lunedì 10 ottobre 2016

MACEDONIA - ITALIA E L'ENNESIMO PSICODRAMMA AZZURRO: PERSISTE L'ENIGMA VENTURA, MA ORA IL CT E' A UN BIVIO

                                              Ventura: non ha ancora convinto

Non si sentiva assolutamente il bisogno dell'ennesimo psicodramma azzurro, la figuraccia epocale sfiorata al cospetto di una compagine di basso livello ed evitata, infine, solo grazie al nostro proverbiale "cuore" (e a un pizzico di fortuna). Succede, al Club Italia; ma succede un po' troppo spesso, e sarebbe giunta l'ora di darci un taglio, perché abbiamo toccato il punto di non ritorno: si è concretamente rischiato di compromettere la corsa al Mondiale 2018 con un anno di anticipo sulla fine delle eliminatorie, e per mano della Macedonia, nientemeno. Squadra dignitosa  e volenterosa, ma di evidente pochezza tecnica: l'unico reparto un po' più dotato è l'attacco, grazie agli "italiani" Pandev e Nestorovski, e puntualmente ha messo in ambasce i nostri prodi: due gol subiti, una traversa, una grande parata di Buffon (che ha evitato l'1 a 3 tenendo in corsa i suoi), altre situazioni di potenziale pericolo nel primo e nel secondo tempo, prima che Bonucci e compagni... rinsavissero. 
MA NON SIAMO COSI' SCARSI - Alla fine l'abbiamo sfangata, e va bene, non è la prima volta: in passato si è sofferto contro Azerbaigian, Estonia, Malta, persino le Far Oer, strappando con le unghie e coi denti successi risicati laddove altre grandi e meno grandi d'Europa passeggiavano (e passeggiano) con disinvoltura. Ma non mi si venga a dire che è colpa dell'involuzione del nostro movimento calcistico: basterebbe la notazione che questa rappresentativa, con pochi elementi diversi in rosa rispetto ad oggi, circa tre mesi fa ha fatto ottima figura all'Europeo, sfiorando l'ammissione alle semifinali dopo aver, fra l'altro, battuto nettamente la Spagna anche sul piano del gioco. Quella stessa Spagna che giovedì scorso, a Torino, ci ha invece dominati per settanta minuti su novanta, e che, se non ci saranno prodezze da parte nostra (leggasi, vincere la gara di ritorno in terra iberica), probabilmente ci relegherà ai playoff qualificazione. 
LA FORZA DELLA GIOVENTU' - Non è, quindi, un problema di "materiale umano": che è scarso quantitativamente, non si può negare, e vorrei vedere, con la Serie A monopolizzata dagli stranieri; che non ha picchi di eccellenza assoluta, almeno fino a quando certe promesse non... manterranno davvero le loro promesse; ma che è comunque sufficiente a farci fare figure migliori di quella di Skopje. Immobile, per dire, non è un fenomeno, come hanno dimostrato le sue disgraziate stagioni estere, ma la sua doppietta ieri ci ha tolto le castagne dal fuoco in dirittura d'arrivo, rimettendoci sul treno verso la Russia quando la nostra carrozza (di seconda classe) sembrava essersi piantata sui binari; Belotti ha sollecitamente trovato il primo gol in azzurro, quello dell'1 a 0, gestito poi nel peggior modo possibile; Romagnoli in due partite ha sostanzialmente meritato la promozione, magari con più sicurezza allo Stadium che non in Macedonia, ma sono piccoli sbalzi di rendimento tipici dei giovani; e il pochissimo considerato Sansone, buttato dentro a secondo tempo inoltrato, ha comunque dato un buonissimo contributo a movimentare il nostro fiacco fronte offensivo. 
SQUADRA IN ABBOZZO - Abbiamo dunque le risorse di classe per fare anche più del modesto compitino. Ergo, il problema è attualmente nel manico. Giampiero Ventura, in questi primi mesi di lavoro, non ha ancora dato un'identità di gioco e di squadra alla nostra "Azzurra". Tatticamente siamo ancora a metà del guado, non riusciamo ad andare oltre la difesa a tre di contiana memoria, a sfruttare adeguatamente la nostra batteria di esterni alti, incursori e trequartisti (che potrebbe rappresentare la vera arma in più di questa selezione, come hanno dimostrato alcuni cross al bacio di Candreva) e soprattutto a trovare la giusta combinazione di uomini per il reparto di mezzo. Il duo Montolivo - De Rossi visto a Torino non è più proponibile a questi livelli, Verratti è imprescindibile e poco importa che un suo erroraccio abbia dato il là all'azione del pari macedone: una disattenzione, per quanto colossale, non può certo cancellare il tanto di buono che il "francese" ha fatto in questo primo scorcio della nuova gestione azzurra, quando è stato chiamato in causa. Soprattutto dai suoi piedi, e da quelli di un attivo ma confusionario Bernardeschi, sono passati ieri i pochi tentativi di impostare manovre d'attacco visti nella prima ora di partita. Tuttavia Parolo rimane fondamentale, c'è da recuperare Marchisio e va provato Benassi, trovando un modo per valorizzare un Bonaventura finora poco convincente e di sfruttare l'eclettismo di un Florenzi mai davvero esplosivo come sa essere nella Roma: davvero tanti i nodi da sciogliere.
VENTURA AL BIVIO - Del biennio di Antonio Conte è senz'altro sopravvissuto lo spirito indomito, senza il quale saremmo affondati contro la Spagna e anche contro Pandev e soci. Ma sono stati due salvataggi in extremis dettati fondamentalmente da una scossa nervosa, e non può chiaramente essere questa la soluzione per tirarsi fuori dalle situazioni intricate; i quattro punti raccolti, il minimo sindacale, non devono farci dimenticare che in quattro giorni abbiamo assistito a due delle peggiori esibizioni azzurre degli ultimi anni. 
Ergo, il cittì è già a un bivio, e deve innanzitutto rendersi conto che, se ieri fosse uscito sconfitto dalla trasferta in ex Jugoslavia, in molti si sarebbero aspettati le sue dimissioni sul tavolo di Tavecchio già in settimana. Per sciogliere l'enigma della sua conduzione tecnica, finora un autentico rebus, il genovese ha davanti un'occasione d'oro: a novembre ci sono un Lichtenstein da asfaltare (sfatando la tradizione della nostra idiosincrasia alle goleade) e di nuovo la Germania iridata, ma in amichevole: non potrà esserci momento migliore per rompere gli indugi e saltare il fosso, porre fine alla fase di transizione e presentare finalmente una "Nazionale targata Ventura", nel modo di stare in campo e negli uomini, una formazione che lasci almeno intuire il suo progetto. Il tentativo di ringiovanimento c'è stato e va senz'altro apprezzato: ma a poco serve, se i ragazzini vengono mandati allo sbaraglio in un contesto tattico precario; possono salvarsi in Macedonia, ma a gioco lungo andrebbero incontro al naufragio. 

2 commenti:

  1. Sempre un piacere leggerti (ce ne fossero che scrivono come te) tuttavia non sono d'accordo su alcuni punti. Purtroppo il movimento calcistico italiano è in grande involuzione e credo che gli stranieri abbiano ben poche colpe. Basti pensare che il Portogallo campione d'Europa ha una percentuale di stranieri - non eleggibili per la nazionale - più alta ancora e che comunque le medie europee poco si discostano dala realtà italiana. Tolto Verratti - e qui siamo sulla stessa lunghezza d'onda - non ci sono più talenti e credo che il motivo non sia solo strettamente tecnico ma abbia radici più profonde. Immobile, che tu citi, partì per l'estero da capocannoniere della serie A e collezionò più panchine di un pensionato: forse è un problema di mentalità? Di formazione? Di fame? O di tutt'e tre le cose? Diciamolo apertamente, buona parte dei settori giovanili importanti, quelli delle società professionistiche, tanto per intenderci, sono gestiti da personaggi che hanno trascorsi agonistici di livello medio-basso, imbottiti di teoria e tattica da corsi regionali di scarsissimo spessore e convinti che se ce l'ha fatta Sacchi tutto è possibile. Non si insegnano più i fondamentali ed i movimenti individuali, prediligendo schemi improbabili che distolgono i ragazzi dalla base dello sport in sé: saper calciare un pallone. E quello te lo può insegnare solo chi lo sa fare, chi ha giocato a buoni livelli senza necessariamente essere stato un campione. Si è buttata via una quantità enorme di materiale umano (ed in italia ce ne sarebbe ancora da vendere) incommensurabile per fare spazio al soldo. Segui le serie minori, Carlo? La prima domanda che si fa ad un allenatore è "quanti soldi porti?". Si paga per allenare. Quindi il Sig. X, che magari ha fatto 10 anni di serie B e qualcuno di serie A e ha giocato contro - chessò - Maradona o Zico, resta al palo per lasciare spazio al Sig. Pinco Pallino i cui trascorsi non vanno oltre la prima categoria (nella migliore delle ipotesi) ma che ha "idee moderne" e qualche scudo in saccoccia, che non fa mai male. Poi ci sono i genitori/procuratori - gente che ne sa, eccome - che hanno già tracciato per i loro rampolli un futuro mirabile e fanno finta di venderseli come pagnotte fin quando il carrozzone non gli presenta il conto. Infine ci sono loro, i giocatori stessi, che faticano non poco a capire quanto gli accade intorno e si lasciano trasportare dall'onda come meduse, ciondolando tra un apericena e la gnocchetta di turno mentre pensano a quanto sia bello stare là davanti. Il calcio non può essere avulso dal contesto di questo paese, Carlo, e i risultati - come in tutti gli altri campi - si vedono. Euro 2016 è solo l'effetto di un'onda lunga ma fra 10 anni si sarà arenata. Dico sempre che finiremo come l'Ungheria - lo sai - ma è solo perché sono un inguaribile ottimista.

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    1. Ciao Fede, ti ringrazio per il lungo e articolato commento. Sono in larga parte d'accordo con te, anche se rimango convinto che l'invasione straniera abbia comunque le proprie colpe, perché più il bacino in cui pescare è ristretto, più diminuisce la possibilità di trovare qualche elemento di valore, e anzi ritengo addirittura miracoloso che, da quando i nostri club sono diventati delle multinazionali, la Nazionale italiana sia riuscita ad ottenere un paio di risultati positivi (Euro 2012 e 2016) e altri li abbia gettati al vento per motivi che esulavano dalla qualità tecnica della squadra (Mondiale 2014).
      Penso che ancora, come dimostrano i discreti pur se non eccelsi risultati dell'Under, il vivaio stia producendo buoni prospetti, non fenomeni ma comunque giovani che, se trovassero spazio, potrebbero diventare giocatori di spessore notevole. Il problema della mancanza di sbocchi esiste, tant'è vero che molta gente matura in ritardo, penso a ragazzi come Giaccherini, Parolo, Pellè e Bonaventura, che non sono fuoriclasse ma che comunque in questi ultimi tempi qualche segno positivo l'hanno lasciato, dopo lunghe anticamere.
      Certo, a invasione bisognerebbe rispondere con invasione, e da questo punto di vista l'Italia mi sembra un po' bloccata: non penso, chiaramente, che i nostri calciatori abbiano poco mercato fuori dai confini, perché ci sarà anche stato un regresso tecnico, ma se da noi arrivano degli emeriti scarponi non vedo perché certi nostri elementi di livello medio non possano trovare spazio in altri tornei. E qui si ritorna al punto di partenza: è vero che la "stranierizzazione" dei campionati (brutto neologismo, mi è venuto così :D ) è un problema internazionale, ma da noi, al solito, si è esagerato adottando solo i lati deteriori della novità, puntando tutto sul mercato estero e impoverendo i vivai.
      Tutto ciò, appunto, non esclude che ci sia un problema complessivo d'involuzione del movimento, e di un vivaio che si è parzialmente inaridito non per improvvisa broccaggine dei ragazzini ma per cause ben precise, ossia mancanza di insegnanti adeguati, organizzazione precaria, mancanza di fondi, strategie fallimentari, troppo potere a personaggi che fanno solo danni. Molti problemi che in effetti si ritrovano anche nella società italiana tout court, e che spiegano le lacune culturali e comportamentali con cui stanno crescendo in parte le ultime generazioni.
      Il calcio giovanile e dilettantistico l'ho bazzicato, per lavoro, una decina d'anni circa, dalla fine del secolo scorso, e debbo dire che la mitizzazione che ne veniva fatta sui media (l'immacolato mondo dei dilettanti) era senza fondamento; ho visto, o anche solo intuito, cose che sinceramente mi hanno lasciato l'amaro in bocca.

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