domenica 17 febbraio 2013

SANREMO 2013: LA LOGICA DEL TRIONFO DI MENGONI IN UN FESTIVAL TROPPO SOFISTICATO

                                                Marco Mengoni, il trionfatore

Sanremo 2013 si è congedato dalla sua sconfinata platea televisiva consegnando agli almanacchi il verdetto più logico e, in quanto tale, sostanzialmente scontato. Logico, perché "L'essenziale" di Marco Mengoni è l'unico brano, fra quelli giunti fino alla finale, a rappresentare l'ideale punto di equilibrio fra orecchiabilità e ricercatezza, fra spirito commerciale e spessore artistico sufficientemente "elevato", per quanto non altissimo. Un giusto compromesso, insomma, laddove le altre due canzoni medagliate pendono un po' troppo da una parte o dall'altra: fin troppo sofisticata ed elaborata, per quanto divertente, quella "Canzone mononota" che ha confermato la ponderosa sapienza musicale di Elio e le Storie tese (i quali hanno comunque fatto incetta di premi); eccessivamente convenzionale e nemmeno troppo originale nell'impianto melodico, per quanto complessivamente ben scritta, "Se si potesse non morire" dei Modà, ancora una volta piazzati. Un posticino sul podio lo avrebbe meritato di certo il raffinato jazz - pop di Gualazzi, mentre per tutti gli altri Big non sono ammesse recriminazioni: nessun altro pezzo aveva tutte le carte in regola per ambire ai massimi traguardi. 
LIVELLO DISCRETO E NULLA PIU' - La passerella della serata finale ha confermato le impressioni emerse nel corso della terza puntata di questo Festival, la prima in cui i cantanti si erano esibiti tutti insieme proponendo una sola canzone a testa, quella sopravvissuta ai due preliminari. Posso quindi ribadire che il livello complessivo della proposta musicale mi è parso discreto, ma tutt'altro che eccezionale, come invece continuano a sostenere i critici di lunga data (che del resto meritano comprensione: hanno atteso per anni un Sanremo quasi in formato "Premio Tenco", ora che l'hanno avuto è giusto che se lo godano...). 
Livello di certo inferiore a quello delle ultime tre edizioni,  ma superiore, volendo ampliare lo spettro temporale dei paragoni, rispetto a quanto ascoltato nelle due annate ancora precedenti, il 2008 e il 2009. I motivi di queste mie valutazioni li ho già illustrati ampiamente in questo post di due giorni fa: ripetermi sarebbe noioso per me e per i lettori. Mi limito a riassumerli: 1) Si è privilegiata una eccessiva ricercatezza, melodie e ritmi sofisticati a danno della semplicità, dell'immediatezza; 2) Buona parte dei pochi brani che hanno puntato sull'orecchiabilità non brillano però per originalità, sono stati scritti col freno a mano tirato, senza sperimentare, con un profilo basso, a volte rimasticando cose già sentite in passato. In linea generale, il patrimonio musicale lasciato ai posteri da questo Sanremo 63 manca di impatto, di forza penetrativa: le canzoni faticano e faticheranno molto a imprimersi nella testa e nel cuore, e dubito che gran parte di esse possano resistere nel tempo, facendosi ricordare anche ad anni di distanza...
CONTINUARE CON LE SCELTE "ALTE"? - E' una constatazione che rientra in un discorso più generale, quello della possibilità che, già l'anno prossimo, la kermesse rivierasca venga riproposta con la stessa formula, o quantomeno coi medesimi criteri artistici a guidare l'allestimento sia del cast dei concorrenti, sia di quello degli ospiti. E' vero, le scelte "alte" di Fabio Fazio e Mauro Pagani sono state premiate dall'Auditel, ma il dato, se permettete, lascia il tempo che trova: perché anche le scelte più leggere di Mazzi e compagnia nell'ultimo quadriennio avevano avuto riscontri di audience televisiva pressoché trionfali, comunque ampiamente soddisfacenti. Per tacere del fatto che, quest'anno come molte altre volte in passato, i dati di ascolto vanno tarati sull'assenza quasi totale di controprogrammazione efficace da parte di una concorrenza che invece, a metà degli anni zero di questo inizio secolo, era diventata improvvisamente agguerritissima nei confronti del festivalone. 
Ribadisco quanto detto  in uno dei miei post di presentazione della kermesse: le scelte di alto spessore artistico, di musica colta, ci stanno benissimo, perché il pubblico, diciamolo chiaramente, ha urgente necessità di essere "rieducato" dopo anni di brutture catodiche (che però, va detto onestamente, non sono certo arrivate dai precedenti Festival, ma hanno ben altri colpevoli); tuttavia è una tendenza che va mitigata, temperata con le giuste concessioni al pop, a quel pizzico di "nazionalpopolare" che in una rassegna leggera come Sanremo non deve mancare, mai. 
Auspico quindi, compatibilmente con le risorse economiche a disposizione dell'azienda organizzatrice dell'evento, di rivedere in futuro qualche divo internazionale sbanca - classifiche, perché, per citare esempi di illustri presenze passate, ospitate come quelle dei Queen, dei Duran Duran, di Jennifer Lopez o della splendida Whitney Houston, piaccia o no, hanno segnato indelebilmente la storia della kermesse, e l'hanno impreziosita, non certo imbastardita. E mi auguro anche una maggiore "ecumenicità" nella composizione del listone dei concorrenti, big e giovani, senza tralasciare (anzi) raffinatezza e sperimentalismo ma tornando a una maggior presenza di easy listening, senza il quale Sanremo non è più Sanremo. 

                                       Max Gazzè: convincente ritorno a Sanremo

FAZIO IN RISERVA DI ENERGIE - La finale di ieri sera ha presentato un Fazio visibilmente stanco, o forse inconsciamente appagato dal successo registrato dalla sua "creatura". L'anchorman savonese è andato avanti col pilota automatico, sostenuto da una Luciana Littizzetto invece ancora brillante. Le vetrine promozionali dei prossimi programmi Rai, che erano state una costante delle serate conclusive di molti Festival recenti, sono state ridotte all'osso, e di questo non possiamo che ringraziare la direzione artistica: solo un piccolo spazio per il nuovo game show della coppia Fabrizio Frizzi - Gabriele Cirilli, che peraltro è stato massicciamente pubblicizzato durante i "neri" di tutte le puntate di Sanremo. 
Di grande suggestione, e non poteva essere diversamente, la presenza più prestigiosa di questa edizione, un Andrea Bocelli peraltro fin troppo italiano nel senso deteriore del termine, visto che non è riuscito a resistere alla tentazione di tenere a battesimo sul palco il figlio Amos, pianista in costruzione. Impalpabile e poco significativa la partecipazione di Lutz Forster (esempio di come non si debba esagerare con certe "scelte alte", in questo contesto davvero fuori portata per molti e destinate a non lasciare il segno), mentre Bianca Balti preferiamo ricordarla come la simpatica Beatrice dantesca dello spot di una nota marca di telefonia mobile... 
BISIO E I BIG - Alla fine della fiera, la performance più riuscita è stata quella meno attesa: Claudio Bisio  ha... fregato tutti, partendo in sordina con un dimesso sketch sui personaggi Disney, che in realtà serviva solo a introdurre un monologo politico parso, per certi versi, più ficcante e più geniale di quello di Crozza: già, perché di questi tempi attaccare l'elettorato più degli... eletti è quantomai coraggioso e impopolare, anche se non sono mancate le stilettate, raffinate e indirette, ai politicanti d'oggidì. Tornando infine alla gara, nessun picco particolare nelle esibizioni degli artisti: impeccabili comunque le prestazioni di Mengoni, Modà, Malika, Gualazzi e di un'Annalisa che ha una voce da tenere in assoluta considerazione, più convincente, relativamente a queste cinque serate, di quella dell'attesa Chiara, che non ha deluso ma non è andata al di là di un discreto standard esecutivo. 
In crescendo rispetto alle prime sere Marta sui Tubi, Raiz degli Almamegretta non ha fornito una resa vocale all'altezza della situazione, sono parsi sottotono anche Simona Molinari e Max Gazzè, il quale ha cercato il riscatto con qualche effetto scenico (del tutto dimenticabile la lente a contatto stile Marilyn Manson, più riuscita la "direzione d'orchestra" del pubblico dell'Ariston, effettuata salendo sulla poltrona di prima fila occupata da Frizzi). Infine, gli Elii: grande lavoro di costumisti e truccatori, impatto delle maschere da "obesi" di primo acchito esilarante, ma, ripensandoci, prendere di mira un problema fisico nel Festival delle pari dignità e delle pari opportunità non è stata, forse, una trovata felicissima. 

2 commenti:

  1. a conti fatti, sono d'accordo quasi in toto con te Carlo. Ci siamo confrontati più volte sui pezzi, ormai so come la pensi e io mi associo, in quanto canzoni memorabili non ce ne sono e non ne rimarranno da qui ai prossimi anni. Nel contesto è stato un buon festival ma si è azzardato troppo, mancano i brani da cantare a perdifiato, manca quel quid... dai, quando abbiamo sentito per la prima volta brani come "Perdere l'amore", "Se stiamo insieme", "Come saprei" o "Pensa" subito siamo sobbalzati dalle sedie.. da troppo tempo mancano canzoni di simile presa. Nemmeno i Modà e Mengoni hanno proposto brani di tale forza. Non hanno sfigurato ma nemmeno fatto gridare al miracolo o suscitato stupore.. a presto, ora torniamo a parlare di cose serie come il calcio... :-) oooh!!! ps in ogni caso, complimenti per il Genoa, davvero un mercato di gennaio che sta dando frutti... quando ce vò, ce vò

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    1. Oggi un po' fortunati nel finale, ma compensa i pali presi domenica scorsa a Parma... Lo si è detto e stradetto, sono mancati l'easy listening e comunque i pezzi ad impatto immediato. Per questo continuo ad essere convinto che il confronto col 2012 sia tutto sommato a svantaggio di questo festival faziano che, benché vincente come spettacolo, sul piano della scelta del cast dei concorrenti ha voluto, lo ribadisco, strizzare troppo l'occhio a certi critici che, come hai rilevato su Facebook, sono gli stessi da trenta / quarant'anni...

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