domenica 18 maggio 2014

LE MIE RECENSIONI: CON "LOCKE" NASCE L'ONE MAN FILM. CAPOLAVORO DA OSCAR

                                             Tom Hardy in una scena del film

Originalità, genio e coraggio, tanto coraggio. Sì, questi pochi  ingredienti possono bastare per creare un film potenzialmente da Oscar, come "Locke" di Steven Knight. Una delle pellicole più spiazzanti e anticonvenzionali, e nel contempo brillanti e intense, che mi sia mai capitato di vedere. Opera minimalista, realizzata con pochi mezzi (relativamente: stiamo pur sempre parlando di cinema ad alto livello). Dimenticate allestimenti ultratecnologici, effettoni (ed effettacci) speciali, cast colmi di star del grande schermo: qui siamo agli antipodi, siamo a un incredibile "one man film". 
ONE MAN FILM - Proprio così: "Locke" azzarda la scommessa delle scommesse, ripudiando quasi tutti i caratteri standard della classica produzione cinematografica. Un uomo solo, l'Ivan Locke del titolo, un'automobile da guidare, un'autostrada e un viaggio attraverso una fredda notte britannica, un viaggio che sembra non finire mai, pieno di tormenti, ma senza rimorsi. Quell'uomo si è appena sconvolto la vita, eppure la sua traversata su quattro ruote non è una fuga, tutt'altro: è anzi un cocciuto andare incontro alle proprie gravi responsabilità, con relative conseguenze. Un film - non film, si diceva, se pensiamo a tutte le convenzioni del mondo di celluloide: un solo attore (Tom Hardy), una sola "location" (l'automobile): scherzando, ma fino a un certo punto, verrebbe da dire che, se avesse potuto, il regista avrebbe persino fatto ricorso a un'unica macchina da presa. Sarebbe stato davvero troppo, per uno spettatore già scioccato da un'opera così fuori dagli schemi, certo ne sarebbe risultato un prodotto più appesantito e difficilmente digeribile, eppure l'essenza, l'anima della vicenda avrebbero mantenuto intatto il loro significato. 
VITA SCONVOLTA - Locke, dunque: padre di famiglia e impiegato in un'azienda edile in cui occupa un ruolo di alto livello, abbandona il lavoro alla vigilia della commessa più importante della sua carriera (una colossale colata di calcestruzzo per la costruzione di un palazzo). Corre verso Londra, al capezzale di Bethan, l'amante di una sola notte, conosciuta per caso, vista probabilmente un'unica volta, e in quella circostanza da lui messa incinta. Ha deciso di tenere il bambino, la ragazza, e Ivan molla tutto per starle vicino nel momento in cui lo darà alla luce.
Chilometro dopo chilometro, prende forma il dramma di un uomo, che vive il suo precipizio esistenziale con dignità estrema: ci sono solo lui, la sua vettura e il suo telefono cellulare, l'altro vero protagonista. Una miriade di telefonate, lungo il tragitto: con la ragazza in preda all'ansia del parto, con la famiglia, i suoi ragazzi che implorano la presenza del padre per assistere insieme alla trasmissione televisiva di un importante incontro di football, e la moglie costretta a sbattere contro il muro della confessione di Ivan, un tradimento inatteso e dagli sviluppi per lei inconcepibili e inaccettabili. E poi le telefonate di lavoro: è stato licenziato per il suo colpo di testa, Ivan, ma continua a coordinare i colleghi affinché conducano in porto felicemente, pur senza di lui, il progetto al quale han dedicato tante energie.
INTENSO E DRAMMATICO - Locke, l'automobile, il telefono: e poi solo voci senza volto, le voci dei parenti, dei colleghi, della donna incinta di suo figlio. Struttura ridotta all'osso, pochi elementi da cui prende forma un capolavoro. Una lezione per chi insegue il gigantismo: qualche buona idea e un canovaccio narrativo solido, ben congegnato, possono regalare un'ora e mezza intensa, mozzafiato, drammatica, senza cali di tensione, con la giusta dose di suspense, anche in un contesto così scarno, essenziale. Ma non è solo una invenzione cinematografica: l'one man film era, a ben pensarci, quasi una necessità fisiologica per quest'opera. Nessun'altra forma di racconto avrebbe potuto rendere con tale efficacia il calvario del protagonista. Perché è purtroppo frequente che ci si ritrovi soli nei momenti più difficili, quelli in cui bisogna fare i conti col passato, azzerare tutto e ripartire, dare spiegazioni agli altri e a te stesso: le motivazioni per venirne fuori vincente, o un po' meno perdente, le trovi solo dentro di te, e allora era giusto che Ivan fosse solo, irrimediabilmente solo davanti alla cinepresa, coi suoi guai e i suoi pensieri. 
MORALE? - Non si può nemmeno dire che questa pellicola voglia imporre una propria morale. Certo, viene mostrato un uomo che accetta il carico delle proprie colpe, e tutti dovrebbero fare come lui in un mondo perfetto. Ma Locke è talmente rigoroso nel voler rispettare (tardivamente?) una assoluta moralità di comportamenti, da risultare irreale. L'essere umano è fallace per natura, e, per quanto onesto con se stesso sia, difficilmente accetta di andare oltre il riconoscimento dei propri sbagli spingendosi addirittura fino all'autodistruzione.
Locke no: lui non cerca compromessi, scappatoie o soluzioni diplomatiche, offre le sue amare verità con rude crudezza, sposa una potenziale rovina personale (la dissoluzione di una famiglia, la perdita di un lavoro sicuro e ben remunerato) pur di sgravarsi la coscienza. E proprio questo sentirsi a posto con se stesso lo porta a vivere il suo dramma con pacatezza perlomeno apparente. Un modello troppo alto, forse, ma sicuramente ammirevole: la perfezione di un uomo imperfetto, diremmo, tale da farci vergognare tutti per le nostre debolezze, le nostre ipocrisie, e fornirci almeno uno spunto di riflessione. Rimane la struggente bellezza di un film di grande interiorità: un film difficile perché per la cinepresa è sempre un'impresa scavare nella psiche, nei meandri emozionali, e renderli con efficacia sullo schermo. Knight e il suo "braccio armato" Hardy ci riescono, coniugando questa resa dei conti interiore con l'azione, per una trama tesa e avvincente. A questo punto non è peregrino pensare che "Locke" possa aver lanciato un nuovo filone. Ci attendono anni di imitazioni più o meno riuscite? 

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