venerdì 5 luglio 2013

LE MIE RECENSIONI: "THE BAY"


Se c'è una cosa che trovo irritante, nelle strategie di marketing che dominano il mondo dello showbiz, è l'abbarbicarsi a un filone baciato dal successo spolpandolo fino all'osso, ripetendone all'infinito e pedissequamente gli schemi e gli elementi narrativi fino a... esaurimento della pazienza del pubblico, mandando in vacanza la creatività. E' accaduto, nella tv italiana, con i "reality - sopravvivenza", Isole, Fattorie e Talpe assortite, e la storia si sta ripetendo ora con i talent culinari. Nel cinema, siamo ormai da anni prigionieri del filone "mockumentary", cioè il falso documentario, che nell'horror trova un terreno di applicazione particolarmente fertile. Non fa eccezione "The bay", ultima opera del pluridecorato regista Barry Levinson. 
Nulla di particolarmente originale, per un prodotto che si inserisce a pieno titolo nel genere "animali assassini - virus mortali". Nel caso specifico, la serenità di una tranquilla cittadina americana viene totalmente sconvolta dalla comparsa di un parassita che, nel giro di poche ore, stermina letteralmente la popolazione. Tale parassita proviene dalle acque della vicina baia, nelle quali sono stati sversati per anni escrementi di polli d'allevamento nutriti con sostanze chimiche che acceleravano la crescita di codesti animali. Tali materiali di scarto hanno ovviamente provocato un inquinamento elevatissimo della baia, la cui prima conseguenza è una mutazione genetica di un parassita, che assume dimensioni enormi, si moltiplica a velocità supersonica e diventa vorace di carni umane: in particolare, penetra all'interno dell'organismo degli abitanti del posto e li divora da dentro, mostrandosi, si noti il tocco splatter, particolarmente ghiotto di.... lingue. 
A cavallo fra thriller e orrore, dunque, ma senza slanci particolari, nonostante la firma prestigiosa. E ad appesantire il tutto, lo si diceva, lo stile da falso documentario, una sorta di "Supervero tv" fuori tempo massimo, una sovrabbondanza di riprese finto - amatoriali, di telecamerine portatili e via dicendo. Ogni fase del dramma  raccontato è stata ripresa con queste modalità: passi per le immagini d'archivio girate da Donna Thompson, protagonista e voce narrante a posteriori, giovane giornalista - stagista che nelle ore della diffusione dell'epidemia mortale si trovava in giro per la cittadina assieme al suo operatore, col compito di realizzare un reportage sui festeggiamenti per il Giorno dell'Indipendenza; però a guardare questo film sembra che vi fossero videocamere ovunque: all'interno delle automobili, nelle stradine più sperdute, nelle piazze, nel porto, e tutte naturalmente collocate in posizione ideale per dettagliare ogni singolo episodio del dramma che si stava consumando... Manco ci si trovasse in una metropoli zeppa di aziende, uffici, palazzi del potere, ove, si sa, le telecamere di sorveglianza abbondano! 
Insomma, quando si esagera coi toni da "reality - documentario" l'effetto che si ottiene può toccare vette involontariamente comiche: comicità che, in un film costruito con ben altri intenti, non può che essere l'anticamera della  delusione. Delusione che si concretizza appieno nella soluzione finale della lotta al parassita assassino: di una banalità sconcertante, tale da far "implodere" il film; alla stessa maniera, non vengono fornite spiegazioni plausibili sul perché alcuni dei personaggi, pur avendo bevuto l'acqua inquinata della baia, non vengano contaminati dall'epidemia. E tenderei a non sopravvalutare neppure i pallidi intenti ambientalisti dell'opera: è vero, si parla di inquinamento, si vuole mettere in guardia sulle conseguenze che esso può avere in primis sul mondo in cui viviamo e poi sulla salute dell'essere umano. Ma ci si ferma qui, all'esposizione cruenta dei corpi dilaniati dal parassita un po' troppo cresciuto, di frattaglie che fuoriescono da toraci e addomi: e, parere personale, non è certo seminando terrore che si mette in guardia la popolazione del pianeta sui rischi derivanti dalle offese che si portano all'ambiente. Certo, per veicolare messaggi costruttivi ci sono i documentari, quelli veri, ci sono le istituzioni e le associazioni che di queste problematiche si occupano: vero ma fino a un certo punto, perché se anche il cinema decide di fiondarsi sulla tematica, è bene che cerchi di svilupparla in maniera un tantino più articolata, se non proprio in senso divulgativo - educativo. Nel caso di "The bay", sembra solo un espediente per dare la stura ai più triti stilemi horror, per terrorizzare il pubblico e adempiere così perfettamente alla mission di un banale film di genere. Tutto ok, ma non parliamo di impegno, per favore. 


2 commenti:

  1. hai pestato giù duro, amico.. mi sa che NON lo guarderò :-)

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    1. Sì, in effetti ho intinto la penna nel curaro, come si diceva dei critici di un tempo...

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