente il proprio bacino di utenza, un bacino comunque già assai largo e consolidatosi in questi anni in mercati discografici ben più significativi, in primis quello americano.

sabato 16 maggio 2015

GENOA: E' GIA' TEMPO DI BILANCI, PRIMA DEL RUSH FINALE "IN PLAYBACK". GRAN GIOCO E RISULTATI, MA LA LICENZA UEFA...

                                      Iago Falque, autentico boom della stagione rossoblù

Meglio scriverlo oggi questo articolo. Meglio adesso, perché l'abbrivio conclusivo del campionato del Genoa ha assunto le sembianze di uno sconcertante rush finale "in playback": si combatterà davvero sul campo, almeno questo è l'auspicio, ci si emozionerà e ci si arrabbierà, o forse si gioirà, ma poi a stilare il verdetto saranno grigi burocrati di fronte a montagne di scartoffie. Pure questo mancava, nella ultracentenaria e tempestosa storia del Grifone: essere di nuovo in lizza per una qualificazione europea, cosa che da queste parti avviene di rado (l'ultima fu nel 2009, quella precedente si perde nella notte dei tempi), e tuttavia sapere che, anche conquistando un piazzamento utile per disputare la prossima Europa League, il torneo continentale lo si potrebbe vedere soltanto in tv, causa mancata concessione della licenza UEFA, 
INGIUSTIFICABILE - La premessa, da parte mia, deve essere chiara: non la perdonerò mai a Preziosi, comunque vada a finire. Perché una società di medio - alto livello di un campionato che rimane comunque di primissimo piano, questa stramaledetta licenza la deve ottenere senza se e senza ma, e la deve ottenere subito, senza dover attendere l'esito di uno o più ricorsi. Non sapremo mai come siano davvero andate le cose nelle segrete stanze di Villa Rostan (sede del sodalizio rossoblù), cosa abbia causato le mancanze in sede di presentazione della documentazione. Ritengo tuttavia che le giustificazioni ufficiose uscite in questi giorni, in primis le difficoltà finanziarie vissute dal club negli anni passati con tutto quel che ne è conseguito, non abbiano ragione d'essere; allo stesso modo, sapere che quelle difficoltà siano state in buona parte superate, e il Genoa si trovi quindi davanti a un futuro discretamente sereno, mi far stare meglio, sì, ma non al punto di non valutare come inconcepibile e inaccettabile questo clamoroso autogol. 
GIOIA IN PLAYBACK - Dopodiché, anche nel caso la licenza venisse concessa in seconda istanza, nessuno restituirà mai al "tifoso genoano medio" il fatto di aver vissuto questo rush finale per l'Europa in non assoluta leggerezza d'animo, a mente sgombra, col dubbio atroce che qualunque buon risultato ottenuto sul campo possa poi venir vanificato a tavolino. E' la morte della passione calcistica, è inconcepibile: è stata dura esaltarsi per la prestazione scintillante di lunedì scorso col Torino, pochi minuti di felicità vera dimenticati nel giro di poche ore. Una felicità "in playback", per l'appunto, un po' artificiosa e posticcia.
GRANDE GRIFO A DISPETTO DEI VATICINI ESTIVI - Premesso tutto questo, tiriamo dunque le somme della stagione del Grifo, perché ciò che accadrà da domani in poi potrebbe avere incidenza marginale (se poi invece servirà, tanto meglio). E allora, diciamo subito che il Genoa è fra i vincitori assoluti di questa grigia Serie A 2014/15. Il trionfo meno importante, in fondo, è quello conseguito sulle illustri firme del giornalismo nostrano, penso ad esempio al pur bravo Beccantini che sul Guerin Sportivo, l'estate scorsa, aveva vaticinato un 17esimo posto, quindi lotta dura per la salvezza, sulla scorta di osservazioni acute e approfondite come la seguente: "Preziosi continua a usare il mercato come una roulette: contento lui". Chi se ne frega, i pronostici non li sbaglia solo chi non li fa, tuttavia un minimo in più di analisi sarebbe gradita da parte degli esperti: persino io, nel mio piccolo e nella mia insipienza, avevo intuito che questo "mercato roulette" aveva delle motivazioni tecniche valide e aveva portato alla nascita di una compagine non propriamente da buttar via...
STAGIONE LUCCICANTE - Ma queste, appunto, son piccolezze. La stagione del Genoa è stata zeppa di perle, con soli due momenti di défaillance: il primo, del tutto comprensibile, sviluppatosi dopo la sconfitta interna con la Roma a dicembre, in un periodo costellato di "prodezze" arbitrali alla rovescia che rimarranno come una macchia eterna a evidenziare, una volta di più, la modestia di buona parte dei nostri fischietti; il secondo a inizio primavera, con un calo di rendimento che aveva fatto temere un nuovo "sbracamento" finale, simile a quello inaccettabile di dodici mesi fa. L'altro piatto della bilancia è pieno, pesante: parte sinistra della classifica blindata, quota cinquanta punti superata, vittorie storiche: la Juve battuta in autunno, Milan umiliato a domicilio, come non accadeva da decenni, Olimpico laziale violato, Torino ubriacato da una giostra memorabile.  
GRAN GIOCO E NUOVI CAMPIONI - E ancora: gioco di alto livello, quasi europeo, ebbene sì: a volte fin troppo ricamato, con gran spreco di palle gol, ma ultimamente fattosi più concreto. Il lancio o la conferma di elementi giovani in grado di reggere alla grande le massime ribalte: italiani come Perin, il neo nazionale Bertolacci, un Izzo sempre "sul pezzo" quando è stato chiamato in causa, un Mandragora promettente e da rivedere con più continuità, un Pavoletti in crescita; stranieri come l'affidabile De Maio, un Falque che nessuno si attendeva su questi livelli, un Perotti che se concludesse di più sarebbe davvero da top team, ma è comunque "tanta roba". Il fatto che il Genoa non sia crollato, e abbia anzi addirittura incrementato il proprio rendimento, dopo la dolorosa rinuncia al fuoriclasse argentino, è emblematico di come la squadra abbia raggiunto una propria quadratura tecnica e tattica, una solidità, una unione di intenti che l'hanno resa quasi impermeabile alle avversità interne ed esterne. In tutto questo, esaltare i meriti di mister Gasperini sarebbe quasi superfluo, per quanto sono evidenti. 
CON PREZIOSI NIENTE NOIA... - Ecco, questo è stato un Genoa monstre, un Genoa che era arrivato ad accumulare (pur con una partita in meno, quella famigerata col Parma) qualcosa come undici punti di distacco dai rivali cittadini della Sampdoria,  e che invece adesso è sotto di una sola lunghezza. Ma mai come quest'anno il derby per la supremazia genovese ha poco senso: onestamente, con quella manciata di punti in più (forse non dieci, né tantomeno quindici, ma cinque - sei ci stanno tutti) volati via per errori arbitrali si sarebbe scritta tutta un'altra storia, la cosa non va dimenticata e comunque al momento ha relativa importanza. Se poi, per  svarioni di altro tipo, ossia "dirigenziali", tutto ciò non porterà all'Europa, ce ne faremo (a fatica) una ragione.
Mettiamola così: in dodici anni di gestione Preziosi, non c'è stato mai un momento di noia, quasi sempre nel bene, a volte, come in questo caso, nel male. Speriamo che l'assestamento societario sia davvero in dirittura d'arrivo e preluda a un futuro più sereno, con un miglioramento nella efficienza gestionale e senza la necessità di continue rivoluzioni di mercato. Vedere per un anno o due in più a Marassi almeno qualcuno fra i top player rossoblù (al momento sono qualificabili come tali Perin, Bertolacci, Perotti, Falque) sarebbe un bel messaggio ai tifosi e al calcio italiano. 

CALCIO ITALIANO IN "RIPRESINA": A BERLINO UNA JUVE DAL CUORE TRICOLORE

                                   Tevez e Morata: punte straniere di una Juve azzurra

Ma allora c'è stata o non c'è stata, la rinascita del calcio italiano di club nelle competizioni europee? D'accordo, l'impresa della Juve, che però non ha commosso chi, appunto, sostiene che il pallone tricolore sia solo e soltanto la Vecchia Signora, e dietro di lei il vuoto più o meno assoluto. E poi gli ultimi flash lasciatici in eredità dalla settimana di Coppe  hanno immortalato la resa senza condizioni della Fiorentina e, soprattutto, il disastro Napoli, fiaccato dall'ultracatenaccio ucraino e dalla propria insipienza, tattica e di gioco.
Tuttavia, penso che non sia proprio il caso di fare gli schizzinosi. Veniamo da un lustro di raccapricciante oscurantismo, illuminato solo, un anno fa, da un una semifinale di EL raggiunta dalla solita Armata bianconera, che però sembrò più che altro una colossale occasione mancata, visto che la finale si sarebbe giocata proprio nello stadio di casa dei pluricampioni d'Italia. Possiamo pure parlare di "ripresina", mutuando un ipocrita termine usato spesso in passato da certi nostri politicanti, ma, fatta la dovuta tara alle amarezze del giovedì appena trascorso, non si può non considerare positivo il bilancio di questa annata. Un quadriennio di fallimenti continentali, si diceva, e la Nazionale di Prandelli rasa al suolo dal disastro brasiliano: per il football di casa nostra si trattava dell'anno zero, e in realtà non si intravedevano neppure le premesse di una risalita, visto che l'estate 2014 ci aveva proposto eventi non propriamente edificanti, come l'elezione di Tavecchio al soglio FIGC e i nostri club che avevano ripreso la consueta razzia di mezze figure sul mercato estero, ignorando i migliori prospetti indigeni.
Così, questa stagione 2014/15 è sbocciata come un fiore nel deserto: soprattutto perché le nostre società hanno finalmente compreso quanti danni abbia provocato al movimento (leggasi: crollo nel ranking UEFA) l'aver snobbato per troppo tempo l'Europa League. Modus operandi fondato oltretutto su una convinzione sostanzialmente errata, ossia che puntare sul trofeo internazionale potesse causare sonori crolli sul fronte interno. Cosa avvenuta rare volte in passato, e magari per motivi del tutto diversi (la Samp passò dai preliminari di Champions all'EL e infine alla Serie B per altre questioni, ad esempio), mentre quest'anno abbiamo assistito al brillante comportamento del Torino, spintosi fino agli ottavi di EL e, fino a una settimana fa, baldanzoso e in lizza per un nuovo piazzamento europeo. 
Abbiamo portato cinque nostre rappresentanti agli ottavi della seconda coppa, e due fino alle semifinali: il derby conclusivo a Varsavia era alla portata, ma l'illusione svanita non deve far dimenticare quanto di buono fatto in precedenza. E ricordiamo che la Fiorentina, nella semifinale col Siviglia, ha giocato per un tempo, il primo dell'andata, completamente alla pari coi quotatissimi rivali, pagando però a carissimo prezzo un difetto già evidenziato nei turni precedenti: l'incapacità di concretizzare l'enorme mole di gioco e di occasioni create; può andarti bene contro la Dinamo Kiev, ma contro gli spagnoli paghi pegno. Riguardo al Napoli, la doppia semifinale è stata in fondo lo specchio di una stagione balorda, nata male e sviluppatasi lungo sentieri tortuosi: una squadra indebolita rispetto all'annata precedente, che ha proceduto a strappi ma senza mai trovare una apprezzabile continuità, infine arenatasi contro lo scoglio di un Dnipro nettamente inferiore sul piano della classe pura, ma tatticamente impeccabile (e chiuso a doppia mandata), nonché motivatissimo. Contro compagini che fanno tale densità difensiva risulta difficile manovrare in maniera fluida e creare costante pericolosità, ma di certo i partenopei ci hanno messo del loro, mostrando prevedibilità, lentezza, imprecisione. Un vero peccato, e tuttavia va tenuto a mente che, nonostante le lacune del team di Benitez, alla fine a decidere la qualificazione è stata anche una clamorosa svista arbitrale, visto il gol in offside degli ucraini al San Paolo.
Il mancato raggiungimento della finale di EL è stato ampiamente compensato dall'incredibile cavalcata juventina nella Coppa regina. Anche perché l'approdo a Berlino di Tevez e compagni è assai più sintomatico di una parziale ripresa (ripresina, appunto) del nostro asfittico football dopo le magre degli ultimi anni: Napoli e/o Fiorentina all'atto conclusivo dell'ex UEFA avrebbero avuto effetti benefici sul ranking, senza però dire alcunché sullo stato di salute del nostro movimento, trattandosi di compagini che puntano quasi esclusivamente su elementi di fuorivia, La Signora, invece, ha un cuore prettamente italiano, un nucleo azzurro di veterani (Buffon, Pirlo, Chiellini), di gente "a metà del guado" (Bonucci, Marchisio), più un giovanissimo come Sturaro che è risultato fondamentale nel match di Torino col Real Madrid, dando sostanza al reparto di mezzo e sfoderando una inattesa personalità. La qualificazione della compagine di Allegri è stata nel complesso meritata: al Bernabeu ha dato perfino l'impressione di aver fatto il colpo senza attingere al pieno delle proprie potenzialità, ha ben contenuto le Merengues, che hanno sprecato un discreto numero di palle gol ma anche corso più di un rischio. Peccato che una tale impresa sia stata macchiata dall'atteggiamento di Morata, che ha realizzato due gol pesantissimi fra andata e ritorno senza esultare, rovinando così parzialmente i due momenti più belli della sua finora breve carriera in omaggio al'ottusa consuetudine del "rispetto per la ex squadra". 
Ma tutto passa in cavalleria di fronte all'obiettivo centrato. Né si può dire che contro il Barcellona non vi siano chances per la nostra rappresentante, perché in partita singola può accadere di tutto. Tornando al consuntivo stagionale, se la squadra che esprime il meglio del prodotto interno lordo calcistico approda alla finale di Champions vuol dire che una crescita vi è stata; se altri due club, pur zeppi di stranieri, hanno sfiorato l'atto conclusivo di EL, va apprezzato il cambio di mentalità nell'approccio alla seconda competizione continentale, a dimostrazione che i continui fallimenti degli ultimi anni non sempre (anzi, quasi mai) erano stati dovuti a una effettiva inferiorità delle nostre squadre al cospetto di quelle estere. Dopodiché, certo, la strada è ancora lunga, e tante le soluzioni da adottare affinché questi exploit non si rivelino effimeri. Soluzioni che sono state già indicate più volte in questo blog, e sono comunque sotto gli occhi di tutti: visto che qualcosa si è mosso, è forse tempo di essere un po' più ottimisti e di auspicare un'autentica inversione di tendenza. Intanto, il ranking ha ripreso parzialmente a sorridere: non può piovere per sempre.