mercoledì 10 luglio 2013

SETTE ANNI FA IN CIMA AL MONDO: RICORDIAMO IL TRIONFO AZZURRO DEL 2006


Sono già passati sette anni, questa è la vera notizia. Il 9 luglio del 2006, l'Italia del calcio tornava sul tetto del mondo, battendo la Francia ai rigori nella finale di Berlino. Mai come in questo caso è giusto dire: "Sembra ieri". Piccola digressione personale: estate 1989, erano trascorsi proprio sette anni dal nostro precedente trionfo iridato, quello del 1982, eppure a me, quindicenne che già attendeva con ansia il rito del Mondiale italiano di dodici mesi dopo, pareva un'eternità, un passato lontanissimo, quasi... preistoria. Sarà stato perché, e lo avevo già raccontato qui sul blog in occasione del trentennale dell'epopea azzurra in Spagna, ai tempi del successo della "banda Bearzot" ero ancora piccolo, avevo altri interessi, e al calcio non ci pensavo se non in minima parte. 
FREDDEZZA RIEVOCATIVA - L'impresa in terra tedesca mi appartiene invece in toto: l'ho vissuta con piena consapevolezza, minuto per minuto, da grandissimo appassionato di pallone e tifoso della Nazionale. Gli eroi di Berlino sono gli eroi azzurri della mia generazione, quella nata negli anni Settanta e che nel 1982 era ancora troppo imberbe per potersi godere appieno le gesta di Pablito Rossi e compagni. Per questo trovo un po' fastidioso il fatto che il quarto titolo mondiale del calcio italiano non sia stato ancora adeguatamente mitizzato, come invece accadde in tempi record per la "terza stella". Non credo che la causa sia la differenza fra le strade percorse nei due casi per giungere alla conquista della Coppa più bella: perché, è lapalissiano e del resto la storia lo dimostra, non sempre, anzi quasi mai, si può vincere un Mondiale battendo i due colossi del calcio sudamericano (Argentina e Brasile) e la massima potenza europea (Germania Ovest), e cionondimeno, ne parlerò fra breve, non è che il cammino verso il titolo della compagine di Lippi sia stato disseminato di petali di rose. 
IL CALCIOSCOMMESSE PRIMA DI CALCIOPOLI - Altri, per motivare la freddezza che in questi anni ha accompagnato la scarse rievocazioni dell'impresa del 2006, sostengono che il contesto in cui maturò fu quello di un football già inquinato dagli aspetti più deteriori della contemporaneità: si era in piena Calciopoli, questo è indubitabile, ma forse in molti dimenticano che il successo del 1982 giunse due anni dopo il  più grave scandalo (a quel momento) della storia del nostro movimento calcistico, quello delle scommesse clandestine e delle partite truccate che portò alla retrocessione in B di club di primissimo piano come Milan e Lazio, e a prolungate squalifiche per campioni assoluti come Albertosi, Savoldi, Giordano e soprattutto Paolo Rossi, sì, proprio quel Pablito che ritornò in campo, dopo aver scontato la "pena", proprio alla vigilia dei Mondiali spagnoli e che, dopo un breve ma sofferto rodaggio a suon di prestazioni modestissime, esplose e trascinò a suon di gol la squadra verso l'apoteosi del Bernabeu. Questo per dire che non è che nell'82 si vivesse in un calcio pulito ed esemplare: ogni epoca ha i suoi scheletri nell'armadio. 
IL CLUB ITALIA NON UNISCE PIU' - Forse alla base c'è dell'altro: in questi anni Duemila, rispetto agli Ottanta, campanilismo e divisioni fra tifoserie si sono radicalizzate, fino ad attingere vette di odio, livore e acredine che hanno depotenziato il valore della Nazionale come elemento di unità, come totem capace di far superare le rivalità locali, al punto che al giorno d'oggi, girando per il web, non è difficile incontrare tifosi che dicono di non avere alcun interesse per il Club Italia e, addirittura, di tifare contro gli azzurri. Roba che nel 1982 sarebbe stata inimmaginabile.
Un peccato (e un assurdo), ma resto convinto che, presto o tardi, si arriverà alla adeguata valorizzazione della vittoria di sette anni fa. Vittoria importantissima perché spezzò un digiuno di ventiquattro anni, inaccettabile per un calcio di grandissime tradizioni come il nostro. Vittoria analoga a quella spagnola perché prese forma in un clima di accerchiamento mediatico per via delle citate vicende giudiziarie, e che portò il Club Italia a fare blocco e a cementarsi graniticamente, all'insegna di quel "noi azzurri contro tutti" che, i precedenti lo insegnano, è sempre stato foriero di ottimi risultati agonistici. In più, l'ulteriore stimolo (del quale quei ragazzi avrebbero fatto volentieri a meno) rappresentato dal voler lottare per un ex compagno di squadra che, in Italia, stava vivendo un autentico e straziante dramma umano, e che per lunghi giorni rimase in bilico tra la vita e la morte: Gianluca Pessotto.
IL PERCORSO VERSO LA GLORIA - Sul piano più squisitamente calcistico, chi, ancora oggi, sostiene che quella vittoria fu immeritata e fortunata, ottenuta praticando un calcio brutto e povero, semplicemente mente sapendo di mentire. Perché è vero che il football è la più opinabile fra le materie di discussione, ma a tutto c'è un limite. L'Italia di Lippi giunse fra le prime quattro giocando tre buonissimi match contro Ghana, Repubblica Ceca e Ucraina. Deluse contro gli Stati Uniti alla seconda uscita (pareggiata comunque solo a causa di un autogol di Zaccardo), mentre l'ottavo contro l'Australia merita una trattazione a parte: c'è chi ancora oggi straparla di lezione di gioco impartita da Hiddink ai nostri, in realtà con un minimo di precisione in più sotto porta da parte di Toni e Gilardino si poteva andare all'intervallo con un rassicurante 2 a 0... Nella ripresa l'espulsione (esagerata) di Materazzi ci complicò le cose, ma i rischi furono limitati e i pochi pericoli impeccabilmente sventati da Buffon. Pur in una situazione di difficoltà per via dell'inferiorità numerica, nel finale fu ancora l'Italia a sprecare malamente un'occasionissima con Iaquinta, prima che l'affondo di Grosso venisse premiato con un generoso rigore trasformato da Totti a fil di sirena.

                                Fabio Grosso, inatteso protagonista del trionfo del 2006

CAPOLAVORO COI TEDESCHI, SOFFERENZA CON LA FRANCIA - Il capolavoro fu compiuto in semifinale, a Dortmund, nella tana della giovane e rampante Germania di Klinsmann, che pareva predestinata all'atto conclusivo. Con una prova eccezionale sul piano agonistico e pressoché perfetta su quello tattico, con personalità da compagine di autentica caratura internazionale, i nostri prima arginarono con efficacia le sfuriate teutoniche e poi esplosero nei supplementari, sfiorando ripetutamente il gol e trovando infine l'uno - due da leggenda giusto in chiusura, con le perle di Grosso e Del Piero. Un match che resterà nel libro d'oro del calcio azzurro, più della finale coi francesi.
Come andarono le cose, all'Olympiastadion berlinese? Un buonissimo primo tempo dei nostri, che reagirono brillantemente al fulmineo vantaggio siglato da Zidane su penalty e, dopo il pari di Materazzi, ebbero ancora qualche buona opportunità di passare; secondo tempo e primo supplementare in sofferenza contro avversari fisicamente più brillanti, poi gara di nuovo in equilibrio fino ai rigori, la consueta lotteria che altre volte ci aveva detto male e che invece quella volta girò dalla nostra parte, con una serie di trasformazioni impeccabili (l'ultima quella di Grosso, inatteso eroe della spedizione in terra tedesca) che fecero giustizia di un lungo digiuno e di tante occasioni ingiustamente mancate in diversi Mondiali ed Europei precedenti, l'ultima sei anni prima in Olanda proprio contro i francesi, che ci strapparono il sogno continentale all'ultimo secondo di recupero del secondo tempo, dopo essere stati per larghi tratti dominati. 
Tornando alla difficoltà della strada compiuta per giungere al titolo, per l'Italia di Lippi senz'altro più facile la fase intermedia rispetto a quella della banda Bearzot dell'82 (Australia  e Ucraina da una parte, Argentina e Brasile dall'altra...), più difficile invece il girone iniziale: il Ghana era, con la Costa d'Avorio di Drogba, la miglior rappresentante del vivace calcio africano, e non a caso superò il turno; Gli Usa erano reduci da un eccellente Mondiale 2002, la Repubblica Ceca era all'epoca una delle più valide espressioni del calcio del Vecchio Continente, e due anni prima avrebbe potuto vincere Euro 2004 se non si fosse imbattuta nell'incredibile Grecia.
ALLENATORI IN FASCE - E' di pochi giorni fa la notizia che alcuni degli eroi di Germania 2006 hanno superato il corso di Coverciano per il patentino da allenatori di Prima Categoria: due di loro, Zambrotta e Grosso, addirittura con lode. Il fatto offre però un altro spunto di riflessione: questi campioni stanno passando dal campo alla panchina quasi in silenzio, come anche Perrotta, pedina tatticamente fondamentale di quell'Italia, che ha annunciato con discrezione a fine giugno il suo ritiro dalle scene. Ben altri tributi vennero riservati ai protagonisti dell'impresa spagnola: ricordo l'Olimpico di Roma gremito all'inverosimile per la partita d'addio di Bruno Conti, ricordo giornali e tv che sguinzagliarono i loro inviati per seguire le ultime gesta agonistiche in terra svizzera di Tardelli e Antognoni... 
I PROTAGONISTI - Un peccato, ripeto, ma comunque nulla che possa scalfire il valore storico e calcistico di quel successo di sette anni fa, ottenuto magari senza eccezionali luminarie di gioco, ma con una compagine solida ed equilibrata, che subì solo due reti (un autogol e un rigore) e ne realizzò dodici, mandando a segno ben dieci (!) elementi diversi, una autentica cooperativa del gol che farebbe la gioia di qualsiasi allenatore. Un successo che consegnò Buffon alla leggenda come uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, che esaltò la rocciosità difensiva di Cannavaro e Materazzi, la continuità e i piedi buoni di Zambrotta, la grinta, i polmoni (ma anche il senso tattico, ebbene sì) di Gattuso, il genio calcistico lampeggiante di Pirlo e la verve e il coraggio di Fabio Grosso, il simbolo più autentico e genuino di quell'impresa: il suo sinistro vincente che trafisse la Germania rimane una delle emozioni calcistiche più intense che abbia mai provato, e non finirò mai di ringraziarlo per questo.

4 commenti:

  1. Bellissimo articolo!
    Penso che per me la situazione sia quasi analoga vista la mia età ai tempi del mondiale in Germania.
    Più ci penso e più mi rendo conto che è stato un cammino davvero esaltante, ricordo come la finale e la vittoria finale sembravano allo stesso tempo un'utopia e qualcosa in cui credere e sperare tacitamente.
    La semifinale e la finale poi... La partita con la Germania penso si stata quella giocata meglio dagli azzurri, se consideriamo il potenziale degli avversari.
    Ironicamente penso sia stata una spedizione alquanto stancante, visto il notevole calo di rendimento di una parte di quei ragazzi negli anni successivi (Grosso e Zambrotta su tutti credo).

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    1. Grazie mille, Alessandro! Beh, sai, riguardo al calo di rendimento (in realtà parziale, visto che poi quella squadra, con poche modifiche, dopo una falsa partenza fece un'ottima campagna di qualificazione a Euro 2008), va detto che si trattava di un gruppo con diversi giocatori all'ultima grande occasione internazionale, tanto che, prima di quel Mondiale, molti critici l'avevano già ribattezzata come la generazione dei grandi incompiuti, gente come Cannavaro, Totti e Del Piero che era sempre parsa in grado di vincere qualcosa per poi mancare sistematicamente gli appuntamenti con la storia. Riguardo a Grosso, fu uno di quei giocatori che, nell'ambito di carriere buone ma non eccezionali, toccano l'apice proprio in occasione di una grande manifestazione, per poi ritornare nei ranghi.

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    2. mi associo alle vostre considerazioni. IL MONDIALE DEL 1982 l'ho recuperato poi, a livello di rivisitazione storica.. in realtà ho molto più vivide le emozioni di mio zio Claudio, che viveva con me, all'epoca quindicenne. La partita col brasile poi! Detto dello straordinario exploit della squadra di Lippi, ammetto però che i Mondiali che mi porterò sempre nel cuore, al di là degli esiti, sono quelli sfortunati del 90 e del 94, i primi giocati col piglio della più forte... i secondi a condizioni proibitive ma falcidiati dai maledetti erori dal dischetto dei nostri migliori interpreti, ma filosofeggiando allegramente, il calcio è bello anche per questo

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    3. Mah, io sono un 1965, e quindi è chiaro che per me il mondiale vinto a 17 anni ha un altro sapore si uno che si vince a 41, specie a livello di intensità emotiva. Non mi permetto di dissacrare quella che comunque fu una grande impresa, ma è proprio il quadro di quei giorni che mi disgustò a tal punto da non farmi apprezzare appieno il risultato sportivo, cosa che avrebbe dovuto invece gratificarmi considerato che in quella finale c'erano 8 giocatori su 11 della Juventus (e per chi non se lo ricorda e ci dà dei ladri che vincevano solo rubando ricordo che gli altri 3 erano tre broccacci come Nedved, Emerson ed Ibrahimovic......). Ricordo il tiro al piccione su Lippi, sui giocatori della Juventus, ricordo i tatzebao sui quotidiani con politici, attori, pennivendoli ed altra feccia vomitare sentenze pretendendo "la cacciata di Lippi ed il ritiro della Nazionale". Salvo poi salire sul carro dei vincitori, l'allora ministro Melandri in pole position ed il "sinistroso che soffre" Amendola in seconda posizione, e ritrovarsi ad esultare in piazza in quella ridicola sceneggiata con Cannavaro a dedicare a Pessotto la vittoria e gli "italiani" a fischiare. No no, molto meglio ricordarsi di avere spianato sul campo Maradona e Falcao, Passarella e Zico, Diaz e Socrates, Boniek e Rummenigge, anche perchè a raccontare quel mondiale c'erano Gianni Brera, Giovanni Arpino e Mario Soldati, fenomeni al confronto dei quali i penosi giornalisti di oggi spariscono.

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