giovedì 11 agosto 2011

VERSO SANREMO 2012: IL TOTO-CONDUTTORI. CLERICI - MORANDI, PASSANDO PER FRIZZI E CARLUCCI

Piena estate e già si parla del prossimo Festival di Sanremo. Giusto così. Più volte, in passato, organizzatori e direttori artistici vari hanno sostenuto che, per mettere in piedi una rassegna di elevato spessore artistico e spettacolare, occorrerebbe iniziare a lavorarci addirittura un anno prima. Invece, spesso si arrivava all'autunno inoltrato che si era ancora in alto mare, e il grosso del lavoro organizzativo veniva effettuato nei mesi immediatamente precedenti la kermesse. 
Come al solito, il primo nodo da sciogliere è quello della conduzione. Voci autorevoli danno per certa la coppia Gianni Morandi - Antonella Clerici. I mattatori degli ultimi due Festival, campioni d'ascolto: una garanzia assoluta, nelle intenzioni Rai, per sbancare l'Auditel anche l'anno prossimo. Beh, non sempre, a livello televisivo, mettere insieme due o più pesi massimi significa sommarne aritmeticamente il seguito popolare e dunque il successo in termini di audience. La riuscita dipende da tanti fattori: la chimica che si crea fra i personaggi, il canovaccio spettacolare, più o meno originale, più o meno brillante, lungo il quale dovrà snodarsi questa conduzione "corale". Però è certo che, a tutt'oggi, la scelta della direzione artistica, se verrà confermata, sia inattaccabile, pur se, forse, poco coraggiosa. 
A proposito di coraggio: Paolo Bonolis, un Re Mida che ha toccato Sanremo per due volte trasformandolo in oro e che di certo prima o poi rivedremo sul palco dell'Ariston, ha recentemente spezzato una lancia in favore di Fabrizio Frizzi. Già: un grandissimo professionista, un fedelissimo Rai, uno che nella tv di Stato ha fatto tutta la gavetta, fin dai primi Ottanta. Personalmente, ritengo che il momento giusto per piazzarlo alla guida del Festival fosse negli anni Novanta, quando era davvero un anchor man di primissima fascia, protagonista dello spettacolo del sabato sera abbinato alla Lotteria Italia (Scommettiamo che?) e di altri show di grosso successo, come "Per tutta la vita", per non parlare di Miss Italia. Sfortunatamente per lui, quello fu il periodo del Sanremo targato Baudo: il Pippo nazionale faceva tutto, organizzava e conduceva; e, per dire la verità, lo faceva impeccabilmente e portando grossi risultati in termini di ascolti e di vendite di dischi. Casomai, suonò strano che, una volta tramontata la stella baudiana, la Rai avesse deciso di affidarsi a due conduttori Mediaset, Bongiorno prima e Vianello poi. Sorse poi l'astro di Fazio, mentre quello di Frizzi cominciò ad appannarsi, e non se ne parlò più. 
Oggi, il buon Fabrizio, dopo anni di lavoro "da mediano" (a sudare e a sacrificarsi in trasmissioni mattutine di ottima fattura, come "Cominciamo bene") ha risalito la china e, se non prima scelta, è tornato ad essere un conduttore di fascia alta: in particolare, il boom fatto registrare in questi anni con "I soliti ignoti" è stato un giusto premio alla sua tenacia, alla voglia di non mollare mai. Sanremo, dunque? Si potrebbe anche provare e non vi troverei nulla di male, anche se vedo Frizzi più come un conduttore da Festival tradizionali. Quelli di una volta, quelli che sono esistiti fino agli anni Novanta, appunto, quelli in cui il concorso canoro era ancora più importante del contorno e della conduzione. 
Oggi, purtroppo, non è più così, e lo sappiamo bene: i media discutono dei presentatori, degli ospiti non cantanti, della "fauna" spesso discutibile che gravita attorno alla manifestazione. I cantanti in gara sono l'ultima ruota del carro. E', quello del Duemila, un Sanremo che privilegia il glamour, e che richiede "padroni di casa" diversi dagli "officianti" di un tempo, padroni di casa che siano in grado di stupire, di far parlare di loro, di proporre uno show nello show. E' una linea editoriale che non condivido, ma al momento è così. Ecco, Frizzi con tutto questo non c'entra nulla, però potrebbe sorprendermi, oppure potrebbe dare un segnale forte riproponendo una conduzione sobria e tradizionale e rimettendo la musica al centro dell'attenzione. Una scelta che inizialmente non pagherebbe sul piano degli ascolti, ma che secondo me, alla lunga, gioverebbe alla salute e al futuro del Festival. Utopia, comunque, pensare che la Rai possa rinunciare alla "cassaforte Auditel" garantita dalla kermesse rivierasca percorrendo strade "culturalmente" un tantino più sofisticate.
Una giusta via di mezzo fra tradizione e modernismo sarebbe, secondo me, Milly Carlucci. Un'altra che di gavetta in Rai (e non solo) ne ha fatta tanta, che è passata attraverso varie fasi televisive riuscendo ad adattarsi e a crescere senza però snaturarsi. Oltretutto lei è davvero uno dei personaggi più vincenti degli ultimi anni di tv: con "Ballando con le stelle" ha fatto un boom che pochi preventivavano. Lei sa essere "glamour" e "ufficiale": a Sanremo troverebbe un giusto premio e un approdo naturale, una collocazione che ne esalterebbe ancor più le indubbie doti di "animale da palcoscenico". Forse non sarà per quest'anno, ma sono sicuro che prima o poi (più prima che poi) la bella Milly all'Ariston ci arriverà. 
CARLO CALABRO'

AZZURRO SPERANZA - L'ITALIA DI PRANDELLI BATTE LA SPAGNA, SI AVVICINA L'USCITA DAL TUNNEL?

Nel mai abbastanza rimpianto "calcio di una volta", diciamo fino agli anni Ottanta, le amichevoli fra squadre nazionali avevano una loro altissima dignità, grande attendibilità tecnica e un seguito popolare vastissimo. Lo dimostra il fatto che alcune di queste partite sono rimaste nella memoria collettiva e hanno letteralmente fatto la storia di questo sport: pensiamo solo  alla mitica Inghilterra - Italia del novembre 1934, quella dei "Leoni di Highbury" di Vittorio Pozzo, o a un'altra sfida fra  inglesi e azzurri, sempre in novembre, ma nel 1973 a Wembley, prima nostra vittoria esterna sulla compagine coi tre leoni sul petto. 
Da un po' di  tempo non è più così, o comunque lo è solo in parte: coi calendari del club sempre più intasati, anche da impegni di puro  carattere promozionale (e perciò altamente remunerativi), e con le stesse rappresentative chiamate a sostenere gironi di qualificazione continentali e mondiali sempre più intensi, le amichevoli hanno perso carica attrattiva per gli appassionati e stimoli per gli atleti. Anche per questo, è tremendamente difficile giudicare gare come l'Italia - Spagna di questa sera a Bari: i giocatori l'hanno interpretata al massimo delle loro attuali possibilità? Ed è pertanto attendibile quanto emerso dal terreno di gioco, cioè risultato e prestazioni? 
LA PARTITA - Il mio parere: sì, lo è. Ho visto giocatori estremamente motivati da una parte e dall'altra. Come spesso capita in questi incontri, la credibilità tecnica va misurata sull'arco dei primi quarantacinque minuti, massimo un'oretta; poi, le sostituzioni a raffica snaturano il progetto originale di squadra: diventa un'altra partita, in cui tenuta atletica, fiammate individuali e fortuna finiscono col giocare un ruolo determinante. 
Ebbene, finché è stata partita vera, si è vista forse la più bella Italia della gestione Prandelli. Un giudizio che va rapportato al valore dell'avversario: questa nostra Nazionale ha giocato con esiti soddisfacenti altre sfide di alto livello, su tutte l'amichevole in Germania di inizio anno, ma stasera l'impegno era il più difficile che possa attualmente proporre il panorama internazionale. Ecco dunque un'Italia in vistosa crescita di personalità, capace di aggredire cotanto rivale senza timori reverenziali, di sfruttare le corsie laterali come i lanci lunghi centrali e gli scambi in velocità, il tiro da fuori  come i rapidi inserimenti in area. Bando alle ciance: nel primo tempo i nostri avrebbero meritato un vantaggio di almeno due gol, e invece si sono ritrovati con un pari beffardo e bugiardo. Si sono visti un Criscito con ben altro piglio rispetto agli ultimi tempi genoani, un Cassano mai così brillante nella sua seconda vita azzurra (esclusi i gol facili con le Far Oer), il solito Rossi guizzante ma un po' sprecone, un Montolivo a sprazzi ma più presente nel vivo del gioco e giustamente premiato col primo gol in Nazionale, un Chiellini ruvido quanto basta. 
GIUSTO PREMIO - Nella ripresa, vuoi per il naturale calo fisico, vuoi perché gli iberici avevano già nel primo tempo ripreso a tessere la loro ragnatela paralizzante (per gli avversari), la bilancia del gioco ha preso a pendere dalla parte dei campioni d'Europa e del mondo, e il tourbillon di cambi ha fatto il resto, opponendo una squadra dalla tecnica eccelsa e con una ben definita e solida identità, al di là delle rotazioni di uomini, a un'altra che sta ancora uscendo dal bozzolo e quindi non può vantare le sicurezze tattiche e caratteriali dei dirimpettai. Anche in questa fase di sostanziale dominio spagnolo, tuttavia, si è visto qualche ficcante contrattacco italiano, e si è vista soprattutto la capacità di lottare che ha portato i nostri ad armare una difesa paziente e tenace. Insomma, nonostante il classico "un tempo per uno", il... mezzo gol di Aquilani (tre segnature in azzurro di cui due... in comproprietà, ricordiamoci il punto della vittoria contro Montenegro nel 2008, con dinamica del tutto simile a quello di stasera) è giunto a premiare giustamente la squadra che, partendo da sfavorita, ha inseguito con più convinzione il risultato pieno e ha costruito palle gol più nitide. 
COSA C'E' ANCORA DA FARE - Vittorie come questa fanno morale, e possono dare la spinta per crescere ulteriormente e gettare il cuore oltre l'ostacolo rappresentato dai nostri limiti attuali, che non sono tanto tecnici (come tasso di classe questa squadra è inferiore a diverse rappresentative azzurre del passato, ma non è affatto da buttar via) quanto legati a una situazione contingente del calcio italiano, che rallenta o impedisce la crescita di nuovi talenti nostrani e costringe il Cittì ad avere un campo di scelta limitatissimo, a causa della presenza sempre più soffocante di stranieri perlopiù sopravvalutati. Anche per questo, ciò che è riuscito a fare in dodici mesi Prandelli, cioè restituire dignità internazionale a una squadra rasa al suolo ai Mondiali sudafricani, ha del miracoloso. E tale dignità non passa solo attraverso dati concreti (qualificazione europea quasi raggiunta e rientro nella top ten della classifica FIFA) ma anche attraverso il nuovo entusiasmo che il gruppo ha creato al suo interno e intorno a sé, entusiasmo che genera coraggio e positiva incoscienza e che porta a non affrontare più le grandi del calcio mondiale col "vitello nella pancia". Detto questo, la strada è ancora lunga, occorrono continuità di gioco, una ulteriore crescita di personalità e nuove valide alternative tecniche, leggasi lancio di altri giovani, e in quest'ultimo punto sta forse il compito più improbo per l'allenatore. 
TRIONFO... STATISTICO - Il 2 a 1 di Bari alla Spagna avalla la legge statistica dei grandi numeri, in quanto non superavamo gli iberici da ben 17 anni: fu un altro 2 a 1 e lo ricordiamo tutti, a USA '94. Altri tempi. Poi solo delusioni.. Tante amichevoli agrodolci o amare: il 2-2 di Salerno a fine '98, con l'esplosione di Inzaghi e una Spagna che con Camacho in panca stava risollevandosi perentoriamente dopo il triste crepuscolo dell'era Clemente (chiusasi con una clamorosa sconfitta a Cipro), un ko al Montjuich di Barcellona prima di Euro 2000 (0-2), il pari di Genova (1-1) nel 2004, in un match che doveva essere di preparazione all'Europeo e che si risolse essenzialmente in una celebrazione di Roby Baggio, alla sua ultima apparizione in azzurro, e infine la sconfitta ad Elche nel marzo 2008: fu David Villa a decidere un confronto giocato più che dignitosamente dai nostri. In gare ufficiali, persino superfluo ricordare il pari a reti bianche di Euro 2008, con la successiva infausta giostra dei rigori e la fine della gestione Donadoni. 
CARLO CALABRO'