venerdì 5 giugno 2015

WIND MUSIC AWARDS 2015: SERATA TROPPO LUNGA E PREVEDIBILE, MA IL POP ITALIANO E' VIVO (E A VOLTE ANCHE IN PLAYBACK...)


I Music Awards hanno recuperato la loro griffe storica (Wind) e il palcoscenico prediletto (l'Arena di Verona). Ma le novità dell'edizione 2015 si fermano qui. Scrivere per il quarto anno consecutivo di questa kermesse mi risulta difficile, terribilmente difficile, perché da recensire e commentare c'è ben poco: o, quantomeno, poco che non sia già stato detto in passato. L'evento è ormai cristallizzato in una sorta di immutabilità che non giova al suo appeal televisivo. Del resto, e lo si sa, si tratta di uno show istituzionale, nulla di diverso, nell'impostazione, dal Premio Regia televisiva o dalla poco rimpianta notte dei Telegatti (che il direttore di Sorrisi e Canzoni, Aldo Vitali, pare voglia far risorgere su nuove basi). Una interminabile sequela di premiazioni, con stucchevole contorno di convenevoli, di complimenti per i risultati di vendita ottenuti dai vari dischi, con domande sui progetti futuri, sui tour mondiali o interplanetari in procinto di partire, eccetera eccetera. Tutto legittimo, per carità: doveroso e necessario, in questi tempi di crisi, promozionare ove possibile l'attività dei nostri artisti, ma per dare brio, sprint, diciamo pure "senso" a una serata del genere ci vorrebbe qualcosa di più. 
Partiamo dal minutaggio: quattro ore, una diretta fiume, sono insostenibili, dal divano di casa, anche per il più acceso consumatore di musica pop. Quattro ore di passerella, di consegna di trofei, di ascolto di canzoni per lo più note e stranote, senza un brivido, un guizzo di imprevedibilità: è dura, veramente dura. La costruzione dello spettacolo è sbagliata, fin dalla concezione: un evento del genere, messo a ridosso della stagione estiva, potrebbe essere l'occasione ideale per il lancio di un bel gruzzolo di nuovissime, potenziali hit per i mesi vacanzieri. Invece, i WMA hanno sempre lo sguardo rivolto al passato: cantanti che presentano evergreen, brani onusti di gloria e di anni, i più "coraggiosi" azzardano la riproposizione di singoli presenti sul mercato ormai da diversi mesi. Poche, poche davvero le anteprime. 
NOTE GIA' SENTITE - Ecco dunque l'ennesimo medley di Gigi D'Alessio, i Modà con un pezzo intenso come "Tappeto di fragole", risalente però al 2011, Renga con "Il mio giorno più bello nel mondo" che impazzava nel 2014, idem per "Le parole perdute" di Fiorella Mannoia e per il curioso duo Arisa - Club Dogo in "Fragili". Più recenti ma non freschissime le proposte di Fedez - Noemi ("L'amore eternit"), Negrita ("Il gioco") e Ligabue ("C'è sempre una canzone"). Le vere primizie, a parte "Il tempo non sente ragione" di Ramazzotti, le abbiamo ascoltate a sera ormai inoltrata, da Mengoni ("Io ti aspetto") a Emis Killa ("C'era una volta"), fino ai Subsonica ("Specchio") e a Deborah Iurato ("Da sola"): una costruzione della scaletta che non ha reso giustizia alla voglia di novità musicali tipica di questo periodo dell'anno. Ed è anche un peccato che uno "special event" come l'inedita accoppiata Baglioni - Morandi, presentata in avvio di serata, sia stato bruciato dal solito Fazio di "Che tempo che fa", non molti giorni or sono, togliendo all'ospitata di ieri il carattere di eccezionalità. La Rai dovrebbe gestire meglio al proprio interno certe opportunità. 
NOIA - Così, i paragoni continui fra i Music Awards e il vecchio Festivalbar continuano a risultare del tutto impropri: l'accostamento più calzante può essere semmai con "Vota la voce", manifestazione organizzata da Sorrisi e svoltasi fino al 2000, che premiava, a inizio autunno di ogni anno, gli artisti più amati sulla base di un referendum popolare indetto dal settimanale milanese, in serate che proponevano qualche lancio di prodotti nuovi ma soprattutto la celebrazione di successi commerciali già consolidati. Oggi come allora, il piacere di sentire buona musica rischia, alla lunga, di essere travolto dalla noia. 
Qualche aggiustamento di rotta servirebbe: ad esempio cambiare il manico. Aver consegnato la manifestazione all'eterna guida del duo Carlo Conti - Vanessa Incontrada non giova a movimentare il tutto: perché se Conti vive sul poderoso slancio dell'esperienza sanremese e ieri è parso più sciolto e meno legato rispetto a simili occasioni passate, nell'ambito di una conduzione comunque tradizionale, la spagnola risulta sempre più insopportabile, coi suoi "besitos" e col suo continuo indulgere sul personale con ogni artista ("Verrò al tuo prossimo concerto" e via chiacchierando, sempre all'insegna della più totale prevedibilità). 
SILVESTRE TRA LA FOLLA - Certo, rimane la qualità del cast, quest'anno particolarmente alta. Una parata di stelle delle sette note che comunque fa bene alla credibilità e... all'autostima della nostra disagiata discografia: avere Ferro, Ligabue, Antonacci, Ramazzotti e perfino De Gregori la stessa sera sullo stesso palco è cosa che, forse, riusciva solo al Vittorio Salvetti dei tempi del Festivalbar, non a caso evocato con nostalgia ieri dallo stesso Eros. A proposito del quale, però, si può dire che se il momento più emozionante del gala è stato rappresentato dalla riappacificazione fra lui e Luca Barbarossa, dopo lo scontro in campo durante la Partita del cuore di pochi giorni fa, non c'è molto da stare allegri. Della vecchia "rassegna del juke box" è parso di scorgere un "ritorno di fiamma" quando Kekko Silvestre si è trovato ad esibirsi live in mezzo alla folla, forse il più bel momento di musica schietta e genuina offerto dalla festa scaligera: queste particolari performance, coi cantanti circondati dal pubblico, si vedevano spesso al Festivalbar in Arena, solo che allora erano in playback. Playback che continua ostinatamente a far capolino anche ai WMA: se era inaccettabile già negli anni Ottanta e Novanta, oggi è semplicemente un controsenso. 
BUONA PRODUZIONE - Ma perlomeno questa fiacca passerella ha fornito confortanti conferme sullo stato creativo dell'industria canzonettistica nostrana, dopo i passi avanti che qui sul blog avevo già registrato nei mesi scorsi, a partire dal Summer Festival 2014 fino al Sanremo 2015: c'è buon fermento, vengono fuori brani ben confezionati e orecchiabili. La produzione dell'ultimo anno, di cui all'Arena abbiamo ascoltato diversi saggi, presenta diverse gemme degne di nota: pezzi come "Magnifico" di Fedez - Michielin, "Love is a temple" di Mario Biondi, "Le parole perdute" della Mannoia,  o le novità sonore proposte da Ramazzotti nel nuovo album, sono segnali importanti, e dovrebbero resistere all'usura del tempo. Ma ora aspettiamo un'ondata di stuzzicanti novità per solleticare le nostre orecchie sotto l'ombrellone. 

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