venerdì 31 luglio 2015

BILANCIO DEL COCA-COLA SUMMER FESTIVAL 2015: UN... CONTENITORE DI TORMENTONI DEGNO DEL VECCHIO FESTIVALBAR


Quattro settimane di Coca-Cola Summer Festival hanno restituito all'estate la sua dimensione di "stagione della musica leggera", i tre mesi in cui il pop easy listening deflagra e invade piacevolmente le nostre vite, diventandone colonna sonora più che in altri periodi dell'anno. Lo avevo già scritto dodici mesi fa: c'era bisogno di una manifestazione così. E ora lo si può ribadire senza timore: la festa romana è andata definitivamente a colmare il vuoto lasciato dal Festivalbar. C'è ancora chi considera "blasfemo" l'accostamento fra i due eventi, e sinceramente non riesco a comprenderne appieno i motivi. 
UN DEGNO EREDE - Intendiamoci, personalmente posso ritenermi un "nostalgico", in questo senso: mi manca la kermesse di Salvetti, per com'era strutturata, per gli evergreen che ha sfornato (ma erano altri tempi, per la discografia) e per quello che ha rappresentato per più di una generazione di appassionati di canzonette. Però non si può rimanere prigionieri del passato a oltranza, e trovo che il "Coca-Cola" stia dimostrando, anno dopo anno, di poter essere considerato a pieno titolo l'erede della cara, vecchia rassegna veronese del juke box. Perché se lo si analizza nei dettagli tecnici, la riproduce quasi fedelmente, migliorandone addirittura alcuni aspetti. 
C'è davvero il clou della produzione pop del periodo, impreziosita dalle ospitate di alcune eccellenze cantautoriali e di superbig; ci sono giovani che solitamente non trovano molto spazio a livello televisivo; rispetto al Festivalbar, il Summer Festival si fa preferire per il ricorso generalizzato al live (che Andrea Salvetti riuscì a introdurre solo negli ultimi anni di vita della creatura di papà Vittorio), per una formula più marcatamente competitiva (c'è concorso sia per i "vip" sia per gli emergenti, mentre da metà anni Novanta in poi il concetto di gara, al Festivalbar, risultò assai annacquato), e per una presenza meno invadente di artisti di fuorivia, cosicché le luci della ribalta privilegiano, giustamente, la produzione di casa nostra. 
DAI TALENT RAGAZZI CHE VALGONO - E allora, qual è il problema? Se si stratta della massiccia partecipazione di giovanotti usciti dai talent show, beh, sarebbe anche l'ora di smetterla con questa eterna aria di sufficienza e di snobismo: ho spesso scritto su questo blog che non sono affatto entusiasta della "sceneggiatura", del format che caratterizza trasmissioni come "Amici" o "X Factor", ma negare che da esse siano usciti cantanti di valore vorrebbe dire negare la realtà; così come non si può restare indifferenti di fronte ai formidabili esiti commerciali che i dischi di questi virgulti ottengono quasi sistematicamente. Fuochi di paglia? Sarà il tempo a dirlo, ma i successi "one shot" esistevano anche nei Sessanta, Settanta, Ottanta... 
Se invece la nostalgia per il bel tempo che fu è dovuta alla differenza di qualità della proposta musicale, beh, il discorso diventerebbe troppo lungo e complesso. Fermo restando che peserebbe massicciamente il gusto personale, e che comunque il ricordo delle canzoni della nostra giovinezza ci rende tutti scarsamente raziocinanti nella valutazioni, mi pare di poter dire che gli ultimi due anni abbiano sancito un deciso ritorno al pop di facile presa, alle canzoni immediate, ai ritornelli orecchiabili che sono decisivi, piaccia o no, per la ripartenza di un mercato discografico sempre boccheggiante. 
CONTENITORE DI SUCCESSI - In questo quadro di riscoperta della semplicità, risultava fondamentale il recupero di una rassegna canzonettistica modellata sul vecchio Festivalbar: perché, ne sono convinto, la sola produzione musicale non basta, ma deve essere "inquadrata" in un contenitore che la veicoli sapientemente, che dia forma a una colonna sonora dell'estate, che crei un "pacchetto" all'interno del quale, poi, ogni appassionato possa pescare il personaggio, il brano, il genere che più gli aggrada. Anche a questo servono i Festival, e il Coca Cola ha adempiuto al meglio tale funzione. 
Ha vinto, come era ampiamente prevedibile, Alvaro Soler, purtroppo assente alla premiazione per pregressi impegni (questo è un punto sul quale l'organizzazione, in futuro, non dovrà transigere: il trionfatore "deve" chiudere l'evento, consegnare il trofeo al suo discografico è abbastanza triste): "El mismo sol" ha in effetti tutti i crismi dei classici tormentoni canicolari di una volta, come anche "Everytime" dei The Kolors, anch'essi mattatori al pari dello spagnolo, avendo vinto due puntate su quattro. E' gente che monopolizza le classifiche di vendita e di gradimento, in questo senso il Summer Festival registra fedelmente i gusti dei consumatori mainstream. 
NEFFA, DOLCENERA E LA "PRIMA VOLTA" DI VENDITTI - Ma da Roma sono giunte altre note piacevoli: Neffa è tornato in versione convincente con la cadenzata "Sigarette", Dolcenera prosegue con efficacia nella sua ricerca di un easy listening contemporaneo, elaborato e non convenzionale, che trova adeguata espressione nella variegata "Fantastica", un azzeccato mix di melodia e atmosfere dance; e proprio alla dance si è imprevedibilmente convertito Antonello Venditti con la trascinante "Ti amo inutilmente", che in ogni caso passerà alla storia perché, vado a memoria, ha segnato la prima partecipazione del cantautore a una gara musicale. Di Annalisa e della sua "Vincerò" avevo già tessuto le lodi quando recensii il suo album ("Convincente nella strofa, di fortissimo impatto nel ritornello"). 
Piacevoli e di sapore estivo i singoli di Lorenzo Fragola, ("#Fuori c'è il sole") e della strana coppia Baby K. - Giusy Ferreri ("Roma - Bangkok"), buona prova di Nesli ("Quello che non si vede") e degli irriverenti J-Ax e Il Cile ("Maria Salvador"), mentre più spazio avrebbero meritato emergenti rampanti come Paolo Simoni e Levante. Significativo, ancorché personalmente non mi entusiasmi, il trionfo di alcune cover, su tutte "Se telefonando", che completa il rilancio di Nek già sancito prepotentemente dal Festival di Sanremo (e comunque ben vangano queste operazioni, se servono a far scoprire ai ragazzini di oggi capolavori musicali di svariati decenni fa). 
Ma citare tutte le canzoni di buon livello emerse dalle quattro serate romane sarebbe impossibile. Da segnalare la massiccia presenza di "reduci" sanremesi, ulteriore dimostrazione dell'eccellente lavoro svolto nell'inverno scorso da Carlo Conti, il giusto tributo alla galassia rap - hip hop che, volenti o nolenti, sta monopolizzando il mercato di questi anni, e una competizione fra nuove proposte che ha incoronato l'istrionico Matthew Lee e il suo "E' tempo d'altri tempi", coraggioso tentativo di recupero in chiave moderna di sonorità rock 'n roll. 
COSE DA CAMBIARE - Cosa manca, allora, al Coca-Cola Summer Festival per diventare definitivamente adulto? Butto lì un paio di cose: un sistema di votazione più chiaro nelle cifre (dati numerici non ne sono stati forniti, durante le trasmissioni televisive) e che coinvolga un maggior numero di appassionati, magari tramite referendum popolare: ai tempi del Festivalbar si votava con le schede pubblicate da Sorrisi e Canzoni, ora si potrebbe trasferire tale metodo sul web. In seconda battuta, sarebbe opportuno che la kermesse non si esaurisse entro luglio ma che, magari, celebrasse la sua conclusione a fine agosto o a inizio settembre, in modo da incoronare davvero la canzone regina dell'estate, quella più "gettonata" (termine da... Festivalbar) durante tutta la stagione calda. Al di là dei ritocchi alla formula, una base da cui ripartire dovrebbe in ogni caso essere la diretta tv: ricordiamo che questo festival si è tenuto a fine giugno, e la differita ne annacqua inevitabilmente il pathos, oltre a esporlo a rischi di spoiler in rete. 

giovedì 23 luglio 2015

"L'ULTIMO GIORNO DI LUIGI TENCO" DI FERDINANDO MOLTENI, LIBRO DI TESI SUGGESTIVE E CERTEZZE INOPPORTUNE: SICURI CHE L'ESIBIZIONE SANREMESE DELL'ARTISTA NON PASSO' IN TV?


Dopo quasi cinquant'anni siamo ancora qui a parlare della morte di Luigi Tenco come di un caso in buona sostanza irrisolto: per certi versi è inaccettabile, per altri un sollievo. Inaccettabile perché emblematico di certi limiti della giustizia italiana, mai veramente riuscita a diradare le ombre addensatesi attorno a quel decesso, adagiandosi su una conclusione ufficiale (suicidio) poco convincente; un sollievo perché se non altro, dopo lustri in cui mediaticamente ha dominato la sola versione dell'insano gesto, il muro di gomma sta cominciando a sgretolarsi, si parla di ipotesi alternative sostenute, se non da prove, da elementi di notevole peso. E allora, in tale contesto, è pur sempre benvenuto un nuovo libro sul tema, se può servir da stimolo a rivedere posizioni ormai cristallizzate.
QUALE SUICIDIO? - In quest'ottica "L'ultimo giorno di Luigi Tenco", scritto da Ferdinando Molteni per Giunti Editore, assolve con dignità il proprio compito, mettendo a nudo i punti deboli della "verità" tramandata alla storia, ed è forse l'unico pregio di un'opera per altri aspetti largamente deludente. Fa bene, Molteni, a smontare una "realtà", quella del cantautore tormentato che decide di porre fine ai propri giorni, che realtà non sembra proprio essere, pur essendosi consolidata nella cultura collettiva: Tenco era semplicemente un artista che stava per chiudere una fase della propria carriera per aprirne un'altra, da vivere forse maggiormente dietro le quinte, più come autore che come interprete; coltivava progetti importanti, cercava una nuova via al folk italiano e in tal senso aveva già messo in cantiere un album, da lanciare dopo il Sanremo 1967. 
IPOTESI SUGGESTIVE - Alle corte: secondo l'autore, il povero Luigi non morì nella camera 219 dell'Hotel Savoy: nessuno udì la detonazione del colpo di pistola. Questo è un punto fermo, uno dei pochi: la ricostruzione è rigorosa fino alla fatidica mezz'ora di buio, quella in cui, fra l'una e mezza e le due della notte del 27 gennaio, si consuma la tragedia. Qui la narrazione si fa un po' troppo romanzesca: Molteni azzarda ipotesi, e nulla più. Certo, sono suggestive assai, magari più razionali di altre circolate in questi anni, e sono fondate su deduzioni anche logiche e su alcuni elementi degni di nota; ma pur sempre ipotesi rimangono. Perché sapere cosa accadde in quei trenta minuti è al momento impossibile, e  risulta tutto sommato sterile ricamare sui movimenti in auto di Tenco e del suo misterioso compagno di viaggio, nonché sulle contemporanee mosse della comitiva (Dalida, Lucien Morisse, Mario Simone, Paolo Dossena) che uscì trafelata dal ristorante "U Nostromu", dopo che la cantante francese aveva ricevuto una telefonata il cui contenuto, e il cui mittente, rimangono ignoti. 
MORISSE E MOLINARI - Nessun gesto estremo, nessuna congiura: le cose, probabilmente, sono andate in maniera più tristemente banale. Ma nel libro non c'è alcunché di autenticamente concreto che possa indirizzarci in tal senso. Suggestioni degne di approfondimento, lo ripetiamo, ma nessuna prova definitiva. Un passo importante, si diceva all'inizio, viene comunque fatto smontando la tesi suicidaria: quella pistola senza caricatore, caricatore che viene ritrovato sotto la gamba di Tenco...E poi il fatto, indubbiamente indicativo, che Luigi mai avrebbe scritto un biglietto d'addio senza dedicare un saluto all'amatissima mamma. Il resto è nebbia, compreso il presunto ruolo di Morisse, manager francese, scopritore ed ex marito di Dalida ma comunque sempre al suo fianco, anche in quella notte: una figura su cui tanto si dice, nel libro, senza che si approdi a qualcosa di "sostanzioso", idem per l'enigmatico commissario Arrigo Molinari. 
TROPPE CERTEZZE INOPPORTUNE - Insomma, la sensazione è quella del classico "più fumo che arrosto". Ci sono, lo si è detto, tesi storiche contestate in maniera credibile, sulla base di testimonianze d'epoca, come l'andirivieni della salma di Tenco (all'obitorio e ritorno, per esporre il corpo ai flash dei giornalisti). Ma su altri punti il rigore dell'autore viene meno. Si insiste con sicumera eccessiva su fatti non verificabili in maniera definitiva. Un esempio: Molteni scrive che Tenco fu l'ultimo a esibirsi, trentesimo su trenta, in quella prima serata del Festival '67: mi permetto di dubitare e ho elementi per farlo. 
Sono in possesso di una bobina Geloso registrata quella sera: c'è l'esibizione di Dalida, al termine un applauso prolungato e infine le parole di  Mike Bongiorno, presentatore assieme a Renata Mauro: "Signore e signori, amici ascoltatori, con 'Ciao amore' (la chiama proprio così, ndr) abbiamo terminato la prima serata del diciassettesimo...", poi la registrazione si interrompe ("diciassettesimo" è riferito al Festival, che celebra quell'anno la sua edizione numero diciassette), ma direi che ce n'è abbastanza per dedurne che l'ultima a esibirsi fu invece la partner francese del cantautore. Del resto, l'Unità del giorno dopo scrive che Tenco, dopo la sua performance, "è stato visto battere le mani freneticamente a Dalida, che replicava la sua canzone". 
TENCO OSCURATO DALLA TV? - Altro punto su cui l'autore ostenta immotivata sicurezza: l'esibizione di Tenco, secondo lui, non sarebbe stata trasmessa in tv. "Le telecamere del Secondo Canale Rai - dice - si sono spente dopo i primi quindici - venti cantanti, poi è andato in onda il documentario "Un giorno alle corse", ma probabilmente è già finito quando Tenco appare in scena: sul video, nelle case degli italiani, c'è il monoscopio". Mai sentita una cosa del genere. Parrebbe proprio uno scoop, ma è fondato su basi assai fragili. Molteni osserva che il palinsesto prevedeva, per la prima serata del Festival, un collegamento di un'ora e mezza, dalle 21 e 15 alle 22 e 45: troppo poco per farci star dentro trenta canzoni e le relative presentazioni, da ciò la deduzione che "Ciao amore ciao" non sia stata ripresa dalle telecamere. 
La domanda mi è sorta spontanea: chi ci dice che i tempi siano stati rispettati al minuto? Gli "sforamenti" sono da sempre all'ordine del giorno, in casa Rai. Una verifica diretta non è possibile, e non può quindi averla fatta nemmeno lo scrittore, in quanto non esistono, o non sono al momento reperibili, registrazioni tv della prima serata di quel Sanremo. Ci viene in aiuto "Stampa Sera" del giorno dopo, che in un articolo dedicato alla programmazione di venerdì 27 gennaio scrive: "Alle 21 e 15 seconda serata eliminatoria del Festival... Il collegamento dovrebbe durare novanta minuti ma è facile prevedere che si finirà per superare, anche stavolta, le due ore, nel qual caso cadrà, come già nella prima trasmissione, il documentario annunciato per le 22 e 45...". Più chiaro di così... Lo stesso articolo, del resto, inizia con queste parole, altrettanto inequivocabili: "Sul video campeggia anche stasera il Festival di Sanremo, sul quale ha gettato un'ombra lugubre la tragica scomparsa del cantautore Luigi Tenco, che poche ore prima milioni di spettatori avevano visto inquadrato dalle telecamere durante la sua ultima esibizione. La manifestazione canora occuperà, probabilmente, tutto il tempo di trasmissione del Secondo Canale, com'è avvenuto ieri; in appendice è tuttavia previsto dal programma un documentario zoologico".

                                                Tenco sul palco di Sanremo '67

PROVE CONTRARIE - E allora perché tanta sicumera? Molteni si spinge a scrivere "non è vero niente, nessuno lo vide" riguardo a quanti, negli anni successivi, asseriranno di aver assistito all'esibizione di Luigi sul piccolo schermo. Al di là dell'articolo sopra citato che taglia la testa al toro (ma teniamoci comunque il beneficio del dubbio, legato all'impossibilità di visionare direttamente la serata), il fatto è che in tanti scrissero di quella performance già a caldo: Ugo Zatterin sul Radiocorriere ("Luigi Tenco non cantò al suo livello abituale, i teleschermi mostrarono un uomo stupefatto, a tratti dissociato"), Emio Donaggio su Stampa Sera ("Tenco, sulla ribalta, muove i suoi passi a fatica, come un ubriaco: l'hanno visto tutti alla televisione"), con relativa didascalia sotto una foto dell'artista ("Così Luigi Tenco è apparso ieri sera alla televisione"), e ancora La Stampa sulla prima pagina del 27 gennaio '67 ("Tenco si era presentato ieri sera al pubblico del Casinò ed era stato visto da milioni di italiani"), per finire con Sorrisi e Canzoni, nel commento d'apertura firmato "Tiemme": "Nessuno ha inteso la detonazione che ha trasformato per sempre in un corpo immobile 'quel ragazzo un po' strano' su cui qualche ora prima si erano fermati gli sguardi di milioni di telespettatori...". Un clamoroso caso di allucinazione collettiva? 
SANREMO DIMEZZATO DALLA RAI? DIFFICILE... - Oltretutto, Sanremo era all'epoca (più di oggi) una faccenda tremendamente seria, un affare da miliardi in cui erano in gioco i fatturati di un'industria colossale come quella della musica leggera, che girava a pieno regime: immaginatevi il polverone che avrebbero sollevato le case discografiche, se la Rai avesse arbitrariamente deciso di escludere dalle dirette le esibizioni di alcuni cantanti. E invece, sui giornali non ho trovato traccia di tale taglio e di conseguenti polemiche: semplicemente, perché il "taglio" pare proprio non esserci stato.
Molteni dice che, per ascoltare la performance di Tenco, gli italiani dovettero ricorrere alla radio, dove "le canzoni vanno avanti ancora per un'ora, fino a mezzanotte": ma i palinsesti dell'epoca riportano, per la trasmissione radiofonica della prima serata sanremese, la stessa identica durata prevista per il collegamento televisivo, un'ora e mezza, dalle 21 e 15 alle 22 e 45; quindi, seguendo il ragionamento da lui adottato per la ripresa "catodica", anche in radio buona parte delle canzoni dovrebbero esser state oscurate. E allora come la mettiamo? L'audio dell'esibizione di Luigi, in possesso di molti collezionisti, può essere stato ottenuto, tramite apparecchio Geloso, dalla trasmissione radiofonica come pure da quella televisiva.
OCCASIONE SFRUTTATA A META' - In conclusione, Molteni ha ostentato sicurezza su fatti a proposito dei quali certezze granitiche ritengo non ne possa avere. Un peccato, perché tale scivolone getta ombra sul resto del libro, in cui non mancano momenti di alto livello: penso alla ricostruzione della genesi di "Ciao amore ciao", al tributo a Valentino, fratello di Luigi, alla sottolineatura del brutto articolo che Ugo Zatterin, grande figura della Rai dell'epoca, scrisse sul numero del Radiocorriere uscito dopo la kermesse ligure. Insomma, "L'ultimo giorno di Luigi Tenco" è un'occasione sfruttata a metà, o forse solo per un terzo: qualche dubbio e qualche condizionale in più, che non sono segni di debolezza ma di rigore storico, avrebbero  reso l'opera più solida e credibile. Ed è triste che chi, fra le altre cose, si propone di smentire leggende metropolitane circolate nel tempo sulla vicenda, finisca per alimentarne di nuove. 

lunedì 20 luglio 2015

ADDIO A GIGI MARULLA, PICCOLO EROE DEL GENOA ANNI OTTANTA

                                 Marulla ai tempi del Genoa (dal Guerin Sportivo - 1986)

Gigi Marulla se n'è andato all'improvviso, nel cuore di questa estate orribilmente, insopportabilmente afosa. Non è mia abitudine pubblicare pezzi strappalacrime dopo illustri dipartite, per cavalcare l'onda dell'emozione popolare (basta scorrere all'indietro il blog per averne conferma): l'ho fatto solo per quei personaggi che hanno lasciato una traccia profonda dentro me, uomini come Borgonovo, Boskov, Tito Vilanova, Simoncelli, molto più di semplici protagonisti dello sport. Ebbene, anche il compianto attaccante calabrese ha rappresentato qualcosa di significativo, per il sottoscritto. 
EROE "MINORE" - Un eroe calcistico "in miniatura", certo. La sua carriera si è dipanata lungo sentieri tortuosi, ai margini dei riflettori offerti dalle grandi ribalte: in Serie B e C, fondamentalmente. Giocatore di categoria, la definizione che gli era stata appiccicata addosso: un'etichetta non propriamente lusinghiera, abitualmente usata per bollare coloro che sono in grado di far bene, spesso molto bene, solo in campionati "minori", dopo essersi dimostrati non all'altezza della massima divisione. Ecco, va detto che per Marulla questa classificazione era sostanzialmente ingenerosa, perché a lui mai venne data la possibilità di confrontarsi col calcio di altissimo livello, con quello che, all'epoca, era definito "il campionato più bello del mondo", la nostra Serie A, per l'appunto. Un'ingiustizia, diciamolo pure, soprattutto pensando a quanti mediocri, dopo di lui, questa opportunità l'hanno invece avuta senza meritarla. Gigi si limitò dunque a fare il suo dovere nelle retrovie del nostro football, seminando le sue stagioni di una discreta messe di gol. 
MARULLA, IL GENOA: MIEI PRIMI AMORI CALCISTICI - Una figura per me significativa, Marulla, perché fu uno degli uomini simbolo del Genoa negli anni in cui il sottoscritto cominciò ad avvicinarsi al mondo del calcio, a coltivare una passione che resiste ancora oggi, nonostante sia messa quotidianamente a dura prova. Era un... Grifone spelacchiato, ma che tenacemente combatteva per cercare di riconquistarsi un posto al sole. Tutto iniziò nell'estate del 1985, esattamente trent'anni fa: la punta calabrese fece parte del primo "pacchetto" di acquisti di Aldo Spinelli, appena diventato patròn rossoblù dopo la tempestosa chiusura della lunga gestione Fossati. 
IL PRIMO GRIFO DI SPINELLI - Quello precedente era stato un torneo di B anonimo, per il club più antico d'Italia, chiuso appena al di sotto della zona promozione (ma senza mai essere stato autenticamente in lizza per salire) e con le ultime gare casalinghe disputate davanti a spalti, quelli del vetusto Ferraris di allora, sempre più vuoti. Irruppe "U sciù Aldu" e portò quantomeno un pizzico di entusiasmo: con lui arrivarono Bini, per anni libero dell'Inter, oggi si direbbe un top player, ma purtroppo approdò in Liguria ormai in chiara parabola discendente; Boscolo, che vantava qualche stagione di A col Catanzaro; Giancarlo Marini, anche lui sceso dalla massima divisione dove aveva difeso i colori della Lazio. Eppure, come uomo di punta di quella prima campagna acquisti venne designato proprio Gigi Marulla: strano, perché si trattava di elemento semisconosciuto proveniente dalla C1, dal Cosenza, dove però aveva fatto benissimo, diventando capocannoniere del girone meridionale.
MARULLA CONTRO LORENZO - Pareva, insomma, un giovane di grande prospettiva, e in città si creò un simpatico dualismo con Pino Lorenzo, altro centravanti calabrese, contemporaneamente ingaggiato dall'ambiziosissima Sampdoria di Paolo Mantovani. Ma se Lorenzo non ebbe grandissima fortuna nelle file blucerchiate (sfido, con la concorrenza di gente come Vialli, Mancini, Francis...), Marulla divenne subito uomo chiave dello scacchiere genoano, all'epoca affidato a Burgnich e in seguito ad Attilio Perotti. Non fu mai un fromboliere, questo no, ma in tre stagioni mise comunque insieme un discreto bottino di gol: 23 in campionato, non tantissimi, ma teniamo conto di due fattori: li realizzò soprattutto nei primi due anni, e poi, all'epoca, per gli attaccanti era difficile anche solo andare in doppia cifra, le difese non erano i colabrodo di oggi e c'era una più generale attenzione alla fase di copertura. Si presentò al pubblico genovese alla grande, Gigi, nell'agosto di quell'85, per il debutto in Coppa Italia, quando diede ai suoi un prestigioso pareggio col Milan siglando, di testa su corner, il punto del 2 a 2 a fil di sirena, per poi consegnarsi all'abbraccio della Gradinata Nord. 
QUELLA PROMOZIONE MANCATA - Il cruccio di Marulla e dei suoi compagni di avventura sotto la Lanterna rimase, senz'altro, la seconda stagione spinelliana, 1986/87: una squadra che era probabilmente la più competitiva della cadetteria (con lui c'erano Cervone, Policano, Mileti, Domini, Eranio, Scanziani...) non riuscì a centrare la promozione a causa del fallimentare rendimento esterno (nessuna vittoria lontano da Marassi!). L'esperienza rossoblù si chiuse un anno dopo, dodici mesi disastrosi per lui e per tutto il Grifo, partito ancora una volta per vincere il torneo e invischiato invece, fino in fondo, nella lotta per non retrocedere, evitata con la famosa vittoria di Modena. Poi, Gigi andò ad Avellino e tornò infine a Cosenza, dove visse una seconda giovinezza calcistica, mettendo insieme ancora tanti gol e diventando l'idolo della tifoseria cosentina, nonché simbolo positivo, pulito, dell'intera città. 
Una carriera come tante, si potrebbe dire: di un buon professionista delle aree di rigore e nulla più. E forse in parte è così, ma se chi vi scrive si è avvicinato al calcio, lo ha studiato e lo ha amato, in parte lo deve anche a Marulla e a quel suo Genoa intrappolato in una terra di mezzo, un Genoa lontano dai fasti miliardari della A degli Zico e dei Maradona, ma comunque ambizioso e orgoglioso, capace di sognare orizzonti di gloria, in grado di suscitare emozioni autentiche e di fare innamorare i ragazzini come me. 

venerdì 17 luglio 2015

RECENSIONI LETTERARIE: "QUELLA NOTTE ALL'HEYSEL" DI EMILIO TARGIA. 30 ANNI DOPO, LA STRAGE DI BRUXELLES SPIEGATA DA CHI C'ERA


Sono passati trent'anni dalla più spaventosa strage che abbia mai funestato il mondo del calcio, quella dello stadio Heysel di Bruxelles. La più spaventosa non in senso meramente numerico, ché altre tragedie in altri impianti hanno preteso tributi anche più esorbitanti di vite umane, bensì perché quella orribile mattanza di 39 persone colse tutti di sorpresa: è vero, la pericolosità dei famigerati hooligans inglesi era già nota, eppure (o forse proprio per questo, per i precedenti che avrebbero dovuto mettere in guardia) nessuno poteva seriamente temere che la situazione sfuggisse di mano e degenerasse proprio durante uno dei massimi eventi calcistici mondiali, una di quelle occasioni in cui l'organizzazione è solitamente impeccabile, rigorosissima, nulla viene lasciato al caso, meno che mai l'incolumità degli spettatori in loco. 
MEMORIA CONDIVISA - Sembra ieri per chi, come me, all'epoca aveva già un'età che gli consentiva di capire, perlomeno in parte, la portata di certi drammatici eventi. Il ricordo è sempre vivo, ma va costantemente alimentato, soprattutto a vantaggio delle generazioni più giovani che, se non stimolate alla ricerca storica, rischiano di vivere nell'ignoranza di ciò che accadde quel 29 maggio 1985. Invece devono sapere, e l'Heysel deve diventare memoria condivisa di un Paese intero, non solo di chi è interessato alle cose del football. Un buon contributo in tal senso l'hanno fornito varie opere letterarie: penso soprattutto a "Le verità sull'Heysel: cronaca di una strage annunciata" di Francesco Caremani, il giornalista italiano che più si è adoperato per tenere costantemente i riflettori accessi sui fatti di Bruxelles, raccontando nel dettaglio anche la dolorosa vicenda processuale che ne è seguita. Di impronta diversa è l'ultimo libro uscito sul tema, "Quella notte all'Heysel" di Emilio Targia, editore Sperling & Kupfer. 
DIARIO DI UN VIAGGIO E DI UN INGANNO - E' un volume scritto quasi di pancia eppure lucidissimo, un racconto in presa diretta del prima, durante e dopo quel giorno nero. Il diario di viaggio di Targia e del suo grande amico Giampiero, due "juventini a Roma" che in quel maggio 1985 decisero di seguire l'adorata squadra nell'avventura fin lì più importante della sua storia, l'ennesimo assalto alla Coppa dei Campioni, il trofeo più ambito ma anche il più stregato, perché troppe volte la Vecchia Signora aveva mancato l'appuntamento con la gloria, andando incontro a delusioni anche brucianti: come dimenticare l'imprevista sconfitta di Atene di due anni prima contro l'Amburgo? 
E' la narrazione di un percorso crudele e menzognero, di un'ascesa al Paradiso che si trasforma repentinamente in discesa agli inferi, perché, come scrive l'autore, "ci sono incubi che si travestono alla nascita: si camuffano da sogni, e quando poi ti accorgi dell'inganno è troppo tardi e non puoi farci niente". Sì, perché quella, per uno juventino come lui, doveva essere "solo" la costruzione certosina di un sogno, a partire dalla sofferta conquista della finalissima ai danni del forte Bordeaux e dalla conseguente, febbrile caccia al biglietto più agognato di sempre. 
E poi il viaggio verso la capitale del Belgio, nel cuore dell'Europa più civilizzata (sic!), la birra bevuta assieme a un tifoso del Liverpool, per un piccolo gemellaggio che sembra foriero di una serata di festa, comunque vadano le cose sul campo; i primi timori di fronte a un servizio d'ordine che, attorno allo stadio, sembra manifestare imbarazzi imprevisti, smentendo il "decisionismo verbale" sciorinato pomposamente nei giorni precedenti dalle locali autorità. Il sogno che volge in incubo brutalmente, quasi all'improvviso, col belluino assalto dei teppisti britannici agli inermi spettatori del Bloc Z. Targia assiste allo scempio dalla curva opposta, ove si percepisce chiaramente la gravità, ma non l'entità abnorme del dramma che si consuma. E ci si deve affidare solo alle voci, al tam tam che si diffonde fra i tifosi e che dilata sempre più il numero delle vittime di quel vero e proprio atto di guerriglia. 
SOLO CHI C'ERA... - Ecco, l'essenza di questo nuovo libro su quel maledetto Juve - Liverpool sta proprio in questo delicatissimo passaggio: le sensazioni, la consapevolezza dei presenti rispetto a quanto accadeva intorno. Perché se è vero che, come detto poco sopra, la memoria di certi eventi luttuosi deve essere condivisa, è anche innegabile che in troppi, nel tempo, si sono arrogati il diritto di pontificare sui fatti di quelle ore, fatti comprensibili e interpretabili (e forse neanche interamente) solo da chi era fisicamente presente nel vecchio stadio belga. Lo capì subito, del resto, un giornalista di vasta esperienza come Italo Cucci, che sul suo Guerin Sportivo, nel numero successivo alla strage (quello col titolo di copertina "Olocausto"), scrisse fra le altre cose: "Tacete, voi che non c'eravate, voi che non avete vissuto quelle ore di paura..."; il riferimento era a chi aveva criticato, con accenti demagogici, la decisione di giocare ugualmente la partita: una scelta, oggi, pacificamente accettata un po' da tutti, per le ragioni di salvaguardia dell'ordine pubblico (e prevenzione di ulteriori, gravi incidenti) in cui maturò. 


DENTRO UNA BOLLA - Targia lo spiega bene. Lui, Giampiero e gli altri compagni di tifo sono finiti "dentro una bolla, in un tempo sospeso, incapaci di decifrare con esattezza quello che è successo, quello che sta succedendo e che potrebbe ancora succedere..". La situazione che quella sera prese corpo all'Heysel fu tragicamente surreale, luttuosamente contraddittoria. Qualcosa di troppo complesso, assurdamente complesso, per poter essere "decrittato", razionalizzato e metabolizzato in pochi minuti dalla mente umana, anche dalla più raffinata delle menti. Una situazione in cui era impossibile capire quale fosse l'atteggiamento più giusto, corretto, "morale" da assumere. C'era stata una strage, molti ne erano pienamente consapevoli, ma erano circondati da decine di migliaia di persone che non sapevano, o che sapevano solo in parte. E di certo la disputa dell'incontro, addirittura con carattere ufficiale, non poté che aggiungere un ulteriore elemento distorsivo, straniante: come comportarsi di fronte a una partita di calcio che va in scena in uno stadio cimitero, un paio di ore dopo una carneficina? Da una parte il sangue, i corpi inanimati, dall'altra lo sport, massima espressione di vita: uno scenario diabolico, quasi da impazzimento. 
Risposte definitive nessuno ne potrà mai dare, ma quella di un testimone diretto come Targia è sicuramente la più vicina alla verità: la partita come un diversivo, per allontanare i pensieri da quell'orrore che altrimenti avrebbe travolto lui e gli altri, novanta minuti per provare almeno a capire ed elaborare; e al gol di Platini, un urlo che è espressione di disagio, impotenza. E' la testimonianza più sincera e schietta che abbia mai letto, da parte di chi a Bruxelles era presente: una testimonianza che spiega molto, se non tutto, perché quando le naturali debolezze dell'animo umano vengono messe a confronto con eventi mostruosamente inconcepibili non c'è copione che tenga, e occorre quantomeno cercare di immedesimarsi, anche se le esultanze dopo la rete del francese e il tripudio della curva al fischio finale possono, ancora oggi, far gelare il sangue nelle vene. 
IL PICCOLO ANDREA - Questo è, dicevo, il cuore del libro. Ma c'è anche il dopo: il ritorno all'Heysel la mattina seguente, il doloroso viaggio di ritorno, e ancora prima, poco dopo il match, il solo squarcio di umanità in una notte da incubo, l'incontro con un volto sconosciuto eppure caldo, amico. C'è lo struggente ricordo della più giovane vittima di quella ferocia, il piccolo Andrea Casula (perì a undici anni, era mio coetaneo): le strazianti immagini del suo volto violaceo e ferito a morte, credo oscurate dalla tv italiana ma ben visibili in diversi documentari di produzione estera, dovrebbero restare come monito eterno, per chi ancora va allo stadio con intenti bellicosi e per chi scherza sull'Heysel, con cori e striscioni osceni che cadono spesso nell'indifferenza di un popolo narcotizzato, abituato ad accettare ogni bruttura. 
LA SCELTA DELLO STADIO - Sullo sfondo del libro, rimangono alcuni nodi non ancora sciolti: in primis la scelta di una struttura inadeguata e di non eccezionale capienza, per una finale attesissima. Un argomento a mio parere poco approfondito, in questi trent'anni: spesso si è parlato dell'Heysel come di un impianto fuori dal tempo, un reperto archeologico piombato all'improvviso nel 1985 dal nulla: era invece uno degli stadi preferiti dalla Federazione europea di calcio, già sede, in precedenza, di quattro finali di Coppa Campioni, tre di Coppa Coppe e una di Uefa, nonché dell'atto conclusivo dell'Europeo per nazioni del 1972 e di buona parte delle gare ufficiali della Nazionale belga (l'ultima si era disputata meno di un mese prima di quel fatidico 29 maggio, fu un Belgio - Polonia valevole per le qualificazioni al Mondiale dell'anno dopo). Era dunque un impianto utilizzatissimo e conosciutissimo: che controlli furono fatti in vista di Juventus - Liverpool? Come furono valutati i parametri di sicurezza? Come fu possibile non pesare adeguatamente la scarsità di vie di fuga e lo stato di degrado in cui versavano soprattutto le due curve?
LA COPPA DA "RESTITUIRE" - Un altro nodo è quello del "valore" di quella Coppa. Su questo punto sono in disaccordo con l'autore, che parla di "slogan" e di "strumento di polemica" riferendosi alla periodiche richieste, rivolte alla Juve, di restituire il trofeo perché "sporco di sangue". Sono personalmente convinto che, ancora oggi, la restituzione sarebbe un gesto di grandissimo spessore, e anzi più passa il tempo più tale gesto assumerebbe un valore simbolico gigantesco, come messaggio educativo di forte impatto rivolto soprattutto alle nuove generazioni di tifosi. Del resto, quella partita era iniziata come gara disputata per ragioni di ordine pubblico e fu in effetti giocata a lungo a ritmi accademici; ancora non mi è del tutto chiaro cosa sia accaduto, nell'intervallo, per farla diventare una gara vera, combattuta, con tanto di consegna finale del trofeo (ma negli spogliatoi). Trofeo che, come è ovvio e naturale, non può rappresentare alcun motivo di vanto, non arricchisce la bacheca, è solo una ferita perennemente aperta per il club bianconero, per tutto il calcio italiano, per l'umanità. 

domenica 5 luglio 2015

COPA AMERICA 2015: IL CILE TRIONFA CON MERITO, IN UN TORNEO DIMESSO E SCARSAMENTE SPETTACOLARE

                                        Sanchez, gran protagonista della finalissima

Il trionfo casalingo del Cile in Copa America rappresenta un dono immeritato, e nel contempo un'ancora di salvataggio, per la kermesse chiusasi questa notte a Santiago. Il quasi centenario trofeo (assegnato per la prima volta nel 1916) è andato a incoronare la squadra che più di ogni altra, in queste tre settimane, ha tenuto alto il nome del buon calcio (dire bel calcio sarebbe eccessivo), unica a onorare la competizione con espressioni di gioco degne di tal nome. Certo ai tifosi cileni poco importerà, ma la selecciòn roja entra nella storia, conquistando il primo alloro di sempre, al termine di un'edizione del torneo latino - americano fra le più dimesse che si ricordino. Teniamo sempre valida l'attenuante della collocazione temporale in coda alla stagione agonistica (ma vale anche per Europeo e Mondiale), fatto sta che il tono spettacolare è stato spesso sotto il livello di guardia, che molte delle stelle più accese si sono tenute accuratamente lontane dai riflettori (e dai momenti topici delle varie gare), che alcune delle rappresentative più quotate hanno trapanato l'acqua in maniera oltremodo vistosa. Premio eccessivo, dunque, la vittoria degli anfitrioni, per una manifestazione che in larga parte non è stata all'altezza del football di qualità sciorinato da Vidal e compagni, ma anche sua àncora di salvezza, perché il gioiellino creato da Sampaoli impreziosisce e illumina un evento che, altrimenti, ben poco di rilevante avrebbe aggiunto alla storia di questo sport. 
COLOMBIA, CHE DELUSIONE! - Personalmente, la palma di squadra delusione l'assegno alla Colombia: sbocciata a Brasile 2014 come compagine fresca, frizzante, dalle molteplici soluzioni offensive, ha salutato la compagnia ai quarti di finale, dopo aver realizzato un solo gol in quattro gare (con un difensore, Murillo) e al termine di una recita all'insegna dell'impotenza e del timore reverenziale al cospetto dell'Argentina, un match interpretato in chiave di esclusivo contenimento, nell'attesa della lotteria dei rigori che, per i cafeteros, si è rivelata giustamente infausta. La stellina James Rodriguez troppo a corrente alternata, Cuadrado tanto fumo e pochissimo arrosto, Falcao non pervenuto: dov'è finita la compagine delle meraviglie che dodici mesi fa sfiorò, sempre nei quarti, l'eliminazione del Brasile padrone di casa e che era accreditata da tutti, al pari del Belgio, come "squadra del futuro"?
BRASILE, CRISI SENZA FINE - Già, il Brasile, per il quale trovare ulteriori parole risulta oltremodo difficile: se possibile, ha fatto altri passi indietro, rispetto all'infausto Mundial casalingo. Manovra avvitata in un vortice di mediocrità che pare inarrestabile, elementi non all'altezza in molti ruoli, soprattutto dalla trequarti in su (si è arrivati al ripescaggio di Diego Tardelli, onesto attaccante e nulla più), e l'unica possibile ciambella di salvataggio, Neymar, messo fuori causa dalla scarsa tenuta nervosa. Un anno perso, per la Seleçao, nonostante le tante novità immesse in squadra da Dunga: poche idee e troppi piedi operai, tanto che è bastato un diligente Paraguay, lontano parente di quello di Chilavert e Gamarra, per estromettere gli auriverdes. 
ARGENTINA DA 9 E MEZZO... - Delle grandi tradizionali, solo l'Argentina ha onorato il pronostico, ma anche in questo caso senza far esplodere in pieno le enormi potenzialità di cui, sulla carta, parrebbe dotata. Sottolineo "parrebbe", perché a questo punto i dubbi sono più che leciti: evidentemente l'altissimo tasso tecnico di tutti i titolari (e molte riserve) biancocelesti non riesce ad esprimere una somma di squadra che sia specchio fedele di questo crogiolo di classe. Certo, il team di "Tata" Martino tiene pallino, impone l'iniziativa, ma raramente arriva a martellare gli avversari con continuità, piuttosto si fa spesso sorniona, ricamando con pazienza e non negandosi alla sofferenza, in attesa di piazzare la botta vincente: esemplare, a tal proposito, la gara giocata contro l'Uruguay da Aguero (match winner nell'occasione) e compagni, mentre la semifinale tennistica col Paraguay ha rappresentato piuttosto l'eccezione alla regola, e oltretutto il 6 a 1 è maturato dopo una serie di inopinati rischi difensivi, corsi contro una rivale "azzoppata" di due elementi chiave come Gonzalez e Roque Santa Cruz, costretti al forfait in corso d'opera.
Comunque un'Argentina un tantino più vivace rispetto a Brasile 2014, che su tutti ha proposto due terzini incursori di rara efficacia (Zabaleta e Rojo), un Pastore maturo playmaker e discretamente "puntuto" sotto porta, e un Messi che, come troppo spesso gli capita in queste competizioni, non ha infilato portieri in serie ma si è ampiamente rifatto mostrandosi uomo squadra a tutto tondo, sacrificandosi nei ripiegamenti, dispensando assist di pregio e percuotendo le difese avversarie con scosse e improvvise accelerazioni in dribbling.

                                             Messi: una Copa America da assist man
     
IL PIU' BEL CILE DI SEMPRE - Alla luce di tutto ciò, è forse un po' forzato inserire l'Argentina nel gruppetto delle grandi malate del football mondiale, accanto a Brasile e, ahinoi, Italia. La Selecciòn è competitiva ai massimi livelli, ma continua a farle difetto l'ultimo acuto per cogliere un qualsiasi tipo di alloro, che manca ormai dalla Copa America del '93, quando in campo c'era ancora Batistuta, e senza tener conto dei due ori olimpici del 2004 e 2008 (competizione, quella a cinque cerchi, di scarsa credibilità tecnica). L'occasione di ieri sera non era delle più propizie, in quanto a contenderle il trofeo è stato il Cile migliore di sempre.
Se quello del '62 si arrampicò fino al terzo posto mondiale grazie a un fattore campo ossessivo, se quello di fine anni Novanta aveva ben poco dietro ai due fenomeni Zamorano e Salas, quest'ultimo, creato da Bielsa e perfezionato da Sampaoli, è un team completo ed equilibrato, manovriero ma al contempo concreto: Bravo si è confermato portiere coi fiocchi, Medel ha ritrovato le misure di barriera difensiva mostrate dodici mesi fa e raramente intraviste nella stagione interista, Aranguiz è un impeccabile frangiflutti centrale e Vidal il solito uomo ovunque, ancorché non sempre sostenuto dalla dovuta lucidità. E in avanti, le alzate di genio di Valdivia, i rari ma preziosi lampi di Edu Vargas (formidabile il gol che ha deciso la semifinale col redivivo Perù) e un Alexis Sanchez troppo spesso sulle sue, ma che ha tenuto il meglio per la recita conclusiva dell'Estadio Nacional, dove è stato sempre nel vivo del gioco, pur difettando di precisione in fase conclusiva, ma mettendo sovente in ambasce la retroguardia rioplatense per siglare infine il rigore decisivo con un beffardo cucchiaio appena accennato. 
FINALE DI BUON LIVELLO - Finalissima a reti bianche e decisa ai rigori, dunque, come altre significative sfide di questa Copa America, ossia i quarti Brasile - Paraguay e Colombia - Argentina: sintomo di equilibrio esasperato, e supremazia delle difese su reparti creativi che non sono stati in grado di... inventare abbastanza per forzare blocchi granitici. Eppure, l'incontro fra il Cile e i biancocelesti non è stato brutto, anzi: soprattutto nella prima mezz'ora, le due contendenti lo hanno giocato decisamente per vincere: dopo un'incertezza clamorosa di Valdivia, che si è venuto a trovare il pallone sui piedi in posizione favorevolissima ma ha esitato nella conclusione, Vidal ha impegnato Romero con una bella girata e Vargas ha chiuso con un tiro alto una volata sulla destra, mentre gli ospiti hanno risposto con un'inzuccata a colpo sicuro di Aguero a cui Bravo ha risposto con un riflesso felino. Col passare dei minuti la gara ha assunto contorni più da battaglia (senza tuttavia mai superare i limiti del sano agonismo) e il tono spettacolare è scaduto: non abbastanza, tuttavia, da impedire ad Alexis di sfiorare il vantaggio con un meraviglioso destro al volo solo davanti a Romero, mentre sull'altro versante l'Argentina falliva il colpaccio in extremis con Higuain, che deviava malamente sull'esterno della rete un tiro cross di Pastore, attivato in profondità da Messi. 
HIGUAIN, FINALE DI STAGIONE DA DIMENTICARE - Spiace infierire su Higuain, bomber solitamente inesorabile, ma il protagonista negativo della serata è stato lui. Dopo il suddetto errore, e dopo che la mezz'ora supplementare poco o nulla aveva aggiunto alla storia del match, nella giostra finale dal dischetto il Pipita ha concesso un malaugurato bis dell'ultima gara di campionato contro la Lazio: altro rigore buttato alle stelle, a indirizzare un verdetto che la parata di Bravo su Banega e la trasformazione di Sanchez rendevano poi concreto.
BRAVI CILE E... GAZZETTA.TV - Era tempo, dunque, che il Cile cogliesse il suo primo alloro, dopo miriadi di delusioni e qualche soddisfazione platonica: in fondo, vincere fra le mura amiche non è più cosa scontata, andate a vedere in quanti ci sono riusciti, nelle tre massime competizioni per Nazionali svoltesi dagli anni Novanta a oggi... Un peccato, ripeto, che ciò sia avvenuto in occasione di una Copa America di basso livello. Un peccato anche per Gazzetta.tv, la neonata emittente digitale della "rosea" che ha riportato la kermesse latino - americana in chiaro, in Italia, dopo oltre dieci anni di oscuramento (se la memoria non mi inganna, l'ultima volta fu nel 2004, con la finale Brasile - Argentina vinta rocambolescamente dagli auriverdes): sul Canale 59 è stato comunque offerto un ottimo servizio, con dirette, repliche di partite e trasmissioni dedicate, poche chiacchiere e tanto calcio vero. Sì, sono i ragazzi di Gazzetta.tv "gli altri" vincitori del torneo.