sabato 31 ottobre 2015

LE MIE RECENSIONI: "THE WALK" DI ROBERT ZEMECKIS



Andiamo subito al sodo: "The walk" è quello che si può definire un buon film. Anzi, qualcosa di più. Direte: per una produzione griffata Robert Zemeckis è poco meno che scontato. Nel caso specifico, però, l'opera ha fatto centro riuscendo ad essere più forte dei limiti oggettivi imposti dal genere, nonché dei limiti sorti in fase di scrittura a causa del format narrativo adottato. I limiti oggettivi sono quelli insiti in una pellicola che racconta un fatto realmente accaduto, di risonanza mondiale e quindi, si presume, noto a molti dei potenziali spettatori (pur se in Italia, all'epoca, non ebbe in fondo un grossissimo rilievo mediatico: date un'occhiata agli archivi on line di alcuni quotidiani per farvene un'idea). Nel caso specifico, l'evento, per certi versi addirittura epico, è l'incredibile camminata del funambolo francese Philippe Petit su di un cavo teso fra le sommità delle due Twin Towers di New York, nell'agosto del 1974. Riguardo invece ai limiti "autogenerati" da chi ha creato il film, beh, la vicenda è qui evocata in prima persona proprio da Petit (interpretato da Joseph Gordon-Levitt), per cui non è difficile intuirne il lieto fine... E già, il problema spoiler, una "piaga" dell'informazione cinematografica 2.0, non si pone nemmeno: il giovane artista scavezzacollo non solo sopravvive a una tale folle camminata, ma addirittura si permette di andare avanti e indietro più volte sul filo, prima di toccare la... terra ferma, ossia il terrazzo di una delle due torri. 
IL PATHOS PRE - IMPRESA - Ma il fascino, l'impatto emozionale, la forza di coinvolgimento di simili imprese quasi bastano, da soli, ad assicurare il felice esito di una trasposizione in formato celluloide. Quando già si sa come va a finire, cosa fanno un buon regista, un eccellente sceneggiatore e tutto il team creativo? Riescono comunque a modellare una trama "energica", dando il più largo spazio possibile agli elementi della vicenda meno esplorati dalla cronaca giornalistica, se non misconosciuti, e caricando di pathos la parte nota, anche tratteggiandola nei minimi dettagli. Zemeckis e compagnia centrano in pieno il bersaglio, in tal senso: mirabile è soprattutto la ricostruzione di tutta la fase preparatoria della "traversata impossibile". L'analisi maniacale, quasi ingegneristica, della struttura delle torri, i materiali da utilizzare, i parametri di sicurezza da rispettare, le misurazioni che devono essere precise al millimetro, le astuzie da adoperare per mettere a punto il tutto senza farsi scoprire dai vigilanti in servizio nel World Trade Center.
Ne viene fuori il quadro di un apparato organizzativo profondamente professionalizzato, ancorché messo in piedi da giovani ribelli, sognanti, estrosi (Petit e i suoi "complici"). Il messaggio è preciso: la voglia di strafare fine a se stessa, la genialità non adeguatamente canalizzata, non portano da nessuna parte, se non sono sostenute da una base di raziocinio, da una seria e meticolosa cura dei particolari. In fondo, è lo stesso discorso, amplificato all'ennesima potenza (perché qui di mezzo c'è addirittura la vita, la sopravvivenza) applicabile a certi calciatori particolarmente talentuosi, ma che quel talento non sono in grado di gestirlo con il dovuto equilibrio, finendo col fornire un rendimento nettamente inferiore alle potenzialità. 
MAGIA NARRATIVA - Poi, la lunga narrazione della camminata, che occupa in pratica l'intero secondo tempo di "The walk". Impreziosita da strepitosi effetti speciali e dall'abilità ginnica di Gordon-Levitt, la ricostruzione per il grande schermo risulta oltremodo efficace, mozzafiato. Una sfida ai confini della realtà che, lo ripetiamo, non aveva bisogno di thrilling né di incertezza per risultare coinvolgente, ma se la tensione rimane intatta fino in fondo è anche merito di una magia narrativa che non tutti i cineasti sono in grado di generare: sappiamo benissimo che Petit non cadrà mai, nemmeno quando ha un attimo di incertezza e l'equilibrio sembra vacillare, nemmeno quando viene sfiorato da un uccello, eppure restiamo col cuore in gola, ansiosi di sapere cosa accadrà pochi secondi dopo.
TUTTI PROTAGONISTI. E IL WTC... - C'è un'ottima caratterizzazione dei personaggi, cosa tutt'altro che scontata per un film monopolizzato dalla personalità del protagonista assoluto. Petit recita da mattatore ma non deborda, riesce a non mettere in ombra i vari comprimari, i compagni di avventura i cui ruoli nella vicenda vengono adeguatamente valorizzati, tratteggiati con essenziale completezza: alla fine, di ciascuno di essi abbiam saputo tutto ciò che era necessario sapere; e anche quello di Ben Kingsley, burbero "maestro d'arte" del giovin funambolo, è tutt'altro che un cameo: un vecchio saggio al quale bastano poche apparizioni per incidere profondamente nel tessuto del racconto. Certo, ad accentuare il potenziale emotivo contribuisce anche la ricostruzione virtuale delle due torri, tornate a nuova vita grazie alle moderne tecnologie filmiche: un convitato di pietra, il WTC, sul quale nella pellicola si evita di ricamare troppo, per non cadere nel retorico. Ma le Twin sono una presenza pressoché costante, occupano silenziosamente la scena quasi più dello spericolato equilibrista.
PETIT UN EROE? - Ovvio, poi, che in opere come queste l'esaltazione acritica dell'impresa narrata sia la trappola in cui anche i registi più scafati tendono a cadere. Del resto, non è compito del cinema, di fronte a certi eventi eccezionali, tranciare giudizi e sindacare sull'opportunità di lanciasi in tali prodezze. Io, da spettatore, posso dirlo: non riuscirò mai a considerare Philippe Petit un eroe, un genio. Certo è uno che ha realizzato un suo sogno e che ha dimostrato come, spesso, gli uomini possano mettere a segno conquiste sulla carta impossibili. Ma sfidare la sorte e spingersi continuamente al limite, e anche oltre, non è un merito, neanche quando lo si fa sorretti da solida preparazione, come in questo caso. Petit non può essere un esempio a cui guardare. I veri eroi sono quelli delle sfide quotidiane, delle battaglie contro gli ostacoli della normalità. Detto questo, "The walk" resta un tributo ottimamente confezionato, che dona un'aura da epopea al fatto e universalizza un'impresa altrimenti destinata a restare patrimonio condiviso di un pubblico di nicchia, quello formato da chi, come me, di certe alzate di ingegno sente parlare dalla tv (che le riporta come notizie "bizzarre") per poi dimenticarsene. 

martedì 20 ottobre 2015

VERSO SANREMO 2016: ECCO IL REGOLAMENTO DEL FESTIVAL! UNICA VERA NOVITA': IL RIPESCAGGIO COME ANCORA DI SALVEZZA PER UN BIG


Ci inoltriamo nell'autunno, e puntuali arrivano i primi "spifferi" sanremesi. Mancano quattro mesi scarsi al Festival, ma la macchina organizzativa sta già scaldando i motori. Anche se spesso sottovalutato da appassionati e addetti ai lavori, uno dei momenti topici della fase d'approccio alla kermesse è rappresentato dalla messa a punto del regolamento, che è stato pubblicato questa mattina. Le cosiddette "tavole della legge" di Sanremo sono fondamentali: scorrendole, si possono già intuire quelle che saranno le linee guida delle canoniche cinque serate, che per il 2016 sono in programma dal 9 al 13 febbraio. 
LA FORMULA CONTI - Certo, quest'anno c'era ben poco da trepidare nell'attesa di sconvolgenti novità. Già la sola conferma di Carlo Conti sulla tolda di comando era una garanzia di pressoché totale continuità rispetto all'ultima edizione, trionfale in termini di audience tv, soddisfacente per il rendimento sul mercato discografico dei brani lanciati all'Ariston (giovani a parte). Le fondamenta di tale, inevitabile continuità le ho illustrate in lungo e in largo in un paio di articoli pubblicati nei mesi scorsi: troppo lungo sarebbe ripetere tutto, mi limito solo a dire che dai tempi di Pippo Baudo non veniva concepita una "formula Festival" così efficiente, e potenzialmente funzionale sul medio periodo, come pare poter essere quella firmata dal presentatore toscano. Il quale del resto era stato assai chiaro fin dall'estate appena trascorsa, quando aveva dichiarato a Sorrisi e Canzoni: "Il meccanismo del Festival? Con gli autori l'abbiamo rigirato, spezzettato e analizzato, e troviamo difficoltà a cambiare le cose. Ci sembra una macchina perfetta, che ha dato risultati incredibili, e andarla a stravolgerla non ha un grande senso". 
COVER DI SUCCESSO - Infatti. Come volevasi dimostrare, le modalità di svolgimento della manifestazione saranno sostanzialmente le stesse dello scorso febbraio. Confermata persino la serata "di pausa" nella gara dei big, serata che anche quest'anno sarà dedicata alle cover di grandi successi (italiani e internazionali) del passato. Non si tratta di mancanza di fantasia: questo happening, nel 2015, ha riscosso consensi inattesi, vuoi per la qualità mediamente buona delle performance degli artisti, vuoi perché una delle cover presentate, "Se telefonando" di Nek, ha addirittura preso il volo, diventando uno dei brani più "gettonati" dell'estate. Una hit sanremese con tutti i crismi, sbocciata in un "contest" al quale si chiedeva solo una piacevole resa spettacolare, non certo un riscontro commerciale. 
DA DICIOTTO A VENTI? - Dunque, cercare novità clamorose in questo regolamento fresco di stampa è impresa destinata all'insuccesso. Possiamo tuttavia registrare qualche piccolo cambiamento, che non incide sulla filosofia di fondo, sulla sostanza, dello show rivierasco: in primis il numero dei Campioni ammessi in concorso, fissato a diciotto. Credo di poter dire si tratti di una cifra provvisoria, e che, come accaduto quest'anno, alla fine i Big diventeranno venti. Anche in questo caso, ci son state le eloquenti parole del direttore artistico, nei mesi del solleone: "Mi auguro di incontrare difficoltà nella scelta dei brani, in modo da dover passare anche quest'anno dai sedici previsti a venti". Poi i sedici son diventati diciotto, ma credo che poco cambi. Personalmente, arriverei perfino a scommettere su questo allargamento del cast, non fosse che... odio il gioco d'azzardo. Inserire nel regolamento un numero minimo di posti disponibili è artifizio interpretabile come una forma di elementare prudenza da parte dell'organizzazione: ma un Festival con la stessa guida artistica e con lo stesso format difficilmente proporrà meno cantanti in lizza, in quanto la riduzione potrebbe venire letta dal pubblico negativamente, ossia sintomatica di un abbassamento della qualità delle canzoni, e trasmettere un tale messaggio prima della kermesse sarebbe un boomerang sul piano promozionale. 
IL RIPESCAGGIO - L'innovazione, per la gara dei "vip", riguarda il ripristino di un sistema di ripescaggio, già visto altre volte in passate edizioni del Festival anche se declinato in forme diverse. A Sanremo 2016, al termine della quarta serata verranno eliminate cinque canzoni dei big, che torneranno però subito in competizione passando attraverso le forche caudine del televoto: quella che riscuoterà maggiori consensi rientrerà nel tabellone principale, e parteciperà alla finalissima del sabato insieme alle composizioni promosse al primo colpo. Finale che quindi, stando al regolamento attuale, vedrà in lizza quattordici artisti su diciotto: seguendo il ragionamento precedente, dovrebbero invece diventare sedici su venti. Il nome del ripescato verrà, curiosamente, reso noto solo all'inizio del gala conclusivo del 13 febbraio. 
I GIOVANI PARTONO DA NOVEMBRE - Una piccola rivoluzione ha riguardato invece la categoria delle Nuove Proposte, ma questo già si sapeva da parecchi mesi. Sei degli otto debuttanti (due arriveranno da Area Sanremo) verranno scelti attraverso la trasmissione televisiva "Sanremo giovani", in programma su Raiuno il 27 novembre, momento finale di una lunga fase di selezioni e audizioni live: un ripristino dell'analoga iniziativa lanciata da Pippo Baudo nel 1993, vedremo se riveduta e corretta o strenuamente fedele alla tradizione. Sarà una tappa decisiva verso l'evento di febbraio, perché proprio la categoria dei debuttanti ha rappresentato l'unico, autentico tallone d'Achille dell'ultimo Festivalone: nonostante vi fossero ragazzi interessanti e pezzi gradevoli, le vendite sono state assai deludenti, e al momento si può dire che non sia nata alcuna nuova stella. Per il resto, la gara finale delle Nuove Proposte avrà la medesima struttura del 2015: tabellone calcistico ad accoppiamenti con quarti di finale, semifinali e finale, formula crudele ma foriera di grande pathos. Assurdamente ridotta la durata massima consentita per le canzoni delle nuove leve: appena tre minuti, contro i tre e trenta concessi ai Campioni. Mah!
LA "COMMISSIONE MUSICALE" - Perplessità ha destato la composizione della commissione chiamata a selezionare i giovani e che, regolamento alla mano, potrà anche fornire al direttore artistico (ossia a Conti) "la propria collaborazione e consulenza nella scelta degli artisti delle sezione Campioni". Assolutamente adatte alla bisogna le presenze di Carolina Di Domenico, Federico Russo e Giovanni Allevi, accettabile Rosita Celentano, diverse riserve su un  Piero Chiambretti che ha già preso parte, in diverse vesti sia radiofoniche che televisive, a numerose edizioni del Festival e che mai ha portato un autentico valore aggiunto alla kermesse; è un anchorman con una filosofia di televisione che ritengo sostanzialmente incompatibile con lo spirito di Sanremo. E che dire di Andrea Delogu, diventata improvvisamente volto imprescindibile per la Rai? Nel giro di pochi mesi è passata da una trasmissione sul cinema (Stracult) a una sul calcio (Processo del lunedì) alla scelta delle canzoni della più importante rassegna italiana di musica leggera. Finora io tutto questo talento multiculturale non l'ho visto, nelle performance della graziosa showgirl, ma spero sia solo questione di tempo: rimane comunque netta la sensazione che le stiano facendo bruciare un po' troppo in fretta le tappe, mettendola davanti a impegni, al momento, più grandi di lei. Poi, felice di essere smentito. 

mercoledì 14 ottobre 2015

VERSO EURO 2016 - DOPO ITALIA - NORVEGIA 2-1: UNA NAZIONALE DI "NON FENOMENI" CHE E' LO SPOT MIGLIORE PER IL NOSTRO CALCIO

                                          Pellè: suo il gol vittoria contro la Norvegia

Non sarà una Nazionale di "fenomeni", come invece si affannava a urlare Antonio Conte dopo il gol del sorpasso alla Norvegia firmato da Pellè, ma quella ammirata ieri è sicuramente un'Italia di cui ha disperatamente bisogno il movimento calcistico nostrano, per uscire dal grigiore involutivo in cui si è avvitato da un lustro (o giù di lì) a questa parte. Perché, riprendendo un discorso accennato nel mio precedente post, non è più tempo di piangerci addosso, imprecando al declino del nostro vivaio (peraltro non naturale, ma causato da politiche e strategie assai discutibili) e alla superiorità di altri Paesi. Dobbiamo mettere in campo coraggio, intraprendenza, gettare il cuore oltre l'ostacolo. L'Azzurra della notte romana questo ha fatto: è andata al di là dei suoi oggettivi limiti, evidenti ma non drammatici come da qualcuno dipinti, e ha sfruttato al massimo le sue risorse di talento, dinamismo, carattere, centrando una vittoria purtroppo inutile ai fini del conseguimento della testa di serie europea, ma di incalcolabile importanza per tanti, tantissimi motivi. 
CRESCITA CONTINUA - Nel giugno scorso, commentando la triste chiusura della stagione (sconfitta in amichevole col Portogallo), avevo auspicato un autunno all'insegna... del poker, ossia quattro successi nelle ultime quattro gare di qualificazione al torneo francese. Le vittorie sono arrivate, ma a confortare sono soprattutto le risultanze tecniche fornite dal gruppo azzurro in questi due mesi. E' stato un crescendo magari non rossiniano, ma di certo significativo per le prospettive che ci apre a medio termine: partiti dalla fallimentare recita contro Malta, piegata con una rete irregolare, i nostri hanno gradatamente ritrovato una dimensione assolutamente dignitosa. Già nel match coi bulgari la prova era stata incoraggiante, pur se parzialmente rovinata dall'incresciosa prodigalità sotto porta, ma le ultime due gare hanno mostrato quel che da tempo il Club Italia non era stato più in grado di offrire: prima la tranquilla gestione della partita di Baku, disputata con buona aggressività e col controllo pressoché assoluto del gioco, poi il baldanzoso assalto all'arma bianca contro una Norvegia che, vincendo, avrebbe addirittura conquistato il primo posto nel raggruppamento. 
OLTRE I PROPRI LIMITI - La sfida che ha chiuso il nostro girone è stata anche la miglior prestazione di questi primi tredici mesi di reggenza "contiana", se escludiamo l'entusiasmante ma effimero galoppo al debutto in amichevole con l'Olanda, oggi rasa al suolo da un turno eliminatorio imbarazzante. Effimera invece non dovrebbe esserlo, la dimostrazione di forza con cui ieri sono stati piegati gli scandinavi, quantomeno perché, come detto, parrebbe il naturale sviluppo di un miglioramento lento, graduale, ma evidente. Giocasse sempre così, l'Italia non presterebbe il fianco a critiche di sorta, di questi tempi: versatilità tattica, piglio propositivo, buona tenuta atletica, continuità di pressione, una pressione che a tratti è divenuta martellante. Andare oltre i propri limiti, si diceva; i limiti qualitativi nostri li conosciamo, e sono concentrati soprattutto in retroguardia e in avanti. Tali carenze hanno due conseguenze: si concedono agli avversari percentuali realizzative altissime (ieri la Norvegia un tiro e un gol, grosso modo), mentre in prima linea si deve creare tantissimo e concludere un'infinità di volte, prima di trovare l'agognata segnatura (e non è nemmeno detto che ci si riesca sempre). Chiaro che, in un tale quadro, l'intensità, l'esprimersi costantemente su ritmi elevati, sia fondamentale se si vuol nutrire qualche speranza di fare risultato: ieri è accaduto, e i frutti son stati alfine colti. 
FLORENZI IMPRESCINDIBILE - Inutile, come detto, imprecare ai vuoti generazionali. Davanti non abbiamo stoccatori inesorabili, si sa: li avessimo, a Roma avremmo chiuso il primo tempo con un vantaggio del tutto rassicurante. Pellè, pur sempre nel vivo dell'azione, ha confermato di non essere il terminale ideale per una selezione con ambizioni europee (ben quattro occasioni mancate, tre di testa e una di destro): mi ricorda un po' la generosità dell'ultimo Graziani azzurro, che però non era l'uomo cardine del reparto ma faceva da spalla a Paolo Rossi...  Anche Eder ha fallito una colossale opportunità a tu per tu con l'ottimo Nyland, che già in precedenza aveva deviato in corner un preciso diagonale dalla distanza di Soriano; nel conto va anche messo un gol misteriosamente annullato a Florenzi, messo davanti alla porta vuota da Candreva. Lo stesso Florenzi ha poi siglato il pari su dormita difensiva dei norvegesi e, dopo una fuga sulla destra, scodellato il traversone per il sinistro vincente (e il riscatto in extremis) di Pellè, dimostrando di essere elemento imprescindibile per questa compagine: eclettico, veloce, utile in ogni fase di gioco, incisivo sotto porta. Il tutto, mentre percuotevano le fasce laterali con apprezzabile continuità sia Darmian sia un De Sciglio non sempre preciso al cross, ma inesauribile, efficace in copertura e sempre pronto ad appoggiare l'azione offensiva: quasi sui livelli che, ai tempi della Confederations Cup 2013, mi fecero azzardare paragoni irriverenti con certi grandi del passato. 
GIOVINCO MAI COSI' IN PALLA - Palle gol anche per Candreva e per Giovinco, con l'ex juventino che sta smentendo alcuni luoghi comuni relativi alla scarsa attendibilità di alcuni tornei esteri: ha fatto più nelle ultime due gare, giocate da "militante" nella lega  MLS, che in tante anonime comparsate nel corso della gestione Prandelli. Un'altra arma da non sottovalutare, il piccolo Sebastian, per lo spuntato attacco azzurro; ma la fatica con cui sono stati colti i tre punti in una gara pur dominata in lungo e in largo non deve far dimenticare che questa Italia ha bisogno di ben altro, se vuole lasciare un segno tangibile a Euro 2016 (il che potrebbe voler dire arrampicarsi almeno fino ai quarti di finale): Balotelli e Pepito Rossi sono da reinserire al più presto, magari fin dalle prossime amichevoli, Insigne deve trovare spazio, va lanciato Berardi e... rilanciato Zaza, che ha dato importanti segnali di risveglio nell'ultima uscita internazionale della Juve. Insomma, la squadra va potenziata e migliorata, i mezzi per farlo sono limitati ma esistono. L'importante sarà conservare lo spirito, psicologico e tattico, gettato nella pugna poche ore fa: se è vero, e lo è, che una rappresentativa nazionale è lo specchio fedele dello stato di salute di un movimento calcistico assai più di club imbottiti di stranieri, ebbene, l'immagine riflessa da questo specchio ci piace assai, pur con tutti i suoi difetti. Se l'Italia del pallone è quella della notte romana, abbiamo ancora delle speranze. 

domenica 11 ottobre 2015

VERSO EURO 2016: L'ITALIA SI QUALIFICA. FINALMENTE PERSONALITA' E POCA SOFFERENZA

                                               Per Darmian primo gol in azzurro

Qualificarsi per la fase finale di un grande torneo è sempre impresa degna di nota. Certo, non va dimenticato quanto più volte ripetuto negli ultimi dodici mesi, qui sul blog: non arrivare a Francia 2016, a quell'orrendo maxi Europeo allargato a 24 squadre, era un'impresa quasi irrealizzabile, anche impegnandosi a fondo. La logica diceva questo, poi la realtà e il campo parlano sovente altri linguaggi. E il campo, da settembre 2014 a oggi, ha proposto alla nuova Italia di Antonio Conte un girone che, come da tradizione, si è complicato strada facendo, non tanto per défaillance nostre (sei vittorie e tre pari sono un ruolino di marcia accettabilissimo, anche se non entusiasmante per come è maturato) quanto per la puntuale resurrezione di una rappresentativa, in questo caso la Norvegia, ritenuta alla vigilia non particolarmente pericolosa, e poi salita talmente di tono da poter ancora ambire, in caso di vittoria a Roma martedì prossimo, al primo posto nel raggruppamento. Ma è stata una tendenza generale di queste strane eliminatorie, che hanno riportato alla ribalta selezioni da tempo silenti come Irlanda del Nord, Austria (graditissimo ritorno, in attesa dell'Ungheria) e Galles, e fatto impennare le quotazioni di piccole realtà come l'Albania e soprattutto la stupefacente Islanda. Quanto alla... impossibilità di non qualificarsi, gli azzurri sono maestri nel complicarsi la vita anche nei percorsi più favorevoli, ma in questo caso c'è chi ci ha superati, e parliamo dell'insospettabile Olanda, terza nel mondo, spesso e volentieri rullo compressore nei gironi di qualificazione e oggi, invece, addirittura a un passo dall'eliminazione. 
NONOSTANTE LA CRISI - Così girano le cose del pallone, e allora brindiamo pure a questo primo, parziale traguardo centrato dalla nostra Nazionale. Non a champagne, magari, un vinello leggero è più che sufficiente... Brindiamo, perché la qualificazione europea giunge nel bel mezzo di una congiuntura fra le più sfavorevoli che il nostro movimento abbia mai attraversato, dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Provateci voi a mettere insieme una rappresentativa a discreto tasso di competitività, quando le big della Serie A (e spesso anche le medie e medio - piccole) hanno roster e formazioni titolari intasate da stranieri, il più delle volte di dubbio valore, coi nostri ragazzi a intristirsi in panchina, in tribuna o nelle serie inferiori. 
Prandelli prima e Conte dopo hanno già fatto miracoli, in tal senso, riuscendo a formare gruppi azzurri assolutamente decorosi; e hanno anche dimostrato che la presunta crisi del nostro vivaio è una realtà sicuramente esistente, ma parziale, cioè non così terrificante come dipinta da qualcuno. Perché se è innegabile che in prima linea stiamo pagando lo scotto di un vuoto generazionale preoccupante (o più probabilmente del ritardo di maturazione di alcuni elementi di buonissime potenzialità, come Immobile e Zaza), in altri reparti gli uomini affidabili non mancano. Nella zona nevralgica e sulla trequarti abbiamo validissime alternative, e dietro stanno timidamente affacciandosi ragazzini che conquisteranno presto la ribalta: soprattutto Rugani, se guadagnerà fiducia in maglia Juve, e Romagnoli, che non è il nuovo Nesta ma che di certo supererà i primi impacci rossoneri, dovuti anche a una situazione tecnica generale del club che certo non favorisce l'inserimento dei giovani (ne sta pagando lo scotto, per inciso, anche il buon Bertolacci, che ha ampiamente dimostrato le sue doti nelle ultime stagioni e certo non può essersi imbrocchito in un paio di mesi). 
LA CARATURA INTERNAZIONALE NON MANCA - Insomma, forse il nostro cittì volutamente esagera, quando dice di voler andare nell'Exagone, in giugno, per puntare al bersaglio grosso, ma non gli si può dare torto. In primis perché non servono undici fenomeni per fare strada in una competizione (vincere è un altro discorso): bastano cinque - sei elementi di statura internazionale, e noi li abbiamo, dall'eterno Buffon a Bonucci, da Verratti a Candreva e a Darmian, nell'attesa del ritorno in auge di Balotelli e Pepito Rossi e dello "svezzamento" di qualche altro virgulto. In secondo luogo, perché piangersi addosso imprecando alla carenza di nuove leve non fa che minare ulteriormente il carattere di una squadra che invece, per tradizione storica e per risorse di talento, ha il dovere  e le capacità di andare a giocare su tutti i campi con personalità e piglio moderatamente aggressivo, come finalmente i nostri han saputo fare ieri in Azerbaigian. 
PARTITA BEN INTERPRETATA - Certo, l'ostacolo non era di quelli insormontabili, ma anche questa è una considerazione che lascia un po' il tempo che trova, parlando dell'Italia degli ultimi anni: una squadra che ha incontrato enormi difficoltà anche solo per incassare i tre punti contro avversari come Malta e Far Oer, o contro gli stessi azeri all'andata a Palermo (soffertissimo 2-1). Questa volta, invece, tutto è filato abbastanza liscio: unico momento down, il parziale abbassamento di ritmo giunto poco dopo la stilettata di Eder, anche se va detto che il pari di Nazarov è stato frutto di una momentanea défaillance del reparto arretrato, e non certo il naturale prodotto di una lunga fase di predominio dei padroni di casa; e comunque, in precedenza Pellè aveva sfiorato il raddoppio con una conclusione da centro area. Superata l'impasse per l'incidente di percorso, i nostri hanno continuato a macinare gioco con discreta continuità, e con una rapidità che sovente, purtroppo, è andata a discapito della precisione. Ma il pallino è sempre rimasto nelle mani degli azzurri, che hanno sollecitamente trovato il 2-1  e nella ripresa altre segnature avrebbero potuto mettere in carniere, prima e dopo la fiondata di Darmian per il 3-1 finale. 
VERRATTI, DARMIAN E IL FARAONE SUGLI SCUDI - Insomma, fatta la tara ai competitors, è stata una delle gare del biennio che più ha lasciato un dolce sapore in bocca, per le risultanze positive in tema di approccio mentale e di rendimento dei singoli. Verratti ha mostrato un buon campionario delle sue doti: concretezza in fase di filtro, buon palleggio per dettare i ritmi nel mezzo, lancio millimetrico a tranciare le linee difensive nemiche. Il citato Darmian ha regalato il consueto buon contributo nelle due fasi e trovato il primo successo personale in rappresentativa, El Shaarawy è stato il più vivace e generoso in fase propositiva, tentando più volte la conclusione e siglando un gol facile facile ma meritato, Parolo ha inciso poco ma è cresciuto nel finale, luci e ombre per un Candreva che deve decidersi a gettare la maschera, riversando anche in azzurro l'esplosività di tante sue gare con la maglia della Lazio. Ma la sostanza generale del match, lo ripetiamo, è stata assolutamente incoraggiante. Già il fatto di non aver sofferto che per pochi minuti, fra l'1-1 e l'1-2, è una conquista, se pensiamo agli stenti di tante prove recenti. Un solo consiglio in vista di Roma: si lascino da parte i gratuiti lamenti sui meccanismi che regolano il ranking FIFA e si batta la Norvegia, come già si è fatto all'andata: il terzo torneo consecutivo senza il ruolo di testa di serie sarebbe inaccettabile, per il blasone del nostro calcio.