lunedì 2 luglio 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: SPAGNA NELL'OLIMPO, MA IL CONGEDO AZZURRO POTEVA ESSERE MIGLIORE


                                           Spagna di nuovo sul tetto d'Europa

All’ultimo tuffo, i nodi sono impietosamente venuti al pettine. Del resto, due anni di duro e buon lavoro non potevano bastare a colmare un gap, quello fra calcio italiano e calcio spagnolo, formatosi in un arco di tempo ben più lungo, direi a partire dal 2004, dapprima silenziosamente, quasi impercettibilmente, poi in maniera sempre più netta e fragorosa. Fragorosa come il 4 a 0 che ha chiuso, nostro malgrado, l'Europeo polacco - ucraino. Il 2004, si diceva: l'anno in cui Luis Aragonès prese in mano le redini della Nazionale spagnola, fino a quel momento il grande bluff del football mondiale, l’eterna incompiuta, sempre candidata a cogliere i più prestigiosi allori e sempre costretta a tornare a casa con le pive nel sacco e la coda fra le gambe.
DA ARAGONES A DEL BOSQUE - Il buon vecchio Luis tracciò il solco: dovette passare attraverso le forche caudine dell’ennesima brutta figura, al Mondiale 2006, ma a Berlino e dintorni c’era già, nel bozzolo, la squadra che di lì a poco avrebbe fatto parlare di sé il mondo intero. Aragonès chiuse il suo ciclo col trionfo europeo di Vienna 2008, lasciando la panchina a Del Bosque, che ha completato il passaggio di questa Selecciòn dalla leggenda al mito, all’Olimpo degli Dei del pallone, come avevo scritto qualche post fa. 
Due titoli continentali e uno mondiale in cinque anni: nessuno era mai arrivato a tanto, fino ad ora, e chissà quanto tempo dovrà passare prima che qualcuno possa imitare Xavi e compagni. Negli anni Trenta, la splendida Nazionale azzurra di Vittorio Pozzo riuscì a realizzare qualcosa del genere: dal 1934 al 1938, due Coppe del Mondo consecutive, inframezzate da una Coppa Internazionale (sorta di antenata in formato ridotto dell’Europeo) e da un torneo olimpico di calcio (a cui all’epoca veniva data, se non pari importanza, di certo pari dignità rispetto ai Mondiali).
IN FINALE PASSEGGIANDO - Forse ci hanno presi in giro, le Furie Rosse. Contro Francia e Portogallo, il loro tiki taka era parso arrugginito, a tratti involuto, addirittura sterile. La Spagna è arrivata in finale quasi passeggiando: raramente, prima dell’atto conclusivo, ha fatto girare i motori a pieno regime, forse solo nella prima partita,  quando, trovatasi sotto contro l’Italia, ha dovuto forzare i ritmi per non cominciare il torneo con un capitombolo. Da allora, è stato un trotterellare, quasi un rotolare per inerzia verso il traguardo, nella consapevolezza di una superiorità sul resto del lotto delle partecipanti che, gara dopo gara, nello spogliatoio iberico prendeva sempre più corpo. Quasi un allenamento contro l’imbarazzante Eire trapattoniana, il minimo sindacale con croati, francesi e portoghesi. Certo, in semifinale il rischio è stato grosso: bastava un Portogallo meno sulle sue e più in grado di assecondare gli estri di Cristiano Ronaldo, e bastava anche un pizzico di sfortuna in più nella giostra finale dei penalty.
Consapevoli di aver forzato troppo la mano alla buona sorte, gli uomini di Del Bosque hanno pensato che il tempo del “traccheggio” fosse finito. Eccoli, dunque, sul campo di Kiev, sciorinare il meglio del loro repertorio. La finalissima contro l’Italia è stata forse una delle espressioni più alte del leggendario ciclo quinquennale iberico: la sintesi ideale fra la Spagna bella, scintillante, vezzosa di Euro 2008 e quella oltremodo pragmatica di Sudafrica 2010. Ieri sera, Iniesta e compagni hanno lucidato e messo in bella mostra l’argenteria del loro gioco avvolgente  e dell’infinita classe racchiusa nei loro piedi; hanno indossato il vestito buono per l’occasione che valeva davvero, dopo essersi concessi con molta parsimonia nella fase d’approccio.
UNA SQUADRA DA SOGNO - Abbiamo visto all'opera la vera Selecciòn del mito: una squadra che fa correre il pallone irretendo e sfiancando gli avversari, con una manovra sincronizzata al secondo e perfetta al millimetro, una copertura capillare del terreno di gioco, una sublime capacità di gettarsi negli spazi che il “nemico” alfine le concede dopo un lungo lavoro ai fianchi. Ma come per l’Olanda degli anni Settanta, che seppe valorizzare al massimo il suo “calcio totale” perché era zeppa di fenomeni, il tiki taka giallorosso funziona perché a giocarlo sono calciatori che danno del tu alla palla, talenti dal palleggio privo di sbavature, impeccabili nel tocco, nel controllo, nei passaggi. E tutti, non solo i “cervelli” Xavi, Iniesta e Xabi Alonso, dalla visione di gioco geometrica. Quando poi a tutto ciò si aggiunge anche un pizzico di dinamismo in più, ecco che per chi sta loro davanti è notte fonda.
Siamo sinceri: dopo il primo gol, non c’è mai stata la sensazione che i nostri potessero in qualche modo rimettere in carreggiata la gara. Fabregas, letteralmente indiavolato, ha sottoposto la nostra difesa a ripetute, tremende sollecitazioni, Silva è tornato ai livelli delle sue prime apparizioni sul grande palcoscenico internazionale (non a caso i due hanno confezionato in comproprietà la prima segnatura); e Jordy Alba, l'ultimo arrivato, è già uno dei laterali mancini più impetuosi e affidabili del globo (stupendo, per tempismo nell'inserimento e rapidità di esecuzione, il gol del 2 a 0). 
Spiace dirlo, ma era dai tempi della finale mondiale del ’98 tra Francia e Brasile che non si vedeva, nell’atto conclusivo di un grande torneo, una tale disparità di forze in campo. Il momento migliore per noi, l’avvio della ripresa, ha fruttato solo due opportunità mancate da Di Natale, la prima di testa su cross di Abate, la seconda con un sinistro su Casillas in uscita. Poiché il sottoscritto non ha mai fatto mancare attestati di stima e di fiducia a questa nostra Nazionale (l’archivio del blog è una testimonianza inoppugnabile), oggi non ho scrupoli di coscienza e non sento il “dovere morale” di dover dire “grazie lo stesso”.

                                            All'Italia è mancato l'acuto finale

DOPO LA GERMANIA, SPINA STACCATA - Il bilancio di Euro 2012, per noi, è largamente positivo, perché siamo secondi in Europa dopo essere stati venticinquesimi, o ventiseiesimi, nel mondo, appena due anni fa. E perché abbiamo dato una immagine di gioco nuova, fresca, propositiva, facendo emozionare e divertire anche gli spettatori neutrali. E tuttavia, mai, per nessuna ragione, una finale può essere affrontata come l’hanno affrontata i nostri: totalmente sbagliato l’approccio e la gestione, prima e in corso d’opera.  
La sensazione è che il nostro Europeo si sia virtualmente chiuso giovedì, con il trionfo sulla Germania. Un'impresa troppo grande, una delle più belle nella storia del nostro calcio, per realizzare la quale si era dovuto dare fondo a tutto il bagaglio delle nostre risorse. Dopo, è stata solo una lunga celebrazione dei nostri rinnovati fasti, fra tanto riposo, poco allenamento, lettere del Presidente della Repubblica e dubbi del tecnico sul proprio futuro. Sembrava quasi che, a quel punto, dopo aver superato il colosso germanico nulla potesse impedirci di cogliere il massimo alloro, che sarebbe arrivato in automatico. Ma il calcio non è fatto di ineluttabilità, di corsi e ricorsi storici, di leggi dei grandi numeri.
CONDIZIONE FISICA - Imbarazzanti le condizioni fisiche dei nostri: e questa, perdonatemi, non può essere solo sfortuna. Così come il discorso  degli stage non concessi durante la stagione c’entra poco, in questo contesto: la Nazionale il suo ritiro preparatorio  l’ha fatto, ma qualcosa nella gestione atletica e medica degli uomini deve essere andata storta.  Le energie mentali possono bastare a sostenere un ultimo sforzo se quelle fisiche sono in riserva ma non al lumicino: ieri, invece, i nostri erano svuotati, completamente, nel corpo e nello spirito, al punto di rischiare una lezione ben più severa. 
La luce si era spenta anche per Prandelli: che ha mandato in campo senza alcuna ragione plausibile Chiellini, reduce da due infortuni ravvicinati, ormai disabituato a giocare con continuità in un ruolo nel quale Balzaretti aveva fatto il suo alla grande; ha richiamato in panca Cassano che era stato fra i meno peggio nella prima frazione (problemi al ginocchio? Ritorna il discorso fatto prima sulla condizione atletica e sanitaria generale, e comunque se sta male non lo fai nemmeno giocare...); ha tolto Montolivo, anche lui fra i più propositivi, pure come incontrista (dal milanista e dall’ex fiorentino, ricordiamolo, le uniche conclusioni pericolose della prima frazione, due tiri a lunga gittata respinti da Casillas). 
Per Chiellini, è il solito errore che sembra scritto nel dna dei tecnici azzurri: non si rinuncia mai ai grandi nomi del gruppo, anche quando questi sono fisicamente a terra, perché si pensa che la loro personalità, la loro esperienza, possa comunque essere utile: fu così per Roby Baggio nel ’94, per Del Piero nel ’98 e nel 2000, per Cannavaro nel 2010. I nostri cittì stanno sempre aggrappati ai loro miti, ai totem dello spogliatoio, anche quando non dovrebbero, e ne ricavano sistematicamente cocenti delusioni: impareranno mai la lezione? Ho i miei dubbi. Benedetto Lippi, che nel 2006 utilizzò quasi tutti i gli uomini a disposizione evitando di fossilizzarsi sui soliti 15-16... 
RIMPIANTI E FUTURO - I rimpianti sono tanti: la Spagna è forte, fortissima, ma noi stessi, meno di un mese fa, abbiamo dimostrato che non è inavvicinabile. Rimango convinto che un’Italia in condizioni decenti se la sarebbe giocata ben diversamente. Diciamo anche che il fatto di aver dovuto subito affrontare la “più bella”, nell'ouverture di Danzica, ci ha costretti a tenere fin dall'inizio dei ritmi elevati, ulteriormente accentuati nelle sfide a eliminazione con Inghilterra e Germania, che hanno comunque marchiato a fuoco questo torneo, regalando i momenti più intensi, ricchi di pathos e ben giocati di Euro 2012. 
Ecco, si riparta da qui: da questa nuova Italia, coraggiosa, aggressiva, desiderosa di produrre gioco e gol, almeno fin quando le energie gliel’hanno consentito. Un’Italia che può ancora farci sognare, ma a certe condizioni: che rimanga Prandelli, affinché non si ripeta il traumatico abbandono di Zoff nel 2000, dal quale derivò un quadriennio di disgrazie azzurre; occorre poi rassodare e rimpolpare tecnicamente la rosa, dando subito spazio ai giovani emersi a fatica, fra A e B, nell’ultima stagione, magari seguendo un percorso inverso rispetto a quello logico e consolidato, ossia cominciando a farli giocare in azzurro in modo da “stimolarne” l’utilizzo nei club, quasi una provocazione; da migliorare, inoltre, l'impostazione globale della preparazione  della Nazionale, ma questo rientra in un quadro complessivo di riassetto e riorganizzazione del Club Italia, dal quale non si potrà prescindere più, in alcun modo: altrimenti, l’argento di Kiev resterà un fatto isolato.

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