domenica 15 febbraio 2015

SANREMO 2015, CRONACA DI UN TRIONFO ANNUNCIATO: VINCE IL VOLO IN UN FESTIVAL IN SALSA ANNI OTTANTA


Sanremo 2015 è stato un Festival in versione anni Ottanta, lo si è detto più volte. E' stato tale nello spirito, nella linea musicale, nello stile di conduzione. Quasi inevitabile, dunque, che lo fosse anche nella assoluta prevedibilità del verdetto finale. Già: proprio come in quella decade controversa, punteggiata da trionfi annunciatissimi sul palco dell'Ariston (dal Fogli dell'82 al trio Morandi - Ruggeri - Tozzi dell'87, per citare i due esempi più eclatanti), ieri sera il rituale della proclamazione dei vincitori ha alfine snocciolato il nome di gran lunga più gettonato, quello del Volo, la cui rincorsa verso la medaglia d'oro, partita già un minuto dopo l'annuncio del cast in dicembre, ha preso via via consistenza e incontrato strada facendo la crescente benevolenza di pubblico e critica, soprattutto dei media generalisti che hanno tirato la volata ai tre ex bambini prodigio sposandone la causa, a partire dalle celebrazioni della loro performance al concerto natalizio in Senato, davanti all'allora Presidente della Repubblica Napolitano. 
NEK A UN PASSO - Non che il pathos sia mancato, giusto in extremis. Il Volo ha prevalso col 39 per cento delle preferenze staccando Nek di soli quattro punti: decisivo, e anche questo era ampiamente in preventivo, l'incidenza del televoto, che ha spinto le tre creaturine di Antonella Clerici con un poderoso 56 per cento. E' un successo che non desta soverchie emozioni, ma che nemmeno fa scandalo, visto che "Grande amore" è pezzo assolutamente inserito nel solco della più pura tradizione rivierasca, ma con un arrangiamento comunque al passo coi tempi, di sicura presa, e sostenuto da una interpretazione oggettivamente mostruosa di questi ragazzi che del resto, se mietono successi intercontinentali, qualcosa varranno, a meno che all'estero non siano tutti rintronati e gli unici veri intenditori di musica leggera risiedano entro i confini del Bel (?) Paese; tutto ciò, al netto delle giuste considerazioni sul marchio "retrò" che si portano dietro, da non interpretare necessariamente in chiave negativa. Ma è tutta la classifica finale ad aver un suo senso compiuto, tale da non prestare il fianco a recriminazioni di sorta: qualche organo di stampa d'alto prestigio si è inventato, ieri sera, un Nek favorito, considerando quindi la sua medaglia d'argento una parziale delusione. Ovviamente le cose non stavano così, il buon Filippo è entrato nel novero dei papabili solo negli ultimi giorni, ma le sue reali quotazioni mai hanno avvicinato quelle del Volo: il secondo posto è anzi un risultato eccezionale, perché solitamente i pezzi a fortissimo impatto radiofonico ottengono fortuna e riconoscimenti quando il sipario del Festivalone si è già chiuso da giorni. 
CLASSIFICA LOGICA - Tutto o quasi, dicevamo, nella graduatoria conclusiva trova una sua logica: il terzo posto di Malika, partita lenta con un brano non immediato ma che si è lasciato scoprire, nella sua intima bellezza, passo dopo passo. Il quarto di Annalisa, che continua nel suo percorso di crescita e che ha servito con trasporto, intensità e professionalità la convincente composizione romantico - pop di Kekko Silvestre. E poi Masini sesto (poteva puntare al podio, ma la concorrenza era nutrita), Grignani che si è arrampicato fino all'ottavo, riuscendo a dare dignità a un pezzo che al debutto non aveva saputo valorizzare, complice una vocalità non all'altezza; ma anche il nono di Nina Zilli, con uno di quei magnifici virtuosismi musicali che da sempre, a Sanremo, rimangono intruppati nelle posizioni di centroclassifica. 
QUEI BRAVI RAGAZZI DEI NOVANTA - E' stato, tutto sommato, il Festival della riscossa di quella che io amo chiamare la "generazione di mezzo" della nostra canzone, i ragazzi nati e affermatisi negli anni Novanta. I nuovi veterani che hanno, si spera definitivamente, preso il posto di quelli spompatissimi dei Sessanta, già in larga parte fuori tempo vent'anni fa eppure tenuti artisticamente in vita, contro ogni logica discografica, fino ai Festival dell'altro ieri (Al Bano e Patty Pravo erano ancora in gara nel 2011, per dire). I Britti e i Grignani, i Raf e le Grandi, per tacere di Nek, si sono infine ripresi una ribalta che spettava loro di diritto, e, pur con diverse sfumature, l'hanno comunque onorata: chi rimanendo ostinatamente fedele a se stesso (su tutti Alex e Filippo), chi azzardando la svolta soft (Irene, che infatti ha faticato a far breccia), chi, come Raf, puntando su un classicone dolce e "sanvalentinesco" che non è giunto in tempo al cuore degli ascoltatori, ma che ha in fondo un suo perché, proseguendo il discorso intrapreso a inizio secolo con la più consistente "Infinito", e che non mancherà di far commuovere ed emozionare i suoi fans e, soprattutto, le sue fans. 
CANZONI DA FISCHIETTARE, MA ANCHE DA ASCOLTARE - Questo Sanremo numero 65 ha mostrato, a conti fatti, una proposta musicale di discreto pregio. Nulla davvero che faccia gridare al miracolo, ma un soddisfacente quantitativo di opere che hanno le potenzialità per farsi ricordare, quantomeno a medio termine. Sanremo della medietà, ma non in senso di... mediocritas: una rassegna da sette pieno, senza eccellenze ma anche senza obbrobri. L'orecchiabilità assoluta, quella da primo ascolto che è impresa difficilissima da mettere a segno, l'hanno centrata forse i soli Giovanni Caccamo e Nek, altri pezzi hanno avuto bisogno di ascolti più numerosi ma alla fine si sono imposti. Purtroppo, a Sanremo e dintorni domina da sempre il tormentone, un po' ottuso, della canzone che si deve per forza canticchiare il giorno dopo, sotto la doccia o facendosi la barba, per definirsi riuscita. Ma una canzone pop non è solo questo: è bello e giusto che ci siano brani "à la carte", pronti da fischiettare, ma c'è anche l'assoluta dignità di quelle composizioni che magari nessuno di noi canterebbe, e che però si fanno ascoltare volentieri. Al primo gruppo appartengono i già citati Caccamo e Nek, ma anche Masini, Annalisa, Moreno e il Volo; al secondo la Ayane, la Grandi e la Zilli: quando i pezzi di queste tre "prime donne" passeranno in radio, sarà sempre un piacere fermarsi qualche minuto a gustarli e ad apprezzarli.

                                                Annalisa: a un passo dal podio

GALA VINTAGE - Finalissima dal sapore vintage, come da linea editoriale impressa da Conti e dal suo staff di autori. Forse non è stato ricordato troppe volte in questi giorni, ma Sanremo 2015 è stato davvero il Festival del ritorno in primo piano della musica: già ampiamente esaltati nelle settimane scorse l'aumento del numero dei Big in lizza e la collocazione dei giovani in prime time, aggiungiamo qui che negli ultimi anni ci eravamo purtroppo abituati a serate conclusive spesso ridotte all'osso, quanto a numero di concorrenti. Se con Fazio si erano già fatti passi avanti (quattordici campioni in finale), dal 2009 al 2012 la gara del sabato aveva visto darsi battaglia appena dieci cantanti, con conseguenti salti mortali per riempire artificiosamente un gala che deve comunque occupare quattro ore di palinsesto.
ITALIANI IN GARA! - Ieri gli extra non sono comunque mancati: tanti ospiti come nei Festival più luccicanti. Di Sanremo 2015 si può dire che sia stata azzeccata la selezione delle vedettes internazionali, canore e non: Ed Sheeran è uno dei protagonisti della hit parade d'oggidì, e Will Smith (ieri con Margot Robbie) è un volto di Hollywood mai banale e sempre disponibile a fare spettacolo, al di là della mera promozione del film in uscita. I dubbi, casomai, sono aumentati sul versante degli italiani fuori concorso: se Ruggeri ha portato un poetico omaggio a Jannacci, Faletti e Gaber, scevro di retorica e malinconia, la performance di Gianni Nannini è stata obiettivamente di una mediocrità disarmante, con errori tecnici inconcepibili per una professionista di tale spessore: avesse sbagliato certi attacchi uno qualsiasi degli artisti in gara, sai i frizzi e i lazzi? Per quanto mi riguarda, il tormentone continua e continuerà, più martellante che mai: basta coi superospiti italiani, se vogliono venire, che vengano in gara, come ha fatto il buon Raf, uno che ha venduto milioni di dischi in giro per il mondo. 
RAI - MEDIASET, ZELIG UBER ALLES - Sanremo 2015 ha scritto un altro capitolo della pax televisiva Rai - Mediaset. Concorrenza berlusconiana quasi assente, come ormai da anni, e del resto conviene a tutti: perché ormai il cast dei cantanti rivieraschi è sempre più pieno di ragazzi di Amici (quest'anno la bravissima Annalisa, i Dear Jack, ma anche Nigiotti e Amara), ma non solo. Conti ha infatti attinto a piene mani da Zelig: i frizzanti Boilers ospiti fissi, e ieri, sorpresa in extremis a tarda ora, Marta e Gianluca, quelli dello "Speed date", protagonisti di uno sketch piacevolissimo, ben più di quello, tutto sommato banale, di Giorgio Panariello. Assieme a Virginia Raffaele e Luca & Paolo, hanno salvato il versante comico di un Sanremo che, per il resto, i sorrisi li ha strappati in altra maniera, ad esempio attraverso le estemporanee uscite della svampita Arisa. Ciò non significa che sia stato un Sanremo triste: le cupezze della ditta Fazio & Gramellini sono lontane, per fortuna. E' stato, semplicemente, un Festival centrato sulla musica, con poche variazioni sul tema. 
FESTIVAL IMMORTALE, VETRINA TV - Già, ma perché il Festival, verosimilmente, non morirà mai? Semplicemente, perché è vitale per la Rai tv. Lo si era già capito negli ultimi anni, ma chi in queste sere ha avuto la pazienza di guardare "tutto", non cambiando canale nemmeno durante gli intervalli, si sarà fatto un'idea ben chiara: il Sanremone è una fondamentale vetrina promozionale per una fetta consistente e importante del palinsesto dell'ente di Stato. Serve per promuovere fiction nuove di zecca ("Braccialetti rossi 2", "L'Oriana". "La freccia del sud" su Mennea), i nuovi spettacoli  ("Notti sul ghiaccio" e "The Voice"), persino film in prima visione ("Il principe abusivo", la settimana dopo l'ospitata all'Ariston di Siani), o a rilanciare prodotti interni un po' svalutati da una falsa partenza (l'improbabile "Forte forte forte").
Spot mandati a ripetizione per cinque sere, e passaggi anche all'interno del Festival stesso: quale trasmissione potrebbe mai sostituire una simile potenza di fuoco pubblicitario? Per tacere degli inserzionisti, che pagano felicemente fior di euro. Chiaro che il merito di questo colossale giro d'affari sia della manifestazione stessa, più in salute che mai, un caso da studiare: da 65 anni, pur fra alti e bassi, è sempre in testa alle preferenze del pubblico, non solo italiano. Mentre, televisivamente parlando, attorno a lei tutto muore o cambia, la rassegna ligure a volte si rinnova, più frequentemente ritrova le radici, a volte deborda verso lo show e altre ritrova la sua essenza canora, ma continua a tenere incollati davanti allo schermo milioni di telespettatori. Chi ne auspica la sparizione o il ridimensionamento vive, almeno per il momento, fuori dal mondo. 

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