venerdì 21 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014, LA TERZA SERATA: SORPRESA, LE CANZONI CI SONO E NON SONO NIENTE MALE...

                                         Francesco Renga è scattato subito in testa

La sapete una cosa? Non è poi malaccio, questo Sanremo numero 64. Il riferimento è alla proposta musicale offerta dalla rassegna, perché dello show si è già detto quasi tutto nei giorni scorsi. Certo, ci sono stati (e ci mancava pure) degli aggiustamenti in corsa, il ritmo si è un po' innalzato, i cantanti e la gara hanno riconquistato un minimo di centralità, che peraltro al Festival un tempo era cosa scontata, anzi doverosa. Però i limiti rimangono, e, come previsto nel post di ieri, i telespettatori fuggiti dopo la quasi insopportabile prima serata non sono tornati, e forse, forse, ricompariranno giusto in tempo per la finalissima. Un solo concetto: che un direttore artistico - presentatore voglia lasciare la propria impronta, il proprio credo artistico su Sanremo allorquando viene chiamato a gestirlo, è sacrosanto: ma lasciarvi un'impronta non vuol dire plasmarlo totalmente a propria immagine e somiglianza, fin quasi a stravolgerlo. 
SANREMO O "CHE TEMPO CHE FA"? - Questo Festival sembra una succursale in scala ridotta di "Che tempo che fa": per la scelta fin troppo elitaria e fuori contesto di certi ospiti, e per la presenza di volti già inflazionatissimi nel contenitore di Rai Tre: dopo esserci sorbiti, nel vernissage di martedì, la solita tirata retorica di Gramellini, ieri c'è stata la comparsata dell'esperto d'arte Flavio Caroli. Bravissimo, per carità, ma non è questo il punto: nel calcio si criticano, giustamente, quegli allenatori che, quando cambiano squadra, si portano costantemente dietro alcuni giocatori "fedelissimi", quasi non riuscissero a ripartire da zero senza il loro fondamentale sostegno in campo e nello spogliatoio: per questo vezzo, sono considerati trainer non completi. Ecco, Fazio si comporta alla stessa maniera, mentre un vero grande, un fuoriclasse autentico del piccolo schermo dovrebbe saper modellare l'evento Sanremo anche senza certi appigli. 
IL VERO INIZIO DEL FESTIVAL - E allora, parliamo di musica. Come detto in apertura, lo possiamo fare finalmente in maniera più dettagliata. Nel Sanremo versione Fazio - Pagani, la terza serata rappresenta il vero inizio della kermesse: le prime due, l'ho scritto più volte, non sono altro che una coda della fase di selezione delle canzoni, che viene così democraticamente affidata al pubblico del televoto: una coda superflua, perché il format dei due brani per artista non ha sfondato, non emoziona, toglie fascino alla gara, rende tutto più annacquato. Quando invece i Big possono scendere in campo tutti insieme, proponendo finalmente la sola composizione veramente in concorso, la resa spettacolare è del tutto diversa, e si riesce ad avere una panoramica più completa del livello qualitativo delle opere. 
RENGA IN POLE, MA... - Livello che, si diceva, non è affatto malvagio. Rimane inspiegabile la distribuzione dei Campioni fra le prime due sere, con le proposte più complesse (alcune delle quali, lo diciamo sottovoce, tutt'altro che eccezionali) concentrate nel gala d'apertura, e anche questo ha contribuito alla "fuga del telespettatore". Comunque: che Renga balzasse da subito in testa era prevedibile, e non solo per il curriculum e la presenza scenica: "Vivendo adesso" è un brano assolutamente in linea con gli standard  del pop più contemporaneo, ha una costruzione non banale, e la griffe di lusso di Elisa si sente tutta; se ha un limite, il pezzo, è quello di limitare un tantino la potenza vocale dell'ex Timoria, che però riesce comunque a dispiegarsi notevolmente. Siamo più o meno sui livelli di "L'essenziale", la trionfatrice dell'anno scorso (a proposito, stasera Mengoni torna per un omaggio a Sergio Endrigo), che era forse un po' più immediata. Il vincitore del 2013, tuttavia, alla lunga ebbe come unici, veri ostacoli gli Elio e le Storie tese della "Canzone mononota"; questa volta, invece, per Renga nulla è scontato: sarà almeno una lotta a cinque, con Arisa, Rubino, Gualazzi e la sorpresissima Perturbazione. 
TORMENTONI - Di Arisa si era detto: il brano "Controvento" è costruito con mestiere, senza grandi novità, senza strafare, ma è orecchiabilissimo e ha tutti gli elementi che si richiedono al classico "pezzo festivaliero". Rubino, come previsto, si candida a "scheggia impazzita" della classifica finale: la sua incalzante ed energica "Ora" ha le stimmate del tormentone, caratteristica che l'accomuna ad almeno altre tre canzoni della categoria, che come media non è male, per un Festival di Sanremo: "Pedala" di Frankie Hi-NRG, al momento relegato in coda, "Bagnati dal sole" di Noemi, stranamente penalizzata in sede di votazioni sms ma, lo ribadiamo, sicura candidata a posti di rilievo negli airplay radiofonici e nelle classifiche dei download, e "L'unica" dei Perturbazione, ficcatasi in testa fin dal primo ascolto, il che, per la musica leggera talvolta troppo complessa d'oggidì, è sicuramente un merito. La band piemontese, oltretutto, ha conquistato un quarto posto provvisorio che ha dell'incredibile, vista la relativa popolarità presso il grande pubblico: una posizione da cui sabato, col sostegno della giuria di qualità, potrebbe addirittura tentare un colpaccio in stile Avion Travel 2000 (ma con maggior merito). 

                                    Convince l'accoppiata Gualazzi - Bloody beetroots

LA NUOVA FERRERI - La giuria di qualità farà sicuramente salire anche Gualazzi e The Bloody beetroots: al secondo ascolto di "Liberi o no", si apprezza maggiormente l'insolita fusion fra il soffuso jazz di Raphael e l'elaborata discomusic del bizzarro "uomo mascherato". Nei miei voti è anche un recupero di terreno da parte di Riccardo Sinigallia, la cui "Prima di andare via" è canzone raffinata, costruita su uno splendido tappeto di chitarre, per un insieme di notevole impatto. "Nel tuo sorriso" di Sarcina è un pezzo in stile sanremese vestito con un abito moderno, mentre Giusy Ferreri riscuote discreti consensi in questa nuova veste soft melodica, per un "Ti porto a cena con me" che mi pare più convincente nella strofa che nel refrain. Coinvolgente il folk di Ron, tuttavia in certe sonorità non del tutto estraneo al suo repertorio standard, mentre le proposte di De André e, soprattutto, Antonella Ruggiero si confermano le più ostiche: la sensazione è che l'ex Matia Bazar, questa volta, in "Da lontano" stia un po' esagerando coi virtuosismi vocali, ma la sua canzone è se non altro sostenuta da un arrangiamento ricco e coinvolgente. Infine, Giuliano Palma: il pezzo della Zilli, per quanto non brilli per originalità (anzi), gli calza a pennello: nessun altro artista italiano potrebbe interpretare meglio lo stile della cantante piacentina. 
GIOVANI, BELLA GARA - Questa sera, si annuncia di gran livello la gara fra le quattro Nuove proposte superstiti: ieri The Niro, nonostante una prestazione vocale non all'altezza dei suoi mezzi, è riuscito a varcare la soglia della semifinale, e per un favorito della vigilia non è mai facile tener fede ai pronostici. La finalissima propone quasi il meglio, eccezion fatta per Filippo Graziani, vittima, l'altroieri, non tanto di una performance leggermente sottotono, quanto dell'essere stato infilato in un "girone di ferro" con gli ottimi Diodato e Zibba. Nel secondo gruppo, invece, c'era un posto già occupato da Rocco Hunt, che si prevedeva spinto in massa dai televotanti ma il cui rap ha scarsissimo spessore, in particolare per il testo banale e retorico: sul palco dell'Ariston non ci doveva nemmeno arrivare, ma tant'è. 
ARBORE COME ARMSTRONG - Riguardo al contorno, alle "sovrastrutture" della terza serata, il meglio l'ha offerto Renzo Arbore, che tuttavia ad un certo punto pareva voler replicare il Louis Armstrong dell'edizione 1968: cioè non voleva più andarsene dal palco, pronto ad imbastire una sorta di "live in Sanremo". Certo, ai tempi di Satchmo i tempi televisivi erano ancor più ristretti e rigorosi, ma anche ieri Fazio ha sudato freddo, perché l'intervento del brillantissimo showman ha causato un forte slittamento della scaletta, costringendo i presentatori a stringere oltremodo i tempi nelle fasi successive: altro difetto dei conduttori d'oggi, non avere consapevolezza dei tempi e dei ritmi di trasmissione, dilungandosi troppo prima per correre a perdifiato dopo. 
Arbore è stato comunque il più convincente degli ospiti esibitisi finora; bene la Littizzetto nel suo monologo sulla bellezza (anche se non mi ha convinto del tutto il generico riferimento finale ai cartoni animati come "cattivo esempio" per i bambini: già che se ne parla, bisognerebbe allora capire a quali cartoni ci si riferisce di preciso, perché alcuni possono essere davvero educativi, e molto). L'improvvisato flashmob (mascherato da seconda imprevista interruzione, dopo quella degli operai napoletani) del folto gruppo di Shai Fishman, che a cappella ha accennato a diversi classici della musica mondiale, è stato il momento più "frizzantino" della terza serata, mentre per Luca Parmitano vale quanto detto in apertura sullo stile "faziano" di questa edizione: intervento sentito, intenso, persino poetico, ma cosa c'entra col Festivalone? No, non è una posizione da "talebano sanremese", la mia: sono aperto, anzi apertissimo, a ogni tentativo di svecchiamento dell'evento, ma rimango del parere che la modernizzazione di Sanremo debba passare attraverso altre strade, più in linea con la mission originaria della manifestazione ligure. 

3 commenti:

  1. mi è piaciuta come sempre la tua disamina Carlo, nonostante qualche normale giudizio diverso dal mio, mai forse come quest'anno.. ma è sempre bello confrontarsi con chi ne capisce ed è un appassionato vero della storia del Festival.. lasciami solo precisare che i grandi Perturbazione figurano al momento addirittura QUARTI, non quinti! :-)

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  2. Grazie della segnalazione... Te pareva che non sbagliavo qualcosa: ieri ho storpiato il titolo del pezzo di Noemi e me ne sono accorto a notte fonda. Eh, quando si scrive di fretta...

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