giovedì 31 ottobre 2013

L'INCANTEVOLE CREAMY HA TRENT'ANNI: STORIA E ANALISI DI UN ANIME FRA I PIU' AMATI DI SEMPRE

                                                                  Creamy e Yu

Trent'anni di Creamy. Trent'anni di dolcezza infinita, di canzoni d'amore, di sogni, di magia, di fantasia a briglie sciolte. Trent'anni: era il 1983, e in Giappone andava in onda la prima delle 52 puntate de "L'incantevole Creamy", una serie a cartoni che avrebbe lasciato un segno indelebile nell'immaginario e nel cuore di più di una generazione, tanto che ancora oggi risulta essere uno degli anime più amati e popolari nel mondo intero. Per questo, il trentennale è stato un vero e proprio evento, celebrato con la dovuta attenzione anche in Italia: il momento clou a Roma, al Festival del fumetto Romics, che ha ospitato la character designer Akemi Takada, l'ideatrice dell'opera. L'emittente tv Boing, dal canto suo, dopo un primo assaggio a luglio, quando ripropose le prime tre puntate, ha appena finito di trasmettere l'intera serie (si fa per dire, visto che in questa replica sono "spariti" ben dieci episodi...). 
CREAMY QUAND'ERO BAMBINO - Per me è stata comunque un'occasione imperdibile. Creamy, nel nostro Paese, arrivò circa due anni dopo il debutto in patria: era l'inizio di febbraio del 1985. Io faccio parte di quella che si può considerare "la generazione degli anime", tutti quei ragazzi nati negli anni Settanta che hanno trascorso ore e ore della loro infanzia a fare scorpacciate di cartoni giapponesi, all'epoca trasmessi dalle tv italiane in quantità industriale. Vidi, dunque, anche l'affascinante e immaginifica storia della piccola Yu Morisawa, ma non con l'attenzione e con la partecipazione che avevo dedicato in precedenza ad altre serie da me amatissime, su tutte "Conan il ragazzo del futuro". Non perché Creamy non mi piacesse: semplicemente i miei gusti, le mie passioni, erano in via di cambiamento. Avevo scoperto la musica leggera, di lì a poco mi sarei innamorato del calcio, e i cartoni stavano lentamente passando in secondo piano. In realtà, l'amore per l'animazione giapponese si era solo assopito: si sarebbe risvegliato, prepotentemente, a metà dei Novanta, da allora non si è più spento e, anzi, tramite Internet mi ha fatto entrare in contatto con altri cultori del genere, molti dei quali conosciuti poi di persona, con la nascita di amicizie autentiche, soprattutto attraverso il forum di PollonZ. Ma questa è un'altra (bella) storia...  
CON LO SPIRITO DELL'85 - Per tutto questo, l'ultima replica di Creamy è caduta a fagiolo: mi sono impegnato a seguire tutta la serie immergendomi nella visione con lo spirito di quell'inverno '85, con lo stesso fanciullesco, genuino entusiasmo che mi consentiva di emozionarmi davanti a quelle storie provenienti dal lontano Oriente. Credo di esserci riuscito, tutto sommato, e ho capito molte cose: ho capito, principalmente, perché questa serie sia diventata un evergreen, conquistandosi un angolo fisso nella memoria di tanti miei coetanei. Ho persino rimpianto l'occasione perduta, il non aver potuto, ai tempi della prima messa in onda, condividere appieno con compagni di scuola e amichetti la "febbre" per questo cartone, il discuterne assieme, lo scambiarsi le figurine dell'album Panini ad esso dedicato... 
LA STORIA - "L'incantevole Creamy" racconta la storia di Yu Morisawa, una bambina dalla curiosa capigliatura color blu, ragazzina vivace e sognatrice, che un giorno scorge nel cielo, unica persona sulla Terra, una misteriosa arca celeste. E' un vascello proveniente dalla Stella Piumata, un pianeta dominato dalla fantasia, popolato di creature immaginifiche. Pinopino, folletto "portavoce" del pianeta, "preleva" Yu e la porta sull'arca:  le confida che il suo "avvistamento" ha salvato la nave da una tempesta di sogni, aiutandola a ritrovare la rotta, e come ricompensa dona alla bambina dei poteri magici: attraverso un medaglione fatato, potrà, recitando la formula "Pimpulu pampulu parimpampù", trasformarsi in Creamy, ragazza di 16 anni fascinosa, dolce e buona, con voce da usignolo e piglio da showgirl, che in breve diventerà una pop star di fama mondiale.
I poteri del medaglione dureranno però solo un anno, al termine del quale Creamy svanirà e Yu tornerà alla sua normale vita. Per vegliare su Yu - Creamy e darle sostegno nei momenti di difficoltà, Pinopino le affianca due abitanti della Stella Piumata, Posi e Nega, che assumono le sembianze di due minuscoli gattini e diverranno inseparabili compagni di vita e di avventure della piccola.
FAVOLA CONTEMPORANEA - "L'incantevole Creamy" è una favola dai contorni tradizionali innestata in una cornice contemporanea. In essa, la dimensione immaginifica e sovrannaturale non è in primo piano, ma va a sovrapporsi alla realtà, sotto forma di frequenti parentesi che vanno a interrompere il normale scorrere delle cose terrene. La dicotomia fra vita autentica e scorci favolistici risulta così a volte stridente, addirittura spiazzante per uno spettatore adulto che, come me, riscopre la serie in un tempo lontano dall'infanzia: non è in effetti facile digerire la comparsa di foreste incantate, di cervi volanti, di bizzarri fantasmi, di angeli che hanno smarrito la strada, tutti elementi catapultati nella banale routine di un microcosmo totalmente "reale", concreto, di una città popolata di ragazzini che vanno a scuola, di adulti che sbarcano il lunario gestendo un chiosco di crépes (i genitori di Yu) e di una casa di produzione discografica impegnata a valorizzare i propri talenti.
Proprio questa convivenza e commistione fra realtà e irrealtà è limite ma anche forza della serie: limite, perché la vicenda sembra a volte barcamenarsi in un "vorrei ma forse è meglio di no", nel desiderio di sconfinare definitivamente in una sorta di "Paese delle Meraviglie" in versione anni Ottanta, in una favola tout court, senza trovarne fino in fondo il coraggio e rimanendo così a metà strada, in un "ibrido" narrativo; forza, perché volare sulle ali della fantasia, lasciarsi andare all'immaginazione più sfrenata senza perdere il contatto con la quotidianità, rappresenta da sempre l'unica strada lecita per affrontare con spirito positivo le difficoltà dell'esistenza.

                                                La sigla italiana della serie

LA FORZA DELLA SERIE - La morale di "Creamy" è in fondo tutta qui, non dissimile dagli insegnamenti che ci hanno lasciato tanti anime jap dell'epoca: il mondo e l'umanità si possono salvare dalla deriva (pratica e morale) con un ritorno alla "purezza bambina", e questa purezza è fatta anche della capacità di sognare, di alimentare l'immaginazione, di affrontare ogni cosa con più leggerezza. Proprio come fa Yu. Dopodiché, la serie ha funzionato e funziona tuttora perché, nonostante i suddetti voli di fantasia, è saldamente ancorata alla realtà dell'epoca, alla vita quotidiana dei giovanissimi: ci sono le prime cotte pre adolescenziali, con tutte le problematiche connesse: la piccola Yu che si innamora di un ragazzo un po' più grande, l'amico d'infanzia Toshio, il quale per lungo tempo la snobba, avendo occhi solo per l'alter ego di lei, la cantante Creamy; e il terzo incomodo, il tenero Midori che, sopraffatto dalla propria timidezza e da un fisico non proprio scultoreo, non riuscirà mai a far breccia nel cuore dell'amatissima ragazzina dai capelli blu. E poi c'è uno scorcio emblematico dell'industria discografica contemporanea, le cui dinamiche sono tratteggiate con estremo realismo (frenetica attività promozionale, rivalità fra cantanti, il fanatismo che circonda certi divi...).
POPSTAR DELLA PORTA ACCANTO - Con straordinaria preveggenza, la serie sembra anticipare, per certi versi, i cambiamenti del mondo della musica leggera concretizzatisi nel ventunesimo secolo. Fateci caso: la carriera di Creamy ha molto in comune con quelle degli odierni prodotti dei talent (il che, per inciso, non deve essere inteso in accezione negativa, poiché da queste trasmissioni sono usciti artisti di valore assoluto): la giovane viene pescata per strada dal direttore della "Parthenon production", folgorato dalla sua bellezza (il famigerato "look" che già negli eighties aveva assunto un ruolo preponderante nella promozione dei cantanti), e lanciata allo sbaraglio senza gavetta; si rende poi protagonista di un'ascesa rapida e folgorante, un anno intensissimo costellato di clamorosi successi discografici (nella serie si ascoltano almeno tre singoli "da hit parade", interpretati mirabilmente, nella versione italiana, da una Cristina D'Avena giovane ma già sulla cresta dell'onda), un intero percorso artistico che si consuma in soli dodici mesi, anche se, nel caso specifico, il ritiro dalle scene di Creamy è dovuto, come detto, all'esaurimento dei poteri magici, e non certo a una sua minor presa sul pubblico...
COMPLETO - E ancora, si diceva del look: Creamy sa abbinare abbigliamento e make up glamour a una generale sobrietà di comportamento, a dolcezza di carattere e disponibilità nei confronti dei fans: una teen idol ideale, fatta su misura per piacere ai ragazzini e anche ai loro genitori, un misto fra popstar e ragazza della porta accanto. Tutti questi elementi, e altri che probabilmente non sono stato in grado di cogliere, hanno fatto di Creamy un fenomeno transgenerazionale: l'hanno amata all'epoca e continuano ad amarla in tanti, qualcuno fin da quel 1985, altri "catturati" strada facendo dal fascino di una serie e di un personaggio che hanno, in definitiva, il pregio della completezza: sono completi perché antichi e moderni, immersi nell'attualità ma sempre pronti a balzare in un mondo fatato.
Fantasia, musica di facile presa, sentimento e ironia, tenuti insieme da una storia coinvolgente e da un design azzeccato. Tutto questo e molto di più è stata ed è la dolcissima Creamy Mami. Piccole annotazioni di chiusura: da brividi autentici soprattutto due puntate, quella del dolce di San Valentino in cui Yu "illustra" con chiarezza ciò che prova per Toshio anche grazie a una serie di flashback sulla sua infanzia, e lo struggente concerto di addio, sotto la pioggia, in mezzo a effetti speciali straordinari, gli ultimi fuochi dei poteri magici ricevuti in dono dalla Stella Piumata. E ancora, la sigla, anch'essa cantata da Cristina D'Avena, nel suo piccolo un mirabile saggio di discodance italiana anni Ottanta, soprattutto nell'intro.

lunedì 28 ottobre 2013

MISS ITALIA 2013: LA DECADENZA CONTINUA, NONOSTANTE LA7


Miss Italia 2013 mi ha ricordato uno di quei Festival di Sanremo decadenti degli anni Settanta, snobbati dai grandi big della canzone e ridotti a un'unica serata televisiva. Paragone fin troppo ovvio, ma con i dovuti distinguo: perché il Festivalone rivierasco sopravvisse a quella fase delicatissima e si è poi saputo produrre in una clamorosa ripresa, mentre, allo stato delle cose, e dopo aver visionato la kermesse di ieri sera, non mi sentirei di pronosticare il medesimo, radioso futuro al più importante e popolare concorso di bellezza nazionale. 
POLEMICHE GRATUITE - Il caso Miss Italia è stato ampiamente dibattuto negli ultimi mesi. Diciamo subito che la questione va vista da una duplice prospettiva: l'esistenza stessa del concorso, il suo spirito, la sua essenza, da una parte, e dall'altra la sua trasposizione sul piccolo schermo. Ecco, riguardo al primo aspetto, la polemica sorta attorno ad esso mi è parsa del tutto gratuita, e la cosa ha amareggiato ancora di più perché ad alimentarla è stata una presa di posizione del Presidente della Camera Laura Boldrini, con uno di quei rigurgiti di femminismo deteriore che hanno portato, e continuano a portare, più danni che benefici alla sacrosanta causa della pari dignità fra uomo e donna. Scorgere in una innocua tenzone fra belle fanciulle i segni inequivocabili dell'arretratezza morale e culturale della società nostrana è spaventosamente superficiale: sfidarsi sul terreno dell'avvenenza fisica è in fondo un gioco come tanti altri, del tutto innocente se pensiamo che fin dai tempi della scuola bambini e bambine fanno graduatorie sul "fascino" di compagni e amichetti dell'altro sesso, come a dire che si tratta di un qualcosa che fa parte della natura umana.
Il fatto è che si tende a caricare di troppi significati, culturali se non addirittura politici, eventi che invece appartengono alla sfera dell'evasione, della leggerezza. Una sfilata di giovani ragazze nel fiore della bellezza, in un Paese maturo, non dovrebbe offendere nessuno, essere presa per quel che è, sorvolando sul fatto che esistono analoghe manifestazioni dedicate agli uomini (come "Il più bello d'Italia", che lanciò fra gli altri Gabriel Garko), e se hanno minor visibilità non è certo per maschilismo, ma semplicemente perché la kermesse inventata da Mirigliani ha più storia e più radicamento nel costume e nel tessuto sociale. Senza tralasciare il fatto che Miss Italia ha fatto la fortuna di molte ragazze, creando dal nulla attrici, modelle, presentatrici televisive la cui fama, in alcuni casi, ha valicato i patrii confini. 
INNOVAZIONE MANCATA - Dunque, giù le mani dalle Miss, in linea generale. Il problema è ciò che di questo concorso viene fatto a livello televisivo. Da La7 ci si attendeva una boccata d'aria fresca, un rinnovamento della formula, dopo la bulimia delle scorse edizioni, con numerose e lunghissime serate di stampo antico e di modesto livello spettacolare. La delusione è stata massima, e va detto che non è la prima volta che la giovane emittente erede di TMC non fa seguire i fatti alle promesse. Quello che doveva essere il rivoluzionario terzo polo televisivo sta solo inseguendo i due colossi concorrenti sullo stesso terreno, con format simili e spesso con gli stessi personaggi, senza un guizzo di originalità se non nelle intenzioni. 
Ecco, Miss Italia 2013 è stata "nuova" solo nelle intenzioni, nelle premesse: tutto si è fermato alla scelta anticonvenzionale dei padroni di casa. Anticonvenzionale fino a un certo punto: il passato della nostra tv insegna che affidare ruoli di presentatore a chi presentatore non è produce spesso effetti nefasti, a maggior ragione se il prodotto che viene affidato all'improvvisato anchorman non è di prima qualità. Così, dopo aver assistito alla soirée di Jesolo, la speranza è di poter vedere Massimo Ghini e Cesare Bocci tornare al più presto alle occupazioni abituali, magari regalandoci un'altra irresistibile versione teatrale del Vizietto, che avevo recensito qui sul blog l'anno scorso. 
PRESENTATORI INADEGUATI - Impaccio, ritmi modesti, appiattimento persino ostentato sul provvidenziale "gobbo elettronico" e su copioni mandati a memoria, sketch di dubbio valore artistico come il "processo a Miss Italia" allestito all'inizio. Certo, meglio loro di una Francesca Chillemi visibilmente a disagio, il cui splendido sorriso non è certo bastato a coprire lacune, inciampi e una generale scarsa dimestichezza coi tempi televisivi. La7 è una rete che da anni ha puntato forte sull'informazione, sui talk show: ma se decide di dedicare più spazio all'intrattenimento, al varietà, a manifestazioni di evasione come quella griffata Mirigliani, allora è il caso che apra una sorta di "vivaio" per presentatori, perché di fatto al momento non ha in casa professionisti del settore, un Carlo Conti o un Fabrizio Frizzi, è costretta a improvvisare e i risultati sono quelli prodotti dal precario trio "ammirato" poche ore fa. 
PRODOTTO DEBOLE - Il naufragio dei padroni di casa, come detto, è stato facilitato da un prodotto debole: le innovazioni auspicate non si sono viste, se non nella provvidenziale riduzione del numero di serate, peraltro "compensata" da una finalissima interminabile, diluita in quattro ore e mezzo. Le dinamiche della gara son sempre le stesse, le domande poste alle concorrenti idem, e le risposte non grondavano certo originalità, ma del resto cosa si pretendeva? Questo è un altro dei grandi equivoci che hanno minato le fondamenta della manifestazione. A Miss Italia deve vincere la bellezza fisica, chiedere a queste fanciulle saggi di cultura o di talento artistico è fuori luogo: dopo il concorso, avranno tempo di coltivare le loro qualità, di formarsi, di imparare e, se meritevoli, di sfondare. 
OSPITI SBAGLIATI - Del tutto infelice la scelta degli ospiti canori, Max Gazzè e Nina Zilli, presentatisi con un repertorio oltremodo datato: proprio in un autunno che si sta caratterizzando per il lancio sul mercato di nuovi dischi da parte di tanti big della canzone nostrana (Elisa, Giorgia, Emis Killa e Alessandra Amoroso su tutti) si poteva investire su altri cantanti e offrire loro una buona vetrina promozionale. Anche il bravissimo Alessandro Siani si è limitato al compitino, con un monologo discreto ma non all'altezza di altri precedenti, pensiamo a quello che sfoderò fra gli applausi a Sanremo 2012: forse ha avvertito la freddezza di un pubblico incredibilmente ingessato, e un comico esuberante come il napoletano certe cose le patisce... 
LO SCIVOLONE DI SOTTILE - Lo stesso esito finale della sfida ha premiato un volto, quello di Giulia Arena, tutto sommato ordinario (si parla comunque di bellissime donne, sia ben chiaro...), così come il livello generale delle concorrenti era buono ma abbastanza piatto, senza nessuna che balzasse agli occhi più delle altre o che brillasse di una luce o di un fascino particolari. Una vincitrice che tende a confondersi con altre che l'hanno preceduta, e che quindi dovrà dimostrare di avere davvero qualcosa in più dell'avvenenza fisica per ritagliarsi un posto al sole. 
Poco da dire sulla giuria (le giurie di "esperti vip" sono ormai il prezzemolino di ogni appuntamento televisivo in cui vi sia un qualunque tipo di gara) e soprattutto su un Salvo Sottile che ha ritenuto opportuno dichiarare di non voler più tornare a Miss Italia, e non ha saputo rinunciare al saluto a Enrico Mentana, fra l'altro uno dei più fieri oppositori del trasloco su La7 del concorso. E' un modo un po' curioso di fare il bastian contrario, quello del conduttore di "Linea gialla": se non piace il progetto, non si partecipa, si sta a casa e ci si dedica ad altro, invece di fare il membro della giuria e incidere dunque sull'esito della gara. Un tentativo un po' maldestro di contestazione "dal di dentro" di un colosso mediatico poco amato? Chi lo sa: di certo non ve n'era il bisogno, perché Miss Italia 2013 si è già fatta del male abbondantemente con la sola messa in onda. 
REINVENTARSI - Si torna al punto di partenza: questa storica manifestazione può sopravvivere senza scandalo, perché è innocua per lo status sociale e culturale del Paese e del "gentil sesso" e, anzi, aiuta qualcuna delle partecipanti a farsi largo nel difficile mondo dello spettacolo. Ma non può sopravvivere ridotta in certe vesti catodiche: il giovanilismo di facciata che maschera rughe profonde, una confezione nuova per un prodotto vecchio e immutabile, è un bluff che non può reggere a lungo. E comunque, sarà un paradosso ma Miss Italia ha goduto di salute florida e ha lanciato volti di spessore anche e soprattutto negli anni in cui l'attenzione mediatica era ridottissima, e addirittura la finale nemmeno veniva trasmessa in tv... Forse alcuni anni di basso profilo e bassa esposizione, magari ripartendo da circuiti televisivi minori se non addirittura dal web, per "ripensarsi" con calma e reinventarsi su standard più moderni, potrebbe non essere un'idea del tutto malvagia. 

martedì 22 ottobre 2013

AL TKC TEATRO DELLA GIOVENTU' IN SCENA "UN PICCOLO GIOCO SENZA CONSEGUENZE", COMICITA' IN SALSA... FRANCESE


L'autunno del TKC Teatro della Gioventù di Genova prosegue col vento in poppa. Dopo il succulento aperitivo di "Amici assenti", da questa sera e fino al 1° dicembre va in scena "Un piccolo gioco senza conseguenze". Come quello che lo ha preceduto, il nuovo spettacolo targato "The Kitchen Company" rientra nel rivoluzionario progetto lanciato dai direttori artistici Massimo Chiesa ed Eleonora D'Urso: la doppia rappresentazione, con recite alle 21 e, in alcuni giorni, anche alle 19. Un esperimento che ha dato buoni frutti: "Amici assenti" ha infatti fatto registrare oltre 2100 spettatori. 
Si prosegue, dunque, sulla strada del "rischio ben calcolato", nel senso che il teatro di via Cesarea e la sua giovane compagnia azzardano spesso iniziative straordinarie e fuori dagli schemi, ma quasi sempre fanno centro, mostrando notevole capacità nel sapere intercettare la voglia di novità e di freschezza del pubblico. Adesso, dunque, tocca a "Un piccolo gioco senza conseguenze". Per la regista Eleonora D'Urso e la TKC è un vero e proprio tuffo nel passato: una loro versione della piéce era infatti andata in scena al Festival dei due mondi di Spoleto nel 2009, e il successo fu travolgente e insperato: con un allestimento nel Chiostro di San Nicolò pensato per non più di una sessantina di spettatori, all'ultima replica arrivarono 325 persone per assistere allo spettacolo. Oggi, questo giovane gruppo di artisti riprende in mano un'opera già efficacemente rappresentata, riversandovi la maturità e l'esperienza acquisite in quattro anni di intenso lavoro e di crescita. 
Scritta da Jean Dell e Gerald Sibleyras nel 2000, vincitrice di ben cinque premi Molière, "Un piccolo gioco" è una classica pochade francese: i cinque protagonisti, Chiara, Alessia, Patrizio, Sergio e Bruno, si ritrovano alla festa che celebra la vendita del casale di famiglia di quest'ultimo; Chiara, messa alle strette dalla stupidità di Patrizio, decide di confessargli la fine della sua storia con Bruno: l'ingenua bugia scatenerà un intreccio serrato di equivoci, tradimenti, rivelazioni di desideri insospettabili... "La prima volta che ne lessi il testo - racconta la D'Urso - mi parve piuttosto banale, poi siamo riusciti a coglierne l'essenza, a tirarne fuori il cuore comico, il potenziale esilarante. Certo, si tratta di una commedia semplice, ma è fin troppo scontato precisare che la semplicità di un testo ben poco ha a che fare con la qualità dello stesso, che si misura con altri parametri". Si riderà di gusto, c'è da scommetterci, e del resto Eleonora D'Urso crede fortemente nel valore della comicità in teatro: "La comicità non è solo intrattenimento fine  a se stesso, ma uno strumento attraverso il quale si possono condividere idee e valori. E poi, per me, l'attesa della risata del pubblico è una sensazione dolorosa e piacevole al tempo stesso. Ogni recita è una traversata costellata di piccole boe, ogni boa è una risata e il nostro "vivere" il palco si fonda anche nell'attesa del momento in cui il pubblico riderà con te, dandoti l'energia per raggiungere la boa successiva e ridere ancora...". 
In "Un piccolo gioco", la D'Urso sara in scena con Daria D'Aloia, Giovanni Prosperi, Carlo Zanotti e Alessio Praticò. Le scene dello spettacolo saranno contrappuntate dalla voce e dalla musica di Maria Pierantoni Giua, giovane cantautrice di spessore che gli appassionati ricorderanno sul palco del teatro Ariston di Sanremo, al Festival del 2008, col brano "Tanto non vengo", e che successivamente ha trovato modo di affermarsi percorrendo strade artistiche lontane dai circuiti più strettamente commerciali. Per i ragazzi del TKC, il cammino sulla faticosa e gratificante strada della risata vivrà, probabilmente, una nuova sfida nei primi mesi del 2014: "E' nata l'idea di allestire un vero e proprio quartetto comico targato Teatro della Gioventù - spiega la D'Urso - formato da me e da Daria D'Aloia, Giovanni Prosperi e Carlo Zanotti. L'intenzione sarebbe quella di proporre un pout pourri delle maschere che abbiamo interpretato finora nei nostri spettacoli e che più ci hanno divertito, facendole interagire fra di loro". 

venerdì 18 ottobre 2013

LA "NUOVA" STRISCIA LA NOTIZIA: DOV'E' LA RIVOLUZIONE? RIDATECI VIRGINIA!

                       

Striscia la notizia 2013/14, ovvero la rivoluzione che doveva esserci (forse) e che non c'è stata. Venti giorni di Virginia Raffaele sono stati un'autentica boccata d'aria fresca, poi tutto è tornato come prima e la "restaurazione" sarà completata fra qualche settimana, con la rentrée in pompa magna della premiata ditta Greggio - Iacchetti. Un vero peccato: la sensazione è che Antonio Ricci, deus ex machina del tg satirico, sia stato il primo a non credere in uno svecchiamento del format. Svecchiamento che del resto si era fermato alla superficie: i velini al posto delle veline, forse cavalcando l'onda lunga del moralismo perbenista di stampo boldriniano, e il fugace inserimento nel cast, come conduttrice - jolly - battitrice libera, della citata Virginia. 
FUORICLASSE - Il più grande talento comico espresso dalla tv nostrana nell'ultimo lustro, benché depotenziato in un ruolo che ne limitava la verve artistica, ha comunque lasciato il segno nella sua breve presenza al bancone di Striscia. Qualcuno ne ha parlato come di un pesce fuor d'acqua, molti ne hanno sottolineato lo scarso feeling con Michelle Hunziker, a me è parsa la pedina più fresca e briosa dello scacchiere del programma: la conduzione nei panni delle sue caricature più riuscite (Belen, la Minetti, soprattutto Ornella Vanoni) è stata un'invenzione azzeccata e godibile. Poteva forse rendere di più, ma la ragazza si è trovata paracadutata in un contesto cristallizzato da anni di immobilismo.
STILE GUARDI' - "Striscia", infatti, per certi versi ricorda le trasmissioni di Michele Guardì: da tempo immemore uguale a se stessa, con pochissime innovazioni più formali che sostanziali. Sarà anche vero che le sole tre settimane di permanenza della Raffaele erano previste fin dall'inizio, ma resta da chiedersi il perché, anzi, un... duplice perché, che riguarda entrambe le parti in causa: perché lo staff di Striscia ha voluto gettare fumo negli occhi con un abbozzo di rivoluzione fatta subito rientrare nei ranghi? E perché Virginia ha accettato un impegno così limitato nel tempo, quando la sua influenza sulla trasmissione avrebbe potuto avere effetti benefici solo sulla lunga distanza? 
Dicevo di una "Striscia" cristallizzata (talmente cristallizzata, per inciso, da subire passivamente l'assurda innovazione del break pubblicitario delle 21, che giunge a interrompere arbitrariamente qualsiasi cosa vi sia in onda in quel momento, senza annunci preventivi, roba che ormai si vede difficilmente anche nelle più modeste emittenti locali). E' un prodotto televisivo che ormai va avanti per forza di inerzia: le rubriche e gli inviati sono grosso modo gli stessi da non so più quante stagioni. Va già bene che siano stati pensionati (per il momento) personaggi assolutamente improponibili, come il Cicalotto e Super Bottom, che con la loro irritante antipatia facevano probabilmente perdere efficacia alle inchieste (e personalmente mi portavano istintivamente a cambiar canale...).
CHIAMBRETTI, VELINI E VELINE - Però, dopo 25 anni di onorato percorso catodico, ci vorrebbe forse un quid in più. Poteva esserlo Virginia, non credo lo sarà Chiambretti (anche per lui, comunque, militanza di breve durata), un personaggio che si inserisce nella tradizione dei più classici conduttori di Striscia, che avrebbe la verve per regalare qualche guizzo satirico - polemico in più (non troppi, comunque...) se non dovesse confrontarsi con quella che è la caratteristica storica del programma, sua forza ma anche suo limite: fa tutto Ricci, e la sensazione trasmessa al telespettatore è che chi sta in studio si limiti ad eseguire, a diffonderne il verbo, aggiungendo poco di suo. Con la Raffaele sarebbe stato un po' diverso, l'impronta del suo camaleontico talento, ripeto, si avvertiva già evidente. 
Riguardo al cambio veline - velini - veline, poco da dire: non so cosa avesse in testa Ricci, probabilmente è stato tutto studiato, un contentino dato ai cantori dell'antivelinismo: in questa sventurata epoca, per certi versi di stampo medievale, si è improvvisamente scoperto che la valorizzazione del fascino femminile è il male assoluto, laddove soubrettine e ballerine discinte hanno occupato per decenni i teleschermi anche dalle prestigiose antenne della tv di Stato, e i concorsi di bellezza han regalato sogni e lanciato carriere importanti. In realtà non sono state le varie Canalis e Corvaglia a portare al degrado del ruolo della donna nella società, tuttavia i maschietti ballerini a mostrare le loro grazie potevano anche starci, perché il problema di Striscia non è in queste figure, tutto sommato marginali, maschi o femmine che siano: il problema, lo ribadisco, è cercare una via al rinnovamento.
ALLARGARE GLI ORIZZONTI - Nonostante l'appellativo di "tg satirico", la forza del programma non è mai stata la satira politica, all'acqua di rose sia verso la destra sia verso la sinistra, al di là delle superficiali accuse di berlusconismo, perché se il Cavaliere veniva "carezzato" con banalità del genere "Cavaliere mascarato", ad esponenti della parte opposta come D'Alema si riservava il "Fu - fu", ossia nulla di particolarmente devastante. No, Striscia ha tratto la sua linfa dalla denuncia di truffe e ingiustizie "di basso profilo", ma anche in questo ambito si è avvitata in una ripetitività che non le giova. Non esistono solo falsi medici e maghi ciarlatani, l'universo dei "disonesti terra terra" è a spettro piuttosto ampio. Ecco, magari si cominci da qui, da un allargamento degli orizzonti, nel rinfrescare il format, affinché guardare Striscia non diventi una stanca abitudine che addormenta le coscienze e spegne l'indignazione, scolorando nella routine le piccole grandi ingiustizie di ogni giorno. 

mercoledì 16 ottobre 2013

IL PUNTO SULLA NAZIONALE: E' UN'ITALIA - GAMBERO, REGREDISCE E PERDE LA TESTA... DI SERIE

                                             Insigne: grande gara a Napoli

La surreale partita di Napoli, con un'Italia portata a un passo dalla sconfitta da una Nazionale europea di terza fascia e infine privata (a meno di un'impresa della Giordania contro l'Uruguay) di un posto da testa di serie in Brasile, ha rappresentato la conclusione più logica del nostro sconcertante girone di qualificazione mondiale. Sì, logica, malgrado tutto, perché questo anno e mezzo post Euro 2012 ci ha consegnato un'Azzurra nuova, radicalmente diversa da quella del primo biennio prandelliano. E i cambiamenti, diciamolo subito, non sono stati affatto in senso positivo. 
METAMORFOSI - Chi segue Note d'azzurro sa a cosa mi riferisco, rischio di diventar ripetitivo ma del resto sono le prestazioni recenti della nostra rappresentativa a non potermi far deviare dalla linea critica intrapresa. L'Italia sbocciata dopo Sudafrica 2010 non c'è più, è stata misteriosamente ingoiata da questo lungo turno eliminatorio iridato: smarrito lo spirito sbarazzino e intraprendente, la gioia giovanile, quasi fanciullesca, di creare gioco e di imporlo, di opporsi senza paure anche agli avversari più quotati (e tecnicamente superiori); smarriti anche gli equilibri e la discreta solidità di una compagine che, ricordiamolo, nell'ultimo torneo continentale aveva subito tre soli gol in cinque gare, prima del tracollo in finale con l'Invincibile armata spagnola. Quell'Italietta tutta cuore e tutta pepe ha lasciato posto a un ibrido tatticamente indefinibile, poco incline alle pregevolezze della manovra e molto alla sofferenza, e capace di imbarcare reti e andare in sofferenza anche contro squadre di livello medio - basso (ieri l'Armenia, ma qualcuno ricorda gli imbarazzi contro Malta e Haiti?). 
L'IMPORTANZA DI ESSER TESTA DI SERIE - Poco male se la perdita di brillantezza fosse stata compensata dal pragmatismo, ma così non è stato: perché non è certo pragmatismo, tanto per dire, fare un gol alla Bulgaria e poi chiudersi a riccio a respingere con estremo affanno i disperati assalti avversari, e men che meno lo è andare in vantaggio (meritatamente) a Copenaghen per poi beccare due gol dallo spilungone Bendtner, reduce dal fiasco juventino. Per tacere di quanto accaduto al San Paolo ieri sera: perché è vero che di fronte c'era un team che, negli ultimi mesi, ha indossato le insolite vesti di ammazza grandi soprattutto in trasferta, ma i nostri  avevano dalla loro, oltre a una superiore caratura complessiva, lo stimolo rappresentato dal mantenimento dello status di testa di serie. 
Non è cosa da poco il poter iniziare un Mondiale in posizione privilegiata: andatevi a leggere l'albo d'oro dal '74 in poi, e vedete un po' quante squadre hanno vinto la Coppa FIFA non partendo come teste di serie. Se avete fretta, la risposta ve la diamo noi: una sola, l'Argentina nel 1986. Chiaro, le statistiche non sono tutto, ma qualcosa contano, soprattutto quando danno indicazioni così nette... La leggerezza con cui gli italiani hanno affrontato l'impegno partenopeo è inaccettabile: prendere sotto gamba partite ufficiali non dovrebbe più accadere, nel 2013, invece l'Italia persevera ostinatamente. Siamo tornati ai livelli dell'ultima Confederations Cup, con errori marchiani e decisivi nel tocco e nei passaggi, errori non certo frutto di pochezza tecnica ma di scarsa concentrazione. Mesi di discorsi e di lavoro sul campo per poi trovarsi al punto di partenza, con il tempo che stringe, perché d'ora in poi ci sarà solo qualche amichevole per limare i difetti: e se limiti così banali non li si è ancora riusciti a cancellare, il timore che si tratti di lacune strutturali deve cominciare a farsi largo, con tutte le inquietudini del caso. 

                                      Balotelli: Prandelli non può prescindere da lui

POCHE GARANZIE - Ripetiamo: bene la qualificazione anticipata, ma da questo girone ci si attendeva un'ulteriore crescita della Nazionale, su diversi versanti: qualità di gioco, capacità di abbinarla a una maggiore concretezza, maturità nell'atteggiamento, versatilità tattica e allargamento della rosa dei possibili titolari. Sarò forse troppo pessimista, ma mi pare che buona parte di questi obiettivi siano stati mancati. L'Italia di oggi dà assai meno garanzie di quella uscita dall'Europeo, nonostante la batosta che rimediò nell'atto conclusivo (figlia di fattori contingenti ben più dell'inferiorità nei confronti della Spagna). La "mentalità internazionale" non c'è ancora, se il modo di approcciare certe gare è quello "ammirato" ieri sera; a livello tattico non è ancora stato trovato un adeguato bandolo della matassa, soprattutto nella gestione della fase difensiva. 
Quanto all'incremento degli "azzurrabili", il discorso è più articolato: mi è parso di ravvisare un raffreddamento di Prandelli nei confronti della linea verde. Nelle ultime settimane, non si è trovato di meglio che ripescare Thiago Motta per il centrocampo e, nientemeno, De Silvestri per la difesa (un non senso tecnico, quest'ultimo: perché non dare un occhio all'ex Under Donati che tanto bene sta facendo in Bundesliga, per tacere del fatto che su quel versante hai comunque un Abate che contro l'Armenia è stato fra i più vivi e inesausti nel sostenere l'azione offensiva?), salvo scoprire, sul terreno del San Paolo, che questa selezione già non può più prescindere dalla verve, dalla voglia di emergere, dal dinamismo e dalla classe di Florenzi e di Insigne (il napoletano deve solo acquisire un po' più di cattiveria in fase conclusiva). Se ai giovani di valore si dà spazio, insomma, basta un po' di pazienza e quelli alla fine rispondono. E allora, perché questo improvviso ostracismo? Avevo già scritto che questa squadra necessita di una rinfrescata, perché certe presunte certezze acquisite negli anni precedenti rischiano di sgretolarsi con l'approssimarsi dell'appuntamento iridato. 
SENZA BALO NON SI PUO' - Sul fronte dei "veterani", gli unici lampi napoletani sono arrivati da un Pirlo di nuovo "sul pezzo", concentrato, preciso nella tessitura e nel lancio, addirittura agonisticamente "cattivo" in certe circostanze. Balotelli merita, come sempre, un discorso a parte: a livello azzurro, il bilancio "cose buone - cose negative" parla ancora, nettamente, a suo favore. Ieri gli son bastati venti minuti o giù di lì per impossessarsi della partita e andare quasi a vincerla da solo, con un gol che ne ha evidenziato agilità, scatto e tempismo da bomber, seguito da una sorta di "coast to coast" in mezzo a nugoli di avversari chiuso con un tiro di poco a lato, e poi altri tentativi sfumati di poco. Sarà anche una "testolina" (lo era anche Maradona, e il paragone, si badi, riguarda solo questo aspetto) ma senza di lui, ormai è chiaro, l'Italia perde un buon 60 - 70 per cento di potenziale offensivo. Ora più che mai, è al milanista che ci si deve aggrappare per sperare in un Mondiale decente, a maggior ragione se partiremo, come sembra, senza il vantaggio dell'essere testa di serie. 

lunedì 14 ottobre 2013

LE MIE RECENSIONI: "RUSH" DI RON HOWARD, OVVERO LA STORIA DI NIKI LAUDA E JAMES HUNT


La Formula 1 è senz'altro il più "cinematografico" degli sport. Sarà perché è una partita giocata costantemente sul filo del rischio, un rischio autentico, con i suoi interpreti impegnati ad ogni centimetro di pista in un duello con la morte o con l'invalidità permanente (certamente più in passato che al giorno d'oggi, ma permane comunque un cospicuo margine di pericolo). Il fascino perverso della sfida alla "grande falciatrice" racchiude in sé molto di romanzesco, quasi di "epico", tanto da poter dire che i piloti dei bolidi, o quantomeno alcuni di essi, abbiano addosso le stimmate dei perfetti eroi "di celluloide". Ecco perché "Rush" si può considerare un film riuscito. Non era scontato, nonostante la mano ferma di Ron Howard in regia e l'indubbio interesse del soggetto: perché sempre di film "sportivo" si tratta, e trasferire sul grande schermo storie vere di sport è sempre stata un'impresa difficile, spesso miseramente naufragata. 
VITE... DA FILM - "Rush" invece funziona, per i motivi detti in apertura e perché i protagonisti della vicenda narrata hanno avuto davvero una vita densa di drammi, colpi di scena, imprese leggendarie e tragedie, un intreccio di avventure talmente cinematografico e letterario che sembra esser stato partorito dalla fervida fantasia di uno scrittore o di uno sceneggiatore. Tutto incredibilmente vero, invece, nell'incrocio delle parabole professionali ed esistenziali di Niki Lauda e James Hunt. L'opera di Howard narra la rivalità fra questi due "numeri uno" del grande circo automobilistico, un dualismo che parte da lontano, fin dai tempi della gavetta nei circuiti delle corse giovanili, ma che in realtà si accende e regala le più violente emozioni in un solo anno, quel 1976 indimenticabile per la Formula 1, allorché Lauda, campione del mondo in carica (su Ferrari) e avviato a bissare il titolo, incappa nel celebre, pauroso rogo del Nurburgring, quando la sua monoposto prende fuoco e le fiamme lo avvolgono, mettendone in pericolo la sopravvivenza e restituendolo infine al mondo con il volto deturpato dalle ustioni. L'austriaco recupera poi la forma fisica a tempo di record, torna in pista e sembra in grado di difendere il suo primato in classifica dagli assalti di Hunt, che durante la sua forzata assenza ha recuperato terreno, ma nell'ultima e decisiva gara, in Giappone, in condizioni climatiche proibitive (pioggia scrosciante, pista ai limiti della praticabilità), simili a quelle che avevano causato il suo incidente in Germania, Lauda decide di ritirarsi, dando via libera al collega, finalmente iridato dopo anni da eterno secondo. 
PERSONALITA' IN CONTRASTO - Una pagina di sport memorabile, raccontata con ragguardevole rigore storico (tanto da restituirci intatta la tensione emozionale indotta dagli eventi dell'epoca, "vivi" quasi come in una presa diretta) e attenzione ai dettagli tecnici, visto il notevole realismo con cui sono state ricostruite le fasi salienti dei Gran Premi, senza tralasciare alcunché, comprese le soste ai box. Epopea il cui appeal sulle grandi folle derivò anche dal forte contrasto di personalità fra i duellanti, e qui sta forse il vero capolavoro di "Rush", che ha saputo delineare finemente la psicologia di Lauda e di Hunt e l'abisso che li separava nel modo di concepire la vita e l'automobilismo, grazie a due performance da mattatori degli attori protagonisti: così, ecco da una parte il gaudente James (interpretato dal belloccio Chris Hemsworth), spesso oltre il confine della trasgressione, insofferente alle rigide regole della vita da atleta; e dall'altra Niki (Daniel Bruhl), tutto casa e lavoro, perfezionista fino alla pedanteria in pista come in fase di preparazione della vettura e della corsa. Due ritratti sostanzialmente attendibili, al di là delle esagerazioni funzionali al pathos della trama, e tenuto conto dell'arricchimento narrativo portato da dettagli più verosimili che autentici, riguardanti soprattutto il pilota inglese (il sesso in aereo con la hostess o con l'infermiera all'ospedale...), ma che in un film ci stanno, a patto di non snaturare profondamente le caratteristiche di vicende e personaggi (torna alla mente, in proposito, una celebre fiction su Rino Gaetano, che del cantautore calabrese propose un'immagine, quella del "poeta maledetto", piuttosto lontana dalla realtà). 
LA CELEBRAZIONE DELL'EROE DELLA NORMALITA' - "Rush" propone allo spettatore due diverse morali. La prima, la più naturale, che ci è parsa sottolineata con forza nella scrittura del film, è che nella vita arriva più lontano chi riesce ad accettare i sacrifici, a lavorare sodo, a guardare ogni cosa con maturità e raziocinio, senza abbattersi nei momenti negativi e senza volare più alto del lecito in quelli positivi. E' un'esaltazione dell'eroe silenzioso, della "formica" che batte la cicala. L'interpretazione di Bruhl farà magari risultare un po' scostante e glaciale il buon Lauda, ma alla fine rende perfettamente l'idea dell'uomo in tutte le sue sfaccettature caratteriali e professionali: burbero, ligio al dovere ma capace di andare oltre i propri limiti fisici e psicologici, di amare lo sport ma di percepire alla perfezione i veri valori della vita e per essi rinunciare alla gloria (l'addio al titolo mondiale sotto la pioggia, dopo essersi rivisto, in un flashback, in ospedale con la moglie al capezzale). 
Un eroe comune, forse un po' noioso, non accompagnato da fanfare e squilli di tromba ma non per questo meno meritevole di lode; un uomo che, alla lunga, riesce ad avere la meglio sugli eventi avversi: perché se il suo rivale dopo quel titolo mondiale del '76 non batterà più chiodo agli alti livelli (e scomparirà purtroppo prematuramente, negli anni Novanta), l'austriaco vincerà ancora tanto, e addirittura sarà di nuovo trionfatore iridato nell'84, dopo che pochi anni prima aveva appeso il... casco al chiodo. Bruhl trasmette tutto questo, ma fa emergere anche il Lauda fuoriclasse: non uno sportivo mediocre che ottenne risultati solo ammazzandosi di lavoro, ma un talento vero e puro, un mostro di perfezione nella messa a punto dell'auto e un gigante al volante; ma per far fruttare il talento, ci dice "Rush", occorre adeguatamente canalizzarlo: il campionissimo di Vienna c'è riuscito, il campione di Londra no. 
HUNT, OVVERO NON UN EROE NEGATIVO - In un... secondo strato, però, non vi è una condanna netta del personaggio Hunt, o meglio del suo modus vivendi: non perché sia lecito abbandonarsi agli eccessi distruttivi, ma perché il biondo pilota ha comunque lottato con tutte le sue forze per giungere in alto, si è "sbattuto" nelle formule minori, ha sfidato la sorte affrontando la pista anche in situazioni di grande difficoltà. Emblematica la frase con cui, alla fine, si congeda da un Lauda mai, in fondo, da lui troppo odiato: rispondendo al rivale, che gli consiglia di archiviare la gioia per il titolo appena conquistato e rimettersi subito al lavoro, Hunt dice che lo farà, ma prima ha voglia di divertirsi ancora un po', di godersi il fresco trionfo, perché altrimenti la vita non ha senso se non ci si regala certi momenti, diciamo così, di "svacco". 
La verità, ossia il giusto modo di concepire la propria esistenza, sta probabilmente, nel mezzo, un mix fra la dedizione al lavoro di Lauda e la leggerezza di Hunt, entrambe sfrondate dagli eccessi. Ma se Niki è senza dubbio l'eroe positivo, James non è l'antieroe negativo, merita quantomeno il beneficio del dubbio. Di certo, nel confronto con due tali colossi della storia, tutto il resto in "Rush" scolora: persino figure di gran rilievo come Enzo Ferrari, il mitico Drake confinato in un cono d'ombra (eppure fu personaggio assolutamente decisivo nel far decollare la carriera di Lauda), un Clay Regazzoni pilota sulla cresta dell'onda ma la cui indimenticata verve umana non ho ritrovato nell'interpretazione un po' sotto traccia di Pierfrancesco Favino, e la moglie di Niki, una Alexandra Maria Lara fin troppo ingessata ed espressivamente monocorde. 

domenica 13 ottobre 2013

IL FALLIMENTO DI "RADIO BELVA": NON E' STATA SOLO COLPA DI SGARBI...


Il turpiloquio, la volgarità, la totale deriva verbale. Tutto vero, ma questa è stata solo la crosta, la superficie, il fattore scatenante dell'ennesimo esperimento televisivo fallito sul nascere (quanti ne abbiam visti seguir la stessa sorte, negli ultimi anni?). Perché per spiegare la sospensione (momentanea?) di "Radio belva" occorre andare più a fondo. La trasmissione, apparsa fugacemente in settimana sugli schermi di Retequattro e subito congelata, ha rappresentato la mirabile sintesi di ciò che una tv contemporanea non dovrebbe mai mandare in onda, e che un pubblico maturo non dovrebbe mai tollerare. E ciò sia detto senza offesa per chi a quella trasmissione ha lavorato: è solo la constatazione di una realtà, del resto, certificata impietosamente anche dai dati Auditel e di cui la stessa rete Mediaset ha preso atto senza drammi.
TROPPI TALK - In sede di premessa ci si potrebbe chiedere, innanzitutto, se nel panorama catodico odierno si avvertisse davvero così urgente il bisogno di lanciare l'ennesimo talk show di "varia attualità". Insomma, era proprio il caso? Perché non se ne può più, davvero: si comincia la mattina presto con Omnibus su La7 e il sopravvalutato Agorà su Raitre, si finisce a ora tardissima con Night Desk e Linea notte sugli stessi canali, per tacere di tutto ciò che sta nel mezzo. Da mane a sera, negli studi televisivi sfilano parlamentari, senatori e ministri (più o meno sempre gli stessi, quelli più ciarlieri e capaci di bucare lo schermo, e già una "selezione" di questo genere dovrebbe fare inorridire), tanto che non è per nulla peregrino l'interrogativo un po' populista ormai sulla bocca di tanti: "Ma se stanno sempre in tv, quando diavolo lo trovano il tempo per lavorare?". Ecco, come se già non ve ne fosse da far venire la nausea, spunta pure "Radio belva": mi dicono esser stato il trapianto sul piccolo schermo di un programma radiofonico di successo che ammetto di non aver mai ascoltato, e senza il quale sono tranquillamente sopravvissuto fino ad oggi. 
MA QUALE ANTICONFORMISMO?- L'ennesimo talk, dunque. Ma sapete, raccontavano, questo sarà un talk diverso, fuori dall'ordinario, fuori dagli schemi, controcorrente. Beh, in effetti diverso dagli altri lo è stato, perché ne ha sintetizzato tutto il peggio aggiungendovi un po' di suo. La prima impressione è stata quella di una brutta copia di "Quinta colonna", il che avrebbe già di per sé rappresentato una condanna inappellabile. Purtroppo è stato ancora di meno: un progetto televisivo senza capo né coda, caotico, pretenzioso e inconcludente. E con l'equivoco di fondo che caratterizza ormai tanti, troppi prodotti della nostra scialba tv: vuoto di idee mascherato da trasgressione e anticonformismo. 
SENZA CAPO NE' CODA - "Radio belva" è stato un qualcosa di informe, di indefinibile: pretenzioso, si diceva, perché ha voluto gettare sul piatto praticamente tutti gli argomenti all'ordine del giorno della cronaca: dal razzismo a Lampedusa, dai dolori di Berlusconi ai travagli del Pdl fino agli stipendi dei nostri rappresentanti istituzionali e al finanziamento dei partiti, svilendoli tutti con una trattazione che definire superficiale è eufemistico, con una spolverata di demagogia a far velo su tutto. Tanti argomenti miscelati nel calderone senza un fil rouge, slegati l'uno dall'altro, affidati a un parterre di opinionisti e ospiti rappresentanti (con poche eccezioni) di un modo di fare informazione e politica che, personalmente, vorrei veder bandito dal futuro dell'Italia. Un cast e una costruzione della trasmissione che avevano già scritto a chiare lettere nel DNA il finale in caciara. 
Se inviti un Vittorio Sgarbi, e arrivo buon ultimo a sottolinearlo, non puoi aspettarti nulla di diverso da ciò che è accaduto. Perché lo Sgarbi degli ultimi anni non è il polemista iracondo ma tutto sommato godibile visto all'opera fino ai primi anni Duemila, adesso è una molla sempre pronta a scattare, una bomba innescata sotto ogni trasmissione, a maggior ragione sotto una come quella di Cruciani e Parenzo, giocata dai due conduttori costantemente sul filo della provocazione, con tutti i rischi connessi. Ma, come si diceva all'inizio, il turpiloquio e la volgarità del politico - critico d'arte - opinionista sono stati solo la parte più evidente del problema. Il difetto era nelle fondamenta di una trasmissione concepita male e portata avanti peggio, tanto che mi è parso di ravvisare insofferenza anche in molti ospiti, nei confronti di un canovaccio e di contenuti non all'altezza. 
GLI ETERNI RIPESCAGGI - Il vuoto in studio, il vuoto fuori: che senso ha avuto l'ennesima inchiesta volta a "smascherare" l'ignoranza che alberga in certe zone d'Italia, quando chi si informa seriamente sa bene, e da tempo, che il nostro Paese è ormai preda di un incontrollabile analfabetismo di ritorno e di arretratezza culturale galoppante? E la candid camera riservata al pidiellino Malan, quale scopo aveva? Era un divertissement fine a se stesso? Me per giochini simili non c'è già il decadente Scherzi a parte, che mi dicono debba ricominciare prossimamente? Per non parlare del ripescaggio di Emilio Fede nelle vesti di inviato speciale... Eccolo, l'anticonformismo mascherato: l'inutile rilancio di un giornalista fra i più discussi fatto passare per genialata. Il ritorno di Fede ha la stessa valenza della promessa, fatta dalla dirigenza di Retequattro, di un prossimo ritorno di "Radio belva" in versione riveduta e corretta: in Italia non si riesce più a chiudere alcun conto col passato, e ciò vale sia per le cose serie sia per quelle futili. Non si accettano più i giudizi negativi, che siano della storia, della giustizia o... dell'Auditel: c'è sempre un "Sì ma", un "No, non è detto, potrebbe anche essere che...", per cui si danno seconde, terze e quarte chances a chi non ha più titoli per meritarle: giornalisti, trasmissioni tv, leader di partito e presidenti della Repubblica, non c'è niente da fare: ce li ritroviamo sempre di torno quando togliendo il disturbo farebbero la sola cosa giusta...
HA VINTO SOLO... CAPITAN HARLOCK - Tornando a bomba, la sconfitta è certo anche dei conduttori e del loro stile provocatorio fin quasi agli estremi, uno stile che può pagare solo in un Paese come il nostro, un Paese in cui il giornalismo ha davvero tanti problemi da risolvere, e il modo di concepire la cultura televisiva dovrebbe essere totalmente rifondato. Ma se scherzi troppo col fuoco finisci per bruciarti, e alla fine il Cruciani e il Parenzo hanno fatto persino un po' di tenerezza: mentre il secondo continuava a ostentare ingiustificata vivacità, il primo, turbato dagli scossoni sgarbiani, aveva ormai perso il bandolo della matassa, chiudendo la trasmissione con una sconcertante intervista ad Alba  Parietti, richiesta di fornire gustose curiosità sulle sue storie d'amore e sui suoi interventi di chirurgia plastica. Ma perché? Talmente nel pallone, i due conduttori detronizzati, da essersi dimenticati di spiegarci la presenza in studio di un gruppo di cosplayers, uno dei quali abbigliato da Capitan Harlock: peccato, perché sono stati decisamente la cosa migliore della trasmissione... 

domenica 6 ottobre 2013

E' NATO ANNI70.NET, NUOVO SPAZIO VIRTUALE PER REDUCI, NOSTALGICI ED ESPERTI DEGLI ANNI SETTANTA




Giunta malinconicamente a esaurimento l'ultradecennale parabola di "Pagine 70" (il popolare sito si è spento in silenzio, senza comunicazioni ufficiali e saluti), i "reduci" della decade settantiana, di quegli anni così vivi e controversi, così ricchi di fermenti in campo politico, sociale, culturale, non sono rimasti per troppo tempo appiedati. Nei giorni scorsi è nato infatti un nuovo spazio web, "Anni70.net", nel quale tutti coloro in qualche modo legati allo storico decennio (nostalgici, esperti, o chi semplicemente voglia saperne di più) potranno riversare ricordi, aneddoti, discussioni. 
Mi sembra giusto lanciare il nuovo portale anche da questo blog, perché, in fondo, una (piccolissima) parte di merito in questa iniziativa se l'è ritagliata anche "Note d'azzurro". Qui è scattato, ed è stato reso pubblico, l'allarme sui due black out di Pagine 70, il secondo evidentemente definitivo, qui si sono riversati in massa gli "orfani" di quell'indimenticabile enciclopedia online dei seventies, qui i cosiddetti "reduci settantiani" hanno da subito manifestato il forte desiderio di non lasciar cadere tutto nel dimenticatoio come se nulla fosse accaduto, come se quella di P70 fosse stata una bella parentesi da mandare in archivio senza rimpianti. Si percepiva chiaramente, leggendo i loro commenti, il bisogno di riappropriarsi di una "piazza virtuale" in cui ritrovarsi, per tornare a rendere viva la memoria di quel periodo ormai lontano, per riprendere un discorso così bruscamente interrotto. Al di là di questo, emergeva chiara anche un'esigenza di natura rigorosamente storico - editoriale: occorreva organizzare in uno spazio ben strutturato l'immensa mole di informazioni, testimonianze, esperienze personali relative a quell'epoca così decisiva del secolo scorso, evitandone la dispersione nella rete e riconvogliandole  in un nuovo archivio - biblioteca "targato 70".
In breve il sogno si è tramutato in realtà, grazie all'intraprendenza dell'utente "Jeegba" (con questo nick lo abbiamo conosciuto su "Note d'azzurro"), che in poche settimane ha saputo dare contorni concreti al progetto. Ecco, dunque, "Anni70.net": prima è stato attivato il forum (lo trovate qui: http://www.anni70.net/forum/), con una vasta gamma di aree tematiche, dallo sport alla moda, dall'alimentazione ai giocattoli, dalla cronaca ai cartoni animati alla pubblicità, e altro ancora. Rispetto all'illustre predecessore, ci sarà più libertà nel linkare video e siti esterni, che spesso rappresentano un arricchimento imprescindibile delle considerazioni portate avanti nei vari topic: e del resto, la condivisione, l'interazione, l'interscambio, il collegamento ad altri spazi Internet rappresentano il sale del web, quasi la sua essenza, nel 2013 non è possibile concepire un sito che ponga veti a tali autostrade comunicative. Una postilla: nonostante la fortissima impronta "made in seventies", nel forum c'è anche la possibilità di discutere liberamente di temi e fatti inerenti altri periodi storici, con particolare riferimento agli anni Sessanta e agli Ottanta, quelli più vicini al decennio "trainante" del sito e quindi ad esso maggiormente legati. 
Dopo il forum, è in fase di decollo anche il portale vero e proprio (ecco il link: http://www.anni70.net/), che tuttavia è ancora in rodaggio. La struttura è invitante: un vero e proprio giornale multimediale, con articoli rievocativi e approfondimenti su eventi, personaggi e tematiche settantiane. Ad alimentarlo, nel tempo, dovranno essere soprattutto gli utenti, ai quali viene dunque data la possibilità di fornire contenuti mettendo nero su bianco non solo i ricordi, ma le competenze "da esperti" accumulate nel tempo su tutto quanto fa Seventies, il tutto su una piattaforma web moderna e facilmente navigabile. 
Inutile dilungarsi oltre: rimane solo il rituale "in bocca al lupo" per questa nuova avventura. E un abbraccio agli amici dei Settanta, che l'hanno fortemente voluto e ora hanno di nuovo un angolino, nel web, nel quale  chiacchierare, confrontarsi, sorridere, emozionarsi e commuoversi riaprendo i cassetti della memoria. 

sabato 5 ottobre 2013

GENOA E GASPERINI, UN CERCHIO CHE SI CHIUDE. I BEI TEMPI POSSONO TORNARE?


                                         Gasperini: ritorno a Genova dopo tre anni

Tre anni per chiudere il cerchio. Tre anni per ritornare al punto di partenza, lì dove aveva preso forma una delle fasi più gloriose della storia del Genoa nel dopoguerra. Come se nulla fosse accaduto, e invece è successo di tutto e di più: tre anni di azzardi, di scelte sbagliate, di allenatori in parabola discendente e di altri troppo inesperti, il tutto per capire che... chi lascia la strada vecchia per la nuova, male si trova. Gian Piero Gasperini, è notizia di pochi giorni fa, ha riabbracciato il Grifone e i suoi tifosi, molti dei quali sognavano questo momento da quel novembre 2010, da quando il "vate di Grugliasco" fu allontanato dalla panchina rossoblù al culmine di una serie di risultati negativi. All'epoca, lo ammetto, non fui del tutto sfavorevole al cambio di guida tecnica: il rapporto del Gasp con l'ambiente genoano (società e squadra) sembrava essersi logorato, la brillantezza di gioco smarrita per strada, si faticava a far esplodere i valori di una rosa di notevole livello (Rafinha, Veloso, Criscito, Toni, Palacio...), che venne considerata da molti esperti, non a torto, come una potenziale mina vagante delle zone alte della Serie A. 
CAMBIARE E SBAGLIARE - Nel calcio, spesso, la routine diventa perniciosa, l'entusiasmo e gli stimoli scemano e non si cresce più, anzi, si rischia di tornare indietro. Le ultime partite della prima gestione Gasperini mostrarono sintomi inquietanti, in tal senso: in certe situazioni, occorre avere il coraggio di cambiare, battere strade nuove, cercare di costruire nuovi progetti con nuovi e motivati responsabili tecnici. Insomma, per quanto figura carismatica, per quanto artefice di pagine di assoluto splendore, sia sul piano dello spettacolo sia su quello dei risultati, l'addio a "Gasperson" non sarebbe dovuto essere un dramma, perché nel pallone il detto "dopo di me il diluvio" non ha ragione di essere, se si costruisce l'avvenire con criterio. 
Ma il Genoa e Preziosi sono stati parecchio sfortunati, oltre che poco acuti nelle scelte: in questi anni, l'unico erede plausibile del grande predecessore è parso Davide Ballardini, per quanto lontano anni luce dalle modalità di espressione calcistica del piemontese. Ma il suo feeling col Joker, nonostante gli obiettivi centrati, non è mai sbocciato, e prima o poi il patron dovrà spiegarci il perché. In mezzo ai due interregni del romagnolo, una pervicacia degna di miglior causa nello "scritturare" gli allenatori sbagliati: trainer in netta decadenza (Malesani, Delneri), altri bruciati verdi e ridimensionati dopo esordi promettenti (Marino). Quest'estate, l'ennesimo salto nel buio: una rosa di tutto rispetto, largamente attrezzata per una salvezza molto più che tranquilla, messa in mano a un coach imberbe, con alle spalle solo un abbozzo di gavetta, portata avanti principalmente nella squadra Allievi del Genoa. 
LIVERANI IMMATURO - Su Liverani, Note d'Azzurro aveva espresso perplessità fin da quest'estate, considerandolo come il vero fattore di "rischio" per una stagione che, mercato alla mano, si presentava invece foriera di qualche possibile piccola soddisfazione (controllare l'archivio del blog per credere). Però gli si era data giustamente fiducia, perché l'uomo vale e perché, come mi era capitato di dire ad un amico trattando della questione, non è possibile che alle altre società azzardi simili girino sempre bene (penso a Montella per la Fiorentina, ma soprattutto a Diego Lopez per il Cagliari) mentre al Grifo debba sempre dire male.
Invece, nulla da fare: con l'eccezione del derby, vinto a mani basse sulle ali di una impostazione strategica ineccepibile e di una furia agonistica feroce, ma giocato, val la pena sottolinearlo, contro una delle squadre qualitativamente meno dotate della categoria, l'ex centrocampista del Perugia ha mostrato solo grande limitatezza tattica, difficoltà nel leggere le partite, scarsa propensione ad azzeccare subito la formazione giusta e un eccesso di prudenza che aveva pagato nella stracittadina, ma che può andare bene solo in determinate circostanze e non deve diventare un totem immutabile. Contro Livorno e Napoli, ad esempio, pur trattandosi di avversarie totalmente diverse, direi agli antipodi, era doveroso giocare con più coraggio, con più voglia di osare: nel primo caso per abbattere il muro sapientemente issato da Nicola, nel secondo per non farsi schiacciare da una compagine che, se le cedi il pallino, è in grado di travolgerti con una manovra elegante ed efficace (chi ha visto giocare i partenopei col Borussia Dortmund sa a cosa mi riferisco). 

                                            Lodi: con Gasp ritroverà smalto? 

SQUADRA ADATTA AL GASP - Ecco: ciò che ha destato rabbia, in questo primo scorcio di stagione, è stato vedere una compagine ricca di talento e di alternative in ogni ruolo giocare col freno a mano tirato, con poca versatilità, con poche idee sul da farsi in campo. Questo Genoa, lo ripeto anche se non tutti ne sono convinti, ha potenzialità indiscutibili. I nazionali Antonelli e Gilardino, un Lodi che per il rendimento mostrato nelle ultime due stagioni meriterebbe una chiamata di Prandelli, uno che del Club Italia ha fatto parte in un passato non troppo remoto (Gamberini), giovani di bellissime speranze (Perin, Bertolacci, Vrsaljko), mestieranti di medio livello da sempre affidabili in categoria (Manfredini, Antonini, Portanova, Matuzalem, Calaiò)...
E' oltretutto una rosa che si adatta perfettamente, credo, alle esigenze del "nuovo - vecchio" mister: esterni in quantità, sia alti che bassi, Lodi che nel cuore della manovra porta lo stesso fosforo ma più classe e più colpi decisivi rispetto a Milanetto, attaccanti propensi a rientrare e a sacrificarsi in un lavoro di spola, un Gilardino che può essere tranquillamente l'alter ego di Milito. Insomma, i presupposti per fare decollare questo misterioso Genoa 2013/14 ai livelli che merita ci sono: dopo l'approccio di Catania, c'è persino la sosta per le qualificazioni mondiali a lavorare a favore del Gasp. A patto che non si culli sugli allori passati e che sappia far tesoro delle amarissime esperienze di Palermo e sopratutto Inter: Milano ha rappresentato la tomba delle sue ambizioni di grandeur, ma il fallimento è stato solo in parte imputabile ai suoi errori. 
PREZIOSI: ERRORI E RIMEDI - Il Genoa e Gasperini, Gasperini e il Genoa: sembrava un matrimonio perfetto, e dopo la rottura entrambi non hanno più avuto pace, entrambi sono entrati in un tunnel di mediocrità che francamente non era facile prevedere, dopo i fasti del quarto posto in coabitazione (contestata) con la Fiorentina e dell'Europa League. Quando si perdono anni a guardarsi attorno e a sperimentare soluzioni senza battere chiodo, per tornare infine sui propri passi, beh, è pur sempre un'ammissione di sconfitta. Alle sconfitte, purtroppo, da quel novembre 2010 Enrico Preziosi si è abituato e ci ha abituati: ma il joker è anche uno che, dopo anni di diabolica perseveranza, pare stia finalmente imparando a... imparare dai propri errori: le ultime due campagne acquisti (gennaio e luglio - agosto) sono state condotte con raziocinio, e, se la scommessa Liverani è andata male, si è comunque puntato sull'elemento migliore, più adatto e più "pronto" a prenderne il posto in panca. 
CORSI, RICORSI E... MILANETTO - Riparte da Catania, il Gasp: proprio la trasferta in terra etnea rappresentò uno snodo cruciale della sua prima gestione. La prima di campionato 2008/09, una sconfitta rimediata da un Genoa qualitativo ma spuntato, con Ruben Olivera perno centrale dell'attacco: era un po', quel Grifo, un guerriero senza spada. Quel fiasco aprì gli occhi a tutti: con un terminale offensivo efficace, la squadra poteva decollare. Pochi giorni e arrivò Milito. Altri tempi, ma, senza illusioni, occorre ricordare che sulle ali di un gioco brillante e ficcante si possono superare i limiti tecnici scritti sulla carta: il Genoa attuale, per dire, è nettamente superiore al primo Genoa gasperiniano di Serie A, 2007/08, eppure quel team, dopo un avvio incerto, si assestò su un ottimo rendimento e si mise in salvo con un buon mese di anticipo. Vedremo... Intanto, da annotare come il ritorno dell'allenatore piemontese sia conciso con quello di due suoi califfi dei bei tempi: Juric alla Primavera e Milanetto come osservatore. Soprattutto quest'ultima è una réntrée significativa: uscito pulito dal torbido affare Lazio - Genoa dopo essere stato in carcere e sbattuto in prima pagina dai giornali (ah, la stampa italiana...), ripudiato da una fetta di tifoseria per delitto di... lesa curva (osò contestare con veemenza la Gradinata Nord che, durante lo storico derby di Boselli, puntò il dito contro lui e i compagni accusandoli, in buona sostanza, di non impegnarsi a fondo per mandare in B i cugini), ora si ritaglia nuovamente un angolino nella società a cui tanto ha dato in termini di rendimento sul campo. Lui si è già scusato, e in tempi non sospetti, per quel lontano screzio (scuse dovute per i toni usati, ma, a parer mio, non per la sostanza delle argomentazioni), ora sarebbe il caso che anche i tifosi più intransigenti mettessero per una volta da parte il loro amor proprio e sotterrassero l'ascia di guerra, passando sopra a una vicenda che ha solo provocato un inasprimento del clima in città e nell'ambiente Genoa.