mercoledì 12 giugno 2013

ITALIA - HAITI, GLI AZZURRI AL LUMICINO E LA DOMANDA DI SEMPRE: E' GIUSTO PREOCCUPARSI?

                                    Giaccherini: Contro Haiti gol a tempo di record

Mettiamola così: al di là del lodevolissimo intento benefico (il terremoto di tre anni fa ha lasciato ferite che chissà quando si rimargineranno), l'amichevole di ieri sera fra Italia e Haiti valeva soprattutto per il suo significato "vintage". Un remake, a 39 anni di distanza, del primo e unico confronto fra le due rappresentative: correva l'anno 1974, gli azzurri debuttarono nel primo dei due Mondiali disputati in terra tedesca proprio contro i caraibici, vinsero solo 3 a 1 e la mancata goleada (che avrebbero potuto realizzare tranquillamente, se Chinaglia e compagni non avessero troppo scialacquato sotto porta) di fatto precluse loro il passaggio del primo turno (eliminati dall'Argentina per differenza reti), in un torneo al quale si erano invece presentati come una delle squadre da battere. Mettiamola così, dicevo, perché se dovessimo analizzare la sfida di Rio de Janeiro sul piano prettamente tecnico cadrebbero le braccia, al di là del rilievo sul gol record di Giaccherini, il più veloce nella storia del calcio azzurro. 
TEST ATTENDIBILE? - Sia chiaro, è sempre arduo attribuire una patente di attendibilità a partite come questa: la sensazione è di aver assistito a uno di quei galoppi amichevoli  che precedono i tornei importanti (e la Confederations Cup che si aprirà sabato lo è, se ne parlerà a breve su questo blog), partite senza sugo, disputate senza voglia e col freno a mano tirato: esempio classico, quello Sporting Braga - Italia di pochi giorni antecedente il Mundial del 1982, gara che l'Italia di Bearzot giocò talmente male da far esclamare all'allora presidente federale Federico Sordillo: "Se la nostra Nazionale è questa è inutile andare alla kermesse iridata, meglio tornare subito a casa". Però non è neanche giusto minimizzare totalmente, e del resto anche il cittì Prandelli ha ammesso che la figura non è stata di quelle da tramandare ai posteri con orgoglio. Di certo, Haiti ha rappresentato un banco di prova un tantino più probante di quel San Marino che rimane, spiace dirlo, una realtà inconsistente a livello internazionale, e che poche settimane fa a Bologna i nostri travolsero, oltre che con quattro reti, con un florilegio di tiri e occasioni da gol (ne contai una quindicina abbondante). 
ITALIA (ANCORA) SVUOTATA - Per questo, le preoccupazioni sono lecite. Sono cambiati gli uomini, ma nessun miglioramento vi è stato rispetto alla dimessa recita di Praga: Si è vista un'Italia svuotata fisicamente e mentalmente, senza ritmo, dinamismo, agilità, terribilmente lenta di gambe e di testa, priva di  apprezzabili idee di gioco; si è vista, soprattutto, una certa abulia, un impegno ridotto al minimo sindacale e forse anche meno, ma questa, pur se discutibile sul piano sportivo, è la cosa che inquieta meno, perché si sa che le motivazioni rifioriscono per incanto quando un calciatore italiano si trova di fronte agli impegni che contano. 
Casomai, va detto che dell'approccio della nostra massima rappresentativa a certi confronti ritenuti abbordabili avevo già severamente parlato pochi mesi fa, ai tempi della prestazione in quel di Malta, una prestazione indecorosa sul piano della qualità del gioco, con rischi assurdi (rigore neutralizzato da Buffon) e col risultato salvato soltanto da un Balotelli all'epoca in gran vena. Scrissi così:  "Sappiano, gli azzurri, che non sempre ti gira bene, non sempre i rigori si riescono a neutralizzare anche se ci si chiama Buffon e non sempre ci sarà un Balotelli in stato di grazia, capace di trasformare in gol la quasi totalità dei pochi palloni che gli capitano sui piedi". Ecco, è infine capitato che certi acuti personali non siano più stati sufficienti a mascherare le magagne del collettivo, e che Davide abbia fatto il colpaccio contro Golia: per fortuna era solo un'amichevole, ma si spera che questo 2-2, una figuraccia "da almanacco", abbia smosso qualcosa nell'animo dei nostri prodi azzurri, convincendoli che ogni sfida vada affrontata col piglio del killer instinct, senza pensare che in ogni caso la superiore caratura consentirà di portare a casa il risultato. 
PREOCCUPANTE O NO? - Ecco, l'analisi della partita di ieri sera potrebbe terminare qui. Andare oltre significherebbe addentrarsi in un terreno minato. La domanda, da decenni, è sempre la stessa: quanto vanno prese per oro colato le indicazioni, inquietanti o meno, di certi collaudi pre Mondiali, pre Europei o, in questo caso, pre Confederations? Non esiste risposta univoca. Prima abbiamo citato l'allenamento col Braga del 1982, ma l'esempio più fresco rimane la disfatta con la Russia che precedette il nostro "quasi trionfale" Europeo polacco - ucraino: nell'uno e nell'altro caso, sembravano non esservi speranze per gli azzurri, che invece in pochi giorni risorsero e disputarono dei tornei da incorniciare. Altre volte, però, le negative prestazioni della vigilia trovarono conferma negli impegni ufficiali: l'Italia del Trap perse male, al di là dello 0 a 1 finale, contro la Repubblica Ceca nel 2002, prima di partire per il Mondiale nippo - coreano che, lo sappiamo, regalò solo amarezze; e la seconda, pallida "Azzurra" di Lippi si avviò al disastro sudafricano sulle ali di una mortificante sconfitta col Messico, nell'ex Heysel di Bruxelles. 
L'IMPORTANZA DEL RITIRO - E allora, come distinguere fra indicazioni fallaci e segnali attendibili? L'unica certezza è che un buono o un cattivo torneo si costruiscono nel ritiro di preparazione, nel quale lo staff tecnico si trova a dover gestire situazioni delicatissime, equilibri precari, problematiche molteplici: in quella sede, occorre si cementi alla perfezione, se già non è presente, la coesione del gruppo, occorre che vengano smaltite nel più breve tempo possibile le scorie psico- fisiche lasciate dalla stagione di club, e che i giocatori recuperino una condizione atletica e mentale almeno discreta, da far poi ulteriormente lievitare man  mano che ci si avvicina agli impegni decisivi. E' poi necessario che il cittì azzecchi sia le scelte tecniche (convocazioni prima, formazioni poi) sia quelle tattiche, e che gli uomini a sua disposizione sposino senza perplessità e mugugni sia le une sia le altre. Conta poi anche la fortuna: perché se i giocatori, soprattutto quelli decisivi, proprio nelle settimane del torneo incocciano nel loro periodo d'oro, nessun traguardo è precluso, se invece (per condizioni di forma, bioritmi e quant'altro) cadono nel momento peggiore dell'anno, allora non c'è verso di dare una svolta alla situazione. 
Ecco perché non bisogna né drammatizzare, né nascondere la testa sotto la sabbia. I cinque giorni che mancano al debutto potrebbero bastare a rimettere in piedi i nostri stanchi e corrucciati eroi, ma anche no. Di certo, va detto, non è lecito attendersi prestazioni debordanti da formazioni, come quella messa in campo ieri sera da Prandelli, che potremmo definire benevolmente "raffazzonate", ossia formate da elementi che solitamente non sono titolari e che insieme non avevano mai giocato: manca l'amalgama, manca l'idea di squadra, d'accordo, ma, lo si è detto, i problemi emersi contro Haiti sono stati di altra natura. Nell'auspicio che il gruppo azzurro recuperi brillantezza, una rinfrescata all'undici cristallizzatosi come titolare non guasterebbe in ogni caso: si trovi, se possibile, un angolino a De Sciglio e a Cerci, e si valuti l'apporto che un Diamanti e un Aquilani finalmente integro potrebbero dare, in termini di dinamismo e idee,  a un centrocampo e a una trequarti ultimamente a corto di fiato e di inventiva. 

2 commenti:

  1. Credo che effettivamente la partita con Haiti non fosse proprio da considerarsi come il preludio alla Confederations Cup.
    Era una partita di beneficenza per lo più e sicuramente le motivazioni mancavano, a maggior ragione perché a pochi giorni da un torneo importante.
    E' vero che non si può dimenticare che la nostra nazionale ci sta abituando ad essere forte con le forti (vedi la sfida con il Brasile, l'Europeo esclusa la finale) e impalpabile nelle partite semplici.
    Rischio di dilungarmi troppo in un solo commento.
    Comunque si nota un grande stile nella scrittura e anche nella scelta delle argomentazioni. Forse anche meglio dei giornali su carta.
    Complimenti!

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    1. Ti ringrazio per le belle parole, non so quanto meritate; naturalmente ricambio in toto, avendo modo di leggere le interessantissime analisi che proponi sul tuo blog. Riguardo agli azzurri, è vero, in questi tre anni "prandelliani" la Nazionale ha dimostrato di poter opporsi quasi sempre con efficacia alle grandi, oltretutto proponendo sempre un calcio fresco, brillante, d'iniziativa. Lo "svacco" con le piccole è invece una nostra tara da sempre, dalla notte dei tempi: speriamo che sia questa la chiave di lettura anche per le recenti brutte figure.

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