venerdì 17 luglio 2015

RECENSIONI LETTERARIE: "QUELLA NOTTE ALL'HEYSEL" DI EMILIO TARGIA. 30 ANNI DOPO, LA STRAGE DI BRUXELLES SPIEGATA DA CHI C'ERA


Sono passati trent'anni dalla più spaventosa strage che abbia mai funestato il mondo del calcio, quella dello stadio Heysel di Bruxelles. La più spaventosa non in senso meramente numerico, ché altre tragedie in altri impianti hanno preteso tributi anche più esorbitanti di vite umane, bensì perché quella orribile mattanza di 39 persone colse tutti di sorpresa: è vero, la pericolosità dei famigerati hooligans inglesi era già nota, eppure (o forse proprio per questo, per i precedenti che avrebbero dovuto mettere in guardia) nessuno poteva seriamente temere che la situazione sfuggisse di mano e degenerasse proprio durante uno dei massimi eventi calcistici mondiali, una di quelle occasioni in cui l'organizzazione è solitamente impeccabile, rigorosissima, nulla viene lasciato al caso, meno che mai l'incolumità degli spettatori in loco. 
MEMORIA CONDIVISA - Sembra ieri per chi, come me, all'epoca aveva già un'età che gli consentiva di capire, perlomeno in parte, la portata di certi drammatici eventi. Il ricordo è sempre vivo, ma va costantemente alimentato, soprattutto a vantaggio delle generazioni più giovani che, se non stimolate alla ricerca storica, rischiano di vivere nell'ignoranza di ciò che accadde quel 29 maggio 1985. Invece devono sapere, e l'Heysel deve diventare memoria condivisa di un Paese intero, non solo di chi è interessato alle cose del football. Un buon contributo in tal senso l'hanno fornito varie opere letterarie: penso soprattutto a "Le verità sull'Heysel: cronaca di una strage annunciata" di Francesco Caremani, il giornalista italiano che più si è adoperato per tenere costantemente i riflettori accessi sui fatti di Bruxelles, raccontando nel dettaglio anche la dolorosa vicenda processuale che ne è seguita. Di impronta diversa è l'ultimo libro uscito sul tema, "Quella notte all'Heysel" di Emilio Targia, editore Sperling & Kupfer. 
DIARIO DI UN VIAGGIO E DI UN INGANNO - E' un volume scritto quasi di pancia eppure lucidissimo, un racconto in presa diretta del prima, durante e dopo quel giorno nero. Il diario di viaggio di Targia e del suo grande amico Giampiero, due "juventini a Roma" che in quel maggio 1985 decisero di seguire l'adorata squadra nell'avventura fin lì più importante della sua storia, l'ennesimo assalto alla Coppa dei Campioni, il trofeo più ambito ma anche il più stregato, perché troppe volte la Vecchia Signora aveva mancato l'appuntamento con la gloria, andando incontro a delusioni anche brucianti: come dimenticare l'imprevista sconfitta di Atene di due anni prima contro l'Amburgo? 
E' la narrazione di un percorso crudele e menzognero, di un'ascesa al Paradiso che si trasforma repentinamente in discesa agli inferi, perché, come scrive l'autore, "ci sono incubi che si travestono alla nascita: si camuffano da sogni, e quando poi ti accorgi dell'inganno è troppo tardi e non puoi farci niente". Sì, perché quella, per uno juventino come lui, doveva essere "solo" la costruzione certosina di un sogno, a partire dalla sofferta conquista della finalissima ai danni del forte Bordeaux e dalla conseguente, febbrile caccia al biglietto più agognato di sempre. 
E poi il viaggio verso la capitale del Belgio, nel cuore dell'Europa più civilizzata (sic!), la birra bevuta assieme a un tifoso del Liverpool, per un piccolo gemellaggio che sembra foriero di una serata di festa, comunque vadano le cose sul campo; i primi timori di fronte a un servizio d'ordine che, attorno allo stadio, sembra manifestare imbarazzi imprevisti, smentendo il "decisionismo verbale" sciorinato pomposamente nei giorni precedenti dalle locali autorità. Il sogno che volge in incubo brutalmente, quasi all'improvviso, col belluino assalto dei teppisti britannici agli inermi spettatori del Bloc Z. Targia assiste allo scempio dalla curva opposta, ove si percepisce chiaramente la gravità, ma non l'entità abnorme del dramma che si consuma. E ci si deve affidare solo alle voci, al tam tam che si diffonde fra i tifosi e che dilata sempre più il numero delle vittime di quel vero e proprio atto di guerriglia. 
SOLO CHI C'ERA... - Ecco, l'essenza di questo nuovo libro su quel maledetto Juve - Liverpool sta proprio in questo delicatissimo passaggio: le sensazioni, la consapevolezza dei presenti rispetto a quanto accadeva intorno. Perché se è vero che, come detto poco sopra, la memoria di certi eventi luttuosi deve essere condivisa, è anche innegabile che in troppi, nel tempo, si sono arrogati il diritto di pontificare sui fatti di quelle ore, fatti comprensibili e interpretabili (e forse neanche interamente) solo da chi era fisicamente presente nel vecchio stadio belga. Lo capì subito, del resto, un giornalista di vasta esperienza come Italo Cucci, che sul suo Guerin Sportivo, nel numero successivo alla strage (quello col titolo di copertina "Olocausto"), scrisse fra le altre cose: "Tacete, voi che non c'eravate, voi che non avete vissuto quelle ore di paura..."; il riferimento era a chi aveva criticato, con accenti demagogici, la decisione di giocare ugualmente la partita: una scelta, oggi, pacificamente accettata un po' da tutti, per le ragioni di salvaguardia dell'ordine pubblico (e prevenzione di ulteriori, gravi incidenti) in cui maturò. 


DENTRO UNA BOLLA - Targia lo spiega bene. Lui, Giampiero e gli altri compagni di tifo sono finiti "dentro una bolla, in un tempo sospeso, incapaci di decifrare con esattezza quello che è successo, quello che sta succedendo e che potrebbe ancora succedere..". La situazione che quella sera prese corpo all'Heysel fu tragicamente surreale, luttuosamente contraddittoria. Qualcosa di troppo complesso, assurdamente complesso, per poter essere "decrittato", razionalizzato e metabolizzato in pochi minuti dalla mente umana, anche dalla più raffinata delle menti. Una situazione in cui era impossibile capire quale fosse l'atteggiamento più giusto, corretto, "morale" da assumere. C'era stata una strage, molti ne erano pienamente consapevoli, ma erano circondati da decine di migliaia di persone che non sapevano, o che sapevano solo in parte. E di certo la disputa dell'incontro, addirittura con carattere ufficiale, non poté che aggiungere un ulteriore elemento distorsivo, straniante: come comportarsi di fronte a una partita di calcio che va in scena in uno stadio cimitero, un paio di ore dopo una carneficina? Da una parte il sangue, i corpi inanimati, dall'altra lo sport, massima espressione di vita: uno scenario diabolico, quasi da impazzimento. 
Risposte definitive nessuno ne potrà mai dare, ma quella di un testimone diretto come Targia è sicuramente la più vicina alla verità: la partita come un diversivo, per allontanare i pensieri da quell'orrore che altrimenti avrebbe travolto lui e gli altri, novanta minuti per provare almeno a capire ed elaborare; e al gol di Platini, un urlo che è espressione di disagio, impotenza. E' la testimonianza più sincera e schietta che abbia mai letto, da parte di chi a Bruxelles era presente: una testimonianza che spiega molto, se non tutto, perché quando le naturali debolezze dell'animo umano vengono messe a confronto con eventi mostruosamente inconcepibili non c'è copione che tenga, e occorre quantomeno cercare di immedesimarsi, anche se le esultanze dopo la rete del francese e il tripudio della curva al fischio finale possono, ancora oggi, far gelare il sangue nelle vene. 
IL PICCOLO ANDREA - Questo è, dicevo, il cuore del libro. Ma c'è anche il dopo: il ritorno all'Heysel la mattina seguente, il doloroso viaggio di ritorno, e ancora prima, poco dopo il match, il solo squarcio di umanità in una notte da incubo, l'incontro con un volto sconosciuto eppure caldo, amico. C'è lo struggente ricordo della più giovane vittima di quella ferocia, il piccolo Andrea Casula (perì a undici anni, era mio coetaneo): le strazianti immagini del suo volto violaceo e ferito a morte, credo oscurate dalla tv italiana ma ben visibili in diversi documentari di produzione estera, dovrebbero restare come monito eterno, per chi ancora va allo stadio con intenti bellicosi e per chi scherza sull'Heysel, con cori e striscioni osceni che cadono spesso nell'indifferenza di un popolo narcotizzato, abituato ad accettare ogni bruttura. 
LA SCELTA DELLO STADIO - Sullo sfondo del libro, rimangono alcuni nodi non ancora sciolti: in primis la scelta di una struttura inadeguata e di non eccezionale capienza, per una finale attesissima. Un argomento a mio parere poco approfondito, in questi trent'anni: spesso si è parlato dell'Heysel come di un impianto fuori dal tempo, un reperto archeologico piombato all'improvviso nel 1985 dal nulla: era invece uno degli stadi preferiti dalla Federazione europea di calcio, già sede, in precedenza, di quattro finali di Coppa Campioni, tre di Coppa Coppe e una di Uefa, nonché dell'atto conclusivo dell'Europeo per nazioni del 1972 e di buona parte delle gare ufficiali della Nazionale belga (l'ultima si era disputata meno di un mese prima di quel fatidico 29 maggio, fu un Belgio - Polonia valevole per le qualificazioni al Mondiale dell'anno dopo). Era dunque un impianto utilizzatissimo e conosciutissimo: che controlli furono fatti in vista di Juventus - Liverpool? Come furono valutati i parametri di sicurezza? Come fu possibile non pesare adeguatamente la scarsità di vie di fuga e lo stato di degrado in cui versavano soprattutto le due curve?
LA COPPA DA "RESTITUIRE" - Un altro nodo è quello del "valore" di quella Coppa. Su questo punto sono in disaccordo con l'autore, che parla di "slogan" e di "strumento di polemica" riferendosi alla periodiche richieste, rivolte alla Juve, di restituire il trofeo perché "sporco di sangue". Sono personalmente convinto che, ancora oggi, la restituzione sarebbe un gesto di grandissimo spessore, e anzi più passa il tempo più tale gesto assumerebbe un valore simbolico gigantesco, come messaggio educativo di forte impatto rivolto soprattutto alle nuove generazioni di tifosi. Del resto, quella partita era iniziata come gara disputata per ragioni di ordine pubblico e fu in effetti giocata a lungo a ritmi accademici; ancora non mi è del tutto chiaro cosa sia accaduto, nell'intervallo, per farla diventare una gara vera, combattuta, con tanto di consegna finale del trofeo (ma negli spogliatoi). Trofeo che, come è ovvio e naturale, non può rappresentare alcun motivo di vanto, non arricchisce la bacheca, è solo una ferita perennemente aperta per il club bianconero, per tutto il calcio italiano, per l'umanità. 

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