mercoledì 17 giugno 2015

CLUB ITALIA: LA NAZIONALE CADE COL PORTOGALLO E CHIUDE UN'ANNATA GRIGIA. IL PROGETTO CONTE NON DECOLLA

                          Rugani: uno dei giovani che vogliamo vedere in azzurro da settembre

L'ultima "settimana azzurra" della stagione si chiude con un buco nell'acqua clamoroso, in quel di Ginevra. La sconfitta col Portogallo è più pesante di quanto non lasci intendere lo striminzito 0-1: pesante per i suoi risvolti pratici, che vedremo, e perché assurge, in fondo, ad emblema assai veritiero di un anno post Mundial che va in archivio con molte più ombre che luci. La gestione Conte, al tirar delle somme, non ha portato le scosse e la svolta auspicate dopo il disastro brasiliano, e del resto, a pensarci bene, era difficile che l'andazzo potesse cambiare in maniera radicale, visto che gli uomini a cui si è affidato l'ex trainer bianconero sono in larga parte gli stessi che innervavano il Club Italia targato Prandelli.
DAI FUOCHI D'ARTIFICIO AL GRIGIORE - L'inizio era stato assai promettente, con quel brillante galoppo in amichevole sull'Olanda (bronzo Mundial) e la convincente vittoria all'esordio europeo, in casa della Norvegia; e con Immobile e Zaza che, pur con i limiti dell'inesperienza e con ampi margini di miglioramento, sembravano poter costituire una credibile coppia d'attacco per la rinascita della nostra rappresentativa. Ahimè, la magia dell'aria nuova "contiana" si è presto dissolta: dopo, sono arrivati due successi striminziti sulle cenerentole Azerbaigian e Malta, mentre nelle ultime sei gare solo una volta i nostri prodi sono riusciti a portare a casa il bottino pieno, nell'amichevole pro alluvionati di Genova con l'Albania, roba del novembre scorso.
I numeri sono pietre, e dicono che l'Italia va in vacanza con tre vittorie e tre pareggi nel girone di qualificazione per il torneo continentale, il che significa secondo posto dietro la Croazia: fosse ancora in vigore la vecchia formula a sedici squadre per la fase finale dell'Euro, a questo punto saremmo a fortissimo rischio playoff. La débacle coi lusitani ha poi aggiunto la ciliegina sulla torta: la sconfitta, dedicata a chi continua pervicacemente a sostenere l'inutilità delle amichevoli, ci costa il posto di testa di serie nel sorteggio per le eliminatorie di Russia 2018: altra impresa alla rovescia, dopo quella che la decadente banda prandelliana aveva messo a segno nell'autunno 2013, il pari interno con l'Armenia (!) che ci privò di analogo privilegio in occasione della composizione dei gironi di Brasile 2014.
SI NAVIGA A VISTA - Insomma, un pianto, ma i dati di fatto sono questi, e non si può fare  a meno di rilevarli, anche in un blog come il mio che ha sempre cercato di salvare il salvabile nel cammino degli azzurri, dal 2011 a oggi. L'impressione, netta, è che da settembre a oggi si sia optato per la navigazione a vista, non gettando basi autenticamente concrete per un futuro più confortante. Per questo ho letto e ascoltato con sospetto la marea di elogi riversatasi sugli azzurri dopo il pari di Spalato, in seguito a una prestazione a tratti incoraggiante ma che ha prodotto, di fatto, solo un pari in rimonta e di rigore (il cucchiaio di Candreva), lasciando la situazione di classifica esattamente come era alla vigilia.
CENTROCAMPO OK ANCHE SENZA PIRLO - E' un'Italia ancora pateticamente attaccata ai suoi totem iridati del 2006: e se la cosa si può al limite accettare per Buffon, che dopo la paperissima nel match di andata con la Croazia si è riscattato con una stagione monstre (e punta giustamente a eguagliare lo Zoff quarantenne di Spagna '82), il fatto che le chiavi della manovra siano ancora affidate agli stanchi piedi di Pirlo non può non destare legittime perplessità, visto che il nuovo corso era stato avviato con l'auspicio di una maggiore apertura ai giovani del vivaio. Eppure proprio il centrocampo rappresenta una delle poche note liete di questa annata senza sorrisi: è il reparto che oggi, dopo dieci mesi di accurata selezione, offre al cittì la scelta più ampia e qualitativa, dalla fase di filtro a quella di rifinitura: Candreva è ormai un elemento di statura internazionale, così come Verratti, mentre Parolo, Bertolacci e Soriano hanno chiaramente i mezzi tecnici per poter fare assai più del poco che hanno mostrato nelle ultime due gare, e un posto per l'eclettico Florenzi lo si dovrà trovare ad ogni costo, così come sono pronti a dare un cospicuo contributo, a ridosso delle punte, anche i brillanti Bonaventura e Insigne, sol che gliene venga data la possibilità. Discorso a parte per Marchisio, che deve decidersi a riversare anche in azzurro la sostanza che ha messo nell'ultimo anno nell'impianto tattico juventino. 
E' TEMPO DI RUGANI E ROMAGNOLI... - I drammi sono dietro e davanti: in terza linea, per un elemento di ormai provata caratura "extra" come Bonucci e nell'attesa del rientro di Chiellini, siamo ancora a barcamenarci fra i tremori di Astori e Ranocchia: più affidabile il primo del secondo, ma stiamo comunque parlando di elementi che, nei tempi di vacche grasse del calcio azzurro, in rappresentativa mai avrebbero trovato cittadinanza; in particolare l'interista, dopo la sconfortante prova svizzera, a rigor di logica dovrebbe aver definitivamente chiuso con la Nazionale, e francamente non si comprendono le titubanze di Conte nel dare via libera a Rugani e Romagnoli, giovani rampanti e nettamente più dotati dei due citati. In avanti, invece, le alternative non mancano, ma nessuna combinazione fra i disponibili ha fornito la quadratura del cerchio: Immobile, Zaza e Pellè pungono troppo raramente, Gabbiadini ha avuto fin qui meno spazio di quello che avrebbe meritato, ma non è certo un super fromboliere (anche se la sua produttività sotto porta sta crescendo esponenzialmente), e senza uno che timbri regolarmente là davanti è dura emergere ad alti livelli. 
QUALCHE BUON LAMPO A SPALATO - Un cantiere aperto, questo siamo, ma la data di consegna lavori permane ignota, e il tempo a disposizione non è moltissimo. La critica si aggrappa ai pochi lampi che qua e là emergono da prestazioni spesso avvitate in un grigiore senza sbocchi: a Spalato l'Italia ha regalato fiammate di gioco incoraggianti, e prodotto una buona quantità di palle gol, dimostrando che il divario di classe con la Croazia non è così ampio come era apparso a San Siro l'anno scorso; El Shaarawy, prima di naufragare a Ginevra come gran parte dei compagni, era parso sulla strada buona per riappropriarsi delle antiche misure tecniche, saltando l'uomo e regalando spunti in quantità in attacco, ma fallendo anche una rete clamorosa (un'altra, però, gli è stata cancellata ingiustamente). Della disinvoltura di Candreva, ormai pienamente consapevole delle proprie potenzialità, ho già detto, mentre anche Darmian ha confermato di essere diventato una certezza per questa squadra, fascia destra o sinistra che sia. Ma siamo sempre punto e a capo, se il buon lavoro sulle corsie laterali e nella zona nevralgica viene vanificato da una difesa pasticciona e una prima linea sprecona. 
ERRORI E BLACK OUT - Con questi chiari di luna non si vince e non si raccoglie nulla: se a questo aggiungiamo i troppi errori di misura e di tocco, che rallentano o bloccano la costruzione della manovra e consentono agli avversari recuperi di palla spesso letali, il quadro è completo. E se venerdì scorso i nostri erano stati perlomeno più continui nel corso della gara, col Portogallo, dopo i primi venti minuti di discreta fattura, sono bruscamente calati per poi scomparire letteralmente una volta incassata la decisiva rete di Eder, salvo scuotersi in chiusura, quando hanno confezionato ben tre palle gol con Gabbiadini, Matri e Ranocchia. Prima, però, il buio assoluto o quasi: inaccettabile perché, pur con tutti i nostri difetti, questi lusitani, a maggior ragione gravati dall'assenza di Cristiano Ronaldo, non ci erano affatto superiori.
DA SETTEMBRE PIU' GIOVANI, PIU' GIOCO, PIU' CONCRETEZZA - Insomma, parliamoci chiaro: dopo un anno di piccolo cabotaggio, occorre qualcosa di più. E' positivo lo sperimentalismo tattico di un Conte non più legato mani e piedi alla difesa a tre, ma ora bisogna andare oltre, rompendo gli indugi e puntando con più decisione sui giovani delle ultime due covate Under 21 (sì, anche quella che domani inizia la sua avventura nell'Europeo di categoria): c'è ad esempio un Berardi che, reduce da una stagione più "matura", potrebbe togliere qualche castagna dal fuoco offensivo in cui questa Italia si dibatte, mentre Immobile, capocannoniere prima in B poi in A negli ultimi anni, non può certo aver esaurito improvvisamente le sue risorse di goleador. Da settembre ci aspettano quattro partite del tutto alla portata, di cui tre in casa con Malta, Bulgaria  e Norvegia (a cui aggiungere la trasferta in Azerbaigian). Chiedere dodici punti è davvero il minimo, pretendere più continuità d'azione e maggior concretezza è un dovere, altrimenti è inutile stare a parlare di competitività internazionale. Ed è anche inutile sollazzarsi coi pochi lampi di Spalato e con qualche quarto d'ora ben giocato, se poi non sappiamo neppure più cosa significhi esser testa di serie... 

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