domenica 14 febbraio 2016

SANREMO 2016: IL TRIONFO DEGLI STADIO E' UN ATTO DI GIUSTIZIA. VINCONO I VETERANI MA IL FESTIVAL SI E' "SVECCHIATO"


Il trionfo sanremese degli Stadio è la felice conclusione di una lunga e paziente risalita, iniziata dai bassifondi di antiche e polverose classifiche. 1984 e 1986, tanto per rinfrescare la memoria: due ultimi posti all'Ariston decretati dai votanti del Totip, che all'epoca erano giudici supremi della manifestazione; e sì che "Allo stadio" e "Canzoni alla radio" tutto erano fuorché brutte canzoni destinate al dimenticatoio. La dimostrazione che un paio di fiaschi al Festivalone (e ai tempi c'erano i quasi contemporanei casi di Vasco Rossi e Zucchero a dimostrarlo) possono non lasciare il segno: un messaggio importante per i big della nostra musica, che devono imparare a guardare alla kermesse ligure per quello che è, ossia una colossale occasione promozionale, dando invece il giusto valore alla classifica della gara, che conta fino a un certo punto e non deve far paura. 
STADIO, QUALITA' E RAFFINATEZZA - Poi, certo, vincere è bello, e allora diciamo che per la band emiliana il verdetto di questa notte ha il dolce sapore della giustizia, in riferimento sia alle glorie passate del gruppo sia allo stretto presente, perché "Un giorno mi dirai" è composizione ispirata, poetica, di forte impatto emotivo e di grande efficacia all'ascolto. Passato e presente coincidono, per gli Stadio, perché il pezzo che si è imposto a Sanremo 2016 porta in ogni suo passo il loro inconfondibile marchio di fabbrica, la griffe di questo straordinario esempio di artigianato musicale made in Italy che mi piace accostare parzialmente, anche  correndo il rischio di blasfemia, al fenomeno Pooh: in fondo anche Gaetano Curreri e compagni hanno un dono raro, quello di riuscire ad attraversare diverse generazioni, diverse ere canore mantenendo una loro precisa identità, uno stile sempre riconoscibile, certo aggiornandosi ma senza mai arrendersi totalmente all'invasione delle nuove sonorità. 
Cantano da più di trent'anni l'amore e la quotidianità con ballad a volte soffuse, a volte trascinanti: hanno costellato la storia della canzone leggera italiana di hit che forse non sono tenute nella giusta considerazione. Hanno marchiato gli anni Ottanta con "Acqua e sapone", "Grande figlio di puttana", "Chiedi chi erano i Beatles", e nei tanto bistrattati Novanta hanno raggiunto il top, da "Generazione di fenomeni" a "Stabiliamo un contatto", da "Un disperato bisogno d'amore" a "Ballando al buio"; nel nuovo millennio, infine, "Sorprendimi" e "Guardami", fino a quest'ultimo gioiello senz'altro degno di figurare nell'empireo delle loro migliori creazioni. 
NOEMI E DOLCENERA, CLASSIFICA INGIUSTA - L'esito conclusivo del Festivalone numero 66 presta dunque il fianco a ben poche critiche, riguardo alle posizioni di vertice; il discorso va allargato infatti alla splendida Francesca Michielin, che ha raccolto i frutti di una popolarità di recente in crescendo (grazie anche all'eccellente duetto con Fedez in "Tutto è magnifico") e capace di issarsi fino al secondo posto con la moderna e ariosa "Nessun grado di separazione", che verrà premiata anche dalle radio. Più discutibili altre zone della graduatoria, perché ad esempio Noemi meritava qualcosa di più dell'anonimo ottavo posto finale. Riguardo all'undicesimo di Annalisa, in qualche modo si sono avverati i timori che avevo ventilato sommessamente in questi giorni, anche se mi aspettavo un piazzamento decisamente migliore: la rinuncia all'easy listening frizzante e contemporaneo di Kekko Silvestre e l'avvicinamento a un sound più classicheggiante l'hanno un po' penalizzata, ma rimane comunque un'interprete di grana finissima, il cui problema sarà d'ora in poi cercare una rotta artistica abbastanza precisa, E' un po' un colpo al cuore, ma non sorprende la 15esima posizione di Dolcenera: troppo complessa, troppo poco festivaliera e persino pochissimo "italiana", la sua "Ora o mai più", per incontrare il favore di qualsiasi giuria nostrana; già cara grazia che sia riuscita a evitare il rischio eliminazione, concreto dopo la prima esibizione. 
SCANU IN CRESCITA, FLOP ELIO - Nelle zone basse anche Valerio Scanu, che invece ho trovato più convincente quest'anno che non ai tempi della prematura vittoria di "Per tutte le volte che", e debbo dire che "Finalmente piove", onorevole compromesso fra tradizione sanremese e buona ricerca musicale e testuale, sa imprimersi nella memoria e potrebbe incontrare soddisfazioni insperate fuori dall'Ariston. Elio e Le Storie Tese mettono invece in bacheca il loro peggior piazzamento su tre partecipazioni, un dodicesimo posto di molto inferiore alle attese, se pensiamo ai tanti critici che ne avevano scritto note estasiate, dopo il pre - ascolto dei brani riservato agli addetti ai lavori. Per conto mio, ribadisco quanto già espresso nei giorni scorsi: una canzone così, ragionevolmente, non avrebbe potuto figurare nell'albo d'oro del Festivalone. Ci sta l'ironia, ci sta il divertissement, ci sta la dissacrazione, ma in una rassegna pop deve vincere una canzone pop rigorosa, con tutti i crismi. Come quella degli Stadio, o della Michielin.
UNA "SVEGLIA" PER IL PUBBLICO RAI - Che Sanremo 2016 non sia stato un inno all'orecchiabilità come il precedente l'ho detto ieri, e oggi lo confermo: le canzoni "arrivano", alla fine, ma lo fanno con un po' più di fatica. C'è però un altro aspetto importante da sottolineare: nonostante l'affermazione degli Stadio e l'inatteso quarto posto di Ruggeri potrebbero far pensare il contrario, in realtà si è trattato di un Festival che ha lanciato un messaggio ben preciso all'impigrita platea di Rai Uno. Questo ha detto Carlo Conti: la nostalgia va bene, ma ad un certo punto bisogna anche togliersi un po' di polvere di dosso, non rimanere sprofondati sul divano ad ascoltare sempre le stesse vecchie canzoni in un loop ipnotico, intonate dalla stesse vecchie facce e da voci sempre più appannate. La musica italiana sta cambiando, c'è un vorticoso ricambio generazionale in atto, nemmeno l'ammiraglia di viale Mazzini può ignorarlo, e non deve ignorarlo il pubblico più tradizionalista. Ecco perché il cast dei Big è stato imbottito di nuove leve, di freschi virgulti à la page: oggi sono le Michielin, le Noemi, le Annalisa, i Fragola e gli Hunt a fare mercato e cassetta; gli Al Bano e i Fausto Leali, con tutto il rispetto e la deferenza possibili per questi mostri sacri, si possono lasciare un attimo da parte.... Aprite la mente!
I TALENT NON DOMINANO PIU' - Non si può neanche più parlare di dittatura dei talent, che pure sono delle fucine di emergenti impossibili da snobbare, checché ne dicano certi puristi arroccati nelle loro torri d'avorio. Se andiamo a vedere, i Dear Jack non hanno raggiunto la finale, Alessio Bernabei è stato relegato nelle ultime posizioni, segno che le orde di fans adoranti non sono più massicciamente determinanti in sede di votazioni, certo anche grazie a più equilibrati meccanismi di giuria, ma pure, ritengo, per una "normalizzazione" del fenomeno, che sta mantenendo un ruolo significativo nel panorama discografico senza però essere più predominante, dopo aver sparigliato le carte del mercato negli anni del boom (fra il 2009 e il 2012, direi). Poi personaggi come Noemi, Annalisa e Scanu il cordone ombelicale con i vari "Amici" e "X Factor" l'hanno reciso da un bel po', e la stessa Francesca Michielin la sua esperienza in quel contesto l'ha fatta ormai cinque anni fa, e non si può dire che ne abbia beneficiato, visto che la sua ascesa è passata attraverso altre e più complesse strade.

                                        Cristina D'Avena, protagonista della finalissima

LA VERA VIRGINIA, L'EMOZIONANTE CRISTINA - Rimane da parlare di una finale godibile e a tratti persino austera, che ha riservato poco spazio alla comicità tanto da presentare in... abiti civili anche la mattatrice Virginia Raffaele, che nei panni di se stessa pareva una Cenerentola alle prese col sogno della sua vita. Ci sono stati, questo sì, gli antichi "compagni d'arte" di Conti, Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni, che non hanno deluso, regalando un siparietto tutto sommato gradevole, mettendo simpaticamente in mezzo l'anchorman e offrendo anche una punturina di spillo satirica all'indirizzo del premier Renzi, non scelto dal popolo. Madalina Ghenea e Gabriel Garko sulla stessa linea delle altre sere: inappuntabile, professionale ma tutto sommato freddina la prima, incerto in ogni fase della conduzione il secondo, al quale concediamo l'attenuante del terribile shock pre - Festival (l'incidente in cui se l'è vista veramente brutta, rischiando la vita) ma dal quale ci si poteva comunque attendere qualcosina di più. Cristina D'Avena ha avuto il meritato tributo: si è divertita e si è emozionata, ci ha divertito e ci ha emozionato: cos'altro si può chiedere a un'artista? Qualche sigla in più sarebbe stata gradita, ma fino a poco tempo fa non avrei mai immaginato di poter sentire echeggiare sul palco dell'Ariston i versi della "Canzone dei Puffi" e di "Occhi di gatto". E' successo e anche di questo va dato atto a Carlo Conti: le "canzoni per bambini" hanno una precisa dignità, a maggior ragione se questi brani si sono incisi a chiare lettere nell'immaginario di una generazione, diventando autentici evergreen. 
MARATONA - Nonostante un buon ritmo complessivo, alla fine la durata dello show ha sfiorato le cinque ore. Siamo dunque tornati alle maratone in stile anni Ottanta, o quasi; e, come accadeva all'epoca, gli ospiti stranieri, che non sono mancati a Sanremo 2016, sono parsi una realtà parallela, a sé stante, venivano per cantare la loro hit del momento per poi fuggire rapidamente dal palco, con la sola eccezione di Elton John che però è un monumento e ormai viaggia oltre il mero passaggio promozionale. La gestione Conti, riguardo alla "cornice" della gara, sembra ormai più decisamente orientata verso i superospiti italiani, sui quali il mio pensiero è noto: passi per le celebrazioni di certe vedettes planetarie o delle storiche réunion, ma in linea di massima nulla osterebbe a una loro partecipazione in concorso; l'anteprima del suo nuovo album, Renato Zero non poteva presentarla come brano in gara? Ma so che è una battaglia persa...
Il presentatore e direttore artistico ha avuto modo di omaggiare Pippo Baudo come inventore del Festival di Sanremo nella veste attuale: tributo doveroso, ma affermazione un po' azzardata. Poco dopo, Rocco Tanica ha invece inaspettatamente fatto cenno a Gianni Ravera, storico patron di numerose edizioni della kermesse, che curiosamente in quella sede viene rarissimamente menzionato: è forse lui il vero artefice del Sanremo moderno nei suoi tratti essenziali, poi il Pippo nazionale ci ha lavorato sopra, con modifiche significative ma senza stravolgimenti, ma sarebbe un discorso troppo lungo e articolato. In ogni caso, è giusto non far cadere nel dimenticatoio personaggi senza i quali Sanremo non sarebbe mai diventato il fenomeno musicale, televisivo e sociale che oggi è. 

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