giovedì 23 maggio 2013

BILANCIO TECNICO DELLA SERIE A, PARTE SECONDA: RIMANDATI E BOCCIATI. MILAN IN CHIAROSCURO, DISASTRO INTER E PESCARA


                                    Balotelli: il terzo posto del Milan è soprattutto suo

Sulla nostra immaginaria lavagna della Serie A appena conclusa, dopo i "buoni" è il momento dei "cattivi". Prima di loro, però, c'è una "terra di mezzo" ove collocare le squadre che male non hanno fatto, ma che per i più svariati motivi hanno chiuso la stagione lasciandoci un retrogusto amarognolo. E prima ancora dell'analisi delle singole compagini, fra gli aspetti controversi di natura generale vorrei inserire, e la cosa non deve sorprendere, il superamento di quota mille nel numero di gol totali realizzati in stagione (1003, per l'esattezza): un limite stratosferico che mai era stato varcato dal ritorno della massima divisone a 20 partecipanti, ossia dall'annata 2004/05.
LA QUALITA' E' UN'ALTRA COSA - Mi preme qui ribadire un concetto già espresso in passato: tanti gol non significano in automatico grande spettacolo e buon calcio. Del resto, basta osservare buona parte dei match del nostro svalutatissimo torneo per rendersene conto. Chi ama  davvero il football, non può gioire assistendo a partite da pallottoliere frutto di svarioni tattici collettivi o di errori singoli, questi ultimi dettati da carenze tecniche e di tenuta mentale. La storia non dice bugie, e racconta che il pallone nostrano era più competitivo quando si segnava meno, non perché gli attaccanti fossero più scarsi (anzi...), ma perché c'erano difensori "educati al mestiere", frutti copiosi di una scuola che era il nostro vanto e che invece negli anni Duemila si è inaridita, anche se non del tutto prosciugata. 
MILAN - Torniamo alla lavagna e alla citata terra di mezzo, nella quale non può non trovare posto il Milan. Che ha artigliato in extremis il posto per i preliminari Champions e, soprattutto, si è reso protagonista di una formidabile risalita, dai margini della zona pericolo al podio. Ma è stata una stagione fatta più di scuri che di chiari: il gioco raramente ha raggiunto vette degne di nota, i rossoneri sono stati molto operai nel cuore della manovra (anche perché di fini palleggiatori e di autentici creativi là in mezzo c'è il solo Montolivo, artefice peraltro di una eccellente stagione), e la riscossa è stata affidata, ancor più che ai tempi di Ibrahimovic, agli spunti dei campioni della prima linea. La nota lieta è che si è trattato di campioni giovani e italiani, la potenziale coppia di golden boy della Nazionale per molti anni a venire: di El Shaarawy, del suo devastante impatto sul torneo, del suo calarsi con totale disinvoltura in un ambiente complicato ed esigente come quello rossonero, scrissi già in sede di bilancio del girone di andata; nel ritorno, il Faraone è parzialmente rientrato nei ranghi, vuoi perché per un giovanotto non dev'essere facile cantare e portare la croce da solo per mezzo campionato, vuoi per l'irruzione di Balotelli che ha preteso la scena ed è diventato l'ovvia primadonna. Chi ancora ne discute la statura di campione assoluto farebbe meglio a guardare i fatti: senza i suoi guizzi da implacabile terminale offensivo, senza la sua freddezza nei momenti decisivi e dal dischetto, la Champions il Milan l'avrebbe guardata col binocolo. 
A proposito di rigori, non si può nascondere la testa sotto la sabbia di fronte alla messe di penalty che, nella seconda parte del torneo, hanno sorretto i rossoneri nei momenti difficili: penalty a volte estremamente discutibili come quelli, decisivi, con Udinese e Siena, a fronte di altri... non dati gli avversari, come i due (e forse tre) negati a Marassi al Genoa, nel grottesco match di cui parlai in questo post. Ripeto quanto già scritto allora e in precedenti circostanze: in mancanza di prove contrarie, assurdo avanzare dubbi sulla buona fede degli arbitri, ma doveroso sottolinearne sia la scarsa preparazione sia la sudditanza psicologica nei confronti delle grandi, giunta ormai a livelli inaccettabili, perché di mezzo c'è l'attendibilità tecnica del torneo. Insomma, rossoneri in... chiaroscuro: fra le note liete, da aggiungere l'esplosione di De Sciglio, versatile laterale sinistro già a suo agio in azzurro, e il citato Montolivo che finalmente è uscito dal guscio indossando i panni del califfo della fascia centrale, con personalità, sostanza, intuizioni decisive e gol pesanti. Da questi due campioni, dai due dell'attacco e dal sempre convincente Abate dovrà ripartire un Milan più italiano, ancor più "verde" e con un ulteriore iniezione di talento. 
CAGLIARI - Limitandoci alle vicende agonistiche, il campionato del Cagliari meriterebbe solo lodi sperticate. Dopo i black out prolungati della fase ascendente, dopo le voci di smobilitazione a gennaio subito rientrate, il girone di ritorno ha proposto i rossoblù in versione indiavolata: Daniele Conti è tornato a prendere per mano la squadra nei momenti delicati, Astori si è riappropriato delle sue ormai consuete misure di fondamentale pedina difensiva, Pinilla si è confermato bomber puntale ancorché poco reclamizzato, Sau ha incantato per brillantezza ed inesorabilità sotto porta e Ibarbo ha regalato accelerazioni e scatti poderosi e fruttuosi. Persino il portiere Agazzi è giunto a toccare la Nazionale, anche se, crediamo, in maniera effimera. Però il pasticciaccio Is Arenas è qualcosa che non può essere cancellato: giocare quasi l'intero campionato  davanti a spalti vuoti o semivuoti per ragioni... burocratiche, o addirittura in campi lontani trasformati in terreni casalinghi sempre e solo sul piano burocratico, è una sconfitta, una delle tante sconfitte recenti del calcio italiano. Non può, non deve esistere un football senza pubblico "dal vivo". Poi, sul modo in cui è stata gestita la situazione sul piano regolamentare sia dalla società che dagli organi istituzionali, il giudizio lo lasciamo ai posteri, ma rimane un senso di improvvisazione che non fa onore a nessuna delle parti in causa. 
ROMA - Continuo a considerare quello dei giallorossi come uno dei migliori organici allineatisi ai nastri di partenza, ecco perché il sesto posto finale non può esser considerato positivo. Oltretutto è stato centrato in rimonta, ai danni di una Lazio che ha di certo lasciato un segno più profondo nella storia positiva di questo torneo, in quanto a vivacità di manovra e a momenti di spettacolo. Zeman, che stimo, ha fatto danni, inutile negarlo. Col suo calcio portato all'eccesso, fatto di luminarie offensive non protette da adeguata copertura, e di un rapporto difficoltoso coi big di spogliatoio, ha vistosamente trapanato l'acqua. Andreazzoli ha fatto il possibile per raddrizzare la baracca, ma questa Roma è rimasta una sostanziale incompiuta, pur avendo i mezzi per poter ambire almeno a un terzo posto.

                                         Cerci: la Serie A ha trovato un campione vero
       
INTER E PESCARA, MATITA... BLU ELETTRICO - Da nerazzurri e biancazzurri le pagine più tristi di questa Serie A. Fallimento su tutta la linea per l'Inter, mai così brutta da quasi vent'anni a questa parte. La sequenza di sconfitte del girone di ritorno resterà un marchio indelebile, e i continui riferimenti di Stramaccioni ai bei tempi della vittoria sulla Juve e del quasi aggancio alla vetta sono risibili: perché quella fiammata è durata non più di due mesi, essendo stata preceduta da un altro periodo non propriamente brillante. Gli infortuni in serie, è vero: qui non c'entra il tecnico, ma va anche detto che se così tanti giocatori finiscono ko e per periodi così lunghi, non può essere solo colpa della malasorte. Rimane un interrogativo sportivamente drammatico: Mourinho o non Mourinho, il cui abbandono a triplete conquistato è per me un falso problema, come è stato possibile, da parte di professionisti strapagati, attuare un così repentino depauperamento tecnico di una rosa che si era issata sul tetto d'Italia, d'Europa e del mondo? Come è stato possibile vendere così male e comprare ancora peggio? La ricostruzione dovrà essere radicale, costerà denaro ma necessiterà anche di tanto acume in sede di scelte e di valutazioni di mercato plausibili, acume che in questi tre anni è stato usato in maniera molto parsimoniosa.
E che dire del Pescara? No, nessuna indulgenza verso la piccola realtà di provincia che, dopo tanti anni di assenza, si è ritrovata in un contesto troppo più grande di lei. Il girone di ritorno è stato uno spettacolo triste e imbarazzante, con diciassette sconfitte (!), gol incassati in quantità industriale, resa incondizionata di fronte a quasi tutti gli avversari, partite che alla fine sembravano le galoppate di allenamento infrasettimanali. La squadra non era competitiva, ma qualcosa di più di questo bottino ridotto all'osso era alla portata, giovani rampanti come Perin e Caprari e stranieri di spessore come Weiss non meritavano di affondare in una situazione simile. I dirigenti pescaresi dovranno inventarsi qualcosa di clamoroso per far dimenticare questa pagina nera come la pece, l'iscrizione al campionato di Serie A di una squadra materasso come pochissime altre volte era accaduto nella storia del girone unico (forse solo l'Ancona 2003/04 su livelli più bassi). 
SGUARDO D'ASSIEME SULLA ZONA PERICOLO - Poche annotazioni sui bassifondi. Il Toro ha ritardato fin quasi all'estremo limite una salvezza che ad un certo punto pareva scontata. Strano campionato, il suo: quando ha giocato più sulla forza e sul pragmatismo che sulla classe pura, che pure in prima linea non gli mancava, ha messo in cascina fieno decisivo; quando ha trovato anche il filo di un gioco plausibile e gradevole, con recite di grana fine anche contro molte grandi, ha cominciato a uscire dal campo con le pive nel sacco. Per sua fortuna, il vantaggio accumulato  era tale che son bastati alcuni pareggini nel finale per assestare la graduatoria. Di positivo, oltre alle già citate espressioni di gioco (le gare di ritorno contro Napoli, Juve e Milan), la consacrazione di Cerci: il calcio italiano ha trovato un campione vero, da Nazionale. Arrivato tardi alla ribalta, come Diamanti, del quale si spera possa ripercorrere in pieno le orme, senza più disperdere il suo cristallino talento.
Detto che del Genoa scriveremo a parte in questi giorni, pollice verso per il Palermo, la cui retrocessione porta a chiare lettere la firma di Zamparini. Beffardo persino il ripescaggio in extremis di Sannino, che per qualche settimana aveva riacceso una fioca luce rosanero in una stagione all'insegna dell'oscurità più totale: beffardo e controproducente sul piano societario, perché ha finito con lo sconfessare il mastodontico impegno profuso dal club in sede di mercato invernale, quando i siculi avevano dato vita, analogamente ai rivali del Genoa, a un sostanzioso potenziamento in tutti i reparti.
Bene, andate a rivedervi le formazioni delle partite giocate durante il Sannino bis, e valutate quanti dei rinforzi di gennaio, e per quanto tempo, sono stati schierati in campo. Vedrete che il mister rientrante ha preferito puntare in larga parte, salvo alcune eccezioni, sui suoi fedelissimi, sui giocatori che si era ritrovato in ritiro l'estate scorsa. La verità è che non basta giocar bene un mesetto per riscattare i disastri di un anno intero: il verdetto finale è ineccepibile, e dispiace che colpisca una delle più belle realtà "alternative" alle grandi, fra quelle emerse nell'ultimo quinquennio di A.
In chiusura, una Sampdoria modestissima quanto a espressioni tecniche, dimostrazione plastica di come un allenatore possa davvero portare un quid in più e fare impennare il rendimento di una squadra: con Rossi in panca, è arrivata una mini striscia positiva, all'inizio del girone di ritorno, durante la quale i blucerchiati hanno sfoderato una praticità di gioco, una capacità di trarre il massimo dalle non numerose occasioni create (l'apoteosi, in tale senso, nella gara con la Roma), che hanno consentito loro di portarsi fuori dalle secche. Poi, i nodi son tornati al pettine e nel finale Gastaldello e compagni han giocato col fuoco, con prestazioni di rara mollezza (in primis quella col Palermo), fallendo l'obiettivo della vendetta sul Genoa dopo la retrocessione di due anni fa, e mettendosi in sicurezza matematica solo a due turni dalla fine. Ma, nonostante i patetici peana di tanta stampa locale, l'organico era davvero lacunoso, di più era difficile fare. Quanto a Icardi, ha tutte le caratteristiche del mezzo bluff: averlo issato a nuovo fenomeno grazie a un gol regalatogli da Buffon e a una quaterna rifilata all'improponibile Pescara è persino irritante, per il lettore / spettatore neutrale. Vedremo cosa gli riserverà il futuro, ma al momento non ci sentiremmo di pronosticargli una carriera che non sia quella di un buon attaccante o poco più. 

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