domenica 5 luglio 2015

COPA AMERICA 2015: IL CILE TRIONFA CON MERITO, IN UN TORNEO DIMESSO E SCARSAMENTE SPETTACOLARE

                                        Sanchez, gran protagonista della finalissima

Il trionfo casalingo del Cile in Copa America rappresenta un dono immeritato, e nel contempo un'ancora di salvataggio, per la kermesse chiusasi questa notte a Santiago. Il quasi centenario trofeo (assegnato per la prima volta nel 1916) è andato a incoronare la squadra che più di ogni altra, in queste tre settimane, ha tenuto alto il nome del buon calcio (dire bel calcio sarebbe eccessivo), unica a onorare la competizione con espressioni di gioco degne di tal nome. Certo ai tifosi cileni poco importerà, ma la selecciòn roja entra nella storia, conquistando il primo alloro di sempre, al termine di un'edizione del torneo latino - americano fra le più dimesse che si ricordino. Teniamo sempre valida l'attenuante della collocazione temporale in coda alla stagione agonistica (ma vale anche per Europeo e Mondiale), fatto sta che il tono spettacolare è stato spesso sotto il livello di guardia, che molte delle stelle più accese si sono tenute accuratamente lontane dai riflettori (e dai momenti topici delle varie gare), che alcune delle rappresentative più quotate hanno trapanato l'acqua in maniera oltremodo vistosa. Premio eccessivo, dunque, la vittoria degli anfitrioni, per una manifestazione che in larga parte non è stata all'altezza del football di qualità sciorinato da Vidal e compagni, ma anche sua àncora di salvezza, perché il gioiellino creato da Sampaoli impreziosisce e illumina un evento che, altrimenti, ben poco di rilevante avrebbe aggiunto alla storia di questo sport. 
COLOMBIA, CHE DELUSIONE! - Personalmente, la palma di squadra delusione l'assegno alla Colombia: sbocciata a Brasile 2014 come compagine fresca, frizzante, dalle molteplici soluzioni offensive, ha salutato la compagnia ai quarti di finale, dopo aver realizzato un solo gol in quattro gare (con un difensore, Murillo) e al termine di una recita all'insegna dell'impotenza e del timore reverenziale al cospetto dell'Argentina, un match interpretato in chiave di esclusivo contenimento, nell'attesa della lotteria dei rigori che, per i cafeteros, si è rivelata giustamente infausta. La stellina James Rodriguez troppo a corrente alternata, Cuadrado tanto fumo e pochissimo arrosto, Falcao non pervenuto: dov'è finita la compagine delle meraviglie che dodici mesi fa sfiorò, sempre nei quarti, l'eliminazione del Brasile padrone di casa e che era accreditata da tutti, al pari del Belgio, come "squadra del futuro"?
BRASILE, CRISI SENZA FINE - Già, il Brasile, per il quale trovare ulteriori parole risulta oltremodo difficile: se possibile, ha fatto altri passi indietro, rispetto all'infausto Mundial casalingo. Manovra avvitata in un vortice di mediocrità che pare inarrestabile, elementi non all'altezza in molti ruoli, soprattutto dalla trequarti in su (si è arrivati al ripescaggio di Diego Tardelli, onesto attaccante e nulla più), e l'unica possibile ciambella di salvataggio, Neymar, messo fuori causa dalla scarsa tenuta nervosa. Un anno perso, per la Seleçao, nonostante le tante novità immesse in squadra da Dunga: poche idee e troppi piedi operai, tanto che è bastato un diligente Paraguay, lontano parente di quello di Chilavert e Gamarra, per estromettere gli auriverdes. 
ARGENTINA DA 9 E MEZZO... - Delle grandi tradizionali, solo l'Argentina ha onorato il pronostico, ma anche in questo caso senza far esplodere in pieno le enormi potenzialità di cui, sulla carta, parrebbe dotata. Sottolineo "parrebbe", perché a questo punto i dubbi sono più che leciti: evidentemente l'altissimo tasso tecnico di tutti i titolari (e molte riserve) biancocelesti non riesce ad esprimere una somma di squadra che sia specchio fedele di questo crogiolo di classe. Certo, il team di "Tata" Martino tiene pallino, impone l'iniziativa, ma raramente arriva a martellare gli avversari con continuità, piuttosto si fa spesso sorniona, ricamando con pazienza e non negandosi alla sofferenza, in attesa di piazzare la botta vincente: esemplare, a tal proposito, la gara giocata contro l'Uruguay da Aguero (match winner nell'occasione) e compagni, mentre la semifinale tennistica col Paraguay ha rappresentato piuttosto l'eccezione alla regola, e oltretutto il 6 a 1 è maturato dopo una serie di inopinati rischi difensivi, corsi contro una rivale "azzoppata" di due elementi chiave come Gonzalez e Roque Santa Cruz, costretti al forfait in corso d'opera.
Comunque un'Argentina un tantino più vivace rispetto a Brasile 2014, che su tutti ha proposto due terzini incursori di rara efficacia (Zabaleta e Rojo), un Pastore maturo playmaker e discretamente "puntuto" sotto porta, e un Messi che, come troppo spesso gli capita in queste competizioni, non ha infilato portieri in serie ma si è ampiamente rifatto mostrandosi uomo squadra a tutto tondo, sacrificandosi nei ripiegamenti, dispensando assist di pregio e percuotendo le difese avversarie con scosse e improvvise accelerazioni in dribbling.

                                             Messi: una Copa America da assist man
     
IL PIU' BEL CILE DI SEMPRE - Alla luce di tutto ciò, è forse un po' forzato inserire l'Argentina nel gruppetto delle grandi malate del football mondiale, accanto a Brasile e, ahinoi, Italia. La Selecciòn è competitiva ai massimi livelli, ma continua a farle difetto l'ultimo acuto per cogliere un qualsiasi tipo di alloro, che manca ormai dalla Copa America del '93, quando in campo c'era ancora Batistuta, e senza tener conto dei due ori olimpici del 2004 e 2008 (competizione, quella a cinque cerchi, di scarsa credibilità tecnica). L'occasione di ieri sera non era delle più propizie, in quanto a contenderle il trofeo è stato il Cile migliore di sempre.
Se quello del '62 si arrampicò fino al terzo posto mondiale grazie a un fattore campo ossessivo, se quello di fine anni Novanta aveva ben poco dietro ai due fenomeni Zamorano e Salas, quest'ultimo, creato da Bielsa e perfezionato da Sampaoli, è un team completo ed equilibrato, manovriero ma al contempo concreto: Bravo si è confermato portiere coi fiocchi, Medel ha ritrovato le misure di barriera difensiva mostrate dodici mesi fa e raramente intraviste nella stagione interista, Aranguiz è un impeccabile frangiflutti centrale e Vidal il solito uomo ovunque, ancorché non sempre sostenuto dalla dovuta lucidità. E in avanti, le alzate di genio di Valdivia, i rari ma preziosi lampi di Edu Vargas (formidabile il gol che ha deciso la semifinale col redivivo Perù) e un Alexis Sanchez troppo spesso sulle sue, ma che ha tenuto il meglio per la recita conclusiva dell'Estadio Nacional, dove è stato sempre nel vivo del gioco, pur difettando di precisione in fase conclusiva, ma mettendo sovente in ambasce la retroguardia rioplatense per siglare infine il rigore decisivo con un beffardo cucchiaio appena accennato. 
FINALE DI BUON LIVELLO - Finalissima a reti bianche e decisa ai rigori, dunque, come altre significative sfide di questa Copa America, ossia i quarti Brasile - Paraguay e Colombia - Argentina: sintomo di equilibrio esasperato, e supremazia delle difese su reparti creativi che non sono stati in grado di... inventare abbastanza per forzare blocchi granitici. Eppure, l'incontro fra il Cile e i biancocelesti non è stato brutto, anzi: soprattutto nella prima mezz'ora, le due contendenti lo hanno giocato decisamente per vincere: dopo un'incertezza clamorosa di Valdivia, che si è venuto a trovare il pallone sui piedi in posizione favorevolissima ma ha esitato nella conclusione, Vidal ha impegnato Romero con una bella girata e Vargas ha chiuso con un tiro alto una volata sulla destra, mentre gli ospiti hanno risposto con un'inzuccata a colpo sicuro di Aguero a cui Bravo ha risposto con un riflesso felino. Col passare dei minuti la gara ha assunto contorni più da battaglia (senza tuttavia mai superare i limiti del sano agonismo) e il tono spettacolare è scaduto: non abbastanza, tuttavia, da impedire ad Alexis di sfiorare il vantaggio con un meraviglioso destro al volo solo davanti a Romero, mentre sull'altro versante l'Argentina falliva il colpaccio in extremis con Higuain, che deviava malamente sull'esterno della rete un tiro cross di Pastore, attivato in profondità da Messi. 
HIGUAIN, FINALE DI STAGIONE DA DIMENTICARE - Spiace infierire su Higuain, bomber solitamente inesorabile, ma il protagonista negativo della serata è stato lui. Dopo il suddetto errore, e dopo che la mezz'ora supplementare poco o nulla aveva aggiunto alla storia del match, nella giostra finale dal dischetto il Pipita ha concesso un malaugurato bis dell'ultima gara di campionato contro la Lazio: altro rigore buttato alle stelle, a indirizzare un verdetto che la parata di Bravo su Banega e la trasformazione di Sanchez rendevano poi concreto.
BRAVI CILE E... GAZZETTA.TV - Era tempo, dunque, che il Cile cogliesse il suo primo alloro, dopo miriadi di delusioni e qualche soddisfazione platonica: in fondo, vincere fra le mura amiche non è più cosa scontata, andate a vedere in quanti ci sono riusciti, nelle tre massime competizioni per Nazionali svoltesi dagli anni Novanta a oggi... Un peccato, ripeto, che ciò sia avvenuto in occasione di una Copa America di basso livello. Un peccato anche per Gazzetta.tv, la neonata emittente digitale della "rosea" che ha riportato la kermesse latino - americana in chiaro, in Italia, dopo oltre dieci anni di oscuramento (se la memoria non mi inganna, l'ultima volta fu nel 2004, con la finale Brasile - Argentina vinta rocambolescamente dagli auriverdes): sul Canale 59 è stato comunque offerto un ottimo servizio, con dirette, repliche di partite e trasmissioni dedicate, poche chiacchiere e tanto calcio vero. Sì, sono i ragazzi di Gazzetta.tv "gli altri" vincitori del torneo. 

2 commenti:

  1. Ho seguito la competizione quotidianamente, ma di partite integrali ne ho viste poche. Mi piace il plauso finale a Gazzetta Tv perché (purtroppo non per me) ha avuto grandi meriti.

    Ad ogni modo vorrei provare a ragionare sul fallimento della Colombia, una formazione che ad occhio e croce ha tutte le carte in regola per dimostrare che questa è solo una battuta d'arresto dovuta ad alcune casualità (James, Cuadrado, Zuniga, ad esempio, sono arrivati in condizioni pessime, non solo sotto il profilo fisico), ma buona parte del gruppo che ha reso, come tu stesso hai ricordato, la Colombia una delle nuove grandi potenze, è in là con l'età. Falcao, Bacca e Teo orbitano intorno ai 30, Zuniga, Armero e anche Jackson e Zapata non saranno più dei ragazzini quando si dovrà organizzare, ad esempio, la spedizione per il Mondiale 2018. La prossima Copa America sarà l'ultima occasione buona per dimostrare che in Brasile abbiamo visto la "vera" Colombia.

    Sul Brasile non vorrei spendermi, ma le scelte di Dunga e l'incapacità di tirar fuori un fine dicitore che detti i tempi in mediana (non che Emerson fosse un "Pirlo", tanto meno Zé Roberto, ma erano eccellenti centrocampisti) fanno rabbia. Paradossalmente la terza linea verdeoro è diventata l'unica davvero affidabile, con Marquinhos che può crescere bene tra i vari Thiago Silva, David Luiz e Miranda; anche i terzini non scherzano, ma si parla di qualità che sin qui questa generazione non ha mai messo in campo con i colori della nazionale.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Scusa se ti rispondo in ritardo. In effetti la sensazione è che la Colombia, con Mondiali e Coppa America, abbia già perso due grossissime occasioni: almeno un piazzamento in semifinale era ampiamente alla portata, è una delle squadre più talentuose del globo, se questa generazione d'oro non lasciasse il segno negli almanacchi dovrebbe rimproverare solo se stessa. Il modo in cui ha affrontato il torneo sudamericano è difficile da spiegare, se non inquadrandolo, come ho scritto, nel contesto generale della manifestazione che è parso davvero dimesso, sottotono, con squadre fisicamente non al top e incapaci di produrre sprazzi di calcio godibile. Il Brasile è di fronte al più preoccupante deficit generazionale di talento che mai lo abbia afflitto nel dopoguerra, e deve risolvere l'equivoco Neymar, che forse avverte pressione eccessiva per essere l'unico, là in mezzo, in grado di indirizzare le partite con singole giocate.

      Elimina