lunedì 11 novembre 2013

DANIELE CONTI E IL SUO BIMBO, LA MIGLIORE RISPOSTA ALLO SCEMPIO DI SALERNO


Il capitano del Cagliari Daniele Conti che, dopo aver segnato il secondo e decisivo gol contro il Torino, invece di sfoggiare tatuaggi volgari e deturpanti, esultanze bislacche, balletti a mimare l'ultima trashata pop, semplicemente corre verso il figlioletto a bordo campo e lo abbraccia. Una boccata d'aria pura, l'immagine pulita del calcio che vorremmo, poche ore dopo lo scempio di Salernitana - Nocerina. Ecco perché, nonostante tutto, il pallone sopravvive: perché riesce sempre a darci un motivo per crederci ancora, per continuare a seguirlo, anche quando tutto sembra crollare, quando lo squallore e l'impresentabilità sembrano destinate a prendere il sopravvento. 
ESCALATION - Aggrappiamoci a Conti padre e figlio, dunque, che in pochi secondi ci hanno dato una lezione esemplare di come il calcio dovrebbe essere sempre vissuto. Invitiamo le televisioni, la Lega, la FIGC a utilizzare quelle immagini come spot per il prossimo campionato. Non è molto, ma sarebbe un piccolo segnale da cui ripartire per rivoltare il nostro football come un calzino. Dopodiché, è chiaro, il calcio italiano avrebbe bisogno di ben altro. Quanto accaduto a Salerno turba, sconvolge ma non sorprende. Perché chi conosce questo mondo sa che certe cose sono destinate a succedere, prima o poi. Questa stagione ha portato con sé l'ennesima escalation di brutture, a partire dai cori anti Napoli sui quali persino firme prestigiose hanno trovato il modo di eccepire e di fare odiosi distinguo. E il tira e molla sulla "discriminazione territoriale", come se non fosse razzismo tout court anche quella, è stato imbarazzante... Troppo buonismo, troppa tolleranza nei confronti di un fenomeno sul quale io ho da sempre un'idea piuttosto netta e radicale: i gruppi ultras dovrebbero essere sciolti d'autorità, perché, a parte sparute eccezioni, rappresentano il male del calcio, alla stessa stregua delle scommesse clandestine, degli impianti inadeguati, della gestione economica fallimentare, dell'esterofilia che ammazza i vivai e degli arbitraggi non all'altezza, ovviamente il tutto con gradazioni diverse. 
CALCIO SENZA PROTEZIONE - Come si è arrivati a questo stato di cose? Le frange estreme del tifo hanno preso possesso degli stadi, soprattutto in certe realtà periferiche, ma non solo, se si pensa a quanto accaduto due anni fa durante Genoa - Siena o, ancor peggio, nel 2004 in occasione di un assurdo derby romano, quando un manipolo di esaltati ottenne il rinvio del match diffondendo una notizia priva di fondamento (uccisione di un bambino) alla quale venne dato più credito che non alle rassicurazioni delle forze di polizia. Con tali precedenti, inevitabile che si arrivasse all'intimidazione diretta dei giocatori e alla costrizione di non scendere in campo per evitare "guai peggiori", perché il sistema è minato dalle fondamenta. Rattrista che certi alti esponenti del nostro movimento calcistico, ieri come ai tempi dei fatti di Marassi, si siano scagliati contro l'arrendevolezza dei giocatori (a Genova la consegna delle maglie, a Salerno la farsa degli infortuni in serie). Brutte immagini, certo, ma che deviano l'attenzione dai problemi principali, i veri guasti da cui originano scempi simili.
Queste autorità non se le pongono mai certe domande? Non viene loro il dubbio che, se gli atleti si comportano in tal modo (deprecabile, per carità), è perché non si sentono più adeguatamente protetti dai vertici del calcio e dello Stato, e sono, insieme ai supporters "veri" e genuini, le prime vittime di un ambiente inquinato da queste componenti "malate" che troppo terreno hanno guadagnato? Ci sono troppe cose che non funzionano sul piano della gestione della sicurezza e dell'ordine pubblico, se alla fine della fiera i "peggiori", DASPO o non DASPO, tessere o non tessere, curve chiuse o curve non chiuse, hanno sempre il pallino in mano e fanno il bello e il cattivo tempo. 
FERMARE IL PALLONE? NO... - C'è chi dice che per arginare questa deriva occorrerebbe fermare il calcio per qualche anno. Ovviamente è impossibile: il pallone non è fatto solo dai giocatori che scendono in campo, attorno ad essi c'è una vera e propria industria, c'è un indotto sterminato, un apparato grazie al quale lavorano e campano, legittimamente, tantissime persone. All'estero, soprattutto in Inghilterra, sono riusciti a porre parziale rimedio al fenomeno "in corso d'opera", continuando cioè a mandare avanti la baracca anche in circostanze obiettivamente drammatiche, come ai tempi del dopo Heysel: chiudere tutto sarebbe inutile e porterebbe pericolosi effetti collaterali. C'è anche chi dice che allo Stato convenga convogliare ogni domenica le frange peggiori del tifo e della società negli stadi e attorno ad essi, per esercitare su di esse un controllo più efficace. Va da sé che, se così fosse, si tratterebbe di una clamorosa ammissione di sconfitta e di impotenza. 
CAMBIARE I VERTICI - La verità è una sola: in questo momento, anzi da un bel po' di anni, non abbiamo in Italia istituzioni calcistiche e politiche all'altezza. Vi fossero, come vi sono in quasi tutti i Paesi europei di primo piano, prenderebbero di petto il problema, caccerebbero a pedate "giuridiche" i teppisti dagli stadi e restituirebbero gli impianti agli appassionati veri e sani, punendo anche società e giocatori che intrattengono con questi individui rapporti troppo stretti. Perché in certe situazioni occorre il pugno duro, qui invece si va avanti a palliativi che hanno come unico effetto quello di ringalluzzire (e incattivire) ancor di più gli ultras. Ma, ripeto, se non cambiano i volti di chi comanda il baraccone calcio e la nazione Italia le cose sono destinate a rimanere così. E allora, lo ripetiamo, aggrappiamoci agli esempi costruttivi, ai Conti senior e junior, alla purezza dei loro abbracci. E' pochissimo, ma se tutti si comportassero come lui, forse, a lungo andare la positività avrebbe la meglio sull'odio ultras, scaccerebbe i mercanti dal tempio. Sarà utopia, ma se stiamo ad aspettare nuovi dirigenti e nuovi politici... 

2 commenti:

  1. non posso che sottoscrivere riga per riga quanto evidenziato da te nel migliore dei modi. Posso capire i calciatori della Nocerina, non ne faccio una questione politica o geografica, assolutamente. Tu per primo, da tifoso genoano, sei stato critico contro quella parte di ultras che spinsero i giocatori rossoblu a "consegnare" le maglie. Dico però che così non risolvono nulla, anzi, a quanto pare, se risulta - e sarà così, è sin troppo lampante - che il risultato, l'esito è stato in qualche modo pilotato (risibile il commento del ds nocerino, nel dire che si erano davvero infortunati!), molti di loro rischiano pesanti squalifiche, perchè in quel caso sarebbe illecito vero e proprio, un tentativo di alterare i risultati in modo volontario. Oltre il fatto che la società sportiva, per colpa di tifosi, rischia la cancellazione già dal campionato in corso, anche perchè senza retrocessioni previste, chissenefrega di qualche punto in più di penalità. Insomma, uno schifo Carlo, è sempre più piacevole guardare le partite del calcio inglese, tedesco, ma anche olandese, fidati! Da noi, le due leghe si spalano merda addosso, si scaricano responsabilità l'un altro - un po' come in politica d'altronde - ci si sottopone al volere di esaltati. I giocatori hanno sbagliato ma questo significa che non si fidavano, non si sentivano protetti dalle istituzioni, e il fatto è davvero di una gravità assoluta.

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    1. Ciao Gian, mi son mantenuto sui generis perché sennò avrei dovuto riscrivere quasi in toto il pezzo del 2012 per Genoa - Siena, anche se questa situazione è decisamente più grave, ma sempre di resa al tifo peggiore si tratta. Il problema è che da allora non si è fatto nulla di concreto: le solite parole e blandi prrovvedimenti, nella tradizione italiana. Io non credo sia un'impresa impossibile mettere in sicurezza il calcio e bandire da stadi e dintorni la teppaglia. E' vero, i giocatori della Nocerina hanno sbagliato, e di grosso, ma si son sentiti in pericolo, in balìa degli eventi, e in quei momenti "razionalizzare" non è facile. Altri al loro posto avrebbero dovuto farlo, prima.

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