sabato 26 novembre 2011

IL PUNTO SUL GENOA: NON E' TUTTO ORO QUEL CHE LUCE

Dopo dieci gare di campionato e due di Coppa Italia, è giunto il momento di fare un primo punto sulla stagione del Genoa. Stagione terribilmente difficile da decifrare e da giudicare, diciamolo subito. La classifica  sorride, i rossoblù, con una gara da recuperare, sono in settima posizione, a pari merito con altre compagini (fra cui il reclamizzatissimo Napoli, che sta pagando un prezzo carissimo all'impegno Champions, nonostante l'allargamento della rosa), la zona che occupano profuma d'Europa e, nell'ambito di una graduatoria che rimane piuttosto corta, l'area B dista ben sette punti, non pochi.
Questi sono i fatti numerici, quelli che in ultima istanza determinano il successo o il fallimento di una stagione sportiva. Tutto bene e prospettive rosee, dunque? Beh, non proprio. Se è vero che in Italia conta solo il risultato, è altrettanto innegabile che non andare oltre le apparenze sarebbe intellettualmente disonesto. E dunque, diciamolo, a maggior ragione dopo aver visto le ultime due gare chiuse vittoriosamente dal Grifone, col Novara in campionato e col Bari in Coppa: il Genoa gioca male, a tratti malissimo, o, meglio (o peggio?) di gioco sembra proprio non averne.
Su blog e muretti vari, le obiezioni ad affermazioni del genere sono sempre le stesse, ripetute come un mantra e con scarsissima fantasia: 1) Dopo tutto quello che si è passato, fra Serie B e Serie C, bisognerebbe solo ringraziare società e squadra per essere dove si è adesso, senza essere troppo schizzinosi. 2) Ora certi genoani fanno i signorini e pretendono il bel gioco, come se avessero goduto sempre del miglior football e non fossero, invece, reduci da decenni di oscurantismo calcistico e di mezze figure. Bene, rispondiamo in breve: gli stenti del passato implicano di certo  in automatico la gratitudine alla dirigenza attuale per aver risollevato le sorti del club più antico d'Italia, ma non possono né annebbiare il senso critico né impedire che si desideri sempre un miglioramento, un passetto in più rispetto all'anno precedente. In seconda battuta, non si pretende il bel gioco (che, pure, Gasperini aveva fatto vedere, e lo dice uno che, pur stimando il tecnico di Grugliasco, non appartiene alla schiera delle sue vedove inconsolabili e la stagione passata ritenne giusto il suo allontanamento), ma "un" gioco, scintillante o scarno che sia.
Per una volta, dunque, mi schiero con i genoani "mugugnoni". Ma non perché, come tanti tifosi, io provi più soddisfazione quando le cose non vanno bene, godendo addirittura nel criticare. Penso invece che in questo caso il mugugno sia legittimo: perché il Genoa sta andando avanti improvvisando, e nel campionato italiano di Serie A con l'improvvisazione e con la fortuna non si sopravvive a lungo, a meno che non si abbiano le potenzialità tecniche ed economiche dei grandi squadroni metropolitani, i quali in una maniera o nell'altra la sfangano sempre, anche nelle stagioni più disgraziate. 
Rispetto all'ultima stagione, il Grifo ha quattro cose in più: un portiere vero, un Veloso finalmente su livelli presentabili, grande praticità (ed è la cosa più importante) e tanto, tanto fattore C. Che, per carità, è benedetto, soprattutto per un club che dalla buona sorte non è mai stato guardato con occhi di riguardo. Però non basta, così come non può bastare l'affidarsi ai saltuari colpi di genio dei buoni giocatori che non mancano nell'organico, dallo stesso Veloso a Palacio. Improvvisazione, appunto. 
Fissarsi sulla necessità di avere un gioco non è roba da palati fini. Un impianto di gioco, un canovaccio da seguire in ogni partita, è ciò che ti sostiene nei momenti (e arriveranno) il cui la ruota della fortuna prende a girare dalla parte opposta, in cui i big avranno un calo di rendimento e non regaleranno più alzate di genio, e in cui il vecchio cuore rossoblù, determinante ad esempio nella sfida col Novara, non basterà più a togliere le castagne dal fuoco. Senza gioco, puoi bluffare per qualche settimana, qualche mese, ma alla lunga paghi dazio. E dire che comunque quanto visto sinora sia sufficiente per raggiungere gli obiettivi stagionali (sempre molto aleatori, oltretutto: parte sinistra? Europa League? Coppa Italia? Salvezza tranquilla?) è falso e rischioso: il nostro campionato rimane il più difficile ed equilibrato, e domenica scorsa, siamo onesti, sarebbe bastato che la Dea bendata avesse deciso di rivolgere i suoi favori al Novara piuttosto che a noi per determinare un risultato radicalmente diverso, e forse di proporzioni clamorose. 
Certo, non tutte le colpe sono di Malesani: che si è ritrovato per le mani una squadra certo di buona qualità complessiva, ma ancora una volta rivoluzionata rispetto alla stagione precedente, coi nuovi che sono in larga parte stranieri, giovani ed esordienti in Italia, e che quindi alle fisiologiche difficoltà di inserimento tecnico aggiungono anche quelle di ambientamento in una nuova realtà sociale e nazionale. Ed è, inoltre, una squadra incompleta: minimo sindacale in difesa (con la fascia destra depauperata nel corso degli anni, a causa della progressiva rinuncia a Sokratis, Tomovic, Rafinha e Konko: oggi c'è in pratica il solo Mesto a cantare e portare la croce) e un attacco che, per l'ennesima volta, non propone l'attaccante di peso in grado di spalleggiare adeguatamente il brillante ma discontinuo Palacio. Caracciolo è un centravanti da bassa Serie A - alta Serie B, Pratto un cavallone con pochissima classe nei piedi. Zè Eduardo è forse il migliore di tutti ma fin qui è stato azzerato dai problemi fisici e pensare che possa arrivare lui a risolvere tutti i guai è assai rischioso. L'anno scorso c'erano Boselli, Paloschi, Destro e Floro Flores: tutta gente che, presa singolarmente, vale assai di più dell'ex bresciano e dell'argentino, sospendendo per il momento il giudizio sul brasiliano. 
Insomma, non è disfattismo, mi limito a giudicare quello che vedo e sento. Se poi, stamane, anche un giornalista dell'esperienza di Gessi Adamoli (Repubblica - Lavoro) sostiene che, nonostante la classifica e la Coppa Italia, Malesani rischi il posto in caso di passo falso a Cesena, perché Preziosi non è per nulla soddisfatto delle prestazioni offerte, beh, magari non c'è nulla di vero, però può essere anche una sensazione dovuta a un certo clima che si respira dalle parti di Pegli, e che chi frequenta giornalmente il campo di allenamento può percepire meglio di me. 
Personalmente, e non sembri un controsenso rispetto a quanto detto fin qui, la riterrei una mossa azzardata: perché l'alternativa sarebbe De Canio, tecnico di basso profilo che qui a Genova abbiamo già visto all'opera in tempi non sospetti, coi risultati che sappiamo; e perché, anche, in questo primo scorcio di torneo qualche sprazzo incoraggiante c'è stato: il secondo tempo di Roma con la Lazio, la gara col Catania, magari non bellissima ma di grande concretezza, la splendida partita dello Juventus Stadium e anche quella con la Roma, di certo sofferta ma perlomeno condotta sulla base di una idea tattica ben precisa. Ecco, certi episodi significano che qualcosa di buono sotto sotto c'è, e che quindi vale la pena di insistere, magari tirando avanti fino a gennaio, quando però dovranno giungere rinforzi di peso (auspicati dallo stesso Malesani nel dopo gara di domenica scorsa) soprattutto per la prima linea. Sperando che la situazione non cambi in peggio prima. 

mercoledì 16 novembre 2011

VERSO UN SANREMO D'AUSTERITY?

La marcia di avvicinamento a Sanremo 2012 ha subìto un rallentamento. Gli anni scorsi, di questi tempi, era già stato pubblicato il regolamento della kermesse. Per il momento, invece, silenzio assoluto. Strano. La conferma del gruppo di lavoro del 2011, fondamentalmente Mazzi alla direzione artistica e Morandi alla presentazione, avrebbe dovuto significare conferma anche della "linea editoriale", dei meccanismi generali della gara e della manifestazione nel suo complesso. Continuo a pensare che così sarà, e proprio per questo il ritardo nella messa a punto delle... tavole della legge sanremesi suona alquanto inspiegabile. 
Ragionandoci in questi giorni, ho pensato che potrebbe non risultare estranea l'attuale situazione del Paese. Addirittura, direte? Ebbene sì: la grave crisi economica coinvolge anche la Rai, che ora comincia a rimpiangere amaramente i tanti investimenti a vuoto, leggasi soldi buttati in progetti fallimentari o in personaggi che, nella tv pubblica dei tempi d'oro, avrebbero potuto a malapena fare le vallette (o i valletti). E lo stesso Festival di Sanremo non è rimasto indenne da questo andazzo censurabile: le ultime edizioni si sono riempite di ospiti non cantanti, in particolar modo di attori americani, pagati a peso d'oro,  e che non solo non aggiungevano alcunché alla qualità dello spettacolo, ma anzi toglievano, e parecchio (John Travolta che massaggia i piedi a Victoria Cabello nel 2006 o l'imbarazzante intervista alla coppia De Niro - Bellucci dell'anno scorso rimarranno vette di pochezza televisiva non più raggiungibili, almeno lo si spera). 
In soldoni: è tempo di austerity, e ciò non potrà non riverberarsi anche sul Festivalone. In un periodo in cui si chiedono sacrifici anche a quegli italiani che non se lo possono permettere, una manifestazione così popolare non può rischiare... l'impopolarità coprendo d'oro star di dubbio talento e di indubbia inutilità. Quindi? Facile, potrebbe cambiare l'impostazione della rassegna: meno ospiti ma di maggior qualità, e soprattutto più spazio alla gara. Il che vorrebbe dire rielaborare il regolamento, magari per aumentare il numero di cantanti (la cui scarsità l'anno scorso si è avvertita soprattutto in finale, con tanti momenti di vuoto spettacolare che si sarebbero potuti riempire con qualche finalista in più) e modificare i meccanismi della gara, lavorando su eliminazioni e ripescaggi e dando più visibilità alla sezione Giovani. Tutte congetture assolutamente personali e prive di fondamento, naturalmente: magari (e sarebbe l'ora) la settimana prossima uscirà il regolamento e sarà tale e quale a quello dell'anno scorso. Rimane però il fatto che un Sanremo più "frugale", con meno lustrini e vedettes internazionali e più attenzione alla valorizzazione del patrimonio musicale italiano, non mi dispiacerebbe affatto. 

EUROPEI: VINCERE SEMPRE NELLE QUALIFICAZIONI NON E' GARANZIA DI TRIONFO FINALE

A conclusione della fase eliminatoria di Euro 2012, e in attesa del sorteggio, una considerazione sui due rulli compressori del calcio del Vecchio Continente. Prima e seconda a Euro 2008, prima e terza a Sudafrica 2010, e ora protagoniste di un sensazionale percorso netto nelle qualificazioni al torneo che vivrà la sua fase finale in Polonia e Ucraina. Parliamo, è chiaro, di Spagna e Germania: per entrambe, solo vittorie nei rispettivi gironi, dieci su dieci per i panzer, otto su otto per le Furie Rosse. Bene, a pensarci non è nemmeno clamoroso: che siano le più forti lo si sapeva, che poi vincere generi convinzione e autorevolezza ulteriori in chi già ne possiede in quantità fa parte di ogni vicenda agonistica. Tali ingredienti, immessi in un calcio, quello teutonico, da sempre abituato a vincere, e in un altro, quello iberico, da quasi sempre abituato a perdere e quindi con una fame arretrata di decenni, non può che produrre effetti devastanti (per gli avversari). 
Gli annali del calcio raccontano però storie un po' diverse: prima di oggi, fare bottino pieno nelle qualificazioni europee ha rappresentato spesso un pessimo viatico per la fase conclusiva. Ne sa qualcosa la Francia: che vinse sempre nella  corsa a Euro '92 (otto vittorie) e si ripetè in quella a Euro 2004 (dieci successi). Risultati: nella prima occasione, le selezione guidata da Michel Platini, che si presentò alle finali in Svezia nel ristretto novero delle favorite, trapanò l'acqua in maniera imbarazzante: pareggio coi padroni di casa nel mach inaugurale, pareggio con l'Inghilterra in una delle partite più noiose nella storia del calcio, e clamorosa sconfitta con la matricola Danimarca, che da lì prese il volo verso il titolo. Risultato: eliminazione al primo turno e, per Roi Michel, la fine precoce della carriera di allenatore. 
Nel viaggio verso Euro 2004, i Bleus si ripetono: dieci vittorie dieci, in un gruppo peraltro non irresistibile (l'avversario più duro era la Slovenia). Dopo l'imprevisto fallimento al Mondiale nippocoreano, la Francia pareva pronta se non altro a confermare lo scettro di massima potenza continentale, e all'inizio nella fase finale in Portogallo tutto sembrò andare per il meglio: Zidane vinse da solo la sfida con l'Inghilterra, poi arrivarono un pari con la Croazia e un'altra vittoria con la Svizzera, per il primo posto nel girone. Ma tutta crollò nei quarti, al cospetto della Grecia miracolo di quel giugno di sette anni fa. 
Non solo Francia, comunque: una simile doccia fredda dopo i precoci entusiasmi toccò alla Repubblica Ceca che, nel 2000, si presentò in Belgio - Olanda non solo da vicecampione europea, ma anche come unica squadra capace di vincere tutte le gare del turno eliminatorio (la Scozia ne fu l'avversaria più irriducibile). Nella fase conclusiva, però, il sogno andò in frantumi: inseriti in un girone di ferro, anzi, di acciaio inossidabile, i cechi persero le prime due gare con Olanda e Francia (e quella coi tulipani padroni di casa, va detto, in maniera del tutto ingiusta) e, subito eliminati, dovettero accontentarsi di una pleonastica vittoria sulla Danimarca. 
Cosa vuol dire tutto questo? Solo rilievi storico - statistici, che a volte hanno riflessi sulla realtà, a volte no. E, di certo, la Spagna e la Germania attuali valgono sicuramente di più, come caratura complessiva, delle tre selezioni di cui abbiamo narrato la parabola. Occhio però: non capita di rado che, a Mondiali ed Europei, chi entra Papa esca poi cardinale. Ergo... 

PERCHE' TUTTI CONTRO OSVALDO?

Leggo da più parti, anche su blog referenziatissimi, di una certa diffidenza nei confronti dell'Osvaldo azzurro. La causa, intuibile, risiede nella sua molto relativa italianità. Ebbene, premetto che io sono da sempre favorevolissimo a Nazionali formate interamente da giocatori nati e cresciuti, sia anagraficamente sia calcisticamente, nel Paese di cui sono chiamati a indossare la maglia. Però i tempi sono cambiati, e sono cambiati davvero: non sarebbe opportuno andare a ripescare, come termine di paragone, i precedenti d'anteguerra: altro calcio, ma soprattutto altra politica, altra mentalità, altre leggi e altri regolamenti. Però ad esempio le naturalizzazioni facili degli oriundi anni Cinquanta e Sessanta mi han sempre dato l'impressione di operazioni di convenienza, artificiose e posticce in quanto fuori dalla storia di un mondo che, all'epoca, era lontano anni luce dalla multirazzialità e dalla globalizzazione che, volenti o nolenti, sono invece caratteristiche della società attuale. 
Per tutto questo, non trovo scandaloso il ricorso a un giocatore che oltretutto, sembra che in molti se ne siano scordati, ha fatto la regolare anticamera nella nostra Under 21. E poi, quale sarebbe il criterio dirimente: la mancanza di senso di appartenenza in un giocatore nato e cresciuto, anche sportivamente, in un'altra nazione? Bene, ma vorrei chiedere: che spirito di appartenenza avevano gli azzurri, italiani a tutto tondo, che negli anni passati marcavano visita per saltare le gare della Nazionale? E quelli che nel biennio non giocavano praticamente mai (e non certo per scelta del tecnico di turno) ma si facevano trovare tirati a lucido nelle fasi finali? E quelli che dicevano di preferire un titolo con la squadra di club a uno conquistato con la rappresentativa? Allora piuttosto preferisco un Osvaldo che, ieri sera, esce dal campo arrabbiato perché non è riuscito a fare gol. 
Inoltre, si dà importanza eccessiva a un fenomeno che riguarda sì e no l’1-2 per cento della composizione delle squadre nazionali: oltretutto, per Osvaldo, come per Thiago Motta, parliamo  di elementi che al momento non possono essere inquadrati in un ipotetico undici base. I posti in attacco, all'Europeo, se li giocheranno Pazzini, Rossi (se rientrerà, ma io credo di sì) e Balotelli; Osvaldo, come Matri, parte dietro, lasciando per un attimo da parte l'incognita Cassano. E nella zona nevralgica, Prandelli insiste  su De Rossi - Pirlo - Marchisio - Montolivo: Thiago Motta è la prima alternativa, anche se non escludo affatto possa trovare parecchio spazio in Polonia e Ucraina. 
Voglio dire, fossimo ai livelli dell’Italia di calcio a 5 di qualche anno fa, formata al 99 per cento da brasiliani naturalizzati, l’indignazione non solo sarebbe giusta, ma sacrosanta; mettersi in questa situazione a fare dei distinguo mi pare come discutere del sesso degli angeli.

ITALIA: PERDERE COL SORRISO. IL NUOVO BALOTELLI E LA DIGNITA' RITROVATA DELLE AMICHEVOLI

Uno a uno e palla al centro. Venerdì scorso, la Nazionale azzurra aveva rovinato ai polacchi il loro anniversario dell'indipendenza; ieri sera, è toccato agli uruguagi rovinare a noi la festa finale per i nostri 150 anni. Pari e patta, dopodiché restano le considerazioni tecniche su ciò che questo doppio impegno amichevole ha aggiunto e tolto al quadro della ricostruzione azzurra. 
Sarò sincero: anche nelle serate meno felici, sul piano del gioco e soprattutto del risultato, come quella di ieri, questa Nazionale non riesce proprio a non piacermi del tutto. C'è sempre qualche sprazzo, qualche idea, qualche trama che mi induce a pensare che non tutto sia da buttare, che ci siano basi più che solide per continuare a crescere. E per quanto mi riguarda non è poco, anzi è tantissimo. Seguo gli azzurri dagli anni Ottanta, raramente mi sono persa una partita, amichevole o "vera" che fosse; ho una memoria piuttosto solida e ricordo lunghi periodi della storia recente di questa squadra in cui, già prima del fischio d'inizio, c'era la discreta certezza di doversi mettere davanti al televisore per assistere a novanta minuti di noia, improvvisazione, gioco di disarmante povertà. E' avvenuto, e questo non lo perdonerò mai, anche  con  Nazionali assai più attrezzate di quella attuale sul piano del talento. 
Ora non è più così: ieri sera l'Italia ha perso, ma, Dio bono, ha lottato con animosità (certo non paragonabile a quella dei sudamericani, che anche in una fase storicamente favorevole come quella che stanno attraversando non riescono proprio a lasciarsi alle spalle antichi vizietti come quello dell'eccessiva fisicità e delle manfrine: peccato, roba da "mediocri", quali essi non sono), e, pur mancando della brillantezza altre volte sfoderata, ha tenuto pallino con insistenza, ha cercato il pari e lo ha sfiorato ripetutamente. Se in certe circostanze recenti (vedasi trasferta in Serbia) era emersa una certa difficoltà a produrre palle gol in proporzione alla gran mole di gioco creata, all'Olimpico è accaduto il contrario: dopo aver mancato il vantaggio con Balotelli in avvio, i nostri hanno collezionato occasioni: ancora due con Mario e una ciascuno per De Rossi e Osvaldo (quest'ultima clamorosa) nel primo tempo, poi con Pepe (grande parata di Muslera), Maggio e Balzaretti nella ripresa, per un pari che ci stava tutto. Quando si crea tanto, al di là del risultato che non ti sorride (ma occorrerebbe ricordare la caratura di un avversario che alla fine ha solo confermato la sua superiorità attuale, quarta al mondo e prima in Sudamerica, ricordiamolo), si può continuare a lavorare tranquilli. 
Lo stesso era accaduto a Cracovia, in una situazione tattica diversa: a fronte di avversari aggressivi, i nostri hanno saputo soffrire riducendo al minimo i rischi (i polacchi caricavano, ma di pericoli veri ne creavano pochi) e mostrato un gioco essenziale e pratico, per poi, una volta trovato il vantaggio, tornare a tratti a dispiegare un gioco arioso e un contropiede micidiale: raddoppio di Pazzini a parte, due errori di Matri hanno impedito al nostro primo successo da quelle parti di assumere proporzioni trionfali, prima che nel finale, col punteggio al sicuro, i biancorossi trovassero tardivamente continuità di gioco d'attacco sfiorando il gol della bandiera, fra un rigore sbagliato e un florilegio di tiri fuori bersaglio. 
E poi, beh, finalmente Balotelli. Arrivo tardi e tutti ne hanno già parlato: dicono che un giornalista che si rispetti non debba mai scrivere: "Io l'avevo detto, avevo ragione io". Non è elegante. Bene, siccome io non sono un vero giornalista e probabilmente mai lo diventerò, quest'obbligo di eleganza non ce l'ho e quindi dico che sull'attaccante del City avevo ragione, quando già c'era chi lo aveva scaricato dopo due anni di mattane. Non so quanti altri giovani italiani di talento del passato, giunti alla sua età, abbiano vinto quanto ha vinto lui, incidendo così tanto in tali vittorie. Già solo per questo, e per la verdissima età che porta inevitabilmente con sé mattane e inquietudini, poi certamente accresciute dal particolare carattere, un'apertura di credito era doverosa, visto che gli stessi giornalisti hanno avuto in passato molta più pazienza e indulgenza nei confronti di giocatori che non la meritavano, e che nel frattempo a furia di promesse non mantenute son diventati vecchi. Per tutto quanto detto, e per un talento che emerge evidente da ogni giocata, in Mario bisognava credere di più. Non che adesso il dado sia tratto e che le magnifiche sorti e progressive siano per lui segnate, ma l'efficacia, la personalità, la voglia mostrate in queste due gare ne fanno fin da ora uno dei potenziali craques di Euro 2012. 
Insomma, la nuova Italia c'è sempre, nelle serate felici e in quelle un po' più opache. E sta facendo riscoprire agli italiani il fascino e l'importanza delle amichevoli, considerate oggi dannose dai più. Un tempo non troppo lontano, queste gare "senza nulla in palio" avevano comunque una loro dignità, erano occasione per allenarsi, trovare l'amalgama, provare nuovi schemi e nuovi giocatori, aumentare l'esperienza internazionale. Per la verità in larga parte del mondo civile è così anche oggi, e le recenti serate dimostrano che si possono ancora organizzare sfide extralusso come Inghilterra - Spagna e Germania - Olanda riuscendo a dar loro dignità agonistica e decente contorno di pubblico, mentre dalle nostra parti l'atteggiamento dei club, avallato colpevolmente da certa stampa, prevede l'obbligo di storcere la bocca di fronte a partite azzurre "inutili". Ecco, se la nuova Italia di Prandelli e Balotelli riuscirà a limitare anche questo disdicevole andazzo, figlio diretto delle brutture del calcio contemporaneo, da parte mia avrà un applauso in più. 

giovedì 3 novembre 2011

LE MIE RECENSIONI: "BAR SPORT"

Spesso un battage pubblicitario invasivo, capillare, sistematico, serve solo a mascherare un drammatico vuoto di idee. E' una delle riflessioni a cui sono stato indotto dalla visione di "Bar sport", il film tratto dall'omonimo libro di Stefano Benni. La promozione mediatica è da considerarsi come la parte più riuscita della pellicola, il che è tutto dire. Il "tutti al cinema!" urlato dalla grancassa televisiva tramite ospitate - happening come quella di Bisio e Teocoli da Fabio Fazio ha senz'altro avuto il suo effetto, sul piano delle presenze nelle sale, ma dietro la facciata di lustrini e paillettes c'è poco, quasi nulla. 
"Bar sport" rappresenta un passo falso per un cinema di cui, giusto una settimana fa parlando di "Ex", raccontavo la ripresa e la capacità di produrre ancora opere gradevoli e interpreti convincenti. Il film ha bensì delle pretese autoriali, didascaliche, la voglia di tratteggiare uno spaccato di una certa società di una certa provincia italiana collocabile nel periodo fine Sessanta - primi Settanta, ma ci riesce solo in minima parte e comunque attraverso personaggi caratterizzati in maniera caricaturale e tutto sommato abbastanza banale. Dal barista tirchio alle bellone maggiorate (e un po' stagionate) di periferia, fino al  "fo' tutto mì" che vuol dire sempre la sua in ogni occasione, è tutto un dejà vu nemmeno troppo riuscito. 
La sceneggiatura è sostanzialmente debole, e soprattutto non supporta adeguatamente un cast pieno di talenti veri: soprattutto talenti della risata, che però, nella circostanza, di sorrisi ne strappano ben pochi, e si sa che non c'è peggior comico di quello che non fa ridere. E non si venga sa dire che la comicità non fosse l'obiettivo primario del film, perché la scelta degli attori è emblematica  e comunque è palese lo sforzo di suscitare ilarità, solo che non ci si riesce se non raramente. 
Nel dettaglio, Bisio pare un po' al di sotto dei suoi standard, pur se il personaggio del tuttologo da bar che in realtà sa poco o niente sembra essere nelle sue corde e alla fine viene reso in maniera abbastanza dignitosa; Teocoli appare financo malinconico nell'ennesima riproposizione del viveur ballerino avanti con gli anni che racconta di imprese amorose mai realizzate; non si sentiva il bisogno dei ripescaggi di Vito, sempre uguale a se stesso, e di Bob Messini (che non vedevo dai tempi del Drive In, ma è sicuramente un mio demerito). Casomai, più riusciti sono i personaggi del giovane in preda alle pene d'amore e schiavo del telefono (Alessandro Sampaoli), delle due vecchiette che trascorrono la vita al tavolino del bar a "ciattellare", come si dice a Genova (Angela Finocchiaro e la deliziosa Lunetta Savino) e del ragazzino scavezzacollo, potenziale campione di ciclismo perennemente con le ginocchia sbucciate (Michael Galluzzi). Lodevole anche la surreale partecipazione di Cornacchione, che dall'inizio alla fine tenta di far funzionare l'insegna del bar, con risultati che non è difficile immaginare. Abbastanza insignificante il cameo di Claudio Amendola, alla cui comparsa in chiusura è legata anche la soluzione del caso "Luisona", ossia la pasterella enorme ed ipermegacalorica esposta da anni nel bancone del bar e che, per comprensibili ragioni, mai nessuno ha osato mangiare. Anche in questo caso, però, una delusione: il finale della vicenda che è un po' il filo conduttore dell'intera storia risulta un po' troppo banale e scontato, quando ci si sarebbe aspettati una conclusione più bizzarra. 
In definitiva, pochi personaggi azzeccati e valorizzati da prestazioni individuali di tutto rispetto rendono meno fallimentare il bilancio di una sceneggiatura inconsistente. Assieme ad alcun trovate di scrittura che ricordano un po' certe invenzioni di Luciano Salce (in stile "Basta guardarla"): penso soprattutto alle animazioni (disegni originali ed efficaci) degli inverosimili racconti ciclistici e calcistici di Bisio e certi oggetti (come le carte da gioco) che prendono vita anch'essi in forma di cartone o di fumetto. Troppo poco, lo ripeto, per un prodotto iper pubblicizzato come questo.