martedì 21 febbraio 2012

FESTIVAL DI SANREMO: ANALISI DELLA GESTIONE MAZZI (PRIMA PARTE)

E così, a Sanremo è finita un'epoca. Sabato notte, col trionfo di Emma, si è ufficialmente chiusa l'era di Gianmarco Mazzi, il direttore artistico delle ultime quattro edizioni del Festival, che ha deciso, proprio alla vigilia della finalissima, di passare la mano. Diciamo subito che non è cosa da poco. Il fatto non può essere liquidato come un semplice avvicendamento: si apre una fase difficile, come sempre quando si lascia un porto sicuro per avventurarsi in un mare inesplorato e procelloso.
Un'analisi del quadriennio "mazziano" non può che partire da... Pippo Baudo, il suo predecessore nel ruolo; o più precisamente, dal suo ultimo Festival, quello del 2008. Facciamo un veloce flashback: il popolarissimo anchorman siciliano, nel 2007, era ritornato per la terza volta alla guida della kermesse, dopo i fasti di metà anni Novanta e una prima fase "restaurativa" da lui pilotata nel biennio 2002 - 2003. Ed era andato tutto bene, fin troppo: si era reduci da due edizioni che già avevano visto Mazzi ricoprire il ruolo di "direttore artistico musicale" e dividere la responsabilità dell'allestimento dello spettacolo con grossi calibri televisivi, Bonolis prima e Panariello poi. In estrema sintesi, trionfale il 2005, deludente il 2006 (soprattutto sul piano degli ascolti), comunque due Festival dal format rivoluzionario, soprattutto per il ripristino di una selettivissima gara a eliminazione anche per i Big. Dopo due anni di sperimentazione, si decise quindi di tornare alla "formula Baudo", che è poi anche la "formula Gianni Ravera", quella più tradizionale, e per lungo tempo vincente, della rassegna: divisione fra big e giovani, con finale assicurata per i primi,  tanti artisti in gara, ospiti stranieri cantanti e pochi altri elementi di contorno. 
Nel 2007, si diceva, vi era stato un ottimo riscontro di pubblico e di critica, forse per la scelta di un cast variegato nella categoria principe, per la presenza di debuttanti promettentissimi e dalle proposte non banali, di comici sulla cresta dell'onda e di vedettes internazionali in testa alle preferenze dei giovani e giovanissimi. Ci si avviò dunque con fiducia e serenità verso il Festival 2008, costruito grosso modo sullo stesso canovaccio, e che invece si rivelò un flop pauroso, con ascolti televisivi a picco. In quel momento, il "Sanremo" fu addirittura a rischio sopravvivenza. Il disastro era stato frutto, certo, di scelte artistiche non sempre felici nell'allestimento del cast dei concorrenti e degli ospiti, ma anche di una formula che, improvvisamente,  aveva mostrato tutto in un colpo la propria inadeguatezza ai tempi in vorticosa evoluzione. 
Era, quello, un momento di profondissimo cambiamento dei due mondi entro cui la kermesse si muove, quello della musica leggera e quello della tv. Nel primo stava manifestandosi in maniera sempre più acuta il crollo del mercato discografico, con la progressiva affermazione della modalità digitale di consumare i prodotti musicali, il secondo vedeva emergere, fra le altre cose, un autentico stravolgimento della concezione stessa di show televisivo (lontana anni luce dall'estetica e dalle modalità espressive Settanta - Ottanta - Novanta), l'instaurarsi di una vera e propria dittatura Auditel e mutamenti radicali nei gusti del pubblico, che han portato al tramonto di format televisivi un tempo inaffondabili e all'affermazione, anche qui, di modalità nuove di fruizione dell'offerta, da Internet ai canali satellitari, al digitale terrestre. 
A cavallo fra i due mondi si collocò il crollo della musica in formato "catodico": proprio in quel 2008 saltava all'ultimo momento il Festivalbar, che mai più avrebbe fatto la sua comparsa: una di quelle trasmissioni storiche improvvisamente diventate vecchie e demodé, di cui si accennava poco sopra; più in generale, perdevano appeal contenitori musicali strutturati in maniera tradizionale, sullo stile del vecchio Discoring, tanto che perfino un'istituzione internazionale come Top of the pops sembrava non avere più la solidità di un tempo. La musica in tv, a parte il Sanremo boccheggiante, diventava sempre più quella dei cosiddetti talent show, trasmissioni - fucine di lancio di giovani cantanti attraverso modalità da reality show. Uno scouting artistico molto discutibile nell'impostazione, nello stile e negli esiti, ma che ben presto si scoprì essere fondamentale, in quanto nuova via alla scoperta di nuovi talenti, laddove  i vivai delle case discografiche cominciavano a segnare il passo e le rassegne canore per debuttanti, un tempo in numero financo eccessivo, erano quasi del tutto scomparse.
Attorno a questi show, e ai personaggi da essi creati, prese forma un autentico delirio collettivo che dura ancora oggi: questi cantanti in erba diventano autentiche divinità per stuoli di ragazzini letteralmente impazziti, che inondano forum e blog di messaggi, coalizzandosi in massa contro chi osa anche solo avanzare dei dubbi sulle qualità artistiche dei loro idoli, e votano compatti tramite sms ogni volta che "scatta il televoto" e che occorre spingere il proprio beniamino verso il trionfo nella puntata di turno di "Amici" o "X Factor". Il televoto: altro fenomeno che sconvolge il rapporto fra chi fa musica e televisione e chi la fruisce. (1-CONTINUA).


1 commento:

  1. analisi impeccabile.. concordo sull'edizione 2008, al di là del flop di ascolti, quell'edizione proprio mi lasciò l'amaro in bocca! la canzone vincitrice se non è al passo con quella di Jalisse e della Minetti poco ci manca. Nessuno la ricorda più e pure i bravi interpreti sono tornate alle loro attività principali (musical per Di Tonno e tv e cinema per la bella Ponce). A me sono piaciute tantissimo le edizioni 2005 e 2006, con Bonolis e Panariello. Sì, proprio Panariello, quell'anno ingiustamente boicottato! Invece secondo me ha cavato fuori dal buco un bel Festival fatto di ottime canzoni! Un'edizione assolutamente anomala piuttosto è stata quella della Ventura, nella quale sparirono distinzioni tra Big e Nuove Proposte e si assistette all'approdo delle etichette indie sul palco dell'Ariston.. ma qui siamo fuori tema, decisamente! Mazzi ha puntato tutto sulla spettacolarizzazione, nel dare immenso spazio a Benigni e Celentano, e nel lasciare in second'ordine i giovani... addirittura la brava Jessica Brando non potè cantare in diretta perchè era passata la mezzanotte.. scandaloso!

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